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  22.02.2013 | 11:30
Quella che potremmo chiamare struggenza
 

Il primo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza si verificò verso il 1982. Ero in un negozio di giocattoli, a un certo punto entrò un bambino e chiese di vedere dei playmobil. Il commesso gli mise in mano la scatola della macchina della polizia, o qualcosa del genere. Il bambino guardò a bocca spalancata la confezione poi disse ‘c’è anche il vetrino?’. Io non ho mai capito di quale vetrino parlasse, però so che provai una struggenza micidiale.
Il secondo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza avvenne forse un paio di anni dopo. Ero in biblioteca a Imola e un ragazzino vicino a me disse alla bibliotecaria che doveva fare una ricerca su un certo Pirandello. Anche se questa seconda volta, nascosto in quel sentimento, c’era l’ombra malsana di un certo snobismo culturale che se fa cagare nell’adulto, nel bambino fa cagare scoreggiare e vomitare nello stesso momento, tutto sommato quella che provai fu nuovamente struggenza.
Il quarto episodio di quella che potremmo chiamare struggenza è di ieri. Avevo Nora più o meno in braccio e stavo giocando con Agata. Agata si chiudeva nell’armadio e io la dovevo cercare. Dopo un po’ che giocavamo Agata ha detto ‘dai, mettiamo anche Nora nell’armadio’. Io non ho risposto subito, sono stato un attimo zitto, allora lei ha aggiunto ‘no, sennò poi senti la sua mancanza’. Ecco, questa cosa che Agata ha pensato subito al fatto che Nora, solo Nora mi sarebbe mancata, senza lamentarsi di niente ma facendo capire tutto, questa cosa mi ha spostato qualche meccanica all’interno fino a riempirmi di struggenza, esattamente come era successo circa dieci mesi fa, alla fine di aprile del 2012.
Il terzo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza, posticipato rispetto al quarto con un espediente narrativo di bassa lega, è infatti della fine di aprile del 2012. Era già qualche mese che Agata aveva cominciato a fare dei sorrisi finti quando veniva fotografata. Era una cosa che non mi piaceva per niente, prima di ogni foto le dicevo ‘fai quello che vuoi ma non fare il sorriso finto’. Ma di solito lei faceva lo stesso il sorriso finto. A fine aprile del 2012 è nata Nora. Ci sono tantissime foto di quel giorno, e almeno in venti di quelle foto c’è anche Agata. Almeno in diciannove foto Agata fa il sorriso finto. Poi c’è una foto in cui io tengo in braccio Nora e le sorrido. Io e Nora siamo in primissimo piano, sfocati. Dietro, in secondo piano, perfettamente a fuoco, c’è Agata che mi guarda in un modo che non riesco a spiegare se non tirando nuovamente in ballo il concetto di struggenza. Come una reclusa in una stanza sigillata che si accorge che il soffitto sta cominciando ad abbassarsi. E guarda in quel modo la persona che ha azionato la leva abbassasoffitti e forse può azionare anche la leva rialzasoffitti.
Io a quella foto penso di continuo, l’essenza del casino di essere un doppio padre mi sembra tutta lì, non nelle veglie che tra l’altro continuano e sconquassano i coglioni sempre più, non nel vomito a spruzzo che ti sorprende proprio quando hai meno voglia di farti vomitare addosso, non nella merda che ti resta attaccata sui vestiti e tra le dita. Nello sguardo di una bambina che si toglie di dosso il più finto dei sorrisi e si concede un po’ di autentica disperazione.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  13.02.2013 | 00:12
Se mi sbalio prendere suo posto voi me lo dicerete
 

Dal 2001 al 2002 lavorai in una comunità di tossicodipendenti. Era il secondo lavoro che facevo in vita mia. Il primo era stato in un centro giovanile, e avevo lavorato abbastanza male. I miei capi forse non se ne erano accorti più di tanto, ma io lo sapevo che avevo lavorato male. L’errore principale era stato di fare un po’ troppo l’amico degli adolescenti che frequentavano il centro e un po’ troppo poco l’educatore, raccontare loro i fatti miei, fare il simpatico a costo di essere sopra le righe, ubriacarmi o comunque bere abbastanza in loro presenza, e tutto questo, credo, per avere la loro ammirazione.
Quando cominciai a lavorare nella comunità di tossicodipendenti capii subito che non potevo fare gli stessi errori, perché sapevo che i tossici sono manipolatori e possono sfruttare il minimo dettaglio a loro vantaggio e a tuo svantaggio, gli basta un niente per prillarti sul dito e farti fare quel cazzo che vogliono loro, quindi io dovevo essere neutrale, uno specchio opaco, come mi avevano insegnato all’università, non lasciar trapelare nulla di me, avere la faccia di uno che non ha mai bevuto alcool, che non si è mai fatto una canna, che non ha mai frequentato nessuno che si fa le canne e che non sa nemmeno di preciso cosa siano, le canne. Chiaramente erano tutte stronzate, niente di più sbagliato che essere così rigidamente controllati in un posto come una comunità, ma allora non lo sapevo e volevo fare il mio lavoro meglio possibile anche a costo di non avere l’ammirazione di nessuno.
Il destino, se era il destino, volle che la mia assunzione fosse in sostituzione di un operatore che era stato appena licenziato perché scoperto a fare coi tossici più o meno quello che io avevo fatto con gli adolescenti, ma in maniera molto più pericolosa, costante e invischiata. Il sospetto, mi aveva detto la responsabile della comunità uno dei primi giorni, era che avesse portato della droga dentro la comunità.
Come si può intuire, un operatore che fa comunella coi tossici e porta della droga in comunità è visto da alcuni dei tossici – quelli più determinati a smettere di drogarsi, che sono pochissimi – come la minaccia che effettivamente è, ma da altri, quelli più fragili, più provocatori, più semplicemente stronzi, più ansiosi di idealizzare il primo minchione che ha la voglia e la capacità di essere idealizzato, è considerato più o meno come il professor Keating era considerato dagli alunni dell’attimo fuggente.
E così quando arrivai in comunità i fragili, i provocatori e gli stronzi mi videro come il coglione ordinario che non aveva i lampi di genialità trasgressiva e al tempo stesso empatica di chi mi aveva preceduto, e come tale ero da mettere in difficoltà, screditare e spingere sempre più vicino al baratro del burn out – cosa facilissima, considerando che la mia solidità lavorativa era quella di un ragazzino che si cagava addosso per qualsiasi cosa ma al tempo stesso aveva una voglia esplosiva di dimostrare di essere superiore all’altro operatore su qualsiasi campo da gioco l’altro operatore potesse scegliere, a parte il campo dello spaccio su cui effettivamente non avevo esperienza.
Il destino, se era il destino, volle che in quel periodo avessi appena cominciato a uscire con una ragazza che subito prima di uscire con me usciva con questo ex operatore spacciatore della comunità, anche se in realtà sarebbe più giusto dire che usciva contemporaneamente con tutti e due, con me e con lui, più o meno a sere alterne, e forse ancora più giusto sarebbe dire che in realtà con me non usciva, dal momento che il nostro rapporto consisteva più che altro nel mio andare a casa sua con scarse speranze di trovarla in casa e con scarsissime speranze di trovarla in casa senza l’operatore spacciatore e con residuali speranze, nel caso fossi riuscito a entrare in casa sua le sere che lui non era a casa di lei, di non essere cacciato da casa sua poco tempo dopo aver varcato la soglia e comunque dopo essermi sentito dire da quella ragazza quanto il mio pseudorivale fosse trasgressivo e geniale e giustamente idolatrato dai tossici e ingiustamente licenziato dai responsabili della comunità che poi si erano dovuti accontentare di assumere operatori banali e paurosi e infantili e rigidi e subdolamente narcisisti e a loro modo competitivi.
Tutte queste cose – la comunità, la ragazza, l’operatore spacciatore, i miei tremori e tutto il resto - le avevo dimenticate, ma poi quando in questi giorni ho pensato a Ratzinger che sono otto anni che gli frastagliano i coglioni perché Woytila aveva carisma, e Woytila sapeva sciare, e Woytila si piegava con elasticità e baciava l’asfalto degli aeroporti, e Woytila diceva le cose simpatiche in italiano approssimativo, e Woytila da giovane aveva fatto l’attore, e Woytila si era preso una pallottola in pancia e aveva perdonato quello che gli aveva sparato anche se quello aveva cambiato versione sul movente a una velocità poco compatibile con un perdono ponderato, e Woytila di qua e Woytila di là, mi sono tornate in mente tutte, tutte.  

 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  05.02.2013 | 23:54
Lo spariglio
 

 

Ieri mentre correvo attorno al cimitero di Bologna ho cominciato ad accusare un dolore al ginocchio, dapprima lieve, poi sempre più forte. Dopo venti minuti che correvo il dolore è diventato intollerabile, o almeno qualcosa di molto vicino al concetto di intollerabilità che può avere uno come me che se si dà un morso alla lingua non aspetta più di trenta secondi prima di aprire l’armadietto dei medicinali alla ricerca di un synflex.
Il problema è che dopo venti minuti che correvo ormai ero lontano da casa più o meno tre chilometri, e se avessi smesso di correre sarei comunque dovuto tornare indietro a piedi, impiegando più di mezz’ora e sforzando ancora il ginocchio malconcio, allora ho girato i tacchi, ho rallentato e ho continuato a correre facendo smorfie e emettendo versi disgustosi, col ginocchio serrato in una specie di garrota sempre più stretta.
Ero molto indeciso sulla velocità da tenere durante la corsa di ritorno, perché da un lato avevo voglia di arrivare a casa prima possibile, ma dall’altro la prospettiva di correre su un ginocchio messo male mi sembrava idiota. Vivevo in sostanza un conflitto simile a quello dell’uomo che deve cagare ma ancora è in viaggio verso casa: chi si trova in una condizione di questo tipo solitamente fatica a scegliere con decisione se andare pianissimo per evitare di farsela addosso a causa di una furiosa corsa peristaltica o se andare veloce per ridurre l’intervallo di tempo che lo separa dalla tazza del cesso. L’uomo che deve cagare ma è ancora in viaggio di solito alternerà fasi di corsa irrazionalmente veloce a pause assurdamente lunghe che gli serviranno per sincerarsi di non essersi cagato addosso e di avere la capacità sfinterica di continuare a tenere la merda dentro di sé ancora un po’.
Così io, che in certi momenti mentre tornavo verso casa quasi mi fermavo, seppur senza smettere di mugolare e fare smorfie, e in altri ripartivo con uno slancio sbilenco, e tutto questo senza perdere neppure per un attimo la consapevolezza che la mia tattica – alternanza di semipause e strappetti – era comunque peggiore sia della tattica della lentezza che della tattica della velocità, una consapevolezza che avrebbe dovuto indurmi a cambiare tattica ma non l’ha fatto, un po’ perché io non sono il tipo di persona che trae conclusioni intelligenti o anche solo sensate dalle proprie intuizioni, e un po’ perché in realtà più forte del dolore era l’allegria legata al ricordo di quella volta – era il 29 marzo del 2008, Agata sarebbe nata il giorno dopo – che facevo la doccia a casa d’altri, lo scarico della doccia era intasato di capelli, l’acqua non andava giù e mi si accumulava tra i calcagni, quell’acqua era ghiacciata ma andava scaldandosi anche se lentamente, ero indeciso se aspettare un po’ per avere acqua tiepida o chiuderla lì, con una doccia fredda che mi avrebbe tenuto sveglio in vista di una notte di travagli osservati e in qualche maniera vissuti, e dopo aver valutato la situazione con ponderazione ho deciso che avrei comunque preferito una doccia calda o semicalda, anche a costo di avere l’acqua fino alle ginocchia che allora non mi facevano affatto male, e quando ho capito di aver preso una posizione almeno una volta nella vita, vale a dire la posizione di chi preferisce fare docce calde anche se quella doccia calda contribuisce a intasare sempre più una doccia altrui, vuoi per il rilassamento dovuto alla presa di coscienza vuoi per chissà che altro motivo, ho cominciato a pisciare su quel piatto doccia inondato, e mentre guardavo l’acqua nel piatto doccia ingiallirsi e scaldarsi per l’azione sia del boiler che del piscio mi sono chiesto in quale modo questo nuovo evento sparigliasse le carte.


Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento