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  08.05.2017 | 23:15
L'occupazione
 
 

Nel 2012 facevo parte della giuria del concorso di racconti illustrati Tapirulan. Alla redazione dell’associazione, di racconti da valutare ne arrivarono 604. Almeno 524 erano orrendi. Dei restanti 80 alcuni erano passabili, altri belli, altri ancora molto belli e poi ce n’era uno che per me non solo era il più bello tra quelli arrivati, ma era proprio il racconto più bello che avessi mai letto. Sono ancora di quell’avviso: non ho più letto un racconto bello come quello. Quel racconto, un po’ perché piaceva anche a un altro paio di persone in giuria, un po’ perché io avevo insistito molto per inserirlo nella raccolta, alla fine fu selezionato, ma non vinse il concorso.
Il concorso fu vinto da un racconto intitolato Eleonora, scritto da un autore chiamato Alessandro Sesto. Alessandro Sesto aveva inviato anche un altro racconto alla redazione del concorso. L’altro racconto si chiamava In qualche posto tipo Oklahoma. Per me era più bello di Eleonora, ma la pensavo così solo io. Quindi forse sbagliavo. In  ogni caso, per quanto a me piacessero entrambi i racconti, ero abbastanza sicuro che nessuno dei due fosse all’altezza del racconto più bello che avessi mai letto.
Alla premiazione del concorso parteciparono alcuni degli autori, tra cui Alessandro Sesto. Quando il presidente di giuria disse ad Alessandro Sesto che il suo racconto intitolato Eleonora ci aveva fatto ridere molto e poi gli chiese che cosa facesse ridere lui, Alessandro Sesto tacque qualche secondo poi disse: Woody Allen. Non aggiunse altro.

Col tempo io e Alessandro siamo diventati amici. Abbiamo riso senza mai parlare di Woody Allen. Abbiamo pranzato e cenato osservando una rigida turnazione Bologna/Verona/Cremona/Parma/Bibbiano. Abbiamo condiviso (io, lui, Robi, Alberto, Andrea) i primi episodi delle Idioziadi quando ancora si chiamavano Demenziadi e noi non sapevamo che quello sarebbe diventato un romanzo. E di Alessandro ho letto i primi due libri, che sono le due raccolte di racconti meno catalogabili come raccolte di racconti nella storia della letteratura. In realtà si tratta di una raccolta di saggi e di un romanzo mascherato da raccolta di racconti. Ci sarebbero delle cose da precisare su questi due libri, ma non qui. Basti dire che vi potrà capitare di leggere libri più divertenti dei suoi (ma pochi), e vi potrà anche capitare di leggere libri in cui spicchi ancora di più la lucidità di una mente superiore (ma pochi anche di quelli), ma di certo non vi potrà capitare di leggere libri che siano così divertenti e contemporaneamente così intellettualmente convincenti, diciamo così.

Dopo questi due libri, Alessandro ha scritto un romanzo, l’Occupazione.
L’occupazione è tutto quello che sono i due libri precedenti, ma in misura maggiore. Più divertente, più convincente. Data la scelta di scrivere un romanzo distopico (ma non ditegli che è un romanzo distopico a meno che non vogliate vederlo reagire come se gli diceste che avrebbe dovuto inserire qualche avverbio in più, ma solo nelle pagine pari) il rischio cagata, o almeno il rischio scarsa credibilità, era concreto. E invece il romanzo è credibile. Ma in maniera scettica, cinica, mefistofelica e sospesa. Orwell mischiato con Luttazzi mischiato con Bulgakov mischiato con, boh, Cartesio. E al tempo stesso diverso da tutto il resto. Non una parola di troppo. Non una parola fuori posto. Prosa sorvegliata, dicono alcuni usando un’espressione che può piacere o fare schifo. A me fa schifo.
E poi quello che in un certo senso è il suo marchio di fabbrica, qualcosa per cui potrebbe pretendere diritto di copyright (e magari lo farà, vai a sapere): il tipico giro di frase alla Alessandro Sesto, la spirale ascendente-logica-aristotelica-tolemaica che termina con la svirgolata pecoreccia: forse qualcun altro l’avrà tentata, ma non con la sua sistematicità e, soprattutto, non con la sua abilità. 
Ma non è di questo che volevo parlare, perché questo era tutto sommato preventivabile, nonostante le incognite legate alle differenze tra scrivere un romanzo e scrivere una raccolta di racconti, per quanto anomala.
Quello di cui volevo parlare e che non era preventivabile ha a che vedere con l’emotività.
Nelle cose che scrive Alessandro è difficile individuare un contenuto emotivo. E’ difficile perché, secondo me, non c’è. E non c’è perché non è importante che ci sia. Non serve. Ogni periodo di Alessandro è come privato di quella componente. E’ essiccato. E’ liofilizzato.
I personaggi sono quello che fanno, come dice lo stesso Alessandro. Non quello che provano. Mc Carthy al confronto è un amante dell’introspezione. La cosa più vicina alla sfera emotiva (sempre che sia una sfera, perché potrebbe anche essere un’emisfera, o una sfera cava) che accade nel suo romanzo accade quando nei primi capitoli Nora (gran bel nome, va detto) lascia Andreas. In quel caso Andreas vomita, ma mentre vomita non soffre. No. Mentre vomita, confronta quel vomito con un altro suo vomito, il vomito di quando una sua ex l’aveva lasciato. Mentre vomita, Andreas non sta male. Soppesa, confronta. Valuta.

Tutto questo vale per i primi due libri di Alessandro e per tutto il terzo. Tranne l’ultimo capitolo di questo. L’ultimo capitolo dell’Occupazione, oltre a essere uno dei due o tre migliori finali che vi capiterà di leggere nella vostra vita se leggerete questo straordinario libro (a meno che non siate di quelli che amano i finali in cui tutto diventa finalmente chiaro, nel qual caso state leggendo il post sbagliato), è la dimostrazione che Alessandro non è solo una micidiale combinazione di astuzia e sarcasmo, o di scetticismo e sagacia, o di ironia e dialettica, o di quello che vi pare e quello che vi pare.
Alessandro è uno che sa far piangere in silenzio gli scarafaggi.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  17.02.2016 | 23:32
il resto
 

Oggi sono andato a fare la spesa all’eurospin. Una volta arrivato alla cassa, ho visto che davanti a me c’era una famiglia: padre, sui 55 anni, bianco; madre, sui 40, di colore; due figlie, di circa 5 e 10 anni. La famiglia aveva fatto una spesa notevole, una marea di cibarie era  distesa sul rullo. Ho cominciato a guardarli.
Non erano organizzatissimi, non avevano neppure un sacchetto. La madre allora ha deciso di comprare un sacchetto di quelli di tela, disponibili al supermercato. Il padre intanto si era piazzato vicino alla cassiera, con l’evidente intenzione di pagare e di non fare nient’altro. La madre con l’aiuto delle figlie ha riempito il sacchetto di tela, ma restava più del triplo della spesa da mettere da qualche parte. Il padre non si muoveva. Io li guardavo e sentivo montare un odio assoluto verso quell’uomo che non faceva niente, solo aspettare di pagare, mentre il resto della famiglia si sbatteva con fretta disorganizzata. La madre ha preso un altro sacchetto di tela, l’ha riempito sempre con l’aiuto delle figlie. Il padre fermo con le mani in tasca fissava la cassiera. Lo odiavo sempre di più: bella vita, eh?, pensavo, te ne stai lì a non fare una sega mentre tua moglie e le tue figlie si occupano di tutto, credi che non ti tocchi far nulla di più di questo, aspettare e poi pagare, magari pensi di fare persino più di quello che ti è dovuto, ma vergognati, coglione, vergognati di quello che sei.
La madre ha preso un terzo sacchetto di tela, l’ha riempito grazie anche alle figlie che le passavano le bottiglie d’olio, i pigiami rosa taglia 6 anni e le sovracosce di pollo. Il padre con gli occhi bassi aspettava il suo momento. Che gran coglione che era.
Alla fine erano rimaste poche cose, una bottiglia di ammorbidente, un pacco di biscotti, le cozze cilene surgelate. La madre si è fatta passare un sacchetto di plastica dalla figlia maggiore, ha sistemato le ultime cose poi, a fatica, è riuscita a sistemare l’ultimo sacchetto nel carrello.
A quel punto la cassiera, dopo aver battuto l’ultimo prezzo, ha detto ad alta voce: sono 104 euro e 84.
Ho guardato l’uomo con disgusto pensando: avanti, coglione, dai un senso alla tua presenza. L’uomo non si è mosso.
La donna ha spostato il carrello, ha preso dalla borsa un piccolo portafogli grigio e ha tirato fuori due pezzi da cinquanta euro e uno da dieci. Poi ha detto: bastano?
L’uomo ha sorriso guardando il denaro passare dalle mani di una donna alle mani dell’altra poi ha detto: eh, ora ci danno anche il resto.

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  06.07.2015 | 22:43
Senza se ma con qualche ma
 

L’altro giorno ho rivisto un amico che non vedevo da un po’. Stava salendo su una bici. Non l’ho visto bene. Occhiaie, barba a chiazze, la camicia non stirata. Come va? Gli ho detto. Eh, così. Mi ha detto lui. Mi spiace, gli ho detto io. Non ti devi mica dispiacere, mi ha detto lui. Non va male. Ha aggiunto. Ah, allora bene. Gli ho detto io. Bene cosa? Mi ha detto lui guardandomi con aria sospettosa. Bene che non va male. Gli ho detto.
Stavo per andare via, poi mi sono ricordato che tempo fa gli avevo prestato venti euro. Ero indeciso se chiederglieli indietro. A me non è che piaccia tantissimo chiedere indietro i soldi, però non ne avevo, non avevo nemmeno il bancomat, e poi lui aveva detto che le cose non gli andavano male come sembrava.
Lui deve aver capito che avevo un dubbio in testa, per cui mi ha anticipato e mi ha chiesto: cos’è? Cosa vuoi? Che ti serve? Ci sarebbe una cosa, gli ho detto io vergognandomi un po’. Una cosa cosa? Mi ha detto lui. Quei venti euro, ti ricordi? Gli ho detto io. Quali venti euro? Mi ha detto lui. Quelli che ti ho prestato una volta, sarà stato il mese scorso o quello prima, quella volta che dovevi andare a mangiare la pizza. Gli ho detto io. Ah, quelli. Mi ha detto lui con una specie di noia indispettita sulla faccia. Erano venti? Sei sicuro? Ha aggiunto. Mi sembra di sì. Ho detto io. Quindi non sei sicuro. Ha detto lui. Sì, mi sembra proprio di sì. Ho detto io. Ti sembra o sei sicuro? Ha detto lui. Sono sicuro. Ho detto io. Una banconota da dieci e due da cinque. Una delle due banconote da cinque aveva un’orecchia nell’angolo. Ho aggiunto io inventandomi un dettaglio. Venti euro, può darsi. Ha detto lui sempre con quella noia indispettita sulla faccia. Poi ha cominciato a fare cenno di sì con la testa e dopo mi ha salutato dicendomi: allora ciao eh, ciao.
Scusa, ma come rimaniamo d’accordo? Gli ho chiesto. In che senso? Mi ha chiesto lui. Quei venti euro, quando pensi di darmeli? Gli ho chiesto io. Lui ha alzato la testa, ha guardato le nuvole nel cielo con un’aria filosofica e dopo una pausa abbastanza lunga ha detto: tu credi nella democrazia, vero? Io non sapevo cosa rispondere. Tu credi nella democrazia? Ci credi o non ci credi? Ha insistito lui. Io sì, ci credo. Ho detto io poco convinto. Ci credi senza se e senza ma? Ha chiesto lui. Guarda, non mi piacciono molto queste espressioni. Ho detto io timidamente. Quali espressioni? Ha detto lui accigliandosi. Senza se e senza ma. Ho detto io. O ci credo o non ci credo. O magari ci credo senza se ma con qualche ma. Comunque sì, alla democrazia ci credo. Ho aggiunto.
Lui ha cominciato a scuotere la testa, ha ripreso a guardare il cielo e mi ha detto: beh, se ci credi non puoi non essere d’accordo con me sul fatto che non posso decidere da solo se darti o non darti quei soldi. Non posso non essere d’accordo se devi darmi o non darmi quei soldi. Ho mormorato io, stordito da tutte quelle negazioni. Bene, vedo che siamo d’accordo. Ha detto lui risalendo sulla bici.
E quindi cosa vuoi fare? Gli ho chiesto dopo un attimo. Chiederò il parere del mio popolo. Ha detto lui spingendo in fuori il petto. Tu hai un popolo? Gli ho chiesto io. Si chiama democrazia: potere al popolo. Ha detto lui. Tu hai un popolo? Gli ho chiesto di nuovo. Se per esempio il mio popolo mi dicesse che il mio debito è da rinegoziare, io dovrei tenerne conto, non credi? Mi ha chiesto lui. Tu hai un popolo? Gli ho chiesto per la terza volta. Se il mio popolo mi dicesse che ti devo dare solo dieci euro, e in monetine da un centesimo, cosa dovrei fare? Chi sono io per voltare le spalle al mio popolo, con tutto quello che il popolo ha fatto per me? Si chiama democrazia, sai? Democrazia. Ha detto lui partendo con la bici in direzione periferia.
Ma pensa, ha un popolo. Ho detto tra me guardandolo allontanarsi.  

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  02.03.2015 | 22:40
Male e niente male
 

C’è questa foto di Jihadi John, il boia dell’Isis. La foto di quand’era bambino. L’ha pubblicata un giornale inglese, e a ruota è stata ripubblicata sui siti italiani. In particolare sul sito di Repubblica, che io continuo a consultare ogni giorno, più volte al giorno, come se si trattasse di un sito che vale la pena di consultare, nonostante le foto dei gattini addormentati sui divani, i selfie di James Franco in mutande davanti allo specchio, il nuovo look di Conchita senza barba, Bianca Balti in passerella al sesto mese di gravidanza, i confronti impietosi tra divi della stessa età ma che sembrano uno il papà dell’altro e cose del genere.

In quella foto Jihadi John, che ancora non era Jihadi John ma Mohamed Emwazi, avrà una decina di anni, è sorridente, ha una felpa rossa tipo american system o qualche altra marca tipo american system che andava di moda negli anni ’80 ma forse non più negli anni ’90 quando è stata scattata la foto, e il colletto di una polo bianca che spunta da sotto.

Quando ho visto quella foto ho pensato, e forse oltre a me l’hanno pensato in tanti, “e allora?”. Dopo aver pensato così ho pensato “e quindi?”. Dopo ancora ho pensato “ma perché, cosa pensavate, che a dieci anni sgozzava i compagni di classe che non indossavano felpe da paninari? Pensavate così?”. Dopo per un po’ ho smesso di pensare.

Quando ho ricominciato a pensare credo di aver pensato “ma sì, giusto così, in fin dei conti le persone hanno bisogno di vedere la faccia che aveva il male quando non era ancora il male, ne hanno bisogno per stupirsi o fingere di stupirsi che il male quando non era ancora il male era diverso dal male quando è il male, ne hanno bisogno perché hanno bisogno di fare delle scoperte, e scoprire che il male prima di essere il male era una cosa diversa dal male, anche se da un lato terrorizza perché fa capire che avere il controllo delle cose, in particolare della trasformazione del non ancora male in male, a volte è impossibile, dall’altro forse fa stare benissimo, perché ti dà la possibilità di dire a qualcuno ‘oh, hai visto com’era il male prima di essere il male? No? Ti faccio vedere io. Guarda che felpa, guarda’”.

Dopo ho smesso di nuovo di pensare e ho guardato gli highlights della finale dell’ATP 500 di Dubai, che ha vinto Federer, e gli highlights non erano niente male.

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  02.02.2015 | 22:02
Il nostro amore sempre più fiorito sarà
 
 

Con tutto il bene che si può volere a queste due creature, e io gliene voglio tanto, non si può non convenire sul fatto che se le si guarda in questa foto, bimba 1 e bimba 2, bimba 1 gioiosamente sdentata come una pocahontas che ha risolto a morsi e testate una querelle con rapunzel in merito al concetto di leadership disneiana, bimba 2 con l’aria pensosamente hair metal di un brett michaels indeciso se intraprendere la lettura di essere e tempo di heidegger, se le si guarda in questa foto, dicevo, non si può dubitare del fatto che per ritrovare qualcosa di altrettanto misteriosamente e mostruosamente irresistibile bisogna andare sul sito chiamato youtube e digitare ‘con la primavera nel cuore’.

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  29.10.2014 | 21:58
Cartier-Bresson mi fa un sufflon
 
 

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  22.10.2014 | 22:37
Chi è l'ultimo?
 

Lo so, lo so. E’ comodo, comodissimo. Altrimenti non lo direbbero tutti. Io però non lo dico.

 

L’altro giorno ero malato, sono andato dal medico. Quando sono entrato nella sala d’aspetto  quattro vecchi su sette si sono girati verso di me. Avevano la faccia di chi pensa “dai, su, dillo, è comodo, dillo dai, chiedicelo così te lo diciamo”. Non l’ho detto, ho memorizzato le facce delle sette persone che erano davanti a me. Ho fatto una fatica micidiale, continuavo a guardarli e a ripassare le loro facce. Ogni volta che arrivava qualcuno, un'altra faccia di merda che diceva quella cosa, io lo guardavo con odio. La prima faccia di merda arrivata dopo di me, in particolare, quello che quando l’ha chiesto mi ha obbligato ad alzare la mano e autodenunciarmi, quello in particolare l’ho odiato. Ho anche pensato per un attimo di dirgli “chi? è quel vecchio là in fondo, quello con il giubbetto in acetato e gli occhiali a goccia”. Sarebbe stato un bel momento. Il vecchio chiamato in causa avrebbe detto “no, non è vero, non sono io, è quel signore che fa l’asino, è lui”. Al che io avrei detto al nuovo arrivato con espressione serissima “nossignore, non faccio l’asino, non è mia abitudine, le ribadisco che è il vecchio con l’acetato e gli occhiali a goccia, non sono io”. Il vecchio, sempre più scandalizzato, avrebbe aggiunto “non capisco perché questo signore si prenda gioco di lei, le garantisco che io sono arrivato prima delle sedici, mentre questo signore che ha così tanta voglia di scherzare è arrivato alle sedici e dieci, lo so perché ho guardato l’orologio, quel grosso orologio sopra la porta, vede?”. Forse a quel punto avrei rinunciato a controbattere, o forse avrei fatto l’ultimo tentativo coinvolgendo nella questione qualcun altro, un individuo debole, influenzabile, che ingannato dalla mia sicumera avrebbe assicurato al nuovo arrivato, seppur con qualche dubbio, che non ero io, e che forse era davvero quel vecchietto che si confondeva con un’altra volta, magari la settimana prima, quando era stato dal medico per quel raffreddore che non voleva passare nemmeno con gli antibiotici.

Io avrei sorriso, avrei ringraziato l’individuo debole per avere fatto trionfare la mia versione, avrei assistito con falsa benevolenza agli ultimi tentativi del vecchio con l’acetato e gli occhiali a goccia di giurare che non era lui bensì io, poi avrei aspettato il mio turno, cioè il turno del vecchio da me superato con astuzia, e al momento di entrare nello studio medico, tanto per non farmi mancare niente, avrei scoreggiato piano in corrispondenza del vecchio per poi guardarlo scandalizzato e un po’ schifato.

 

Lo so, lo so. E’ comodo, comodissimo. Ma anche uscire in pigiama lo è.

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  07.10.2014 | 16:35
il do ut des è sempre una bella roba
 

Per me quella lì, quella che si è appena sposata con l’attore famoso, che di questa cosa hanno parlato così tanto e in particolare su quel sito che guardo tutte le mattine a proposito di quel matrimonio il giorno del cosiddetto fatidico sì hanno fatto la fotogalleri numero uno la fotogalleri numero due la fotogalleri numero tre la fotogalleri numero quattro e se non sbaglio anche la fotogalleri numero cinque, e non solo queste cinque fotogalleri specializzate ma anche una fotogalleri retrospettiva sui grandi matrimoni da sogno del passato, come per esempio il matrimonio tra l’attrice bionda un po’ triste amata da quel regista ciccione esperto di saspens e il principe del principato onestamente non all’altezza dell’attrice, come lui stesso sapeva se non era proprio un coglione, o il matrimonio tra l’attrice dagli occhi viola e il fegato cirrotico e l’attore dal fegato cirrotico e gli occhi azzurri, che tra l’altro forse si sono sposati non una ma due volte, forse perché l’amnesia alcolica gli aveva fatto dimenticare il primo matrimonio, che poi quando ho visto quelle cinque più uno fotogalleri dedicate a quella lì e all’attore famoso mi sono chiesto quante fotogalleri dedicheranno al matrimonio se mai ci sarà tra quel politico anziano di cui nonostante tutto si parla ancora molto e la sua fidanzata giovane che di recente ha abbracciato sia i ghei che la loro causa di emancipazione, per me quella lì, quella che ha fatto mettere come si dice la testa a posto all’attore famoso, che prima di stare con quella lì era stato con delle donne molto diverse da lei, cosa che tra l’altro succede a tutti quelli che hanno più di due relazioni nell’arco della propria vita a meno che uno non abbia quella specie di cosiddetta patologia dello stampino, cosa che può pure essere, e in ogni caso conta poco se io o un altro che non è nessuno come me ha delle ex diverse dalla compagna attuale, a chi vuoi che gliene freghi, ma quando sei un attore che vale cinque più una fotogalleri in caso di fatidico sì allora il discorso cambia, in quel caso conta fare i confronti con le ex fidanzate, eccome se conta, e tra queste ex fidanzate nel suo caso ci sono anche delle donne famose, come per esempio una sciogherl italiana che forse non gli ha fatto mettere la testa a posto come quella lì, in senso figurato, ma in senso letterale sicuramente la testa in un posto gliel’avrà fatta mettere, e io penso di sapere anche quale posto, perché di solito è così che si fa non solo nello star sistem ma anche nel normal sistem, una volta io con la mia testa nel tuo posto e una volta tu con la tua testa nel mio posto, e alla fine siamo tutti contenti, sempre che non vogliamo mettere la testa a posto contemporaneamente, che andrebbe benissimo e anzi meglio, il do ut des è sempre una bella roba, per me quella lì, comunque, quella che si è appena sposata con l’attore famoso, quella che ha abbracciato le cause umanitarie e sembra che l’abbia fatto in maniera leggermente più credibile di quell’altra, quella che sta con l’uomo anziano dal sorriso irresistibile e la pompetta prostatica, quella che ha preso anche la tessera dell’arcighei perché ormai siamo nel terzo millennio e l’idea di famiglia è ora che cambi, e tra l’altro anche il suo boifriend non è vero che è omofobo come dicono i detrattori, anzi lui trova simpatici e normali i ghei, mica antipatici e anormali, simpatici e normali come i non ghei, le battute che fa su di loro sono proprio la dimostrazione che li tratta da pari a pari, e chi dice il contrario mente sapendo di mentire o forse non sapendolo ma l’ignoranza, si sa, non è mai una scusante, per me quella lì, quella che secondo alcuni si è sposata con l’attore famoso perché l’attore famoso aveva bisogno di una figura autorevole da tanti punti di vista e al di sopra di ogni sospetto in previsione di una scalata alla casa bianca, una da portare con fiducia ai branc con gli ambasciatori o in visita ufficiale al cremlino, uno come quella lì che si vede che secondo lui in questo senso offre più garanzie della sciogherl italiana e anche più di tutte le altre sue ex, per esempio anche più di quella sua ex che faceva la lap dens a las vegas o di quell’altra ex che faceva il vrestling un po’ dappertutto, che sono simpatiche e normali come i ghei e le ghei, mica si può dire che la lap dens e il vrestling è roba strana e anormale, questo è chiaro, è tutto normale, ma per i rinfreschi a uoscinton forse è più spendibile l’avvocatessa paladina delle cause umanitarie della lottatrice o di quella che balla sul palo, per me quella lì, l’avvocatessa paladina delle cause umanitarie, quella che ha difeso anche quel tipo coi capelli bianchi tendenti al giallo oppure viceversa gialli tendenti al bianco, quello che ha svelato i segreti degli stati uniti entrando in tutti i computer del pentagono o della cia o dell’efbiai, quello che ora è costretto a nascondersi in qualche posto tipo ecuador o taipei o svezia e quando torna in america è fottuto a meno che nel frattempo non sia diventato presidente l’attore famoso, in quel caso non è solo fottuto ma un posto di prestigio nell’establiscment non glielo toglie nessuno, per me quella lì, l’avvocatessa, la sposa, la paladina, quello che sto cercando di dire è che non è una bella figa.

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  15.09.2014 | 22:52
La costituzione di Z.
 

Art. 1

Z. è un individuo antidemocratico fondato su se stesso.

Art. 2

Z. ai diritti inviolabili preferisce quelli violabili.

Art.3

Per Z. tutti i cittadini hanno pari dignità, cioè poca.

Art. 4

Z. non ritiene che il progresso spirituale della società dipenda dagli individui più che dagli oleandri piantati tra le corsie dell’autostrada Messina Catania.

Art. 5

Z. è uno ma non è indivisibile. Oppure viceversa.

Art. 6

Z. tutela tutte le minoranze linguistiche tranne quelle che usano il verbo ‘messaggiare’.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa non sono del tutto indipendenti, ma in fin dei conti chi lo è?

Art. 8

L’ultima volta che Z. ha avuto qualcosa da dire in merito alle confessioni religiose Samantha Fox aveva il più bel paio di tette del mondo.

Art.9

Z. promuove lo sviluppo della cultura a patto che si parta del presupposto che la cultura è una merda.

Art. 10

Lo straniero è tollerato da Z. in quanto difficilmente può essere peggio dell’italiano.

Art.11

Z. ripudia la comunicazione come mezzo per risolvere le controversie interpersonali.

Art. 12

Z. non ha bandiera, ma se ce l’avesse sarebbe di qualche colore. Ma non ce l’ha.



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  22.06.2014 | 18:41
Controproposta
 

Proposta di modifica unilaterale del contratto c/c di corrispondenza

Ai sensi dell’art.118 del D.Lgs. 1.9.1993, n.385, Le/Vi comunichiamo le modifiche apportate ad alcune condizioni economiche che regolano il rapporto sopra indicato.
Le variazioni apportate, saranno applicate al fine di allineare i valori dei tassi di rendimento alle decisioni di politica monetaria adottate dalla Banca Centrale Europea (che in data 11/06/2014 ha ridotto il tasso principale di rifinanziamento dello 0,100% portandolo dallo 0,250% allo 0,150%).
Precisiamo che le variazioni a Lei/Voi sfavorevoli sono evidenziate, con la rispettiva data di decorrenza, dal simbolo ‘<=’ e quelle favorevoli dal simbolo ‘**’.
Le suddette modifiche si intendono approvate ove Lei/Voi non receda/recediate dal contratto, e ciò senza spese, entro la data di decorrenza sopra citata.
In questo caso, in sede di liquidazione del rapporto, Lei/Voi ha/avete diritto all’applicazione delle condizioni precedentemente praticate.

Tassi
Condizioni avere  DAL: 17.08.2014                                   0,15%                 <= 

Condizioni dare    DAL: 17.08.2014 per scoperto di c/c       7,775%               **   


Controproposta   

Stimatissima Banca Periferica Italiana e non meno stimabile Banca Centrale Europea,

il primo pensiero nel leggere la Sua/Vostra missiva è relativo all’evidenza di come Lei/Voi non mi conosca/conosciate affatto. Se mi conoscesse/conosceste (intendo, conoscermi davvero: sapere cosa mi piace e cosa no, cosa mi convince e cosa mi atterrisce, cosa serve a conquistarmi e cosa a respingermi), Lei/Voi saprebbe/sapreste qual è la mia opinione in merito alle proposte di modifica unilaterale del c/c di corrispondenza, e lo saprebbe/sapreste perché se mi conoscesse/conosceste anche solo un po’ avrebbe/avreste letto cosa penso su questo argomento in un altro post che non ricordo di preciso e che non mi scomoderò a rileggere, perché le proposte di modifica unilaterale del c/c di corrispondenza secondo il mio punto di vista non si meritano questo tipo di fatica.
Bene, visto però che non mi sembra giusto lasciarLa/lasciarVi col dubbio né obbligarLa/obbligarVi a rileggere tutti i miei precedenti post, Stimatissima Banca Periferica Italiana e non meno stimabile Banca Centrale Europea (non dubito che Lei/Voi abbia/abbiate molto da fare, per esempio inviare a tanti altri correntisti le proposte di modifica unilaterale del c/c di corrispondenza), Le/Vi scriverò qui cosa penso delle proposte di modifica unilaterale del c/c di corrispondenza, e più in generale delle proposte di modifica unilaterale formulate da un’entità forte (posso chiamarLa/chiamarVi così, Stimatissima Banca Periferica Italiana e non meno stimabile Banca Centrale Europea? Si/Vi riconosce/riconoscete nella definizione di entità forte?) a un’entità debole, quale sono certo, senza falsa modestia, di essere io.
Dunque, se posso spiegare il concetto usando un’immagine piuttosto forte, Stimatissima Banca Periferica Italiana e non meno stimabile Banca Centrale Europea, il concetto platonico di proposta di modifica unilaterale mi fa venire in mente un uomo nudo, legato, imbavagliato, assicurato a un tavolo di zinco da un ingegnoso sistema di cinghie che nasconda tutto il corpo lasciando scoperta la sola zona dei testicoli, al quale si avvicini un altro uomo con una morsa metallica in mano, dando vita al seguente dialogo non esattamente dialogico.

- Buongiorno.
- …
- Spero che non le dispiaccia se poc’anzi l’ho legata, imbavagliata e assicurata al tavolaccio con un ingegnoso sistema di cinghie che lascia scoperti solamente, beh, sappiamo entrambi cosa.
- …
- Forse vorrà sapere perché ho una morsa metallica in mano.
- …
- Questa morsa è qui per ospitare proprio loro.
- …
- I suoi testicoli.
- …
- Prima saranno accolti nello spazio apposito, dopodiché lo spazio apposito sarà ristretto attraverso l’utilizzo di questa chiave, vede?
-  …
- Tale spazio subirà una progressiva riduzione fino quasi all’azzeramento, obiettivo questo che ad ogni modo non potrà essere raggiunto ma solo vagheggiato.
- …
- Infine, i suoi testicoli esploderanno in un tripudio di coriandoli di carne sanguinolenta.
- …
- Naturalmente si tratta solo di una proposta. Liberissimo di accoglierla o rifiutarla. Non mi sento di escludere che lei non gradisca appieno l’esplosione dei suoi testicoli preferendo l’integrità degli stessi.
- …
- Intendo dire, più prosaicamente, che ad alcuni piace, ad altri no. Ed è difficile dalle poche informazioni in mio possesso capire a quale delle due categorie lei appartenga.
- …
- E’ sufficiente che lei si liberi del bavaglio e si esprima in merito al non gradimento dell’esplosione.
- …
- Naturalmente prima liberandosi dell’ingegnoso sistema di cinghie.
- …
- O che in alternativa, pur senza liberarsi del bavaglio, riesca a dire con chiarezza che non gradisce l’esplosione. C’è chi ci riesce, ma tenga per sé questa informazione.
- …
- Allora, gradisce l’esplosione?
- …
- Non ho capito. La gradisce?
- …
- Continuo a non capire. Gradisce o non gradisce?
- …
- Mi spiace, ma il regolamento parla chiaro. In casi di scarsa capacità espositiva vige la presunzione di gradimento per l’esplosione dei testicoli. Procedo.
- …
- Procedo.
- …

Nella speranza che tale dialogo poco dialogico, Stimatissima Banca Periferica Italiana e non meno stimabile Banca Centrale Europea, non suoni troppo offensivo né per Lei/Voi né, viceversa, per tutti coloro che a vario titolo promuovono l’esplosione dei testicoli altrui ma non per questo gradiscono essere accomunati ad alcuna entità finanziaria, La/Vi invito a ritenerSi/ritenerVi da questo momento autorizzata/autorizzate a qualsiasi modifica unilaterale di c/c di corrispondenza comunicata, taciuta o soltanto accennata e Le/Vi contropropongo di non scomodare il termine ‘proposta’ che rischierebbe di essere fuorviante. Tale controproposta viene accompagnata in chiusura della mia dal doppio asterisco che indica le modifiche per Lei/Voi favorevoli (si tratta pur sempre di un risparmio di parole, e sappiamo entrambi/tutti e tre quanto Lei/Voi è/siete sensibile/sensibili all’argomento risparmio, dico bene?).
Colgo l’occasione per ricordarLe/ricordarVi che la virgola tra soggetto e predicato sarebbe bene evitarla, a meno che lei/Voi, Stimatissima Banca Periferica Italiana e non meno stimabile Banca Centrale Europea, non risponda/rispondiate al nome di James Joyce, e Le/Vi porgo i più distinti/distanti saluti.

Condizioni né dare né avere:
DA SUBITO – proposta di modifica unilaterale diventa modifica unilaterale               **

Zumba

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  21.05.2014 | 09:50
Facciamo un gioco
 
 

Si tratta di abbinare le domande alle risposte. O le risposte alle domande.


Risposte


Chi è Roger Federer?
E’ falso in quanto il concerto di Mauro Levrini, specie nel momento topico della hit riempipista ‘vieni a fare l’amore’, toccò vette di lirismo gorgheggiato che la fottutissima chela di Nadal non si sogna nemmeno.
E’ falso per due motivi: 1.l’autore di questo post non ha mai toccato le righe del campo se non con le suole delle scarpe o con la punta della racchetta e comunque mai con una pallina da lui tirata dall’altra parte della rete; 2. Non si ricordano spettatori in alcun match da lui disputato.
E’vero, anche se va precisato che la più corretta traduzione dell’espressione aristotelica in questione secondo alcuni filologi sarebbe ‘un’invereconda spianata di vulve tali da riempire la gloriosa piana di Maratona’.
E’ in linea di massima falso, ma è difficile dirlo con certezza in quanto quel diritto incrociato di Nadal era talmente forte e di fatto invisibile che non si può a rigor di logica nemmeno escludere che la pallina dopo aver abbandonato il piatto corde della babolat del campione spagnolo abbia assunto la tipica forma dello stronzo malcagato. 
E’ impossibile dare una risposta sensata se prima non si fa indossare a Rafael Nadal uno sbarazzino chiodo di pelle.
E’ vero. L’autore di questo post e la sua fidanzata si sono anche dati una risposta, e cioè che Nadal sarebbe stramazzato al suolo come fosse stato colpito da una raffica di M 16, avrebbe poi chiesto l’intervento del fisioterapista, si sarebbe fatto massaggiare per quattro ore, avrebbe fatto rimandare la partita per via dell’arrivo delle tenebre e il giorno dopo, fresco come una rosellina, avrebbe vinto il match dedicando magnanimamente la vittoria al raccattapalle impazzito, salvo poi farlo castigare da quel delinquente di suo zio Toni negli spogliatoi del Foro Italico a colpi dello stesso asciugamano bagnato. 
E’ vero, in quanto anche se non aveva mai assistito a un match del genere l’autore del post aveva il sospetto che uno dei due giocatori, nello specifico il più muscoloso Nadal, potesse scatenarsi con qualche diritto talmente forte e invisibile da non poter essere percepito ma solo immaginato, ma va detto che piuttosto che chiedere al vicino di sedia se il colpo era entrato oppure no l’autore di questo post si sarebbe mangiato il succitato e sottocitato stronzo malcagato.
E’ vero, ma va detto a discolpa dell’autore di questo post che non appena i due giocatori hanno cominciato a provare i servizi tale pensiero è scomparso dalla testa confusa e sproporzionata del suddetto autore del post, proprio mentre iniziava a emergere una consapevolezza seppur appena abbozzata di essere uno stronzo malcagato.
E’ falso. L’autore di questo post, a differenza del padre della bambina di circa diciotto mesi, avrebbe approfittato dell’occasione per dirigersi minacciosamente verso un’incartapecorita e attonita Lea Pericoli, strapparle dalle mani nodose il microfono, saltare nel campo con agilità invidiabile e cantare come si deve la prima strofa di ‘she’s waiting for you’.
E’ vero, anche se in realtà l’autore di questo post non ricorda bene i dettagli di quel racconto in quanto non lo legge da tempo, e comunque l’autore di questo post non è l’autore del suddetto racconto, o se lo è pronto a giurare sull’onore di zio Toni che non si tratta di un racconto autobiografico.
E’ falso in quanto, se anche regge il paragone tra finale maschile e migliore sesso della propria vita, la finale femminile è piuttosto assimilabile alla visione su Youporn di un video nel quale si vede un tale che si masturba guardando il video di un tale che si masturba guardando il video di un tale che si masturba guardando il video di un tale che guarda la finale femminile dell’ATP 1000 di Roma. 


Domande


E’ vero o è falso che il primo pensiero dell’autore di questo post, non appena Djokovic e Nadal hanno cominciato a palleggiare nella fase di riscaldamento che ha preceduto la finale dell’ATP 1000 di Roma, è stato ‘beh, non è che tirino poi così forte, mi aspettavo di meglio’?
E’ vero o è falso che l’autore di questo post, data la sua inesistente esperienza in fatto di match di un certo livello se si esclude la finale al circolo tennis Cacciari di Imola tra un pisquano numero centomila del mondo e un altro pisquano numero centomilioni del mondo – inesperienza dimostrata anche dal pensiero esposto al punto 1, che a costo di rovinare la suspence dell’abbinamento domanda/risposta rivelo subito essere un pensiero vero, verissimo – è vero o è falso, si diceva, che l’autore di questo post prima della suddetta finale non era nemmeno sicuro di riuscire a vedere la pallina durante gli scambi più intensi del match, trovandosi poi costretto a chiedere delucidazioni in merito al vicino di posto sicuramente più esperto di lui?
E’ vero o è falso che in alcune fasi del match, e in particolare in occasione di un rabbioso diritto incrociato di Nadal accompagnato dal consueto e detestabile muggito pseudoeiaculatorio Nadaliano, è vero o è falso che la pallina da tennis, analogamente a quanto accadeva al pallone in un cartone animato degli anni ’80 dedicato al mondo del calcio, è vero o è falso che la pallina colpita dal campione spagnolo, si diceva, in quell’occasione ha perso la caratteristica forma sferica per assumere la meno caratteristica forma a ferro di cavallo?
E’ vero o è falso che una delle cose che ha colpito maggiormente l’autore di questo post durante la finale maschile dell’ATP 1000 di Roma è stato il rumore prodotto dalla pallina ogni volta che toccava una riga del campo, rumore uguale identico al rumore prodotto dalle palline scagliate  negli anni ’80 e ’90 dall’autore di questo post quando colpiva una riga del campo, seppur con risultati leggermente diversi rispetto ai due finalisti in termini di potenza, qualità e altri piccoli dettagli tra cui il conseguente entusiasmo del pubblico presente?
E’ vero o è falso che intorno alla galassia del tennis, o se si vuole circoscrivere il concetto intorno al sistema del foro italico, o se si vuole circoscrivere ancora di più il concetto intorno al pianeta denominato ‘finale maschile dell’atp 1000 della città di Roma’, l’autore di questo post ha avuto modo di appurare che orbita quell’entità così mirabilmente descritta nell’ahimè perduta metafisica di Aristotele con la denominazione di “imbarazzante distesa di fighe”?
E’ vero o è falso che Novak Djokovic, con la sua andatura molleggiata e disinvolta esibita sin dall’ingresso in campo, è sembrato all’autore di questo post l’uomo più sicuro del mondo dopo Rocco Siffredi e Barack Obama, ma prima di Matteo Renzi?
E’ vero o è falso che Rafael Nafal, con la sua andatura a gambe divaricate, la schiena curva e il culo estroflesso esibita sin dall’ingresso in campo, ha ricordato all’autore di questo post l’io narrante del celebre racconto ‘proctologia e dentismo’ dopo l’ispezione rettale subita, così mirabilmente descritta nel suddetto racconto?
E’ vero o è falso che la sollecitudine con cui i raccattapalle porgevano a Rafael Nadal al momento del cambio di campo due asciugamanini di spugna ha generato nell’autore di questo post e nella sua fidanzata una sorta di ilarità terrorizzata al pensiero di cosa sarebbe successo se uno dei due raccattapalle invece di porgerlo con sollecitudine al campione spagnolo avesse scelto di bagnarlo con lo sputo, attorcigliarlo e conseguentemente farlo schioccare a mo’ di lazo sulla schiena bagnata e secondo alcuni dolorante del campione spagnolo?
E’ vero e falso che l’autore di questo post, quando una bambina di circa diciotto mesi, fino ad allora tranquillamente seduta sulle cosce della mamma in prima fila, ha cominciato a urlare come una scimmia scuoiata un attimo prima che Novak Djokovic facesse esplodere la sua battuta a 201 km/h, dopodiché Novak Djokovic ha interrotto la preparazione della battuta a 201 km/h e ha fissato con odio e a turno la mamma e la bambina, dopodiché la mamma annegando nella sua stessa vergogna ha tirato per il braccio la bambina di diciotto mesi circa per portarla fuori dalla tribuna e dagli sguardi di tutti gli spettatori e dei due giocatori, specie di un nervosissimo Novak Djokovic che in quel momento stava perdendo male il primo set quindi si trovava ad essere piuttosto suscettibile sull’argomento ‘bambini che strillano in prima fila’, è vero o è falso, si diceva, che l’autore di questo post ha pensato che in quel frangente si sarebbe comportato esattamente come il papà della bimba di diciotto mesi circa, che mentre sua moglie provocava una lussazione della spalla alla figlia non ha mosso un solo cazzo di muscolo?
E’ vero o è falso che l’esecuzione del diritto uncinato di Rafael Nadal, detto da alcuni “la chela” e da altri “il toppone”, è una delle cose più raccapriccianti a cui l’autore di questo blog sia capitato di assistere se si eccettua il concerto tenuto da Mauro Levrini nel 1998 in un oscuro locale di Castelbolognese frequentato esclusivamente da ultrasessantenni arrapate fasciate da scintillanti abiti di lamé?
E’ vero o falso che l’autore di questo post, giunto alla fine della grande giornata di sport, si è permesso di concludere con se stesso che il tennis femminile sta al tennis maschile, o più precisamente la finale tra Sara Errani e Serena Williams a cui aveva poco prima assistito sta alla finale tra Djokovic e Nadal, come la più brutta pugnetta della vita, quella fatta con immotivato senso di colpa e semiimmotivato disgusto di sé, sta alla migliore chiavata della vita?   
E’ vero o è falso che l’impressione generata dal match tra Novak Djokovic e Rafael Nadal nel cervello e negli organi percettivi dell’autore di questo post, o per meglio dire la consapevolezza che nessuna altra finale, tra nessun altro giocatore di tennis attualmente in attività, avrebbe potuto essere all’altezza di questa, ha mitigato in lui, autore di questo post, una punta di tristezza causata dall’assenza in tale finale di Roger Federer?  

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  25.04.2014 | 00:23
Ormai
 

Ormai è passato del tempo quindi se ne può parlare.
Qualche sera prima del concerto dei Criogenia mi ha telefonato Matteo Renzi. Sulle prime è stato molto affabile. Mi ha chiesto di Camilla, delle bimbe, ha voluto sapere come vanno le cose. Io gli ho raccontato un po’ di me, non gli ho nascosto alcune difficoltà che sto incontrando sul lavoro, mi sono come si suol dire aperto con lui. Matteo non ha lesinato consigli, espressi tra l’altro con l’acume e l’umiltà che sempre lo contraddistinguono, e sembrava che tutto stesse andando per il meglio.
Dopo qualche minuto però mi ha svelato il vero motivo della telefonata. Veniamo al dunque. Ha detto a un certo punto con voce leggermente impostata. Mi piacerebbe, Guido, poter cantare al vostro concerto, ha continuato. Ti ringrazio per la considerazione, davvero. Gli ho detto io. Però, sai, ci siamo già io e Lucia, e così forse col parco cantanti saremmo a posto, un terzo cantante rischia di. Caro Guido, mi ha interrotto lui cominciando a irritarsi, perché vuoi rovinare una bella occasione di collaborazione? Non pensi ci sia posto per tutti? Matteo, ho ribattuto io senza azzardarmi a dargli anch’io del ‘caro’ per una sorta di timore reverenziale probabilmente eccessivo, per tutti tutti se me lo chiedi non credo ci sia posto, il palco è abbastanza piccolo, il locale è quello che è. Non penserai anche tu, ha ripreso Matteo, che ti faccia questa richiesta per una smania di visibilità? Non vorrai accusarmi anche tu, caro Guido, di protagonismo? Guarda Matteo, ho detto io, visto che hai introdotto tu l’argomento ti confesso che il dubbio mi era venuto. Ci manca poco che partecipi anche alla partita del cuore. Ho detto subito dopo per sdrammatizzare. Non mi parlare di partita del cuore. E' sbottato a quel punto. Se c’è una cosa che odio sono proprio le partite del cuore. Davvero? Ho chiesto io incredulo. Niente di più detestabile del finto buonismo che regna alle partite del cuore, fanculo alle nazionali benefiche. Ha continuato lui. E la nazionale cantanti? Non sopporti nemmeno quella? Ho chiesto io. Non farmene parlare. Ha detto lui. Gianni Morandi mi sta sulla fava come pochi. Ha confessato lui. Tu odi Gianni Morandi? Ho domandato. Con tutto me stesso: chi credi che abbia messo in giro la voce che Gianni mangia la merda? Ha detto lui. Non è vero? Non è coprofago? Ho chiesto io. Guardare le repliche di Centovetrine in piena notte è la sua unica perversione. Ha una specie di fissazione per Ettore Ferri. Ritiene Roberto Alpi il più grande attore contemporaneo dopo Marlon Brando. Ha detto lui. Poi ha aggiunto: ma che vadano in culo Morandi, Mogol, Mingardi, Mengoli e tutti gli altri bischeri della nazionale. Dicevamo del concerto. Fammi cantare almeno she’s waiting for you, dài, per favore. Mi ha pregato. Guarda, gli ho detto io a quel punto, se vuoi venire al concerto e cantare magari una cover di secondo piano se ne può parlare. Tipo? Ha chiesto lui sospettoso. Non so, qualcosa di Toni Blescia o di Bracco di Graci, magari una hit di Alessandro Errico. Ho proposto io. Alessandro Errico te lo canti tu, caro Guido. Ha detto lui. Io voglio cantare she’s waiting for you. Sarò totalmente sincero con te, Matteo. Ho detto io credendo di chiudere a quel punto il discorso. Ci sono solo due modi per cantare she’s waiting for you: cantarla alla cazzo o cantarla in modo perfetto. Solo io e Mina possiamo cantare she’s waiting for you, ma non mi è permesso dirti chi tra me e Mina la canta alla cazzo. Mi sembra che tu voglia fare una polemica ridicola, ha detto lui, sporcando un evento benefico. Scusa Matteo, sono intervenuto io, ma non hai detto che odi gli eventi benefici? Non mi hai capito, si è stizzito lui. Parlavo di partite di calcio. I concerto benefici li amo alla follia. Il concerto dei Criogenia però non è un evento benefico, ho garantito io. Neppure un ghello di quello che guadagneremo andrà a rimpinguare le casse di qualche fottuta Onlus. Terremo per noi i soldi, ce li berremo tutti fino all’ultimo spicciolo. Pensavo di turbarlo con quest’ultima uscita, ma mi sbagliavo. Non mi fai cantare nemmeno chiudiamo chiudiamo? Ha chiesto lui con voce supplice. Chiudiamo chiudiamo la possiamo cantare solo io e Antony. Ho detto io. Anthony? Il fidanzato di Candy Candy? Quella mezza checca che indossava le camicie con le ruches e le giacche di velluto liscio? Ha chiesto lui con l’aria schifata. No, Antony di Antony and the Johnsons. Ho precisato io. Oh, lui. Ha detto fingendo di conoscerlo. Non è che sei del movimento? Ha aggiunto dopo un attimo. No, guarda, io mi muovo poco. Ho detto io. Per chi hai votato allora alle ultime politiche? Ha chiesto ancora. Sai, quel giorno nevicava. Gli ho detto io. Poi Nora stava male, era in ospedale, non mangiava niente. Non ho potuto votare. Sì, ma se Nora fosse stata bene? Ha incalzato lui. Se il tempo fosse stato bello per chi avresti votato? Io non ho risposto. Eh? Per chi avresti votato? Per chi? Dimmi. Insisteva lui. Non lo so. Ho detto io. Pensaci, pensaci adesso: avresti votato per noi? Avresti votato per noi o no? Mi avresti dato il tuo voto, caro Guido? L’avresti fatto?
Va bene, puoi cantare la prima strofa di she's waiting for you, ma se sbagli l'attacco ti inculo. Ho concluso per togliermelo dalle palle.  

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  15.04.2014 | 23:39
Una sindrome
 

Lo scorso fine settimana siamo stati nelle Marche per un matrimonio. Si sono sposati due avvocati. Mi stanno simpatici entrambi. Il matrimonio tra l’altro si è celebrato in un teatro, un’idea secondo me bellissima.
La cosa singolare, che in realtà non è singolare per niente perché capita spessissimo, è che quei due sposi che a me piacciono molto piacciono altrettanto, e forse anche di più, a tutta una serie di persone invitate al matrimonio che invece non mi piacciono per niente. Tra queste, una menzione a parte meritano due categorie che da sole coprivano una buona metà del totale degli invitati.
1. Le donne abbronzate, ricchissime, ben depilate, eleganti, con mariti deferenti o notai o avvocati, figli dagli occhi tristi iscritti a scuole private internazionali e la tendenza a parlare esclusivamente con pari grado di pochi argomenti tra cui avvocatura, notariato e iscrizione dei figli alle scuole internazionali.
2. Le donne pallide, finto povere, pelose, con la ricrescita, senza marito, figli adottati preferibilmente di colore, caratterizzate dalla predilezione per le letture accattivanti  quali la biografia del politico e stratega afghano Ahmad Shah Massoud e la tendenza a spiegare la deriva della società chiamando in causa concetti quali la disneyzzazione ormai ineluttabilmente in atto.
Ora, io non faccio testo, lo so, io odio anche persone molto meno odiose di queste, io odio quasi tutti e con una forma di orgoglio fuori luogo e un viscido senso di superiorità che non scompare nemmeno adesso che fingo di sentirmi in colpa per questi miei splendidi e giustificati sentimenti, ma proprio perché io non faccio testo va ricordato che quello che  provo riguardo a queste categorie è analogo – anche se per certi versi opposto - a quello che provano tanti altri, per esempio l’intervistatore del cantante dei Criogenia, o l’intervistatore dell’intervistatore del cantante dei Criogenia, o l’eventuale intervistatore dell’intervistatore dell’intervistatore del cantante dei Criogenia ammesso che esista, in simili frangenti. Qualcosa che chiamerò “sindrome da sedicesimo minuto del White Album”.
Le prime sei canzoni del White Album del Beatles – Back in USSR, Dear Prudence, Glass Onion, Ob-la-di Ob-la-da, Wild Honey Pie, The Continuing Story of Bungalow Bill – durano in totale circa quindici minuti. Queste prime sei canzoni, a parte Ob-la-di Ob-la-da che fa cagare senza appello, sono abbastanza belle. Alcune più – Dear Prudence - alcune meno – Back in USSR. Poi c’è la settima canzone, While My Guitar Gently Weeps, che è la canzone più bella della storia della musica. E dopo la settima l’ottava, Happiness Is a Warm Gun, che è anch’essa la canzone più bella della storia della musica. E così, quando arrivo al sedicesimo minuto di ascolto dell’album e parte While My Guitar Gently Weeps, capisco che quel che sento è in assoluto il massimo – il passaggio dal minore al maggiore al momento del ritornello, la voce sottile e quasi tremolante di Harrison, l’assolo di Clapton. Poi, al ventesimo minuto e qualcosa, parte Happiness Is a Warm Gun e capisco che quel che sento è in assoluto il massimo – la struttura bislacca costituita da pezzi assemblati alla cazzo, la voce nasale di Lennon, il quattro quarti e il tre quarti che si mischiano.

Col matrimonio è stata un po’ la stessa cosa, anche se inversa.
Quando mi capitava di interagire con le donne pelose e finto povere, senza marito ma con la ricrescita e con la figlia di colore, mi assaliva una voglia nauseante di far comunella con le donne depilate, ricche e internazionali, ascoltando nel dettaglio i racconti sugli aperitivi a Corte Isolani, le cattedre da associati dei mariti, gli errori delle colf filippine e le rette delle scuole private, e ponendo a mia volta quesiti empatici sulle ultime tendenze in fatto di creme depilatorie high-cost.
Quando poi con le donne depilate finivo a parlarci davvero, tempo trenta secondi e mi sentivo invaso dalla nostalgia per tutti quei discorsi su Ahmad Shah Massoud, abile stratega di etnia Tagiki, indimenticato leone del Panjshir, ed ero pronto a giurare a chicchessia su quel che resta del mio onore che se c’è una cosa che può far andare a picco la nostra società – e lo farà, vedrete che lo farà: io lo so bene in quanto lavoro nell’ufficio accanto a quello di una pedagogista che non fa che parlarmene dalla mattina alla sera - è questa innegabile e ormai avanzata disneyzzazione dell’età evolutiva, specie nella diabolica sottovariante della Rapunzellizzazione delle bimbe dai capelli lunghi, biondi e taumaturgici.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  13.03.2014 | 15:39
Ale, Dani o Michi
 

Mettiamo che Alessandra Mussolini, dopo una notte complicata durante la quale la parte del leone oniricamente parlando l’ha fatta l’immagine del nonno che morde la testa ancora molle del papà neonato fino a triturargli il lobo parietale del cervello spegnendogli sul nascere le velleità pianistico-jazzistiche, si svegli e capisca di non essere più né fascista né postfascista né nostalgica né revisionista né simpatizzante del ventennio, e mettiamo più precisamente che svegliandosi da questi sogni inquieti Alessandra Mussolini si scopra con sollievo, ma non senza un travaglio interiore che per semplicità trascureremo, trasformata in una militante di quello che oggi viene denominato partito democratico italiano.
Mettiamo anche che un paio di giorni dopo tale risveglio Alessandra Mussolini, recatasi nel quadrilatero della moda al fine di acquistare una borsa a spalla Gucci nouveau in pitone, incontri la sua amica Daniela Santanché, la quale si trova nello stesso geometrico, esclusivo luogo in quanto intenzionata a comprare una Louis Vuitton Alma in vernice, e già che ci siamo mettiamo che le due donne ne approfittino per recarsi in un bar poco distante e lì, complice la dialettica della Mussolini che come è noto è stringente come una boa constrictor, anche la Santanché si scopra, con o senza sollievo, con o senza travaglio interiore, trasformata in una militante di quello che oggi viene denominato partito democratico italiano.
Mettiamo inoltre che una settimana dopo l’incontro a due Alessandra Mussolini e Daniela Santanché, che per l’occasione indossano l’una una Prada Clutch – Alessandra – e l’altra una Hermès Kelly – Daniela -, si imbattano casualmente in una Michaela Biancofiore che - per motivi che può essere narrativamente stuzzicante evitare di chiarire - imbraccia un sacchetto despar biodegradabile di taglia medio grande pieno di porri e nient’altro, e che successivamente Michaela, annichilita da quello che considera un imperdonabile pas faux  e conseguentemente divorata da un’ansia di omologazione postadolescenziale che noi tutti le perdoneremo senza esitazione,  davanti a una tazza di cioccolata calda aromatizzata all’anice stellato consumata con le due amiche nel medesimo bar di cui sopra, come d’incanto si scopra trasformata in una militante di quello che oggi viene denominato partito democratico italiano.
Mettiamo ora che due mesi dopo l’incontro a tre scada la presentazione delle liste elettorali, e che si dia il caso che alcune potenziali candidate all’inserimento in lista – candidate affidabili, presentabili, di lunga militanza - non siano più disponibili – Anna Finocchiaro sfiancata da una dissenteria che le impone l’utilizzo dei pannoloni per adulti depend dentro i quali ciondola per casa passando dal cesso al letto, Livia Turco irretita dal mondo del porno a basso budget per colpa di un nuovo amante che le ha richiesto una prova d’amore piuttosto stravagante, Deborah Serracchiani, quell’idealista anacronistica di Deborah Serracchiani, autoesclusa per protesta nei confronti della direzione del partito che ha accettato le candidature di Alessandra, Daniela e Michaela -, e mettiamo che tali defezioni impongano una scelta al redattore delle liste elettorali che prevede l’inserimento di una tra Alessandra, Daniela e Michaela, e questo per via della cosiddetta legge sulle quote rosa o sulla parità di genere che dopo essere stata in un primo tempo bocciata dalla trasversale casta dei misogini e dei misoginifilici è stata poi approvata dall’altrettanto trasversale casta delle misoginofilicofobiche, le quali hanno in seguito avuto la capacità di resistere stoicamente all’onda d’urto dei temibilissimi misoginofilicofobicofobici.
Bene, date le premesse, su chi è lecito supporre ricadrà la scelta del redattore delle liste: Ale, Dani o Michi?   

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  01.03.2014 | 23:49
 

Secondo me ha fatto bene quello lì, quello con la barba brizzolata, quello sadico e istrionico, quello che somiglia sia per la barba brizzolata che per la coppia di aggettivi sdruccioli al mio professore di italiano latino greco storia e geografia delle superiori, quello che ammette di non essere democratico, altro aggettivo sdrucciolo, secondo me ha fatto bene quello a espellere dal partito o movimento i quattro senatori che hanno detto che lui non si era comportato nel modo giusto quando aveva incontrato davanti alle telecamere quell’altro, quello che lui nemmeno voleva incontrare ma visto che la rete aveva detto che doveva farlo allora lui l’ha fatto, quello che decide la rete non si discute, non lo discute neppure lui che ammette di non essere democratico, aggettivo che continua a essere sdrucciolo, e allora quello con la barba brizzolata facendosi violenza antidemocratica da solo l’ha incontrato quell’altro, quello giovane, quello che si tocca la cravatta con la stessa nonchalance e la stessa frequenza con cui io mi tocco i coglioni, quello che dice delle frasi che sanno un po’ di bello slogan ma non per questo è da considerare male, ci sono cose peggiori che dire frasi che sanno di bello slogan, per esempio dire frasi che sanno di slogan di merda, frase questa a sua volta a forte rischio bello slogan e non per questo da considerare male, quello che ho definito giovane ma è poi giovane fino a un certo punto perché ha un anno meno di me e se lui è giovane vuol dire che io sono quasi giovane ma io sono sicuro di non essere giovane ormai da qualche anno quindi lui nemmeno lui è giovane, quello che tra le frasi che ha detto e che sanno di bello slogan c’è anche saremo liberi e semplici, altri aggettivi sdruccioli e a loro volta semplici e forse anche liberi, secondo me ha fatto bene il sedicente antidemocratico a espellere quei quattro senatori, o meglio avrebbe fatto bene a espellerli ma in realtà non li ha espulsi lui, non ne ha l’autorità, oppure ce l’avrebbe, in fin dei conti quel partito è talmente roba sua che al confronto forza italia è nato da un brainstorming altruistico e collettivistico, dunque forse ne avrebbe l’autorità ma non vuole abusarne, quello che ha la barba brizzolata dice che è antidemocratico per denigrarsi, perché è umile, aggettivo ancora una volta sdrucciolo, ma in realtà è democratico, per cui non è che decide lui le espulsioni, lui tutt’al più indice una riunione al termine della quale viene ratificata l’espulsione, ma la responsabilità dell’espulsione non va ascritta a lui, lui in fin dei conti ha solo proposto di fare una riunione, che colpa si può imputare a lui, è come se io invito a cena il mio ex professore di italiano latino greco storia e geografia delle superiori e quello si mette si mette a cagare giù dal balcone col favore delle tenebre, cosa che probabilmente avrebbe fatto davvero se l’avessi mai invitato ma io non l’ho fatto, io non c’entro niente con quelli che cagano giù dal balcone di casa mia, ognuno come si dice in questi casi si assuma le proprie responsabilità, quelli che hanno partecipato alla riunione potevano benissimo decidere altrimenti, nessuno li ha obbligati a uniformarsi al pensiero di quello con la barba brizzolata, anzi, forse sbaglio ma secondo me a lui ha dato persino un po’ fastidio, questa unanimità che rischia di sembrare acritica, aggettivo né piano né tronco bensì sdrucciolo, tutti questi consensi sono sicuro che l’hanno messo un po’ a disagio, a volte sembra che dica o con me o contro di me, o concordi o te ne vai, o mi lecchi il culo o ti prendo a calci nel culo, ma è tutta una posa, la verità è che a lui piace chi ha il coraggio di opporglisi, come dimostrato tra l’altro dal fatto che non si è accontentato della riunione di partito ma ha chiesto anche il parere cibernetico di tutti gli iscritti o affiliati o simpatizzanti del movimento che lui rappresenta, e nessuno l’ha obbligato, d’altronde chi vuoi che si azzardi a obbligarlo a fare qualcosa, è stata una sua iniziativa estemporanea, altro aggettivo con l’accento se non sbaglio sulla terzultima, e anche questa volta gli iscritti o affiliati o simpatizzanti o fedeli gli hanno dato ragione, a lui, non ai quattro senatori che gli hanno detto che non aveva fatto bene a trattare antidemocraticamente quel finto giovane che lui nemmeno aveva voglia di incontrare ma poi si era piegato al volere della rete senza nemmeno lamentarsi, con atteggiamento per certi versi serafico, aggettivo simile ad altri fin qui scritti da un punto di vista metrico, e allora se sia i senatori che i deputati che i proseliti che gli iscritti che i simpatizzanti che i fedeli che i fedelissimi che gli adepti del partito o movimento sono tutti d’accordo con lui, tutti, tutti tranne quei quattro di cui non ha senso perder tempo a parlare, non saranno mica tutti stronzi, no?


Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  14.01.2014 | 21:32
Notoriamente
 
 

Una volta scoperto che il vecchio adagio della terza gamba di Ken, il damerino monco dai capelli sintetici, non è soltanto un modo di dire, Barbie, notoriamente sensibile a certi argomenti, ha perso la testa.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.10.2013 | 17:06
Via Castellana Bandiera 66, Palermo, Pa, Italia
 

Qualche giorno fa sono andato a vedere il film via Castellana Bandiera, di Emma Dante, tratto dal libro via Castellana Bandiera, di Emma Dante.
Il film via Castellana Bandiera è ambientato per il novantasette per cento del tempo in via Castellana Bandiera, a Palermo.
Una volta tornato a casa dal cinema, messi da parte i miei dubbi legati ai dialoghi in italiano senza mordente, alla recitazione di Emma Dante stessa, che secondo me farebbe meglio a evitare di fare l’attrice, all’utilizzo di attori non professionisti che se ti chiami Rossellini può funzionare ma in altri casi equivale grossomodo alla scelta da parte del commissario tecnico della nazionale italiana di tennis di chiamare per la Coppa Davis il campione estivo del torneo Ciclopi del Tennis Junior di Acicastello (strategia che comunque potrebbe dare buoni frutti se l’Italia sfidasse la Svizzera e in particolare il Federer del 2013, mannaggia a lui e ai tweener che non gli riescono più), alle interferenze stilistiche che fanno virare il film dall’iperreale all’onirico - interferenze che di solito mi piacciono ma in questo film mi hanno fatto un po’ cagare, soprattutto nell’orrenda scena in cui la vecchietta barricata nell’auto entra quatta quatta in casa mentre tutti dormono, va nella sua stanza, sistema le lenzuola, sussurra tenere frasi in albanese e a quel punto si vede che c’è suo nipote sdraiato nel letto accanto al suo (ma forse è tutta una visione pre-morte che ha la vecchietta che in realtà non si è schiodata dalla macchina se non per buttare un piatto di pasta di là da un muro di via Castellana Bandiera e pisciare nel mezzo di via Castellana Bandiera - subito imitata da Emma Dante, a suo agio nel pisciare per terra quasi come me nel pisciare nel bidet- , in una scena precedente) - e soprattutto al fatto che via Castellana Bandiera all’inizio del film sembra strettissima e alla fine sembra larghissima – elemento questo che mi ha fatto pensare a un errore grossolano di Emma Dante, forse troppo concentrata a studiare le battute che lei stessa credo abbia scritto per se stessa nel riadattamento del suo stesso medesimo libro, ma che ho scoperto poi essere non un errore ma una metafora, cosa che non mi ha fatto passare i dubbi ma li ha amplificati, perché a me i film metaforici fanno sicuramente più cagare di quelli in cui la regista e attrice si confonde un po’ al momento della scelta del set, magari girando alcune scene in un punto di via Castellana Bandiera stretta e altre scene in un punto di via Castellana Bandiera larga.
Messi da parte tutti questi dubbi, dicevo, ho acceso il computer, sono andato su google maps e ho digitato via Castellana Bandiera, Palermo, Pa, Italia, dopodiché ho scelto l’opzione street view e ho dato un’occhiata alla strada con la sensazione sempre più forte che il film fosse stato girato proprio lì, in via Castellana Bandiera, Palermo, Pa, Italia. Ho virtualmente percorso tutta via Castellana Bandiera, Palermo, Pa, Italia finché al numero 66, più o meno, mi sono imbattuto in quelle che sembrano essere impalcature che diventeranno o sono appena state parte di un set cinematografico.
A quel punto, felice più di quanto la situazione tutto sommato mi autorizzasse ad essere, mi sono chiesto: quale potrebbe essere lo scrittore più efficace e allo stesso tempo più sensibile e più acuto, in sostanza chi sarebbe il più bravo a descrivere, magari in un romanzo, un’epoca in cui se vedi un film che si chiama via Castellana Bandiera e ti viene la voglia di scoprire se quel film è stato girato veramente in via Castellana Bandiera, Palermo, Pa, Italia, in un attimo hai la conferma che cerchi.
Walter Veltroni, senza dubbio. Mi sono risposto.

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  26.08.2013 | 23:11
Cosa farsene di un bambino
 

Nell'attesa di capire la legislazione vigente in merito ai post ironici ma potenzialmente fraintendibili (argomento, questo, che sarà affrontato a breve), chiarisco che quanto segue è fantasia, e del genere peggiore di fantasia: la fantasia fraintendibile da parte di chi non ha fantasia.

Stendetevi sul pavimento di casa vostra. E’ consigliabile che non si tratti di un pavimento troppo molle, dunque se a terra avete per esempio piastrelle di gommapiuma fareste bene o a non fare l’esercizio o a segare le gambe del tavolo e utilizzarne il piano, appoggiandolo sul morbido pavimento.

Sdraiatevi al centro della stanza, con uno scarto massimo di quindici centimetri. Chiamate eventualmente un amico agrimensore per una conferma della centralità.

Tenete le gambe unite e la testa dritta, in modo da fissare la macchia di umido sul soffitto senza strabuzzare gli occhi né aggrottare le sopracciglia.

Afferrate vostra figlia di sedici mesi. Dal momento che è improbabile che vostra figlia di sedici mesi si faccia prendere senza opporre fiera resistenza, avrete avuto l’accortezza di fiaccarla nella precedente ora e mezza con la visione ripetuta della famosa, secondo i malpensanti epilettogena, puntata numero 38 del cartone animato chiamato Pokemon, unita alla golosa promessa espressa con le parole 'dopo gelati tantissimi buoni vieni vieni bimba'. Le sette precedenti parole vanno intese alla lettera, alla stregua di una formula magica: lo dimostra il fatto che la formula ‘dopo gelati buoni vieni bimba’, solo apparentemente simile, sortisce l’effetto di un sorriso grullo unito a una spumeggiante bolla di bava, ma col mantenimento di una temibile capacità di fuga.

Agguantate vostra figlia per i fianchi, sollevatela sopra di voi con la massima estensione che vi consente la vostra stanca coppia di braccia. Tenetela in questa posizione per non meno di cinque secondi e comunque non più di ventiquattro minuti. Poi, con lentezza, abbassate le braccia fino ad avere la faccia di vostra figlia vicina alla vostra.

Datele un bacio sulla guancia, sussurrate “bravissima, dodici gelati per te tra poco poco” – formula non meno taumaturgica della precedente, a patto che sia recitata con la stessa scrupolosa aderenza al testo -, poi rialzate vostra figlia fin su alla posizione di partenza.

Ripetete questo esercizio per quattrocento volte, o in alternativa fino alla perdita dei sensi vostri o di vostra figlia.

Dal momento che è quasi certo che i primi a perdere i sensi sarete voi, inevitabilmente meno abituati della vostra prole agli sforzi aerobici e anaerobici, adagiate due materassi, uno alla vostra destra e uno alla sinistra, affinché la sua caduta dalle vostre braccia esanimi sia lieve.

Se invece a terra avete piastrelle di gommapiuma, non c’è bisogno di materassi.

 

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  13.07.2013 | 16:21
Di che si tratta
 

All’entrata del concerto che rappresentava il ritorno del cantante dopo due anni di inattività ci hanno dato una rivista di musica, e sulla rivista di musica, sulla copertina, c’era una foto del cantante. Ho guardato la faccia del cantante in quella foto, ho cercato di confrontarla con l’idea che ho io della faccia di quel cantante, e l’idea che ho io della faccia del cantante si riferisce più o meno alla metà degli anni ’90. Il confronto era impietoso, la foto aveva l’aria di cogliere per caso un’espressione non del tutto svagata né del tutto compromessa ma comunque rigida e sospetta, una sorta di zattera di pseudolucidità in un oceano di incertezza neurologica, o se si vuole citare il cantante un equilibrio sulla sua stessa follia, la differenza rispetto all’immagine di lui che avevo in testa era tale che mi è venuta una gran tenerezza, ma non una tenerezza pura, no, piuttosto una tenerezza ambigua e sadica che per affinità mi ha richiamato alla mente il famoso politico Umberto Bossi: anche lui è cambiato molto da quando andava in canottiera da Berlusconi, più o meno alla metà degli anni ‘90, ad oggi che viene invitato per pietà alla sagra della luganega di Bovisio Masciago e si mette a dare i pugnetti sui palmi degli organizzatori (chi viene stasera alla sagra, Ines? Stasera? Stasera viene Bossi. No, Bossi, cazzo, proprio stasera che ho male alle mani, vuoi scommettere che appena mi vede mi dà il pugnetto sulla mano? Ma no che non scommetto, è ovvio che ti dà il pugnetto sulla mano, l’ha dato anche al Sergio, l’altro giorno, alla festa dell’orgoglio pedemontano a Monte San Pietro. Pure al Sergio? Pure al Sergio. Sergio quello col moncherino? Eh, lui).
Mentre entravamo nello stadio continuavo a pensare agli altri concerti del cantante a cui avevo assistito, Imola nel 1998, Modena nel 1999, ancora Imola nel 2001, una cosa normale, fisiologica quando si va a un concerto, ma forse in questo caso ancora più obbligata, e ancora più dolorosa, se si vuole, perché sapevo che andare a un concerto del cantante oggi e notare le differenze rispetto al passato non è come andare, per esempio, a un concerto dei Rolling Stones e accorgersi dell’approfondirsi delle rughe di Mick Jagger dal terzo anello di San Siro. E’ più qualcosa che ha a che fare col voyeurismo psichiatrico, o con la degradofilia, o, per continuare con improbabili perversioni, con la necroscopia preventiva. La parabola motivazionale degli spettatori del cantante, pensavo mentre salivamo le gradinate della curva Andrea Costa detta anche curva Giacomo Bulgarelli, assomiglia alla parabola dei frequentatori dell’isola di Cuba: un tempo a Cuba ci si andava per divertirsi e per fare le cose che solitamente si fanno a Cuba, adesso a Cuba ci si va perché potrebbe essere l’ultima volta che si ha la possibilità di andare a Cuba e fare le cose che solitamente si fanno a Cuba. Strano che il cantante si faccia chiamare comandante, pensavo di conseguenza mentre prendevamo posto, più che il Che ricorda Fidel.
Poi il concerto è cominciato, è stato anche bello secondo me, il cantante ha cantato e neanche malissimo, la scaletta è stata equilibrata, pensata bene, i musicisti sono stati bravi, le luci sono state luccicanti e i suoni molto sonori, ma tutto questo non conta niente, zero, non ha  alcuna rilevanza né per gli spettatori né per il cantante né per i musicisti né per nessuno, e questo perché anche se quello sembrava un concerto non era un vero concerto, era manierismo e accanimento, era l’ostinata dimostrazione che il cantante può ancora fare concerti, anche se è evidente che il cantante non è più il cantante, e si appende all’asta del microfono non più come vezzo ma come ausilio, anche se gli occhi azzurri inquadrati in primo piano nei megaschermi hanno la tremolante liquidità che si trova nello sguardo dell’anziano sperso e insicuro sulla panchina del parco, anche se la sua inevitabile staticità rende triste e surreale un palco così grande, anche se – e questa è forse la cosa più desolante e commovente di tutte – a metà concerto il cantante lascia il palco e fa cantare un canzone alla corista, evento impensabile fino a poco tempo prima, evento che a me e forse non solo a me fa venire in mente le consuete dinamiche badante/ottuagenario, col progressivo incremento degli spazi e dell’autonomia gestionale da parte della giovane assistente domestica all’interno del domicilio, mentre il vecchio padrone di casa sbava non solo per cupidigia, guarda la televendita alla TV e firma i documenti che lei gli mette sotto il naso senza leggere sopra di che si tratta.

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  12.05.2013 | 22:43
Zio Ken
 

Stamattina ho giocato con Agata alle Barbie. È bello giocare con Agata alle Barbie. Si creano dei begli intrecci. L’intreccio di oggi era così: c’è quella figona di Barbie che cazzeggia per la casa, controlla il pollo nel forno, si ammira nello specchio sottolineando il suo essere figona, accende il camino perché la casa di Barbie col camino spento è un po' come l'Oktoberfest a base di birra Tourtel, guarda fuori dalla finestra per vedere se arrivano altre amiche strafighe, si riguarda allo specchio senza stancarsi di dire a se stessa e a eventuali ascoltatori che lei è una superfiga, quando a un tratto suonano alla porta. Chi sarà? Si chiede la Barbie con un’ansia non del tutto adatta a una come lei. Che sia Mindy, la vogliosa Mindy? La libidinosa Jenny? L’insaziabile Wanda? La clitoridea Rowena? La coprofaga Sissy? O la frigida Veruska?
Nossignore: è il principe senza nome, bellissimo, pettinato, muscoloso al punto giusto, munito di pettorina di velluto blu elettrico, in compagnia di sua figlia, che per uno strano gioco del destino è figlia anche di Barbie.
Figlia! Esclama Barbie ricordandosi di avere partorito quella creatura un paio d’anni prima. Principe! Esclama poi ricordandosi di avere fatto sesso non protetto con quell’uomo irresistibile poco meno di tre anni prima, una sera che fuori pioveva e lei si annoiava.
Barbie, il principe e la figlia stronzeggiano per la casa come attendendo indicazioni da due manovratori, di cui una bassa e l’altro calvo, che si divertono a non darle, queste indicazioni, creando dunque una situazione di stallo risolta infine da un secondo trillo del campanello.
E adesso chi cazzo è che rompe i coglioni? Si domanda tra sé e sé Barbie mostrando i glutei al principe approfittando della distrazione della figlia. 
Prima ancora che gli si dica avanti, apre la porta e avanza nell’ingresso Ken, un gran minchione biondo faccia di culo, con l’aria di chi sa che tutti l’aspettavano per dare la svolta a un pomeriggio all’insegna del tedio più plumbeo.
Il minchione biondo faccia di culo si avvicina al principe e gli sussurra tre parole che provocano lo scompiglio in quella casa così poco abituata allo scompiglio. Sono tuo fratello.
Gli adulti tacciono impenetrabili tutti e tre, compresa Barbie, che pure ha una certa dimestichezza col concetto di penetrabilità.
Passa qualche istante e la figlia di Barbie si avvicina al minchione biondo faccia di culo e dice la battuta che dà il titolo al post, mentre la manovratrice bassa già pensa a un gioco nuovo e il manovratore calvo ride da solo.

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  25.03.2013 | 13:58
Forma di comunicazione distensiva
 
 

Questa foto è qui non tanto per dimostrare che io e Agata siamo entrambi bravi e soprattutto delicati nel truccare chi ci sta accanto, quanto perché io non so che sguardo ho di solito, non ho modo di saperlo, ma credo che dovrei avere sempre questo, che poi è un po' lo sguardo di chi sta per fare una scoreggia in un contesto che non ha ancora ufficialmente sdoganato la scoreggia come forma di comunicazione distensiva

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento