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  29.01.2013 | 14:34
La redingote del domatore
 

 

 

Andare all’UCI o in qualche altro cinema multisala alla domenica è un  po’ come fare la visita dei tre giorni per il servizio militare: ti trovi a stretto contatto con persone che altrimenti non incontreresti mai, e che fai di tutto per non vedere più perché anche se in qualche modo ti affascinano – più o meno nella stessa maniera in cui ti affascina un incidente che accade nella corsia opposta alla tua quando viaggi in autostrada – più della fascinazione è forte lo schifo e la fiera consapevolezza di essere diversi in maniera non complementare ma incompatibile.
Questa domenica sono andato all’UCI a vedere un film con Agata, e nella fila davanti alla mia c’era una famiglia a suo modo emblematica:
1.padre tendente alla rabbia e alla cieca rivendicazione aprioristica del posto scritto sul suo biglietto regolarmente acquistato facendo una fila durante la quale ha avuto modo di pensare a quanto gli stesse sui coglioni l’idea di andare al cinema con la sua famiglia che odia;
2.figlia sui sette anni che nonostante tutto ha ancora una scintilla di entusiasmo all’idea di andare al cinema alla domenica con suo padre che la odia e sua madre che gingilla il telefonino per tutto il tempo del film:
3. madre appartenente alla categoria delle troie col piumino corto e le unghie da pornodiva che durante il film gingillano il telefonino connettendosi a internet e guardando le cose di facebook.

 

Ora, io sono fatto così: che se anche mi frega poco di quasi tutto, e anche se quanto a egoismo non scherzo un cazzo – per dire, sono un po’ come il personaggio di non mi ricordo più che libro di Tolstoj o Dostoevskij che racconta ai suoi amici che quando piove o nevica e lui, il personaggio, sta al calduccio di casa sua, quel personaggio gode molto non solo all’idea di essere al calduccio di casa sua, ma anche all’idea che qualcuno là fuori si prenda la nevicata o la pioggia in faccia, che essendo pioggia di Russia a occhio e croce non è esattamente una tiepida pioggerellina benefica ma più una caduta libera di pezzi di ghiaccio semiliquido -, anche se sono indubbiamente egoista ci sono delle cose che vedo accadermi intorno che mi fanno l’effetto di, come si dice, stringermi il cuore.
Una di queste è vedere una persona che sorride quando parla al telefonino. Se anche si tratta di una persona che mi sta antipatica, nel momento in cui vedo che sorride mentre parla al telefonino mi prende una tale tenerezza all’idea che faccia quei sorrisi per certi versi senza scopo e come tali totalmente sinceri che mi viene voglia di abbracciarla fortissimo e poi scappare via senza darle il tempo di chiedermi niente.
Un’altra cosa è vedere un bambino felice di passare del tempo con la sua famiglia anche quando è evidente che per esempio suo padre piuttosto che andare al cinema con la sua famiglia preferirebbe stare a casa a guardare la polvere che si accumula sui fornelli, e sua madre piuttosto che guardare quel film gingillerebbe sul telefonino alla ricerca di una foto dei fornelli impolverati del suo vicino di casa per poi condividerla con gli amici di facebook.

 

E' per questo motivo che mentre ero lì, al cinema UCI, a guardare poco il film e molto la famiglia emblematica, tempo dieci minuti mi è venuta una gran voglia di prendere per mano la bimba nonostante tutto entusiasta e farla sedere vicino a me e Agata, che differivamo dalla sua famiglia per tante altre cose oltre alle unghie, ai piumini e all'intenzione di cavillare sul posto scritto sul biglietto, ma mi hanno fermato due pensieri:
Primo, i padri che rivendicano con rabbia il posto loro assegnato al cinema tendono a considerare con sospetto gli adulti sconosciuti che prendono per mano i loro figli nell’oscurità dei cinema, indipendentemente dalla felicità che provano all'idea di essere lì con loro.
Secondo, quella bambina così entusiasta di andare al cinema con la sua famiglia è figlia di una donna che prima di essere quello che è adesso probabilmente era una bambina in qualche modo entusiasta di andare al circo o al parco col padre collerico e ansioso di rivendicare un posto sotto il tendone o sulla panchina e con la madre impegnata in attività affini al guardare le cose di facebook al cinema, che ne so, limarsi le unghie e lanciare di nascosto bigliettini sessuali nella redingote del domatore.

 

 

 

 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  24.01.2013 | 13:47
La capsula
 

Ormai non mi capita quasi più di accompagnare Agata a scuola, ci pensa sempre Camilla. Io porto Nora.

Le poche volte che accompagno Agata sono così felice che mi innervosisco un po’. Facciamo la strada che porta alla materna in silenzio, come due innamorati che non sono più abituati a passare del tempo insieme. Se parliamo è per dirci cose da nulla. Di solito cerco di metterci tanto tempo, per stare il più possibile con lei, ma visto che le dico sempre che ho fretta, e visto che Agata è una che se le dici che fai una certa cosa  perché le vuoi bene è anche capace di prenderti per il culo per la tua ammissione, più o meno come Nastasja Filiippovna nell’Idiota di Dostoevskij – salvo poi stare male di nascosto per il suo microsadismo, più o meno come Nastasja Filippovna nell’Idiota di Dostoevskij -, nascondo questo allungamento dei tempi cercando di distrarla.

Guarda Agata, guarda quella pozzanghera!
Cosa?
No, niente. E’ abbastanza profonda.

Guarda Agata, guarda quella macchina verde!
Cosa?
Un mio amico ce l’ha uguale.

Quando alla fine arriviamo alla materna saluto Agata, l’abbraccio forte come se non dovessi vederla per un anno e la guardo entrare in classe mentre mi dice ‘ti saluto dalla finestra’. 

Io corro giù, faccio i quattro passi del cortile fuori dalla visuale di Agata schiacciando una capsula di tristezza sotto la lingua, poi mi giro e guardo in su. Agata è lì che saluta. La saluto anch’io, e mentre la saluto ho la strana impressione di salutare anche qualche parte di me.

 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  19.01.2013 | 17:17
Steffy si sente sola
 

Ho sviluppato una tecnica infallibile per scrivere pochi racconti brutti: scrivere pochi racconti in generale. Questa tecnica è infallibile per scrivere pochi racconti brutti, ma è fallibilissima per non scriverne nessuno, e infatti ogni tanto mi capita di scrivere dei racconti brutti, come per esempio “cara Sandy”, che è su Tapirelax da qualche settimana.
Il fatto che “cara Sandy” sia venuto male è una delle cose che mi dispiacciono di più tra tutte quelle che ho in mente in questo periodo, tanto che quando mi capita di scrivere delle cose che mi sembrano veramente buone, per evitare di gasarmi troppo dico a me stesso “ricorda che tu sei anche quello che ha scritto ‘cara Sandy’ e fatti passare l’entusiasmo”.
Per questa volta eviterò di raccontare le consuete dinamiche interne che mi portano a controbattere a mie stesse obiezioni, controobiezioni che portano ad altre controcontroobiezioni etc etc, eviterò di farlo perché, me ne rendo conto, hanno un po’ rotto i coglioni.
Mi limito a dire che la scarsa riuscita di quel racconto mi brucia soprattutto perché l’argomento di cui tratta lo conosco bene come pochi altri argomenti, e quindi non ho scuse.
Questo – che il racconto è venuto male - lo so da quando quel racconto l’ho scritto, si può dire che mentre lo scrivevo mi rendevo conto di fare un brutto lavoro e di non rendere omaggio a una delle poche cose televisive a cui sono realmente legato tanto da guardarla tutte le volte che posso; e non solo per motivi per così dire narrativi, o entomologici, ma perché io a Ridge Forrester Senior voglio bene.
Ognuno pensi quello che vuole della questione, e chiunque ha la faccia di culo di dire “ridge forrester chi?” lo dica, non sarò io a smascherarlo.
Mi limito, come prova del fatto che “cara Sandy” non è un bel racconto, ad allegare quello che ha scritto il signor Wikipedia più o meno sullo stesso argomento. Wikipedia batte Zumba, non c’è un cazzo da dire.

Steffy si sente sola, ma non intende rinunciare al suo matrimonio. Così cerca invano vastissime volte di convincere Liam a tornare con lei. In questo periodo Steffy capisce gli errori commessi quando era sposata con Liam e rifiuta di essere nuovamente coinvolta nei piani di Bill per separare Hope e Liam, convinta che quest'ultimo tornerà da lei spontaneamente quando si stancherà di Hope. Steffy riceve continue pressioni dalle Logan per firmare l'annullamento, ma la giovane, sostenuta da Taylor, Stephanie e Ridge, non si fa mettere i piedi in testa e accusa Hope di adulterio per essere andata a letto con Liam, il quale è ancora ufficialmente sposato con lei. In seguito a dei litigi con Hope perché la ragazza assume farmaci per lo stress che subisce, Liam si riavvicina a Steffy e i due finiscono per baciarsi. Per la settimana della moda Steffy si ritrova insieme ad Hope e Liam ad Aspen. Qua Steffy viene investita, mentre scia, da Hope (che era sotto l'effetto dei farmaci) e si fa male ad un piede. Quando Liam capisce che Hope ha preso nuovamente un farmaco, litiga furiosamente con lei per avergli mentito e per non aver dato aiuto a Steffy. Nel frattempo quest'ultima firma l'annullamento, ma Liam lo strappa e la bacia. Steffy è convinta che tornerà con Liam, ma il loro matrimonio arriva alla fine quando il divorzio diventa effettivo. Steffy sta male senza Liam e sente di non riuscire ad andare avanti e soffre ancora di più quando vede l'ex marito felice con Hope. Steffy viene convinta da Bill ad accettare l'invito al matrimonio tra Liam ed Hope e così parte per l'Italia, precisamente in Puglia, insieme ai due futuri sposi, Bill, Ridge e Brooke. Il giorno delle nozze, Liam e Steffy si lasciano travolgere dalla passione. Liam si sente terribilmente in colpa ma, spinto da Steffy, sposa lo stesso Hope. Una devastata Steffy torna a Los Angeles e decide di rinunciare a Liam, sostenendo il suo matrimonio con Hope. Quando Hope trova un video del giorno delle sue nozze in cui scopre cosa hanno fatto Liam e Steffy, ha un duro confronto con i due, strappa i documenti che avrebbero reso del tutto legale il matrimonio celebrato in Italia e torna a vivere a casa dalla madre. Questo comportamento di Hope rimette in gioco Steffy, la quale sostiene che il gesto di Hope dimostra ancora una volta una profonda immaturità della ragazza. Liam riesce a farsi perdonare da Hope e i due organizzano un secondo matrimonio, non essendo ancora legalmente sposati. La notte prima delle nozze, Steffy cerca di convincere Liam a non sposare Hope e lo porta in discoteca per l'addio al celibato. Tra i due questa volta non succede nulla. Il giorno delle nozze, Liam confessa ad Hope che si è rifugiato da Steffy la sera prima ed Hope, credendo che tra i due ci sia stato qualcosa quella sera perché Rick le ha mentito grazie alla complicità di un suo amico, lo lascia. Liam e Steffy si ritrovano sempre più vicini uno all'altra e alla fine i due tornano insieme. Per festeggiare la loro riconciliazione, Liam e Steffy fanno l'amore nello chalet di Brooke, ma non sanno di essere stati visti da Donna. Liam e Steffy rendono poi pubblica la loro relazione e decidono questa volta di procedere con calma. Dopo poco tempo, Steffy torna a vivere a casa di Liam. La loro relazione procede bene finché gli inganni di Bill e Rick nei confronti di Hope e Liam vengono a galla: infatti Hope, appresa tutta la verità, vuole riconquistare Liam, ma lui rimane con Steffy, la quale difende a spada tratta la sua relazione perché Liam ormai ha scelto lei. Prima di partire per Parigi per andare a trovare suo padre, Steffy scopre felicemente di essere incinta e decide di dirlo a Liam, ma quando arriva a casa lo trova fare l'amore con Hope. Sconvolta, Steffy parte per Parigi.


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  15.01.2013 | 00:06
Venti Slam
 

Uno scrittore definito da un famoso giornale specializzato in definizioni argute come ‘la mente migliore della sua generazione’, definizione che per quanto lusinghiera a partire da un dato momento ha fatto sì che ogni nuova opera dello scrittore fosse accolta non tanto come romanzo – se era un romanzo – né come raccolta di racconti – se era una raccolta di racconti – né come saggio – se era un saggio – ma come l’ennesima prova che le sinapsi cerebrali dello scrittore grazie alle meravigliose pompe sodio potassio erano le migliori sinapsi della sua generazione, cosa che ha qualcosa di vero ma è molto riduttiva come sa chi per esempio ha letto un romanzo molto lungo dello scrittore-mente che oltre a essere la prova delle ottime pompe sodio potassio e dei prodigiosi dendriti dello scrittore-mente è anche e forse soprattutto un romanzo coi controcazzi come solo un romanzo postmoderno o postpostmoderno coi controcazzi sa essere, o come chi ha letto per fare un altro esempio un saggio dello scrittore-mente su un famoso tennista che oltre a essere la prova di una differenza di potenziale postsinaptico differente dalla differenza di potenziale postsinaptico di qualsiasi altro scrittore della sua generazione è anche e forse soprattutto un omaggio tutt’altro che virtuosistico a uno sport che lo scrittore-mente amava e praticava, uno scrittore, dicevo, si suicida mentre sta scrivendo un romanzo.
Come è facile prevedere i grandi capi delle case editrici di tutto il mondo non si lasciano sfuggire l’occasione di pubblicare il romanzo incompiuto dello scrittore-mente, e come è ugualmente facile prevedere la fascetta che abbraccerà il romanzo nel più ipocrita degli abbracci recherà quella definizione che non lascerà lo scrittore-mente neppure da morto, e tutto questo nonostante sia chiaro non solo ai grandi capi delle case editrici ma a chiunque abbia letto almeno quindici righe dello scrittore-mente che il romanzo postumo è talmente incompleto da risultare impubblicabile, talmente incompleto da fare sentire chiunque non si sia limitato a leggere quindici righe dello scrittore-mente, ma si sia spinto fino ad apprezzarlo tanto da sviluppare una dipendenza nei confronti delle sue opere affine a quella che sviluppano alcuni dei personaggi del suo romanzo molto lungo nei confronti di un film che dà il titolo al romanzo molto lungo, da far sentire il lettore di quel romanzo incompleto una specie di necrofilo voyeurista di infimo grado, talmente incompleto che se solo lo scrittore-mente avesse saputo della sordida operazione commerciale in cui sarebbe stato trasformato il suo romanzo forse lo scrittore-mente avrebbe gettato le pagine nello stufa come aveva fatto Gogol’ con l’ultima parte delle anime morte più di centocinquanta anni prima.
Il racconto che ancora una volta non scriverò parlerà di uno di questi grandi capi delle case editrici – uno dei più buoni, uno dei più combattuti, uno di quelli affetti da alopecia del pelo sullo stomaco – che subito dopo la pubblicazione del romanzo incompleto riceve in sogno la visita dello scrittore-mente, tutte le notti per un anno lo stesso sogno, e nonostante il grande capo buono e combattuto durante il sogno pensa tutte le volte che lo scrittore-mente stia per dirgli qualcosa come ‘che cosa cazzo ti ha fatto pensare che io avrei avallato lo scempio che avete fatto, bastardi?’,  per poi mettergli le mani addosso tanto da costringerlo a confessare di essere – il grande capo buono e combattuto – la merda migliore della sua generazione, in realtà no, lo scrittore-mente, nel sogno, tutte le notti, si limita a sedersi sul letto accanto al letto del grande capo buono e combattuto, le braccia appoggiate stancamente sulle cosce, la bandana bianca sulla testa, gli occhiali leggermente ovali alla Camillo Benso conte di Cavour, e dopo aver dato un’occhiata in giro per la camera del grande capo  - buono, combattuto e indeciso se addossare tutte le colpe della necrofilia editoriale all’addetto marketing senza scrupoli appena assunto dalla casa editrice -,  lo scrittore-mente dice soltanto ‘secondo te Federer ci arriva a venti Slam?’.
    

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  08.01.2013 | 23:43
Agghu
 

 

E’ un tempo complesso, un tempo esemplificato dalla metafora del footing: lo schifo e l’estasi si attorcigliano.
E’ un tempo che Nora si sveglia tanto alla notte, e spesso c’è da fare delle veglie, cullarla, cantarle canzoni, lasciar passare la burrasca.
Fare queste cose – fare le veglie – è esattamente come fare le corse. E’ una merda, ma è anche bello. E’ una fatica che ti annienta e ti fa bene. Mentre sono lì, alle tre di notte, che giro per il salotto e mi prendo le testate di Nora sullo sterno, io penso che è perfetto, è una dannazione perfetta, una fatica che spero finisca presto e duri per sempre, e mentre sono lì a scuoterla e stordirla le parlo della mia tesi sugli effetti antidepressivi della privazione di sonno, e le dico che sperimento io stesso quegli effetti su di me, e lei dicendomi brrr mi vuole dire che forse quel che avverto è più che altro un placebo, e io allora le ribatto che non è un placebo, è la neurofisiologia, e la neurofisiologia non scherza un cazzo, e lei dicendomi tatata mi vuole dire che se per caso sono laureato in neurofisiologia sono pregato di esibire i documenti che lo attestano, documenti su cui lei sarà poi lieta di depositare qualcosa che se non sarà marrone sarà comunque di un giallo o di un verde che virano verso il marrone, e io le dico che non c’è bisogno di essere laureati in neurofisiologia per sapere come funzionano serotonina e catecolamina, e lei dicendomi baba mi vuole dire di non approfittarmi del fatto che ha solo otto mesi e non sa esattamente cos’è la serotonina perché ne sa comunque quanto basta per sapere che io non ne so molto più di lei, e a quel punto io mi arrendo, la stringo forte, le do un bacio con lo schiocco che rischia di svegliare Agata e Camilla, e le dico che ha ragione lei, come sempre, e che mi ha smascherato anche stavolta, e che allora tanto vale godersi come viene quel tempo complesso, che sia quel che sia, e che sto bene anche se sto male a prendere testate sullo sterno parlando di neurofisiologia con chi ne sa più o meno come me ma con meno ingiustificata vanagloria, e che quella tortura sublime speriamo che finisca o duri per sempre, e che una di queste notti ambigue, nella disperazione esaltata dell’insonnia catecolaminica, scriverò il più bel racconto del mondo, finalmente un racconto libero da solipsismi e autocompiacimenti, un racconto ruvido, pulsante, spigoloso e senza aggettivi, un racconto sanguinante e purulento, e lei dicendo aggghu mi vuole dire che ci posso scommettere, che una di queste notti scriverò un racconto ruvido pulsante e spigoloso, e che quel racconto farà cagare.

 

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  04.01.2013 | 23:50
L'amore ai tempi di Piergigi
 

Il segretario di un grosso partito, giunto ad essere segretario di tale grosso partito dopo un periodo piuttosto lungo di gavetta durante la quale si era distinto per l’indiscutibile serietà almeno quanto per l’assenza di un vero e proprio carattere che lo differenziasse, per esempio, dalla sua stessa cravatta rossa, periodo durante il quale aveva accarezzato a tratti il sogno di diventare segretario del grosso partito seppur con la mesta consapevolezza di non avere per esempio l’intelligenza di un suo collega di partito un po’ antipatico e coi baffi, progressivamente escluso dalla prospettiva della leadership – questo collega - un po’ perché a un tratto per motivi poco chiari l’antipatia aveva prevalso sui baffi, un po’ perché vittima di un’epoca storica in cui il fare politica da più di un quarto d’ora era visto con sospetto da alcuni, specie dai seguaci di un ex comico caduto in disgrazia poi divenuto a sua volta leader di un altro partito sul quale si è già discusso altrove, e con la mesta consapevolezza – questo segretario del grosso partito – di non avere neppure la simpatia buona e cordiale di un altro ex segretario del partito amante dei continenti esotici e dei film dei fratelli Marx, segretario quest’ultimo che a dire la verità si era già giocato le sue carte contro il leader dello schieramento opposto in occasione delle elezioni politiche di qualche anno addietro, perdendo malamente, secondo alcuni a causa della scelta deliberata di questo segretario buono simpatico e cordiale di non fare mai per nessun motivo il nome del leader dello schieramento opposto, scelta che a questi alcuni ricordava più il gioco di società tabù che una vera e propria strategia da campagna elettorale, questo leader serio ma non esattamente carismatico, si diceva, giunto alfine alla leadership del suo importante partito – e di quello che segue parlerà principalmente il racconto che non scriverò -, non riesce ad uscire da una sorta di cortocircuito relazionale col suo fotografo di fiducia, lo stesso fotografo che qualche anno prima, poco tempo dopo la sua nomina a leader del partito, gli aveva scattato una foto destinata ai manifesti del partito per un’altra campagna il cui slogan recitava grossomodo “la disoccupazione è aumentata e la pazienza è finita”, slogan tutto sommato ritenuto dai più abbastanza efficace ma con l’handicap di essere accompagnato da una foto del leader che non era esattamente l’idea platonica dell’esaurimento della pazienza, quanto piuttosto della concessione clemente di un pochino di tempo in più affinché la fiducia si dimostri come è probabile ben riposta, lo stesso fotografo che in seguito ad un banale diverbio legato alle attribuzioni di responsabilità riguardanti la suddetta foto avrebbe abbandonato ripudiato e odiato il leader del grande partito tanto da arrivare a divulgare anonimamente un’altra foto che lui stesso gli aveva fatto di nascosto all’interno di un bar ristorante mentre il leader del grosso partito mangiava da solo un piatto di bresaola beveva una birra media e rileggeva un discorso dal quale sarebbe dovuta trapelare un’immagine di lui un po’ più carismatica, lo stesso fotografo che poi in seguito ai sensi di colpa brucianti e ai pavor nocturni durante i quali il segretario gli appariva in sogno dicendogli “i soldi per il welfare stanno finendo e anche la mia birra è agli sgoccioli” avrebbe riallacciato i rapporti col leader chiedendogli scusa, pur senza essere convinto di avere alcuna colpa, fino a lasciarsi convincere ad essere il suo fotografo ufficiale anche per la nuova campagna elettorale durante la quale il segretario del grosso partito si sarebbe fatto fotografare nuovamente dal suo fotografo di fiducia, seppure fiducia a corrente alternata, per una ambiziosa foto col tipico sorrisetto ad un tempo anonimo e poco credibile del segretario del grosso partito, ambiziosa foto che come è ovvio non avrebbe risolto il problema di scarsa personalità e autostima vacillante del leader del grosso partito, che pur sapendo di non poter attribuire almeno in questa occasione troppe colpe al fotografo, come spesso succede avrebbe preferito evitare di prendersi la colpa del suo stesso assente carisma e avrebbe nuovamente litigato col fotografo di fiducia accusandolo della successiva debacle elettorale, salvo pentirsi dell’ingiusta accusa, bere per la vergogna altre birre in solitaria nei bar ristoranti senza sapere di essere spiato e fotografato di nascosto, chiedere ancora scusa al fotografo, commissionargli una nuova foto per la nuova campagna elettorale che non avrebbe nemmeno stavolta risolto il problema dello scarso carisma e continuare con questo andirivieni del cazzo per tutta la vita.

 


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  02.01.2013 | 11:00
Rapporti che intercorrono tra me e me
 

Stavo pensando di scrivere qualcosa sul fatto che se invece il killer che mi dà quindici secondi e poi si ammazza, profondamente colpito dai miei turbamenti interiori espressi per esempio dai miei dubbi in stile “scelta di Sophie” sulle mie due figlie, si rivelasse una persona buona, una persona che alla luce dei miei turbamenti interiori non solo non vuole ammazzarmi, ma anzi è interessata a capire meglio i diversi strati della mia personalità, e questo killer si dimostrasse non solo una persona buona ed empatica, una persona ricca di tali e tanti strati al suo interno che al confronto io sono una specie di monolite nero Kubrickiano, se l’ex killer si dimostrasse non solo questo ma anche una sorta di genio della lampada seppur privo di superpoteri, quindi in un certo senso un genio del cazzo seppur buono empatico e variegato, e questo genio – così buono ed empatico da accettare in estrema analisi che gli si dica in faccia che non è altro che un genio del cazzo privo di superpoteri, se uno ha il fegato necessario a dire una cosa del genere a uno che fino a poco fa era un killer professionista -, e questo genio mi chiedesse per esempio “ma tu, insomma, dimmi, se potessi capire una sola cosa del mondo, tu, quale cosa vorresti capire?”, io, a questo ex killer pentito multiforme ed empatico, credo che non direi nulla sul fatto che è inutile dirglielo, che cosa vorrei capire del mondo, visto che tanto non è un vero genio e quindi può far poco per aiutarmi nell’opera di comprensione, e non so se eviterei di dirgli questo per evitare di scherzare col fuoco o perché mi sembrerebbe di sfruttare in un certo senso la debolezza del forte che si atteggia a debole, se così si può chiamare, fatto sta che non gli direi questo e invece gli direi che la prima cosa che vorrei capire del mondo, e forse l’unica, è cosa penso.

Gli direi così: voglio capire cosa penso. Poi, se mi lasciasse il tempo di spiegare meglio il concetto, gli direi che più passa il tempo più io ho dei dubbi, e non parlo solo dei dubbi stile scelta di Sophie riguardo alle figlie, no, parlo dei dubbi sulle mie opinioni, perché mi sembra che su ogni argomento ho opinioni che si contraddicono, e anche se penso che uno dei due pensieri che si contraddicono a vicenda è una specie di reazione adolescenziale all’altro pensiero, che è il mio vero pensiero, il retaggio di un bastian contrario che latra da qualche parte al mio interno, o l’illusione pseudo onnipotente di poter abbracciare tutto col cervello che anche quella secondo me ha a che fare con periodi della vita che sarebbe bene a questo punto essersi lasciati alle spalle, la verità è che io non so mai quale pensiero sia reattivo all’altro, quindi non so niente o quasi niente su cosa so, cosa penso, cosa preferisco e robe del genere.

Se poi gli dicessi così, al finto genio con un passato nel crimine, attualmente esperto di counseling, forse il genio perderebbe l’equidistanza e la pace interiore appena conquistate e mi direbbe “ti sei appena lasciato sfuggire l’ennesima occasione per dimostrare che c’è dell’altro dentro di te oltre a un pozzo nero di solipsismo narcisistico”, e io a quel punto avrei poco da obiettare, credo.

Stavo pensando di scrivere qualcosa del genere, ma poi mi è venuto in mente che io ho appena passato un capodanno molto bello, con Camilla Agata e Nora. E dopo essermi detto che ho passato un capodanno molto bello, con Camilla Agata e Nora, sono stato un momento fermo e zitto per vedere se arrivava il pensiero reattivo, un pensiero come “sarà pure stato un bel capodanno, però se ci pensi non è andato proprio benissimo, non almeno come quello del 1995 del 1999, e faresti bene a scandagliare la cosa prima di lasciarti andare a facili entusiasmi che poco ti si addicono: forza, rifletti per benino poi ne riparliamo”.

Ho aspettato un po’, ma non è arrivato nessun pensiero reattivo, invece.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento