blog.tapirulan.it
 
  29.04.2013 | 23:53
Barcellona ? una citt? molto bella
 
 

Siamo stati a Barcellona dal 22 al 26 aprile. Tutte le mattine, vale a dire la mattina del 23, del 24, del 25 e del 26, Nora si svegliava strillando nella nostra camera d’albergo e io o Camilla la prendevamo dal lettino. Se la prendevo io Nora cominciava a urlare ancora più forte, allora per non svegliare Agata passavo Nora a Camilla e appena gliela passavo Nora smetteva di piangere e faceva la faccia soddisfatta e sorrideva, ma smetteva di sorridere e ricominciava a urlare se Camilla pensando che la fase acuta fosse finita tentava di ripassarmela.

Tutte le mattine, dalla mattina del 23 alla mattina del 26, quando Nora strillava tra le mie braccia e si quietava tra le braccia di Camilla, ho pensato a quella frase famosa che comincia con “ogni mattina in Africa una gazzella”. Quella frase, che ho sempre odiato, mi sembrava che c’entrasse con me perché l’impressione che avevo era che ogni giorno io parto con una specie di svantaggio su Camilla, uno svantaggio che mi obbliga a correre di più, ad andare più svelto, a impegnarmi maggiormente, a potermi permettere meno passi falsi, a essere migliore, a giocare e coccolare Nora meglio di Camilla, e questo solo per arrivare a un pareggio, un pareggio che poi scomparirà con le tenebre successive, il giorno dopo non esisterà più, esisterà di nuovo il vantaggio di Camilla ed esisterà lo strillo di Nora in braccio a me e la quiete di Nora in braccio a Camilla.

Se mi fossi limitato a pensare a quella frase stronzamente pseudoetologica o quel cazzo che è probabilmente sarei stato solo triste, per quella fase iniziale della giornata in cui le preferenze di Nora erano così lampanti, prima che la necessità di attivarsi per le incombenze della giornata portasse a una sorta di riequilibrio o riorganizzazione delle dinamiche familiari in cui i ruoli diventano più sfumati e meno traumatici, ma in realtà oltre a pensare a quella frase di merda pensavo anche a quello che probabilmente pensa chiunque legga le mie parole sui vantaggi gli svantaggi e i pareggi, e cioè che non si tratta di una gara tra me e Camilla, che l’importante è collaborare tra genitori senza stare a guardare chi fa meglio cosa, che se Nora adesso fa così non è detto che le cose non possano cambiare in tempi anche brevi, che comunque sono un bravo papà e che qualche strillo non dimostra nulla, visto che poi per il resto della giornata Nora dimostra di essere molto legata a me, che se Nora si accorge del mio malessere per i suoi strilli preferenziali in realtà potrebbe giocarci e sguazzarci, che mi conviene far finta di nulla e cose di questo genere. Questo secondo pensiero mi trasformava da uomo triste in coglione triste: triste perché il primo pensiero triste non scompariva, coglione perché mi era evidente l’idiozia del mio pensiero scioccamente competitivo.

Io però non mi sono fermato lì, alla consapevolezza di essere un coglione triste. Sono tornato indietro al primo pensiero, al pensiero triste, e mi sono ricordato al di là delle stronzate delle gazzelle e dei leoni africani del perché è così difficile da accettare il fatto che Nora pianga in braccio a me e non in braccio a Camilla, e me ne sono ricordato perché in realtà è una cosa a cui penso di continuo, e ricordarsi una cosa che non si dimentica mai è abbastanza facile.

E’ perché ci sono già passato, e ci passo ancora oggi, con Agata. Agata ha cominciato più o meno all’età che ha adesso Nora a preferire passare del tempo con Camilla piuttosto che con me, e non ha ancora smesso. Sono quasi quattro anni che sento dire ogni giorno a Agata “non voglio papà voglio mamma”, o “papà vai via”, o “papà non mi piaci”, o “papà togliti”, o “mi manca solo la mamma”, o “stasera mi porta a letto la mamma”, o “papà non sederti vicino qui ci sta la mamma”, e in questi quattro anni sono stato schiavo del doppio binario tristezza/coglionaggine triste, o per meglio dire del continuo dubbio se questa tristezza sia lo sdilinquirsi avvilente di un coglione che non smette di essere narcisista neppure quando diventa papà e sarebbe ora che rimodulasse le proprie priorità o se sia invece il legittimo abbattimento di chi viene sistematicamente rifiutato con quella che sembra quasi cattiveria e che forse lo è (che i bambini a volte sono cattivi lo sapete anche voi, se non lo sapete leggete il post sui bambini che giocano a calcio, e se i bambini sono cattivi vuol dire che anche i bambini che hanno la metà dei miei cromosomi possono essere cattivi), e il rimbalzare tra queste due opzioni apparentemente inconciliabili ma in realtà conciliabilissime ha costituito l’architettura ambigua e traballante degli ultimi anni della mia vita, e l’idea di ripartire adesso con Nora con gli stessi tentennamenti, lo stesso orgoglio sanguinolento, la stessa incapacità di definire la liceità della mia desolazione è molto più di quanto credo di riuscire a portare sulle mie cazzo di spalle.

Barcellona è una città molto bella.

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  21.04.2013 | 23:29
I maglioncini con scollo a V
 

E’ andata così, che mentre stavo tornando a casa la scorsa settimana con Agata abbiamo visto la nonna di Giada P., che è una sua compagna di scuola materna. La nonna di Giada P. era con Luca P., che è il fratello di Giada P. Dopo qualche minuto che parlavamo il discorso è andato a finire sul fatto che Agata non è figlia unica, allora la nonna di Giada P. ha chiesto se Agata ha un fratellino o una sorellina. Io le ho detto che ha una sorellina, allora la nonna di Giada P. ha osservato ‘adesso ci vuole il maschietto’ e io, invece di stare zitto – scelta questa che di solito è la scelta regina per quanto mi riguarda -, le ho detto ‘no’ con aria credo abbastanza poco cordiale, tanto che dopo mi sono sentito un po’ in colpa nei confronti non solo della nonna di Giada P. e di Luca P., che aveva assistito alla scena, ma anche nei confronti di Giada P. e più in generale di tutta la famiglia P., dal momento che nessun P. a ben vedere mi aveva mai fatto nulla che potesse giustificare un risposta poco cordiale.

Il fatto è che io su questo tema sono piuttosto suscettibile, per più di un motivo ma soprattutto perché l’osservazione della nonna di Giada P. – osservazione tra l’altro che fanno due terzi delle persone con cui mi capita di parlare del fatto che ho due figlie femmine – mi sembra che rimandi a un’idea collezionistica della famiglia che a me fa cagare come poche altre cose del mondo, infatti anche dopo la nascita di Agata, quando tante altre persone - ma non la nonna di Giada P. che ancora non conoscevo – mi dicevano ‘adesso ci vuole il maschietto’ io reagivo più o meno nello stesso modo. Per me Agata bastava, non c’era nessun equilibrio da ottenere, non c’era nessun rischio connaturato al figlio unico da scongiurare, non c’era nessun ragionamento che avesse a che fare col pareggiare i conti, assicurarle una felicità in forma di fratello o se va male di sorella o roba del genere. Agata bastava quando c’era solo lei così come Nora e Agata bastano adesso che ci sono solo loro, così come basteranno diciotto figlie femmine se avrò diciotto figlie femmine, e a dire la verità mentre parlavo con la nonna di Giada P., prima di farmi mordere dal senso di colpa, mi veniva una rabbia crescente per lei, per tutta l’incolpevole famiglia P. e per tutti quelli che non la pensano come me, e cioè non pensano che in qualche modo un figlio sia una specie di miracolo, di punto di giunzione tra terreno e ultraterreno, di meraviglia che si giustifica da sé senza chiamare in causa altre creature che non esistono e forse non esisteranno, ma ritengono che abbia bisogno di una specie di contrappunto perché il quadro familiare sia completo, tranquillizzante e tradizionale.

La rabbia poi dopo un po’ invece di passare è aumentata, ma non per colpa della nonna di Giada P. che non c’entra niente, povera bestia, no, per colpa del fatto che quando già ero sicuro di essere superiore a tutti quelli che ragionano in quel modo da tutti i punti di vista, tanto da potermi permettere un certo snobismo culturale che non è un vero snobismo culturale ma un giusto rimarcare le innegabili differenze intellettuali, mi è venuto in mente che qualcuno potrebbe pensare che la mia idea di famiglia è non meno attaccabile e soprattutto retriva di quella della signora P., nonna di Giada P., dal momento che io per esempio all’idea che i gay possano adottare dei figli ho come un turbamento interno semi ingestibile, una rivolta nascosta con sfumature di irrazionalità e rigidità vecchio stampo – dove per vecchio stampo si intende uno stampo vagamente primitivo e alogico o prelogico -, e che per essere più precisi su questo versante io credo che per un bambino sarebbe meglio crescere con due genitori di altra specie ma di sesso diverso, magari un lupo e una lupa, o un cane d’acqua e una cagna d’acqua, o un canguro e una cangura, piuttosto che con due esseri umani dello stesso sesso, soprattutto se maschi.

Opinione questa – ho scoperto di recente mentre cagavo leggendo un giornale con copertina lucida e accattivante -, che ricalca perfettamente l’opinione sull’argomento di Paolo Crepet, dal quale speravo mi separassero tante altre cose oltre a un grado diverso di attrazione nei confronti dei maglioncini di cachemire con scollo a V dai colori sedativi.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  15.04.2013 | 23:44
Riccardo Rossi e le rimembranze
 

Oggi, quando ho sentito la Lombardi del movimento cinque stelle che parlava delle quirinarie, e nello specifico quando le ho sentito dire che il gesto di Grillo di rinunciare alla corsa al Quirinale era un gesto di grande responsabilità, e che lei e non solo lei – perché infatti se non sbaglio la Lombardi non diceva ‘io’ ma diceva ‘noi’ -, e dunque che loro non si aspettavano nulla di diverso da un uomo come Grillo, o come Beppe – perché mi sembra che lo chiamasse Beppe, e non Grillo -, la prima reazione, all’idea che nella storia dell’universo è arrivato il momento esatto in cui la Lombardi, oppure loro tra cui la Lombardi, ringrazia/ringraziano Grillo, oppure Beppe, per la formale rinuncia a fare il Presidente della Repubblica nonostante le concrete possibilità di riuscire a essere eletto, è stata una specie di stupore screziato di rabbia.

Dopo pochissimo, però, mi sono ricordato di due cose.

Primo, che a me di politica non me ne frega niente. E anche se l’idea di Beppe che viene eletto Presidente della Repubblica avrebbe a che fare con la politica più o meno come l’idea di Napolitano inquadrato in primissimo piano che guardando in camera dice beffardo ‘e adesso provate a comprarne un altro’ avrebbe a che fare con la pubblicità dello yogurt – quindi ci avrebbe a che fare, sì, ma in maniera buffa e per così dire scusabile -, nonostante ciò sarebbe comunque una cosa politica, e a me le cose politiche non interessano.

Secondo, che io ho un blog diviso in quattro categorie, una delle quali – forse la più bella a parte l’irraggiungibile categoria dedicata ai cavalli bassi – è dedicata ai racconti che potrei scrivere e non scriverò, e così, cominciando a calmarmi all’idea di non scrivere ma di poter scrivere un racconto su questo, mi è venuto in mente Riccardo Rossi.

Riccardo Rossi è quel comico che fa la pubblicità delle bollette dell’Enel con Federica Pellegrini. Io ho sempre pensato che fosse un coglione, e neanche poco, poi l’estate scorsa ho sentito un suo monologo comico in cui immaginava che la storia del plagio di Michael Jackson ai danni di Albano Carrisi fosse autentica. Cercava di portare al limite quel ragionamento, e parlava in chiave brillante dell’incontro tra i due cantanti durante il quale sarebbero state poste le basi di quel plagio. Un gran bel pezzo, mi son dovuto ricredere. Riccardo Rossi, nonostante le numerose prove che sembrerebbero dimostrare il contrario, compresa la partecipazione costante a una trasmissione di cucina che rappresenta il pozzo nero di qualsiasi curriculum televisivo, non è del tutto un coglione.

Quando mi è venuto in mente Riccardo Rossi mi sono detto che sarebbe stato bello fare qualcosa del genere con l’elezione di Beppe al Quirinale: portare al limite il ragionamento.

 

Beppe, subito dopo l’elezione, si reca al quartier generale del movimento cinque stelle per salutare la Lombardi e tutti loro. Qualcuno di loro, forse la stessa Lombardi, abbraccia Beppe e gli dice ‘se sei riuscito a diventare presidente tu allora questo paese non è più la merda che era’. Beppe sorride un po’ imbarazzato e ringrazia tutti. Poi viene trasportato al Colle da un autista emozionato che lo guarda nello specchietto ogni quindici secondi cercando una battuta simpatica che non trova.

Beppe si presenta con simulata umiltà a inservienti, maestranze, uscieri, manutentori, guardarobiere del Quirinale. ‘Sono Beppe’, dice col suo sorriso accattivante. Non si nega a nessuno. Si aggira tra le stanze e una smorfia satanica, accompagnata dalla sadica consapevolezza di aver fottuto tutti, prende posto tra le pieghe del rubicondo faccione. Ma dura poco. Dopo qualche minuto, in virtù di quelle rimembranze che forse esistono solo nei racconti che non esistono, Beppe si ricorda che a lui la politica fa schifo, che lui ha sempre saputo che è una merda tale, la politica, che se uno che non è una merda si mette a fare politica dopo un po’ non sarà la politica a diventare migliore ma sarà lui a diventare una merda, che il gioco si è spinto così in là che è passato da un pezzo il momento in cui era ancora possibile raccontarsi che solo di gioco si trattava, che anche solo l’idea di mettersi ancora quei giubbotti ultracoprenti ormai di gran moda per fare una dichiarazione stravagante a reti unificate a questo punto è impensabile, e che se c’è qualcuno che è fottuto quello è innanzitutto lui stesso.

E mentre un valletto invero molto cortese entra dopo aver bussato piano nella stanza in cui Beppe sta osservando con occhi assenti un battiscopa di radica, e mentre lo stesso valletto gli propone con timidezza di scegliere tra una cravatta regimental Moreschi e una Forzieri, la sagoma di un Napolitano in dolcevita esistenzialista con le labbra sporche di yogurt al mirtillo che sussurra ‘e adesso che cazzo fai, coglione?’ è troppo bruciante per essere solo immaginata.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  08.04.2013 | 23:30
Il mio piccolo cavallo basso
 
 

Questa volta non è come per le altre categorie. Superficializzazione delle profondità, per esempio, posso ben dirlo io che l’ho creata, è una categoria che non vale una merda, piena di timori tremori finocchiaggini e ossimori di quart’ordine, non ha senso neppure parlarne, meglio passare oltre. E oltre c’è un’altra categoria che si chiama metapseudoqualcosa. Bene, meglio non farsi illusioni in merito: una categoria che si chiama metapseudoqualcosa può fare solo cagare, piena di cose che non sono cose ma pseudocose, anzi neppure pseudocose – che le pseudocose al limite avrebbero forse anche una loro dignità, o forse no – ma metapseudocose, e al di là delle pseudocose c’è solo una distesa di guano piastrellata di racconti che se non vengono scritti un motivo ci sarà, e allora meglio andare ancora un po’ più in là e soffermarsi sulla terza categoria. O meglio, sarebbe meglio soffermarsi sulla terza categoria se almeno la terza categoria avesse non dico una dignità, che di dignità è chiaro ormai che è meglio non cercare neppure uno iota, ma almeno una ragione d’esistere, quella sì, ma una categoria che si chiama la terza categoria conta talmente poco che persino a dire che conta poco ci si sente dei minchioni. Quindi niente, affanculo anche la terza omonima categoria, e che si ripongano tutte le speranze su quest’ultima categoria, che pur essendo la quarta categoria ha il coraggio di non chiamarsi quarta categoria ma il mio piccolo cavallo basso, che è la libera traduzione di my little pony.

My little pony è un cartone animato che guardo ogni tanto con Agata. Non è il genere di cartone che piace più agli adulti che ai bambini, come i Simpson o South Park, non è una di quelle puttanate indegne che gli adulti guardano per fare piacere ai bambini seppur soffrendo moltissimo, come per esempio le cagate di Richard Scarry con le automobili a banana o via degli uccellini n.3, e non è neppure una di quelle furbate naif che piacciono ai bambini ma anche in una certa qual maniera agli adulti, come per esempio Peppa Pig o Sem Sem.

My little pony appartiene a un’altra categoria, la quarta appunto, la categoria dei cartoni che fanno schifo ma sono belli, un po’ come Beautiful. E ora che il lavoro non mi permette più di guardare Beautiful – ma anche se me lo permettesse ci sarebbe il problema comunque insormontabile che tra qualche tempo a Beautiful Ridge non ci sarà più, se ne andrà fuori dai coglioni senza alcuna pietà per quelli come me che guardavano Beautiful quasi solo per vedere la sua camminata, le sue camicie e i suoi pollici arcuati, e anche se l’idea di Brooke che si strugge per Ridge sperando che torni quando noi sappiamo che non tornerà è tutt’altro che spiacevole, bisogna dirlo, resta il fatto che Beautiful senza Ridge è un po’ come i fratelli Karamazov senza Ivan Karamazov, o Guerra e Pace senza guerra e solo con le stucchevoli discussioni in francese nei salotti bene della grande madre Russia, o Infinite Jest senza la cicogna matta che si suicida mettendo la testa nel forno a microonde -, ora che televisivamente parlando mi resta pochissimo, anche se io e Little Pony allo stato attuale delle cose siamo un po’ come due conoscenti che hanno un amico in comune che li ha presentati – Agata – e che stanno cercando di capire se possono essere amici e uscire insieme anche senza coinvolgere nelle loro uscite l’amico comune, beh, credo che adesso se Dio vuole mi dedicherò al mio piccolo cavallo basso, e se Dio vuole ne scriverò in questa quarta categoria che, fidatevi, varrà – e vale già - immensamente più delle altre categorie passate e future.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  01.04.2013 | 23:37
إن شاء ال
 

Stamattina mentre facevo la doccia ho cominciato a cantare la canzone Fra Martino Campanaro. Non ho cantato la versione ufficiale. Ho cantato una mia versione improvvisata, con testo cambiato, e quando è arrivato il momento di dire ‘suonan le campane, suonan le campane’ io ho detto ‘tu sei una merda, tu sei una merda’. Subito dopo aver detto così mi è venuta un’allegria eccezionale, un’allegria non spiegabile solamente col fatto che avevo ideato una versione alternativa della celebre canzone rispettando la metrica alla perfezione e intonandola meravigliosamente nonostante le insidie melodiche. L’allegria era dovuta, così ho pensato mentre ero sotto la doccia, alla forza di quelle quattro parole tutte vicine: tu sei una merda. E come mai sono così forti quelle quattro parole? Mi sono anche chiesto. Forse perché nessuno le hai mai dette in quell’ordine senza aggiungere altro. Prova a pensarci: hai mai sentito qualcuno dire ‘tu sei una merda’? Mi sono chiesto. Sicuramente hai sentito qualcuno dire ‘sei una merda’, sicuramente hai sentito qualcuno dire ‘tu sei una gran merda di cacca’ o qualcosa del genere, e forse anche ‘tu sei una merda schiacciata da un trattore scarburato con due ruote nel fosso’. Ma non hai mai sentito nessuno dire ‘tu sei una merda’ e basta. A furia di ripetermi questa cosa me ne sono convinto: non ho mai sentito nessuno dire ‘tu sei una merda’. Non solo, mi sono convinto che tutte le volte che una frase di un grande autore mi aveva colpito era perché nessuno prima aveva avuto l’idea di assemblare nello stesso modo le parole scelte dall’autore. Così si spiegava la potenza evocativa di Dostoevskij, o Kafka, o Stendhal, o Hrabal.

Mentre pulivo i vetri del box doccia con un prodotto apposito subito dopo essermi sciacquato via il sapone di dosso e mi facevo i complimenti per l’intuizione straordinaria mi è tornata in mente una cosa forse collegata alla faccenda del ‘tu sei una merda’, e cioè che qualche settimana fa mentre ero sull’autobus numero 11C ho sentito un arabo parlare con un altro arabo, e avendo prestato la massima attenzione al loro discorso sono sicuro che una delle prime parole che il primo arabo ha detto al secondo è stata Insciallah, mentre sono un po’ meno sicuro che un’altra delle parole che il primo arabo ha detto al secondo è stata Balotelli, e dopo aver sentito quel discorso, che a suo modo mi aveva rallegrato seppur con l’inquietudine tipica delle occasioni per così dire sincretiche, ero stato un sacco di tempo a chiedermi come fosse possibile inserire nello stesso discorso le parole Insciallah e Balotelli, senza trovare nessuna risposta e con l'insensata speranza di continuare a non saperlo.  

 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento