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  07.03.2017 | 22:53
Nell'erba alta
 
 

Qualche anno fa un mio amico discuteva con un suo amico su un concetto per sua natura piuttosto ostico. Parlava, in parole povere, del senso della vita. Curiosamente il mio amico e il suo amico si trovavano d’accordo nel definire l’esatto istante in cui la vita ha inizio, ma discordavano sulla liceità da parte dell'essere umano di disporne a piacimento.
Un po’ più semplice, secondo il mio amico, era domandarsi quando nasce un’antologia.
Si potrebbe pensare, sempre secondo il mio amico, che l’antologia nasca nel momento in cui il libro esce dalla tipografia. Qualche nostalgico di gnoseologica classica, appassionato della vecchia storiella dell’albero che cade ma nessuno lo sente e pertanto non fa rumore, quel qualcuno secondo il mio amico potrebbe addirittura sostenere che l’antologia esiste nel momento in cui c’è un pubblico che la legge. Sarebbe come se il mio amico avesse detto al suo amico che secondo lui un bambino esiste da quando inizia ad avere consapevolezza di sé e di conseguenza memoria, cioè attorno ai tre o quattro anni. Sulla questione della vita il mio amico aveva molti dubbi e nessuna certezza, ma sulla questione dell’antologia aveva la sua da dire. Lui credeva che l’antologia nascesse ben prima di uscire dalla tipografia, lui credeva che nascesse prima ancora di entrarci, in tipografia, prima di essere editata, corretta, impaginata.
Io, devo ammettere, superati i quindici anni non ho più riflettuto molto sul senso della vita. E’ come se mi fossi imposto di pensarci solo quando non avrò più niente di terreno, di quotidiano, di prosaico a cui pensare. Ma magari anche allora rinvierò il pensiero. Ho riflettuto invece anch’io sulla nascita di un’antologia. Ci ho riflettuto per diverse ragioni, una delle quali è che io ho scritto un’antologia di racconti, un’antologia di racconti che quel mio amico mi ha aiutato a scrivere. Un’altra delle ragioni è che anche quel mio amico ha scritto un’antologia di racconti, e io l’ho aiutato a scriverla così come lui ha aiutato me.
Le nostre antologie hanno avuto concepimenti diversi, gestazioni diverse, nascite diverse, vite diverse e probabilmente avranno morti diverse, ammesso che le antologie muoiano, prima o poi.
In mezzo a tante diversità hanno forse anche alcune affinità, che però è difficile per me spiegare per almeno due motivi.
Primo motivo: non mi ricordo più tanto bene come è andata con la mia antologia, che apparentemente è nata nel 2012 ma, dando retta al ragionamento del mio amico, è invece nata quando la prima differenza di potenziale neuronale ha dato il via al primo impulso nervoso che in qualche modo è diventato un qualcosa che poi è diventato qualcos’altro che poi è diventato qualcos’altro ancora e infine è diventato un pensiero che poi sarebbe diventato una parola pensata di un racconto ancora solo immaginato, il primo racconto immaginato di quell’antologia, né mi ricordo o forse non ho mai saputo esattamente come è andata con la sua, che è nata nel 2016 ma al termine di un parto quadriennale iniziato nel 2012 e dopo una gestazione di almeno una decina d’anni, se vogliamo continuare a dar retta al mio amico e alla sua teoria secondo cui la nascita di un’antologia ha più a che fare con la neurofisiologia che con la tipografia.
Secondo motivo: oggi, nel 2017, ma forse anche l’anno scorso, due anni fa, tre anni fa, quattro anni fa, cinque anni fa, è ed era difficile per me distinguere ciò che io avevo scritto nella mia antologia da ciò che lui aveva scritto nella sua, ma anche da ciò che io avevo scritto nella sua e da ciò che lui aveva scritto nella mia. E oltre a essere difficile, era inutile. Era difficile, e inutile, perché la verità è che abbiamo scritto insieme entrambe le antologie. E scrivere insieme un’antologia è un atto di fiducia e di amicizia che, quando lo ricordo, mi commuove come poche cose. Io non avrei scritto con nessun altro un’antologia, e credo neanche lui.
Ma adesso fermiamoci che non è ancora giunto il momento di farci i bocchini a vicenda, diceva quel tipo in quel film.

Leggete l’antologia “nell’erba alta” di Alberto Calorosi appena potete. Non leggetela per quello che ho scritto sopra. Leggetela perché è un bel libro. Leggetela perché quando arriverete a quel “guardati” che è una delle ultime parole del libro vi sentirete come sul Mont Ventoux della letteratura, e stare lassù, fidatevi, non capita spesso. Leggetela perché i racconti bisogna saperli scrivere, e Alberto li sa scrivere.    

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  03.08.2015 | 17:10
3 agosto 2015
 

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Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  01.07.2015 | 21:47
L'altra meta
 
 

Qui si racconta il concerto più bello a cui abbia mai assistito. E con "mai assistito" intendo mai assistito. L'illustrazione è di WR2.

 

Fast forward

30/05/2015. Ore 20.50
“Poggio. Gira di qua. Lo vedi il cartello?”
“Dice Poggio Grande, noi andiamo a Poggio Piccolo”.
WR1 abbraccia con un gesto il borgo consistente di tre case, una chiesa e una trattoria. “Se questo è Poggio Grande… il Piccolo sarà mica lontano” Indica un casale isolato.
“Sai che due tortelli me li farei proprio volentieri?” aggiunge WR2 transitando davanti alla trattoria.

30/05/2015. Ore 21.08
WR1 e WR2 scoprono a loro spese che le due principali caratteristiche di Poggio Piccolo sono quella di essere immenso e quella di essere da tutt’altra parte rispetto a Poggio Grande. WR2 puntualizza che anche un piatto di cappelletti in brodo non farebbe schifo.

30/05/2015. Ore 21.20
Dopo aver definitivamente rinunciato a qualunque velleità di individuare da soli l’ubicazione del campo sportivo di Poggio Piccolo, WR1 e WR2 attendono WR10 nel piazzale antistante il bar “Bar Poggio Piccolo” ormai da molti minuti, fumando sigarette e domandandosi reciprocamente dove cazzo sono capitati. “Ma WR10 non è mica originario di queste parti?” domanda WR1. “Sai, anche due fettine di cotechino con salsa di lenticchie”, risponde WR2.

30/05/2015. Ore 21.55
Un signore con un cane di media taglia al guinzaglio informa WR1, 2 e 10 che il campo sportivo di Poggio Piccolo è situato esattamente davanti a loro. I tre hanno modo di constatare che il campo sportivo di Poggio Piccolo funge da ideale divisione tra la zona industriale di Poggio Piccolo a sinistra del campo sportivo e la zona industriale di Poggio Piccolo a destra del campo sportivo. Non è illuminato e la recinzione sembra una recinzione di mediocre fattura.

30/05/2015. Ore 22.07
WR2 parcheggia la Zerozero nel piazzale del distributore situato sulla SP31 all’ingresso di Castel Guelfo di Bologna. WR2 scrocca a WR1 cinque Euro e li infila nell’apposita feritoia del distributore. Alle sue spalle, qualcuno canta in un microfono la strofa “Il più bello spettacolo dopo il Big Bang siamo io e te” in una inedita versione grindcore, gradevole più o meno quanto una scolopendra in un orecchio.

30/05/2015. Ore 22.09
WR1 cammina su e giù per il piazzale cercando di reprimere un conato di vomito. “Io guido di merda”, si scusa WR2. “Eh, no”, interviene WR10. “Io, Guido di merda”, puntualizza, riferendosi verosimilmente all’iniziativa nella quale ha coinvolto gli altri due.

30/05/2015. Ore 22.32
Nella circonvallazione di Castel Guelfo di Bologna tre attempate signore si dicono pronte a giurare sulle teste bacate dei loro mariti che al campo sportivo di Castel Guelfo di Bologna non sta succedendo proprio niente. I tre cominciano a prendere in considerazione l’eventualità di cambiare programma.

30/05/2015. Ore 22.58
WR10 scende dall’auto, guarda i due amici e allarga le braccia. “Eppure sono sicuro che il pub era qui”, mormora. “Ma tu non eri mica di queste parti?” domanda WR1. “Un hamburger. Ecco. Ci vorrebbe un bell’hamburger fatto come cazzo si deve” aggiunge WR2.

30/05/2015. Ore 23.19
WR1, WR2 e WR10 percorrono a passo molto sostenuto Viale Terme a Castel San Pietro Terme all’inseguimento di un canto soave e lontano. Il canto si interrompe all’altezza della gelateria La Terrazza. WR10 ferma due passanti e chiede informazioni sull’origine del canto. I due passanti hanno grosso modo l’età di Scilla e Cariddi.

30/05/2015. Ore 23.39
Il pub O’Malley risulta essere chiuso. “Non vedo il sangue scorrere da sotto la porta”, commenta WR2, ma per apprezzare la battuta di spirito occorre conoscere il testo della canzone “O’Malley’s bar” di Nick Cave. WR10 nota un cartello che specifica la nuova, temporanea ubicazione del bar.

Play

30/05/2015. Ore 23.55
La festa della birra dell’O’Malley’s bar è gioviale almeno quanto il testo della canzone “O’Malley’s bar” di Nick Cave e la temperatura è quella di una pozzanghera di sangue sul pavimento di un pub. La birra no, quella è appena tiepidina. Dall’altra parte del campo sportivo c’è un palco. Sul palco una manciata di uomini coi capelli lunghi sta smontando gli strumenti. Dietro al mixer, uno di quei fonici un po' sordi e molto teste di cazzo, di quelli che a una certa ora la musica la conoscono solo loro. WR1 domanda se qualcuno per caso ha voglia di patatine fritte.
“Stavo pensando a come cazzo si gioca a Rugby”. Chiede WR1
“20 o 30 persone intelligenti da una parte e altrettante dall'altra, si menano per un pallone che non sembra, neanche per il cazzo un pallone”. Dice WR2.
“Non proprio 20 o 30”. Puntualizza WR10: “Saranno anche 50 o 60, guarda non scherzo, saranno poco meno degli abitanti di Poggio piccolo”.
“Zio valser! Così tanti” fa WR1: “Mica pensavo ci stesse tutta sta gente in un campo di rugby”.
“Possono persino aumentare. Presente i Gremlins?” dice WR10.
“E’ un casino quando incominciano a sudare: si bagnano... e si moltiplicano, neanche fossero patriarchi biblici” fa WR2.
WR 10: “Capitato una volta nel '83-84 credo...”. Lo corregge WR2: “Era l’85, l’anno di Heartbreakers dei Tangerine Dream”.
“Yeah, Desire, che pezzo... comunque dicevo”, rivolto a WR1, “in una città del Sud Africa i giocatori delle due squadre hanno sudato così tanto che hanno allagato lo stadio. La gente (che ce n'era) l'han dovuta evacuare tanta era la preoccupazione degli organizzatori. Tanti del pubblico invece non volevano sentire ragioni e sono rimasti, gli han messo il boccaglio e la maschera, a loro. Alcuni c’avevano quella di Zorro. Dicevano che faceva fico.
“Mi ricordo bene. I giocatori nel campo con tutta quell'acqua erano diventati 120-130 per parte, non si capiva più un cazzo”, puntualizza WR2.
WR10: “Ooh, mica che il rugby sia proprio così comprensibile, però”
WR2: “Valà che è vero, ma quella volta la buttarono in vacca. L'arbitro, un idraulico di Pretoria, propose di giocare comunque a una sorta di rugby sincronizzato col kayak!”
WR1 e 10:” Ooooh, zio beel!”
WR10: “Ah niente, gli atleti si sono messi la ciambella di Nonna papera e con quelle cosce che si ritrovano al posto delle braccia hanno incominciato a remare per portare la palla ovale alla meta...”
WR1: “Ecco, parliamo di meta. Ma quante cazzo ce ne vogliono in un campo?”.
WR2: “Due”
WR1: “E perché in questo campo, che gli venga niente al fonico di merda, ce n’è solo una?”
WR10: “E' mica una meta quella. Quella è una fionda. La fionda per il tiro al somaro, qua usano così, però sono più bravi a Poggio grande, è una tradizione dicono. Ooh lanciano i somari a una velocità... incredibile! Più del rugby sincronizzato col kayak”.
WR1: ”Sia, ho idea che ci siamo persi proprio un grande evento”.
WR10: “intendi la famigerata partita di rugby del 1985?”
WR1: “No, intendo il concerto di stasera a Poggio grande”.
WR2: “Poggio piccolo, diovalser. Era Poggio piccolo”.
WR1-2-10: “Forse...”.


Rewind

31/05/2015. Ore 3.07
WR10, dopo aver controllato l’angolo posteriore sinistro della sua autovettura, sale le scale di casa sua.

31/05/2015. Ore 2.41
WR10 scarta sulla destra fino a posizionarsi con due ruote in corsia d’emergenza e due ruote in prima corsia mentre un’auto bianca tipo Opel Corsa colpisce non forte l’angolo posteriore sinistro della sua autovettura.

31/05/2015. Ore 2.40
WR10, mentre si trova sulla prima corsia dell’A14 tra Castel San Pietro Terme e San Lazzaro di Savena, nota nello specchietto retrovisore un’auto bianca tipo Opel Corsa che giunge alla velocità approssimativa di 190 km/h. L’auto viaggia con due ruote nella prima e due ruote nella seconda corsia.

31/05/2015. Ore 2.32
WR10 inserisce una banconota da 20 euro nell’apposita feritoia presso il distributore Agip posto circa 300 metri dopo il grande incrocio che taglia la via Emilia all’altezza di Castel San Pietro Terme. Sgancia la pistola erogatrice e riempie parzialmente il serbatoio della sua autovettura.

31/05/2015. Ore 2.29
WR10 scuote la testa, sgancia la pistola erogatrice del distributore Agip posto circa 400 metri prima del grande incrocio che taglia la via Emilia all’altezza di Castel San Pietro Terme, inserisce la pistola erogatrice nell’apposito foro della sua autovettura e dopo venti secondi di tentativi toglie la pistola erogatrice dall’apposito foro della sua autovettura senza aver riempito il serbatoio della sua autovettura.

31/05/2015. Ore 2.28
WR10 inserisce una banconota da 20 euro nell’apposita feritoia presso il distributore Agip posto circa 400 metri prima del grande incrocio che taglia la via Emilia all’altezza di Castel San Pietro Terme, schiaccia il pulsante corrispondente alla pompa 3, si accorge che il pulsante corrispondente alla pompa 3  è spento e legge l’avvertenza “si raccomanda di schiacciare solamente i pulsanti accesi in quanto i pulsanti spenti corrispondono a pompe vuote”.


Ghost track

31/05/2015. Ore 10.22
WR10 legge sulla pagina facebook dei Dhamm che il concerto che la sera prima avrebbe dovuto svolgersi al campo sportivo di Poggio Piccolo si era in realtà svolto al bar Renzo di Imola, come tra l’altro gli era stato notificato da due amici imolesi alle ore 23.45 circa del giorno precedente, vale a dire a metà dell’ascesa verso il campo da rugby di Castel San Pietro Terme.
31/05/2015. Ancora Ore 10.22
WR10 ricorda di aver mandato a fare in culo i due amici imolesi chiedendo loro provocatoriamente se pensavano che lui fosse tanto cazzone da credere a quella stronzata. WR10 ricorda anche di aver interpretato la risata di uno dei suoi due amici imolesi successiva alla sua domanda provocatoria  come un “sì, sei cazzone esattamente quanto credo, né più né meno”.
31/05/2015. Ancora Ore 10.22
WR10 nota che la notizia dello spostamento della location del concerto su facebook piace a 3 persone e si chiede se quelle 3 persone sono lui, WR1 e WR2.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  13.05.2015 | 23:18
Grazie
 

Ventuno anni dopo il test ‘siete grunge?’ di Jack Attilio mcSniff, a cui rendiamo omaggio con la terza domanda del nostro, vent’anni dopo il test ‘siete bravi campeggiatori?’ dei gemelli Stanga & Spranga, a cui non rendiamo nessun omaggio perché quei due non si meritano niente, io e Agata Casamichiela abbiamo scritto un test, che è questo.


Ti piace fare i test?

1. Qual è il tuo nome preferito?
a. Pietro
b. Anna
c. Test

2. Qual è il tuo animale preferito?
a. Mussello
b. Quoll
c. Scoiattolo

3. Qual è il tuo numero di telefono preferito?
a. 0542-23333
b. 0542-33333
c. 0542-32333

4. Qual è il tuo test preferito?
a. Un test qualunque
b. Un test che parla di test
c. Un test che parla di test con la domanda numero 4 che è ‘qual è il tuo test preferito?’

5. Come stai?
a. Bene
b. Così così
c. Male perché tra un po’ finisce questo test

6. Qual è la tua risposta preferita ai test?
a. La a
b. La b
c. La c

7. Cosa ti piace fare nel tempo libero?
a. Giocare coi little pony
b. Giocare con le pinipon
c. Vai a rileggere la risposta alla domanda 4 e capirai

8. Ti piacciono di più le domande o le risposte?
a. Le domande
b. Le risposte
c. Che sciocca domanda, tanto vale che mi chiedi se voglio più bene alla mamma o al papà


9. Vuoi più bene alla mamma o al papà?
a. Alla mamma
b. Al papà
c. Le domande e le risposte

10. Qual è stato il giorno più bello della tua vita?
a. Il giorno che ho letto il test ‘siete grunge?’
b. Il giorno che ho letto il test ‘siete bravi campeggiatori?’
c. Avevi detto che non avresti reso nessun omaggio ai gemelli Stanga & Spranga, di te non ci si può fidare, questo test io non lo finisco così impari

11. Hai intenzione di finire questo test?
a. Sì
b. Puoi scommetterci
c. Vorrei smettere adesso ma non me la sento, per cui continuiamo, forza che manca poco, forza!

12. Cosa ti succede quando fai troppi test?
a. Mi viene il malditest
b. Non mi ricordo che lettera viene nell’alfabeto dopo la c
c. I test non sono mai troppi


Profilo a.
Sei uno che ama fare i test

Profilo b.
Sei uno che ama molto fare i test, forse più di quelli del profilo a, comunque è brutto fare confronti quindi lasciamo perdere

Profilo c.
Sei uno che ama talmente tanto i test che non c’è bisogno di dirti che tipo sei, lo sai da solo. Noi invece non lo sappiamo, quindi se ti va diccelo o scrivicelo. Grazie.
 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  12.03.2015 | 22:51
Un affarone
 

Le cose sono cambiate. Non mi vengono in mente altri modi per spiegare la cosa.

 

Io e Camilla portiamo a letto le bimbe a giorni alterni. Prima, il giorno che toccava a me portare a letto le bimbe, già dalla mattina io avevo un’ansia addosso che non mi dava tregua. Mi svegliavo e pensavo: che due maroni, stasera è il mio turno. Lavoravo e pensavo: che due maroni, stasera è il mio turno. Facevo la pausa pranzo e pensavo: che due maroni, stasera è il mio turno. Tornavo a casa e pensavo: che due maroni, stasera è il mio turno. Arrivava la sera, le portavo a letto e pensavo: che figata, domani non è il mio turno.

Adesso invece il giorno che le porto a letto mi sveglio e penso: che figata, stasera le porto a letto, ho una scusa per non scrivere il romanzo.

 

Questa faccenda del romanzo in effetti procede così: mi sono fissato che devo scrivere un romanzo, ma non ho voglia di scriverlo. Me lo sono imposto, pur non essendo legato da un contratto capestro che mi obbliga, pena una multa, a finire un romanzo entro un mese come successe a Dostoevskij per il romanzo ‘il giocatore’. Nessun contratto capestro, nessuna possibile multa, nessuna voglia di scrivere il romanzo, nessuna affinità con Dostoevskij, nessuna.

Il primo problema di quando scrivi un romanzo e non hai voglia di scriverlo è che non hai molta spinta, e infatti in due mesi ho scritto sì e no diciotto pagine. Sarebbero meno, in realtà, forse una decina, ma visto che ci ho messo molte ripetizioni che hanno fatto aumentare il numero di pagine sono arrivato a diciotto, ma quando il romanzo sarà finito, se continuo di questo passo non prima di ottobre 2019, le ripetizioni forse le toglierò, quindi il conto di diciotto pagine è fasullo. La mia totale assenza di spinta si capisce anche dal fatto che quando la sera mi metto lì col computer acceso ogni scusa è buona per non scrivere il romanzo ma fare altro. Per fare un esempio, questo post da un lato è una specie di confessione che il romanzo che sto scrivendo non voglio scriverlo, dall’altro è solo un modo per non scrivere il romanzo che non voglio scrivere. Per fare un altro esempio, adesso sta per cominciare l’importante torneo di tennis ATP 1000 indian wells, torneo che l’anno scorso ha visto federer arrivare in finale guadagnando 600 punti che quest’anno è bene che confermi arrivando di nuovo in finale, o meglio ancora incrementi vincendo il torneo, e l’idea di scrivere il romanzo che non voglio scrivere quando potrei andare sul sito tennisworlditalia e leggere qualche nuova intervista a federer mi sembra inaccettabile. Per cui quando avrò finito questo post che è per metà una confessione e per metà un trucco, ma forse più trucco che confessione, non credo che scriverò qualche pagina del romanzo che non voglio scrivere, ma credo che leggerò le interviste a federer e a nadal alla vigilia di indian wells.

Il secondo problema di quando scrivi un romanzo e non hai voglia di scriverlo è che difficilmente quello che scrivi ha un valore. In teoria, dal momento che scrivo poco, si potrebbe supporre che le poche frasi che scrivo siano molto meditate quindi in un certo senso molto buone, o almeno buone, e invece no. Fanno schifo. In sostanza, mi trovo nella strana condizione di chi si obbliga a scrivere un libro che non vuole scrivere, che lo scrive lentamente, lo scrive di merda e sa di scriverlo lentamente e di merda, quindi prepara le cose in modo da infliggersi questa punizione a lungo. Un affarone.

 

 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  23.01.2015 | 10:59
Pacifiche, assolute cagate fantasmagoriche
 

Sono dei giorni che mi chiedo cose come: ma bisogna chiedere il permesso a qualcuno per prendersi per il culo da soli? Me lo chiedo perché Camilla ha recuperato a casa dei suoi una copia di ogni eroe porta due baffi, che è la prima cosa che ho scritto. Non lo leggevo da parecchi anni. Sapevo che era probabile che mi avrebbe fatto cagare, visto che nel frattempo tra le tante cose cambiate nella mia vita c’è il modo di scrivere, il grado di attrazione per i giochi di parole, la tolleranza verso i latinismi, la simpatia che mi suscitano espressioni come ‘pacifiche, assolute fantasmagorie benefiche’ e cose del genere, ma non pensavo che mi avrebbe fatto così schifo. Il fatto è che mentre leggevo e lo schifo saliva, cresceva anche una specie di senso di colpa per quello schifo. Forse perché contemporaneamente ricordavo quanto ero contento alla fine del 2003 all’idea di scrivere un romanzo. Addirittura un romanzo. Lo schifo che sentivo l’altro giorno mi sembrava da un lato un oltraggio al me che ero undici anni fa, cioè uno che per quanto totalmente inesperto almeno aveva dell’entusiasmo, entusiasmo che ora non ho, mai, zero, e oltre a non avere dell’entusiasmo nel frattempo non sono nemmeno diventato esperto, bravo coglione che sono, dall’altro lato però quello schifo mi sembrava il giusto omaggio a quel me del 2003, vale a dire il giusto omaggio di una critica onesta e spietata: questo libro è una merda, so che mentre lo scrivevi ti sembrava bello, forse bellissimo, forse il miglior romanzo di letteratura italiana del terzo millennio, ma ti sbagliavi, fa schifo, leggilo, schifo, vergognati e ringraziami per la sincerità, stronzo. 

Qui sotto l’ultima parte di un capitolo di ogni eroe porta due baffi. Non il peggiore, a dire la verità. Anzi, uno dei meno schifosi. Mi è tornato in mente ieri mattina quando ho visto una mamma in bici sotto una pioggia ignorante e obliqua che portava sul seggiolino davanti una bimba piccola e sul portapacchi dietro un bambino così grande che le punte delle sue scarpe strisciavano sull’asfalto. Dovessi scriverlo oggi, probabilmente sarebbe un capitolo di due righe: c’era una signora sull’autobus con tre figli e i sacchi della spesa, chissà come ha fatto a scendere.

A un certo punto, uscito il nome della città americana come un imprevedibile geyser dal mio preconscio, mi sono accorto della presenza sul mezzo pubblico di una ragazza nera sui ventott’anni: un cappello floscio, iridato di traverso sul capo, un’ombra di lanugine sopra il labbro, gli occhi che sembran d’oro. La ragazza deve aver fatto la spesa, perché ha tre sacchetti all’apparenza pesanti vicino ai piedi. In un marsupio elastico che giace sulla pancia dorme uno dei suoi figli; non è lecito dubitare, da come lo guarda, che sia suo figlio. Al fianco ha una carrozzina da cui, ad intervalli regolari, esce un vagito. La ragazza riesce a fermare il pianto della carrozzina dopo un paio di movimenti a culla. Quando l’altro suo figlio, da come guarda la carrozzina non è lecito dubitare sul fatto che là dentro sia steso un altro figlio suo, smette di piangere, sorride. La ragazza ha un terzo figlio, lo sguardo non mente, sui quattro anni; il bimbo siede composto e intelligente, gli occhi son gli occhi della madre. Guardo il bambino con attenzione, lui ricambia lo sguardo con la dignitosa serietà dei bambini, di alcuni. Poi, mentre io, come invaso da pacifiche, assolute fantasmagorie benefiche, ancora lo studio, il bimbo sposta gli occhi sulla madre e ride al suo sorriso.
Di colpo mi innamoro dei quattro; dei quattr’occhi non visti e dei quattr’occhi visti, che identici, istantanei, mi si sono infitti e sparsi per tutta quanta l’anima.
Fibrillo, caracollo fuori dal bus prima di tutti e raggiungo la stazione a piedi; commosso, convinto. Commosso in quanto convinto che quella donna fiabesca e favolosa, senza l’aiuto di nessuno, porterà i suoi figli e i suoi sacchi ovunque vorrà.


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  10.01.2015 | 16:14
Nous sommes tous fran
 
 

Stamattina verso le 10 mi ha telefonato Matteo Renzi. Cos’è questa storia che vuoi scrivere un altro post su di me? Mi ha detto con fare brusco. Lo sai che l’altra volta non ho gradito. Ha aggiunto. Sì, lo so, ho detto io vergognandomi un po’. Comunque, di cosa si tratta? Di una lucida analisi politica internazionale alla luce dei tragici eventi francesi? Mi ha chiesto. In sottofondo si sentiva che stava digitando su una tastiera. In un certo senso sì. Ho detto io. In quale senso? Mi ha chiesto. Nel senso che i tragici eventi francesi c’entrano, ma non si tratta proprio di una lucida analisi politica internazionale. Ho detto io. Spiegati meglio. Ha detto lui smettendo per un attimo di digitare. Il post prende spunto dal fatto che ieri hai scritto un tweet in francese. Ho detto io esitando. Sì, certo, e allora? In giorni come questi siamo tutti francesi. Ha detto lui con voce patriottica ricominciando a digitare. Sì, sì, siamo tutti francesi. Ho detto anch’io per non contrariarlo. E allora cosa vuoi da me, Casamichiela? Di cosa stiamo parlando? Qual è il punto? Hai qualcosa contro i tweet in francese, per caso? Ha chiesto lui sempre più impaziente. Se sono scritti alla cazzo sì, ho detto io mettendo da parte ogni vergogna. Bada a come parli, Casamichiela, ci metto un attimo a prendere provvedimenti che non immagini, mi ha detto Renzi alzando la voce. No, coglione, bada tu a come scrivi, coglione di merda, io sarò non si dice je serais ma je serai. Chi cazzo te l’ha fatto fare, coglione, di scrivere un tweet in francese se non sai il francese? Non avevi scelta? Qualcuno ti ha obbligato? I tuoi più stretti collaboratori ti hanno detto che da sondaggi riservati elaborati in tempo reale era emerso che l’opinione pubblica avrebbe gradito un tuo tweet in francese, oltre all’immancabile siamo tutti francesi che andava bene se lo diceva cinquant’anni fa JFK a proposito di Berlino ma detto da te ora sa di formaggia rancida? E’ andata così? I tuoi collaboratori ti hanno detto di fare un tweet in francese, tu hai cercato di resistere dicendo che non eri proprio sicuro se io sarò si scrive je serai o je serais, loro ti hanno fatto notare che non era il momento di sottilizzare e che anzi un piccolo errore ti avrebbe reso ancora più umano, ancora più fragile in questo momento così destabilizzante, tu ti sei crogiolato per un attimo nell’immagine di te fragile e umano e osannato dagli elettori sempre così bisognosi di premier fragili e umani ma al tempo stesso sicuri e rassicuranti e subito hai twittato je serais etc etc, giusto? Ho detto io tutto d’un fiato. Renzi, dopo aver bisbigliato non abbastanza piano da non farsi sentire una frase tipo ‘controlla se questo imbecille ha ragione, dimmi subito come si dice io sarò in francese, e augurati che Casamichiela si sbagli’, mi ha detto: e tu, Casamichiela, in questo momento di crisi, l’Europa sotto attacco, il terrorismo islamico sempre più pervasivo, la minaccia alla libertà di espressione, mi rompi il cazzo per una esse? Esatto, ho detto io. In questo momento di crisi, l’Europa sotto attacco, il terrorismo islamico sempre più pervasivo, la minaccia alla libertà di espressione, ti rompo il cazzo per una esse, perché quella esse da sola spiega quanto sei coglione, tu, sei coglione come uno che passando dal tennis club di Basilea vede Federer che palleggia da solo contro il muro e gli dice che ne dici di fare una partitina, Roger? E quando Federer educatamente dice sì e comincia il riscaldamento lui dopo due o tre scambi rilassati per impressionare Federer prova a fare un tweener, cosa che tu coglione di un Renzi di certo faresti se non altro perché il tweener ti ricorderebbe i tuoi cazzo di tweet del cazzo, e facendo un tweener quel coglione che poi sei tu si tira una racchettata sul ginocchio destro procurandosi una ferita guaribile in giorni sedici salvo complicazioni che tra l’altro merita, ma il coglione poi per orgoglio di quel dolore lancinante al ginocchio non dice niente e continua a giocare per un’altra ora con Federer come niente fosse e alla fine dell’ora il coglione che poi sei sempre tu abbraccia Federer e gli dice stringendo i denti iu ar ze best in ze world of oll ze taims io ar better zen nadal bicos iu ar mor complit end veri elegant end not tu mac musculos, frase con la quale potrei anche concordare in linea di principio se non fosse un coglione come te a pronunciarla, coglione, coglione, coglione di merda che non sei altro, coglione.  A quel punto Renzi, piagnucolando, mi ha detto: perché mi tratti così, Casamichiela? Lo sai che se c’è un momento in cui occorre dimostrare unità contro il regno del terrore jihadista è proprio questo? Lo sai o non lo sai? Se ci facciamo vedere divisi, se facciamo prevalere le piccole invidie per loro è più facile batterci, in fondo siamo tutti francesi, anzi, nous sommes tous fran.

Ho buttato giù prima che finisse la frase e mi sono messo a scrivere questo post.

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  14.11.2014 | 22:16
Tesoretto
 

La maggior parte della gente non l’ha capito. Pensano si tratti di un’immagine astratta, simbolica, un vezzeggiativo carino in mezzo a una truppa di termini tecnoburocratici come extragettito o introito erariale. Una tendina rosa di tulle alla finestra della stanza dei bottoni. Un serissimo gessato accompagnato da una cravatta con disegnati due orsetti che si inculano su un alveare.
Non è così. Non è astrazione. Non c’è simbolismo.
Subito dopo la cerimonia della campanella, quando a un presidente del consiglio ne succede un altro, il presidente del consiglio uscente, di solito approfittando di un momento di generale distrazione, sussurra al presidente entrante: tra dieci minuti fatti trovare nella stanza con gli arazzi, al secondo piano, subito dopo il bagno con gli affreschi, non fare domande, fatti trovare lì e basta.
Il presidente del consiglio entrante, dopo un attimo di esitazione, comincia a pensare a una buona scusa da fornire a tutti, presidente della repubblica, sottosegretari, giornalisti e maestranze, solitamente la trova – ogni presidente del consiglio entrante ne trova una diversa - dopodiché con aria fintamente disinvolta, osservando quadri, a volte persino fischiettando, fa in modo di trovarsi nella stanza con gli arazzi.
Dopo qualche istante, questa è la prassi, da dietro una colonna appare il presidente del consiglio uscente con un forziere 30 per 20 per 15 centimetri in mano.
Tieni, dice il presidente del consiglio uscente consegnando al suo successore un forziere e una chiave. Cos’è? Dice il presidente del consiglio entrante. E’ il tesoretto, dice il presidente del consiglio uscente. Il tesoretto? Dice il presidente del consiglio entrante. Esatto, il tesoretto, dice il presidente del consiglio uscente. Pensavo fosse un po’ più simbolico, dice il presidente del consiglio entrante. Liberati dalla tirannia dei simbolismi, dice il presidente del consiglio uscente. Ci proverò, dice il presidente del consiglio entrante. Sarà il caso che ci riesci, dice il presidente del consiglio uscente. Allora lo prendo io questo tesoretto? Dice il presidente del consiglio entrante. E’ tuo, tienilo, ma non aprirlo se non quando è realmente necessario. Dice il presidente del consiglio uscente prima di scomparire dietro una statua del Canova.
A quel punto, non succede sempre ma quasi, il presidente del consiglio entrante, dopo aver atteso un attimo per sicurezza, vinto dalla curiosità di capire come è possibile che dentro un forziere 30 per 20 per 15 centimetri ci siano nascosti dei miliardi – saranno assegni? Si chiede. Titoli? Minuscoli diamanti rarissimi? Un disegno di Leonardo? – infila la chiave nel forziere e apre.
Un trionfo di banconote da 5, 10, 20, 50, 100, 200, 500 euro si libera nell’aria come coriandoli a una festa di carnevale, mentre il presidente del consiglio entrante, vergognandosi di sé, si chiede dove trovare un maggiordomo riservato che riesca a rimettere tutto a posto.

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  28.06.2014 | 11:41
Metapost
 

L’idea era di scrivere un post prendendo spunto da un film che ho visto l’altra sera. Il film è Synecdoche, e il protagonista del film è Philip Seymour Hoffman. Il post avrebbe dovuto parlare innanzitutto di quanto è bello quel film, cioè tanto. Poi, oltre a parlare della bellezza di quel film, il post avrebbe dovuto parlare del perché secondo me quel film è così bello e di come ogni scena del film è da guardare, riguardare, studiare, imparare e insegnare, ma soprattutto il post avrebbe dovuto parlare della bravura di Philip Seymour Hoffman, perché se ogni scena di quel film è da guardare, riguardare, studiare, imparare e insegnare è anche perché Philip Seymour Hoffman, che compare più o meno in tutte le scene del film, è di una bravura che non ha bisogno di aggettivi. Anzi, il post, più che parlare della bravura senza aggettivi di Philip Seymour Hoffman, avrebbe dovuto parlare della bravura con un aggettivo di Philip Seymour Hoffman.
Triste.
La bravura di Philip Seymour Hoffman a mio modo di vedere è triste perché per circa tre quarti del film Philip Seymour Hoffman continua a ripetere che sta per morire, che la fine è vicina, che la sua vita è al termine e altre espressioni simili, e dal momento che poi Philip Seymour Hoffman è morto davvero, pochi mesi fa, la sua bravura nel dire questa e altre battute ha qualcosa di triste. Oppure, a voler usare oltre agli aggettivi anche gli avverbi, di profeticamente triste.
Il post, partendo dalla tristezza insita nel fatto che un attore, o un personaggio, dica che sta per morire e che questa frase, o questa battuta, sia vera al di là della finzione filmica, se si chiama così, e che per di più questo accada all’interno e non solo all’interno di un film la cui struttura si basa sugli sfasamenti, le interferenze e i misteri connessi a realtà e finzione, vita e film, film sulla vita e vita dedicata al film sulla vita, film sulla vita dedicata al film sulla vita e vita dedicata al film sulla vita dedicata al film sulla vita, il post, dicevo, partendo da quella tristezza avrebbe dovuto affrontare almeno in parte il dato di fatto che Philip Seymour Hoffman è morto di overdose, dopodiché avrebbe dovuto suggerire che la morte per overdose pur non essendo un vero e proprio suicidio, o almeno non sempre, non è nemmeno qualcosa di molto diverso dal suicidio, una specie di suicidio preterintenzionale, se si può dire così, ed essendo tale non si può escludere che Philip Seymour Hoffman – questo avrei scritto a un certo punto del post – si sia quasi suicidato forse anche per colpa di quel bellissimo e profeticamente tristissimo film che l’ha obbligato a dire così tante volte che stava per morire da rendere vera quella che sembrava solo una battuta di un film, seppur un film che implicitamente rigetta l’idea che la battuta di un film sia solo la battuta di un film, ma anche qualcos’altro anche se non si capisce bene cosa, forse la vita, forse altro.
A quel punto il post avrebbe dovuto prendere una piega diversa, avrebbe lasciato da parte le osservazioni pseudocerebrali da cinefilo dei miei coglioni e sarebbe diventato più emotivo e più incorente, collegandosi all’ammirazione che provavo per l’attore Philip Seymour Hoffman per ricordare l’ammirazione simile che provavo per l’attore Massimo Troisi, morto vent’anni fa, a giugno del 1994.
Giunto a citare Massimo Troisi e la sua morte del 1994 il post sarebbe diventato ancora più emotivo e incoerente, perché con un salto logico talmente lungo da perdere per strada l’aggettivo e rimanere un semplice salto avrei dovuto ricordare per associazione – a delinquere - d’idee come proprio vent’anni fa, sempre a giugno del 1994, durante un concerto promosso dalla sezione dell’allora PDS di Imola, io, oltre a dire tra una canzone e l’altra che noialtri Criogenia ci trovavamo lì sul palco del PDS ma non eravamo per niente simpatizzanti del PDS, nessuno di noi, oltre a dire questo mi permisi anche qualche parola in merito al fatto che a noialtri Criogenia, pur essendo musicisti, era spiaciuto più della morte di Troisi che di quella di Kurt Cobain avvenuta poco tempo prima, e che tale serie a suo modo simpatica di passi falsi culminata col poco elegante confronto da decessi celebri era valsa a noialtri Criogenia una specie di fatwa su tutto il territorio imolese di una miope pervicacia tale che al confronto gli imam più radicali sono allegri guasconi inclini alla più bonaria clemenza nei confronti dei versetti satanici di Salman Rushdie.
Il post, una volta arrivati a fare un accenno al noto scrittore, avrebbe nuovamente virato andando ad approfondire i legami tra il me del 1994 e il me del 2014, il me ventenne e il me doppiamente ventenne, il me all’apice della forma, una sorta di Federer del 2005, e il me in fase calante, una sorta di Camporese del 1991 o di qualsiasi altro anno, il me allegro e il me dolente, il me sonnolento e il me insonne, il me che guardava le partite dei mondiali di calcio che si svolgevano in America del Nord e il me che ha visto una sola partita dei mondiali di calcio che si svolgono in America del Sud, trovando degna conclusione – il post – approfondendo o anche soltanto citando la coincidenza che chiaramente non è una coincidenza che Camilla, facendomi un regalo bellissimo, mi permetterà di tornare dopo vent’anni, come nell’estate del 1994, mezza vita fa, quando appunto di anni ne avevo venti, ed ero allegro, e andavo a culo di tutto, e non mi fermava nessuno, e confrontavo le morti, e tacciavo di fascismo o di conservatorismo anche gli altri Criogenia che non erano se ben ricordo tutti destrorsi ma tanto lo sapevano che poi sul palco dicevo delle cazzate e non ho mai smesso, di dire delle cazzate sul palco, se non per quei circa sedici anni che di concerti non ne ho fatti, e quando ho ripreso a farne, di concerti, infatti ho ricominciato a dire delle cazzate peggio di prima, Gisna ne sa qualcosa, tanto che sono pronto a rismettere di fare concerti e dire delle cazzate per i prossimi sedici anni, o già che ci siamo venti, visto che si parlava di ventennali e non di sedicennali, approfondendo o solo citando la coincidenza che Camilla, dicevo, mi permetterà di tornare a Lefkada, in Grecia. E con Lefkada il post si sarebbe chiuso.
Questa era l’idea, partire dalla morte di Philip Seymour Hoffman forse causata dal triste e bellissimo film Synecdoche e dalle sue profetiche battute, ma poi, un attimo prima di cominciare, ho dato un’occhiata su wikipedia e ho scoperto che il film Synecdoche è del 2008 ma solo adesso è uscito in Italia, e così ho optato ancora una volta per uno stronzissimo metapost.

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  08.05.2014 | 23:43
Forfaitderer
 

Ho deciso di restare vicino a mia moglie durante queste ultime settimane prima del parto. Mi dispiace per i miei tifosi, specie per il signor Zumba, il quale in questo preciso istante di sicuro sta riflettendo con sconcerto sull’uso da parte mia del plurale, ‘settimane’, e se lo conosco come credo, il signor Zumba, col consueto acume starà valutando che l’uso di tale plurale lascia supporre che le settimane siano più di una, dal momento che il plurale di solito indica un numero superiore a uno, e nel contempo, il più volte citato signor Zumba, starà valutando che se le settimane di riposo e di assistenza a mia moglie saranno anche solo due, dal momento che c’è unanime consenso riguardo al fatto che due è un numero maggiore di uno, questo significherà automaticamente che non giocherò il torneo di Roma, che avrà luogo appunto la prossima settimana, e dal momento che il signor Zumba mi risulta essere in possesso di un biglietto per la finale del torneo di Roma, e dal momento anche che io quest’anno non lo dico per vantarmi ma sto giocando benino, tanto che ho battuto negli ultimi mesi per ben due volte un giocatore serbo piuttosto bravo non solo a fare le imitazioni degli altri nostri colleghi ma anche a praticare questo sport che ci accomuna e che mi vede allo stato attuale delle cose prevalere negli scontri diretti per diciotto vittorie contro sedici, dal momento dunque che qualche possibilità di arrivare in finale del torneo di Roma l’avrei avuta, se non altro perché persino l’anno scorso che giocavo maluccio, non lo dico per offendermi ma per onestà, persino l’anno scorso che ho perso con giocatori che probabilmente hanno avuto una polluzione al momento del match point tale era la loro sorpresa nello sconfiggermi, polluzione che comunque non ha impedito loro di battermi seppur con le mutande bagnate, dal momento dicevo che persino nell’horribilis annus 2013 sono arrivato in finale al torneo di Roma, anche e a maggior ragione nel pulcher se non pulcherrimus annus 2014 sarebbe stato possibile arrivare in finale, o almeno sarebbe stato possibile se non avessi dovuto incontrare prima della finale un giocatore spagnolo non tanto bravo nelle imitazioni ma indubbiamente piuttosto bravo a praticare lo sport che ci accomuna e che lo vede allo stato attuale delle cose prevalere negli scontri diretti per ventitré vittorie contro dieci, giocatore nei confronti del quale, lo dico per onestà tra l’altro già dimostrata poche righe fa quando parlavo dell’annus horribilis 2013, avverto la stessa sudditanza psicologica che avvertirebbe un arbitro timido di ventotto anni nell’arbitrare una partita di calcio tra la squadra chiamata Juventus e un’altra squadra qualsiasi, con la differenza che l’arbitro non può per definizione giocare contro la Juventus mentre io contro lo spagnolo ci ho giocato, eccome se ci ho giocato, e ci ho perso, eccome se ci ho perso, ventitré volte su trentatré, quindi sarebbe meglio dire che avverto la stessa sudditanza psicologica che avvertirebbe per esempio la squadra di calcio chiamata Derthona contro la squadra di calcio chiamata Juventus, siccome in fin dei conti qualche vaga possibilità di arrivare in finale al torneo di Roma anche quest’anno l’avrei avuta, e siccome mi risulta che il signor Zumba custodisca con cura maniacale il biglietto di tale finale non nella speranza di veder giocare il giocatore spagnolo e il giocatore serbo, giocatori che pure al massimo della forma psicofisica avrebbero circa l’87% di arrivare entrambi in finale e contendersi il trofeo ma quest’anno non essendo al massimo della forma psicofisica avrebbero al massimo il 34% di probabilità di giocare la più volte citata finale dwel torneo di Roma, siccome dicevo il signor Zumba conserva tale biglietto con devozione tardo-adolescenziale basata sulla speranza che a giocare questa finale sia io contro un qualsiasi altro giocatore del mondo, siccome in sostanza la situazione è questa, vale a dire, in estrema sintesi, impossibilità per me di giocare la finale del torneo di Roma e impossibilità per il signor Zumba di vedermi giocare la finale del torneo di Roma, posso immaginare che ciò che si agita in questo momento nella mente del signor Zumba, che ha passato gli ultimi quattro mesi a pregustare il momento della finale di Roma e gli ultimi diciotto mesi a guardare su youtube filmati del mio cosiddetto periodo d’oro 2004-2007, periodo durante il quale sono riuscito persino a battere diverse volte quel giocatore spagnolo, al contrario della squadra di calcio chiamata Derthona che non mi risulta abbia mai battuta la squadra di calcio chiamata Juventus, dal momento quindi che la vita del signor Zumba è stata nel recente passato monomaniacalmente dedicata a me e alle mie trionfali partite del periodo d'oro 2004-2007, posso immaginare che i vissuti del signor Zumba in questo momento non siano diversi da quelli che affliggerebbero l’animo, per esempio, di un fan dei Criogenia che scoprisse la celebre canzone 'she’s waiting for you' storpiata, in occasione dell’ultimo concerto in assoluto della band, da un uomo politico col chiodo, la faccia accattivante e un rapporto ambivalente con le partite benefiche, ed è alla luce di tale consapevolezza che esprimo tutta la mia vicinanza e il mio affetto al signor Zumba, invitandolo come forma di risarcimento nella mia villa superlusso di Basilea, all’esterno della quale avrà modo di palleggiare, sul mio speciale campo di erba naturale abbondantemente irrigata dalle lacrime dei miei più fedeli fans, insieme a me e ai miei due figli gemelli che all’inizio della stesura di questo post non erano ancora nati ma ora che il post è finito sono nati, eccome se sono nati, e questa nascita non ha modificato di una virgola la mia decisione: fanculo al torneo di Roma, fanculo al signor Zumba, e già che ci siamo fanculo all’uomo politico col chiodo.
 

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  02.05.2014 | 21:20
2666,73
 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’ultima fatica di A.C., di anni sei, mesi uno, giorni due, già autrice della pièce ‘le persone che muoiono’, della canzone ‘unicorni contro robot’ e del migliore aforisma della storia non del tutto prestigiosa degli aforismi, vale a dire ‘alcune volte è difficile gestire le cose’.  Essendosi l’autrice rifiutata di rivelarci il titolo del componimento, sarà in tale sede intitolato convenzionalmente ‘2666,73’.

La parte dei funghi non velenosi

C’era una volta un piccolo pinguino di nome Paolo che si era perso, e un giorno quindi una fata gli donò un castello, e questa fata era molto allegra, e quindi trovò un gatto che si stava divertendo un mondo a giocare, e giocò anche lei, la fata, col gatto. Il gioco era una giostrina che girava. E quindi intanto il pinguino la stava cercando per ringraziarla del castello, ma intanto non sapeva che c’era qualcuno che la stava spiando. Erano dei funghi non velenosi, e a quel punto diventarono amici i funghi e il pinguino e anche il gatto e la fata, mentre ballavano, il gatto e la fata. Diventarono amici i funghi e il pinguino, ma non sapevano di essere spiati da una foca che era una gran ballerina e anche una gran cicciona, simpatica e bravissima a giocare a golf con la fata, senza pinguino, senza gatto, mentre i funghi erano svenuti. E quindi il pinguino li fece vomitare per farli rinvenire.

La parte dell’axolotl politologo

Quando i funghi rinvennero, svennero di nuovo, subito, perché avevano visto una cosa che gli faceva paura, e a quel punto arrivò una carrozza con un cavallo. Il cavallo disse ‘sali’ al pinguino, visto che era l’unico rimasto. Infatti il gatto e la fata erano andati lontano a giocare e i funghi erano svenuti un’altra volta. La foca intanto era scappata dalla puzza della puzzola che era arrivata dal Nord America per parlare con loro, però faceva le puzze di continuo e quindi tutti scappavano via preoccupati. E quindi arrivò anche una giraffa a parlare con loro. Il problema è che erano rimasti in pochi, e così i funghi svennero di nuovo, e arrivò anche un axolotl a parlare con loro della politica, e di nuovo svennero i funghi. E quindi per l’ennesima volta arrivò una zebra insieme a una persona che era amica di tutti, e questa persona era Silvia, che festeggiarono cantando in compagnia.

La parte dell’ipad mini

E quindi il pinguino accompagnò l’axolotl in stazione e trovò delle tizie molto simpatiche, che una aveva i capelli molto lunghi e un’altra disse ‘sorpresa, sono Barbie’, e un’altra disse ‘salve, sono Barbie’. Quindi c’erano tre Barbie, perché anche la prima era una Barbie, Barbie Rapunzel, e quindi per volare aveva bisogno delle ali che non si sa da dove erano comparse. E quindi arrivò anche la sua gemella, Barbie II Rapunzel, e arrivò anche il secondo axolotl, e arrivò anche un ipad mini a estrazione che si toglie sempre per buon uso e fece vomitare i ricci che erano arrivati e non c’entravano mica.
 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  01.04.2014 | 23:46
Intervista all'intervistatore
 


Tutte.

Tutte concordate, tutte.

Tutte tranne una.

Mio caro, pur di non rispondere a questa domanda avrei assistito alla reunion dei 5ive facendo poi una recensione entusiastica all’evento.

Sì, si sono sciolti se Dio vuole, ma hanno fatto un concerto lo stesso giorno, il 29 marzo. Cosa non si fa per i soldi. Lo sapeva che Abs ha un problema col gioco d’azzardo? Poveraccio.

Per il più semplice dei motivi: il frontman dei Criogenia risponde solo a domande concordate. Mi meraviglio che non lo sappia.

Perché come tutti i finti improvvisatori deve avere tutto sotto controllo. Lei non sa granché di psicologia, mi permetta.

Questa stessa discussione che avviene tra di noi in questo momento, beh, è lui che l’ha autorizzata, promossa e in fin dei conti manipolata.

Le sue domande forse no, ma le mie risposte sì.

Anzi, anche le sue domande, ma a un livello talmente profondo che anche se glielo spiegassi non capirebbe.

Come posso dire? In parte questo ha a che fare con la nostra amicizia.

No, non tra me e lei. Tra me e lui.

Macché.

Lasci perdere, i progetti letterari in comune non c’entrano.

Provi a pensarci.

Ci provi almeno.

D’accordo. Ho capito che da lei non devo aspettarmi nulla. Le donne.

Mi correggo, una donna. E che donna, aggiungo.

Helena.

Ma quale Bonham Carter, le sembriamo tipi attratti dalle macrocefale pallide con le mascelle ipertrofiche? Lei ci sottovaluta.

Christensen.

Eva Herzigova è solo una copertura. Bellissima, ma pur sempre una copertura. E poi Eva non ha mai condiviso appieno la passione dell’uncinetto. Ha cucito qualche trapunta insieme a lui, sì, ma solo per farlo contento. Senza trasporto. E lui odia le donne che cuciono senza trasporto.

L’abbiamo seguita anche alle Hawaii. Helena ha girato il video di wicked game tra un threesome e l’altro. Persino quel cazzo moscio di Chris Isaac, se mi passa l’espressione, aveva perso il suo proverbiale aplomb. La vedeva sempre distratta. E coi capelli insolitamente stopposi.

No, non era salsedine.

...

Le ho detto che non era salsedine.

... 
Sì, è iniziata così.

Per questo ha rilasciato a me l’unica intervista autorizzata. A patto che ovviamente le domande fossero a lui gradite. Amico, ma pur sempre direttivo.

Sì, ma non in modo smaccato. Avrà senz’altro notato che non ci sono eccessive lodi per lui. Per Massimo, sì. Per Krishna, sì. Per lui, no.

Lo consideri un vezzo. O il suo personalissimo modo di esercitare il controllo in maniera subdola. Mi lasci ripetere che lei e la psicologia siete agli antipodi.

No, di quella performance non sono autorizzato a dirle niente.

Né dell’unica domanda non concordata né della performance.

No, non devo scegliere se dirle questo o quello. Non mi risulta, no.

E va bene. Diciamo che, per quanto possa sembrarle strano, alcuni paesi considerano osceno avere rapporti sessuali con bambole gonfiabili con corpo di sirena e testa di Luciano Onder.

Sì, anche se la bambola si astiene dal parlare di emorroidi durante l’amplesso.

E’ di nuovo fuori strada. Al frontman dei Criogenia non interessa niente né di iati né di dittonghi.

Le dirò, considera con sospetto tutte e cinque le vocali.

La esse. Sicuramente la esse.

Non mi dica che non ha letto i titoli. Si può fare. Spettro. Sei qui. Scintilla di fuoco. She’s waiting for you. Perfino chiudiamo chiudiamo in un primo tempo si intitolava serriamo serriamo.

Poi Gianfanco si oppose.

Non lo so, giuro.

Sì, quel Gianfranco. Gianfranco dei Gianfranchi. Chi sennò? E adesso mi scusi, ma il tempo è finito.

Va bene, se è l’ultima.

Come?

In che senso?

Se lei pensa questo allora non ha capito niente. Alberto Calorosi nemmeno c’era al concerto.

Perché quella sera era al concerto dei 5ive, il coglione.


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  05.03.2014 | 23:40
Legge 81, comma 22
 

Oggi alla formazione sulla legge 81 mi hanno insegnato alcune cose. Quella che mi è rimasta più impressa è che tutti i lavoratori che usano la macchina per ragioni di servizio, sia che si tratti di macchina propria sia che si tratti di macchina della ditta, hanno l’obbligo di astenersi dall’alcool. Non vale in sostanza il limite di 0,5 grammi/litro previsto per legge: il tasso alcolemico in questi casi deve essere 0.
La cosa singolare è che il formatore, mentre parlava di quest’argomento, sarà stata l’aria intorpidita, saranno stati i capelli spettinati, sarà stato il maglioncino logoro a losanghe, sarà stato il sonnolento e disinvolto accento riminese, sembrava sempre sul punto di dire ‘questa è la regola generale, beninteso, però io, forse non dovrei dirlo ma voglio essere totalmente sincero con voi, una volta mi sono scolato sette ceres in mezz'ora e poi dopo essere entrato a fatica in macchina sono andato a fare un sopralluogo alla ditta scoppiabigi e figli per verificare il regolare funzionamento di quei pannelli fonoassorbenti che per essere realmente fonoassorbenti devono etc etc’.
Mi sono permesso di condividere questa impressione col collega che stava al mio fianco, e lui, che in un primo tempo sorridendo aveva dato l’impressione di essere d’accordo, mi ha poi corretto osservando che forse il formatore aveva proprio quell’atteggiamento lì che dicevo io - disinvolto, torpido e per certi versi complice -, e forse davvero a quel formatore è capitato di bersi delle gran birre prima di mettersi in macchina, ma nel suo caso era una cosa non solo scusabile ma prevista, perché il medico del lavoro – quel formatore è un medico del lavoro – ha l’obbligo di testare su di sé gli effetti dell’alcool, in modo da appurare se effettivamente quando si ha un tasso di alcolemia per esempio di 1,5 grammi/litro i tempi di frenata raddoppiano e la visione periferica si riduce esponenzialmente, così come ci ha detto lui stesso durante quella formazione.
L’idea del mio collega secondo me era molto verosimile, e non solo verosimile ma paradossale, e non solo verosimile e paradossale ma ineccepibile. L’immagine del formatore annichilito dalla doppia prescrizione – la legge che gli vieta di bere alcolici se deve guidare, il lavoro che gli impone di bere e guidare – mi ha riportato alla mente quel grandioso libro che è ‘Comma 22’, e quel grandioso libro che è ‘Comma 22’ mi ha riportato alla mente l’episodio 91 di quel grandiosissimo libro ancora incompiuto dal titolo provvisorio ‘Idioziadi 2016,73’, che nella sua parte finale recita così:

“Se non sbaglio, il comma 22 bis del manuale prevede che chiunque abbia un problema fisico acquisisca il diritto a posizionare più avanti il blocco di partenza, ma chiunque posiziona più avanti il blocco di partenza, che è pesantissimo, non può avere un problema fisico.” Chiosa Pieveloce per non essere da meno, anche se non saprebbe spiegare da meno rispetto a chi.
Nel frattempo Caretta, dando la sua personalissima lettura del comma 22 bis, sposta col piede il blocco di partenza ancora più avanti, centimetro dopo centimetro, e senza suscitare alcuna reazione arriva fino a metà pista. L’atleta gongola e sente di aver appena dimostrato qualcosa che sembra collegato al continente della geometria passando però dall’istmo della truffa sportiva.
“Allora, partite oppure no? Che si fa, Zenao?” Chiedono dopo una fisiologica fase di stallo i parenti di Takis, specchiandosi nella riviera dei tremila siepi e togliendosi il primo strato di pelle bruciata.
“Che si fa?” Fa eco Pieveloce.
“Che si fa?” Fa eco Platonen.
“Che si fa?” Fa eco Einzwei.
“Che si fa?” Fa eco Escargot.
“Che si fa?” Fa eco Takìs.
“Che si fa?” Fa eco Caretta.
“Che si fa?” Fanno eco i portoghesi.
Zenao prende il cellulare e telefona alla sola persona che secondo lui possa dirimere la questione. Il numero è occupato.
“Che si fa?” Fa eco persino lui stesso. “Cosa mi direbbe lui se riuscissi a parlargli? Probabilmente mi direbbe di non chiamarlo mentre fa il riposino. Ma dopo? Cosa mi direbbe dopo? Se lo conosco come credo mi direbbe…”

“Bisogna annullare la gara.” Dice il Capo ai più stretti collaboratori, asserragliato nel bunker sottomarino. “Ma non per i paradossi spazio-temporali, no. Chissenefrega dei paradossi spazio- temporali. Il motivo è molto più prosaico, il motivo è…”

“Quella volta il cosiddetto Capo credette di poter spiegare tutto coi soldi, come al solito”, spiega dopo mille reticenze la legittima genitrice a P 1497, “ovviamente ignorava che i paradossi spaziotemporali sono onnipresenti, al contrario dei soldi. Adesso hai capito?”

“Sì, ho capito: gara annullata” Conclude Zenao prima di mordersi la lingua.


 

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  14.02.2014 | 15:00
L'eterno ritorno del cazzo
 

La premessa è che io non capisco la politica. Non la capisco un po’ perché non sono portato, un po’ perché non mi interessa – e quindi non mi interessa nemmeno capire se è vero che non sono portato o semplicemente non mi interessa, ma sono comunque portato a credere di non essere portato al di là del disinteresse – e un po’ perché da due anni a questa parte in casa mia gli unici canali della televisione accesi, a turno, sono Rai YoYo e Cartoonito, che sono due canali di merda per tanti versi, soprattutto Cartoonito che più di Rai YoYo si pone l’obiettivo programmatico della completa sedazione del bambino, ma hanno entrambi l’indubbio vantaggio di non trasmettere a nessuna ora del giorno programmi di politica del cazzo.

Data la premessa, anche se non capisco e non mi interessa la politica, a volte accadono cose politiche che attirano la mia attenzione, e attirandola mi spingono all’analisi nell’unico modo in cui può analizzarle uno come me che non si appassiona alla politica e non la capisce, vale a dire – Gual mi scuserà se lo cito imprecisamente – un po’ a cazzo.

Un po’ a cazzo significa che non le analizzo veramente queste cose politiche, non sono in grado, mi limito a lasciarmi cullare da certe immagini o similitudini che passano nella mia testa e mi piace credere siano calzanti, oppure più che calzanti mi piace credere che siano suggestive, ed essendo suggestive – poniamo che lo siano per comodità - danno l’idea a chi le legge, me compreso, che per esempio su questa faccenda dell’ipotetica nuovo governo ho capito tutto anche se in realtà non ho capito quasi un cazzo.

G. e M. sono una coppia sposata da qualche anno, diciamo sei o sette. G. è la moglie. M. il marito. Meglio: G. è la mesta, anonima, ingobbita moglie, affascinante ormai solo nei bei levigati gomiti, esattamente come la moglie di Oblomov. M. è l’esuberante, carismatico, impettito marito a cui da tempo non basta più guardar quei bei levigati gomiti per non pensare d’avere sbagliato tutto. Alla sera, ogni sera, M. interrompe per un attimo la visione del film in prima serata per dare un’occhiata a G. girato di spalle, addossato al lavello, che lava i piatti con un docile movimento rotatorio. A quel punto, ogni sera, M. scuote la testa. Ma come ho fatto – si chiede –, come ho fatto a sposarmi con una così, cazzo?

Una sera che M. si trova ad essere meno incline del solito a tollerare l’asfittica tristezza della vita a cui l’ha a suo modo di vedere costretto G., e quel docile movimento rotatorio delle mani di G. genera un meno docile movimento rotatorio nella zona dei suoi testicoli testosteronici,  M. si decide ad affrontare G.: così non va, non può più andare, gli dice M. Cosa? Cos’è che non va? Chiede di rimando G. Io e te, non andiamo, non andiamo per niente. Precisa M. fissando con disgusto i bei levigati gomiti di G. Le cose non vanno male tra noi. Ribatte G. che senza voltarsi osserva l’orlo del bicchiere che sta sciacquando. No? Non andiamo male? Domanda M. con aria vagamente ebete. Siamo una coppia come tutte le altre, continua G. Alti e bassi. Dopo qualche anno è normale. No, risponde M. ritrovando la verve dei tempi migliori, non è normale neanche per il cazzo.

La verità è che G., la quale non manca di consapevolezza dei suoi limiti, sa che nel caso M. lo lasci per lei sarà dura trovare qualcun altro. Neppure lei forse è più innamorata, ci sono tante cose di M. che non le piacciono – quando dorme, M. scorreggia forte gonfiando il piumone, si masturba sotto la doccia pulendosi poi sulla tendina, mentre parla a volte gli si forma agli angoli della bocca una pastella bianca come quella di Forlani al processo Enimont -, ma non gliele fa notare per delicatezza, o perché teme la discussione che ne seguirebbe. In ogni caso, innamorata o non innamorata, pastella o non pastella, la prima reazione di G. all’exploit del marito è pensare che sarebbe da folli separarsi adesso. La seconda, invece – ma non è detto che ci arrivi, G., alla seconda reazione, che implicherebbe una volontà di approfondire la cosa che forse G. non ha e non avrà -, sarebbe capire che le possibilità di legarsi prima o poi a un altro uomo, uno che forse rispetterebbe lei e le tendine della doccia più del marito, non sarebbero proprio irrisorie. La terza – una volta arrivata alla seconda reazione arriverebbe anche alla certa, questo è certo, ma sul passaggio dalla prima alla seconda reazione, come si diceva, sussistono poche garanzie –, la terza sarebbe sentirsi libera come non le è mai accaduto, non che lei ricordi almeno, e da donna libera concedersi un catartico, urlato eccheccazzo!

Quello che ha mosso M. ad agire proprio adesso, così come capita spesso agli uomini come lui, è di una semplicità splendida e disarmante: in questo periodo si è accorto di piacere a tutte le donne del quartiere. La panettiera l’altro ieri gli ha fatto l’occhiolino e gli ha aggiunto un biscotto dei suoi preferiti nel sacchetto del pane. Ieri la biciclettaia si è affacciata alla bottega e col sorriso malizioso ha suggerito ‘serve una pompa?’. Oggi la farmacista come l’ha visto si è sbottonata un po’ il camice e si è appoggiata al bancone mettendo in mostra il seno. E’ il suo momento, sente di poter fare tutto, e stare solo con G. sarebbe – avverte qualcosa di eroico nel pensiero che sta formulando, percepisce la forza epocale e giustamente brutale che si porta dietro questa certezza, è pronto ad accogliere su di sé tutte le conseguenze, lo deve innanzitutto a se stesso, costi quel che costi – sarebbe come farsi un nodo al cazzo.

Forse non è normale, aggiunge G. dopo una pausa, ma proviamo ad andare avanti ancora un po’. E come? Domanda M. atteggiando la bocca a sardonico sussiego fiorentino. Farò un tentativo, mi ci metterò d’impegno, assicura G. Tu? Lo indica M. senza mutare espressione. Io, sì, un impegno per te e per noi. Conclude G. enfaticamente, girandosi alfine verso il marito. Dopodiché si toglie i guanti gialli, li appoggia ordinatamente al lavello, si avvicina un po’ meno gobba del solito a M., gli abbassa la lampo dei pantaloni e prende a ciucciargli il cazzo.

No, no, così è troppo facile, la interrompe dopo mezzo minuto M., anche se sulle prime si era concesso la libertà di accompagnare il docile movimento - in parte anche rotatorio – della testa di G. con la mano. Devo scegliere la strada meno battuta. Devo farlo. Devo. Detto questo spinge via G., si tira su la lampo, si alza, infila il giubbotto di pelle ed esce di casa. Dopo un attimo G. ritorna al lavello, si rimette i guanti gialli, riprende a lavare i piatti e con voce esilissima dice – non è chiaro se a se stessa o al marito – idiota, idiota, idiota del cazzo.

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  20.01.2014 | 23:08
Propessene Marilù
 

Incontro l’autrice de “le persone che muoiono” nella stanza bianca rossa e arancione nella quale si è relegata dopo l’imprevisto successo della suddetta pièce. Mi apre la porta con stizza educata e mi conduce alla scrivania sulla quale ha prodotto le cose migliori: racconti, disegni e sperimentazioni eterogenee.


- Buongiorno.
- Questo lo dice lei.


L’artista è sulle sue. Posso capirla. L’ho interrotta mentre era all’opera. Lo si intuisce dal pennarello viola senza tappo appoggiato sul bordo di un foglio.


- La disturbo? Vuole che vada via?
- Faccia quello che si sente.
- E se sento di non sentire niente?
- Pochi sofismi. Cominciamo quest’intervista. Ma che sia breve.


L’artista ha carattere. Mi piace. Mi piace così tanto che evito di dirle che tecnicamente l’intervista è già iniziata.


- Si aspettava questo successo?
- No.
- Perché no?
- Non ero certa che il mondo fosse pronto a qualcosa di così dirompente.
- Cosa c’è di dirompente ne “le persone che muoiono”?
- Se me lo chiede non merita di sapere la risposta.


Confermo: l’artista ha carattere.


- In realtà credo di saperlo: il titolo. Un titolo, me lo lasci dire, faulkneriano.
- Il suo è un commento falsamente dotto. Cosa ci trova di faulkneriano nel titolo?
- Beh, ha presente “mentre morivo”?
- Seguendo il suo ragionamento allora dovrebbe essere un titolo anche Manniano. Ha presente “la morte a Venezia”? Oppure Rowlingiano. Ha presente “Harry Potter e i doni della morte”?


Dolente di ripetermi, ma non posso che ribadirlo: l’artista ha carattere.


- Non mi ha ancora detto cosa c’è di dirompente ne “le persone che muoiono”.
- Non il titolo. Questo è certo. E neppure quelle due parole.
- Quali due parole?
- Lo sa, quali.
- Quali due parole?
- Non me lo faccia dire.
- Lo dica, lo dica. Quali due parole?
- Non insista.
- Insisto, invece. Quali due parole?
- Le sue, caro il mio coautore dei miei coglioni. Le sue.


Ancora più dolente di correggere il tiro: l’autrice ha troppo carattere.


- Scusa, pa…
- Non importa, non importa.
- Ma lo vedi che tipo sei? Pur di mantenere questa sorta di alone di mistero da quattro soldi sulla mia identità, rinunci a rimproverarmi per la parolaccia.
- Non è per questo.
- Ah, no? E per cosa allora?
- E’ perché neanch’io sono innocente. Ho scritto quelle due parole. Belle, perfette, ma volgari. Non avrei dovuto. Non riesco a perdonarmi.
- Bugiardo. Sei riuscito benissimo a perdonarti, ti conosco.
- Ti conosco? Ma quand’è che abbiamo cominciato a darci del tu?
- Io, sei battute fa. Tu, tecnicamente, non ancora. A proposito…
- Di cosa?
- Di tecnica. Le tue due parole di cui vai tanto fiero pur fingendo di vergognartene fanno schifo.
- Schifo, addirittura.
- Forse non schifo, ma non sono nulla di speciale. Al posto di quelle due parole avresti potuto scriverne altre due qualsiasi, ottenendo lo stesso effetto.
- Per esempio?
- Cialtroni puzzolenti. Vita grama. Chicco Belva. Juventus Inter. Maurizio Seymandi. Propessene Marilù. Due qualsiasi.
- Anche due qualsiasi?
- Anche. E adesso scusa, ma ti prego di accomodarti fuori. Devo cominciare il sequel de “le persone che muoiono”.
- Qualche anticipazione?
- Solo il titolo. “Unicorni contro Robot”.
- Ti servono per caso due parole?
- Eventualmente mi faccio viva io.

Giro i tacchi mentre l’artista impugna il pennarello viola. Ho appena il tempo di notare l’abbozzo di quello che potrebbe essere lo zoccolo di un pegaso pony di terza generazione.  Faccio per aprire la porta della stanza bianca rossa e arancione.

- Papà.
- Dimmi, bimba.
- Niente.


Felice di correggermi ancora una volta: l’artista ha esattamente il carattere che deve avere. Né più né meno.

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  26.12.2013 | 22:26
Sul gozzovigliar nel dionisiaco
 

Di David Foster Wallace qui si è già parlato. Non starò a ripetere le cose che ho scritto in un altro post, anche perché non le ricordo e non ho voglia di andare a controllare.
Quello che mi preme dire adesso, e non escludo di averlo già detto o scritto altrove, è che anche se suona come una delle cose più presuntuose che si possano immaginare, talmente presuntuose che smettono di essere presuntuose diventando tenere, o magari restano presuntuose ma acquisendo una patina tenera che in parte le giustifica ma forse in parte le rende stucchevoli e come tali ancora più insopportabili, quello che voglio dire ora è che io a quest’uomo penso di dovere molto.
Lascio da parte tutto il discorso su come scrivo, su come scrivevo dieci anni fa e su come scriverei se non avessi letto nulla di David Foster Wallace. Lo lascio da parte perché quello sì sarebbe presuntuoso ridicolo e stucchevole, senza scampo e senza nessuna cazzo di tenerezza.
Dico solo che gli devo molto come lettore, perché come dice Paolo Nori – altro scrittore cui devo molto -, alcuni nella loro vita si trovano a essere governati non tanto da Berlusconi, Monti e Letta, ma da Dostoevskij, Balzac e Saramago, o Faulkner, Hamsun e Schnitzler, o Hrabal, Strindberg e Cervantes, o altri trittici di autori.
David Foster Wallace aveva la capacità di scrivere solo cose giuste, e di scriverle nel modo più giusto. E oltre a questo un’umiltà, una semplicità e una capacità di autoanalisi che per me non hanno avuto precedenti o quasi. Troppo spesso è stato ridotto a semplice mente migliore della sua generazione, ma questo ricordo di averlo già scritto quindi non mi ripeto.

Allego la parte finale di un’intervista che rilasciò negli anni ’90, prima del successo che sarebbe poi derivato da Infinite Jest. L’argomento è la letteratura postmoderna. Non farò commenti. Vi invito solo a chiedervi come se la sarebbe cavata sull’argomento un altro autore. Uno qualsiasi.

‘Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se n’è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi e rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ d’ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più - e che noi dovremo essere i genitori.’

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  17.12.2013 | 23:03
Tenera è la Gina
 

Sto leggendo un libro che ha scritto un mio amico, ma non è di questo che voglio parlare. Non esattamente.
La cosa migliore del libro del mio amico, o una delle cose migliori, è che i racconti che lo compongono, che non sono esattamente racconti ma più saggi cazzoni (lo dico nel senso migliore del termine, anzi di entrambi i termini: 'saggi' e 'cazzoni'), i racconti, dicevo, riescono a scampare al doppio pericolo cui erano esposti in quanto saggi cazzoni: di essere noiosi, come buona parte dei saggi, e di essere scritti di merda, come di solito sono i racconti cazzoni. In definitiva, il libro del mio amico è divertente e scritto benissimo, e questo non è poco. Ma lo ripeto, non è di questo che voglio parlare.

In uno dei racconti che non sono racconti ma saggi cazzoni il mio amico scrive quello che tutti noi gente intelligente e abituata all’incontrollabilità delle cose del mondo (abituata alla bellezza dell’incontrollabilità delle cose del mondo, più precisamente) sappiamo, e cioè che non possiamo scegliere cosa ricorderemo tra qualche tempo del libro che stiamo leggendo oggi, il meccanismo è automatico e involontario, e quindi può capitare che di Guerra e Pace, per esempio, ci resti impresso soprattutto il fatto che da un paio di segnali risulta evidente che a Tolstoj piacevano le donne coi baffi.

Dopo aver letto quel racconto che non è un racconto ma un saggio cazzone ho continuato a chiedermi cosa ricorderò tra un anno del libro del mio amico, e mi sono risposto che mi succederà in un certo senso la stessa cosa che è successa con Tolstoj al mio amico. Ricorderò quel racconto, che oltre a non essere un racconto non è neppure il racconto migliore del libro, almeno secondo me, così come l’attrazione tolstoiana per le donne baffute tutto sommato per la maggioranza dei critici letterari esperti di romanzi russi dell’Ottocento, Bachtin tanto per dirne uno (e tanto per fare il figo lasciando intendere che ho letto i libri di Bachtin, che invece non ho letto e credo che non leggerò, anche perché sono sicuro che i saggi di Bachtin siano troppo poco cazzoni per i miei gusti raffinati), l’attrazione tolstoiana per le donne baffute, dicevo, è leggermente meno rilevante della tolstoiana filosofia della storia. Ci saranno quindi affinità tra i miei ricordi a proposito del libro del mio amico e i ricordi del mio amico a proposito di Guerra e Pace, anche se il mio meccanismo mnestico sarà diverso dal suo, essendo il suo meccanismo più casuale, incontrollabile, mentre il mio più indirizzato, o inevitabile, del genere ‘provate adesso a comprare un altro yogurt’, quel celebre slogan di una pubblicità anni ottanta recitata dall’ex comico prestato – con un po’ di fortuna senza diritto di riscatto – alla politica italiana. Ma neppure di questo voglio parlare.

Venerdì pomeriggio scorso, saranno state le cinque meno dieci, ero con Agata in via Bergami, a Bologna, quando lei mi ha detto ‘ ti ricordi, papà, quella volta d’estate che eravamo al ristorante con Gwenny e Darko?’. Io le ho detto ‘no, bimba, mi sa che io non c’ero, eri con la mamma’. Lei ha continuato dicendo ‘quella volta, papà, ero al ristorante con Gwenny e Darko, che mi parlavano, e mi sono innamorata’. Io le ho detto ‘di chi, ti sei innamorata? Di Gwenny o di Darko?’. Lei ha detto ‘di tutti e due, di Gwenny e di Darko’.

Subito dopo mi sono ricordato che alla fine del primo capitolo di Tenera è la notte di Fitzgerald, o alla fine di uno dei primi capitoli, l’io narrante, una ragazza, dopo aver visto nuotare nella baia un uomo insieme a sua moglie (l’uomo e sua moglie sono in qualche modo lo stesso Fitzgerald e sua moglie Zelda), torna a casa da sua mamma, ma forse non era a casa ma era in albergo, comunque non importa molto, e le dice di essersi innamorata sia dell’uomo che della moglie.
Questo volevo dire. Questo, e che di quel libro non ricordo nient’altro. Nè la filosofia della storia fitzgeraldiana, né l'eventuale presenza di baffi sopra le labbra di una qualsiasi delle donne: io narrante, mamma dell'io narrante, Zelda o pseudoZelda. Niente.
 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  08.12.2013 | 23:12
L'avviso più pertinente
 

Quando ho aperto la porta di casa per mettere fuori le bottiglie vuote ho sentito sul pianerottolo un forte odore di bruciato. Vado a vedere cosa succede. Ho detto a Camilla. Neanche fossi uno di quelli che sanno vedere le cose che succedono.
Sono sceso. Ho suonato i due campanelli del piano di sotto, il secondo. Nessuno ha risposto.
Sono sceso ancora. Ho suonato i due campanelli del primo piano. Nessuno ha risposto.
Sono arrivato al piano terra. C’era il signor Germano, con la porta socchiusa, che ciondolava guardando una macchia di umido sul soffitto. La sente anche lei questa puzza? Cos’è che va a fuoco? Gli ho chiesto. Il signor Germano ha bofonchiato qualcosa poi è rientrato chiudendo la porta. Mentre risalivo al primo piano è uscita la signora Ossiuri. Hai suonato tu prima? Mi ha chiesto. Sì. Le ho risposto. Volevo chiederle di quest’odore. Cos’è successo? Non si respira. Ho aggiunto. E’ andato giù mio marito prima. Mi ha spiegato la signora Ossiuri. Loretta aveva bruciato qualcosa in casa. Ma ora è tutto a posto, siamo sicuri? Le ho chiesto dopo. Sì, sì. A posto. Ha garantito la signora Ossiuri.
Sono tornato su. Sul pianerottolo di casa mia, al terzo piano, la puzza era aumentata. Ho aperto il vasistas, ho preso le bottiglie da buttare e sono sceso nuovamente.
Al piano terra il signor Germano era uscito dal suo appartamento. Stava sul pianerottolo, parlava con Loretta, che invece non era uscita di casa. Ne sentivo la voce, non la vedevo.
Mentre il signor Germano tornava a chiudersi in casa, bofonchiando, ho appoggiato le bottiglie per terra, sull’uscio di Loretta. Mi sono sporto dentro il suo appartamento. Era tutto pieno di fumo, puzzava da fare schifo. A fatica si vedeva a distanza di cinque metri. Hai bisogno, Loretta? Posso entrare? Le ho chiesto. Loretta mi ha guardato con gli occhi acquosi, tremando. Mi ha fatto strada verso la cucina, la stanza in cui la densità del fumo era maggiore. La finestra era chiusa. Loretta si è chinata a quattro zampe e ha cominciato a grattare con una spatola di acciaio dei dischi colloidali attaccati alle mattonelle del pavimento. Perché non apri la finestra? Le ho chiesto. Non si apre. Ha risposto lei. Nella stanza adiacente, la sala, il fumo era poco meno per via di una finestra socchiusa. Dalla televisione accesa Francesco Primo pronunciava un’omelia o un angelus oppure un semplice discorso. Cos’è tutto questo fumo? Che hai fatto? Le ho chiesto dopo che ha smesso di sgrattugiare i dischi dal pavimento e si è ritirata su in piedi. La sigaretta. Ho buttato la sigaretta accesa lì. Mi ha risposto indicando un sacchetto del pattume vicino al battiscopa. Ho guardato il sacchetto. Non sembrava fumare più del resto della casa. Bisogna stare attenti. Le ho detto io. Devi stare attenta. Ho aggiunto. Ero nervoso, brusco. Avevo paura più per me e per la mia famiglia che per lei. La prospettiva di essere divorati dalle fiamme una delle notti a seguire mi sembrava concreta. Subito dopo mi sono ricordato che in quell’appartamento, anni fa, molto prima che io abitassi là, ci fu davvero un incendio. La storia me l’ha raccontata Camilla. La madre e il fratello di Loretta erano morti da poco, uno dopo l’altro, lasciandola da sola. Cominciò così la sua discesa giù per il piano inclinato. Depressione, incapacità di badare a se stessa, frequentazione mai interrotta del centro di salute mentale, un incendio provocato non so come, la patente ritirata. Magari puoi fare come faccio io. Le ho detto addolcendo il tono. Puoi usare un bicchiere con dell’acqua dentro, al posto del posacenere. Io mi ci trovo bene, la sigaretta si spegne subito, niente scintille, niente fumo, niente puzza. Ho detto ancora. E’ una buona idea, ha convenuto Loretta. Sì, una buona idea. Ha ripetuto. Adesso vado. Ho concluso dopo un attimo. Vuoi che ti butti il pattume, Loretta? Ci penso io, va bene? Loretta ha annuito continuando a tremare. Un boato si è levato in onore di Francesco Primo. 

Mi sono piegato per raccogliere il sacchetto ancora aperto. Al suo interno i resti raschiati dei dischi colloidali, l’impressione istantanea di un bianco accecante inspiegabile quasi come quello delle pareti di Mangiacupi e un pacchetto di Multifilter con su scritto l’avviso più pertinente: il fumo uccide.

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  27.11.2013 | 23:26
Tanto per fare (un esempio)
 

Un pomeriggio, durante l’estate del 1998, era luglio, mi sembra, o giugno, agosto no di certo, era luglio o giugno ma più probabilmente luglio, sono arrivato a casa del mio amico Fabio, a Imola, e l’ho trovato in infradito, maglietta e pantaloni corti che leggeva un libro. Cosa leggi? Gli ho chiesto. Lui non mi ha risposto direttamente, ma leggendomi l’inizio del libro. Fabio legge molto bene. Gesticola. Fa capire quando un libro gli piace. Cerca di fartici entrare, nel libro, e di solito ci riesce. L’incipit raccontava di un uomo, o di un ragazzo, l’io narrante di quel romanzo, che rivolgendosi a una ragazza, o a una donna, la sua ex, la sua ultima ex, le diceva che nossignore, lei non era la delusione più grande della sua vita, ce n’erano almeno quattro di delusioni più brucianti di lei, dopodiché l'io narrante passava ad elencare le quattro delusioni più brucianti, alcune delle quali se non sbaglio si riferivano a un periodo lontanissimo, a quando quell’uomo o quel ragazzo  era alle scuole elementari o giù di lì. Il libro era ‘alta fedeltà’ di Hornby.
Ho ripensato a quel libro in questi giorni, perché subito dopo aver scritto nel post precedente che tutto l’inverno scorso l’ho passato tenendo a bada una voce che di notte mi diceva suadente ‘forza, lascia cadere per terra Nora, fallo subito, sciogli l'intreccio delle braccia e assisti a ciò che accade, Nora è forte, non si farà niente, lasciala cadere e torna a dormire, tutto si sistemerà da sé, non sottovalutare tua figlia e la sua capacità di gestire l’impatto con un pavimento che non è di dure mattonelle ma di morbido parquet che si scalfisce con l’unghia, fallo e basta, nulla di tremendo accadrà’, dopo aver scritto quelle parole mi sono detto che sarei sembrato una bella merda a chiunque leggesse quel post, me compreso, ma subito dopo aver pensato questo, per un meccanismo perversamente compensativo che ha alleggerito  la mia posizione appesantendola, meccanismo che mi è proprio dall’adolescenza se non prima, mi sono venute in mente almeno tre o quattro cose che mi riguardano che se raccontate getterebbero su di me una luce ben più fosca di quella da cui vengo illuminato mentre mi descrivo come l’insonne, insofferente, allucinato, potenzialmente omicida padre che sono stato a tratti in un recente passato di cui non mi sono vergognato di parlare, cioé di scrivere.
Uno di questi episodi riguarda una telefonata avvenuta tra me e una mia compagna del liceo, poco più di vent’anni fa, una telefonata che alla mia compagna deve essere sembrata normalissima ma io so che non lo è stata, per niente. Un altro episodio riguarda un progetto, chiamiamolo progetto, che ho messo in pratica in un piccolo parco vicino al cinema Cristallo di Imola, verso mezzanotte di un giorno del 1994 o del 1995, una sera che tornavo a casa dopo una serata passata con Enrico. Un altro episodio ancora riguarda una cosa che ho fatto in una 126 rossa parcheggiata davanti a casa mia, a Imola, nel giugno o luglio del 2000, agosto no di certo, quasi sicuramente giugno o forse luglio.
Mentre mi intristivo ricordando questi e altri episodi, alcuni dei quali avvenuti anche di recente e sulla cui gravità avrò le idee più chiare tra qualche anno, forse, adesso non riesco a immaginare quanto sarò incline all'autoassoluzione e quanto all'autocondanna, probabilmente oscillerò tra questi due estremi a velocità variabile senza indugiare mai nel punto mediano, il giusto mezzo che in casi del genere non è giusto anche perché nemmeno esiste, o ci si dà della merda o ci si dice che il mondo ti ha fatto diventare la merda che altrimenti non saresti, mentre ricordavo le mie peggiori azioni cacciandomi in un tunnel solipsistico di privatissimi processi onanistico/vittimistici, mi sono detto che non è il caso di rimproverarsi per quanto avvenuto quest’anno, o nel 2000, o nel 1995, o nel 1994, o nel 1992, o almeno non sarà il caso finché esisteranno persone che, tanto per fare un esempio, se ne vanno all’estero a rubare i soldi della propria madre e della propria sorella, prelevando di nascosto forti somme di denaro da conti cointestati falsificando firme, circuendo anziani a cui raccontano realtà distorte con toni di voce talmente striduli leziosi e bamboleggianti che al confronto quella cazzo di fluttershy dei little pony è una specie di Barry White dei miei coglioni, approfittando della fiducia di parenti diretti o acquisiti che li conoscono ma non tanto da sapere fino a quale profondità possano spingersi nel mar della merda e della menzogna, e che per fare tutto questo coinvolgono in un gorgo fetido il coniuge, a sua volta ben contento di dare una mano in quanto arrapatissimo, il coniuge, ogniqualvolta gli si presenti la possibilità di fare un dispetto al prossimo, specie se il prossimo è così prossimo da essere quasi consanguineo o meglio consanguineo del coniuge, e oltre al coniuge queste persone coinvolgono le figlie che magari finché sono piccole sono quasi innocenti quindi vittime ma dopo un po', al più tardi quando hanno diciott'anni o se si vuole essere ingiustificatamente indulgenti a venticinque, perdono il diritto d'essere definite tali, innocenti e vittime, perché sennò è troppo facile, tutti volendo possono dare la colpa a qualcuno per ogni merdata che hanno fatto o che faranno, anche il padre di Hitler se ben ricordo non è che desse proprio delle gran abbracciatone in gioventù al figlio, e dire che ancora il piccolo Adolf non aveva scritto il Mein Kampf, eppure non darei la colpa all'anaffettività del padre per quello che poi è successo, e non mi riferisco solo al Mein Kampf, tanto per fare un altro esempio, non basta avere un padre o una madre miserabili per comprarsi un cazzo di passaporto diplomatico da vittima destinata e autorizzata alla coazione a ripetere o quel cazzo che è, non funziona così, porca la puttana merda, così come non basta essere stati educati bene per essere e per essere considerati educati, la madre educatissima dei figli maleducati è sempre incinta, ammesso che c’entri questo parallelismo, forse no ma chissenefrega, chissenefrega, chissenefrega.
E così, quando sono arrivato al terzo chissenefrega, il pendolo dell'autoanalisi ha abbandonato l'estremità della condanna, è transitato senza cagarlo nemmeno di striscio sopra il giusto mezzo che non esiste e non è giusto e si è posizionato sull'assoluzione con l'aria torpida e allegra di chi non ha più tanta voglia di spostarsi.

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  03.11.2013 | 22:58
In piedi ma accanto a un divano angolare
 

Ero in giro in zona Porto, a Bologna, quando ho visto che su una bacheca c’era un biglietto tutto colorato con diverse scritte in piccolo e una in grande. Quella in grande è l’unica che sono riuscito a leggere, e quello che c’era scritto era, mi sembra “balli di gruppo da sola”.
Ora, può darsi che io abbia letto male e che in realtà la scritta in grande fosse un’altra (galli da puppo di soia? Falli di zuppo da troia? Calli col groppo fa il sosia?), ma visto che le alternative non mi convincono molto le probabilità che su quel biglietto ci fosse scritto proprio “balli di gruppo da sola” sono alte, per cui io mi regolerò di conseguenza e immaginerò un contesto.

Loretta, la signora che abita al piano terra del mio palazzo, psichicamente compromessa, un passato di lutti in sequenza rapida e incendi domestici, si sveglia nel suo letto di briciole, si trascina fino al bagno, sposta dal lavandino la caffettiera che non ricorda perché ha lasciato proprio lì e si trucca approssimativamente. E’ un giorno importante.
Indossa la casacca speciale, quella che l’ultima volta le ha regalato la guardarobiera del bazumba threesome, esce da casa senza controllare di aver chiuso il gas nonostante la lettera bisettimanale che l’amministratore di condominio solerte le invia dai tempi del primo rogo, prende l’autobus numero 35, scende alla fermata corretta e raggiunge la sede del quartiere Porto, a Bologna, per le ore 10,50.
Loretta entra nella corriera blu che la porterà dopo un viaggio di quarantacinque minuti alla sede segreta del ballo di gruppo. Una lieve tachicardia, spiegabile solo alla luce del fatto che questi happening hanno ancora – e per almeno altri tre mesi – il carattere di novità, riesce a opporsi agli effetti collaterali dei blandi neurolettici. Si siede al posto ventuno, come le viene imposto in un sussurro dall’autista, e chiude gli occhi. La benda di juta che un inserviente non meglio precisato le appoggia sugli occhi precludendole le residue possibilità di scoprire il tragitto ha un quid sadomasochistico, pensa una Loretta sorprendentemente latinista abbandonandosi pigra ai tornanti della periferia.
Alle ore 11,55 precise Loretta entra nella grande sala del banana boat con segrete speranze di essere posizionata di fianco al veneto esuberante che per tutto il tempo del viaggio ha detto ‘diocan non vedo un’ostia tojetemi sto casso de benda’, una frase che l’ha scandalizzata quasi quanto l’ha scandalizzata lo scoprire che lo scandalo che sentiva montare in sé procedeva alla stessa velocità di una lubrificazione vaginale mai così scivolosa da quando il portasigari ad hoc è andato smarrito in occasione del tentato, fallito trasloco.
Loretta invece si trova collocata tra l’ottuagenaria con occhiali a specchio e badante da guardia e il ragazzino con gli occhi torbidi e l’erezione nascosta da una copia di ‘elaborare’, non ha il coraggio di lamentarsi e chiedere il legittimo spostamento anche perché qualche burlone ha messo in giro la voce che questa volta il gabbiotto dei reclami è più lontano del parcheggio multipiano e l’addetta che raccoglie le lamentele si segna di nascosto i nome di quelli che rompono i coglioni e li cancella dalla mailing list. Lei non ci crede ma non si sente pronta a correre il rischio. Non adesso che Renato ha deciso per davvero di portare via da casa l’ultima valigia con le sue cose e a lei resta quasi solo quello. Il ballo di gruppo da sola.
Loretta conclude le tre sessioni intensive di ballo mattutino con una disciplina che stupisce lei stessa per prima e anche per ultima, dal momento che nessun altro la nota, ingolla in tre morsi il panino col prosciutto cotto Rovagnati distribuito all’ingresso da un tipo con un orzaiolo mostruoso – lo mangia in piedi ma non lontana da un divano angolare occupato da due signore che se non sbaglia (ma forse sbaglia) ha incontrato al salsa meeting del 2009, quello della schiuma rosa e dell’alpino che non ha mai dimenticato - riprende le sessioni pomeridiane con non minore impegno e alla fine risale sulla corriera blu che la porterà alla sede del quartiere Porto dopo un viaggio di quarantacinque minuti esatti. 
No, la juta non ha proprio un cazzo di sadomasochistico - conclude una Loretta non più latinista mentre il pensiero va al bordello che ha lasciato in casa. Il gatto senza croccantini. La pasta fredda nel pentolino. il pattume con l’umido ancora sul balcone.
Così concentrata sul ritorno che non sente una voce, due file dietro di lei, che dice ‘diocan, che balli del casso oggi, gnanca una casso de bachata diocan.’


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  17.10.2013 | 23:32
Moebius (s)trip
 

Ma c’è stata anche quella volta che ormai non ricordo più tanto bene che non sapevo cosa scrivere sul mio blog, allora sono andato sul sito Tapirulan ho cliccato sulla sezione archivio, poi sulla sezione blog, poi sul mio nome per dare un’occhiata ai miei ultimi post che ormai avevo rimosso per merito di un meccanismo di difesa che credo abbia a che fare con la consapevolezza del rischio di ripiegarsi su se stessi e farsi delle gran seghe a rileggere le proprie cose più riuscite, solo che quando sono finito là dentro il mio blog il primo post leggibile, cioè il più recente, era un post confuso, uno di quei post in cui non si capisce bene cosa vuole realmente dire chi lo scrive, l’unica cosa chiara era che quel post per quanto strana possa sembrare la cosa non l’avevo scritto io, somigliava parecchio al mio modo di scrivere ma non ero io ad averlo scritto, questo chiaramente lo sapevo, anche se ero e sono molto svagato nella maggior parte delle faccende in cui mi trovo coinvolto spesso mio malgrado su una cosa del genere non potevo avere dubbi nemmeno io, e allora a quel punto già che ero lì mi sono messo a leggere questo post confuso ma tutto sommato non brutto, l’ho letto con lo stesso animo con cui mi era capitato di guardare un tipo che mi sembrava un mio sosia tre o quattro anni fa al parco, attratto e offeso, sconcertato e conquistato dalla coincidenza, privato dell’individualità ma arricchito di un doppio, e una volta arrivato alla conclusione di questo post piacevole e caotico ho visto che c’erano tre commenti, ho cliccato sulla scritta tre commenti e mi sono apparsi i tre commenti, il primo come spesso succede era di Ufj, il suo commento era lungo e caotico quasi come il post, non ne ero certo ma mi sembrava che fosse lusinghiero, questo mi rallegrava fino a un certo punto perché se c’è uno che non avrebbe dovuto farsi sfuggire che quello non era un mio blog anche se ci assomigliava, pensavo mentre leggevo il suo commento, quello era proprio Ufj che praticamente c’entra con tre quarti delle cose che ho scritto nella mia vita e con almeno diciassette diciottesimi delle cose che ho scritto nella mia vita e che non mi fanno schifo un’ora dopo averle scritte, il secondo commento invece era della Spinti, una persona che non so chi è e l’unica cosa che so è che per un po’ mesi fa ha scritto qualche commento sul mio blog ma poi ha smesso, e il commento della Spinti era breve, puntuale e vagamente collegato al commento di Ufj, anche se non si capiva se Ufj e la Spinti si conoscevano o se l’unica cosa che avevano in comune era il fatto che entrambi leggevano ogni tanto il mio blog, un dubbio che mi è venuto tempo fa e che ho tenuto per me come faccio sempre, e il terzo e ultimo commento era di Zumba, che scriveva qualcosa di criptico e per certi versi sardonico ma non si capiva se era rivolto a Ufj o alla Spinti o forse a se stesso, cosa che io faccio spesso, di essere criptico e sardonico e ambiguo e autoreferenziale, ma che in questo caso non avevo fatto perché quello Zumba che aveva scritto il commento non ero io così come non ero io ad aver scritto quel post confuso, e questa misteriosa faccenda dell’incursore letterario che entra nel mio blog approfittando di una password semplicissima che ha deciso per me French quando mi ha attivato il blog e poi scrive un post simile ai miei provocando più commenti di quelli che provoco io di solito la associavo per certi versi al concetto di atto gratuito anche se io di atti gratuiti so pochissimo, so solo che una volta ho detto a una mia amica che avrei voluto scrivere un racconto su un tipo che al supermercato prende di nascosto dal carrello degli altri clienti cibi, detersivi e articoli per la casa per poi pagarli regolarmente alla cassa e un altro racconto su un altro tipo che entra di nascosto nelle case delle persone al solo scopo di rubare il pattume e buttarlo nei cassonetti più indicati, la carta con la carta la plastica con la plastica l’organico con l’organico e il vetro con il vetro, ma non so se questi due racconti che poi non ho mai scritto c’entrano col concetto di atto gratuito né so se c’entrano col post confuso, l’unica cosa che so, perché qualcosa bisogna pure che io sappia e quel qualcosa è questo, è che il post confuso di cui sto parlando, quel post che ho trovato sul mio blog con mia grande sorpresa, quel post che ha provocato il commento di Ufj e della Spinti, cosa notevole se si considera che la Spinti chiunque lei sia non commenta più i miei post e Ufj li commenta ancora ma ora che si prepara a diventare il padre straordinario che so che sarà se solo riuscirà a non rubare i plasmon dal biberon di B.B.G.M.J.B.S.R.C.A. forse farà sempre più fatica a star dietro a tutto e quindi comprensibilmente smetterà di scrivere commenti anche se non forse non di leggere il mio blog, l’unica cosa che so, stavo dicendo, è che il post di cui sto parlando è questo qua che finisce adesso.

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  08.09.2013 | 09:00
Le persone che sono morte
 

Qui sotto il testo di una pièce teatrale di una giovanissima autrice che, un po' per naturale ritrosia, un po' per ignoranza in materia di royalties, preferisce rimanere nell'ombra, lasciando che si attribuisca la pièce a me che ho scritto due sole parole.

 

C'era una volta una bambina che sognava tutte le notti gli unicorni bianchi. La mattina si svegliava e come prima cosa chiamava mamma e papà e gli raccontava il sogno.

Un giorno pensò: e se un giorno vedessi un unicorno vero? Cosa succederebbe?

E infatti un giorno mentre si trovava al parco del velodromo coi suoi amici che non credevano che gli unicorni esistevano e la prendevano in giro, quei sucaminchia, la bimba che si chiamava Anna incontrò davvero un unicorno. Poi scomparve (l'unicorno).

Quando tornò a casa Anna urlò: mamma! Papà! Ho visto un unicorno vero! E i genitori le chiesero: davvero? E com'era questo unicorno?

Anna rispose: è coloratissimo, come l'arcobaleno, peccato che non l'avete visto!

Il tempo passò e dopo sei mesi Anna vide di nuovo l'unicorno. Questa volta Anna era con la mamma al supermercato. L'unicorno disse subito: per favore mi dai un dolce?, e la mamma rispose: ma certo. E gli diede un pasticcino.

L'unicorno (che si chiamava Scomparino Scomparello) mangiò il pasticcino che era birichino e quindi scappava dentro il supermercato (che fa rima con nato).

Una volta mangiato il pasticcino l'unicorno scomparve nel nulla così come il pasticcino che era scomparso nella bocca dell'unicorno.

Da quel giorno l'unicorno comparve tutti i giorni in tutti i posti, facendo giocare i bimbi ovunque. Anche nel cielo, come il palloncino di Agata che è tra le nuvole o come le persone che sono morte.

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  27.06.2013 | 16:50
Si tratta di me
 

Quando siamo arrivati in zona Taormina, erano le otto di mattina di sabato, ho visto un pezzo di mare. Come posso spiegarle? Quel mare era trasparente. Vedere quel pezzo di mare, trasparente, freddissimo – perché si capiva che era freddo – e nessuno in acqua, tutti gli ombrelloni chiusi, solo qualche barca ancorata in rada, e poche anche di quelle, e vederlo da vicinissimo – in quel punto il treno passa a meno di cinque metri dalla costa – vedere tutto questo è qualcosa che mi si è ficcato fin dentro i primi tre strati di inconscio, qualcosa che da lì, dalla zona più magmatica, bollente e ribollente di me, non uscirà più. Qualcosa di onirico, sembrava quasi ci fosse la nebbia. Ma non c’era. Vede, in quel momento non esisteva la cementificazione selvaggia, gli schifosi stabilimenti chic in cui ti fanno pagare dieci euro un bicchierino di macedonia, le puttane altolocate, i ragazzi depilati, tutte le cose che rappresentano al meglio la merda di Taormina. No. In quel momento c’eravamo solo io, il treno Roma - Catania che era seguito al treno Bologna – Roma, e quel pezzo di mare gelato, trasparente e calmissimo.

Un bel tentativo, Casamichiela, davvero un bel tentativo. Ma non mi ha risposto: perché andare a Catania in treno? Anzi, perché andare da Bologna a Vizzini con tre treni e da Vizzini a Bologna con altri tre treni, invece di prendere un comodo aereo per Catania e poi chiedere un passaggio per Vizzini? Perché, con due giorni soli a disposizione?

Mi sembra di capire che lei non è interessato al magma del mio inconscio. Va bene. Vuole una risposta più prosaica. La accontento subito. Il motivo è prettamente economico.

Quanto ha risparmiato prendendo il treno? 

Eh?

Quanto avrebbe pagato in aereo?

Io?

Sì, lei. Quanto?

Non lo so.

Capisco.

D’accordo, allora lasciamo perdere il discorso economico. L’ho fatto per vedere se riuscivo a sopravvivere.

Al treno?

Al concetto filosofico di sestuplo treno Bologna –  Catania - Vizzini e ritorno, oltreché al treno stesso.

Ed è sopravvissuto?

Non ne sono sicuro. Ma so che se anche non sono sopravvissuto ne è valsa comunque la pena.

Perché?

Spero di riuscire a spiegarglielo.

Glielo auguro.

Sa, quando sono arrivato alla stazione di Vizzini, alle tre del pomeriggio di sabato, teoricamente avrei dovuto trovare qualcuno ad aspettarmi. E invece no, si erano dimenticati di venire a prendermi. Il matrimonio era alle quattro. Io dovevo andare all’agriturismo dove avrei passato la notte, per farmi la doccia e vestirmi adeguatamente. Puzzavo come una merda dopo aver dormito in cuccetta e girato per Catania tutta la mattina. Non c’era nessuno alla stazione di Vizzini. Non c’era neppure una vera e propria stazione, doveva essere chiusa da anni. Un edificio sprangato e malmesso circondato da colline bruciate. Non era neppure a Vizzini, era a cinque chilometri di distanza. Un silenzio sepolcrale interrotto da qualche latrato. Provavo a chiamare lo sposo e altri invitati, ma nessuno rispondeva. 

Cosa sta cercando di dirmi?

Sto cercando di dirle che essere lì, alla stazione di Vizzini che non è una stazione e non è neppure a Vizzini, al centro esatto di un nulla eterno accerchiato da colline nere e pale eoliche, un nulla eterno  sormontato da canadair ronzanti e uccelli sudati, cani randagi come uniche forme di vita intelligente anche se forse minacciosamente intelligente, sporco e puzzolente da fare schifo, in maglietta azzurra e pantaloni corti luridi, era una sensazione meravigliosa. Avrei potuto restare lì per sempre, ma poi verso le tre e mezza sono venuti a prendermi. Purtroppo. Sa quanti treni passano a Vizzini in un giorno?

Quanti?

Nove. Tra le sette e trenta di mattina e le quattordici non passa niente. Niente. Lo so perché in quella mezz’ora ho osservato con estrema attenzione il tabellino con gli orari dei treni. Gli ho persino fatto una foto col telefono, al tabellino. Per non dimenticare mai quel tempo bellissimo. I trenta minuti più vuoti e più pneumatici della mia vita. Ho dovuto cancellare una foto di Agata dal telefonino perché sennò non c’era memoria sufficiente. Mi è spiaciuto ma non sono pentito. Ho altre foto di Agata, nessun’altra del tabellino.

Mi perdoni, Casamichiela, ma trenta minuti attorno alla stazione di Vizzini non mi sembra che rappresentino qualcosa di eroico. Non era difficile sopravvivere.

Probabilmente ha ragione. Nonostante la pericolosità dell’incognita randagismo sia di difficile definizione, è come dice lei. Ma mi faccia dire del ritorno.

Il ritorno col treno Vizzini - Catania?

L’eventuale ritorno con l’eventuale treno Vizzini – Catania sulla linea a binario semplice Catania – Caltagirone - Gela di concezione ottocentesca.

Sembra già più interessante.

E lo è, mi creda. Il giorno dopo il matrimonio lo sposo mi ha accompagnato alla stazione di Vizzini insieme al novello suocero, il padre della sposa. Il padre della sposa e lo sposo mi hanno chiesto ‘perché in treno?’. Io ho evitato di parlare della volontà di scoprire se sarei sopravvissuto al concetto filosofico di sestuplo treno. Ho anche evitato di parlare di magma inconscio, puttane di gran classe e ragazzi muscolosi senza sopracciglia ciondolanti per le vie di Taormina. Non mi sembrava il caso. Ho fatto bene secondo lei?

Proceda.

Mi sono limitato a dire che volevo risparmiare.

Anche se non sa quanto, e in definitiva non sa neppure se.

Precisamente. Il padre della sposa mi ha chiesto ‘sei sicuro che il treno da Vizzini c’è magari di domenica?’. 

Magari di domenica?

Si dice così da quelle parti: magari di domenica. Io gli ho detto che avevo inserito su non so che sito la data del ritorno da Vizzini a Catania e risultava esistere un treno alle ore quattordici. Che poi è il secondo treno della giornata. Il primo, come recita il tabellino, è alle ore sette e trenta.

Dopo cos’è successo?

Lo sposo e suo suocero mi hanno lasciato in un bar poco distante dalla stazione. Il suocero è entrato insieme a me e ha chiesto alla barista se il treno passava magari di domenica. La barista non lo sapeva. Allora il suocero mi ha detto ‘vai a chiedere tu nell’altro bar, io non ci entro perché mi sono sciarriato col proprietario’. 

Sciarriato?

Si dice così da quelle parti: sciarriato. Io gli ho detto che non c’era problema, visto che per una volta avevo fatto le cose per bene e sapevo per certo che il treno Vizzini Catania il giorno 23 giugno c’era, e il 23 giugno era domenica. Poi ho salutato lo sposo e il suocero e sono entrato nel bar di fronte.

Cosa le hanno detto al bar di fronte?

Che i treni non si fermano a Vizzini di domenica da qualche dieci anni.

Qualche dieci anni?

Si dice così da quelle parti: qualche dieci anni.

E dopo?

Dopo ho assaporato la bellezza di questo nuovo imprevisto. Ho sorriso senza fare nient’altro per circa cinque minuti. Dopo ho chiamato mio zio che abita a Catania chiedendogli se poteva venire a prendermi a Vizzini. E lui mi ha detto sì. Sono rimasto un paio d’ore nel bar di Vizzini, e sono stato benissimo. Una cosa in particolare mi è sembrata significativa.

Vale a dire?

Dopo un’oretta che stavo al bar, a leggere e mangiare gelati, ho chiesto alla barista una bottiglia d’acqua naturale, e lei mi ha detto che non avevano acqua liscia.

Acqua liscia?

Si dice così da quelle parti: acqua liscia. Allora ho preso una bottiglietta d’acqua frizzante pensando che fosse giusta e bellissima questa mancanza d’acqua liscia nel bar vicino alla stazione di Vizzini che non è a Vizzini e non è in stazione. Ci pensa? Un bar senz’acqua naturale. Non è impossibile e perfetto?

Cos’altro è successo dopo?

Dopo è successo che ho continuato a guardare la foto sullo sfondo del telefonino per capire se da qualche parte sul tabellino c’era scritto che i treni non si fermano di domenica a Vizzini da qualche dieci anni. Ho anche zoomato su alcuni punti del tabellino, ma non sono riuscito a leggere niente. Non avevo mai utilizzato l’opzione zoom nel mio telefonino. Credo che non accadrà più.

Perché non è andato a controllare di persona il tabellino? In fondo di tempo mi pare di capire che ne avesse.

Non so cosa risponderle. Forse era troppo facile. Forse preferivo rimanere col dubbio. Forse non avevo il coraggio di uscire dal bar. Non dimentichi che i randagi erano sempre in giro. O forse per altri motivi che non ricordo. In ogni caso ho preferito rimanere al bar a bere la mia acqua frizzante leggendo il Vangelo secondo Gesù di Saramago. Gran bel libro, glielo consiglio.

E suo zio? 

Verso le tre e mezza mi ha raggiunto al bar, dopodiché siamo partiti in direzione Catania e il viaggio in macchina è andato benissimo. Mio zio mi ha lasciato ad AciCastello dal mio amico Toni, e anche con Toni tutto è stato perfetto. Toni mi ha poi lasciato in stazione a Catania in serata. E da lì ho preso il treno per Roma e da Roma poi il treno per Bologna.

Tutto qui? Le dirò, mi aspettavo qualcosa di meglio.

In effetti qualcosa di meglio c’è. Appena salito sul treno per Roma il controllore mi ha chiesto biglietto e carta d’identità. Il biglietto gliel’ho dato, la carta d’identità no.

Perché no?

Perché mi sono accorto in quel momento di non averla. L’avevo lasciata all’agriturismo.

E come ha reagito?

Se non sbaglio ho detto ‘cazzo, la carta d’identità, cazzo!’, ma ero comunque allegro per questa nuova dimostrazione del mio essere quel che sono.

Cos’è, lei?

Un coglione di merda, se posso permettermi. E credo di sì, visto che si tratta di me.

E quindi poi ha affrontato il lungo viaggio in treno senza carta d’identità ma con molta allegria?

Non esattamente. Sicuramente ho affrontato il viaggio senza carta d’identità, però l’allegria si alternava a momenti di inspiegabile ansia. In fin dei conti si trattava solo di una carta d’identità, la patente ce l’avevo ancora. E anche la tessera sanitaria era nel portafogli. Quindi era tutto più o meno sotto controllo.

Finito il racconto? O c’è dell’altro?

Quasi finito. Ho provato a telefonare allo sposo per chiedergli se poteva andare a prendere la carta d’identità all’agriturismo, ma il suo telefono era staccato. Mi sono un po’ agitato. Sono andato al bagno del treno per lavarmi la faccia e al mio ritorno mi sono seduto su una poltrona a caso del scompartimento chiedendomi cosa fare. Dopo una mezz’ora di tali riflessioni mi sono detto che la cosa migliore era non preoccuparmi e leggere qualche pagina di Saramago a scopo distensivo. Mi sono deciso a prendere il libro e in quel mentre mi sono accorto che non c’era più lo zaino. A quel punto l’ansia è aumentata di colpo, ho cominciato a cercare sotto i sedili, ma non ho trovato nulla. Mi avevano rubato lo zaino. Ho alzato gli occhi per assicurarmi che almeno la valigia fosse ancora lì.

Ed era lì?

No, rubata anche quella. D’altronde era stato facile, il treno era quasi vuoto e nel mio scompartimento non c’era nessuno. Un gioco da ragazzi per i famigerati ladri dei treni notturni.

Cos’ha fatto allora?

Sono andato a chiamare il controllore, anche se con pochissime speranze di ritrovare zaino e valigia. Mi sono messo in moto sempre più angosciato e sono passato accanto a un altro scompartimento vuoto. E pensi un po’: dentro c’era il mio zaino. E la mia valigia.

Quindi?

Quindi o un burlone maligno mi aveva spostato zaino e valigia in un altro scompartimento, forse invidioso della mia splendida reazione allo smarrimento della carta d’identità osservata di nascosto, o ero entrato nello scompartimento sbagliato dopo essere andato in bagno.

Quale delle due ricostruzioni ritiene più probabile?  

Propendo per l’ipotesi del burlone maligno.

Immaginavo. Mi dica: con questo è tutto? Vuole concludere così, con un’immagine di lei non proprio lusinghiera, mi lasci dire?
No, preferisco concludere con Davide e Masi.

Chi sono Davide e Masi?

Davide e Masi sono due ragazzi che hanno occupato il mio stesso scompartimento da Messina a Roma. Un duo musicale, chitarra e voce. Davide è un chitarrista, Masi una cantante. Davide e Masi si amano, stanno insieme. Sono una coppia bellissima.

In che senso, bellissima?

Non saprei spiegarle, so solo che li guardavo e pensavo ‘questi due sì che sono una coppia bellissima’. Ma per onestà devo confessarle che ero in una disposizione d’animo tale che forse in quel momento mi sarebbe sembrata bellissima anche la coppia formata da Axl Rose e Stephanie Seymour.

Cos’ha da dire su Rose e Seymour?

Nulla, in realtà. Ho come idea che una notte in treno con Rose e Seymour sarebbe stata meno rilassante, ma potrei sbagliarmi. In ogni caso Davide e Masi mi piacevano, soprattutto Davide. E’ un chitarrista finger style, ha presente?

Non tanto. C’entra per caso col fist fucking?

Non che io sappia.

Meglio così. Abbiamo finito?

Mi lasci dire solo l’ultima cosa.

Dica.

Davide e Masi, su quel treno Catania – Roma, sono stati per me quello che il famoso illustratore che si chiama come me e Francesca sono stati al matrimonio di French.

Perché, lei c’è andato al matrimonio di French?

Credo di no, ma spero di sì.

Au revoir.

Au revoir.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  06.05.2013 | 23:50
La deriva dei continenti
 

Jebediah non beve alcool. Non perché suo nonno è morto di cirrosi epatica il giorno della sua seconda comunione (era pallido Jebediah quel giorno, uno spettro: le foto lo dimostrano), e neppure perché suo padre si addormenta tutte le sere davanti alla televisione con un catino vicino al divano per paura di vomitare l’acquavite che in realtà non vomita mai. Non beve alcool perché non sopporta l’alito alcolico. E’ fissato con l’igiene dentale, compra sempre due scovolini alla volta, e il filo cerato aromatizzato alla menta.

Edmondo non gioca al videopoker. Il problema non è il timore di spendere troppi soldi (gli piace scialacquare denaro in acquisti idioti, in camera sua campeggia una testa d’alce in alluminio anodizzato che lo inquieta anche se sente di avere bisogno di averla lì, proprio lì, sul muro dietro la testata del letto) né il fatto innegabile che le sale videopoker siano notoriamente squallide (Edmondo adora lo squallore, Jebediah, Nelson e Ottavio sono le sole tre persone che conosce che non sguazzino nello squallore più avvilente, e spesso si dispiace di nascosto che siano così per bene). Non gioca al videopoker perché vittima di una fobia che coinvolge le picche, per via di un bizzarro incubo porno horror che non ha avuto il coraggio di raccontare neppure al suo psichiatra.

Nelson non sniffa cocaina. Il motivo non ha a che fare con i danni che la sostanza provoca (non si spiegherebbe perché allora alle tre del pomeriggio di tutti i giovedì, neppure lui sa perché, si nasconde in garage a pungersi le cosce col cacciavite a stella fino a sanguinare abbondantemente per poi asciugarsi con stracci sporchi di morchia) e non ha neppure a che fare con le resistenze a frequentare gli spacciatori (Nelson stesso spaccia pillole di plegine ai suoi vicini di casa alla fine delle riunioni di condominio). Non sniffa cocaina perché ha il sospetto che la droga, dopo una prima fase illusoria all’insegna del priapismo, pregiudichi le sue prestazioni sessuali che negli ultimi tempi hanno visto un’impennata inspiegabile in termini di qualità e quantità.

Ottavio non scorreggia mai. Non c’entra nulla la buona educazione (se c’è una cosa di cui Ottavio va misteriosamente fiero è il suo scaccolarsi di nascosto al cinema e il successivo spalmare caccole vischiose sotto i braccioli delle poltroncine) e non c’entra neanche la scarsa sopportazione dei cattivi odori (come tanti di noi, Ottavio quando si masturba gradisce moltissimo annusarsi le mani impregnate di sudore scrotale). Ottavio non scoreggia perché non si è mai del tutto liberato dal dubbio che gli insinuò l’ultimo giorno della prima elementare il suo compagno di banco Marino Marone, e cioè che se non si sta attenti quando si scoreggia può anche capitare che il culo letteralmente si sbraghi fino a formare una voragine dalla quale poi può fuoriuscire l’intestino come farebbe una salsiccia in un sacchetto aperto e capovolto.

Jebediah non beve, Edmondo non gioca, Nelson non si droga, Ottavio non scoreggia.

 

Nessuno di loro quattro ricorda di preciso come è cominciata la deriva, ognuno ha l’impressione che sia colpa di qualcun altro, ma è un’impressione vaga, inzuppata di suggestione e di consapevolezza di suggestione. Ad ogni modo adesso la deriva è reale, e le cose stanno così: ora Jebediah beve alcool, ne beve a litri, non smette mai, e se dà la colpa a Nelson che ha cominciato a tirare di coca rinnegando i suoi pseudoprincipi o per meglio dire i suoi obiettivi sessuali lo fa solo per scherzo, o per farlo sentire in colpa, o per noia.

Edmondo non fa altro che giocare al videopoker, dà appuntamento ai suoi tre amici in quelle sordide sale, e ogni tanto bisbiglia all’orecchio di Ottavio “se solo tu non avessi cominciato all’improvviso a sganciare le tue merdose bombe anali adesso non sarei ridotto a questo punto, lo sai vero?”, per il gusto di vederlo inalberarsi.

Nelson oramai vive con una cannula impolverata perennemente nel naso, ne ha un'intera collezione, di cannule, le tiene nel taschino di tutte le giacche che possiede anche se indossa sempre la stessa giacca da camera color senape avariata. Quando si accorge che Edmondo lo guarda con disprezzo si toglie la cannula dal naso e la usa per indicarlo e così rinforzare la sua frase d’accusa preferita, cioè “hai rovinato il tuo tris di amici, vergognati, che possa venirti una coppia vestita di merda”.

Ottavio è diventato il re delle scoregge, le fa a gamba alzata, come una bestia immonda, ghignando in maniera mostruosa, dentro gli ascensori, in chiesa, nelle sale d’aspetto degli studi medici, schifandosi e godendo per la puzza rancida che esala, e urla a Jebediah di non guardarlo a quel modo, che almeno lui non si sputtana i soldi in liquori rovinando quel sorriso bellissimo e profumato alla menta, ma non appena si accorge che Jebediah si incurva, derelitto, ferito da quell'ultima osservazione, Ottavio lo abbraccia, si scusa e scoreggia con le chiappe chiuse in segno di rispetto.

 

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  15.04.2013 | 23:44
Riccardo Rossi e le rimembranze
 

Oggi, quando ho sentito la Lombardi del movimento cinque stelle che parlava delle quirinarie, e nello specifico quando le ho sentito dire che il gesto di Grillo di rinunciare alla corsa al Quirinale era un gesto di grande responsabilità, e che lei e non solo lei – perché infatti se non sbaglio la Lombardi non diceva ‘io’ ma diceva ‘noi’ -, e dunque che loro non si aspettavano nulla di diverso da un uomo come Grillo, o come Beppe – perché mi sembra che lo chiamasse Beppe, e non Grillo -, la prima reazione, all’idea che nella storia dell’universo è arrivato il momento esatto in cui la Lombardi, oppure loro tra cui la Lombardi, ringrazia/ringraziano Grillo, oppure Beppe, per la formale rinuncia a fare il Presidente della Repubblica nonostante le concrete possibilità di riuscire a essere eletto, è stata una specie di stupore screziato di rabbia.

Dopo pochissimo, però, mi sono ricordato di due cose.

Primo, che a me di politica non me ne frega niente. E anche se l’idea di Beppe che viene eletto Presidente della Repubblica avrebbe a che fare con la politica più o meno come l’idea di Napolitano inquadrato in primissimo piano che guardando in camera dice beffardo ‘e adesso provate a comprarne un altro’ avrebbe a che fare con la pubblicità dello yogurt – quindi ci avrebbe a che fare, sì, ma in maniera buffa e per così dire scusabile -, nonostante ciò sarebbe comunque una cosa politica, e a me le cose politiche non interessano.

Secondo, che io ho un blog diviso in quattro categorie, una delle quali – forse la più bella a parte l’irraggiungibile categoria dedicata ai cavalli bassi – è dedicata ai racconti che potrei scrivere e non scriverò, e così, cominciando a calmarmi all’idea di non scrivere ma di poter scrivere un racconto su questo, mi è venuto in mente Riccardo Rossi.

Riccardo Rossi è quel comico che fa la pubblicità delle bollette dell’Enel con Federica Pellegrini. Io ho sempre pensato che fosse un coglione, e neanche poco, poi l’estate scorsa ho sentito un suo monologo comico in cui immaginava che la storia del plagio di Michael Jackson ai danni di Albano Carrisi fosse autentica. Cercava di portare al limite quel ragionamento, e parlava in chiave brillante dell’incontro tra i due cantanti durante il quale sarebbero state poste le basi di quel plagio. Un gran bel pezzo, mi son dovuto ricredere. Riccardo Rossi, nonostante le numerose prove che sembrerebbero dimostrare il contrario, compresa la partecipazione costante a una trasmissione di cucina che rappresenta il pozzo nero di qualsiasi curriculum televisivo, non è del tutto un coglione.

Quando mi è venuto in mente Riccardo Rossi mi sono detto che sarebbe stato bello fare qualcosa del genere con l’elezione di Beppe al Quirinale: portare al limite il ragionamento.

 

Beppe, subito dopo l’elezione, si reca al quartier generale del movimento cinque stelle per salutare la Lombardi e tutti loro. Qualcuno di loro, forse la stessa Lombardi, abbraccia Beppe e gli dice ‘se sei riuscito a diventare presidente tu allora questo paese non è più la merda che era’. Beppe sorride un po’ imbarazzato e ringrazia tutti. Poi viene trasportato al Colle da un autista emozionato che lo guarda nello specchietto ogni quindici secondi cercando una battuta simpatica che non trova.

Beppe si presenta con simulata umiltà a inservienti, maestranze, uscieri, manutentori, guardarobiere del Quirinale. ‘Sono Beppe’, dice col suo sorriso accattivante. Non si nega a nessuno. Si aggira tra le stanze e una smorfia satanica, accompagnata dalla sadica consapevolezza di aver fottuto tutti, prende posto tra le pieghe del rubicondo faccione. Ma dura poco. Dopo qualche minuto, in virtù di quelle rimembranze che forse esistono solo nei racconti che non esistono, Beppe si ricorda che a lui la politica fa schifo, che lui ha sempre saputo che è una merda tale, la politica, che se uno che non è una merda si mette a fare politica dopo un po’ non sarà la politica a diventare migliore ma sarà lui a diventare una merda, che il gioco si è spinto così in là che è passato da un pezzo il momento in cui era ancora possibile raccontarsi che solo di gioco si trattava, che anche solo l’idea di mettersi ancora quei giubbotti ultracoprenti ormai di gran moda per fare una dichiarazione stravagante a reti unificate a questo punto è impensabile, e che se c’è qualcuno che è fottuto quello è innanzitutto lui stesso.

E mentre un valletto invero molto cortese entra dopo aver bussato piano nella stanza in cui Beppe sta osservando con occhi assenti un battiscopa di radica, e mentre lo stesso valletto gli propone con timidezza di scegliere tra una cravatta regimental Moreschi e una Forzieri, la sagoma di un Napolitano in dolcevita esistenzialista con le labbra sporche di yogurt al mirtillo che sussurra ‘e adesso che cazzo fai, coglione?’ è troppo bruciante per essere solo immaginata.

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  12.03.2013 | 15:58
Ancora un racconto che non scriver?
 

L’altro giorno mi ha chiamato un operatore per dirmi che era malato. Che cos’hai? Gli ho chiesto. La congiuntivite, mi ha detto lui. Io la congiuntivite l’ho avuto diverse volte, so che è fastidiosa. L’ultima volta è stata dopo il matrimonio di French, un occhio gonfio e sanguinante che facevo paura. Però ho lavorato lo stesso. Con gli occhiali da sole per non spaventare nessuno e per cercare di non contagiare, ma ho lavorato. Il medico ti ha dato dei giorni di malattia? Gli ho chiesto. Il medico ha deciso per un ricovero, ha risposto lui con la voce serissima. Un ricovero? Per la congiuntivite? Ho fatto io. Ma tu l’hai mai avuta una congiuntivite? Mi ha chiesto lui. Sì, diverse volte, anche dopo il matrimonio di French, un fastidio. Ho detto io. Scusa, per curiosità, mi diresti per chi voti? Mi ha chiesto lui. Guarda, una volta tanti anni fa ho votato AN, altre volte mi sembra il PDS, le ultime due volte, nel 2008  e nel 2013, non ho votato. Non hai votato? Mi ha chiesto lui. Eh, no. Gli ho detto io. Sai, c’era Nora in ospedale, io ero mezzo malato, in più c’era da spalare la neve nel cortile, è andata così. Poi ho aggiunto: e per quanti giorni sarai ricoverato? Difficile dirlo, mi ha detto lui. Dipenderà dalle condizioni cliniche che via via si presenteranno. 
Dopo qualche giorno ho richiamato l’operatore. Allora, come stai? Quando torni al lavoro? Gli ho chiesto. Ancora non è possibile fare previsioni, sai la congiuntivite è una brutta bestia, tu dovresti saperlo. Mi ha detto lui. Sì, sì, lo so. Ho confermato io. Però io quando avevo la congiuntivite lavoravo. Ho aggiunto. E questo che cosa starebbe a dimostrare? Mi ha detto lui inalberandosi. Che sei una persona migliore di me? No, no, per carità. Ho detto io. Che sei più attaccato di me al lavoro? Ecco, questo magari potrebbe anche. Questo significa solo che hai avuto una congiuntivite più blanda della mia, niente di più. Ha detto lui interrompendomi. Mah, guarda, tutto può essere, però ti assicuro che dopo il matrimonio di French. Lascia stare French, mi ha interrotto nuovamente lui. Ti prego di smetterla con queste allusioni, tra l’altro agitarmi non mi fa bene per via della pressione oculare. Ha aggiunto lui. Scusa, non avevo pensato alla pressione oculare. Ho detto io. Fammi sapere tu quando sei in via di guarigione, va bene? Ho detto io. L’operatore ha chiuso il telefono con una specie di sospiro dolente.
Il giorno dopo sono arrivato in ufficio molto presto, davanti all’entrata c’erano una ventina di colleghi dell’operatore. Ciao a tutti. Ho detto io alzando un braccio in segno di saluto. Com’è che siete qui? Non è che mi sono dimenticato una riunione che avevo fissato con tutti voi? Nessuno ha risposto. Avevano lo sguardo torvo, non capivo perché. Cosa succede? Per caso mi sono dimenticato di inserire i buoni pasto nella vostra busta paga? Ho ipotizzato. Hai poco da fare lo spiritoso, sai bene perché siamo qui. Hanno detto tutti all’unisono avanzando verso di me. No, giuro, non saprei. Ho detto io indietreggiando.
Ah, davvero? Hanno chiesto. Davvero, ho detto io. Gira voce che qui qualcuno sottovaluti le congiuntiviti. Hanno detto loro. Vi assicuro che vi sbagliate, ho garantito io. Io stesso qualche mese fa. Ho iniziato io. Lo sappiamo, lo sappiamo. Hanno detto loro. La storia del matrimonio di French è risaputa. Allora come puoi essere così irriguardoso verso il nostro collega da mettere in dubbio la diagnosi? Hanno aggiunto. Non ci siamo capiti. Ho detto io iniziando a sudare. Non metto in dubbio la diagnosi, semmai la prognosi. E’ facile, dall’alto del tuo ruolo di coordinamento avulso dalla realtà proletaria, nasconderti dietro questi sofismi degni del peggior caporalato intellettualistico. Mi ha detto il più agguerrito di loro prima di aggiungere: dimmi una cosa, per chi hai votato? No, guarda, non ho votato. Ho risposto io. Nora quel giorno era in ospedale. E poi hai anche dovuto spalare il cortile, vero? Ha chiesto lui beffardo. Sì, infatti. Ed ero anche mezzo malato per via di un’influenza mal curata. Adesso, se non vi chiedo troppo, lasciatemi entrare. La folla di operatori, mugugnando un po’, si è aperta, e io sono passato con una vaga sensazione emblematica. 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  15.01.2013 | 00:06
Venti Slam
 

Uno scrittore definito da un famoso giornale specializzato in definizioni argute come ‘la mente migliore della sua generazione’, definizione che per quanto lusinghiera a partire da un dato momento ha fatto sì che ogni nuova opera dello scrittore fosse accolta non tanto come romanzo – se era un romanzo – né come raccolta di racconti – se era una raccolta di racconti – né come saggio – se era un saggio – ma come l’ennesima prova che le sinapsi cerebrali dello scrittore grazie alle meravigliose pompe sodio potassio erano le migliori sinapsi della sua generazione, cosa che ha qualcosa di vero ma è molto riduttiva come sa chi per esempio ha letto un romanzo molto lungo dello scrittore-mente che oltre a essere la prova delle ottime pompe sodio potassio e dei prodigiosi dendriti dello scrittore-mente è anche e forse soprattutto un romanzo coi controcazzi come solo un romanzo postmoderno o postpostmoderno coi controcazzi sa essere, o come chi ha letto per fare un altro esempio un saggio dello scrittore-mente su un famoso tennista che oltre a essere la prova di una differenza di potenziale postsinaptico differente dalla differenza di potenziale postsinaptico di qualsiasi altro scrittore della sua generazione è anche e forse soprattutto un omaggio tutt’altro che virtuosistico a uno sport che lo scrittore-mente amava e praticava, uno scrittore, dicevo, si suicida mentre sta scrivendo un romanzo.
Come è facile prevedere i grandi capi delle case editrici di tutto il mondo non si lasciano sfuggire l’occasione di pubblicare il romanzo incompiuto dello scrittore-mente, e come è ugualmente facile prevedere la fascetta che abbraccerà il romanzo nel più ipocrita degli abbracci recherà quella definizione che non lascerà lo scrittore-mente neppure da morto, e tutto questo nonostante sia chiaro non solo ai grandi capi delle case editrici ma a chiunque abbia letto almeno quindici righe dello scrittore-mente che il romanzo postumo è talmente incompleto da risultare impubblicabile, talmente incompleto da fare sentire chiunque non si sia limitato a leggere quindici righe dello scrittore-mente, ma si sia spinto fino ad apprezzarlo tanto da sviluppare una dipendenza nei confronti delle sue opere affine a quella che sviluppano alcuni dei personaggi del suo romanzo molto lungo nei confronti di un film che dà il titolo al romanzo molto lungo, da far sentire il lettore di quel romanzo incompleto una specie di necrofilo voyeurista di infimo grado, talmente incompleto che se solo lo scrittore-mente avesse saputo della sordida operazione commerciale in cui sarebbe stato trasformato il suo romanzo forse lo scrittore-mente avrebbe gettato le pagine nello stufa come aveva fatto Gogol’ con l’ultima parte delle anime morte più di centocinquanta anni prima.
Il racconto che ancora una volta non scriverò parlerà di uno di questi grandi capi delle case editrici – uno dei più buoni, uno dei più combattuti, uno di quelli affetti da alopecia del pelo sullo stomaco – che subito dopo la pubblicazione del romanzo incompleto riceve in sogno la visita dello scrittore-mente, tutte le notti per un anno lo stesso sogno, e nonostante il grande capo buono e combattuto durante il sogno pensa tutte le volte che lo scrittore-mente stia per dirgli qualcosa come ‘che cosa cazzo ti ha fatto pensare che io avrei avallato lo scempio che avete fatto, bastardi?’,  per poi mettergli le mani addosso tanto da costringerlo a confessare di essere – il grande capo buono e combattuto – la merda migliore della sua generazione, in realtà no, lo scrittore-mente, nel sogno, tutte le notti, si limita a sedersi sul letto accanto al letto del grande capo buono e combattuto, le braccia appoggiate stancamente sulle cosce, la bandana bianca sulla testa, gli occhiali leggermente ovali alla Camillo Benso conte di Cavour, e dopo aver dato un’occhiata in giro per la camera del grande capo  - buono, combattuto e indeciso se addossare tutte le colpe della necrofilia editoriale all’addetto marketing senza scrupoli appena assunto dalla casa editrice -,  lo scrittore-mente dice soltanto ‘secondo te Federer ci arriva a venti Slam?’.
    

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  04.01.2013 | 23:50
L'amore ai tempi di Piergigi
 

Il segretario di un grosso partito, giunto ad essere segretario di tale grosso partito dopo un periodo piuttosto lungo di gavetta durante la quale si era distinto per l’indiscutibile serietà almeno quanto per l’assenza di un vero e proprio carattere che lo differenziasse, per esempio, dalla sua stessa cravatta rossa, periodo durante il quale aveva accarezzato a tratti il sogno di diventare segretario del grosso partito seppur con la mesta consapevolezza di non avere per esempio l’intelligenza di un suo collega di partito un po’ antipatico e coi baffi, progressivamente escluso dalla prospettiva della leadership – questo collega - un po’ perché a un tratto per motivi poco chiari l’antipatia aveva prevalso sui baffi, un po’ perché vittima di un’epoca storica in cui il fare politica da più di un quarto d’ora era visto con sospetto da alcuni, specie dai seguaci di un ex comico caduto in disgrazia poi divenuto a sua volta leader di un altro partito sul quale si è già discusso altrove, e con la mesta consapevolezza – questo segretario del grosso partito – di non avere neppure la simpatia buona e cordiale di un altro ex segretario del partito amante dei continenti esotici e dei film dei fratelli Marx, segretario quest’ultimo che a dire la verità si era già giocato le sue carte contro il leader dello schieramento opposto in occasione delle elezioni politiche di qualche anno addietro, perdendo malamente, secondo alcuni a causa della scelta deliberata di questo segretario buono simpatico e cordiale di non fare mai per nessun motivo il nome del leader dello schieramento opposto, scelta che a questi alcuni ricordava più il gioco di società tabù che una vera e propria strategia da campagna elettorale, questo leader serio ma non esattamente carismatico, si diceva, giunto alfine alla leadership del suo importante partito – e di quello che segue parlerà principalmente il racconto che non scriverò -, non riesce ad uscire da una sorta di cortocircuito relazionale col suo fotografo di fiducia, lo stesso fotografo che qualche anno prima, poco tempo dopo la sua nomina a leader del partito, gli aveva scattato una foto destinata ai manifesti del partito per un’altra campagna il cui slogan recitava grossomodo “la disoccupazione è aumentata e la pazienza è finita”, slogan tutto sommato ritenuto dai più abbastanza efficace ma con l’handicap di essere accompagnato da una foto del leader che non era esattamente l’idea platonica dell’esaurimento della pazienza, quanto piuttosto della concessione clemente di un pochino di tempo in più affinché la fiducia si dimostri come è probabile ben riposta, lo stesso fotografo che in seguito ad un banale diverbio legato alle attribuzioni di responsabilità riguardanti la suddetta foto avrebbe abbandonato ripudiato e odiato il leader del grande partito tanto da arrivare a divulgare anonimamente un’altra foto che lui stesso gli aveva fatto di nascosto all’interno di un bar ristorante mentre il leader del grosso partito mangiava da solo un piatto di bresaola beveva una birra media e rileggeva un discorso dal quale sarebbe dovuta trapelare un’immagine di lui un po’ più carismatica, lo stesso fotografo che poi in seguito ai sensi di colpa brucianti e ai pavor nocturni durante i quali il segretario gli appariva in sogno dicendogli “i soldi per il welfare stanno finendo e anche la mia birra è agli sgoccioli” avrebbe riallacciato i rapporti col leader chiedendogli scusa, pur senza essere convinto di avere alcuna colpa, fino a lasciarsi convincere ad essere il suo fotografo ufficiale anche per la nuova campagna elettorale durante la quale il segretario del grosso partito si sarebbe fatto fotografare nuovamente dal suo fotografo di fiducia, seppure fiducia a corrente alternata, per una ambiziosa foto col tipico sorrisetto ad un tempo anonimo e poco credibile del segretario del grosso partito, ambiziosa foto che come è ovvio non avrebbe risolto il problema di scarsa personalità e autostima vacillante del leader del grosso partito, che pur sapendo di non poter attribuire almeno in questa occasione troppe colpe al fotografo, come spesso succede avrebbe preferito evitare di prendersi la colpa del suo stesso assente carisma e avrebbe nuovamente litigato col fotografo di fiducia accusandolo della successiva debacle elettorale, salvo pentirsi dell’ingiusta accusa, bere per la vergogna altre birre in solitaria nei bar ristoranti senza sapere di essere spiato e fotografato di nascosto, chiedere ancora scusa al fotografo, commissionargli una nuova foto per la nuova campagna elettorale che non avrebbe nemmeno stavolta risolto il problema dello scarso carisma e continuare con questo andirivieni del cazzo per tutta la vita.

 


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  27.12.2012 | 22:10
Questo non ? il blog di Alberto Calorosi
 

Il mio buon amico Alberto Calorosi ha delle idee che non condivido sullo scrivere dei post nei nostri blog che si richiamino a vicenda.

Naturalmente Alberto Calorosi è libero di fare ciò che vuole sul suo blog. Io, per parte mia, sul mio blog voglio scrivere solo i miei post, senza condividere nè tantomeno richiamare nulla che abbia a che fare con lui.

Qui di seguito un racconto scritto da me e Alberto Calorosi insieme, che spero lui voglia condividere o almeno richiamare nel suo blog.

Il racconto parla di quella che sarebbe al tempo stesso riduttivo ed esagerato definire "una band".

 

Metafora viva Vs. the Kordz

 

 La versione di Ufj

 

“Giuri di dire la verità e soltanto la verità. Dica lo giuro."

 

“Lo giuro”.

 

“Le ricordo che le dita incrociate non hanno alcun valore giuridico. Neanche le mani sui maroni. Ora gentilmente la smetta di fare il buffone, appoggi la mano su questo libro e giuri di dire la verità”.

 

“Arcana editrice?”

 

“Dica lo giuro”.

 

“Ne hanno fatta di strada”.

 

“La smetta di temporeggiare”.

 

“Va bene, lo giuro”.

 

“La parola all’accusa”.

 

“Signor Ufj per favore spiegherebbe a questa onorevole corte come ha conosciuto i Metafora viva?”

 

“Tutti nel faentino conoscevano i Metafora viva. Non so se mi spiego”.

 

“Signor Ufj, come devo interpretare quella strizzata d’occhio?”

 

“Come un invito a cena, se lo desidera, oppure come un gesto ammiccante per sottolineare il fatto che i Metafora viva, tra il 1994 e il 1999 sono state la più importante band della scena indie rock faentina. Un eminente critico locale scrisse sul giornaletto delle superiori che i Metafora viva erano gli Stone temple pilots della Romagna. Scrisse anche che se Henry Rollins fosse stato di Bagnacavallo probabilmente Guido Casamichiela canterebbe nel Velvet revolver”.

 

“I Velvet revolver non sono che una riprovevole operazione commerciale di discutibile gusto per riportare in auge quei parassiti di ex-membri dei Guns n’ roses. Scott Weiland farebbe bene ad uscire dal progetto finché è in tempo”.

 

“Questa non è che la sua opinione. Mi permetta di obiettare due cose. Una, che Scott Weiland ha già lasciato i Velvet revolver nel 2008. Due, che non ha mai scritto liriche del calibro di Ali della deflagrazione”.

 

“Scott Weiland non ha mai scritto niente. Scriveva tutto Robert DeLeo. E poi c’entra Henry Rollins, scusi?”

 

“Si sbaglia, mia cara, si sbaglia. Ciò che sostiene è abbastanza vero per i primi Stone temple pilots, quelli della fase post-grunge, ma già a partire dal terzo album, quello della svolta glam, Scott Weiland ha contribuito attivamente alla stesura delle liriche. E qui veniamo al punto”.

 

“Quale punto?”

 

“Sa quando è uscito Tiny music, songs from the vatican gift shop?”

 

“Nel 1996?”

 

“Esattamente, nel 1996. Che, guarda combinazione, è l’anno in cui i Metafora viva propongono per la prima volta dal vivo Ali della deflagrazione”.

 

“Questo non spiega come ha conosciuto i Metafora viva”.

 

“Perché ancora deve sentire il resto. Mi lasci continuare”.

 

“La prego”.

 

“Allora, il 1996 è l’anno in cui gli Stone temple pilots pubblicano Tiny music e i Metafora viva eseguono per la prima volta dal vivo Ali della deflagrazione. Mi segue? Sa con quale canzone chiusero il concerto quella sera i Metafora viva? Le do un aiuto. Si tratta di una cover”.

 

“Big bang baby?”

 

“No! Chiusero con Interstate love song. Una canzone scritta due anni prima. Ora le è chiaro il nesso?”

 

“Certamente. Ma ancora non capisco come ha conosciuto i Metafora viva. E la smetta di fare l’occhiolino”.

 

“Ci siamo quasi. Stia a sentire: nel 1995, cioè soltanto un anno prima, i Ramones pubblicano l’ultimo album della loro carriera con il malinconico titolo di Adios amigos. Si ricorda di quella canzone, quella sulla ragazza che parla con le cose?”

 

“She talks to rainbows?”

 

“Proprio quella. Quella canzone fu scritta da Joey Ramone appositamente per me”.

 

“Per lei?”

 

“Esattamente”.

 

“Non sapevo che Joey Ramone fosse…”

 

“Omosessuale? No, no, a Joey Ramone gli piaceva la figa, e non immagina quanto”.

 

“Non capisco”.

 

“Non capisce? Certo che no. Lei sa con quale canzone aprirono i concerti i Metafora viva nel corso di quel fatidico 1995?”

 

“Forse con Poisoned heart?”

 

“Esatto, esatto! Vede che comincia a capire? Io andavo a letto con Joey Ramone e i Metafora viva suonavano Poisoned heart!”

 

“E quindi…”

 

“E quindi arriviamo al 1994. L’anno della svolta. Il chitarrista dei Metafora viva entra in un negozio di dischi e ruba una copia di Decade of decadence”.

 

“Decade of decadence? Il discusso live degli Slayer?”

 

“Macché quello è Decade of aggression. Io parlo di Decade of decadence dei Motley crue, mi capisce? I Motley crue”.

 

“Credo di sì”.

 

“In quell’anno i Metafora viva eseguono Home sweet home, che guarda caso è la traccia numero 5 della raccolta. La traccia numero cinque. Le dice niente tutto ciò?”

 

“Vada avanti”.

 

“Fu nel 1994 che decisi di diventare una groupie. Pensai subito ai Motley crue, loro erano particolarmente sensibili al fenomeno groupies. Poi però ci fu quel famigerato concerto a Faenza”.

 

“Quello in cui i Metafora viva proposero per la prima volta Home sweet home?”

 

“Esattamente. Fu allora che decisi di diventare una groupie dei Metafora viva”.

 

“Fece sesso con il cantante?”

 

“Con il cantante? Feci sesso con tutta la band. Ripetutamente. Nel backstage. Ah, che serate, quelle, che serate. Fu proprio una di quelle notti che Cuffiani e Casamichiela scrissero Ali della deflagrazione. Non le dico cosa gli stavo facendo, a quei due, mentre scrivevano il pezzo. Quella canzone è dedicata a me, sa?”

 

“Pensavo si trattasse di un coraggioso atto di denuncia sociale. Mi risulta che un eminente critico locale abbia scritto sul giornaletto del liceo che la canzone parla di…”

 

“Stupidaggini, stupidaggini. Quella canzone parla di me. Vuole vedere il tatuaggio che ho qui sul gluteo?”

 

“No, credo di no”.

 

“Be’ allora dovrà credermi sulla parola. Sa cos’ho tatuato qui sul gluteo?”

 

“Che cos’ha tatuato?”

 

“Una farfalla, mia cara, una farfalla. E sa dove me lo sono fatto questo tatuaggio?”

 

“In Europa?”

 

“Esatto, capisce ora?”

 

“Quindi anche i Kordz…”

 

“La tournée estiva dell’anno scorso a supporto dei Deep purple. Le dice niente?”

 

“Era tutto un trucco per sviare l’attenzione…”

 

“Continui pure. E’ sulla buona strada”.

 

“Ma non capisco… e i Metafora viva?”

 

“Amareggiati cercavano altre strade, senza successo”.

 

“Sì, ricordo quella brutta faccenda del Music Planet di Faenza e della rissa con i Gem boy. Era tutto per…”

 

“Indovinato”.

 

“Ma come è possibile?”

 

“L’intro, ascolti il ritornello di Ali della deflagrazione. Ha sentito? Che roba, eh?”

 

“Ma il plagio…”

 

“E ora ascolti Deeper in. Da Take it high again in poi. Ci crederebbe?”

 

“Effettivamente il cantato dei Kordz ricorda Layne Stayley degli Alice in chains”.

 

“Dice pure imita, dica pure imita. Sa quando è uscito Beauty and the east, il loro primo album? Provi a dire”

 

“Nel 2011?”

 

“Esatto, proprio nello stesso anno in cui gli Alice in chains terminavano la loro ultima tournée. E’ tutto chiaro, ora?”

 

“Tutto chiaro, sì”.

 

“E quindi?”

 

“E quindi cosa?”

 

“E quindi ci viene a cena con me, sì o no?”

 

“Solo se mi rivela in quale anno ha cambiato sesso”.

 

“Assolutamente no. Non me lo chieda. I Metafora viva non me lo permetterebbero mai”.

 

 

 

 La versione di Casamichiela

 

 

 

“Giuri di dire la verità e soltanto la verità. Dica lo giuro.”

 

“Se glielo canto va bene lo stesso?”

 

“Temo che partirebbe col piede sbagliato.”

 

“Lei non sa di cosa parla.”

 

“Dolente di contraddirla. Prova agli atti n. 2, live in Estragon 1998. Al suo confronto Shane Mcgowan è un diapason.”

 

“Non si permetta mai più di paragonarmi a cantanti che non conosco.”

 

“Signor Casamichiela, il signor Ufj ha testé dichiarato di avervi conosciuto durante un concerto a Faenza nel 1994. Lei conferma?”

 

“Non confermo niente. Mentre mi trovavo nell’atrio realizzando uno dei miei migliori centrini all’uncinetto ho avuto modo di ascoltare le farneticazioni di questo signore che non ho il dispiacere di conoscere. Per la rabbia stavo per sbagliare il ricamo.”

 

“Lei non ha conosciuto il signor Ufj durante quel concerto del 1994?”

 

“Ricordo distintamente di non aver conosciuto nessuno nel 1994.”

 

“Può darsi che il signor Ufj abbia fatto confusione sulle date?”

 

“Il signor Ufj ha senz’altro fatto confusione. La canzone “ali della deflagrazione”, per esempio, non l’abbiamo scritta io e Cuffiani. L’ha scritta Cuffiani con Ballanti. Io ero troppo impegnato col merletto della tovaglia della sala prove per dedicarmi ad altro.”

 

“Lei nega dunque di aver conosciuto in altro momento il signor Ufj?”

 

“Se la mette su questo piano non mi sento di sbilanciarmi. Ricordo per esempio che al concerto all’arena Correcchiello del 1995 conobbi un posteggiatore. Il signor Ufj per caso era posteggiatore in quel periodo?”

 

“Il signor Ufj ha alluso a incontri sessuali con lei e con Cuffiani quando ancora era una donna.”

 

“Cuffiani era una donna?”

 

“No, il signor Ufj.”

 

“Questo cambia tutto.”

 

“In che senso?”

 

“Non ricordo di aver mai conosciuto delle posteggiatrici.”

 

“Ma cosa mi dice riguardo a eventuali liaison erotiche col qui presente?”

 

“Escludo di aver mai fatto alcunché di erotico col qui presente, a meno che prima del cambio di sesso il signor Ufj non fosse Eva Herzigova.”

 

“Cosa intende?”

 

“L’unica liaison erotica che ricordi a proposito di quel periodo aveva come protagonista Eva Herzigova. La cacciai dal divano della sala prove su cui pomiciavamo quando disse che il ricamo a fili contati è una stronzata.”

 

“Sta dicendo che il signor Ufj è un mentitore.”

 

“No, sto dicendo che se prima di cambiare sesso il signor Ufj era Eva Herzigova forse dovrebbe fare un esame di coscienza.”

 

“Le dispiacerebbe a questo punto darci la sua versione dei fatti?”

 

“La mia versione dei fatti? D’accordo. I Metafora Viva sono stati la migliore band degli anni ’90 per quanto riguarda la pianura padana. La forza dei Metafora Viva era l’assoluta mancanza di qualsivoglia conoscenza musicale che faceva sì che ai Metafora Viva venissero in mente cose che ai musicisti veri non sarebbero mai venute in mente. Non per niente la parabola discendente iniziò quando apprendemmo piccoli accorgimenti tecnici, come per esempio suonare tutti lo stesso accordo nello stesso momento. Si ascolti qualcosa del periodo d'oro: “stato di censura”, live al Cap Creus 1995. Per fermarci i gestori del locale dovettero simulare un black out. Nessun altro gruppo suonerà così male e così bene nello stesso tempo. Mai più. E adesso mi faccia tornare al mio cazzo di merletto.”

 

“Io intendevo la sua versione sul presunto plagio dei Kordz. Che ne pensa?”

 

“Ci sono due possibilità. Quei cazzi mosci dei Gem Boy, durante un’orgia con Nicole Minetti, ai tempi in cui l’igienista mentale era hit model a Colorado Café, le hanno cantato “le ali delle deflagrazione”, e da lì la disseminazione del plagio può aver seguito le strade più invereconde.”

 

“E l’altra?”

 

“L’altra chiama in causa Eva Herzigova, ma preferisco tenerla per me."

 

 

 

 

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  15.12.2012 | 16:33
Appunti per un racconto che non scriver?
 

Un comico televisivo caduto in disgrazia per tutta una serie di motivi il più evidente dei quali ha a che fare con l’aver messo in dubbio l’onestà degli esponenti di un partito politico il cui simbolo è un garofano colorato, dopo un periodo intermedio del quale non si parlerà nel racconto che non scriverò, decide di fondare un partito o un movimento politico che si trova in poco tempo a riscuotere un grande successo per tutta una serie di motivi il più evidente dei quali ha a che fare con la scarsa credibilità degli altri partiti politici da cui il suddetto movimento prende programmaticamente le distanze con tutta una serie di strategie mediatiche la più clamorosa delle quali riguarda il divieto esteso a tutti gli esponenti del movimento di partecipare alle trasmissioni televisive di approfondimento politico.

L’ex comico televisivo, ora leader del nuovo movimento, dopo una prima fase entusiastica in cui l’esplosione del suo movimento viene dipinta da alcuni con accenti messianici e parataumaturgici, subisce una serie di attacchi che l’ex comico televisivo spiega con l’indirizzarsi della cosiddetta macchina del fango nella sua direzione, mentre i suoi detrattori ascrivono ad altre motivazioni riassumibili icasticamente con alcune frasi di buon senso prossime al confine con la banale generalizzazione qualunquistica, quali “ecco che i nodi vengono al pettine”, “quello parla parla ma non è diverso dagli altri”, “te l’avevo detto che alla fine si scoprivano gli altarini” etc etc etc.

Questa seconda fase di flessione dei consensi si accompagna all’esplicitarsi di un dissidio interno che sembra minare alla base il movimento; dissidio esemplificato dal gran rifiuto di alcuni degli esponenti del movimento di attenersi all’indicazione – secondo i simpatizzanti – o diktat – secondo i detrattori – di non partecipare alle trasmissioni di approfondimento politico.

Al culmine di tale dissidio interno l’ex comico, dopo quello che è poetico immaginare come un dissidio interno alla sua personalità causato dal dissidio interno al suo movimento, arriva ad espellere due degli esponenti storici del movimento – seppur di storia recente inevitabilmente si debba parlare.

Il racconto che non scriverò non parlerà però di tutta questa noiosissima parte della storia, la liquiderà in due o tre frasi al massimo, e si focalizzerà invece sul fatto che l’ex comico non espelle dal movimento i due esponenti chiamandoli al telefono ed esplicitandogli le sue motivazioni, o andando a casa loro, bevendo un caffè in loro compagnia e fornendo le motivazioni del caso, o inviando loro un asettico telegramma, una romantica lettera o una moderna e-mail, ma con una sorta di post sul suo visitatissimo blog.

Il problema – e di questo soprattutto parlerà il racconto che non scriverò – è che questi due esponenti o ex esponenti del movimento, che sono in rotta di collisione col leader in una maniera ormai così cristallizzata che le rispettive dinamiche ricordano da vicino le schermaglie “marito geloso che non vuole che la moglie si metta la sottana quando gira per la via/moglie dispettosa che si mette la sottana quando gira per la via e non una sottana qualsiasi ma la più corta che ha nell’armadio”, i due esponenti in rotta col leader non leggono mai il blog del loro leader, né guardano la televisione, un po’ perché troppo impegnati con l’attività politica tout court e un po’ forse per inconscio e tenace attaccamento ai dettami del loro leader, né leggono la cronaca politica dei quotidiani perché irresistibilmente e unicamente attratti entrambi dalla pagina dei necrologi.

I due esponenti insomma non sanno di essere stati espulsi dal partito – nessuno glielo dice perché nessuno pensa che loro possano non saperlo, nessuno tranne un loro comune amico che sapendo dell’idiosincrasia dei due per il blog del leader, la televisione e qualsiasi forma scritta che non contempli formule quali “è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari” ha questo sospetto, ma nel dubbio decide di tenerli all’oscuro per il solo perverso motivo che in realtà lui odia i suoi due amici e vuole tenere nascosta la verità il maggior tempo possibile in modo che sia massimamente rovinosa la caduta successiva alla presa di coscienza –, e non sapendolo continuano a fare attività politica come se niente fosse.

Ancora non so come finire il racconto che non scriverò, ma so che il leader avrà una bella faccia pacioccona con la barba e un rapporto complicato con la frase “ragazzi, è una cosa pazzesca” che gli ricorda una parte di sé che non ritiene più socialmente accettabile.

 

 

 

 

Autore: zumba | Commenti 4 | Scrivi un commento