blog.tapirulan.it
 
  28.12.2013 | 21:49
La giornata dei qualunque
 

Sono uscito dalla stazione di Bologna, venivo da Imola, ho raggiunto la banchina, sono salito sull'autobus che mi avrebbe portato a casa, ho trovato un angolino comodo vicino alla macchina obliteratrice e ho visto quattro persone sedute su due coppie di sedili. Erano un papà e una mamma, entrambi sui cinquant’anni, forse qualcosa meno, e i loro due figli, il maschio di circa dieci anni e la femmina di quattro o cinque. Il papà era accanto al figlio, la mamma accanto alla figlia. Le due coppie erano una di fronte all’altra.
Il papà stava facendo qualcosa col suo cellulare, cazzeggiava su facebook, dava un'occhiata al meteo, controllava il percorso dell’autobus su qualche sito. La mamma si guardava attorno con aria irritata, o forse solo stanca, il figlio stava a bocca aperta, vagamente ebete, e la figlia si stava addormentando.
Dopo tre minuti che li osservavo ho capito quel che doveva essere evidente a tutti gli altri passeggeri. Quella famiglia era ormai compromessa, nulla legava più i due genitori tranne la routine e il fastidio reciproco, i figli lo sapevano e non avevano di fatto nulla da eccepire, le cose stavano così, meglio dormire, meglio stare ebeti con la bocca aperta, comunque non avere alcuna aspettativa che le cose cambino, perché le cose non cambiano o se cambiano cambiano in peggio, mai in meglio.
Qualunque cosa accada, qualunque, mi sono detto, non succederà niente del genere a me, Camilla, Nora e Agata, non capiterà perché non lo farò capitare. Sicuro.
Dopo un po’ il papà ha messo via il cellulare e ha abbracciato il figlio, la mamma ha sorriso e detto qualcosa sul fatto che sarebbe stato bello se i figli avessero detto qualcosa sul Natale appena trascorso al papà – è stato allora che ho notato la grossa valigia accanto a quell’uomo e ho capito che i quattro come me probabilmente erano saliti sull’autobus in stazione -, la figlia ha aperto un occhio e ha fatto una smorfia, la mamma le ha dato un bacio toccandole i capelli, il figlio ha ricambiato l’abbraccio del papà, la mamma si è alzata scambiando il posto col papà e per un attimo l’ha accarezzato, la figlia ha fatto una faccia buffa al papà che l’ha rimproverata per finta, il figlio ha chiuso la bocca e ha guardato gli altri tre con una faccia non più ebete.
Qualunque cosa accada, qualunque, mi sono detto, io a partire da oggi sono quello che non capisce un cazzo di dinamiche familiari, ma proprio un cazzo di niente.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  26.12.2013 | 22:26
Sul gozzovigliar nel dionisiaco
 

Di David Foster Wallace qui si è già parlato. Non starò a ripetere le cose che ho scritto in un altro post, anche perché non le ricordo e non ho voglia di andare a controllare.
Quello che mi preme dire adesso, e non escludo di averlo già detto o scritto altrove, è che anche se suona come una delle cose più presuntuose che si possano immaginare, talmente presuntuose che smettono di essere presuntuose diventando tenere, o magari restano presuntuose ma acquisendo una patina tenera che in parte le giustifica ma forse in parte le rende stucchevoli e come tali ancora più insopportabili, quello che voglio dire ora è che io a quest’uomo penso di dovere molto.
Lascio da parte tutto il discorso su come scrivo, su come scrivevo dieci anni fa e su come scriverei se non avessi letto nulla di David Foster Wallace. Lo lascio da parte perché quello sì sarebbe presuntuoso ridicolo e stucchevole, senza scampo e senza nessuna cazzo di tenerezza.
Dico solo che gli devo molto come lettore, perché come dice Paolo Nori – altro scrittore cui devo molto -, alcuni nella loro vita si trovano a essere governati non tanto da Berlusconi, Monti e Letta, ma da Dostoevskij, Balzac e Saramago, o Faulkner, Hamsun e Schnitzler, o Hrabal, Strindberg e Cervantes, o altri trittici di autori.
David Foster Wallace aveva la capacità di scrivere solo cose giuste, e di scriverle nel modo più giusto. E oltre a questo un’umiltà, una semplicità e una capacità di autoanalisi che per me non hanno avuto precedenti o quasi. Troppo spesso è stato ridotto a semplice mente migliore della sua generazione, ma questo ricordo di averlo già scritto quindi non mi ripeto.

Allego la parte finale di un’intervista che rilasciò negli anni ’90, prima del successo che sarebbe poi derivato da Infinite Jest. L’argomento è la letteratura postmoderna. Non farò commenti. Vi invito solo a chiedervi come se la sarebbe cavata sull’argomento un altro autore. Uno qualsiasi.

‘Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se n’è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi e rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ d’ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più - e che noi dovremo essere i genitori.’

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  17.12.2013 | 23:03
Tenera è la Gina
 

Sto leggendo un libro che ha scritto un mio amico, ma non è di questo che voglio parlare. Non esattamente.
La cosa migliore del libro del mio amico, o una delle cose migliori, è che i racconti che lo compongono, che non sono esattamente racconti ma più saggi cazzoni (lo dico nel senso migliore del termine, anzi di entrambi i termini: 'saggi' e 'cazzoni'), i racconti, dicevo, riescono a scampare al doppio pericolo cui erano esposti in quanto saggi cazzoni: di essere noiosi, come buona parte dei saggi, e di essere scritti di merda, come di solito sono i racconti cazzoni. In definitiva, il libro del mio amico è divertente e scritto benissimo, e questo non è poco. Ma lo ripeto, non è di questo che voglio parlare.

In uno dei racconti che non sono racconti ma saggi cazzoni il mio amico scrive quello che tutti noi gente intelligente e abituata all’incontrollabilità delle cose del mondo (abituata alla bellezza dell’incontrollabilità delle cose del mondo, più precisamente) sappiamo, e cioè che non possiamo scegliere cosa ricorderemo tra qualche tempo del libro che stiamo leggendo oggi, il meccanismo è automatico e involontario, e quindi può capitare che di Guerra e Pace, per esempio, ci resti impresso soprattutto il fatto che da un paio di segnali risulta evidente che a Tolstoj piacevano le donne coi baffi.

Dopo aver letto quel racconto che non è un racconto ma un saggio cazzone ho continuato a chiedermi cosa ricorderò tra un anno del libro del mio amico, e mi sono risposto che mi succederà in un certo senso la stessa cosa che è successa con Tolstoj al mio amico. Ricorderò quel racconto, che oltre a non essere un racconto non è neppure il racconto migliore del libro, almeno secondo me, così come l’attrazione tolstoiana per le donne baffute tutto sommato per la maggioranza dei critici letterari esperti di romanzi russi dell’Ottocento, Bachtin tanto per dirne uno (e tanto per fare il figo lasciando intendere che ho letto i libri di Bachtin, che invece non ho letto e credo che non leggerò, anche perché sono sicuro che i saggi di Bachtin siano troppo poco cazzoni per i miei gusti raffinati), l’attrazione tolstoiana per le donne baffute, dicevo, è leggermente meno rilevante della tolstoiana filosofia della storia. Ci saranno quindi affinità tra i miei ricordi a proposito del libro del mio amico e i ricordi del mio amico a proposito di Guerra e Pace, anche se il mio meccanismo mnestico sarà diverso dal suo, essendo il suo meccanismo più casuale, incontrollabile, mentre il mio più indirizzato, o inevitabile, del genere ‘provate adesso a comprare un altro yogurt’, quel celebre slogan di una pubblicità anni ottanta recitata dall’ex comico prestato – con un po’ di fortuna senza diritto di riscatto – alla politica italiana. Ma neppure di questo voglio parlare.

Venerdì pomeriggio scorso, saranno state le cinque meno dieci, ero con Agata in via Bergami, a Bologna, quando lei mi ha detto ‘ ti ricordi, papà, quella volta d’estate che eravamo al ristorante con Gwenny e Darko?’. Io le ho detto ‘no, bimba, mi sa che io non c’ero, eri con la mamma’. Lei ha continuato dicendo ‘quella volta, papà, ero al ristorante con Gwenny e Darko, che mi parlavano, e mi sono innamorata’. Io le ho detto ‘di chi, ti sei innamorata? Di Gwenny o di Darko?’. Lei ha detto ‘di tutti e due, di Gwenny e di Darko’.

Subito dopo mi sono ricordato che alla fine del primo capitolo di Tenera è la notte di Fitzgerald, o alla fine di uno dei primi capitoli, l’io narrante, una ragazza, dopo aver visto nuotare nella baia un uomo insieme a sua moglie (l’uomo e sua moglie sono in qualche modo lo stesso Fitzgerald e sua moglie Zelda), torna a casa da sua mamma, ma forse non era a casa ma era in albergo, comunque non importa molto, e le dice di essersi innamorata sia dell’uomo che della moglie.
Questo volevo dire. Questo, e che di quel libro non ricordo nient’altro. Nè la filosofia della storia fitzgeraldiana, né l'eventuale presenza di baffi sopra le labbra di una qualsiasi delle donne: io narrante, mamma dell'io narrante, Zelda o pseudoZelda. Niente.
 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  08.12.2013 | 23:12
L'avviso più pertinente
 

Quando ho aperto la porta di casa per mettere fuori le bottiglie vuote ho sentito sul pianerottolo un forte odore di bruciato. Vado a vedere cosa succede. Ho detto a Camilla. Neanche fossi uno di quelli che sanno vedere le cose che succedono.
Sono sceso. Ho suonato i due campanelli del piano di sotto, il secondo. Nessuno ha risposto.
Sono sceso ancora. Ho suonato i due campanelli del primo piano. Nessuno ha risposto.
Sono arrivato al piano terra. C’era il signor Germano, con la porta socchiusa, che ciondolava guardando una macchia di umido sul soffitto. La sente anche lei questa puzza? Cos’è che va a fuoco? Gli ho chiesto. Il signor Germano ha bofonchiato qualcosa poi è rientrato chiudendo la porta. Mentre risalivo al primo piano è uscita la signora Ossiuri. Hai suonato tu prima? Mi ha chiesto. Sì. Le ho risposto. Volevo chiederle di quest’odore. Cos’è successo? Non si respira. Ho aggiunto. E’ andato giù mio marito prima. Mi ha spiegato la signora Ossiuri. Loretta aveva bruciato qualcosa in casa. Ma ora è tutto a posto, siamo sicuri? Le ho chiesto dopo. Sì, sì. A posto. Ha garantito la signora Ossiuri.
Sono tornato su. Sul pianerottolo di casa mia, al terzo piano, la puzza era aumentata. Ho aperto il vasistas, ho preso le bottiglie da buttare e sono sceso nuovamente.
Al piano terra il signor Germano era uscito dal suo appartamento. Stava sul pianerottolo, parlava con Loretta, che invece non era uscita di casa. Ne sentivo la voce, non la vedevo.
Mentre il signor Germano tornava a chiudersi in casa, bofonchiando, ho appoggiato le bottiglie per terra, sull’uscio di Loretta. Mi sono sporto dentro il suo appartamento. Era tutto pieno di fumo, puzzava da fare schifo. A fatica si vedeva a distanza di cinque metri. Hai bisogno, Loretta? Posso entrare? Le ho chiesto. Loretta mi ha guardato con gli occhi acquosi, tremando. Mi ha fatto strada verso la cucina, la stanza in cui la densità del fumo era maggiore. La finestra era chiusa. Loretta si è chinata a quattro zampe e ha cominciato a grattare con una spatola di acciaio dei dischi colloidali attaccati alle mattonelle del pavimento. Perché non apri la finestra? Le ho chiesto. Non si apre. Ha risposto lei. Nella stanza adiacente, la sala, il fumo era poco meno per via di una finestra socchiusa. Dalla televisione accesa Francesco Primo pronunciava un’omelia o un angelus oppure un semplice discorso. Cos’è tutto questo fumo? Che hai fatto? Le ho chiesto dopo che ha smesso di sgrattugiare i dischi dal pavimento e si è ritirata su in piedi. La sigaretta. Ho buttato la sigaretta accesa lì. Mi ha risposto indicando un sacchetto del pattume vicino al battiscopa. Ho guardato il sacchetto. Non sembrava fumare più del resto della casa. Bisogna stare attenti. Le ho detto io. Devi stare attenta. Ho aggiunto. Ero nervoso, brusco. Avevo paura più per me e per la mia famiglia che per lei. La prospettiva di essere divorati dalle fiamme una delle notti a seguire mi sembrava concreta. Subito dopo mi sono ricordato che in quell’appartamento, anni fa, molto prima che io abitassi là, ci fu davvero un incendio. La storia me l’ha raccontata Camilla. La madre e il fratello di Loretta erano morti da poco, uno dopo l’altro, lasciandola da sola. Cominciò così la sua discesa giù per il piano inclinato. Depressione, incapacità di badare a se stessa, frequentazione mai interrotta del centro di salute mentale, un incendio provocato non so come, la patente ritirata. Magari puoi fare come faccio io. Le ho detto addolcendo il tono. Puoi usare un bicchiere con dell’acqua dentro, al posto del posacenere. Io mi ci trovo bene, la sigaretta si spegne subito, niente scintille, niente fumo, niente puzza. Ho detto ancora. E’ una buona idea, ha convenuto Loretta. Sì, una buona idea. Ha ripetuto. Adesso vado. Ho concluso dopo un attimo. Vuoi che ti butti il pattume, Loretta? Ci penso io, va bene? Loretta ha annuito continuando a tremare. Un boato si è levato in onore di Francesco Primo. 

Mi sono piegato per raccogliere il sacchetto ancora aperto. Al suo interno i resti raschiati dei dischi colloidali, l’impressione istantanea di un bianco accecante inspiegabile quasi come quello delle pareti di Mangiacupi e un pacchetto di Multifilter con su scritto l’avviso più pertinente: il fumo uccide.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento