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  27.11.2013 | 23:26
Tanto per fare (un esempio)
 

Un pomeriggio, durante l’estate del 1998, era luglio, mi sembra, o giugno, agosto no di certo, era luglio o giugno ma più probabilmente luglio, sono arrivato a casa del mio amico Fabio, a Imola, e l’ho trovato in infradito, maglietta e pantaloni corti che leggeva un libro. Cosa leggi? Gli ho chiesto. Lui non mi ha risposto direttamente, ma leggendomi l’inizio del libro. Fabio legge molto bene. Gesticola. Fa capire quando un libro gli piace. Cerca di fartici entrare, nel libro, e di solito ci riesce. L’incipit raccontava di un uomo, o di un ragazzo, l’io narrante di quel romanzo, che rivolgendosi a una ragazza, o a una donna, la sua ex, la sua ultima ex, le diceva che nossignore, lei non era la delusione più grande della sua vita, ce n’erano almeno quattro di delusioni più brucianti di lei, dopodiché l'io narrante passava ad elencare le quattro delusioni più brucianti, alcune delle quali se non sbaglio si riferivano a un periodo lontanissimo, a quando quell’uomo o quel ragazzo  era alle scuole elementari o giù di lì. Il libro era ‘alta fedeltà’ di Hornby.
Ho ripensato a quel libro in questi giorni, perché subito dopo aver scritto nel post precedente che tutto l’inverno scorso l’ho passato tenendo a bada una voce che di notte mi diceva suadente ‘forza, lascia cadere per terra Nora, fallo subito, sciogli l'intreccio delle braccia e assisti a ciò che accade, Nora è forte, non si farà niente, lasciala cadere e torna a dormire, tutto si sistemerà da sé, non sottovalutare tua figlia e la sua capacità di gestire l’impatto con un pavimento che non è di dure mattonelle ma di morbido parquet che si scalfisce con l’unghia, fallo e basta, nulla di tremendo accadrà’, dopo aver scritto quelle parole mi sono detto che sarei sembrato una bella merda a chiunque leggesse quel post, me compreso, ma subito dopo aver pensato questo, per un meccanismo perversamente compensativo che ha alleggerito  la mia posizione appesantendola, meccanismo che mi è proprio dall’adolescenza se non prima, mi sono venute in mente almeno tre o quattro cose che mi riguardano che se raccontate getterebbero su di me una luce ben più fosca di quella da cui vengo illuminato mentre mi descrivo come l’insonne, insofferente, allucinato, potenzialmente omicida padre che sono stato a tratti in un recente passato di cui non mi sono vergognato di parlare, cioé di scrivere.
Uno di questi episodi riguarda una telefonata avvenuta tra me e una mia compagna del liceo, poco più di vent’anni fa, una telefonata che alla mia compagna deve essere sembrata normalissima ma io so che non lo è stata, per niente. Un altro episodio riguarda un progetto, chiamiamolo progetto, che ho messo in pratica in un piccolo parco vicino al cinema Cristallo di Imola, verso mezzanotte di un giorno del 1994 o del 1995, una sera che tornavo a casa dopo una serata passata con Enrico. Un altro episodio ancora riguarda una cosa che ho fatto in una 126 rossa parcheggiata davanti a casa mia, a Imola, nel giugno o luglio del 2000, agosto no di certo, quasi sicuramente giugno o forse luglio.
Mentre mi intristivo ricordando questi e altri episodi, alcuni dei quali avvenuti anche di recente e sulla cui gravità avrò le idee più chiare tra qualche anno, forse, adesso non riesco a immaginare quanto sarò incline all'autoassoluzione e quanto all'autocondanna, probabilmente oscillerò tra questi due estremi a velocità variabile senza indugiare mai nel punto mediano, il giusto mezzo che in casi del genere non è giusto anche perché nemmeno esiste, o ci si dà della merda o ci si dice che il mondo ti ha fatto diventare la merda che altrimenti non saresti, mentre ricordavo le mie peggiori azioni cacciandomi in un tunnel solipsistico di privatissimi processi onanistico/vittimistici, mi sono detto che non è il caso di rimproverarsi per quanto avvenuto quest’anno, o nel 2000, o nel 1995, o nel 1994, o nel 1992, o almeno non sarà il caso finché esisteranno persone che, tanto per fare un esempio, se ne vanno all’estero a rubare i soldi della propria madre e della propria sorella, prelevando di nascosto forti somme di denaro da conti cointestati falsificando firme, circuendo anziani a cui raccontano realtà distorte con toni di voce talmente striduli leziosi e bamboleggianti che al confronto quella cazzo di fluttershy dei little pony è una specie di Barry White dei miei coglioni, approfittando della fiducia di parenti diretti o acquisiti che li conoscono ma non tanto da sapere fino a quale profondità possano spingersi nel mar della merda e della menzogna, e che per fare tutto questo coinvolgono in un gorgo fetido il coniuge, a sua volta ben contento di dare una mano in quanto arrapatissimo, il coniuge, ogniqualvolta gli si presenti la possibilità di fare un dispetto al prossimo, specie se il prossimo è così prossimo da essere quasi consanguineo o meglio consanguineo del coniuge, e oltre al coniuge queste persone coinvolgono le figlie che magari finché sono piccole sono quasi innocenti quindi vittime ma dopo un po', al più tardi quando hanno diciott'anni o se si vuole essere ingiustificatamente indulgenti a venticinque, perdono il diritto d'essere definite tali, innocenti e vittime, perché sennò è troppo facile, tutti volendo possono dare la colpa a qualcuno per ogni merdata che hanno fatto o che faranno, anche il padre di Hitler se ben ricordo non è che desse proprio delle gran abbracciatone in gioventù al figlio, e dire che ancora il piccolo Adolf non aveva scritto il Mein Kampf, eppure non darei la colpa all'anaffettività del padre per quello che poi è successo, e non mi riferisco solo al Mein Kampf, tanto per fare un altro esempio, non basta avere un padre o una madre miserabili per comprarsi un cazzo di passaporto diplomatico da vittima destinata e autorizzata alla coazione a ripetere o quel cazzo che è, non funziona così, porca la puttana merda, così come non basta essere stati educati bene per essere e per essere considerati educati, la madre educatissima dei figli maleducati è sempre incinta, ammesso che c’entri questo parallelismo, forse no ma chissenefrega, chissenefrega, chissenefrega.
E così, quando sono arrivato al terzo chissenefrega, il pendolo dell'autoanalisi ha abbandonato l'estremità della condanna, è transitato senza cagarlo nemmeno di striscio sopra il giusto mezzo che non esiste e non è giusto e si è posizionato sull'assoluzione con l'aria torpida e allegra di chi non ha più tanta voglia di spostarsi.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  21.11.2013 | 16:35
Nel novantacinque ero un coglione
 

Nel novantacinque ero un coglione, ma felice, e quel mio essere coglione e felice lo si capiva anche dal fatto che la mia scena preferita di quel film che avevo appena scoperto ma già apprezzavo moltissimo era l'ultima, una scena che oggi non mi piace più ma a quel tempo, sarà che ero un coglione felice, sarà per qualche altro motivo, mi sembrava bella, e cioè l'ultima scena, quella in cui Lloyd e Harry incontrano le ragazze in bikini che cercano due maschioni che le spalmino d'olio prima delle gare e loro due indicano prima una direzione della strada poi l'altra e le guardano andare via in pullman, cullando il sogno che prima o poi tocchi a loro un'occasione del genere e giocando a tana bastalo antibastalo doppiobollato.
Nel novantasei ero in forma, avevo dell'energia, ma solo per la prima parte dell'anno perché dopo sono finite diverse cose tra cui l'energia ed è iniziato il declino, quel film l'ho visto sia nella prima che nella seconda parte dell'anno, quattro o cinque volte in tutto, non era ancora il mio film preferito anche se capivo che stava per diventarlo, un po' come quando non sei ancora innamorato ma ti accorgi che stai per esserlo e per certi versi ti godi il momento ma per altri no perché hai voglia di passare al nuovo e più completo momento, concetto questo già espresso in un altro racconto quindi per stavolta lascerei perdere.
Nel novantasette sono stato di merda sempre, dodici mesi su dodici, tranne al limite i primi giorni di gennaio che ero a Gallipoli e stavo bene o quasi bene, per il resto nel novantasette sono stato come il porco, malessere continuo, l'anno peggiore della mia vita, non è bastato a renderlo qualcosa di diverso da questo neppure andare a Gallipoli a fare il coglione e cantare insieme a Jack Attilio 'un merlo che vola', la canzone che cantano Harry e Lloyd in un'altra delle scene del film da non sottovalutare.
Nel novantotto mi sono ripreso, non ero ancora a posto ma sentivo che stavo per essere a posto e questo mi aiutava ad essere sempre più vicino all'essere a posto, un meccanismo simile a quello già accennato a proposito dell'innamoramento e del preinnamoramento, e se non l'ho spiegato ma solo accennato prima quando parlavo del novantasei figuriamoci se ne parlo ora che siamo già al novantotto, basti dire che stavo sì bene ma ancora non ero in quello stato di grazia e di invincibilità che mi caratterizzava nel novantuno, nel novantadue e nel novantaquattro, anni in cui avrei perfino potuto come sogna di fare Lloyd quando conosce Mary incendiarmi le scoregge incantando gli amici, cosa che non ho fatto all'epoca solo per scarsa dimestichezza con gli accendini.
Nel novantanove insieme a Claudio e Angelo abbiamo conosciuto due ragazze americane a Rivabella di Rimini e per corteggiarle come si deve abbiamo pensato bene di parlare del film, in special modo della scena in cui Lloyd per prepararsi all'appuntamento con Mary va dal barbiere e quando quello gli fa la barba lui comincia a rantolare con la lingua di fuori e il sangue che gli schizza dal collo, e mentre il barbiere sviene si scopre che si tratta di ketchup che Lloyd nasconde nella mano, alle ragazze americane credo proprio che tutta quella discussione mimata da noi tre italiani sia piaciuta, infatti poi due di noi ci hanno combinato della roba con loro due, io non ero uno di quei due però fa lo stesso, sono stato comunque contento.
Nel duemila sono stato come nel novantasei, sarà che erano entrambi anni bisestili che come è noto hanno reputazione di anni funesti anche se nel mio caso sono sempre stati più funesti gli anni venuti dopo gli anni bisestili, i cosiddetti postbisestili, nel duemila come nel novantasei sono partito benone e ho finito da cazzo, non ho preso psicofarmaci come nel novantasei solo perché sapevo che anche stavolta come nel novantasei avrei smesso per paura di diventare dipendente dopo due settimane che a stento servono per sentire i primi benefici, per fortuna che c'era quel film, come sempre, quello sì che era antidepressivo, nella buona e nella merdosa sorte, in salute e malattia, negli alti che non sono mai molto alti e nei bassi che invece sono sempre bassissimi, chissà perché, misteri delle sinusoidi asimmetriche o quel cazzo che sono.
Nel duemilauno non ricordo cosa ho fatto, probabilmente niente, mi sarò riposato da un duemila in cui avevo bevuto molti cocktail e mangiato stuzzichini indigesti, ma una cosa la ricordo, e cioé che ho imparato a memoria quella che ho capito proprio allora essere la scena del film migliore in assoluto, quella in cui Harry e Lloyd sono al freddo delle montagne rocciose e Harry dice che non si sente più le mani e Lloyd gli propone di prendere il paio di guanti che gli avanzano visto che le mani cominciano a sudargli, al che Harry gli dice 'tu hai avuto questo paio di guanti che ti avanzano tutto il tempo?' e Lloyd gli risponde 'siamo sulle montagne rocciose, eh!' facendo una smorfia bellissima che sta a significare 'non sono mica coglione io', dopodiché Harry insegue Lloyd e quando lo raggiunge comincia a strangolarlo e Lloyd urla 'hai le mani ghiacciate!'.
Nel duemiladue ho ricominciato tutto, sono andato a vivere a Bologna e quando ho conosciuto una ragazza e con quella ragazza ho passato una misteriosa giornata che ho raccontato altrove, non nel racconto in cui ho raccontato del preinnamoramento, da un'altra parte, in un romanzo che ho scritto più tardi, due anni dopo, mi sono convinto che il modo migliore per concludere quella misteriosa giornata fosse vedere quel film con lei, e allora siamo andati insieme in via Zanardi trecento e qualcosa a prendere quel film, e una delle cose più misteriose di quella misteriosa giornata è che non mi ricordo per niente se quel film poi alla ragazza è piaciuto, ma ricordo perfettamente che a me è piaciuto, moltissimo, scena per scena, come la prima volta, come sempre.
Nel duemilatré può darsi che abbia un po' trascurato quel film, quando stavo bene perché stavo bene e quando stavo male perché stavo male, ancora sinusoidi asimmetriche ma non bisestili né postbisestili ma prebisestili, un altro anno iniziato con allegria e concluso strisciando, ma forse mi confondo con qualche altro anno, il novantasei o il duemila o il novantatré, perché in realtà pensandoci meglio forse è stato proprio nel duemilatré che Giovanni mi ha regalato il DVD del film, e se è davvero così allora non credo di avere trascurato il film, ma in fin dei conti può essere, a volte la disponibilità genera il disinteresse, si sa.
Nel duemilaquattro è successo il contrario di quello che è successo le altre volte, ho cominciato l'anno soffrendo ancora per l'onda lunga e melmosa del duemilatré e l'ho finito bene, abbracciando Camilla in un piccolo letto gelato di via Alessandrini, subito dopo Natale, mi sembra nevicasse, una bella notte davvero, e credere che quel film, quel film che esiste sempre, anche quando non lo vedo, non abbia un ruolo in tutto questo sarebbe da ingenui, e io, anche se ingenuo lo sono spesso, stavolta non lo sono, o almeno non lo ero nel duemilaquattro, o lo ero nel duemilaquattro ma non oggi, difficile dire quale di queste possibilità sia quella giusta, forse nessuna.
Nel duemilacinque mi sono interrogato a lungo sull'opportunità di vedere il prequel uscito un paio d'anni prima, un film che dicevano tutti quelli che l'avevano visto che faceva schifo, io ci credevo che faceva schifo anche perché a dirmelo tra gli altri c'erano Claudio e Angelo, che conoscono sia film che prequel molto bene, ma ero curioso come si è curiosi delle cose di cui non si dovrebbe essere curiosi, però alla fine per quanto curioso quel prequel non l'ho visto e credo che non lo vedrò, e farò bene.
Nel duemilasei mi sono accorto di non aver festeggiato l'anno prima il decennale dell'uscita in Italia del film, a quel punto ho cercato di recuperare ricordando nei dettagli la sera di ottobre del novantacinque in cui, coglione e felice, ero andato al cinema Astoria nel quartiere Pedagna di Imola con Enrico, ho ricordato anche che quando eravamo usciti dalla sala Corrado e Andrea erano lì fuori, sui divanetti all'entrata del cinema, e quando li avevo visti gli avevo detto 'oh, bellissimo sto film' e loro mi hanno detto 'eh, lo sapevamo che dicevi così, 'bellissimo sto film', sei un prevedibile di merda, vattene un po' affanculo.'
Nel duemilasette, sarà stata la cinquantesima volta che vedevo il film se ipotizziamo una media di quattro volte l'anno che mi sembra verosimile, mi sono reso conto all'improvviso di aver sempre sottovalutato una delle scene cardine del film, quella in cui il barista del bar dell'albergo offre una birra a Lloyd, ubriaco e triste perché Mary non arriva all'appuntamento, e Lloyd, benché triste e ricchissimo, si esalta per un attimo per via di quella birra omaggio, pensa un po' quanto ci ho messo a cogliere la bellezza della cosa, mi sono detto, e pensa quante altre cose coglierò nei prossimi tredici anni se mantengo questa media, mi sono detto anche.
Nel duemilaotto sono arrivato preparato, preparato chiaramente al peggio, sapevo che quello era un altro anno bisestile e tutto lasciava presagire che sarebbe stato un anno bisestile più sullo stile del duemila o del novantasei che del duemilaquattro, più probabile insomma una partenza col botto e un finale di merda che una partenza di merda che un finale col botto, anche se poi non è vero neanche questo perché il duemilaotto, che poi è l'anno che è nata Agata, è stato tutti i giorni sia di merda che col botto, complesso e ambiguo, l'inizio di un'avventura faticosa e straordinaria come quel viaggio verso Aspen in sella ad una micromoto.
Nel duemilanove tutto è andato a puttane, non si è salvato niente, ho sbagliato sempre e non ho riso mai. Sarebbe bastato vedere anche solo una volta il film, una scena qualsiasi, quella di grande mulo, quella dei peperoncini nel panino di Mentalino che sembra brutta ma è molto bella se considerata con l'attenzione che merita, quella delle civette delle nevi islandesi, quella della pappagallina con la testa attaccata con lo scotch o quella della cara vecchietta sulla carrozzina elettrica, una qualunque, anche la peggiore che forse è proprio l'ultima, quella delle ragazze in bikini, e invece niente, non l'ho visto neppure una volta, evidentemente volevo punirmi per qualcosa, non vedo altra spiegazione.
Ne duemiladieci ho scritto qualche riga per una biblioteca, la stessa biblioteca per cui avevo scritto tre anni prima quel racconto sull'innamoramento e sul preinnamoramento, si trattava di consigliare un paio di libri, di film e dischi agli utenti della biblioteca, io ero molto indeciso perché la parte più subdolamente intellettuale di me riteneva che non fosse una buona idea consigliare quel film, meglio Kaurismaki, 'la fiammiferia' per la precisione, un film effettivamente bellissimo, ma alla fine ho consigliato sia la fiammiferaia che quel film, e quel film per primo e la fiammiferaia per secondo, quindi si capiva qual era la mia classifica, se c'era una classifica, io credo di sì.
Nel duemilaundici le cose sono migliorate, merito della psicoterapia individuale e non so di cos'altro, ho ripreso a respirare, la leggerezza ha ricominciato ad avere un ruolo anche se non certo un ruolo di primo piano, diciamo l'equivalente del ruolo di Freda Felcher in quel film, un ruolo assente nella sua presenza, poco più di un nome, un ricordo, un sospetto espresso in una vasca a forma di cuore, una donna che ti inganna neanche fosse la leggerezza fatta persona che ti fa credere di essere tua ma appena le dai le spalle e ti distrai non la trovi più, e resti pesante, pesante, pesante.
Nel duemiladodici è nata Nora ma io non ho pianto come quando è nata Agata, Federer ha vinto Wimbledon ma si capiva che era l'ultima volta, ho cominciato a correre ma poi ho smesso subito, sono andato a Bruxelles ma non ho mangiato i cavolini, ho cambiato ufficio ma non è cambiato niente, ho fatto finta di stare bene ma non ci ha creduto nessuno, ho cominciato a scrivere le idioziadi che volevo finire in un anno ma forse non le finiremo mai, ho fatto tante cose ma non ho fatto niente, e forse a quel film ho solo pensato, senza vederlo, ma tanto è uguale, in fondo era un altro anno bisestile.
Nel duemilatredici la fatica, la nausea e il disprezzo di me hanno avuto la meglio, tutto mi ha fatto schifo e mi ha indebolito riuscendo a sfiancarmi anche quando pensavo non ci fosse più nulla da sfiancare, una stanchezza così pensavo di non poterla provare e invece l'ho provata e soprattutto lei ha provato me, non lo considero l'anno peggiore della mia vita solo perché più che un anno lo vedo come un pozzo nero senza fondo ma col doppio fondo ripieno di merda, ho scoperto di essere un padre peggiore del previsto e non sono neppure riuscito a rimanerci male, ho passato le notti a cullare Nora pensando ad altro e combattendo l'istinto di lasciarla cadere per terra, l'autostima e l'eterostima sono andate a picco e non capisco come ho fatto a non soccombere anche se ho ancora un po' di tempo per soccombere entro l'anno, niente si è salvato a parte una forma primitiva di sopravvivenza a me stesso, e quando già pensavo che non potesse andare peggio di così, il globale senso di sconfitta, le occhiaie perenni, l'igiene genitale precaria, la privazione di sonno antidepressiva che smette d'essere antidepressiva, la voglia di non essere me, l'invidia generalizzata e afinalistica, la scomparsa del concetto filosofico di piacere, l'angoscia tachicardica e il menefreghismo bradicardico, quella che melodrammaticamente si potrebbe chiamare assenza di requisiti base per chiamare tutto questo vita, quando tutto sembrava inutile e concluso e deprimente e grigio e in nessun modo sormontabile quei due se ne sono usciti con una così, e di botto tutto è andato abbastanza bene.
 
 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  10.11.2013 | 23:36
Quanto conta tutto questo
 

Ci sono di quei libri, così penso io, che è giusto disprezzare senza leggerli e anche senza saperne niente. Per esempio ‘donne che amano troppo’. L’ho letto, io, ‘donne che amano troppo’? No. Ne so qualcosa? Niente. Questo mi impedisce di discuterne con cognizione di causa? Macché.
Il libro ‘donne che amano troppo’ lo odio un po’ perché lo associo a tutta una serie di altre cose che per me rappresentano l’apice della merderia - una galassia popolata da epifenomeni come il the verde, la capoeira, lo yoga, i ristoranti etnici, il giainismo, la profezia di Celestino, il terzo occhio, la passiflora, il saluto al sole, i vegani, le tisane rilassanti, i fiori di Bach e altri orrori di questo tenore -, e un po’ perché ‘donne che amano troppo’ appartiene a quel sottobosco di pubblicazioni che più o meno servono a trasmettere il messaggio che le donne amano troppo in quanto amano molto, e amano molto in quanto sono molto sensibili, e sono molto sensibili in quanto naturalmente a contatto col proprio lato emotivo, cosa che non si può dire degli uomini.
Queste sono cazzate, è chiaro, lo sapete voi e lo so io, esattamente come è una cazzata che le persone omosessuali sono più sensibili di quelle non omosessuali. Osservazione quest’ultima forse non direttamente collegata col libro ‘donne che amano troppo’ ma che mi dà modo di esprimere una volta di più un’omofobia strisciante che se ho ben capito non è legalmente punibile se espressa su blog con formula dubitativa, e io, perché no?, dubito, diciamo che dubito, dubito su tante cose, facciamo che dubito anche sulle cose su cui dubito di dubitare, ma forse sbaglio.
La strategia che adotto quando mi capita di pensare a un libro che secondo me è una merda è provare a immaginare che il libro non sia la merda che so che è anche se non l’ho letto né ne ho sentito parlare granché, ma sia un’altra cosa molto migliore e ovviamente scollegata dalle merdate new age. L’ho fatto anche con ‘donne che amano troppo’, che potrebbe essere la storia di un gruppo di donne caratterizzate da una serie di elementi che le accomunano, tra cui:
1. Estrema resistenza all’introspezione.
2. Misantropia, misoginia e odio profondo per la misandria e per l’omofilia.
3. Passione smodata per i soffoconi.
4. Visione compulsiva di filmati tennistici al computer.
5. Attrazione insana per Anthony Troppo, uomo cattivo, sporco, sospettoso, a sua volta caratterizzato dalle medesime succitate cinque caratteristiche (la quinta più che le altre quattro) e buon amico di Steve Buscemi, Vinnie Colaiuta, il principe Giovannelli e Lee Tuttobene.

Un altro di quei libri è ‘i no che aiutano a crescere’. Non lo associo alle stesse cagate di ‘donne che amano troppo’ ma ad altre non meno perniciose (comitati dei genitori dei bimbi delle scuole materne e degli asili nido, rapporto numerico tra bambini e maestre, assemblee straordinarie, pedagogiste di quartiere con la passione del the verde, ASP, referendum sui fondi alle scuole private e su tutto sindacati che organizzano gli scioperi di venerdì, sempre di venerdì oppure magari di lunedì se poi martedì è festa, chissà come mai non di mercoledì, direi quasi che sono delle facce di merda quelli dei sindacati, seppur fingendo con discreta convinzione di dubitarne a scopi autoconservativi), e anche con ‘i no che aiutano a crescere’ ho trovato un modo per farmelo piacere anche se so senza saperlo che si tratta di una merda di libro.
I no che aiutano a crescere non sono quelli che i genitori dicono ai figli. Sono quelli che i figli dicono ai genitori. E’ così.
A costo di dire una merdata più grossa di quelle scritte nei libri che non leggo per ottimi motivi, non posso far finta di non sapere, e di non sapere che è giusto che lo sappiate anche voi se ancora non lo sapete, che sono più io a imparare dalle mie figlie che viceversa, sono più loro a insegnare a me che viceversa, sono più obbligato io a crescere grazie ai loro no, i loro rifiuti, le loro cazzo di opposizioni e provocazioni, che viceversa. E non credo che questo cambierà mai. Né, se posso permettermi, che riguardi solo me.
In ogni caso, per quanto sia importante tutto ciò (lo scivoloso ruolo di padre, il pendolo tra autorevolezza e narcisismo, le inversioni di ruolo, la paura mascherata e la spavalderia sbandierata), e che sia importante come si fa a dubitarlo?, è chiaro che conta un po’ meno di un cazzo di niente rispetto al fatto che questo pomeriggio Roger Federer ha perso con Rafael Nadal per la quarta volta su quattro nel 2013 e per la ventiduesima volta su trentadue totali.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  03.11.2013 | 22:58
In piedi ma accanto a un divano angolare
 

Ero in giro in zona Porto, a Bologna, quando ho visto che su una bacheca c’era un biglietto tutto colorato con diverse scritte in piccolo e una in grande. Quella in grande è l’unica che sono riuscito a leggere, e quello che c’era scritto era, mi sembra “balli di gruppo da sola”.
Ora, può darsi che io abbia letto male e che in realtà la scritta in grande fosse un’altra (galli da puppo di soia? Falli di zuppo da troia? Calli col groppo fa il sosia?), ma visto che le alternative non mi convincono molto le probabilità che su quel biglietto ci fosse scritto proprio “balli di gruppo da sola” sono alte, per cui io mi regolerò di conseguenza e immaginerò un contesto.

Loretta, la signora che abita al piano terra del mio palazzo, psichicamente compromessa, un passato di lutti in sequenza rapida e incendi domestici, si sveglia nel suo letto di briciole, si trascina fino al bagno, sposta dal lavandino la caffettiera che non ricorda perché ha lasciato proprio lì e si trucca approssimativamente. E’ un giorno importante.
Indossa la casacca speciale, quella che l’ultima volta le ha regalato la guardarobiera del bazumba threesome, esce da casa senza controllare di aver chiuso il gas nonostante la lettera bisettimanale che l’amministratore di condominio solerte le invia dai tempi del primo rogo, prende l’autobus numero 35, scende alla fermata corretta e raggiunge la sede del quartiere Porto, a Bologna, per le ore 10,50.
Loretta entra nella corriera blu che la porterà dopo un viaggio di quarantacinque minuti alla sede segreta del ballo di gruppo. Una lieve tachicardia, spiegabile solo alla luce del fatto che questi happening hanno ancora – e per almeno altri tre mesi – il carattere di novità, riesce a opporsi agli effetti collaterali dei blandi neurolettici. Si siede al posto ventuno, come le viene imposto in un sussurro dall’autista, e chiude gli occhi. La benda di juta che un inserviente non meglio precisato le appoggia sugli occhi precludendole le residue possibilità di scoprire il tragitto ha un quid sadomasochistico, pensa una Loretta sorprendentemente latinista abbandonandosi pigra ai tornanti della periferia.
Alle ore 11,55 precise Loretta entra nella grande sala del banana boat con segrete speranze di essere posizionata di fianco al veneto esuberante che per tutto il tempo del viaggio ha detto ‘diocan non vedo un’ostia tojetemi sto casso de benda’, una frase che l’ha scandalizzata quasi quanto l’ha scandalizzata lo scoprire che lo scandalo che sentiva montare in sé procedeva alla stessa velocità di una lubrificazione vaginale mai così scivolosa da quando il portasigari ad hoc è andato smarrito in occasione del tentato, fallito trasloco.
Loretta invece si trova collocata tra l’ottuagenaria con occhiali a specchio e badante da guardia e il ragazzino con gli occhi torbidi e l’erezione nascosta da una copia di ‘elaborare’, non ha il coraggio di lamentarsi e chiedere il legittimo spostamento anche perché qualche burlone ha messo in giro la voce che questa volta il gabbiotto dei reclami è più lontano del parcheggio multipiano e l’addetta che raccoglie le lamentele si segna di nascosto i nome di quelli che rompono i coglioni e li cancella dalla mailing list. Lei non ci crede ma non si sente pronta a correre il rischio. Non adesso che Renato ha deciso per davvero di portare via da casa l’ultima valigia con le sue cose e a lei resta quasi solo quello. Il ballo di gruppo da sola.
Loretta conclude le tre sessioni intensive di ballo mattutino con una disciplina che stupisce lei stessa per prima e anche per ultima, dal momento che nessun altro la nota, ingolla in tre morsi il panino col prosciutto cotto Rovagnati distribuito all’ingresso da un tipo con un orzaiolo mostruoso – lo mangia in piedi ma non lontana da un divano angolare occupato da due signore che se non sbaglia (ma forse sbaglia) ha incontrato al salsa meeting del 2009, quello della schiuma rosa e dell’alpino che non ha mai dimenticato - riprende le sessioni pomeridiane con non minore impegno e alla fine risale sulla corriera blu che la porterà alla sede del quartiere Porto dopo un viaggio di quarantacinque minuti esatti. 
No, la juta non ha proprio un cazzo di sadomasochistico - conclude una Loretta non più latinista mentre il pensiero va al bordello che ha lasciato in casa. Il gatto senza croccantini. La pasta fredda nel pentolino. il pattume con l’umido ancora sul balcone.
Così concentrata sul ritorno che non sente una voce, due file dietro di lei, che dice ‘diocan, che balli del casso oggi, gnanca una casso de bachata diocan.’


Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento