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  27.06.2013 | 16:50
Si tratta di me
 

Quando siamo arrivati in zona Taormina, erano le otto di mattina di sabato, ho visto un pezzo di mare. Come posso spiegarle? Quel mare era trasparente. Vedere quel pezzo di mare, trasparente, freddissimo – perché si capiva che era freddo – e nessuno in acqua, tutti gli ombrelloni chiusi, solo qualche barca ancorata in rada, e poche anche di quelle, e vederlo da vicinissimo – in quel punto il treno passa a meno di cinque metri dalla costa – vedere tutto questo è qualcosa che mi si è ficcato fin dentro i primi tre strati di inconscio, qualcosa che da lì, dalla zona più magmatica, bollente e ribollente di me, non uscirà più. Qualcosa di onirico, sembrava quasi ci fosse la nebbia. Ma non c’era. Vede, in quel momento non esisteva la cementificazione selvaggia, gli schifosi stabilimenti chic in cui ti fanno pagare dieci euro un bicchierino di macedonia, le puttane altolocate, i ragazzi depilati, tutte le cose che rappresentano al meglio la merda di Taormina. No. In quel momento c’eravamo solo io, il treno Roma - Catania che era seguito al treno Bologna – Roma, e quel pezzo di mare gelato, trasparente e calmissimo.

Un bel tentativo, Casamichiela, davvero un bel tentativo. Ma non mi ha risposto: perché andare a Catania in treno? Anzi, perché andare da Bologna a Vizzini con tre treni e da Vizzini a Bologna con altri tre treni, invece di prendere un comodo aereo per Catania e poi chiedere un passaggio per Vizzini? Perché, con due giorni soli a disposizione?

Mi sembra di capire che lei non è interessato al magma del mio inconscio. Va bene. Vuole una risposta più prosaica. La accontento subito. Il motivo è prettamente economico.

Quanto ha risparmiato prendendo il treno? 

Eh?

Quanto avrebbe pagato in aereo?

Io?

Sì, lei. Quanto?

Non lo so.

Capisco.

D’accordo, allora lasciamo perdere il discorso economico. L’ho fatto per vedere se riuscivo a sopravvivere.

Al treno?

Al concetto filosofico di sestuplo treno Bologna –  Catania - Vizzini e ritorno, oltreché al treno stesso.

Ed è sopravvissuto?

Non ne sono sicuro. Ma so che se anche non sono sopravvissuto ne è valsa comunque la pena.

Perché?

Spero di riuscire a spiegarglielo.

Glielo auguro.

Sa, quando sono arrivato alla stazione di Vizzini, alle tre del pomeriggio di sabato, teoricamente avrei dovuto trovare qualcuno ad aspettarmi. E invece no, si erano dimenticati di venire a prendermi. Il matrimonio era alle quattro. Io dovevo andare all’agriturismo dove avrei passato la notte, per farmi la doccia e vestirmi adeguatamente. Puzzavo come una merda dopo aver dormito in cuccetta e girato per Catania tutta la mattina. Non c’era nessuno alla stazione di Vizzini. Non c’era neppure una vera e propria stazione, doveva essere chiusa da anni. Un edificio sprangato e malmesso circondato da colline bruciate. Non era neppure a Vizzini, era a cinque chilometri di distanza. Un silenzio sepolcrale interrotto da qualche latrato. Provavo a chiamare lo sposo e altri invitati, ma nessuno rispondeva. 

Cosa sta cercando di dirmi?

Sto cercando di dirle che essere lì, alla stazione di Vizzini che non è una stazione e non è neppure a Vizzini, al centro esatto di un nulla eterno accerchiato da colline nere e pale eoliche, un nulla eterno  sormontato da canadair ronzanti e uccelli sudati, cani randagi come uniche forme di vita intelligente anche se forse minacciosamente intelligente, sporco e puzzolente da fare schifo, in maglietta azzurra e pantaloni corti luridi, era una sensazione meravigliosa. Avrei potuto restare lì per sempre, ma poi verso le tre e mezza sono venuti a prendermi. Purtroppo. Sa quanti treni passano a Vizzini in un giorno?

Quanti?

Nove. Tra le sette e trenta di mattina e le quattordici non passa niente. Niente. Lo so perché in quella mezz’ora ho osservato con estrema attenzione il tabellino con gli orari dei treni. Gli ho persino fatto una foto col telefono, al tabellino. Per non dimenticare mai quel tempo bellissimo. I trenta minuti più vuoti e più pneumatici della mia vita. Ho dovuto cancellare una foto di Agata dal telefonino perché sennò non c’era memoria sufficiente. Mi è spiaciuto ma non sono pentito. Ho altre foto di Agata, nessun’altra del tabellino.

Mi perdoni, Casamichiela, ma trenta minuti attorno alla stazione di Vizzini non mi sembra che rappresentino qualcosa di eroico. Non era difficile sopravvivere.

Probabilmente ha ragione. Nonostante la pericolosità dell’incognita randagismo sia di difficile definizione, è come dice lei. Ma mi faccia dire del ritorno.

Il ritorno col treno Vizzini - Catania?

L’eventuale ritorno con l’eventuale treno Vizzini – Catania sulla linea a binario semplice Catania – Caltagirone - Gela di concezione ottocentesca.

Sembra già più interessante.

E lo è, mi creda. Il giorno dopo il matrimonio lo sposo mi ha accompagnato alla stazione di Vizzini insieme al novello suocero, il padre della sposa. Il padre della sposa e lo sposo mi hanno chiesto ‘perché in treno?’. Io ho evitato di parlare della volontà di scoprire se sarei sopravvissuto al concetto filosofico di sestuplo treno. Ho anche evitato di parlare di magma inconscio, puttane di gran classe e ragazzi muscolosi senza sopracciglia ciondolanti per le vie di Taormina. Non mi sembrava il caso. Ho fatto bene secondo lei?

Proceda.

Mi sono limitato a dire che volevo risparmiare.

Anche se non sa quanto, e in definitiva non sa neppure se.

Precisamente. Il padre della sposa mi ha chiesto ‘sei sicuro che il treno da Vizzini c’è magari di domenica?’. 

Magari di domenica?

Si dice così da quelle parti: magari di domenica. Io gli ho detto che avevo inserito su non so che sito la data del ritorno da Vizzini a Catania e risultava esistere un treno alle ore quattordici. Che poi è il secondo treno della giornata. Il primo, come recita il tabellino, è alle ore sette e trenta.

Dopo cos’è successo?

Lo sposo e suo suocero mi hanno lasciato in un bar poco distante dalla stazione. Il suocero è entrato insieme a me e ha chiesto alla barista se il treno passava magari di domenica. La barista non lo sapeva. Allora il suocero mi ha detto ‘vai a chiedere tu nell’altro bar, io non ci entro perché mi sono sciarriato col proprietario’. 

Sciarriato?

Si dice così da quelle parti: sciarriato. Io gli ho detto che non c’era problema, visto che per una volta avevo fatto le cose per bene e sapevo per certo che il treno Vizzini Catania il giorno 23 giugno c’era, e il 23 giugno era domenica. Poi ho salutato lo sposo e il suocero e sono entrato nel bar di fronte.

Cosa le hanno detto al bar di fronte?

Che i treni non si fermano a Vizzini di domenica da qualche dieci anni.

Qualche dieci anni?

Si dice così da quelle parti: qualche dieci anni.

E dopo?

Dopo ho assaporato la bellezza di questo nuovo imprevisto. Ho sorriso senza fare nient’altro per circa cinque minuti. Dopo ho chiamato mio zio che abita a Catania chiedendogli se poteva venire a prendermi a Vizzini. E lui mi ha detto sì. Sono rimasto un paio d’ore nel bar di Vizzini, e sono stato benissimo. Una cosa in particolare mi è sembrata significativa.

Vale a dire?

Dopo un’oretta che stavo al bar, a leggere e mangiare gelati, ho chiesto alla barista una bottiglia d’acqua naturale, e lei mi ha detto che non avevano acqua liscia.

Acqua liscia?

Si dice così da quelle parti: acqua liscia. Allora ho preso una bottiglietta d’acqua frizzante pensando che fosse giusta e bellissima questa mancanza d’acqua liscia nel bar vicino alla stazione di Vizzini che non è a Vizzini e non è in stazione. Ci pensa? Un bar senz’acqua naturale. Non è impossibile e perfetto?

Cos’altro è successo dopo?

Dopo è successo che ho continuato a guardare la foto sullo sfondo del telefonino per capire se da qualche parte sul tabellino c’era scritto che i treni non si fermano di domenica a Vizzini da qualche dieci anni. Ho anche zoomato su alcuni punti del tabellino, ma non sono riuscito a leggere niente. Non avevo mai utilizzato l’opzione zoom nel mio telefonino. Credo che non accadrà più.

Perché non è andato a controllare di persona il tabellino? In fondo di tempo mi pare di capire che ne avesse.

Non so cosa risponderle. Forse era troppo facile. Forse preferivo rimanere col dubbio. Forse non avevo il coraggio di uscire dal bar. Non dimentichi che i randagi erano sempre in giro. O forse per altri motivi che non ricordo. In ogni caso ho preferito rimanere al bar a bere la mia acqua frizzante leggendo il Vangelo secondo Gesù di Saramago. Gran bel libro, glielo consiglio.

E suo zio? 

Verso le tre e mezza mi ha raggiunto al bar, dopodiché siamo partiti in direzione Catania e il viaggio in macchina è andato benissimo. Mio zio mi ha lasciato ad AciCastello dal mio amico Toni, e anche con Toni tutto è stato perfetto. Toni mi ha poi lasciato in stazione a Catania in serata. E da lì ho preso il treno per Roma e da Roma poi il treno per Bologna.

Tutto qui? Le dirò, mi aspettavo qualcosa di meglio.

In effetti qualcosa di meglio c’è. Appena salito sul treno per Roma il controllore mi ha chiesto biglietto e carta d’identità. Il biglietto gliel’ho dato, la carta d’identità no.

Perché no?

Perché mi sono accorto in quel momento di non averla. L’avevo lasciata all’agriturismo.

E come ha reagito?

Se non sbaglio ho detto ‘cazzo, la carta d’identità, cazzo!’, ma ero comunque allegro per questa nuova dimostrazione del mio essere quel che sono.

Cos’è, lei?

Un coglione di merda, se posso permettermi. E credo di sì, visto che si tratta di me.

E quindi poi ha affrontato il lungo viaggio in treno senza carta d’identità ma con molta allegria?

Non esattamente. Sicuramente ho affrontato il viaggio senza carta d’identità, però l’allegria si alternava a momenti di inspiegabile ansia. In fin dei conti si trattava solo di una carta d’identità, la patente ce l’avevo ancora. E anche la tessera sanitaria era nel portafogli. Quindi era tutto più o meno sotto controllo.

Finito il racconto? O c’è dell’altro?

Quasi finito. Ho provato a telefonare allo sposo per chiedergli se poteva andare a prendere la carta d’identità all’agriturismo, ma il suo telefono era staccato. Mi sono un po’ agitato. Sono andato al bagno del treno per lavarmi la faccia e al mio ritorno mi sono seduto su una poltrona a caso del scompartimento chiedendomi cosa fare. Dopo una mezz’ora di tali riflessioni mi sono detto che la cosa migliore era non preoccuparmi e leggere qualche pagina di Saramago a scopo distensivo. Mi sono deciso a prendere il libro e in quel mentre mi sono accorto che non c’era più lo zaino. A quel punto l’ansia è aumentata di colpo, ho cominciato a cercare sotto i sedili, ma non ho trovato nulla. Mi avevano rubato lo zaino. Ho alzato gli occhi per assicurarmi che almeno la valigia fosse ancora lì.

Ed era lì?

No, rubata anche quella. D’altronde era stato facile, il treno era quasi vuoto e nel mio scompartimento non c’era nessuno. Un gioco da ragazzi per i famigerati ladri dei treni notturni.

Cos’ha fatto allora?

Sono andato a chiamare il controllore, anche se con pochissime speranze di ritrovare zaino e valigia. Mi sono messo in moto sempre più angosciato e sono passato accanto a un altro scompartimento vuoto. E pensi un po’: dentro c’era il mio zaino. E la mia valigia.

Quindi?

Quindi o un burlone maligno mi aveva spostato zaino e valigia in un altro scompartimento, forse invidioso della mia splendida reazione allo smarrimento della carta d’identità osservata di nascosto, o ero entrato nello scompartimento sbagliato dopo essere andato in bagno.

Quale delle due ricostruzioni ritiene più probabile?  

Propendo per l’ipotesi del burlone maligno.

Immaginavo. Mi dica: con questo è tutto? Vuole concludere così, con un’immagine di lei non proprio lusinghiera, mi lasci dire?
No, preferisco concludere con Davide e Masi.

Chi sono Davide e Masi?

Davide e Masi sono due ragazzi che hanno occupato il mio stesso scompartimento da Messina a Roma. Un duo musicale, chitarra e voce. Davide è un chitarrista, Masi una cantante. Davide e Masi si amano, stanno insieme. Sono una coppia bellissima.

In che senso, bellissima?

Non saprei spiegarle, so solo che li guardavo e pensavo ‘questi due sì che sono una coppia bellissima’. Ma per onestà devo confessarle che ero in una disposizione d’animo tale che forse in quel momento mi sarebbe sembrata bellissima anche la coppia formata da Axl Rose e Stephanie Seymour.

Cos’ha da dire su Rose e Seymour?

Nulla, in realtà. Ho come idea che una notte in treno con Rose e Seymour sarebbe stata meno rilassante, ma potrei sbagliarmi. In ogni caso Davide e Masi mi piacevano, soprattutto Davide. E’ un chitarrista finger style, ha presente?

Non tanto. C’entra per caso col fist fucking?

Non che io sappia.

Meglio così. Abbiamo finito?

Mi lasci dire solo l’ultima cosa.

Dica.

Davide e Masi, su quel treno Catania – Roma, sono stati per me quello che il famoso illustratore che si chiama come me e Francesca sono stati al matrimonio di French.

Perché, lei c’è andato al matrimonio di French?

Credo di no, ma spero di sì.

Au revoir.

Au revoir.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  14.06.2013 | 16:14
La lobby gay degli educatori
 

Di solito non rileggo i post che scrivo, o al massimo rileggo un post che ho scritto qualche ora prima per vedere se si riesce a leggerlo bene, se ho fatto degli errori e cose del genere. Non li rileggo perché di solito le cose che scrivo dopo che le scrivo mi fanno cagare (magari non proprio subito, ma dopo una mezza giornata già mi fanno cagare), e questo anche se le cose che ho scritto sono bellissime, come per esempio il post sui piccoli cavalli bassi, post tra l’altro facente parte di una categoria che sembra trascurata ma in realtà aspetta paziente un post all’altezza che presto o tardi arriverà, altro che se l’arriverà.
Ieri sera però ho riletto anche se distrattamente il post che avevo scritto qualche mese fa a proposito di Ratzinger, Wojtyla e il parallelismo con la mia esperienza coi tossici, perché non ricordavo se nel post avevo scritto qualcosa riguardo a quello che mi aveva detto T., una volta che l’avevo incontrato fuori dal bar Bologna di Imola, uno o due anni dopo aver smesso di lavorare in comunità.
T. era uno dei tossici ospitati dalla comunità ai tempi in cui ci avevo lavorato io, da luglio 2001 a giugno 2002. Tra tutti i tossici T. era il più affezionato all’operatore spacciatore che mi aveva preceduto, quello che stava con la ragazza, anche lei educatrice, anche lei con esperienza nello stesso settore, che avevo conosciuto qualche mese prima. I primi giorni di luglio del 2001, sarà stato il quattro o il cinque – io avevo cominciato da pochissimo a lavorare in comunità –, mi fu detto di portare a fare un giro per Imola un gruppo di tossici tra cui T. Mentre ci trovavamo sotto l’orologio, il punto che rappresenta l’esatto centro geometrico della cittadina, incontrammo l’educatore spacciatore insieme alla ragazza trait d’union, diciamo così. Io e lei non uscivamo più insieme, o meglio, visto che il parlare di uscire insieme dà l’idea di una assiduità che in realtà non esisteva, sarebbe meglio dire che erano trascorsi alcuni giorni da quella che si sarebbe rivelata essere l’ultima serata passata insieme – ma anche il concetto di serata passata insieme è un po’ troppo conviviale e non rende l’idea, diciamo l’ultima serata in cui ci eravamo visti, e neanche visti benissimo.
Bene, quando T. vide l’educatore spacciatore si appartò con lui dietro una colonna e cominciò a parlare fitto fitto, dopo un po’ si misero entrambi a guardarmi e a sorridere con la stessa smorfia che farebbero due dodicenni muniti già di un accenno di pettorali nei confronti di un compagno di classe obeso, ginecomastico e tendenzialmente miope. La ragazza nel frattempo era andata a fare un giro da sola, fingendo imbarazzo ma godendo in realtà moltissimo della situazione e umettandosi l’amor proprio. Mentre tornavamo in macchina verso la comunità T. mi disse qualcosa come “quindi tu conosci A., la ragazza di C., eh?”, e io forse non risposi nulla, o se risposi, risposi con la stessa baldanza con cui avrebbe risposto il dodicenne ginecomastico ai due bulli alla domanda “che ne dici se ti regalo un reggiseno di pizzo, senza ferretto, magari uno di quelli che si aprono sul davanti, che è più comodo?”. Fu quel giorno, che era come ho detto uno dei primi che passavo in comunità, che T., scoprendo che non solo avevo preso il posto in comunità dell’educatore spacciatore, ma forse avevo anche conosciuto un po’ troppo bene la sua ragazza, fu quel giorno, dicevo,che T. decise che io sarei stato il suo tremolante, formale, noioso nemico. E tale fui fino al 30 giugno 2002, l’ultimo giorno che lavorai in comunità.
Poi, sarà stato il 2003 o il 2004, stavo uscendo dal bar Bologna di Imola, sotto i portici, a pochi metri dal centro esatto della cittadina rappresentato dall’orologio, quando incontrai T. Aveva una specie di sguardo dolce. Io lo ricordavo con lo sguardo sinistro, o agguerrito, o sardonico, o sfuggente, o indemoniato. Mai visto con lo sguardo dolce. Ciao Guido, mi disse. Ciao T., risposi io. Lo sai di C.? Mi chiese. No, cosa? Dissi io. L’hanno messo dentro, per spaccio. Mi fece lui. Io non dissi nulla per un po’. Lo guardavo. Lo sguardo sardonico adesso ce l’avevo io. Lui invece mi guardava con l’aria quasi contrita. Dolce e contrita. La prossima volta scegliteli meglio, i miti, dissi alla fine. Poi mi allontanai pensando: che frase bellissima, che frase bellissima. Stranamente penso ancora oggi che la mia fosse un’ottima frase di chiusura e non una cagata.
Tutte queste cose mi sono tornate in mente ieri sera, mentre guardavo un programma che parlava del Papa appena eletto, di quello di prima – a cui nel post precedente in qualche modo mi paragonavo - e di quello di prima ancora – a cui paragonavo C., il tossico spacciatore, per via dell’aura di carisma e di osannata contravvenzione di regole e formalismi a cui erano entrambi associati. 
Ora che sembra – ma poi chissà se è vero - che stia venendo fuori che Wojtyla per certi versi non era proprio quello che sembrava, e che Ratzinger pure, all’inverso, non sia quello che sembra, e che la famosa lobby dei gay in Vaticano l’abbia contrastata più il grigio Ratzinger che l’iridato Wojtyla, a me torna in mente di nuovo tutto, e quando dico tutto non intendo solo il tutto che ho scritto in quell’altro post, né il tutto che ho scritto finora in questo, di post, ma intendo anche R., l’educatore gay che lavorava in quella comunità nello stesso mio periodo, quello che quando parlava faceva dei piccoli circoletti con gli indici, soprattutto quando usava l’espressione “a fronte di”, quello con la piccola testolina ciondolante, quello con la boccuccia a culo, quello molto amato dai tossici della comunità anche se non tanto quanto C., quello che poi si è scoperto anni dopo non mi ricordo più come che parlava male ai tossici di noialtri operatori che non facevamo i circoletti con le dita quando dicevamo “a fronte di”, anche perché non dicevamo mai “a fronte di”, e quello che mi chiedo oggi è che ruolo abbia avuto C. nella comunque indiscutibile ascesa della lobby gay degli educatori nel mondo della cooperazione sociale.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  03.06.2013 | 23:09
Epitelioma posteriore unilaterale
 

La scorsa settimana mi è arrivata una lettera inviata dalla mia banca che conteneva la proposta di modifica unilaterale del contratto di c/c. Ricordo che me ne era arrivata una anche un paio di anni fa. A quei tempi ero ancora su facebook, e ricordo che avevo scritto una cosa molto lunga sulla mia bacheca a proposito della proposta. I dettagli di quello che avevo scritto li ho dimenticati, ma mi sembra che avesse a che fare con un uomo su un materasso, imbavagliato, prono, polsi e caviglie assicurati alla struttura del letto per mezzo di calze di nylon trenta denari – perfette per il tradimento posteriore che sta per compiersi -, e con un altro uomo dall’aria tetra, vestito solo di un cravattino di paillettes, il quale chiede il permesso al primo uomo di penetrarlo con gradi crescenti di brutalità, concedendosi il lusso gentile di qualche coccola post coitum.

Adesso che sono passati due anni, e sono per così dire più riflessivo, mi limito a assaporare il suono di quell’espressione – proposta di modifica unilaterale del contratto di c/c -, un po’ come fa l’uomo dal fiore in bocca di Pirandello con la parola ‘epitelioma’.

 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento