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  18.07.2013 | 09:45
Anime leghiste, anime leghista
 

Ieri sera ho visto il bellissimo film Rocky Joe, l'ultimo round. A un certo punto Joe Yabuki, che sta vivendo un periodo lavorativamente ed emotivamente complesso perché da quando ha ucciso di pugni Tooru Rikishi non riesce più a colpire gli avversari in faccia ma solo all'addome, incontra un pugile malese di carnagione scura che si è allenato nella giungla. Il pugile malese sorprende Joe Yabuki con tutta una serie di piroette volanti, tanto da fare temere la sconfitta a Joe, che detergendosi un rivolo di sangue, prima della inevitabile rimonta, dice al malese "l'hai voluto tu, brutto scimmione". 

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  13.07.2013 | 16:21
Di che si tratta
 

All’entrata del concerto che rappresentava il ritorno del cantante dopo due anni di inattività ci hanno dato una rivista di musica, e sulla rivista di musica, sulla copertina, c’era una foto del cantante. Ho guardato la faccia del cantante in quella foto, ho cercato di confrontarla con l’idea che ho io della faccia di quel cantante, e l’idea che ho io della faccia del cantante si riferisce più o meno alla metà degli anni ’90. Il confronto era impietoso, la foto aveva l’aria di cogliere per caso un’espressione non del tutto svagata né del tutto compromessa ma comunque rigida e sospetta, una sorta di zattera di pseudolucidità in un oceano di incertezza neurologica, o se si vuole citare il cantante un equilibrio sulla sua stessa follia, la differenza rispetto all’immagine di lui che avevo in testa era tale che mi è venuta una gran tenerezza, ma non una tenerezza pura, no, piuttosto una tenerezza ambigua e sadica che per affinità mi ha richiamato alla mente il famoso politico Umberto Bossi: anche lui è cambiato molto da quando andava in canottiera da Berlusconi, più o meno alla metà degli anni ‘90, ad oggi che viene invitato per pietà alla sagra della luganega di Bovisio Masciago e si mette a dare i pugnetti sui palmi degli organizzatori (chi viene stasera alla sagra, Ines? Stasera? Stasera viene Bossi. No, Bossi, cazzo, proprio stasera che ho male alle mani, vuoi scommettere che appena mi vede mi dà il pugnetto sulla mano? Ma no che non scommetto, è ovvio che ti dà il pugnetto sulla mano, l’ha dato anche al Sergio, l’altro giorno, alla festa dell’orgoglio pedemontano a Monte San Pietro. Pure al Sergio? Pure al Sergio. Sergio quello col moncherino? Eh, lui).
Mentre entravamo nello stadio continuavo a pensare agli altri concerti del cantante a cui avevo assistito, Imola nel 1998, Modena nel 1999, ancora Imola nel 2001, una cosa normale, fisiologica quando si va a un concerto, ma forse in questo caso ancora più obbligata, e ancora più dolorosa, se si vuole, perché sapevo che andare a un concerto del cantante oggi e notare le differenze rispetto al passato non è come andare, per esempio, a un concerto dei Rolling Stones e accorgersi dell’approfondirsi delle rughe di Mick Jagger dal terzo anello di San Siro. E’ più qualcosa che ha a che fare col voyeurismo psichiatrico, o con la degradofilia, o, per continuare con improbabili perversioni, con la necroscopia preventiva. La parabola motivazionale degli spettatori del cantante, pensavo mentre salivamo le gradinate della curva Andrea Costa detta anche curva Giacomo Bulgarelli, assomiglia alla parabola dei frequentatori dell’isola di Cuba: un tempo a Cuba ci si andava per divertirsi e per fare le cose che solitamente si fanno a Cuba, adesso a Cuba ci si va perché potrebbe essere l’ultima volta che si ha la possibilità di andare a Cuba e fare le cose che solitamente si fanno a Cuba. Strano che il cantante si faccia chiamare comandante, pensavo di conseguenza mentre prendevamo posto, più che il Che ricorda Fidel.
Poi il concerto è cominciato, è stato anche bello secondo me, il cantante ha cantato e neanche malissimo, la scaletta è stata equilibrata, pensata bene, i musicisti sono stati bravi, le luci sono state luccicanti e i suoni molto sonori, ma tutto questo non conta niente, zero, non ha  alcuna rilevanza né per gli spettatori né per il cantante né per i musicisti né per nessuno, e questo perché anche se quello sembrava un concerto non era un vero concerto, era manierismo e accanimento, era l’ostinata dimostrazione che il cantante può ancora fare concerti, anche se è evidente che il cantante non è più il cantante, e si appende all’asta del microfono non più come vezzo ma come ausilio, anche se gli occhi azzurri inquadrati in primo piano nei megaschermi hanno la tremolante liquidità che si trova nello sguardo dell’anziano sperso e insicuro sulla panchina del parco, anche se la sua inevitabile staticità rende triste e surreale un palco così grande, anche se – e questa è forse la cosa più desolante e commovente di tutte – a metà concerto il cantante lascia il palco e fa cantare un canzone alla corista, evento impensabile fino a poco tempo prima, evento che a me e forse non solo a me fa venire in mente le consuete dinamiche badante/ottuagenario, col progressivo incremento degli spazi e dell’autonomia gestionale da parte della giovane assistente domestica all’interno del domicilio, mentre il vecchio padrone di casa sbava non solo per cupidigia, guarda la televendita alla TV e firma i documenti che lei gli mette sotto il naso senza leggere sopra di che si tratta.

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