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  29.05.2013 | 13:45
Nove!
 

C’è stato un referendum a Bologna. All’inizio avevo capito solo una cosa. Che bisognava votare A. Un po’ come Benigni nel Piccolo Diavolo quando gioca a chemin de fer. Non capisce un cazzo del gioco, ma gli dicono che bisogna fare nove. E lui si regola di conseguenza. Continua a fare nove finché non vince tutto e la Braschi gli si concede dopo aver scommesso e perso il suo corpo per una notte, a letto ignuda con il piccolo diavolo in quel di Taormina. Bisogna far nove, bisogna votare A. A per assicurare i soldi alle scuole materne pubbliche e non alle private. Giustissimo, giustissimo. A per far sì che nelle nostre scuole ci sia la carta igienica, i pennarelli, i soldi per andare in gita. Sacrosanto. A per non arricchire la casta ecclesiastica che è già ricchissima. Cristallino. Ho cominciato a vacillare in questa mia convinzione quando ho visto che i più convinti nel votare A erano quei genitori dei bimbi della materna che a me stanno più sui coglioni. Papà tristi col borsello, le mani in tasca, una tessera dei sindacati di base che gli garantisce un fancazzismo lavorativo senza rogne e la tendenza a ideologizzare anche le scorregge. Mamme pelose con l’aria battagliera, l’amore incondizionato per il tè verde che addolcirà un po’ i pomeriggi segnati dalla depressione a cui tra qualche anno non riusciranno a sfuggire e la tendenza a ideologizzare anche il mestruo. La convinzione vacillava, ma si accompagnava alla consapevolezza che togliere il pane di bocca alle creature delle materne pubbliche, Agata compresa, quando i piccoli lord delle scuole private mangiano su sedie Luigi XV con tanto di tovaglie di tela d’Olanda, era una cosa intollerabile. Ero indeciso: era giusto farsi influenzare da queste mie idiosincrasie o avrei dovuto fissare l’attenzione su quello che a seconda dei punti di vista può essere considerato come il focus oppure un semplice slogan, vale a dire giù le mani dalla scuola pubblica


Il tempo passava, il 26 maggio si avvicinava, e io contraddicendo la mia natura di uomo che se ne frega di informarsi sulle faccende civiche e politiche ho cercato di capire meglio questa questione del referendum. Ovviamente non ci sono riuscito perfettamente, perché sono pur sempre uno che se ne frega, uno che se ha un po’ di tempo libero preferisce scrivere un episodio delle Idioziadi piuttosto che entrare o anche solo avvicinarsi alla torbida galassia del comitato promotore del referendum, ma qualcosa qua e là ho letto, e quello che mi è sembrato di aver capito è che in realtà le cosiddette scuole paritarie, svolgendo un servizio di fatto pubblico, un servizio che le scuole materne pubbliche non riuscirebbero ad accollarsi per intero, fanno in un certo senso un piacere anche alle scuole pubbliche, che pure non hanno i broccati nella sala mensa né gli arazzi di Goya alle pareti, e se non lo facessero sarebbe un problema non solo dei parroci e di coloro che mandano i figli alle scuole private, categoria a cui non appartengo e non apparterrò comunque mai, credo, ma della cosiddetta collettività. Ma non ne ero proprio sicuro, anche perché tutti o quasi tutti intorno a me, e tutte le celebrità intervistate in materia, dicevano che bisognava votare A, persino il celebre e avvenente esperto di istruzione primaria con master in economia chiamato Riccardo Scamarcio, persino il pluridecorato e barbuto psicopedagogista specializzato in fundraising chiamato Francesco Guccini. Quindi quando con gli altri genitori capitava di parlare dell’argomento io stavo zitto, cosa che come ho già detto altre volte mi riesce sempre benissimo, oppure da mezze frasi lasciavo intendere che ero anch’io dell’idea di votare A, perché le scuole pubbliche vanno difese, giù le mani dalla scuola pubblica, difendiamo la scuola pubblica e organizziamo una notte bianca per dare un segno tangibile del nostro attaccamento alla scuola pubblica e, tangenzialmente, ai borselli, al tè verde, alle mani in tasca e alle basette pelose di lei ritardanti per lui. 


Alla fine è arrivato il 26 maggio, e senza sapere di preciso se avrei votato A o B, perché la lusinga del ragionamento “più carta da culetto per i bambini della scuola pubblica” non nego che solleticava anche me, sono andato al seggio. Come prima cosa, giunto nella cabina, ho fatto una cosa che più o meno avevo già fatto i giorni precedenti, anche se con meno attenzione. Ho letto per bene la domanda, e non solo le due opzioni A e B, e nella domanda ho visto che c’era un errore. C’era scritto “scuole dell’infanzia paritaria”, anziché “scuole dell’infanzia paritarie”, e a quel punto ho cominciato a pensare meno a quale delle due opzioni scegliere e più a un’altra cosa, e cioè che se mai avessi detto a qualcuno che c’era un errore, magari qualcuno che era per l’opzione A, quel qualcuno, slacciandosi con foga l’eskimo e chiudendo con stizza i libretti rossi mi avrebbe detto che non era quello il punto, che quella era solo una scusa per evitare di assumersi le proprie responsabilità di cittadino che deve difendere il pubblico ed evitare di finanziare quei pedofili dei preti, che tra l’altro gestiscono le loro scuole chic con la logica diabolica e antiproletaria della gerarchia e del terrore, e se quel qualcuno poi gettando a terra il colbacco mi avesse detto effettivamente questo io probabilmente avrei taciuto, evitando di dirgli quel che penso, e cioè che quelli del comitato referendario sarebbe meglio che imparassero prima l’italiano, se non altro perché un quesito referendario sulla scuola sarebbe carino che fosse scritto bene, che bevessero meno tè verde e leggessero più abbecedari, e che comunque anche se uno vuole votare B non significa esattamente che lo faccia per permettere al vescovo di Bologna di comprarsi un altro anello d’oro da far baciare agli stolti che credono in dio, categoria anch’essa a cui non appartengo e non apparterò comunque mai, credo, e che magari c’entra poco ma per raggranellare qualche soldo pubblico si potrebbe scegliere l’opzione C, vale a dire controllare che quelli che pagano zero euro per la retta del nido perché non dichiarano un cazzo di niente, che non è escluso che siano gli stessi che votano A al referendum per le materne, siano effettivamente poverissimi o se invece in casa hanno più argenteria del famoso e proverbiale arcivescovo di Costantinopoli, Bartolomeo I.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  20.05.2013 | 23:25
Sulla bellezza
 

“La bellezza di solito è un dono ma non per la 33enne Laura Fernee. L'attraente ragazza di Notting Hill, centro di Londra, si è infatti licenziata rinunciando a un posto di ricercatrice scientifica perchè il suo aspetto fisico non le permetteva più di lavorare: i colleghi maschi non le toglievano gli occhi di dosso e le colleghe la odiavano. Laura ha scelto così di lasciare un salario annuale di 30 mila sterline. "Non sono pigra, non sono una bambocciona - ha spiegato al Daily Mail - La verità è che il mio aspetto fisico mi ha danneggiato moltissimo nell'ambito lavorativo". I genitori sono ora costretti a mantenere il suo costosissimo stile di vita. Ogni mese circa 2mila sterline vengono spese per l'affitto di Laura a Notting Hill, altre 1500 per il suo vestiario e circa mille per la vita sociale.”

C’era scritto così oggi sul sito di Repubblica. Non solo sul sito di Repubblica. Ho provato a mettere il nome e cognome di Laura Fernee su un motore di ricerca stamattina, e tutte le volte ho trovato solo quelle nove righe che cominciano con la bella frase ‘la bellezza di solito è un dono’ e finiscono con la non meno bella frase ‘circa mille [euro] per la vita sociale’.

Questo non riuscire ad avere altre notizie su Laura Fernee, se non quelle contenute in queste nove righe, mi è spiaciuto molto, perché io sono il tipo di persona che non accetta di essere definita un tipo di persona, ma se lo accettasse ammetterebbe di essere il tipo di persona che vuole sapere per esempio se proprio tutte le colleghe la odiavano o se invece Misha Tryher, una ragazza pallida, dai polsi sottili e lo sguardo sfuggente, ama Laura alla follia ma non ha il coraggio di dirlo a nessuno per paura che succeda quello che le è successo quando ancora lavorava alla Tecnobet.inc - le cosiddette anziane del terzo piano, vale a dire Fanny Charck e Vivienne Sklopinsky, le hanno fatto trovare due dita di sperma rancido nella tazza di terracotta che le ha regalato uncle Bob quando ha compiuto quindici anni e sulla tazza per soprammercato hanno scritto con un pennarello arancione e uno stampatello un po’ obliquo ‘beviti questo brutta leccafighe’.

In ogni caso, Misha o non Misha, io capisco benissimo i patimenti di quella ragazza per niente pigra e ancor meno bambocciona che è Laura Fernee – di questo volevo parlare più che di sperma rancido -, perché adesso che lavoro in una cooperativa no, adesso le mie colleghe femmine riescono a togliermi gli occhi di dosso e i colleghi maschi non mi odiano (ma se per caso mi dicessero che una sola delle due cose è vera, io scommetterei sul fatto che le colleghe riescono a togliermi gli occhi di dosso, sul non odio dei colleghi maschi non garantisco), ma quando avevo undici anni, nel 1985, l’anno che Boris Becker vinse il suo primo Wimbledon, io partecipai a una vacanza tennis insieme a mio fratello e il secondo o terzo giorno di questa vacanza, una volta salito sull’autobus che ci portava dall’albergo ai campi da tennis, mentre procedevo dall’entrata dell’autobus verso l’ultima fila, una ragazzina di nome Valentina mi disse con aria vagamente impositiva di sedermi accanto a lei e poco dopo – l’autobus era appena partito - mi chiese una cosa che non sentii molto bene ma doveva essere qualcosa come ‘allora ti vuoi mettere con me?’, e io ricordo quel momento, quei dieci minuti passati accanto a Valentina di Roma, di anni 10 o forse 9, come uno dei due o tre momenti più importanti della mia vita, un po’ perché quello fu il momento esatto in cui scoprii che le femmine sono femmine e non sono una specie di maschi con gli orecchini e i capelli lunghi – persone che ti fanno domande a cui non sai rispondere, domande che ti inquietano, domande a cui sarebbe semplice e per questo impossibile rispondere -, un po’ perché in quei dieci minuti, balbettando arrossendo e ostinandomi a non guardarla in faccia, dimostrai per la prima volta di essere un coglione come tante altre volte e con meno attenuanti avrei fatto in seguito, un po’ – ecco perché capisco Laura Fernee – perché quella estate io consideravo il tennis come un lavoro e se non fosse stato per Valentina, le sue domande e soprattutto il mio aspetto fisico che evidentemente mi stava danneggiando moltissimo in senso lavorativo o pseudolavorativo sarei stato molto più bravo a giocare a tennis, forse riuscendo addirittura nell’impresa di passare dalla categoria dei tennisti undicenni di merda a quella di tennisti undicenni che fanno cagare.

Ma neppure di Valentina D.P., abitante in via della Camilluccia a Roma – ricordo che verso i quindici anni le scrissi una lettera, mi rispose quasi subito, fu molto gentile, non le scrissi più anche se ci pensai per almeno un altro paio d’anni, col ritmo di circa una volta ogni due settimane -, neppure di lei volevo parlare, ma di Laura Fernee, che a causa della sua avvenenza si è fatta odiare dalle colleghe – tutte tranne Misha, che patisce guardandola con la coda dell’occhio dalla sua scrivania vicino alla finestra che si chiude male, quella con la maniglia arrugginita, patisce e annusa la tazza compulsivamente per sincerarsi che tre lavaggi di candeggina giornalieri da due mesi e mezzo a questa parte abbiano cancellato ogni traccia di quell’odore così maschile, putrido e per così dire proteinico -, anzi, neppure di Laura Fernee, ma dei prezzi stratosferici della città di Londra, nello specifico del quartiere di Notting Hill, e ancora più nello specifico dei prezzi dei sacchi di juta che vendono a Jameson Strett, nel quartiere appunto di Nottig Hill, perché è evidente che i 1.500 euro che Laura spende per il vestiario – ottava e nona riga delle nove righe di belle frasi che contengono tutto ciò che so di Laura Fernee -, quei 1.500 euro che spende al mese Laura per il vestiario si riferiscono ai sacchi di juta che indossa Laura al lavoro, quei sacchi di juta senza nemmeno una cinturina a sottolineare il punto vita che le fanno venire il prurito sulle scapole e che non bastano per togliersi di dosso le occhiate vogliose dei colleghi maschi e rancorose delle colleghe femmine, di tutte tranne Misha, che la guarda, sospira  e si chiede se mai anche solo diciotto dei mille euro mensili che Laura spende per la sua vita sociale – ultima riga delle nove righe di belle frasi che contengono tutto ciò che so di Laura Fernee – saranno dedicati a un cocktail serale insieme, loro due in quel bel localino di Clarendon Road che Misha ha visto solo da fuori, mentre il sole tramonta dietro i faggi di Avondale Park e l’igiene intima dentro gli slip candeggiati di fresco comincia la sua parabola discendente.

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  12.05.2013 | 22:43
Zio Ken
 

Stamattina ho giocato con Agata alle Barbie. È bello giocare con Agata alle Barbie. Si creano dei begli intrecci. L’intreccio di oggi era così: c’è quella figona di Barbie che cazzeggia per la casa, controlla il pollo nel forno, si ammira nello specchio sottolineando il suo essere figona, accende il camino perché la casa di Barbie col camino spento è un po' come l'Oktoberfest a base di birra Tourtel, guarda fuori dalla finestra per vedere se arrivano altre amiche strafighe, si riguarda allo specchio senza stancarsi di dire a se stessa e a eventuali ascoltatori che lei è una superfiga, quando a un tratto suonano alla porta. Chi sarà? Si chiede la Barbie con un’ansia non del tutto adatta a una come lei. Che sia Mindy, la vogliosa Mindy? La libidinosa Jenny? L’insaziabile Wanda? La clitoridea Rowena? La coprofaga Sissy? O la frigida Veruska?
Nossignore: è il principe senza nome, bellissimo, pettinato, muscoloso al punto giusto, munito di pettorina di velluto blu elettrico, in compagnia di sua figlia, che per uno strano gioco del destino è figlia anche di Barbie.
Figlia! Esclama Barbie ricordandosi di avere partorito quella creatura un paio d’anni prima. Principe! Esclama poi ricordandosi di avere fatto sesso non protetto con quell’uomo irresistibile poco meno di tre anni prima, una sera che fuori pioveva e lei si annoiava.
Barbie, il principe e la figlia stronzeggiano per la casa come attendendo indicazioni da due manovratori, di cui una bassa e l’altro calvo, che si divertono a non darle, queste indicazioni, creando dunque una situazione di stallo risolta infine da un secondo trillo del campanello.
E adesso chi cazzo è che rompe i coglioni? Si domanda tra sé e sé Barbie mostrando i glutei al principe approfittando della distrazione della figlia. 
Prima ancora che gli si dica avanti, apre la porta e avanza nell’ingresso Ken, un gran minchione biondo faccia di culo, con l’aria di chi sa che tutti l’aspettavano per dare la svolta a un pomeriggio all’insegna del tedio più plumbeo.
Il minchione biondo faccia di culo si avvicina al principe e gli sussurra tre parole che provocano lo scompiglio in quella casa così poco abituata allo scompiglio. Sono tuo fratello.
Gli adulti tacciono impenetrabili tutti e tre, compresa Barbie, che pure ha una certa dimestichezza col concetto di penetrabilità.
Passa qualche istante e la figlia di Barbie si avvicina al minchione biondo faccia di culo e dice la battuta che dà il titolo al post, mentre la manovratrice bassa già pensa a un gioco nuovo e il manovratore calvo ride da solo.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  06.05.2013 | 23:50
La deriva dei continenti
 

Jebediah non beve alcool. Non perché suo nonno è morto di cirrosi epatica il giorno della sua seconda comunione (era pallido Jebediah quel giorno, uno spettro: le foto lo dimostrano), e neppure perché suo padre si addormenta tutte le sere davanti alla televisione con un catino vicino al divano per paura di vomitare l’acquavite che in realtà non vomita mai. Non beve alcool perché non sopporta l’alito alcolico. E’ fissato con l’igiene dentale, compra sempre due scovolini alla volta, e il filo cerato aromatizzato alla menta.

Edmondo non gioca al videopoker. Il problema non è il timore di spendere troppi soldi (gli piace scialacquare denaro in acquisti idioti, in camera sua campeggia una testa d’alce in alluminio anodizzato che lo inquieta anche se sente di avere bisogno di averla lì, proprio lì, sul muro dietro la testata del letto) né il fatto innegabile che le sale videopoker siano notoriamente squallide (Edmondo adora lo squallore, Jebediah, Nelson e Ottavio sono le sole tre persone che conosce che non sguazzino nello squallore più avvilente, e spesso si dispiace di nascosto che siano così per bene). Non gioca al videopoker perché vittima di una fobia che coinvolge le picche, per via di un bizzarro incubo porno horror che non ha avuto il coraggio di raccontare neppure al suo psichiatra.

Nelson non sniffa cocaina. Il motivo non ha a che fare con i danni che la sostanza provoca (non si spiegherebbe perché allora alle tre del pomeriggio di tutti i giovedì, neppure lui sa perché, si nasconde in garage a pungersi le cosce col cacciavite a stella fino a sanguinare abbondantemente per poi asciugarsi con stracci sporchi di morchia) e non ha neppure a che fare con le resistenze a frequentare gli spacciatori (Nelson stesso spaccia pillole di plegine ai suoi vicini di casa alla fine delle riunioni di condominio). Non sniffa cocaina perché ha il sospetto che la droga, dopo una prima fase illusoria all’insegna del priapismo, pregiudichi le sue prestazioni sessuali che negli ultimi tempi hanno visto un’impennata inspiegabile in termini di qualità e quantità.

Ottavio non scorreggia mai. Non c’entra nulla la buona educazione (se c’è una cosa di cui Ottavio va misteriosamente fiero è il suo scaccolarsi di nascosto al cinema e il successivo spalmare caccole vischiose sotto i braccioli delle poltroncine) e non c’entra neanche la scarsa sopportazione dei cattivi odori (come tanti di noi, Ottavio quando si masturba gradisce moltissimo annusarsi le mani impregnate di sudore scrotale). Ottavio non scoreggia perché non si è mai del tutto liberato dal dubbio che gli insinuò l’ultimo giorno della prima elementare il suo compagno di banco Marino Marone, e cioè che se non si sta attenti quando si scoreggia può anche capitare che il culo letteralmente si sbraghi fino a formare una voragine dalla quale poi può fuoriuscire l’intestino come farebbe una salsiccia in un sacchetto aperto e capovolto.

Jebediah non beve, Edmondo non gioca, Nelson non si droga, Ottavio non scoreggia.

 

Nessuno di loro quattro ricorda di preciso come è cominciata la deriva, ognuno ha l’impressione che sia colpa di qualcun altro, ma è un’impressione vaga, inzuppata di suggestione e di consapevolezza di suggestione. Ad ogni modo adesso la deriva è reale, e le cose stanno così: ora Jebediah beve alcool, ne beve a litri, non smette mai, e se dà la colpa a Nelson che ha cominciato a tirare di coca rinnegando i suoi pseudoprincipi o per meglio dire i suoi obiettivi sessuali lo fa solo per scherzo, o per farlo sentire in colpa, o per noia.

Edmondo non fa altro che giocare al videopoker, dà appuntamento ai suoi tre amici in quelle sordide sale, e ogni tanto bisbiglia all’orecchio di Ottavio “se solo tu non avessi cominciato all’improvviso a sganciare le tue merdose bombe anali adesso non sarei ridotto a questo punto, lo sai vero?”, per il gusto di vederlo inalberarsi.

Nelson oramai vive con una cannula impolverata perennemente nel naso, ne ha un'intera collezione, di cannule, le tiene nel taschino di tutte le giacche che possiede anche se indossa sempre la stessa giacca da camera color senape avariata. Quando si accorge che Edmondo lo guarda con disprezzo si toglie la cannula dal naso e la usa per indicarlo e così rinforzare la sua frase d’accusa preferita, cioè “hai rovinato il tuo tris di amici, vergognati, che possa venirti una coppia vestita di merda”.

Ottavio è diventato il re delle scoregge, le fa a gamba alzata, come una bestia immonda, ghignando in maniera mostruosa, dentro gli ascensori, in chiesa, nelle sale d’aspetto degli studi medici, schifandosi e godendo per la puzza rancida che esala, e urla a Jebediah di non guardarlo a quel modo, che almeno lui non si sputtana i soldi in liquori rovinando quel sorriso bellissimo e profumato alla menta, ma non appena si accorge che Jebediah si incurva, derelitto, ferito da quell'ultima osservazione, Ottavio lo abbraccia, si scusa e scoreggia con le chiappe chiuse in segno di rispetto.

 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento