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  18.07.2015 | 21:54
Se esiste l'ineluttabilità positiva
 
 

- Rogerwi.
- Come?
- Puoi chiamarmi Rogerwi.
- Che starebbe per Rogerwinner?
- Esatto.
- Ah!

Granny Smith si rialza dal letto di biada, rimette le mutande provviste di doppio alone  beige/marron e scoreggia sorridendo a Roger.

- Ti piacerebbe, stallone.
- Non sono uno stallone, sono un merdosissimo pony unicorno di ultima generazione.
- Se è per questo non sei neanche un winner.
- Come lo sai?
- Tutti lo sanno a Equestria. Tutti.
- Tutti?
- Tutti. Persino Big Macintosh. Persino Spike. Tutti.
- Oh. E cosa dicono?
- In che senso?
- Di me, della partita, del serbo. Cosa dicono?

Granny comincia a raschiare il pavimento di carbon fossile con gli zoccoli fosforescenti e si soffia via dal muso rade ciocche di criniera stopposa.

- Sicuro di volerlo sapere?
- Sicuro? Ah, non chiedermelo. In questo momento non sono sicuro di niente. Hai visto come ho giocato il quarto set? Ti sembra il modo di giocare di un pony sicuro di qualcosa?
- Non ho visto il quarto set.
- E il terzo?
- Nemmeno il terzo.
- Il secondo?
- No, nemmeno il secondo.
- Il primo? Il primo l’hai visto?
- No.
- Allora di sicuro avrai visto il quinto.
- Coglione, non ho visto la partita ma so che quest’anno è finita in quattro set. Per chi cazzo mi hai preso, per quella troietta di Scootaloo?

Roger non si decide ad alzarsi. Si rotola nella biada grattandosi la schiena rasata e guarda verso nord ovest dove campeggia il frutteto di Applejack, che Roger associa a teneri ricordi di crostate e pissing coprolalico. Che zoccolaccia quella Applejack, non riesce a impedirsi di pensare Roger prima di scuotersi, asciugarsi le guance sudate con le cavigliere di spugna e rivolgersi nuovamente alla sua attempata concubina.

- Granny, perché non hai visto la partita?
- Davvero non l’hai capito?
- No.
- Prova a pensarci, Roger.
- Ci ho pensato, credimi, ma non lo capisco.
- Fai uno sforzo.
- Ne ho già fatti troppi ieri in finale. Dimmelo e basta.
- Cosa ti dice l’intuito, Roger?
- L’intuito mi dice solo che se non mi rispondi entro tre secondi potresti fare una brutta fine. Porca puttana, Granny, perché cazzo non hai visto la mia partita?

Granny prende a singhiozzare girando in tondo per la stalla. Soffia, si dimena e lascia uscire dal buco posteriore incontrollabili gocce di urina al gusto di orzata.

- Perché piangi, Granny?
- Secondo te perché piango, Roger?
- Mi sembrava di aver già chiarito che non sono intuitivo e che non voglio esserlo. Nel mio mondo ideale quando faccio una domanda ricevo subito una risposta.
- Questo non è il mondo ideale, Roger.
- Certo che lo è. Siamo a Ponyville, cazzo.

Granny sorride sarcastica titillandosi lo sfintere con un forcale di gomma arabica dal manico vibrante che qualche burlone deve aver lasciato nella stalla.

- Roger, Roger, hai una visione così ingenua del reame di Equestria.
- Dimostramelo.
- Lo sapevi che Princess Celestia ha lasciato che a dorare il suo corno fosse un nuovo artigiano di Canterlot, senza prima indire un referendum consultivo tra noi pony?

Roger, sbalordito, si mette tutti e quattro gli zoccoli davanti alla bocca.

- Ecco, vedi che non è il mondo ideale?
- Scusa, Granny, non avevo idea di questa deriva autoritaria di Princess Celestia.
- La prossima volta pensaci bene prima di esprimere certi giudizi.
- Senz’altro. Adesso però me lo dici perché piangevi?
- Non per te, Roger. Non piangevo per te.
- E per chi allora?
- Per lui.

Granny punta lo zoccolo lontano, oltre la stalla, oltre il frutteto di Applejack, oltre la boutique di Rarity, oltre il castello di Princess Cadence, oltre i confini del reame di Equestria, e poi ancora oltre, oltre i possedimenti del diabolico Discord, e poi ancora oltre, oltre il mondo immaginario in cui pony e unicorni si trovano a condurre una vita tutta fatta di scaramucce, risate ultrasoniche e merda a pallettoni, fino a raggiugere chi sta scrivendo questo post.

- Oh, lui.
- Sì, lui.
- Perché piangi per lui e non per me?
- Già, perché? Perché, Roger?
- Granny, vaccatroia, saltiamo la fase in cui mi chiedi il perché, almeno questa volta, e rispondimi, porca la merda.

Granny sospira, scuote la testa, poi parla.

- Roger, tu hai trentatré anni, una moglie che ti adora, quattro figli che stravedono per te e quella puledra di Lindsay V. che non vede l’ora di farsi infiocinare, sei così ricco che se ti compri un miliardo di selle hasbro deluxe al giorno potrai continuare a comprarti un miliardo di selle hasbro deluxe al giorno fino al giorno in cui quella lorda di Pinkie Pie tornerà vergine, sei tuttora il numero due della classifica e nessuno ti può togliere il titolo di più forte giocatore della storia di questo sport, hai giocato una semifinale contro il pegaso inglese che ci ha fatto tutti sbrodolare di goduria, quel passante di rovescio tutto polso a due punti dalla fine è una roba che resterà per sempre negli annali, l’unicorno serbo forse vincerà ancora quattro o cinque titoli ma non arriverà mai a diciassette, e se anche ci arriverà, ma non ci arriverà, ci arriverà senza essere considerato da nessuno, neanche da sua moglie, neanche dal suo allenatore, neanche da se stesso, cazzo, alla tua altezza, in sostanza hai tutto di tutto tranne il diritto di piangerti addosso, quindi io per te non ci piango, no, vaffanculo, piango per lui, perché lui ieri girava come un coglione per il centro di Bologna, in bici, da solo, al sole, pensando alla tua partita e già pregustando il post che avrebbe scritto su di te, un post che sarebbe stato ben diverso da quello di un anno fa perché stavolta tu avresti vinto, era certo, non c’era dubbio che stavolta tu avresti vinto e il coglione serbo avrebbe perso, e lui mentre girava per piazza delle sette chiese e quel cazzo di pavé gli faceva vibrare il culo e il sudore scendeva a torrenti fin dentro le mutande pensava a quanto fosse giusto rispolverare noi cazzo di little pony, capisci?, noi cazzo di little pony, forse per l’ultima volta, e anche dopo il giro in bici quando è andato al cinema al solo scopo di far passare del tempo e arrivare a casa dopo le sei quando ormai la partita doveva per forza essere finita con la tua vittoria, mentre guardava il film pensava un po’ alla partita ma soprattutto al taglio da dare al post, un post che avrebbe dovuto prendere il via da Rogerwi come l’altro aveva preso il via da Rogerlù, due post analoghi ma opposti come opposte sono vittoria e sconfitta, era giusto così, pensava dentro il cinema, di più, era necessario, era inevitabile, e tutte queste riflessioni, questo senso di ineluttabilità positiva, se esiste l’ineluttabilità positiva, questo presagio di ultima occasione colta e non lasciata andare affanculo l’hanno accompagnato per tutto il film con la dolcezza che hanno le carezze che a volte gli fa Nora prima di tirargli delle martellate nella testa, e questa dolcezza, questa sensazione o quasi percezione dell’imminente scoperta che le cose sono andate bene perché stavolta non potevano che andare bene, questa sensazione o quasi percezione è durata anche dopo, mentre lui tornava a casa percorrendo per la prima volta la cosiddetta tangenziale delle bici che passa tra i viali di Bologna, e poi mentre apriva la cantina e ci infilava dentro la bici, e poi mentre saliva le scale con appena troppa fretta per chi dovrebbe avere dalla sua la forza dell’ineluttabilità positiva, e poi mentre entrava in casa e accendeva il computer, e poi mentre si stava aprendo il sito tennisworlditalia che offre la cronaca punto per punto delle partite finali di quel torneo, e quella dolcezza è finita dopo pochissimo, perché quando si è aperto il sito e lui ha cliccato sul link della diretta della finale è apparsa la scritta che il serbo stava vincendo 2 set a 1 e il punteggio nel quarto era di 5-3 sempre a favore del serbo, e dopo nemmeno un minuto il serbo come sai bene ha vinto anche quel game, la partita e il torneo, quindi per te, Roger, io non ci piango nemmeno scannata, mentre per lui sì, altroché se piango, sì, per lui sì, sì.

Roger sposta gli occhi nuovamente a nord ovest. Adesso il frutteto di Applejack gli sembra tristissimo, le mele hanno l’aria di essere tutte marce e non è più sicuro di quel pissing coprolalico. Forse l’ha solo immaginato tra un allenamento e l’altro.

- Dimmi un’ultima cosa, Granny. Perché non hai guardato la partita?
- Avevo di meglio di fare.
- Di meglio? Cosa c’è di meglio della finale?
- Prova a pensarci, stavolta è facile. Persino un cazzone antiintuitivo come te può farcela. Addio Roger.
- Addio Granny, sei stata la scopata più bella della mia vita.
- Tu no.

Granny Smith trotta fuori dalla stalla senza girarsi mentre Rogerwinner comincia a riflettere.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  05.07.2014 | 17:40
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- Rogerchi?
     
La voce di Pinky Pie è più acuta del solito mentre col suo scintillante zoccolo anteriore destro indica beffarda il muso lungo del pony che si trova davanti.

    - Rogerlù.
    - Rogerlù? Per cosa sta Rogerlù?
    - Sta per Rogerluser.
    - Ah!

Pinky Pie scappa via scorreggiando polvere di biada per la piana di Equestria, lasciando il pony a pascolare solitario tra i dolci meli di proprietà di Applejack, che giunge in quel mentre.

- Ciao Applejack
- Ciao Rogerlù.
- Oh, sai anche tu che mi chiamano così?
- Volano le notizie ad Equestria. E non solo le notizie. Sei nervoso?
- Da cosa l’hai capito?
- Solitamente i coglioni ti sudano molto meno di così.

Rogerlù diventa paonazzo, cerca di incrociare le zampe posteriori per nascondere il maleodorante torrente che scende dal suo scroto fino a toccare terra. Ma rischia di cadere e così smette.

- Roger, è la nona volta che arrivi in finale. E hai perso solo una volta. Di cosa hai paura?
- La verità?
- No, dimmi una bugia.
- Davvero? Vuoi una bugia?
- No, era una bugia. Voglio la verità.
- Ok, la verità, la verità è che…

Applejack, attirata da una farfalla a forma di icosaedro che svolazza qua e là, scompare tra i meli senza interessarsi alla verità di Rogerlù, che si allontana a sua volta, direzione boutique di Rarity.

- Ciao Rogerlù.
- Ciao Rarity.
- Vuoi un completino per la finale di domani?
- Ce l’avresti?
- Certamente. Ho appena creato questi pantaloncini fucsia con inserti in…
- Eh no, Rarity. Eh no. Solo vestiti bianchi per la finale di domani.
- Pantaloncini bianchi? Te li scordi, bello.
- Ma Rarity.
- Non chiamarmi Rarity. I pantaloncini bianchi non sono certo una rarità.
- Cerca di capire, C’è il dress code.
- Mi ci spazzo il culo, io, col dress code. Togliti dalle palle. Vai a comprarti i pantaloncini bianchi all’emporio dello zio di Big Mcintosh. E non tornare.

Rogerlù esce mogio dalla boutique. Si avvicina alla taverna di Equestria in cui ha intenzione di ubriacarsi senza dignità, ma si imbatte in Rainbowdash.

- Ciao Rainbowdash.
- Ciao Rogerlù.
- Ti va di farmi compagnia?
- Perché?
- Perché? Ci deve essere un perché? 
- Non dovrebbe esserci, in teoria, ma visto che so cosa pensi di me allora sì, deve esserci un perché.
- E cosa penso di te, Rainbowdash?
- Lo sai benissimo cosa pensi di me.
- No, io, veramente, non…
- O vuoi forse dirmi che sei talmente coglione da non sapere nemmeno cosa pensi di me, eh, Rogerlù?
- Io…
- Eh, Rogerlù?

Rogerlù, il muso basso e il fiume di sudore scrotale inarrestabile, non tollera la stringente dialettica di Rainbowdash e si rifugia alla taverna di Equestria.

- Barista, un whiskey liscio.
- Ciao Rogerlù.
- Ci conosciamo?
- Io conosco te, ma tu non conosci me.
- Capisco.
- Davvero? Ti vedo comunque perplesso, Rogerlù.
- Sì, sono perplesso. E sai perché, barista?
- Sì che lo so.
- Sentiamo.
- Ti stai chiedendo dove sono quelle due troie di Fluttershy e Twilight Sparkle.
- Non posso negarlo, barista.

Il barista, con prontezza, fischia. Da sotto il bancone emergono Fluttershy e Twilight Sparkle, palesemente sporche di vomito e sperma equino rappreso. Ciondolano verso un palo posizionato poco distante e danno il via a quella che solo un narratore troppo clemente o troppo arrapato o troppo amante dei trattini potrebbe definire una lesbo-zoofil-lap dance.

- Cosa c’è, Rogerlù? Hai paura di perdere?
- Macché, barista. Credimi quando dico che non me ne frega niente se domani vinco o perdo.
- No. Non ti credo.
- Non dovrei nemmeno competere con quel merdoso unicorno serbo. Io e lui siamo su due piani diversi. Rette sghembe. Nulla di affine. Mi spiego? Hai capito?
- Abbastanza.
- Stavolta sono io che non ti credo.
- Fai bene.  Ma se non è paura, allora cos’è?
- Preoccupazione.
- Cazzo, è più o meno la stessa cosa, Rogerlù.
- Non è il serbo a preoccuparmi. E’ lui.
- Lui?
- L’autore.
- L’autore?
- Sì, cazzo, l’autore del post. Di questo post, ok? Sai che cos’è un cazzo di post?
- Non c’è bisogno di offendere. Lo so cos’è un post. Perché ti preoccupa l’autore?
- E me lo chiedi? Ha rispolverato i pony e gli unicorni, cazzo. Una categoria del suo blog ormai morta e sepolta. Sai da quanto tempo aveva lasciato perdere questa merda?
- Ehi, ti ricordo che questa merda siamo noi.
- No, tecnicamente tu potresti essere anche umano, l’autore non ha specificato.
- Bene, allora diciamo che stai dando della merda a te stesso.
- E’ quello che mi merito, dopo la scorsa stagione. Robredo, Delbonis, Stachowski. Una sequenza imbarazzante di sconfitte. Ma adesso le cose sono cambiate.
- Fossi in te ci andrei cauto, se domani perdi puoi dire addio a tutti questi presunti progressi. Perdi, e domani finisce tutto.
- Va bene, che finisca. Me ne fotto, io, anche se finisce. Tu comunque non mi ascolti. Ti stavo dicendo che è lui a preoccuparmi, non il serbo.
- Non preoccuparti per lui. Si salverà.
- Che ne sai?
- Lo so e basta.
- Te l’ha detto lui?
- Lo so e basta, ti ho detto.
- Perché se te l’ha detto lui non fa testo. Lui pensa sempre di salvarsi. Ma a volte non si salva.
- Vaffanculo.


Barista e Rogerlù a questo punto tacciono e osservano con stanca eccitazione Fluttershy e Twilight Sparkle che si dimenano al palo.

- Quindi si salva?
- Chi?
- Come, chi? L’autore.
- Si salva, si salva.
- Sicuro?
- Puoi scommetterci il diritto a sventaglio.
- Preferirei scommettere il mio rovescio in back.
- Non se lo incula nessuno, il tuo rovescio in back.


Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  06.08.2013 | 23:21
La puntata di oggi - Operazione Sorriso
 

Pinkie Pie, pony fucsia di terza generazione, trotterella per la città col suo merdoso entusiasmo fuori luogo fino a che non incontra un vecchio asino scoglionato dal ciuffo impomatato che avanza lento per il reame di Equestria, trascinando un carretto carico di masserizie con la quieta disperazione di chi non ha nulla da chiedere se non che nessun maledetto pony gioviale di terza generazione venga a rompergli i giganti coglioni pelosi.

Pinkie Pie, pony fucsia di terza generazione, non appena vede il vecchio asino gli si avvicina e con la sua voce dalla frequenza intollerabilmente alta gli propone di diventare suo amico. L’asino nemmeno le risponde, e sfido chiunque a dargli torto, continua a procedere con lentezza per il reame di Equestria, ma Pinkie Pie non molla, non lo fa mai, ha bisogno della sua amicizia come Ava Devine di un creampie, giusto per restare in tema di torte, più o meno, e nella furia di questa cazzo di gioia tutta fatta di si bemolle altissimi gli scivola addosso facendo cadere il ciuffo, che a quel punto dimostra di essere un ciuffo di parrucca e non un ciuffo di criniera.

Come prevedibile e come ampiamente giustificato, la rabbia del vecchio asino aumenta, a questo punto le cagherebbe in testa senza remore, ma trattandosi di un asino che in fin dei conti predilige il dolore trattenuto con dolciamare sfumature passivo-aggressive, quello che fa è ritirarsi in silenzio nelle estreme lande del reame di Equestria, mentre Pinkie Pie, pony fucsia di terza generazione, gli chiede scusa e promette che troverà qualcuno a Ponyville pronto a fornirgli un tupé migliore del precedente, cosa tra l’altro non difficile dal momento che il tupé precedente era una merda che lo rendeva simile ad un abnorme incrocio tra Antonio Conte, Max Biaggi e Gegia. Il vecchio asino, che si chiama Cranky Doodle ma per tutti è solo Cranky, e per nessuno Cranky Doodle e per meno di nessuno, e soprattutto non per Pinkie Pie, solo Doodle, declina l’offerta mettendosi sulla testa calva un ciuffo d’erba, che tutto sommato gli sta benino.

Dopo una breve pausa durante la quale Pinkie Pie rimpiange il proprio atteggiamento eccessivamente appiccicoso ed invasivo, dimostrando una capacità di introspezione pari a quella dei suoi zoccoli, il pony fucsia di terza generazione porta in una specie di beauty farm il vecchio Cranky, facendogli dimenticare tutto tranne il fatto che Pinkie Pie è una gran faccia di merda che fa più danni dei megapallettoni di grandine. A nulla vale l’offerta di un nuovo parrucchino supergonfio che pure Cranky accetta, per oscuri motivi collegati forse al fatto che si è rotto i coglioni di portare un ciuffo d’erba sulla testa.

Più avanti nella puntata Pinkie Pie, che ha deciso di non rinnegare la sua natura di testa di cazzo fastidiosa per principio e forse per contratto, si reca di nascosto nella casetta in cui Cranky si è autorecluso con l’unica speranza di morire dimenticato da tutti, e non essendo Pinkie Pie esattamente il tipo di pony Fucsia di terza generazione rispettoso degli spazi dei vecchi asini calvi, comincia a rovistare tra le robe di Cranky bruciando per sbaglio un libro di ricordi che rappresenta l’unico legame tra Cranky e la sua vecchia innamorata asinina che non vede da seimila anni e che gli manca, eh se gli manca. A questo punto il vecchio caccia da casa una Pinkie Pie dispiaciuta quel tanto che basta da cantare un’ottava sotto i suoi standard alla Mariah Carey, giurando – il vecchio - odio eterno sia al pony fucsia di terza generazione che alla cantante nana statunitense.

Pinkie Pie, piangendo lacrime fucsia, si rifugia a casa di Twilight Sparkle, la quale si era illusa almeno per quel giorno di non trovarsi l’amico pony di terza generazione in mezzo alle palle. Twilight Sparkle, in compagnia della sempre apprezzabile Rainbow Dash, suggerisce a Pinkie Pie di accettare il fatto che il vecchio asino la vuole morta, assicurandole che Cranky è solo l’ultimo di una lunga serie di equini che la prenderebbe a testate mentre dorme.

Pinkie Pie, inspiegabilmente rinfrancata, torna da Cranky chiedendogli scusa così tante volte che al confronto Terminator 1 nell’omonimo primo film della serie muore subito. Quando ormai lo spettatore, annichilito da un’erezione invincibile, si convince che Cranky non la perdonerà mai, facendola perire di dispiacere e doppie punte tra soffici lenzuola fucsia, ecco il coup de théatre: Pinkie Pie porta a casa di Cranky Matilda, la vecchia innamorata di Cranky, che fa nuovamente innamorare il vecchio chiamandolo, va da sé, Doodle.

Segue un lungo flashback in bianco e nero, giustificabile unicamente alla luce del fatto che se non ci fosse stato la puntata sarebbe durata troppo poco, grazie al quale capiamo la vicenda dei due vecchi asini, divenuti a questo punto così rivoltantemente zuccherosi che non si può che provare un attimo di simpatia per Pinkie Pie, il pony fucsia di terza generazione, che chiuderà la puntata canticchiando acutissima una canzoncina su cui è bene glissare, facendoci dimenticare per magia l’ingiustificata simpatia provata per quell’attimo comunque troppo lungo.

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  08.04.2013 | 23:30
Il mio piccolo cavallo basso
 
 

Questa volta non è come per le altre categorie. Superficializzazione delle profondità, per esempio, posso ben dirlo io che l’ho creata, è una categoria che non vale una merda, piena di timori tremori finocchiaggini e ossimori di quart’ordine, non ha senso neppure parlarne, meglio passare oltre. E oltre c’è un’altra categoria che si chiama metapseudoqualcosa. Bene, meglio non farsi illusioni in merito: una categoria che si chiama metapseudoqualcosa può fare solo cagare, piena di cose che non sono cose ma pseudocose, anzi neppure pseudocose – che le pseudocose al limite avrebbero forse anche una loro dignità, o forse no – ma metapseudocose, e al di là delle pseudocose c’è solo una distesa di guano piastrellata di racconti che se non vengono scritti un motivo ci sarà, e allora meglio andare ancora un po’ più in là e soffermarsi sulla terza categoria. O meglio, sarebbe meglio soffermarsi sulla terza categoria se almeno la terza categoria avesse non dico una dignità, che di dignità è chiaro ormai che è meglio non cercare neppure uno iota, ma almeno una ragione d’esistere, quella sì, ma una categoria che si chiama la terza categoria conta talmente poco che persino a dire che conta poco ci si sente dei minchioni. Quindi niente, affanculo anche la terza omonima categoria, e che si ripongano tutte le speranze su quest’ultima categoria, che pur essendo la quarta categoria ha il coraggio di non chiamarsi quarta categoria ma il mio piccolo cavallo basso, che è la libera traduzione di my little pony.

My little pony è un cartone animato che guardo ogni tanto con Agata. Non è il genere di cartone che piace più agli adulti che ai bambini, come i Simpson o South Park, non è una di quelle puttanate indegne che gli adulti guardano per fare piacere ai bambini seppur soffrendo moltissimo, come per esempio le cagate di Richard Scarry con le automobili a banana o via degli uccellini n.3, e non è neppure una di quelle furbate naif che piacciono ai bambini ma anche in una certa qual maniera agli adulti, come per esempio Peppa Pig o Sem Sem.

My little pony appartiene a un’altra categoria, la quarta appunto, la categoria dei cartoni che fanno schifo ma sono belli, un po’ come Beautiful. E ora che il lavoro non mi permette più di guardare Beautiful – ma anche se me lo permettesse ci sarebbe il problema comunque insormontabile che tra qualche tempo a Beautiful Ridge non ci sarà più, se ne andrà fuori dai coglioni senza alcuna pietà per quelli come me che guardavano Beautiful quasi solo per vedere la sua camminata, le sue camicie e i suoi pollici arcuati, e anche se l’idea di Brooke che si strugge per Ridge sperando che torni quando noi sappiamo che non tornerà è tutt’altro che spiacevole, bisogna dirlo, resta il fatto che Beautiful senza Ridge è un po’ come i fratelli Karamazov senza Ivan Karamazov, o Guerra e Pace senza guerra e solo con le stucchevoli discussioni in francese nei salotti bene della grande madre Russia, o Infinite Jest senza la cicogna matta che si suicida mettendo la testa nel forno a microonde -, ora che televisivamente parlando mi resta pochissimo, anche se io e Little Pony allo stato attuale delle cose siamo un po’ come due conoscenti che hanno un amico in comune che li ha presentati – Agata – e che stanno cercando di capire se possono essere amici e uscire insieme anche senza coinvolgere nelle loro uscite l’amico comune, beh, credo che adesso se Dio vuole mi dedicherò al mio piccolo cavallo basso, e se Dio vuole ne scriverò in questa quarta categoria che, fidatevi, varrà – e vale già - immensamente più delle altre categorie passate e future.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento