blog.tapirulan.it
 
  03.02.2017 | 15:49
La fine
 
 

A luglio del ‘14 era più o meno un anno che avevo preso a seguire il tennis e nella sua vittoria un po’ ci credevo. Mi ero messo lì col computer sotto le dita, correggevo le idioziadi e seguivo la finale. Guardavo punto dopo punto sul sito del torneo, intanto rileggevo gli episodi e scrivevo un post sulla finale. Era il periodo dei little pony. Un periodo un po’ così. Non bello, neppure brutto. Confuso, ma senza confusione. Alla fine del quarto set sembrava finita, il serbo era avanti 2 set a 1 e 5-2 nel quarto, un break di vantaggio, e il serbo un break di vantaggio è quasi impossibile che lo perda, soprattutto al quarto set di una finale. Invece poi il break se l’è fatto fare, il serbo, e si sono ritrovati prima 5-3, poi 5-4, poi 5-5. Sul 5 pari lui gli ha fatto un altro break, al serbo, una cosa ancora più improbabile del break sul 5-3: ormai, come si dice, l’inerzia del set era dalla sua parte. Ha vinto il quarto set 7-5, mi ricordo che Edberg in tribuna sul set point ha perso un po’ del personale aplomb. Restando comunque molto pettinato. Dopo qualche game, forse sul 2-2 al quinto set, non resistevo più e sono uscito. Una ragazza con l’aria triste mi ha chiesto dei soldi per il biglietto del treno (questa cosa l’ho già scritta nel post che avevo cominciato a scrivere poco prima, durante i primi set della partita e la contemporanea correzione delle idioziadi). Io sono tornato a casa, ho preso i soldi per la ragazza pensando che il destino mi avrebbe premiato. Sono uscito con 20 euro nella mano, la ragazza non l’ho più vista, allora sono tornato a casa in tempo per vedere la fine. Il serbo gli ha fatto un break e ha vinto la partita. Peccato, mi sono detto, peccato davvero anche perché non ne capiteranno tante altre di occasioni così, comunque il serbo resta un comprimario, non è mica lo spagnolo. Fosse lo spagnolo capirei, sarebbe grave e forse irreversibile, ma il serbo resta un paio di gradini sotto di lui e da lì non sale. I venti euro poi li ho rimessi nel portafoglio.

A luglio del ‘15 pure, ci credevo, anche se da qualche mese il serbo era ancora più forte dell’anno prima. In semifinale aveva giocato male, il serbo, e aveva speso molte energie, mentre lui aveva giocato benissimo contro lo scozzese, la più bella partita dell’anno secondo alcuni, e aveva speso poche energie. Però sapevo che il serbo anche quando spende tante energie ha sempre un serbatoio segreto di energie da cui attingere. Sempre. Mentre lui anche quando spende poche energie è capace di perderle tutte in una volta. Come avesse dei buchi nel serbatoio. Però lui era più forte, del serbo, ed era più in forma. Era in fiducia, come si dice, e quando si è in fiducia si possono fare grandi cose. Persino battere il serbo a luglio del ’15, nel torneo più importante dell’anno. Le idioziadi non le correggevo ormai più, il libro era quasi finito, e anche coi post avevo rallentato molto. Non pensavo che avrei retto un’altra finale guardando punto dopo punto sul sito del torneo, e così sono andato al cinema. Da solo. Al Chaplin c’era l’ultimo film di uno considerato l’erede di Woody Allen. Il cellulare non me lo sono portato per evitare che qualcuno mi chiamasse e mi aggiornasse sull’andamento della partita. Sono tornato a casa durante l’ultimo game del quarto set, col serbo avanti due set a uno. Mentre guardavo lo schermo il serbo ha vinto l’ultimo game, il set, il match e il torneo. Peccato, mi sono detto, peccato davvero, perché se già era una delle ultime occasioni l’anno scorso figuriamoci quest’anno, ormai ha 34 anni, un’età da ritiro, e poi prima o poi oltre al serbo e allo scozzese tornerà in forma anche lo spagnolo, e quando tornerà in forma lo spagnolo allora sì che saranno cazzi da cagare, comunque questi sono discorsi inutili perché non ha perso dallo spagnolo, quello sì che sarebbe tremendo e deprimente, in fin dei conti si tratta solo di una sconfitta col serbo, e il serbo può vincere quanto gli pare ma non è e non sarà mai lo spagnolo. A me tra l’altro Woody Allen è sempre stato sui coglioni.

A settembre del ’15 ci credevo appena un po’ di meno rispetto a luglio ma ci credevo comunque ancora abbastanza. Il serbo aveva vinto in Australia e in Inghilterra, poteva ritenersi soddisfatto e lasciargli il torneo americano, che tanto in Francia aveva perso e quindi il grande slam era impossibile. E poi in semifinale il serbo non aveva fatto una grande impressione, non almeno come lui che aveva, come si dice, asfaltato l’altro svizzero facendo vedere quasi il miglior tennis della sua vita. Sapevo che delle semifinali giocate male dal serbo e giocate bene da lui non aveva senso fidarsi, l’esperienza doveva pur insegnare qualcosa, ma stavolta poteva comunque andare diversamente. Lui aveva da un paio di settimane battuto il serbo in un altro torneo, l’aveva battuto a tratti ridicolizzandolo, utilizzando un trucchetto chiamato SABR, una risposta alla battuta molto avanzata, la classica trovata che fa andare in banana gli schemi del serbo, che è simpatico, fa le imitazioni, offre i pasticcini, coinvolge il pubblico, ma quando qualcuno gli manda in banana gli schemi non scherza più neanche per il cazzo, e urla e si incazza peggio di quel tennista americano degli anni ’80, quello che chiamavano il genio, quello coi capelli ricci e la fascia di spugna sui capelli ricci, quello che diceva che uno come lui valeva come diecimila spettatori, quello che diceva anche you can’t be serious, all’arbitro, e su questa frase ci ha costruito la sua fama post ritiro. Insomma, c’era da essere vagamente ottimisti. O almeno non del tutto catastrofisti. Quella sera prima della finale mi ricordo che ho chiesto a Nora: cosa dici, stavolta lui lo batte il serbo? E lei mi aveva risposto dopo una breve pausa riflessiva: sì. Davvero? Avevo insistito io. Batte il serbo anche se si gioca 3 set su 5? Sì, aveva garantito Nora dopo un’altra pausa meditativa. E io le avevo creduto. In teoria la partita doveva iniziare verso le 22. Alle 21,50 ho spento il computer e da quel momento non ho più controllato il cellulare. Alle 23 sono andato a letto. All’una di notte mi sono svegliato. A quell’ora poteva essere già finita. Ho controllato sul cellulare. La partita stava iniziando in quel momento per via della pioggia delle ore precedenti. Mi sono riaddormentato. Alle quattro e mezza mi sono risvegliato. Ho ricontrollato sul cellulare. Si stava giocando l’ultimo game del quarto set, col serbo avanti 2 set a 1. Sono rimasto a fissare il cellulare mentre il serbo vinceva l’ultimo game, il set, il match e il torneo. Ero troppo stanco per fare bilanci. Ma se ne avessi avuto la forza avrei pensato ancora una volta allo spagnolo più che al serbo. Forse. Nora si era sbagliata, e questo era strano.

Quest’anno non ci credevo per niente. Non ci credevo perché era impossibile crederci. Era impossibile crederci perché era ovvio che il meglio nel torneo l’aveva già dato, aveva battuto il giapponese e lo svizzero, aveva vinto al quinto set con tutti e due. Era già molto più di quanto chiunque, anche il più ottimista, potesse sperare. Sarebbe stato impossibile crederci persino se in finale ci fossero stati lo scozzese oppure il serbo. In finale invece c’era lo spagnolo. L’ultima volta che lo spagnolo aveva perso con lui in una finale importante era il 2007, dieci anni prima, quando lui aveva 26 anni e lo spagnolo 21, cioè quando lui era al massimo della forma e lo spagnolo era ancora un po’ acerbo. Da lì una serie di sconfitte, di crolli indecorosi al terzo al quarto o al quinto set, le conseguenti valutazioni pseudopsicologiche che indicavano una sudditanza ormai cronica e le non meno temibili valutazioni tecniche che portavano tutti a escludere che lui potesse avere una valida alternativa di rovescio al diritto mancino dello spagnolo. Il mostruoso diritto mancino dello spagnolo. La chela. Il toppone. Il colpo più arrotato e ingiocabile della storia del tennis. Quel micidiale diritto mancino incrociato che andava a finire sul suo timido rovescio. Anche se non ci credevo non ero così leggero da potermi permettere di seguire in diretta la partita, anche perché a me come a tutti quelli che hanno seguito almeno un po’ il tennis negli ultimi anni quel torneo faceva tornare in mente quello che era successo nel 2009. Lui che vince una semifinale in scioltezza il giovedì. Lo spagnolo che vince dopo più di cinque ore l’altra semifinale al venerdì. La speranza che lo spagnolo possa essere stanco dato il giorno in meno di riposo. E poi lo spagnolo che vince la finale al quinto set, e lui che durante la premiazione piange e dice che quella sconfitta fa male più delle altre. Di anni ne sono passati otto, lui ormai ne ha 35. Troppi per pensare di poter battere lo spagnolo. Troppi forse per pensare anche solo di poter offrire uno spettacolo dignitoso per un paio d’ore. Anche se lo spagnolo aveva giocato anche questa volta la semifinale al venerdì e lui al giovedì. Non era più tempo di illudersi sulla capacità dello spagnolo di provare la fatica, ma andava comunque benissimo così. In fin dei conti, dopo sei messi di inattività, era quasi troppo essere arrivati in finale. Dispiaceva comunque esserci arrivati con l’unico vero avversario, e perderci ancora una volta, forse l’ultima. Ma pazienza. Sono andato al cinema con le bimbe, ancora una volta senza cellulare. Siamo tornati a casa verso le 13, tre ore e mezza dopo l’inizio della partita. Appena entrato in casa ho preso in mano il telefono e ho cercato il risultato della partita. Ero quasi sicuro che fosse già finita. E se non era finita era pure peggio, perché era impossibile che lui battesse lo spagnolo in una partita che durava da più di tre ore. Se non era finita voleva dire che si trattava di una lunghissima agonia che prevedeva un unico finale, il solito. Sul lato sinistro dello schermo del cellulare c’era il nome dello spagnolo, sul lato destro c’era il suo nome. In mezzo, tra i due nomi, c’era il risultato di alcuni set ormai finiti, non riuscivo a capire quanti, e il risultato di un set che doveva ancora finire, col parziale di 5-3 per lui. Non poteva essere il quinto set, perché lo spagnolo contro di lui non può stare sotto nel punteggio al quinto set. Non è proprio possibile per tante ottime ragioni, doveva essere per forza il quarto set. Lo spagnolo al quinto set è un po’ come lo squalo bianco Bruto del cartone alla ricerca di Nemo quando una gocciolina di sangue di Nemo gli finisce nel naso. E lui al quinto set è un po’ come Nemo quando una gocciolina del suo sangue finisce nel naso dello squalo bianco Bruto. Ho ricontrollato: 4-6 6-3 1-6 6-3 3-5. Erano davvero al quinto set. Ancora una volta avevo indovinato il momento. Ancora una volta l’ultimo game. E lui non stava perdendo. Forse lo spagnolo si era fatto male. Sicuramente, era l’unica spiegazione. Una distorsione sul 3-1, o forse i crampi. Il riacutizzarsi dei problemi alla schiena che gli avevano fatto perdere la finale sempre lì in Australia nel ’14. Non era nemmeno escluso un attacco di diarrea. Ma chissenefrega, sarebbe venuto poi il tempo di analizzare la partita. Adesso era solo il momento di vedere se quel 3-5 per lui diventava 4-5 oppure 3-6. Mentre aspettavo fissando lo schermo mi sono ricordato di come finisce la scena dello squalo bianco Bruto.

Autore: zumba | Commenti 4 | Scrivi un commento

  10.01.2017 | 22:52
Gli egiziani sono gente rispettosa
 
 

Le cose che ricordo che avevo da piccolo sono le cose che ricordo che poi a un certo punto non ho più avuto. A volte ho smesso di averle da grande, a volte ho smesso che ero ancora piccolo. Per dire, nel 1980 sono andato in Egitto. Avevo 6 anni. Non sono andato da solo in Egitto, ci sono andato con mio padre, mia madre e mio fratello. Abbiamo fatto un giro sul Nilo col battello. Il battello era uguale identico a quello di assassinio sul Nilo. Sul battello dove siamo andati noi non c’è stato nessuno assassinio, però mi ricordo che a un certo punto mi è venuta la febbre. Abu Simbel che per alcuni è la cosa più bella di tutto l’Egitto io non l’ho vista per niente, sono rimasto tutto il giorno in battello a mangiare minuscole banane verdi e a bere carcadè. Qualcuno tra mio padre e mia madre deve essere rimasto con me, non credo che mi abbiano lasciato da solo col battelliere, però non mi ricordo bene. Il battelliere comunque era una brava persona, quindi non ci sarebbero stati problemi. Forse con me ci è rimasto mio padre, che era un dottore e sapeva misurare la febbre anche senza termometro. Un termometro a bordo in ogni caso secondo me c’era, era un battello abbastanza accessoriato. Il carcadè tra l’altro mi ha sempre fatto schifo, forse già dal 1978 se non da prima, mentre le banane verdi no, ma solo perché avevano troppo poco sapore per farmi schifo. Il giro in battello è durato qualche giorno, quando è finito siamo andati dentro alle Piramidi. Prima di entrare ero sicuro che avrei schiacciato qualche punto del pavimento che avrebbe fatto restringere di colpo le pareti. Per sicurezza camminavo al centro dei corridoi, così potevo avere qualche secondo di vita in più di quelli che camminavano attaccati ai muri. Così pensavo, ma era ovvio che era un pensiero sbagliato. Saremmo morti tutti insieme con una gran fragore di ossa scricchiolanti. E invece non è successo. Le pareti non si sono ristrette. Nessuno è morto. Nessuno ha schiacciato i punti sbagliati. A dire la verità non posso esserne proprio sicuro perché sono uscito per primo dalla piramide di Cheope dopo aver distanziato tutti gli altri. Dopo due o tre corridoi con le pareti immobili avevo acquisito una certa spavalderia. Però se qualcuno fosse rimasto intrappolato dentro credo che in un modo o nell’altro l’avrei saputo. Anche se certe cose ai bambini di solito non le dicono. Fuori dalle Piramidi ho trovato un osso di cammello grande come la metà di un testimone da staffetta, più o meno. Non sapevo se era un osso di cammello, ma quando mia madre è uscita dalla piramide dopo un sacco di tempo e l’ha visto ha detto una cosa tipo: bravo, hai trovato un osso di cammello. In realtà prima ha detto una cosa tipo: la prossima volta aspettaci e non fare lo spavaldo. Comunque quando mi ha detto che era un osso di cammello io le ho creduto. In fin dei conti di cammelli lì intorno ce n’erano molti, mica aveva detto che era un osso di canguro. I canguri secondo me c’erano solo allo zoo del Cairo, che non era nelle vicinanze. Credo. Al limite poteva essere un osso di essere umano, un osso scricchiolato magari trascinato dal vento del deserto fuori dalla piramide, ma questo l’ho pensato anni dopo. Sul momento ero sicuro che fosse un osso di cammello. Quell’osso di cammello è diventato subito il mio oggetto preferito. Non me ne staccavo mai. Andavo in bagno con l’osso di cammello in mano. Mangiavo e appoggiavo l’osso di cammello sul tavolo. I miei genitori non mi dicevano mai che era poco igienico tenere l’osso di cammello sul tavolo. Nemmeno mio padre che era dottore e all’igiene ci teneva molto. Ma neanche mia madre, che ci teneva anche lei. Forse me l’avevano fatto lavare. O forse i tavoli egiziani non erano pulitissimi. O forse tutte e due le cose. La sera andavo a dormire, mettevo l’osso di cammello sul comodino e poi mi addormentavo pensando: no, questo non lo perderò, non farò come col Big Jim dell’anno scorso sulla spiaggia di sveti stefan, questo non lo seppellirò nella sabbia prima di andare a fare un giro in barca sicuro di ritrovarlo al ritorno, quest’osso sarà sempre con me. Al mattino mi svegliavo e l’osso di cammello era sempre lì. Poi un giorno sono andato in autobus. I sedili dell’autobus, mi ricordo, erano di un blu elettrico bellissimo. Ho appoggiato l’osso di cammello nel sedile accanto al mio. Io ero sul sedile lato corridoio, l’osso di cammello sul sedile lato finestrino. La gente saliva sull’autobus, si avvicinava, faceva per sedersi, poi vedeva l’osso di cammello e andava a sedersi da un’altra parte. Capivano che quel posto era riservato all’osso di cammello. Nessuno protestava. Forse qualcuno è anche rimasto in piedi. Gli egiziani sono gente rispettosa. Dopo qualche fermata mia madre mi ha detto: dai, alzati, dobbiamo scendere. E io mi sono alzato. Siamo scesi dall’autobus io, mio fratello, mio padre e mia madre. L’osso di cammello no, è rimasto al suo posto. 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  27.10.2016 | 22:26
PPL
 
 

Ma visto che tanto le possibilità alla fine sono solo due, che scrivo un nuovo post o che non lo scrivo, che smetto o che per un po’ prolungo l’illusione di riuscire ancora a scrivere qualcosa, anche solo un post, se considero questo tanto vale che lo scrivo, faccio sempre in tempo più avanti a smettere di illudermi. E se devo scrivere un post lo scrivo su di lei.

Un nome talmente finto che è vero. La nascita a New York a inizio novecento. La morte a due anni e mezzo. I genitori inconsolabili.
Qualcun altro, non so, Baricco, inevitabile pensare a lui che è così bravo a non lasciarsi sfuggire storie del genere, qualcun altro come Baricco ci tirerebbe fuori una trama perfetta. Riuscirebbe a ricamarci merletti su merletti di Paracula Perizia Letteraria sul fatto che una bimba con quel nome nasce a New York, muore da qualche parte e viene poi seppellita in provincia di Catania, in un paese che ha il nome di una via e invece non è una via ma un paese. Erano nati in quel paese i genitori? Erano partiti da là speranzosi e leggeri alla fine dell’Ottocento, prima di diventare quelli che sarebbero poi diventati, due genitori non consolabili, o fuggivano da qualcosa che li angosciava e impediva speranza e leggerezza? Dopo quanti anni da quel viaggio nacque lei? Come visse in quei due anni e mezzo? Rise più di quanto pianse? Abbracciava bene come abbraccia Nora? La velocità del suo cervello assomigliava alla velocità del cervello di Agata? Per cosa morì? Una polmonite? Una caduta dal terrazzo? Un osso di pollo rimasto incastrato nella gola? Come fu il funerale? Dove fu fatto? Durante il viaggio di ritorno da New York i due genitori parlarono, si tennero la mano, si abbracciarono anche solo per un secondo sulla scala ripida di un transatlantico? Cercarono di rendersi meno insopportabile quel tempo o prevalse l’inconsolabilità anche reciproca? Affrontarono nella stessa maniera quel lutto o finsero solamente di farlo perché era la cosa più semplice e meno dolorosa? Quell’evento per la coppia rappresentò una di quelle crepe che separano via via sempre di più le due persone che formano la coppia oppure i due si trovarono dalla stessa parte della crepa, e ad allontanarsi fu il resto del mondo? Ebbero altri figli? Se li ebbero, quei figli crebbero affrontando la continuità dell’agiografia del figlio maggiore morto presto, come è successo a tanti in analoghe situazioni? E questi figli minori dimenticati, messi tra parentesi, destinati a uscire con le ossa rotte da un paragone automatico impossibile e ingeneroso avvertirono in sé lo svilupparsi di un globo mellifluo di scontentezza rancorosa che li portò a ribellarsi, anche solo a tratti, a cercare di far capire ai genitori che non erano solo fratelli minori di una bambina morta a due anni e mezzo, salvo poi pentirsi della ribellione e riadattarsi al ruolo da cui non avevano avuto la forza di smarcarsi se non per poco?

Non tutte queste cose, solo alcune mi chiedevo l’altro ieri mentre guardavo la tomba della bambina, e le altre, e il quadrato del cimitero profumato di siepe, e la punta dei cipressi che si fletteva lenta, e il palindromo dell’EtnagigantE dietro la punta dei cipressi, e la faccia nera della chiesa di Trecastagni dove si è sposato mio fratello tra i cipressi e l’Etna, e poi è arrivata la bara con dentro la nonna.

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  29.03.2016 | 22:55
Agata e la meraviglia
 

Io e Agata tornavamo da scuola. Agata ha cominciato a parlare di fiori. A un tratto mi ha chiesto: come si chiama quel fiore? Quello che può essere anche purpureo? Io, dopo un attimo, ho risposto: boh, non so, forse l’orchidea. Sì, orchidea, ha confermato lei. Poi ha aggiunto: che tipo di fiore è l’orchidea? Io ho detto: beh, è un fiore prezioso, dicono. Perché prezioso? Ha chiesto lei? Io, sempre più in difficoltà, ho detto: mh, forse perché è raro. Agata ha annuito, poi ha detto: e allora? Anche se è raro, perché è prezioso? Cioè, una pietra rara, per esempio, solo perché è rara è anche preziosa? Anche se è solo una pietra?
Sono rimasto zitto. Ho pensato: bimba, hai ragione anche stavolta, la mia è una spiegazione del cazzo, chissà cosa c’entra il valore di una cosa con la sua eventuale rarità, se ora cago uno stronzo blu produco qualcosa di raro, magari addirittura di unico, ma non di prezioso, resta pur sempre un pezzo di merda, non dimentichiamolo.
Hai presente le sette meraviglie del mondo? Le ho detto dopo un lungo silenzio. Hai presente che mi chiedi sempre quali sono le sette meraviglie del mondo, e io non so mai quali sono, forse la muraglia cinese, boh, forse le piramidi e il colosso di Rodi? Sì, ha detto lei, ho presente,  e allora? Non le so le sette meraviglie del mondo, ho concluso io, continuo a non saperle, ne so solo una su sette, e non è né la muraglia cinese né il colosso di Rodi né la piramide di Chefren, non è neppure il Taj Mahal, è il tuo cervello, quello è davvero una meraviglia.
Agata ha sorriso, e quando Agata sorride esiste solo il suo sorriso.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  17.01.2016 | 21:26
Non c'è bisogno
 

Un anno fa ho seguito un corso di scrittura. A partecipare eravamo una quindicina. Alcuni sapevano scrivere bene, altri male, altri per niente. Una ragazza di nome Elvira era bravissima ed era chiaro a tutti che nessuno di noi era alla sua altezza. Ogni volta l’insegnante ci dava i compiti da svolgere durante la settimana, e alla fine della lezione ognuno leggeva quello che aveva scritto. Le cose di Elvira erano sempre le migliori.
Tra i partecipanti c’era anche un ragazzo di Rimini chiamato Christian. Christian non scriveva benissimo, ma nemmeno male. I suoi compiti, secondo la mia classifica, erano più o meno al sesto o settimo posto. I miei secondo me erano al terzo o al quarto. Qualche volta al secondo, ma raramente. Una volta sono stato uno dei peggiori.
In uno degli ultimi compiti (non ricordo l’argomento, forse si trattava di scrivere una serie di frasi che iniziassero con “mi ricordo”) Christian ha scritto di quando morì suo zio. Lui era piccolo, non capiva niente, nemmeno come stava, e guardava suo fratello maggiore per capire come doveva stare.
Quando gli ho sentito leggere questa frase (la frase era quasi testualmente “ricordo che guardavo mio fratello per capire come dovevo stare”) mi sono state chiare diverse cose. Una di queste è che le classifiche che mi ero immaginato fino a quel momento erano tutte stronzate. La seconda è che io non avevo mai scritto neanche una frase che valesse quanto quella frase. Neppure un racconto che si chiama “sformato di fango”, che è la cosa migliore che io abbia mai scritto, ha una frase che valga quanto quella. La terza cosa che ho capito, per certi versi la più sconcertante delle tre, è che Christian si stava dimostrando superiore persino a Elvira.
Ma forse si trattava solo di una mia idea, perché nessuno degli altri partecipanti sembrava particolarmente colpito da quella frase.
Non scrivo questo per parlare di Christian. Scrivo questo perché a volte mi sembra che alcuni esponenti del movimento 5 stelle, che sembra che non c’entrino niente con quello che ho scritto sopra e invece c’entrano, siano un po’ come Christian dopo la morte dello zio, e l’altro, il fratello maggiore di Christian, non c’è bisogno di dire chi è.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  06.12.2015 | 22:05
L'oggetto
 

No, io lo capisco, eh, è un simbolo, ed essendo un simbolo non è che si può misurarne il valore, no, è un valore simbolico, a sé stante, immisurabile, quindi non se ne può discutere più di tanto, è un simbolo, è simbolico, ma anche se è un simbolo io credo di potermi chiedere questo, e cioè se tutti quelli che si accaniscono, e dicono che non si può togliere dalle aule, e non si può togliere perché è un simbolo, e i simboli non si discutono, tutti loro, quelli che dicono non azzardatevi a toglierlo dalle aule che facciamo le barricate, quelli lì che sono così agguerriti, mi chiedo, quelli che non vogliono prendere nemmeno in considerazione un’aula senza quell’oggetto, quelli lì, quelli convinti, quelli che non hanno dubbi che quell’oggetto qualsiasi cosa accada dovrà restare per sempre nelle aule, quelli lì quanti ricordi hanno legati a quell’oggetto? E’ stato significativo quando erano a scuola? E’ stato simbolico? Ha avuto un ruolo decisivo? Se non ci fosse stato sarebbe stato tutto diverso? Peggiore?
Non so, io mi ricordo un mazzo di pennarelli dentro un barattolo, e il rumore di quei pennarelli, specie del pennarello azzurro chiaro che così chiaro e così azzurro esisteva solo a scuola, mi ricordo il suono vellutato e scivoloso del cancellino sulla lavagna, mi ricordo il fastidio del gesso tra le dita, mi ricordo le filastrocche della maestra sulla letterina esse che va sempre a capo, mi ricordo lo zingaro che il primo giorno che arrivò in classe mi diede un pugno in faccia e il giorno dopo già non c’era più così non si pose il problema di trovare il coraggio di vendicarsi, mi ricordo qualcuno di un’altra sezione che sullo scuolabus diceva scopare e rideva come se scopare fosse un verbo che non voleva dire solo spazzare ma anche altro, mi ricordo Mirko che infilò un mano nel cesso per prendere una macchinina che era mia e io dopo averci pensato su non gliela regalai come avrei dovuto, mi ricordo anche altre cose, ma quell’oggetto lì no, eppure mi sa che c’era.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  17.06.2015 | 22:39
Di stratagemmi e di esodi
 

Io non so se è tutte le volte, tutte quante le volte, forse è solo quasi tutte le volte, non tutte, ma non credo, secondo me è proprio tutte le volte, non quasi tutte, tutte le volte che sono con loro, con Paolo, con Alberto, con Andrea, con Diego, stavolta Paolo non c’era ma è uguale, anzi non è per niente uguale perché se c’era Paolo era meglio, molto meglio, ma tanto Paolo anche quando non c’è è come se ci fosse, però era lo stesso meglio se Paolo c’era, perché a Paolo gli si vuol bene anche quando ti fa girare i coglioni per esempio mettendoti la mano sul cambio mentre guidi, o toccandoti la nuca con un dito in un modo che fa incazzare come poche cose nell’universo, o con altri stratagemmi  che non vengono in mente a nessuno se non a Paolo, e poi Paolo ha quella risata che ha solo lui, una risata aperta e piena che a parte la risata di Nora è forse la risata migliore del mondo, ciò non toglie che quando ti tocca la nuca o il cambio ti fa incazzare che è una roba brutta e non c’è un cazzo da ridere, comunque Paolo stavolta non c’era e quindi fanculo a Paolo, viva Paolo ma fanculo a Paolo, invece c’era Alberto, coi capelli lunghi e boccolosi e la cravatta rossa che sembrava tagliata in fondo come certe cravatte che mio padre portava negli anni sessanta e io alla fine degli anni ottanta, anche ad Alberto il bene devo volerlo per forza, non ho scelta, non posso non volergliene perché con Alberto mi sono successe le cose che non dimenticherò nemmeno quando non avrò più ricordi ma solo ricordi di ricordi come dice quel coglione di Tiziano Ferro, con Alberto ho scoperto che esiste il profilo professionale del cauzionista, per dire, e poi Alberto sa tutto e spiega le cose in un modo che non dà fastidio neanche ai permalosi o a quelli che pensano di sapere tutto ma si sbagliano, e anche Alberto ride bene ma non come Paolo e certo non come Nora, una risata ghignante e quasi gracchiata ma comunque bella, e oltre ad Alberto c’era Andrea con la barba un po’ bianca e la sua aria da signorotto, l’andatura lenta da aristocratico, che tra l’altro anche Andrea ha una risata di cui ci sarebbe da dir tanto, una risata che parte dal palato e schizza fuori dalle narici, e anche su tante altre cose che ha fatto Andrea ci sarebbe da dire e da scrivere dei trattati che uno non sa da dove cominciare e infatti io non so da dove cominciare, forse dalle sedie fucsia accatastate sul camion dopo il rock artist, a Gallipoli, vent’anni fa, o dalla sua casa in via Giovanni senza terra che non era davvero in via Giovanni senza terra ma in un’altra via di cui non ho quasi più ricordi né ricordi di ricordi, o da quella domanda che gli avevo fatto nel novantatré a proposito di una sua amica – ma cos’è, una troiaccia? – che l’aveva imbarazzato e fatto ridere della sua risata tutta di narici, o da un episodio qualsiasi accaduto quando c’erano anche Paolo e Alberto, anche perché tre quarti delle volte che ho visto Andrea in vita mia c’era anche Paolo o Alberto o tutti e due, e poi oltre a Andrea e Paolo e Alberto c’era anche Diego, soprattutto Diego, perché se c’era uno che c’era, questa volta, se c’era uno che c’era più degli altri, più di Alberto più di Andrea e certo più di Paolo che non c’era per niente,  quello era proprio Diego, perché Diego stavolta si sposava mentre Alberto Andrea e Paolo no, e anche su Diego di cose da dire ce n’è così tante che dispiace ricordarne e ricordarne di ricordarne solo alcune ma bisogna comunque provarci, che ne so, la 126 blu che viaggia placida verso Torre Suda, o il gelato alla cioccomenta mangiato nei momenti in cui nemmeno un gelato alla cioccomenta riesce a fare schifo, e sia quando si trattava di andare a Torre Suda che quando si trattava di mangiare il gelato alla cioccomenta la costante era la sua risata, visto che della risata di tutti si è detto qualcosa diciamo qualcosa anche della risata di Diego, e la risata di Diego assomiglia alla risata del fratello di Diego, che non somiglia a Diego in niente se non nella risata, e la risata di Diego e del fratello di Diego non è esattamente bella, anzi, fa anche un po’ paura, Diego, anche il fratello di Diego ma concentriamoci su Diego visto che a sposarsi era Diego e non suo fratello, Diego ride come un forsennato, quasi affogando, col risucchio, una roba strana che se non fosse la risata di Diego ma di un altro ci sarebbe da sconcertarsi, ma visto che è la risata di Diego di sconcerto non se ne può avere, certo non è ghignante e gracchiata come quella di Alberto, non è soffiata e nariciosa come quella di Andrea, non è aperta e piena come quella di Paolo e non è la risata più bella del mondo come quella di Nora ma va bene lo stesso, pazienza, anche perché la risata c’entra fino a un certo punto con quello che volevo dire, quasi niente, quello che volevo dire è che tutte le volte che sono con loro, quei quattro, o anche solo tre di quei quattro, probabilmente ne bastano anche solo due o forse solo uno e non escludo che possa andar bene anche essere da soli ma pensare a uno due tre o quattro di loro, quando sono con loro realmente o solo idealmente io tutte le volte, o tutte o quasi tutte ma io credo tutte, tutte le volte penso a quella poesia di Dante che dice che lui vorrebbe essere preso per magia e messo su una barca insieme a Guido e Lapo, che tra l’altro è una poesia che non conosco per niente così come non conosco nessuna poesia tranne un po’ i Sepolcri di Foscolo che mi piaceva perché parlava delle fredde ali del tempo, di quella poesia di Dante so solo i primi due versi e pur non conoscendone il significato mi sono fatto l’idea che visto che Dante esprime come primo desiderio a qualche misteriosa entità magica di essere messo su una barca con Lapo e Guido, quella sia la più grande dichiarazione di amicizia mai scritta, talmente superiore alle altre che dopo quella forse sarebbe stato vietato scriverne altre perché destinate a rimanere sbriciolate nel confronto, un ragionamento che non ha senso, il mio, mi rendo conto, perché allora per esempio dopo Delitto e Castigo nessuno avrebbe dovuto più scrivere libri sui delitti e sui castighi, e dopo la Bibbia nessuno avrebbe dovuto più scrivere libri sugli esodi, in ogni caso anche se il paragone tra la mia amicizia con Alberto Andrea Paolo e Diego e l’amicizia tra Dante Guido e Lapo forse ha un vago senso solo perché anche Diego ha una barca e quindi ci sarebbe la possibilità teorica di stare tutti e cinque in barca insieme anche se mi sembra di ricordare e ricordare di ricordare che sulla barca di Diego sono stato con Andrea e con Paolo ma mai con Alberto, anche se questo parallelismo è a dir poco stiracchiato, bisognerebbe saperne di più sull’argomento per dirlo con certezza ma probabile che sia così, anche se il paragone è fuori luogo, anche perché non è che io sappia granché sull’amicizia di Dante Guido e Lapo, un’amicizia che potrebbe anche essere inesistente, un artificio retorico o qualcosa del genere, mentre l’amicizia tra me Alberto Andrea Paolo e Diego non ha niente di artificioso né di retorico, anzi è forse la cosa meno artificiosa e retorica che mi sia mai accaduta, io lo stesso tutte volte, forse non proprio tutte o forse proprio tutte, tutte o quasi tutte le volte che vedo Alberto, Paolo, Andrea e Diego penso che è lì con loro che devo stare.

Autore: zumba | Commenti 3 | Scrivi un commento

  27.04.2015 | 23:01
Più di tutto e di niente
 

Ho scritto un post su di lei un anno fa. La ragazza che abita nel palazzo di fronte. L’ho scritto dopo che l’avevo vista baciare un ragazzo, seduta su uno sgabello alto. Avevo pensato che si stesse innamorando, che quello fosse l’inizio di qualcosa che non sarebbe finito quella sera. L’avevo pensato nel modo fragile e contraddittorio in cui penso di solito alle cose. Pensando al tempo stesso di essere un coglione che si fa i fatti degli altri. Pensando che non avevo il diritto né di guardarla né di pensare a quello che stava facendo. Pensando che quello che stava facendo era bellissimo anche se finiva quella sera. Pensando a quanto avrebbe fatto bene a dirmi il giorno dopo, se l’avessi incrociata sotto casa, per esempio ‘smettila di guardarmi dalla finestra, coglione, smettila di farti i fatti miei, smettila di gioire per cose che non ti riguardano e che non danno gioia a nessuno, quel ragazzo, se proprio vuoi saperlo, e a quanto pare vuoi saperlo, non mi ama, nemmeno io lo amo, ieri abbiamo solo passato una bella serata, tutto qui, due anni fa, quando vivevo ancora in Bolognina, e lui girava per l’Italia per un progetto ambizioso di cui non ti voglio parlare, due anni fa sì che le cose erano diverse, due anni fa ci eravamo appena conosciuti, ci vedevamo tutte le sere, mi confondeva e mi inebriava, lo ascoltavo, mi ascoltava, stare insieme era necessario e semplicissimo, io completavo le sue frasi, lui le mie, ci guardavamo e non ci dicevamo niente, oppure ci guardavamo e ci dicevamo tutto, e dirsi tutto o dirsi niente era uguale, perché noi eravamo più di tutto e anche più di niente, e guardarsi e non guardarsi pure era uguale, perché anche quando non ci guardavamo era come se ci guardavamo, non so se mi capisci, io credo di no ma forse sì, due anni fa c’era talmente tanta intesa tra noi che persino dire che c’era intesa tra noi era ridicolo ovvio e offensivo tutto insieme, due anni fa era tutto possibile, oggi no, ieri no, è stato solo un momento, un bacio su uno sgabello alto, un sospiro di un attimo, fingere di credere che è come se non fossero passati due anni da quando tutto andava bene senza sforzo, fingere di credere che anche per lui è come se non fossero passati due anni da quando tutto andava bene senza sforzo, solo una bella serata, nient’altro, solo una bella serata’.

Ogni giorno guardo fuori dalla finestra, quasi ogni giorno la vedo. Non è più andato nessun ragazzo in quella casa, sono quasi sicuro.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  24.03.2015 | 22:59
Ridere sul serio
 

La situazione è questa: devo scrivere un libretto su Nora. O meglio: non devo scrivere per forza un libretto su Nora, ma visto che qualche anno fa ho scritto un libretto su Agata mi sento in obbligo di fare lo stesso per Nora. Il ragionamento, questo è chiaro, è sbagliato. Nasce da un’idea di uguale trattamento, o di pari opportunità come si dice adesso, che fa cagare. Il problema è che io faccio molte cose che mi fanno cagare, anzi faccio quasi solo cose che mi fanno cagare, e una di queste è lasciarmi lusingare da logiche che so essere logiche del cazzo. Quindi scriverò un libretto su Nora.
Ora, questo non è un periodo in cui la scrittura mi venga granché bene. Scrivo pochi post sul blog. Scrivo a fatica un romanzo breve che fa schifo. Vivo lo scrivere come una punizione che mi infliggo animato da volontà perverse autopunitive. Ma questo l’ho già scritto, quindi inutile ripeterlo. O forse è utile, perché a sua volta anche questo ripetere sempre lo stesso concetto è determinato da una volontà perversa autopunitiva. In ogni caso, quel che è detto è detto, quindi a posto così.
Dal momento che mi sono imposto di scrivere un libretto su Nora, e che adesso non so scrivere niente di buono e niente di nuovo, l’unico modo che ho di portare a termine il compito è ripescare i post passati che parlano di Nora e trasformarli in libretto. Per questo qualche giorno fa mi sono messo a rileggere tutti i post che ho scritto, selezionando quelli che anche solo vagamente hanno a che fare con Nora. Il risultato: quattordici post. Di questi quattordici post più della metà non parlano di Nora, ma della mia fatica nell’affrontare la seconda paternità. Tre parlano della mia insonnia collegata alla seconda paternità. In uno sembra che ci sia scritto che Nora è morta mentre ce l’avevo in braccio la sera della grande nevicata prima delle elezioni politiche. In un altro si dice che dopo che la faccio addormentare ho paura di svegliarla pisciando. In un altro ancora il succo è che Nora anche se sembra diversa è ruffiana come tutte le altre femmine del mondo. In quattro o cinque si parla più di Agata che di Nora.

Ho provato a immaginare Nora a otto o nove anni. A otto o nove anni Nora leggerà già da un po’. Può darsi che le capiterà tra le mani il libretto su di lei, se lo porterò a conclusione e lo stamperò, così come a Agata è capitato di leggere il libretto che ho scritto su di lei.
Il libretto su Agata è molto diverso. Miniracconti di tre o quattro righe, più un racconto di due pagine. Quello che emerge è lo stupore e la felicità di un uomo che diventa padre, si scopre simile a sua figlia, vuole imparare da lei più di quanto voglia o sappia insegnare. Nessun racconto sulla fatica. Nessun racconto sull’insonnia. Nessun racconto sulla sua morte. Nessun confronto con una sorella maggiore che Agata non ha.
Nora non è una persona invidiosa. Quando faccio un regalo a Agata, e glielo consegno davanti a Nora, Nora è felice. Non fa finta, è felice davvero. Guarda il regalo e guarda Agata a turno, sorridendo, sperando che a Agata il regalo piaccia come a lei.
Se Nora rimane così, e così vuol dire col carattere più bello che si può avere, non lo dico per quella cazzo di logica delle pari opportunità di cui parlavo, non lo dico nemmeno perché so già che anche questo post andrà a finire in quel libretto e cerco di alleggerire ai suoi e non solo ai suoi occhi la mia posizione di padre che ha scritto la gioia della prima paternità e l’esasperazione della seconda paternità, lo dico perché è vero, Nora ha davvero il carattere più bello che si può avere, Nora è più pura e più forte di chiunque altro, Agata è molto intelligente, Agata è molto sensibile, Agata ha una razionalità tanto stringente che a tratti sfocia dalle parti del razionalismo cartesiano, Agata nota quello che nessuno nota, Agata è in grado di cogliere una leggerissima anomalia nella trama di un libro che le si legge quando è già in dormiveglia meglio di un cazzo di editor professionista, Agata ha scritto ‘unicorni contro robot’, Agata ora ha cominciato anche a fare disegni straordinari insieme alla sua amica Valentina così come io ho scritto racconti straordinari con Alberto e Roberto, e in uno di quei disegni di Agata e Valentina si vede una fatina, e sopra la fatina un fumetto con scritto ‘sono un’idiota?’, roba che al confronto le Idioziadi sono merdosissima risciacquatura di piatti, Agata ha qualità enormi, Agata ha una testa che dà dei giri a tutti, anche a me che do dei giri ad alcuni che a loro volta danno dei giri ad altri, ma Nora, porca la puttana merda, Nora ha il carattere più puro e più forte che si può avere, Nora innalza e schianta, Nora conquista e fa terra bruciata, Nora ti riempie i polmoni meglio di una vetta alpina, Nora quando ride ride sul serio e non ce n’è per nessuno, Nora non ti lascia scampo e non ti fa sconti, Nora vince sempre, Nora vince sempre perché non gliene frega niente di vincere, Nora non è morta quella notte che nevicava prima delle elezioni politiche, Nora si capiva un’ora dopo che era nata che era così, pura e forte, pura e forte e invincibile, è nata alle cinque meno un quarto della mattina del 24 aprile 2012 e alle sei e mezza del 24 aprile 2012 mentre la tenevo in braccio nei corridoi dell’Ospedale Maggiore non pensavo ‘merda se mi cade dalle braccia si spacca in mille pezzi’ come avevo pensato la prima volta che avevo tenuto in braccio Agata, no, con Nora avevo pensato ‘questa se mi cade dalle braccia non si fa niente, rimbalza e mi torna in braccio senza scalfirsi, al massimo danneggia il pavimento, mi spiacerebbe per il pavimento, metti che poi inciampa qualche altro papà nel buco del pavimento’, se Nora rimane così, dicevo, ma non si può mai dire perché fa in tempo a cambiare altre cento volte, ma se non cambia e rimane così, pura e forte e invincibile, e secondo me rimane così, pura e forte e invincibile e con la risata migliore del mondo, se Nora rimane così c’è caso che non se la prenderà più di tanto quando si accorgerà che il libro su di lei parla poco di lei e molto di me che non ce la faccio più tanto bene a fare il padre, e se sarà così, se non se la prenderà, forse il merito non sarà solo del suo carattere che, ripetiamolo un’ultima volta, è il carattere migliore del mondo, ma anche di questo post che credo sarà anche l’ultimo racconto di quel libretto su di lei. Un post che per quanto possa sembrare dominato da quel demoniaco spirito di aspirazione al pareggio tra sorelle, e in parte lo è, dominato da quello spirito lì, io credo trovi una ragione di essere nel fatto che io a Nora non ho mai detto le cose che ho scritto adesso, non gliele ho dette finora e forse non gliele dirò neanche più avanti, e quelle cose Nora è giusto che le sappia, perché sono vere, tutte tranne quella cosa del buco nel pavimento del Maggiore che è un po’ esagerata. 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  17.02.2015 | 22:55
Analogamente
 

E’ un mese, più o meno, che ho cominciato a scrivere un nuovo romanzo. In realtà non so bene se verrà fuori un romanzo o una raccolta di racconti collegati tra loro. Ad ogni modo non importa, perché nemmeno con le Idioziadi era chiaro se si poteva parlare di romanzo, e neppure ora che le Idioziadi sono finite è chiaro se si può parlare di romanzo. Probabilmente no, ma solo perché nessuno parla ancora delle Idioziadi, visto che ancora vagano in quell’area intermedia che comincia quando l’autore o gli autori dicono ‘basta, fanculo, non scriverò più nessuna cazzo di parola di questo libro, quel che fatto è fatto’ e finisce quando un libro non è più solo un file word lungo centomila parole ma un libro di carta di centomila parole da promuovere e diffondere. Ma quando le Idioziadi usciranno da quest’area intermedia, e saranno un libro, un libro da promuovere e diffondere, allora sì che se ne parlerà, cazzo se se ne parlerà, e qualcuno dirà che è un romanzo, qualcuno dirà che invece sono dei racconti collegati tra loro. Tutti, in ogni caso, saranno concordi nel dire due cose: che le illustrazioni spaccano il culo, e che vaseball è l’episodio migliore. Ma non volevo parlare delle Idioziadi, ma del nuovo romanzo, se è un romanzo.
Il nuovo romanzo, sempre ponendo che sia un romanzo, lo sto scrivendo con spirito diverso rispetto alle altre due volte che ho cominciato un romanzo.
Il primo romanzo che ho scritto, che si chiamava ‘ogni eroe porta due baffi’, un libro dalle pacifiche fantasticherie e dagli accattivanti calembour, l’ho cominciato perché ero innamorato di una ragazza e volevo smettere di esserne innamorato. Volevo scrivere un libro sulla mia storia con lei e ho scritto un libro sulla mia storia con lei. L’ho cominciato la sera di capodanno di undici anni fa subito dopo aver incontrato la ragazza di cui ero innamorato e che non vedevo da qualche mese e nella prima pagina del libro l’io narrante dice che è il 31 dicembre e ha appena visto una ragazza di cui è innamorato e che non vedeva da qualche mese. Mentre scrivevo quel romanzo avevo l’impressione che quel libro fosse bellissimo, e invece faceva cagare.
Il secondo romanzo che ho scritto, che si chiamava disturbo pre-traumatico da stress, un libro con l’incipit più inutilmente lungo che il mondo dell’editoria ricordi, ammesso che il mondo dell’editoria lo ricordi, secondo me no, il secondo romanzo l’ho cominciato perché ero certo di avere energie e capacità necessarie, e per dimostrare a me stesso che potevo scrivere anche un romanzo non autobiografico. Volevo scrivere un libro sulle giostre, sulla paura e sulla pedofilia e ho scritto un libro sulle giostre, sulla paura e sulla pedofilia. L’ho cominciato il 6 novembre del 2006 e l’ho finito tre anni dopo. Nella prima pagina di quel libro e nelle venti successive l’io narrante dice che si trova su un autobus e che su quell’autobus c’è un tipo con un segno sulla faccia che non si capisce se è una ruga o una cicatrice. Mentre scrivevo quel romanzo avevo l’impressione che quel libro fosse bellissimo, e invece faceva cagare quasi come il primo.
Questo terzo romanzo, mettiamo che è un romanzo e lasciamo da parte le Idioziadi che forse non sono un romanzo e se lo sono non sono un romanzo solo mio e quindi fanno storia a parte, una storia che andrebbe raccontata ma non qui, piuttosto durante la tournée trionfale che accompagnerà l’uscita del libro, tournée durante la quale tutti ci diranno che le illustrazioni spaccano il culo e vaseball è l’episodio più bello, questo terzo romanzo, dicevo, lo scrivo solo per noia o per disperazione (ma non la disperazione eroica dei romantici che fa nascere i capolavori, no, nel mio caso si tratta della disperazione vigliacca dei cinici che fa nascere le cagate), senza nessuna idea su quello che voglio realmente scrivere, senza un progetto, senza una visione d’insieme, senza trasporto, senza un cazzo di niente, aggiungendo una parola dopo l’altra e col solo proposito di non riscrivere le Idioziadi né ogni eroe porta due baffi né disturbo pre-traumatico da stressa. Mentre lo scrivo ho l’impressione che questo nuovo libro faccia cagare, e la cosa bella, ma veramente bella, è che come quando pensavo di scrivere delle cose belle ho poi scoperto che quelle cose facevano cagare, analogamente, adesso che penso di scrivere delle cose che fanno cagare, sono sicuro che scoprirò che fanno proprio cagare.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  30.12.2014 | 22:11
Tutte le parole sono già usate
 
 

Ho seguito un corso di scrittura. Dieci lezioni, dieci compiti da fare. In generale i miei dieci compiti non sono stati un granché. Alcuni mediocri, altri brutti. Il primo e il secondo, una merda. Giusto per dare subito una bella immagine di me al maestro.
L’ultimo compito consisteva nello scegliere una foto e descriverla. Ho scelto la foto che è già comparsa in questo blog. Quella di Vassiliki del novantaquattro. Io e Silvia in basso, di fianco a Silvia l’uomo seduto a torso nudo. Di fianco all’uomo seduto a torso nudo, la vecchia sorridente che mangia in piedi. Nella fila sopra, Filippo, Betta, Gianf, Andrea e Lucciola.
Non avrei voluto scegliere quella foto. Per me i conti con quella foto di vent’anni fa erano ormai chiusi, non serviva continuare a discuterne. Quella che volevo, quella che ho cercato e che non ho trovato, era una foto del millenovecentosettantotto o del millenovecentosettantanove. Una foto scattata durante una festa di carnevale che si svolse all’asilo Romeo Galli di Imola. Una foto di cui ho parlato in un racconto che poi è finito nella raccolta di racconti. Nella foto si vedono diversi bambini che giocano, corrono, lanciano stelle filanti o coriandoli, parlano, bevono bibite. Sul fondo, poco più grande di un puntino, ci sono io, da solo, zitto, col dito indice della mano destra nel naso.
Volevo scegliere quella foto perché se devo pensare a una foto rappresentativa, una foto che spieghi per bene chi sono, mi viene in mente quella, e questo perché tutte le volte che mi sono immaginato che qualcuno mi chiedesse chi sono io – una domanda che mi sembra nessuno mi abbia fatto, ma forse ricordo male -, ho immaginato di rispondere che io sono quello che si mette l’indice della mano destra nel naso, prima in un buco poi nell’altro, mentre intorno a me gli altri fanno festa. Tutte le volte.
Questa idea che ho di me è vera sempre, ma è vera soprattutto in quella infernale tripletta di giornate che va dal 24 al 26 dicembre, quando gli altri fanno festa, e parlano, parlano, magari non tirano più coriandoli né stelle filanti, magari non bevono una bibita ma lo spumante, e io, che mi accorgo che tutte le parole sono già usate, che tutte le cose da fare le fanno già gli altri, io sto fermo, zitto, avulso dal contesto, e sono sempre quello lì del millenovecentosettantotto o del millenovecentosettantanove, col dito indice della mano destra nel naso, prima in un buco poi nell’altro.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  17.12.2014 | 23:11
Due modi
 
 

Ci sono due modi di porre la questione.
C’è il modo per così dire emotivo, e nel modo emotivo va a confluire quello che mi si è agitato dentro quando ho comprato il biglietto del film, fila 10, posto 9, la posizione migliore, perfettamente centrale. C’è quello che mi si è agitato dentro quando sono entrato nella sala e ho visto che c’ero solo io, nessun altro. C’è il sollievo che ho provato nel poter ridere forte senza nessuno che mi rompesse i coglioni e nel poter tenere il telefono con suoneria altissima fottendomene dell’avviso ‘silenziare il telefono oppure spegnerlo’ anche se poi il telefono non l’ho usato per niente, perché già lo uso tanto per lavoro e quando smetto di lavorare non chiamo nessuno e spero che non mi chiami nessuno, e infatti non ho chiamato nessuno e nessuno mi ha chiamato. C’è il ricordo di quando ho visto il primo film con Enrico, nel novantacinque, quando ero un coglione, come ora ma diversamente da ora, che c’erano Andrea e Corrado fuori dalla sala alla fine del film che mi hanno sentito dire che quel film che avevo appena visto con Enrico per me era bellissimo, forse il più bello del mondo, e che quel film era bellissimo e forse il più bello del mondo era un’idea che poi negli anni non è mai venuta meno, neppure una volta dal novantacinque a oggi, neppure negli anni bui in cui quel film non l’ho visto per niente o quasi per niente.

E poi c’è il modo per così dire analitico, e nel modo analitico vanno a confluire altre cose, prima tra tutte la domanda: è così che andava fatto il sequel di quel film? Una domanda che richiederebbe una risposta lunga, ma se immaginiamo che chi ci fa la domanda non accetti una risposta più lunga di una sola parola, allora la risposta è sì.
Preferisco dedicarmi al modo analitico, per cui, una volta risolta la questione iniziale della domanda appena scritta, aggiungo altre osservazioni a caso, sempre tutto sommato analitiche, per esempio:
1. Jim Carrey o è un fottuto genio che prima di dedicarsi al sequel ha visto rivisto e studiato attentamente il primo film e nello specifico tutte le smorfie che ha fatto lui in quel primo film, o è un fottuto genio che non ha avuto bisogno di vedere rivedere e studiare il primo film per rifare quelle stesse smorfie che non ha più fatto in nessun altro film, comprese quelle microsmorfie che solo io e altre otto persone nel mondo abbiamo notato e amato, in ogni caso è un fottuto genio.
2. Jeff Daniels fa schifo per tutto il film, sembra un Rod Stewart rintronato e annoiato, ha l’aria di non divertirsi per niente a recitare in quel film, e avere quell’aria in un film del genere equivale a scavarsi la fossa da solo e evidenziare l’abisso tra sé e l’altro protagonista che oltre a essere un attore circa ottanta volte superiore ha capito quale era l’unico modo in cui aveva senso recitare in quel film, e cioè con lo stesso spirito che hanno avuto gli autori delle idioziadi nella stesura della loro opera pionieristica: lo spirito degli scoreggiatori nella vasca da bagno.
3. L’inizio del film è micidiale, all’altezza del primo. Viene pagata la cosiddetta tassa Mary Swanson, o più precisamente Mary Samsonite, citandola nella prima battuta, si dà in sostanza l’illusione allo spettatore che la protagonista del primo film avrà qualche ruolo di primo piano anche nel secondo, poi giustamente il film segue un’altra strada sbattendosene i coglioni di Mary Swanson-Samsonite.
4. Nel film hanno spazio alcuni dei personaggi o abbozzi di personaggi che non dicono nulla allo spettatore svogliato del primo film (quello per intenderci che citando il titolo del primo film dimentica la &, quello che ha apprezzato l’ultima scena del primo film, quello che ritiene la scena del ghiaccio leccato sulla seggiovia la migliore del primo film), ma per lo spettatore esperto sono i pilastri su cui si basa la forza di quel primo film. Penso in particolare a Billy del 4c, a Grande Mulo e a Frieda Feltcher che in questo secondo film, grazie anche al carisma respingente di Kathleen Turner-faccia da mastino, ha un ruolo preponderante.
5. Il film ha enormi difetti, uno di questi è l’eccessiva coerenza della trama. Sembra che a tratti i fratelli si scordino di quale film sono i registi. Mancano quelle che io chiamo sacche della sceneggiatura, e questo non va bene neanche per il cazzo. Un altro di questi difetti è in realtà un difetto comune anche al primo film, vale a dire quei giochetti di parole del tipo “ad Aspen ti aspennano” che vanno benissimo per altri film, ma per questo secondo film, e per il primo, sono un appesantimento inutile e nocivo al tempo stesso.
6. Il film ha grossi pregi, uno di questi è il riuscire a essere un omaggio al primo film e a chi quel primo film l’ha amato, ma senza scadere nel narcisistico e autocitazionistico omaggio a se stessi da parte dei fratelli registi, e nello stesso tempo essere un film diverso dal primo, per certi aspetti troppo coerente, ma con una sua identità autonoma che tutto sommato ha una sua ragion d’essere. A questo proposito una menzione se la merita la macchina cane da pastore che quando appare lascia intendere che accompagnerà i protagonisti per un bel po’, come nel primo film, e invece no.
7. La scena del Culo Libre, oltre a essere la migliore del film, in parte idealmente collegata alla scena della piscia nella birra del primo film e in parte scollegata, è anche l’unica scena del film in cui Jeff Daniels riesca a stare una spanna sopra Jim Carrey, anche se resta il dubbio che Jim Carrey in questo frangente abbia lasciato vincere Jeff Daniels, forse mosso a compassione dalla deriva del compare del tipo ‘sono ormai un attore serio che non può che essere a disagio nello scoreggiare nella vasca come i celebri autori delle idioziadi’. Va però detto che questa scena, per quanto bellissima, non vale nemmeno la metà della più bella scena del primo film, quella in cui Jeff Daniels sulle montagne rocciose soffre per l’assenza di guanti di fronte a uno sbigottito e strafottente Jim Carrey che invece ha le mani sudate per via dei doppi guanti. D’altra parte, va detto anche questo, non esiste nulla nella storia della cinematografia che sta alla pari con la scena dei doppi guanti.
8. Il finale del secondo film fa cagare, ma non quanto il finale del primo film. O meglio, se il finale del primo film faceva cagare senza sconti e senza giustificazione, il finale del secondo film fa cagare ma in qualche modo è necessario in quanto collegato al finale del primo film. Mentre Jim Carrey e Jeff Daniels camminano e vedono arrivargli incontro le due supertopolone al rallentatore, lo spettatore esperto, quello che per intenderci citando il titolo ricorda sempre di inserire la &, riesce a immaginare un fratello regista che dice all’altro fratello regista ‘ma sì, faccio questo finale cazzone, chissenefrega, gli spettatori lo vogliono, se l’aspettano, è il finale giusto anche se è sbagliato, lo sai tu, lo so io, tanto poi facciamo un altro finale dopo i titoli di coda e di colpo ci facciamo perdonare tutto’, e il secondo fratello regista, dopo un attimo di finta riflessione, annuisce scoreggiando piano.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  08.11.2014 | 12:59
La storia delle persone con le braccia
 
 

Io non lo so, è difficile da spiegare, ma questa persona, questa persona penso che sia tante cose. E’ la persona che sa abbracciare meglio nella storia delle persone con le braccia. Ognuno dicono abbia un talento, e lei ha quello. Abbracciare. E’ la persona che non dice che la matrigna di biancaneve è cattiva. Dice che è arrabbiata. E per me questa cosa che la regina non è cattiva ma arrabbiata è bellissima. E’ anche la persona a cui penso di più in assoluto. Cioè, dipende. L’altro giorno, che c’era la visita ispettiva nella cooperativa in cui lavoro, pensavo più all’ispettrice che a questa persona, e il giorno della finale di wimbledon pensavo più a federer che a questa persona, però a parte questi singoli episodi lei è di sicuro la persona a cui ho pensato di più negli ultimi due anni e mezzo, forse anche negli ultimi tre. Solo che non tutte le volte che ci penso ci penso in maniera positiva.
I primi sei mesi che ho pensato a lei, lei non era neppure nata, ci pensavo solo con angoscia. E anche dopo che è nata, a parte i primi quattro o cinque mesi di vita che sono un periodo a parte, un periodo di sospensione di tante cose tra cui i brutti pensieri, un po’ come una luna di miele per come mi immagino io che non sono sposato una luna di miele, anche dopo, dicevo, da quando lei aveva cinque mesi, e ancora oggi, ma soprattutto con due picchi in corrispondenza dei due inverni, che sono stati due inverni di insonnia ed esasperazione, di stanchezza e insofferenza, anche dopo ho pensato a lei con una negatività che non è bella dato il grado di parentela che ci lega. Una negatività che non è bella perché non mi fa onore, questo è chiaro, ma al tempo stesso è una negatività bellissima, e che in un certo senso mi fa moltissimo onore, perché è proprio attraverso questa negatività, questa angoscia, questa voglia di essere altrove che ho capito di essere un padre di merda: un pensiero che prima che nascesse questa persona non mi aveva mai sfiorato e che ora invece non solo mi sfiora ma mi abbraccia bene quasi come quella persona. Un pensiero che mi ha tolto delle cazzo di illusioni che dovevano essere tolte. Un pensiero che ha sminuzzato il mio narcisismo e ci ha cagato sopra. Un pensiero bellissimo nella sua orrendità.

E mentre sono lì con lei, a giocare con biancaneve e la regina arrabbiata, a baciarla e farmi baciare, ad abbracciarla benino e a farmi abbracciare benissimo, io per tutto il tempo sto bene e sto di merda, felice di essere lì e desideroso di non esserci, convinto di essere un buon padre ma certo di essere un padre di merda, e questa incertezza, questo vorticare tra due estremi senza passare mai nemmeno per sbaglio dal mezzo, questo non capire un cazzo di niente, io mi auguro che duri così, uguale, per sempre.  

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  10.10.2014 | 16:01
Il successore
 
 

Su Twitter la cosa andrebbe scritta semplicemente così: dopo due anni ho rivisto Beautiful, si stavano sposando Ridge e Brooke.

Per chiunque abbia un legame con Beautiful, e io ce l’ho, cazzo se ce l’ho, il matrimonio di Ridge e Brooke rappresenta nello stesso tempo l’evento che non può che continuare ad accadere ancora, e ancora, e ancora, sempre, per sempre, e l’evento che se la soap opera avesse qualche seppur minima aspirazione alla credibilità narrativa dovrebbe non accadere più, mai più. Se ne deduce che è proprio questo evento, il matrimonio tra Ridge e Brooke, che rende Beautiful quello che non può smettere di essere, cioè una entità di merda irresistibile. Non un’irresistibile entità di merda, sia chiaro. Ma un’entità di merda irresistibile. E’ la merda irresistibile, non l’entità. Il matrimonio di Ridge e Brooke è Nietsche che ti ciuccia l’orecchio sussurrandoti “cosa cazzo pensavi che intendessi quando parlavo di eterno ritorno dell’uguale?”.
In questo specifico caso – si trattava dell’ottavo matrimonio tra Ridge e Brooke, mai celebrato in realtà perché subito prima del sì Katie, che è sorella di Brooke ma anche innamorata di Ridge, ha fatto finta di svenire mentre il pastore leggeva una poesia che piaceva moltissimo sia a Katie che a Ridge, e che ricordava sia a Katie che a Ridge i tanti pomeriggi sereni passati a fare dei pic nic mentre Brooke si innamorava di Bill, l’ex marito di Katie, quindi l’ex cognato di Brooke e anche di Ridge -, in questo specifico caso l’elemento di novità era costituito dal fatto che si trattava del primo matrimonio tra Ridge e Brooke da quando il ruolo di Ridge non è più ricoperto da Ronn Moss ma da un certo Thorsten Kaye, un imbecille pseudodolente tendenzialmente ginecomastico, per cui quello che mi si è presentato davanti agli occhi nel momento in cui ho acceso la televisione, parafrasando il pazzo che sussurrava ai cavalli, rappresentava più che altro l’eterno ritorno camuffato dell’uguale: vedere Ridge e Brooke che si tenevano per mano e si giuravano che questa volta sarebbe stato per sempre, che non avrebbero commesso gli errori del passato, che non avrebbero permesso a nessuno di mettersi in mezzo al loro amore, così come stavano facendo trenta secondi prima che Katie fingesse di svenire, vedere che quei due erano ancora lì a sposarsi e che Brooke era ancora lì a dire sempre le stesse cose, se già nelle precedenti sette occasioni aveva avuto qualcosa di perversamente irrinunciabile – come il sudore delle palle, diceva in casi del genere Daniele Luttazzi -, questa volta regalava una sfumatura ancora più surrealmente idiota all’unica soap opera degna di questo nome. Sembrava che Ridge da un momento all’altro dovesse dire “ehi, ma mi hai visto, se non ha funzionato nemmeno con Ronn, come posso illudermi io, baby?”.

Guardavo lei, sempre bellissima, sempre emozionata, sempre Brooke, e guardavo lui, contratto, spaesato, con l’aria di chi crede di poter usare la mimica alla al Pacino nel contesto più botox friendly della storia della tivù, e pensavo: ma come cazzo farà il successore di Bergoglio?


Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  18.09.2014 | 23:07
Non si incolpi nessuno, sono io
 
 

Davo un’occhiata al sito satirico Spinoza.it. Sulla parte sinistra dello schermo c’erano le battute per così dire ufficiali del post, una sotto l’altra. Sulla parte destra i Tweet che compaiono su Spinozalive.
Io non so bene cosa sono i Tweet, cos’è Twitter, non so nemmeno cos’è Spinozalive. Twitter però anche se non so cos’è so che in qualche modo mi interessa, credo per via della brevità che impone. Quando ancora stavo su Facebook (non so come si dice: stare su Facebook? Essere su Facebook? Andare su Facebook? Frequentare il sito Facebook.it?) usavo quel sito come ora si fa con Twitter, credo. Cioè scrivendo cose brevi. Forse meno di centoquaranta caratteri, forse poco più.
Visto che Twitter mi interessa, per un po’ mi sono anche detto che sarebbe stata una buona idea starci (stare su Twitter? Essere su Twitter? Andare su Twitter? Frequentare il sito Twitter.it o .com? Twittare?). Quello che mi ha fermato è uno dei pochissimi Grandi Motori che determinano le mie azioni: avere meno cose in comune possibile col presidente del consiglio col chiodo. Certo, spiace privarsi di una cosa potenzialmente piacevole solo per non somigliare a un coglione, ma è pur sempre vero che Twitter non lo conosco, e se lo conoscessi probabilmente come quasi tutto mi farebbe schifo, e se anche non mi facesse schifo avrei poco tempo per starci, quindi poco male.
Ho cliccato, mi sembra, su uno dei Tweet di Spinozalive. Era un Tweet sull’ISIS. Sono finito da qualche parte che aveva a che fare con Twitter, non so bene dove. Forse sulla pagina Twitter di uno dei comici che scrivono sul sito Spinoza.it, se esistono le pagine Twitter. Poi ho cliccato da qualche altra parte che non ricordo, un link esistente su quella ipotetica pagina Twitter, e sono finito in una pagina di foto, forse su Google immagini, che avevano qualche relazione con l’ISIS. Fino a quel momento le uniche immagini collegate all’ISIS che avevo visto le avevo trovate sul sito Repubblica.it, dove si vedono solo (o almeno io avevo visto solo) i brevi filmati in cui gli ostaggi prima di essere decapitati accusano gli Stati Uniti o la Gran Bretagna per la miope e aggressiva politica estera. Quei brevi filmati tra l’altro sono anticipati dall’avviso che le immagini seguenti potrebbero turbare la sensibilità degli utenti, per cui la prima volta che ho visto quei filmati pensavo - con una forma perversamente inebriante di ambiguo terrore che sarebbe meglio non ammettere - di vedere una decapitazione, invece niente. Il filmato si interrompe prima.
Il mio interesse per l’ISIS, e forse non solo il mio, è legato a quella che si potrebbe definire come morbosa fascinazione per il male assoluto: tema che riporta a tutta una galleria di soggetti inzuppati nella cattiveria distillata tra cui il posto d’onore, nella mia testa, occupa Stavrogin, personaggio dostoevskijano demoniaco che come tutti sanno o dovrebbero sapere prima di ammazzarsi scrisse un biglietto su cui si trova la più bella frase della storia della letteratura universale.
Qualche tempo fa per via di questo interesse ho dato un’occhiata anche a quello che c’è scritto sull’ISIS nel sito Wikipedia.it. Tra le varie informazioni mi ha colpito il fatto che dall’ISIS sin da subito o quasi subito ha preso le distanze Al Qaeda, per via dell’eccessiva violenza che contraddistingue l’ISIS e che Al Qaeda, se ho capito bene, non condivide. Quell’informazione mi ha ricordato che il pensiero migliore che io sia riuscito a formulare in tutto l’anno 2013 è stato ‘c’è qualcuno nel mondo che scopa meglio anche di Rocco Siffredi’, pensiero che la dice lunga tra l’altro sulla qualità delle mie riflessioni nel temibile anno 2013.
In quella pagina di Google immagini, se era Google immagini, che mi si è aperta non so dove e non so come, erano visibili le foto delle decapitazioni. In una si vede un uomo steso per terra, di sera, e un altro uomo dietro di lui, in ginocchio, che appoggia il coltello sulla gola di quello a terra, mentre tutto intorno altri uomini osservano la scena apparentemente senza trasporto anche se una pozzanghera di sangue già si allarga nei pressi delle scarpe di quegli uomini. In un’altra foto si vede la testa di uno degli ostaggi americani dentro una scatola. La testa sembra essere stata appoggiata con cura. Gli occhi sono chiusi. Nessuna smorfia di dolore è rimasta sulla faccia. Sotto la testa l’inizio del collo tranciato abbastanza bene ma non benissimo, con una specie di piccolo gradino. In un’altra foto si vede l’ostaggio americano col mento all’insù mentre il boia gli taglia la gola. Il boia tiene su il mento dell’ostaggio con un dito o con due, con la calma e la perizia tipica dei migliori barbieri. Si vede appena uno degli occhi dell’ostaggio, che sembra tranquillo, o solo arreso.
Mentre guardavo quella foto ripensavo a Graziano, il barbiere di Imola che mi faceva la barba quindici anni fa nel più completo silenzio, e che quando aveva completato il lavoro mi toglieva il telo di dosso, poggiava il rasoio sul bordo del lavandino, afferrava un lungo pettine ambrato in cui erano solitamente annidati tra i trenta e i trentacinque unti capelli bianchi e mi diceva: una pettinatina? 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  05.09.2014 | 17:17
Di tutto compreso niente
 
 

C’è chi un giorno la chiamerà sindrome di Kramer, dal nome del giocatore di calcio tedesco che ha giocato la finale dei mondiali di Rio ma non ne ha memoria. E se accadrà Gaetano Curreri, che ha scritto una canzone il cui testo recita ‘è stato bellissimo ma non mi ricordo niente’, forse potrà aversene a male.

Io del matrimonio di Luke non è che non ricordo niente, diciamo che ricordo poco. Qualche dettaglio, forse neppure i più rilevanti.

Ricordo che una volta usciti di casa ho messo sul seggiolino dell’auto Nora, e Camilla ha messo la cintura a Agata. Ricordo che ho lasciato l’auto e la chiave dell’auto in un garage di via San Felice. Ricordo che avevo una cravatta blu elettrico e Camilla un vestito verde tipo tuta molto bello. Ricordo che abbiamo camminato veloce per non fare tardi, e poi come mi succede sempre quando sono arrivato ho visto che ero in anticipo e mi sono dato del coglione.  Ricordo che la chiesa ortodossa di via Sant’Isaia era piccola e luccicante, che la sposa quando è arrivata era grande e luccicante, che lo sposo non era né piccolo né luccicante ma in compenso era felice come mai mi era capitato di vederlo. Forse anche la sposa era felice, ma era difficile capirlo per via del cappello con veletta. Anche il prete, o pope, era a suo modo felice.

Ricordo che quando io e un’altra signora siamo stati chiamato dal prete o pope in qualità di testimoni a tenere una corona d’oro sollevata dieci centimetri rispettivamente sopra la testa di Luke e di Rita ho pensato che fosse un  lavoretto facile facile. Dopo trenta secondi ho pensato che fosse facile ma non facilissimo. Dopo due minuti ho pensato che fosse mediamente difficile. Dopo circa cinque minuti mi è venuto in mente che Luke il giorno prima mi aveva detto che avrei dovuto tenere sollevata la corona per circa venti minuti e ho vacillato. Dopo altri tre o quattro minuti l’altra testimone ha cambiato mano con cui reggere la corona, e a quel punto mi sono sentito autorizzato anch’io. Da quel momento ho ragionato secondo per secondo, se è possibile ragionare secondo per secondo, e ogni novanta secondi circa ho cambiato mano. Ricordo che ho pensato che se la corona mi fosse scivolata dalle mani Luke e il prete o pope, per diversi ma simili motivi, sarebbero stati un po’ meno felici, e la sposa meno luccicante.

Ricordo di aver pensato che quel matrimonio, anche se non somigliava per niente a quello di French, per certi versi somigliava a quello di French. Per esempio per il suo essere esattamente come doveva essere. O per fare un altro esempio per il suo essere uno di quei matrimoni in cui può succedere di tutto compreso niente.

Ricordo che l’agriturismo in cui era prevista la cena e il pernottamento era bellissimo, e ricordo che quando son salito su per la stradina a piedi e ho visto il prato e i tavoli a ferro di cavallo mi sono sentito bene come quando andavo alla cantina dei suonati e entrando nella grande sala giravo la testa e vedevo la batteria gli amplificatori le casse i microfoni le aste dei microfoni e tutto il resto e a quel punto non mi sentivo come a casa solo perché alla cantina dei suonati mi sentivo a casa più che a casa.

Ricordo che la sera dopo il matrimonio ho bevuto molto vino rosso tanto che mi si è annerito un dente e che poi io e Jack Attilio abbiamo suonato a turno la chitarra, che lui aveva imparato un sacco di accordi strani tipici delle canzoni brasiliane e le canzoni brasiliane sapeva pure cantarle con voce brasiliana, mentre io ero ancora lì a fare le stesse stronzate di sempre, la canzone dei cinque cereali, t’appartengo di ambra e cose così, ricordo anche che quando è arrivato da Imola Andrea con due valigie cariche di bonghi e delle scarpe dalla suola liscia che non gli hanno impedito di aggredire a ampie falcate una salita ripida stile Annapurna ho pensato che fosse una specie di misterioso privilegio essere amico di un batterista che arriva di notte con due valigie piene di bonghi per suonare t’appartengo di ambra insieme a me e a Jack Attilio in onore di Luke che nemmeno conosce.

Ricordo che mentre eravamo lì a suonare le nostre stronzate uno dei russi parenti della sposa che aveva in corpo una quantità di alcool difficilmente quantificabile e altrettanto difficilmente compatibile con la vita ha cominciato a urlare qualcosa, una richiesta per la band che eravamo o qualcosa del genere, e allora a me è venuto in mente che da qualche parte Paolo Nori ha scritto che ai russi piace molto Toto Cutugno per cui io ho attaccato col ritornello dell’italiano che sempre secondo Paolo Nori dovrebbe essere l’inno nazionale italiano e quel russo ha cominciato a battere le mani e i piedi e a dire carasciò e a alzare il bicchiere con entusiasmo e io mi sono sentito come dovrei sentirmi sempre, vale a dire come un cantante coi controcazzi turgidi e sgocciolanti.

Ricordo che il giorno dopo siamo stati attorno alla piscina dell’agriturismo una quantità invereconda di ore, che abbiamo mantenuto una condotta di vita che fino al giorno prima pensavo circoscritta alla zona di Hollywood e che abbiamo mangiato soltanto gamberi e astici e bevuto unicamente spumante, ricordo che un’amica di Luke ha dato una rispostaccia a Agata ma Agata stava così bene a fare tuffi in quella piscina che non ci ha fatto caso, ricordo che Camilla si muoveva con la disinvoltura tipica di chi è a proprio agio, ricordo che Nora non ha fatto nulla di particolare se non dimostrare una volta in più di essere superiore all’umanità nel suo complesso, ricordo la pace che ho provato quando ho percepito in tutta la sua sconcertante essenza la realtà della definizione di famiglia felice, di mia famiglia felice, ricordo che tutte le persone che hanno ciondolato attorno a quella piscina sono state bene o benissimo: la sposa, felice e ancora scintillante, lo sposo, felice e un po’ meno scintillante, la cugina della sposa che ha preso in simpatia Agata e le ha fatto fare tutti e balletti, tuffi e balletti, tuffi e balletti tutto il giorno, il russo amante di Toto Cutugno che poi forse era il marito della cugina della sposa, tutti gli altri di cui non mi ricordo ormai più perché la sindrome di Kramer, si sa, non scherza un cazzo.


Nella foto un prodigioso balzo della futura campionessa Idioziaca del salto in fungo da piscina.

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  14.08.2014 | 15:19
Opzione Meninas
 
 

Il post precedente avrebbe dovuto intitolarsi ‘opzione autoscatto’. Non ricordo tutti i passaggi che mi avevano portato a questo titolo. Non mi ricordo nemmeno i passaggi che mi hanno portato poi a escluderlo. Mi sembra però che l’idea all’inizio fosse di concludere quel post con me che dopo aver ricevuto dalle mani della nuova proprietaria biellese di pizza e maccaronì il menu del ristorante ricomincio a pensare alla foto di noi nove – io Gianf Lucciola Andrea Filippo Silvia Betta il vecchio e la vecchia – chiedendomi chi avesse scattato quella foto e escludendo per qualche motivo non del tutto chiaro l’opzione autoscatto, forse per via della generale ubriachezza poco compatibile con le competenze neuromotorie necessarie per scegliere e mettere in atto l’opzione autoscatto.
Escludendo l’opzione autoscatto pensavo che qualcuno dovesse aver fatto quella foto, ma non riusciva a venirmi in mente nessuno che potesse averla fatta, perché ero quasi sicuro che quella foto fosse stata scattata molto tardi, dopo l’uscita dal ristorante dell’ultimo cliente. E allora o si ipotizza che la foto la fece qualche altra persona presente al ristorante fino a tardi, un non-cliente, un amico, magari un familiare, familiare di cui però non ho alcuna memoria e che d’istinto tenderei a escludere, visto che associo quel vecchio e quella vecchia a una sorta di inscindibile unicità arcaica avulsa dal resto dell’universo, o si torna alla già scartata opzione autoscatto.

Un’altra delle cose che pensavo di scrivere in maniera diversa nel precedente post riguarda Chrissa, la proprietaria dell’appartamento in cui io, Camilla, Agata e Nora abbiamo soggiornato a luglio. Chrissa nel post avrebbe dovuto avere molto più spazio di quello che poi ha avuto. Avrebbe dovuto avere più spazio perché in quelle due settimane Chrissa è stata importante per diversi motivi.
Uno di questi motivi ha a che fare col suo modo di gestire le situazioni, che riesco a definire soltanto utilizzando l’aggettivo ‘torpido’ o qualche sinonimo. Chrissa è infatti la persona più torpida del mondo, e a me piacciono le persone torpide. In qualsiasi momento capiti di interagire con lei, a mezzogiorno, alle tre di pomeriggio, all’una di notte, sembra che si sia appena svegliata. E il più delle volte secondo me è effettivamente così.
Un altro dei motivi per cui è stata importante - motivo in parte collegato col primo - ha a che fare col fatto che Chrissa era in grado senza far niente di mettermi a mio agio, di pacificarmi e di rendermi allegro. Ci riusciva con me come con tutti gli altri ospiti dell’albergo. E anche questo a me - come a tutti gli altri ospiti di quell’albergo e di qualsiasi albergo - piace.
Il terzo motivo per cui Chrissa è stata importante – e questo terzo motivo credo sia a sua volta collegato al secondo, ma forse non al primo - ha a che fare col fatto che quando parlavo con lei io me la immaginavo sempre mentre cagava. Tutte le volte. Le parlavo magari di Porto Katziki, o del Remezzo Club, o del pub Zeus di Vassiliki, o di una birra Amstel ghiacciata che avevo bevuto ad Amousso Beach, e intanto me la vedevo seduta sul water del bugigattolo adiacente all’albergo in cui abitava, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, le gambe appena aperte coi piedi leggermente convergenti, le mutande e i pantaloni abbassati, un lieve grugnito appena trattenuto al momento dell’uscita del pezzo duro, un rivolo di sudore sulla tempia e una gran puzza di merda aleggiante nel cesso. Mi piace molto parlare con chi riesco a immaginare com’è mentre caga. Forse non era lo stesso per gli altri ospiti dell’albergo.
L’ultimo dei motivi per cui Chrissa è stata importante e quindi avrebbe dovuto avere più spazio nel precedente post ha a che fare col fatto che lei e Stephanos, suo marito, hanno preso molto sul serio la mia ricerca del ristorante in cui venne scattata quella foto.
Così sul serio che suo marito, come ho accennato nel precedente post, nel poco tempo libero a sua disposizione in quelle giornate è andato a fare indagini per tutta l’isola, o forse non per tutta l’isola ma per la metà meridionale dell’isola, o forse nemmeno per la metà meridionale dell’isola ma solo nel paese di Vassiliki e al massimo cinque chilometri a oriente e altrettanti chilometri a occidente di Vassiliki, comunque poco importa il raggio di spostamento, conta quell’indagine svolta con la sua lenta e lercia macchina, la foto incastrata dietro il volante e davanti al tachimetro, le giuste domande poste agli amici e ai conoscenti con la sua voce bassa, profonda e anch’essa torpida. E a costo di dire una cosa ovvia, non è che fosse esattamente obbligato a fare quello che ha fatto. Anzi, non solo non era obbligato, ma io gli avevo chiesto informazioni su quel ristorante senza dare molto peso alla cosa, come se la mia fosse solo una vaga curiosità e non qualcosa – come era – che non dista molto dal confine con l’ossessione nostalgicamente solipsistica.
Così sul serio che quando uno degli ultimi giorni ho chiesto a Chrissa informazioni sulle modalità di pagamento del soggiorno all’hotel di sua proprietà, lei ha cominciato a parlarmi del ristorante dei due vecchi. Io le chiedevo se si poteva pagare con la carta di credito e lei mi rispondeva che Stephanos aveva finalmente capito chi erano quei due vecchi. Io le chiedevo se bisognava pagare il giorno della partenza o il giorno prima e lei mi rispondeva che la vecchia era morta da tempo e il vecchio faceva il tagliaboschi o almeno l’aveva fatto per un po’ e ora non sapeva cosa faceva né se era ancora vivo. Io le chiedevo se andava bene un bonifico e lei mi rispondeva che adesso il ristorante era di una famiglia italiana, si trovava sulla strada per Nidri, dopo Marantochori, proprio all’altezza della deviazione per Sivros.

Qualche giorno fa ho mandato a Chrissa una mail per farle sapere che Camilla ha scritto su Tripadvisor una recensione lusinghiera del suo albergo. Le ho scritto anche ci mancano molto, lei, il suo albergo, l’isola.
Chrissa, tredici minuti dopo essersi svegliata da un lungo sonno e trenta secondi dopo aver cagato un cilindrone di quelli che fanno muggire, ha risposto alla mail dicendo che la figlia dei due vecchi è andata da lei. Voleva vedere la foto. Voleva notizie. Voleva capire chi era che stava cercando i suoi genitori.
Ho letto quelle parole con l’allegria che Chrissa a quanto pare non riesce a non infondermi, poi ho cominciato a pensare a questo post, e mentre da un lato mi imponevo di non escludere almeno questa volta ‘opzione autoscatto’ come possibile titolo, dall’altro mi tornava in mente un quadro di Velasquez che secondo un mio professore di filosofia aveva dato il via alla pittura moderna o qualcosa del genere, un quadro che mi sembrava avesse molto a che vedere con quella foto anche se non riuscivo a capire come, forse per via dello svelamento, non so, non ci capisco niente io né di pittura né di svelamenti, e così, nel dubbio, ho scelto qualcosa di solo apparentemente salomonico. 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  27.07.2014 | 15:09
Il mondo tende al terribile
 
 

L’ultimo pomeriggio prima di tornare a casa sono andato al supermercato del paese e lì davanti ho visto che c’era un  ragazzo col ciuffo impomatato che se ne stava appollaiato su una scala alta e stava finendo di montare sopra l’entrata un rettangolone a led luminosi in cui stavano già scorrendo le offerte migliori e i saluti di benvenuto ai turisti in diverse lingue tra cui l’inglese e il greco, allora quello che ho pensato è stato che i cambiamenti avvengono, avvengono sempre e in un certo senso avvengono in fretta e quelli che per esempio avevano lasciato il paese quella mattina non sapevano che adesso sopra l’entrata del supermercato c’era un rettangolone a led luminosi con scritti saluti e offerte a meno che il ragazzo non avesse cominciato già la mattina quel lavoro, e se il ragazzo aveva già cominciato la mattina quel lavoro comunque di sicuro quelli che avevano lasciato il paese il giorno prima non ne sapevano niente e non avevano idea che quel supermercato ora era un supermercato più tecnologico di quello che risultava a loro e magari in quel momento erano già a casa a disfare le valigie pensando che quel paese è così arretrato da non avere neppure un supermercato sormontato da un rettangolone a led luminosi, e mentre mi concentravo sull’immagine del turista distrutto e abbronzato che fa ritorno a casa e ripone le magliette pulite dentro l’armadio chiedendosi se mai il supermercato di quel paese si metterà al passo coi tempi non riuscivo a capire se quel pensiero era dovuto alla ricerca di un argomento qualsiasi per un post che avevo voglia di cominciare prima possibile o se si trattava del riemergere della mia fissazione per la questione del cambiamento che era indiscutibile e quasi cronica perché da quando ero arrivato due settimane prima non avevo fatto che confrontare il paese di oggi e quello di vent’anni fa, e ogni differenza tra il novantaquattro e il duemilaquattordici mi disturbava tanto da offendermi a partire dalla prima che avevo verificato appena giunto al paese quando avevo visto che la discoteca chiamata remezzo club in cui io e gli altri avevamo passato almeno metà delle serate di quella vacanza del novantaquattro e non solo avevamo passato metà o più di metà delle serate di quella vacanza ma avevamo passato le serate migliori di quella vacanza e di quella estate e di quell’anno e forse di tutto quel decennio pieno di serate belle, quando avevo visto che il remezzo club di fatto non esisteva più e tutto ciò che ne rimaneva erano un bancone polveroso un pavimento sudicio e sdraio ammassate e mezze marcite dentro una stanza chiusa sormontata da una scritta antica priva di led luminosi che aveva perso la erre iniziale e che rendeva il remezzo club un emezzo club che nonostante le apparenze aveva men che dimezzato anzi azzerato il valore di quel posto così evocativo, e quella scoperta era stata amara perché le serate al remezzo club erano state le migliori del decennio che a sua volta era stato il decennio della mia vita migliore in assoluto e le notti sulla spiaggia appena fuori dal remezzo club forse erano state persino migliori delle serate passate dentro al remezzo club, ma tutto sommato questa faccenda del remezzo club era una scoperta solo per modo di dire perché chrissa che era la donna che gestiva l’hotel che ospitava me e la mia famiglia questa volta e che tra l’altro era separato dal campeggio che aveva ospitato me e i miei amici vent’anni prima solo da uno dei corsi d’acqua più striminziti e sudici e meno scorrenti che esistano, vicinanza che chiaramente non era un caso ma una precisa scelta fatta da me e camilla per ricreare condizioni simili a quelle di vent’anni prima, perché chrissa a cui avevo chiesto settimane prima via mail notizie sul remezzo club mi aveva già anticipato sempre via mail che il remezzo club aveva chiuso ma non mi aveva detto niente delle altre cose che erano cambiate rispetto al novantaquattro, e non me l’aveva detto perché io non le avevo chiesto nulla se non quella cosa sul remezzo club, e non le avevo chiesto nulla perché preferivo illudermi che esistesse tutto uguale identico a vent’anni prima anche se sapevo benissimo anche prima di partire che sarebbe stato per certi versi terribile trovare tutto identico come sarebbe stato terribile trovare tutto diverso, e questo perché la mia opinione è che il mondo tende al terribile, sempre, comunque e a prescindere, e tra le cose che non avevo chiesto a chrissa se erano cambiate e ho poi scoperto che erano cambiate c’era il pub zeus sulla via principale del paese che esisteva ancora ma non accoglieva più le candele o per meglio dire i lumini sulle mensole, cosa che può sembrare di poco conto se non si considera che una di quelle candele o lumini vent’anni prima mi si era accesa in mano da sola quando l’avevo afferrata, altra cosa che può sembrare di poco conto se non si considera che quella candela o lumino che si era accesa da sola doveva servire a illuminare tenuemente e sinistramente una seduta spiritica da svolgere sulla spiaggia accanto al remezzo club teatro delle migliori notti del decennio del secolo e del millennio ma non certo migliori per motivi esoterici, tutt’al più esotici, altra ulteriore cosa che può sembrare di poco conto se non si considera che quell’accensione automatica aveva sconcertato me e i miei quattro amici e le due ragazze che avevamo appena conosciuto così tanto che poi quando eravamo usciti dal pub zeus con quella candela o lumino in mano su quella stessa via avevamo incrociato una vecchia che noi tutti eravamo e siamo ancora pronti a giurare, tutti e sette noi, io gianf filippo andrea lucciola betta e silvia, che non aveva occhi ma solo fosche caverne in zona oculare, una vecchia inquietante che insieme alla faccenda della candela o lumino ha segnato le successive stagioni e i successivi anni tanto che persino nel novantanove o nel duemilauno bastava dire tra noi vecchia senz’occhi per cadere tutti nel silenzio dell’angoscia anche se fino a un attimo prima giocavamo a incendiarci le scoregge, e tra le altre cose che non avevo chiesto a chrissa se erano cambiate e ho poi scoperto che erano cambiate c’era il bar sulla spiaggia di amousso beach o ammouso beach o ammousa beach che vent’anni fa era gestito da quelle che sembravano tre sorelle meravigliose ma forse erano due sorelle meravigliose e una cugina meravigliosa ma può anche darsi che fossero tre amiche meravigliose senza legami di parentela o addirittura due ragazze meravigliose e una solo carina perché si sa che quando ci sono tre ragazze di cui due bellissime e una solo carina quando poi dopo anni ci ripensi te le ricordi tutte e tre bellissime, senza distinzioni e senza discriminazioni, fatto che sia che le ragazze fossero parenti sia che fossero amiche sia che fossero belle tutte sia che fossero belle solo due su tre questo non incide sul fatto che adesso a gestire il bar di amousso o ammouso o ammousa beach non ci sono né sorelle né cugine né ragazze meravigliose o carine ma solo uomini e neanche splendidi per come la vedo io e per quello che conta, e quegli uomini mediocri non cucinano merdosissime salsine di colori fosforescenti come facevano quelle ragazze meravigliose, salsine che noi sopportavamo, mangiavamo e ipocritamente elogiavamo solo perché a cucinarle erano le tre meravigliose che era nostra intenzione non contrariare per nessun motivo al mondo, no, quegli uomini scadenti adesso vendono unicamente gelati e snack e quei beveroni tipo frappuccino che vanno per la maggiore in grecia, e tra le altre cose che non avevo chiesto a chrissa se erano cambiate e ho poi scoperto che erano cambiate, altroché se erano cambiate, c’era il ristorante di quegli altri due vecchietti appena fuori dal paese, un ristorante che i primi giorni della vacanza avevo cercato a nord a sud a est e a ovest del paese senza trovarlo e avevo poi chiesto a chrissa se esisteva ancora e per spiegarmi meglio le avevo fatto vedere due foto, un primo piano del vecchietto coi baffi e una foto di gruppo con tutti e nove, la vecchietta che ride e mangia in piedi da un piatto che tiene con una mano, il vecchietto che sorride soddisfatto seduto su una seggiola e le braccia poggiate sulle cosce, a torso nudo e coi pantaloni marroni a vita altissima stretti da una cintura anch’essa marrone, andrea filippo gianf lucciola e betta in piedi, chi radioso chi grave chi soave chi indifferente chi assonnato, io e silvia accosciati e malfermi come calciatori ubriachi nella rituale foto prepartita, e chrissa aveva detto che lei non sapeva aiutarmi ma era quasi certa che suo marito stephanos sì perché era originario di quel paese mentre lei era mezza ateniese, e allora poi lei con stephanos ci ha parlato e anch’io con stephanos ci ho parlato e gli ho lasciato la foto non quella di tutti e nove ma quella del primo piano del vecchietto e lui ha preso la foto l’ha osservata annuendo e sussurrando parole greche è entrato in macchina e ha appoggiato la foto sul contachilometri dietro lo sterzo poi è partito per fare le sue indagini e quando è tornato mi ha detto che forse aveva capito di chi si trattava e non era sicurissimo ma molto probabile che quel vecchio fosse ancora vivo ma non facesse più il ristoratore ma il tagliatore di legna e che il ristorante l’avessero rilevato degli italiani che cucinavano la pizza e i maccheroni, e infatti quando poi il giorno dopo con un’ansia in corpo di difficile decifrazione sono andato davanti al ristorante pizza e maccaronì che vedevo per la ventesima o trentesima volta in due settimane ma per la prima volta riconoscevo come il ristorante che in assoluto avevo più rimpianto negli ultimi vent’anni e l’avevo rimpianto non tanto per l’abbondante ouzo che nel novantquattro ci veniva offerto e quasi imposto dai due vecchietti e che noi di nascosto avevamo cominciato a sversare nelle piante attorno al tavolo una giunti al terzo bicchiere colmo servito come aperitivo pre-cena né per le olive che di sicuro avevamo mangiato e che pure dovevano essere state ottime come spesso le olive greche sono ma l’avevo rimpianto perché non ricordo di essere stato più così bene come attorno a quel tavolo mai più o almeno mai più mi è sembrato così bello mangiare e bere insieme ad altre persone, quando poi il giorno dopo sono andato davanti al ristorante pizza e maccaronì è uscita dalla porta d’ingresso e di uscita una signora italiana bionda dall’aria stanca e gli occhi azzurri che mi ha detto desidera? a cui ho chiesto se per caso quel ristorante tanti anni prima era gestito da due vecchietti un uomo e una donna lui sovrappeso e gioviale lei più secca e con un accenno di baff e la signora italiana senza lasciarmi finire mi ha detto che sì anni prima il ristorante era stato di quei due vecchietti ma ora non più ora erano loro i proprietari e dopo aver detto così mi ha consegnato il menu su cui stava scritto che pizza e maccaronì ristorante italiano con forno a legna fa anche pizza d’asporto e delivery.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  06.07.2014 | 23:23
Come
 

Finirà come deve finire, mi dicevo prima della partita. Sì, ma come deve finire? Mi chiedevo poi, senza rispondere.
Non sono riuscito a seguire la finale con continuità. Ero troppo agitato. Fissavo il computer collegato al sito di wimbledon per un game, dopo dovevo trovare qualcos’altro. Stavo al computer per un po’, poi leggevo un capitolo di un libro. Mi rimettevo al computer, dopo tre minuti pulivo i fornelli. Tornavo al computer, tempo qualche scambio e mi mettevo a passare l’aspirapolvere. Pur di fare qualcosa, tra un’occhiata al computer e l’altra, ho lavato a mano dei pantaloni già puliti. Durante il secondo set. Poi li ho stesi e li ho rilavati a metà del terzo set.
A un certo punto, era da un po’ che non andavo al computer, ha chiamato Camilla. Allora, come va? Mi ha chiesto. Te lo dico subito, ho detto io. Sono tornato al computer. 5-2 per Djokovic al quarto set, che aveva vinto due dei tre precedenti set. Considerato che Federer al quarto set contro Djokovic non ha possibilità nemmeno se sta vincendo lui 5-2, era chiaro che la partita ormai era chiusa.
Sta finendo, Federer ha perso, ti chiamo tra poco, le ho detto. A quel punto ho smesso di rilavare cose pulite e ho deciso di seguire gli ultimi minuti del match senza interruzioni. Ormai non ero nemmeno più agitato.
Federer ha tenuto la battuta. 5-3. E questo era facile. Non scontato, ma facile. Poi ha fatto il break 5-4. E questo era difficile, ma tutto sommato possibile. Poi ha ritenuto la battuta. E ci poteva stare. 5-5. A quel punto la cosa più probabile era un altro tie-break, dopo il tie-break del primo set, che aveva vinto lui, e il tie-break del terzo, che aveva vinto Djokovic. Invece Federer ha fatto un altro break. 5-6 per lui. Cosa altamente improbabile e quasi sicuramente destinata a scatenare la rabbia di Djokovic tanto da provocare il controbreak. Dopodiché un tie- break che avrebbe visto trionfare Djokovic. Sicuro. Invece Federer, il vecchio Federer, il vecchio e insicuro Federer incapace di vincere una partita che duri più di due ore, dopo tre ore e mezza di gioco ha tenuto il servizio e ha conquistato il quarto e penultimo set.
A quel punto l’agitazione è tornata oltre i livelli di guardia. Ho letto un altro capitolo del libro, mi sono tagliato le unghie, ho buttato la frutta marcia ancora presente in frigo, già che c’ero ho dato una pulitina al frigo e sono tornato al computer, convinto di scoprire che Djokovic nel quinto e ultimo set aveva piazzato il break iniziale per ristabilire i valori in campo e far capire subito che quanto appena accaduto era solo una specie di contentino per un comunque valido avversario. E invece il break non c’era. Il punteggio era di 1-1.
Ho fatto una veloce valutazione in seguito alla quale ho capito che se non fossi uscito subito di casa l’agitazione avrebbe avuto la meglio, e che per salvarmi non sarebbe stato sufficiente nemmeno un gesto estremo. Qualcosa come passare il mocio sul terrazzo o stirare i tovaglioli.
Ho preso lo zaino, ci ho messo dentro le sigarette, le chiavi di casa e il cellulare. Poi sono uscito senza nessuna meta precisa. Dopo cinque minuti ho incontrato una ragazza. La ragazza mi ha fermato. Scusa, posso disturbarti un attimo? Ha detto lei. Prego, ho detto io. Il carro attrezzi mi ha portato via la macchina, devo andare a prenderla in via del Gomito, ha detto lei. Oh, ho detto io. Di solito non fermo gli estranei, ma non so proprio come fare, ha detto lei. Mh, ho detto io. Devo pagare centosettantotto euro e non li ho tutti, devo tornare a casa con urgenza, abito lontano, ha detto lei. Ah, ho detto io. Mi puoi aiutare? Ha detto lei. Come? Ho detto io. Dandomi qualcosa, ha detto lei. Quanto? Ho detto io. Diciassette euro, mi mancano diciassette euro, ha detto lei. C’è un problema, ho detto io. Quale? Ha detto lei. Non ho il portafogli, sono uscito senza, ho detto io. E non andresti a prenderlo? Sai, devo arrivare a Castel d’Aiano, non insisterei se non fosse una situazione così, ti prego, non so davvero come fare.
E’ stato un attimo.
Tu adesso vai a casa, prendi diciassette euro, torni qui e glieli consegni. Ho pensato. Anzi, fai il brillante e le lasci venti euro. Ho pensato ancora. E lo fai perché, se lo fai, Federer vince il quinto set, la partita e il torneo di Wimbledon per l’ottava volta, superando Sampras e Renshaw che l'hanno vinto solo sette volte e spingendosi ancora un po’ più su nell’empireo dell’inarrivabile leggenda tennistica. Diciotto slam, quattro più Sampras e soprattutto di Nadal, quel porco di Nadal.
Aspettami qui, arrivo subito, le ho detto. Sono tornato a casa, ho preso venti euro, me li sono nascosti nell’incavo del palmo e sono uscito. Nel punto in cui le avevo detto di aspettarmi non c’era nessuno. Ho guardato nei dintorni: nessuno. Sono andato a dare un’occhiata al parco lì vicino: nessuno.
Pazienza, mi sono detto. Il gesto comunque l’ho fatto, quindi è come se questi venti euro glieli avessi dati. Ho fatto tutto il possibile. Ci ho anche messo poco tempo, ho quasi corso lungo la strada. Mi sono detto ancora. L’ho persino cercata al parco, di più non mi si può chiedere. Ho concluso.
Sono tornato a casa, ho rimesso i venti euro nel portafoglio e ho seguito fino alla fine la partita, che è finita come doveva finire.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  16.06.2014 | 23:38
Un post di merda
 

Un nuovo ufficio, un nuovo percorso casa ufficio da memorizzare, un vecchio percorso casa ufficio da dimenticare, una nuova chiave, una nuova serratura, un vecchio mazzo di chiavi da restituire, un nuovo parcheggio, un nuovo muretto basso a rendere più insidioso il nuovo parcheggio, una nuova scrivania, un vecchio computer nascosto sotto la nuova scrivania, un nuovo open space che sembra un bunker antiatomico, un nuovo orario di lavoro, un nuovo compagno di scrivania, una nuova luce sui concetti di servilismo e autoritarismo, un nuovo autogestito smaltimento rifiuti ospitati nei cestini, una nuova assenza di muri che rende per l’appunto open lo space, una nuova incapacità di gestire le cose difficili che somiglia a quella vecchia, una nuova stanchezza onnicomprensiva, una nuova tristezza onnicomprensiva, un nuovo cesso sporco con una falena morta in un bicchiere, un nuovo ritmo di lavoro che ricorda la Corea del Nord anche a chi non sa niente di Corea del Nord, un non del tutto nuovo senso di infinita e onnicomprensiva sconfitta, una nuova cassettiera dall’aria fragile, un nuovo mobile su cui appoggiare cose vecchie, un nuovo rischio di vedere entrare un tossico con un mattone in mano da una voragine creata ad hoc nella vetrata satinata dell’ufficio, una nuova derelitta tachicardia, una nuova giustificabile misantropia, una nuova macchinetta del caffè e un nuovo distributore dell’acqua, un nuovo evidenziatore fucsia accolto in un vecchio portamatite nero, una nuova seggiola fottuta ad una nuova collega in ferie che quando tornerà dalle ferie rivorrà la sua vecchia seggiola, una vecchia e cronica insonnia, una nuova assenza di un telefono fisso, una nuova immagine di un modulo per la richiesta di mobilità che danza nella mia confusa testa di cazzo, un nuovo pavimento incrostato sotto i piedi, una nuova appartenenza non accompagnata da alcun senso di appartenenza, un vecchio zaino buttato per terra e un attaccapanni che non c’è, una nuova ostinazione a non provare nulla che assomigli a una qualsiasi forma di nostalgia, una nuova certificata inadeguatezza, una per niente nuova sciocca indolenza, un nuovo posacenere che tiene aperta una nuova porta, un nuovo fax con un nuovo numero di fax, una nuova fotocopiatrice con nuove funzioni, una nuova ilare disperazione, un vecchio caricabatterie col filo corto, un nuovo telefonino ancora nella scatola, un andare avanti per pura forza di inerzia e con niente di buono da nessuna parte, uno stare come sto che determina una vecchia o nuova impossibilità di scrivere un post che non sia un post di merda.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  04.06.2014 | 22:55
Cinque quarti
 

- Ormai non li conto neanche più.
- No?
- Saranno sette, otto, nove. Ma non li conto più.
- Cosa mi vuoi dire?
- Lo sai.
- Cosa mi vuoi dire, bimba?
- Il lettore si sarà scordato che hai un’altra figlia oltre a Agata.
- Esagerata.
- Non li conto più, ma saranno forse anche dieci post di seguito senza alludere a me.
- Tu dici che non li conti, io dico che non conta.
- E invece conta.
- Non conta. Io penso a te anche quando non parlo di te.
- Stronzate.
- Non sono stronzate.
- Tu dici che pensi a me anche quando non parli di me, io dico che non pensi a me nemmeno quando parli di me.
- E allora a cosa penso quando parlo di te?
- A te.
- Sempre la solita faccenda del solipsismo.
- Con pochissime varianti.
- L’impossibilità di scindere la coscienza dalla consapevolezza della coscienza.
- Si può anche dire così, sì.
- Cosa devo fare, bimba?
- Non lo so.
- Neanch’io.
- Tu dovresti saperlo, però. Mentre io sono autorizzata a non saperlo.
- Non basta questo post? Questo post parla di te.
- No. Parla di te.
- Questa cosa me l’hai già detta.
- Questa cosa continua a essere vera.
- Bimba, mi sento una merda.
- Una merda o di merda?
- Non lo so, forse entrambe le cose. Qual è la differenza?
- Nessuna, se per te autostima e tono dell’umore sono sinonimi.
- Dove hai imparato tutto questo?
- Tre quarti delle cose le ho imparate prima di nascere. Un quarto guardando fuori dalla finestra quando mi lasci da sola. L’ultimo quarto immaginandomi un mondo in cui le sinfonie suonano in cinque quarti.
- Non sono sicuro di avere capito, bimba
- Non importa, papà.
- Buonanotte bimba.
- Buonanotte.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  27.05.2014 | 23:33
Tra uomini e donne
 

Un giorno un intellettuale radical chic di sinistra ha detto a un altro suo amico intellettuale radical chic di sinistra ‘sai, alle prossime europee io voto Tsipras’. Allora il secondo intellettuale radical chic di sinistra ha detto ‘oh, sì, certo, Tsipras’, con l’aria di uno che conosce alla perfezione il programma di Tsipras, quando in realtà lui di Tsipras non sapeva niente, né il programma né altro, tranne il fatto che era un partito che aveva a che fare con la povera e martoriata Grecia.
Poco male, perché neanche il primo intellettuale radical chic di sinistra sapeva nulla di Tsipras, se non che aveva a che fare con la povera e martoriata Grecia.
Il giorno dopo il secondo intellettuale radical chic di sinistra ha detto a un altro intellettuale radical chic di sinistra che conosceva ‘sai, alle prossime europee io voto Tsipras’, e anche questo terzo intellettuale radical chic di sinistra ha detto ‘oh, sì, certo, Tsipras’ con l’aria consapevole, quando in realtà tutto quello che sapeva su Tsipras era che si trattava di un partito che aveva a che fare con la povera e martoriata Grecia. E così la vicenda è proseguita, trasmessa da un intellettuale radical chic di sinistra a un altro intellettuale radical chic di sinistra, e nessuno di loro sa che il programma di Tsipras è costituito da un solo punto, e cioè ‘mangiate molta moussakà’.

Mentre mi raccontavo questa storiella la scrutatrice mi ha detto che potevo entrare al seggio numero 73. Sono entrato. La scrutatrice mi ha consegnato la scheda e una matita ben temperata. Mi sono accomodato nella cabina numero 2 del seggio 73, ho appoggiato la matita ben temperata e la scheda sul ripiano e ho cominciato a guardare i simboli dei partiti votabili. Subito prima di entrare al seggio numero 73, e subito prima di escludere Tsipras, avevo escluso Movimento Cinque Stelle, Forza Italia, NCD, Fratelli d’Italia, Scelta Europea, Italia dei Valori, Io Cambio, Verdi e Lega Nord. Restavano SVP e PD.

Stavo per fare una X sul simbolo di SVP ma poi mi sono ricordato che quando ero più piccolo e di politica non sapevo niente pensavo che quelli di SVP fossero tutti neonazisti dediti all’eugenetica, al paganesimo e al sacrificio di camosci sudtirolesi. A quel punto ho riflettuto sul fatto che adesso conosco la politica esattamente come allora, e quindi non avevo motivi per cambiare idea su SVP. E così con la matita ben temperata mi sono avvicinato al simbolo del PD.

Stavo per fare una X sul simbolo del PD ma poi mi sono ricordato di una frase che avevo letto sul fac simile di scheda elettorale che avevo trovato in buchetta qualche giorno prima. Una frase che non ricordavo di preciso ma ricordavo che era piuttosto ambigua e scritta decisamente di merda. Una frase che poi appena tornato a casa ho riletto. Questa frase è ‘è possibile esprimere fino a 3 voti di preferenza scegliendo tra uomini e donne, pena l'annuillamento della terza preferenza’.
Il pensiero di quella frase del cazzo mi ha bloccato. O meglio, mi ha bloccato la consapevolezza che le frasi del cazzo hanno come presupposto il più delle volte un pensiero del cazzo. Così come le grandi frasi hanno come presupposto grandi pensieri. Grandi pensieri che di norma sono semplici e chiari. Penso per esempio al celebre, più volte citato aforisma di Agata Casamichiela, vale a dire ‘certe volte è difficile gestire le cose’, o a una quasi altrettanto celebre frase di Kurt Vonnegut tanto cara a Paolo Nori, vale a dire ‘bisogna essere buoni’.

Nel momento in cui mi è venuto il sospetto che per quella frase del cazzo, che nascondeva un ragionamento del cazzo, non fosse impossibile trovare un colpevole, e che il colpevole fosse il partito che maggiormente aveva favorito o stipulato una sorta di accordo o mediazione o intesa o quel cazzo che è a proposito delle cosiddette quote rosa alle elezioni europee, ho chiuso la scheda senza apporre alcuna X, sono uscito dal seggio numero 2, ho infilato la scheda nell’urna e ho consegnato alla scrutatrice la matita ancora ben temperata.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  15.05.2014 | 23:42
Sulla sconfitta
 

Ieri pomeriggio, verso le tre o tre e mezza, quando tutta una serie di emergenze lavorative si sono risolte oppure si sono dimostrate irrisolvibili quindi in un certo senso non più degne di attenzione oppure ancora hanno rivelato la loro natura di emergenze lavorative rimandabili al giorno successivo, ho lasciato perdere tutti gli schemi excel riguardanti turni e sostituzioni e ho aperto il sito degli internazionali d’Italia di tennis. Sapevo che Federer doveva giocare la sua prima partita del torneo, ma non sapevo a che ora di preciso. Dalla pagina principale del sito ufficiale del torneo ho scelto il link delle partite in atto in quel momento e mi si è chiarita la situazione.
Federer aveva vinto facilmente il primo set, aveva perso il secondo e stava 2-2 nel terzo e ultimo set. L’avversario di Federer era un tennista francese non eccelso, il numero 47 del mondo. Aver perso un set era già piuttosto preoccupante in prospettiva, perché dimostrava uno scarso stato di forma e perché l’avrebbe costretto a una partita lunga e faticosa, col rischio di arrivare stanco alla partita successiva che almeno in teoria sarebbe stata più impegnativa, ma il non essere in vantaggio ma in equilibrio al terzo set era qualcosa più che preoccupante, non dando alcuna garanzia di arrivarci, alla partita successiva.
Dopo qualche minuto sono riprese le emergenze lavorative, ho riaperto e richiuso i file delle sostituzioni e dei turni, ho cercato di gestire in maniera dignitosa le nuove urgenze: il tutto  senza mai chiudere la pagina degli internazionali d’Italia di tennis.
Dopo il 2-2 Federer ha perso due giochi consecutivi, subendo un break e avvicinandosi pericolosamente alla sconfitta, ma a quel punto è subentrato l’orgoglio del campione. Federer ha centrato il controbreak e a partire da quel momento, senza grossi colpi di scena, senza alcun evidente prevalere di un tennista sull’altro, il match si è trascinato fino al tie break, quello che i francesi conterranei di quel tennista non eccelso numero 47 del mondo chiamano con didascalico sciovinismo jeu decisif, e che infatti è decisivo perché chi vince quel gioco vince il set, e chi vince quel gioco al terzo set di una partita due su tre vince il match.
Nel frattempo si erano fatte le quattro, entro breve sarei dovuto uscire dall’ufficio per andare a prendere Agata, non volevo saperne di chiudere il collegamento con il torneo e in più restavano da risolvere alcune questioni lavorative di quelle parzialmente risolvibili e non del tutto rimandabili.
E’ stato allora che è successa una cosa singolare. Ho cominciato a sperare che Federer perdesse, l’ho desiderato con una forza malata e pulsante, l’ho quasi preteso. Federer doveva perdere al primo turno di un torneo che avrebbe potuto vincere dato lo stato di forma degli avversari. Doveva. Era giusto. Lo volevo.
Mentre ero lì che rispondevo al telefono di lavoro cercando di gestire il gestibile non toglievo gli occhi dallo schermo, e ogni punto di Federer mi faceva infuriare così come ogni punto del francese non eccelso numero 47 del mondo mi deliziava. Sono arrivati sul 5-4 per Federer. Poi sul 5-5. Poi sul 6-5 per Federer. Match point. Sul match point per Federer ho avuto un attimo di sbandamento, la vaga speranza che una sua vittoria mi togliesse dalla testa quei pensieri malsani mi ha fatto vacillare, ma si è trattato di un secondo. Il francese non eccelso numero 47 del mondo ha salvato la situazione con un gran colpo, un dritto stretto in scivolata quasi irripetibile. 6-6. Poi 7-6 per il francese non eccelso numero 47 del mondo. Match point per lui. Errore di Federer, un dritto troppo lungo. Gioco partita incontro per il francese non eccelso numero 47 del mondo. Federer a casa, dai gemellini appena nati.
Quando sul punteggio di 1-6/6-3/7-6 accanto al nome del francese non eccelso numero 47 del mondo è spuntata una specie di V, che indicava la sua vittoria, mi sono sentito benissimo. La certezza di non poter vedere Federer nella finale a cui avrei assistito dopo qualche giorno dalla tribuna acquisiva una solidità scintillante, io ero felice di una felicità strana, febbrile, per certi versi sbagliata, per altri ineccepibile.
In quel momento mi è tornato in mente un passaggio del libro Open di Andre Agassi, un libro discreto, non eccelso, un po’ come il francese numero 47 del mondo. Non certo il capolavoro decantato da tanti tra cui quel Baricco che ha scritto l’ennesima fascetta promozionale vergognosa e bugiarda, un libro le cui recensioni entusiastiche sono spiegabili alla luce delle scarsissime aspettative che circondano le autobiografie sportive o più semplicemente col fatto che molte persone di libri non capiscono un cazzo di niente.   
Il passaggio che mi è tornato in mente si riferiva a una partita di Agassi contro Courier, un giocatore più o meno suo coetaneo, anche lui allievo della diabolica scuola di Mick Bollettieri, uno yankee rossiccio col naso all’insù che nella prima fase della carriera lo sconfisse diverse volte, in particolare la volta raccontata in quella pagina: la finale del Roland Garros del 1991, mi sembra. In quella partita Agassi, giunto al quinto e ultimo set di una partita inizialmente dominata, muta progressivamente approccio al match tanto da arrivare, negli ultimi game dell’ultimo set, a voler disperatamente perdere. E Agassi perde.
Mentre ricordavo questo e altri match di Agassi, compreso il match del 2005 in cui perse con un Federer all’apice della carriera, mentre chiudevo la pagina del sito degli internazionali d’Italia e spegnevo il computer, mentre staccavo un post it, lo attaccavo sulla scrivania e ci scrivevo sopra qualche appunto su questioni lavorative forse risolvibili o forse no, mentre guardavo l’orologio accorgendomi che non avevo più tempo e dovevo andare subito a prendere Agata mi sono reso conto di una cosa che in realtà sapevo già.
Quel vecchio adagio secondo il quale, nella lotta tra te e il mondo, faresti bene a stare dalla parte del mondo non è solo un aforisma di Frank Zappa efficace quasi come quello di Agata che ho scritto in un altro post, vale a dire ‘certe volte è difficile gestire le cose’. Quel vecchio adagio è anche la constatazione di un qualcosa che accade talmente spesso da essere quasi banale, assecondando un perverso desiderio di sconfitta che sonnecchia in molti essere umani oltre ai masochisti certificati.
O almeno sonnecchia in me che - non sono sicuro che c’entri col discorso precedente ma non mi sentirei di escluderlo -, adesso che sto per cambiare ufficio, trasferendomi da un ambiente in cui sto molto bene a uno in cui so già che starò peggio, passando da una bella zona a una zona di merda, abbandonando un gruppo di colleghe con cui vado tutto sommato d’accordo  per unirmi a un altro gruppo di colleghe con cui difficilmente sarò altrettanto a mio agio, adesso che ho la certezza di passare gli ultimi giorni di una situazione idilliaca che precedono i primi giorni di una situazione del cazzo, io non solo non sono per niente preoccupato, né triste, ma anzi non vedo l’ora di farlo, questo cazzo di trasloco, ho una fretta bestiale di stare di merda, aspiro al peggioramento, ho la necessità di vedere accresciuto quanto prima il mio disagio, e la cosa più sensazionale, diciamo così, in questo abbandono degli istinti più apparentemente fisiologici, nonché l’aspetto che mi ricollega alla partita di Federer di ieri e di Agassi del 1991, è che anche nel mio caso l’idea della sconfitta, della ricerca della sconfitta, della consapevolezza della pacificazione nella sconfitta e grazie alla sconfitta, ha un cazzo di ruolo anche se di difficile definizione. 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  21.04.2014 | 22:35
Quarantamila
 

Passeggiavo sotto i portici di Imola. Nella vetrina di una libreria ho notato un libro. L’autrice del libro di cognome faceva Testagrossa, o Festagrossa, o TestaRossa, o Cacciagrossa. Il titolo del libro non l’ho nemmeno visto. Quello che ricordo benissimo è quanto scritto sulla fascetta promozionale, che recitava: ‘un’autrice da duecentomila copie’. In realtà non è vero che lo ricordo benissimo. Forse c’era scritto ‘un fenomeno da duecentomila copie’, oppure ‘un fenomeno con duecentomila lettori’. Il numero – duecentomila -, quello è sicuro.
Un’altra delle cose quasi certe è il mio successivo non avere schivato valutazioni banali e snobistiche sugli arcani rapporti che sovrintendono ai concetti filosofici di qualità e quantità, valutazioni che hanno la forma di calcoli delle probabilità che per esempio l’autrice Colpagrossa sia in grado di scrivere qualcosa di diverso da merda pura travestita da romanzo, valutazioni che come si può intuire hanno come determinante un’invidia cristallina espressa da uno dei pensieri più miseri che si possano scovare nell’angolo del cervello deputato all’elaborazione e al conseguente insabbiamento dei pensieri miseri: vorrei avere io duecentomila lettori, vorrei essere io il fenomeno, lo vorrei perché non ho bisogno di leggere il suo libro per sapere che sono meglio di lei anche quando scrivo alla cazzo.
E’ stata infatti questa consapevolezza, o meglio quest’idea che ho bisogno di credere sia una consapevolezza e non solo un’idea per evitare di sfaldarmi in pezzi, è stata questa supposta consapevolezza che mi si è squadernata nella testa subito dopo aver letto la fascetta, ma subito dopo quel subito me ne sono vergognato, di questa supposta consapevolezza tutta da dimostrare, e così ho dovuto trovare un pensiero sostitutivo, accettabile, addomesticato. Un pensiero ipocritamente autoassolutorio. Un pensiero simpatico. Un pensiero da blog.
Ho pensato: se mai l’autore della celebre scritta che si trova o forse non si trova più nei pressi della curva Tosa del circuito di Imola, vale a dire ‘Ottavia e Damiano ripensateci’, l’amico o forse a questo punto ex amico di Ottavia e Damiano che non sa oppure ha deciso di non dare nessun peso al fatto che Ottavia una notte che sentiva di sopportare Damiano ancora meno del solito gli ha dato un pugno in bocca tanto forte da farsi male alle nocche e poi quando lui si è svegliato tutto dolorante e stranito lei gli ha raccontato una scusa straordinariamente credibile che aveva preparato tempo prima apposta per occasioni simili, segno di una premeditazione e di una coscienza sporca che gettano un’ombra fosca su Ottavia e di riflesso sul coglione che ha scritto ‘Ottavia e Damiano ripensateci, se mai, dicevo, quel coglione che ha scritto ‘Ottavia e Damiano ripensateci’ alla curva Tosa dovesse scrivere un libro, sulla fascetta promozionale ci sarà scritto ‘un autore da ottocentomila lettori’, perché tanti più o meno devono essere stati quelli che hanno letto quelle parole in tutti questi anni, considerando il Gran Premio e l’Heineken Jammin’ Festival che non era proprio alla curva Tosa ma neppure lontanissimo, e quel numero, ottocentomila, renderà autorevole quel coglione, a seconda che si creda nella proporzionalità diretta o inversa tra numero di lettori e qualità del testo, quattro volte più o quattro volte meno dell’autrice Facciagrossa.
Ma non mi sono fermato qui.
Siccome i pensieri da blog vanno benissimo se per esempio si scrive su un blog, ma hanno poca tenuta se ci si trova a fare della riflessione libera sotto i portici di Imola, mi sono rimesso a pensare a me in termini aritmetici e solipsistici, alla maniera del protagonista del primo libro che ho scritto. Un libro, va detto, di merda. Ho cercato di fare un calcolo. Un’addizione di tre fattori. Numero di lettori di ‘ogni eroe porta due baffi’ + numero di lettori di ‘disturbo pre-traumatico da stress’ + numero di lettori di ‘sformato di fango’.

Sono un autore da duecento copie. Numero che probabilmente non mi dà nemmeno il diritto alla carica di autore. Men che meno fenomeno. Oppure fenomeno forse sì, ma in un certo senso poco lusinghiero.
Nel dubbio, meglio dire che sono una persona da duecento copie. Persona da duecento copie: definizione che mi piace talmente tanto che intitolerei così il mio prossimo eventuale libro: persona da duecento copie. Scelta che potrebbe diventare pericolosa se per caso questo eventuale libro fosse edito da una casa editrice fautrice della fascetta promozionale. A quel punto correrei il rischio di avere una fascetta con scritto il titolo pari pari. Sempre che non sia vietato. Un po’ come dare il nome del padre al figlio senza utilizzare lo ‘junior’. O chiamarlo Dio, che credo non si possa fare almeno in Italia.
O forse il direttore editoriale sarebbe uno di quei tipi spiritosi che scriverebbe o farebbe scrivere ai suoi tirapiedi una fascetta vagamente blasfema del genere ‘altro che persona da duecento copie: Guido Casamichiela: piuttosto duecento volte duecento’, che detta così sembra tanto ma è comunque molto ma molto meno dei numeri che po’ vantare l’autrice da cui sono partito.     

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  09.04.2014 | 23:17
Le cose migliori
 

Di fronte a casa nostra da qualche mese vive una ragazza, sola. Vive all’ultimo piano, come noi. I due palazzi, quello in cui abita lei e quello in cui abitiamo noi, sono alti quasi uguale. Casa sua è piena di vetrate, così vediamo bene dentro casa sua. Ha un gatto. Un computer. Bei mobili. Alti sgabelli. Bassi tavolini. Quando fa le pulizie si raccoglie i capelli come una molletta. A volte prende il sole sul terrazzo. Alla mattina esce di casa con gli occhiali da sole camminando svelta.
L’altro giorno, per la prima volta, ho visto un ragazzo dentro casa sua. Era sabato sera. La ragazza era elegante, più bella del solito. Il ragazzo la baciava, lei sorrideva dall’alto dello sgabello. Ogni tanto lui andava in un’altra stanza, fuori dalla mia vista, lei restava lì. Felice. Sembrava quasi sospirare come in un film muto. Alzava le spalle con allegria. Quando lui tornava visibile si riabbracciavano come si abbracciano quelli che si abbracciano per le prime volte.
Ho continuato a guardarla per un bel po’. Non riuscivo a smettere. Continuavo a pensare che poter guardare una persona felice che pensa di non essere guardata è una specie di privilegio scandaloso e puro allo stesso tempo. I suoi amici, pensavo, non sanno come è quando è felice e solitaria. Io sì. Forse possono immaginarlo. I suoi amici, i suoi genitori, quest’uomo che ha appena conosciuto. Io invece non lo immagino: lo so, la vedo.
Dopo qualche tempo, come mi succede spesso, la mia mente ha cominciato a spezzettarsi, e se una parte ha continuato a gioire della gioia di quella ragazza, un’altra parte ha seguito tutto un altro percorso: un percorso che è passato per un attimo dal ricordo del film ‘la finestra sul cortile’, ha indugiato poi sul capitolo ‘la donna nuda’ di un romanzo che si chiama ‘disturbo pre-traumatico da stress’, assestandosi infine sull’immagine di una scritta che vedevo anni fa vicino alla curva Tosa del circuito di Imola, una scritta che recita ‘mario e adele ripensateci’, o forse  ‘chiara e francesco ripensateci’, oppure ‘elena e flavio ripensateci’. Una scritta che ho sempre odiato così tanto che ancora oggi se devo pensare alla categoria ‘stronzi che non conosco’ di solito uno dei miei primi pensieri va al coglione che si è preso la briga di intervenire nelle faccende di mario e adele, ignorando il fatto che mario ha lasciato adele perché adele una sera gli ha rivelato piangendo che quando torna a casa la sera e lo vede seduto sul divano le viene da vomitare neppure lei sa perché, o nelle faccende di chiara e francesco, sbattendosene le palle del fatto che chiara ha lasciato francesco perché l’ha scoperto mentre faceva sesso telefonico con sua mamma – la mamma di chiara, non di francesco – chiuso nel gabinetto a notte fonda, o nelle faccende di elena e flavio, trascurando del tutto il fatto che elena e flavio un giorno si sono guardati in faccia e hanno capito di non essere più innamorati, e l’hanno capito insieme, e questa intuizione simultanea è stata l’ultimo simulacro di un’intesa che ormai si è sbriciolata per sempre.
Così pensavo, ma mentre pensavo questo non riuscivo a non stare bene pensando nel contempo che le ragazze innamorate, le ragazze al primo appuntamento, le ragazze che sospirano quando il loro ragazzo cambia stanza, le ragazze che alzano le spalle con allegria sedute su alti sgabelli sono tra le cose migliori che possa capitare di spiare da una finestra. 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  20.03.2014 | 23:29
Feim
 

Poco tempo dopo essermi trasferito a Bologna, a luglio del 2002, mi innamorai di una ragazza. Poco tempo dopo essermi innamorato di quella ragazza, la ragazza partì per l’Erasmus. Dopo che la ragazza partì per l’Erasmus iniziò un periodo basato su poche, semplici cose. Continuai a innamorarmi sempre di più di quella ragazza. Le scrissi molte email pensando a lei che mi leggeva con ansia e desiderio in qualche internet point di Granada. Trovai lavoro in una cooperativa sociale. Mi scolai discrete quantità di caffè nel bar sotto casa. Lessi un bel po’ di libri. Soprattutto questo: leggere libri. Tre quarti dei libri migliori che abbia mai letto li lessi allora, tra il 2002 e il 2003. Tra gli altri I Fratelli Karamazov e Don Chisciotte.
A un certo punto di quel periodo, era ormai la primavera del 2003, mi misi a leggere dei libri scritti da autori scandinavi che mi piacquero molto. Libri di Ibsen e Strindberg. Dopo averli letti andai alla Feltrinelli sotto le torri e chiesi un consiglio a un ragazzo che ci lavorava: che altri libri scandinavi potevo leggere? Cosa ci poteva essere all’altezza di Ibsen e Strindberg? Il ragazzo mi consigliò di leggere Fame di Hamsun.
Cominciai a leggere Fame quando quel periodo che era iniziato a luglio dell’anno prima stava già trasformandosi in qualcos’altro. Non ero più tanto innamorato della ragazza in Erasmus. Le scrivevo sempre meno email, email che lei leggeva con poca ansia e rare tracce di desiderio. Mi sentivo inquieto, andavo sempre più spesso al bar sotto casa. A volte senza nemmeno berci il caffè.
Ad aprile del 2003, era il 16 o il 17, verso le quattro di pomeriggio telefonai a quella ragazza e le dissi che non riuscivo a stare più con lei. Lei, dopo un attimo di pausa, mi chiese se per caso avevo conosciuto qualche altra ragazza. Io le dissi di no. Quella stessa sera uscii con la ragazza che lavorava al bar sotto casa.
Fu una serata misteriosa di cui ricordo ormai poco. Ricordo che la barista era in preda a qualcosa. Qualche droga. Io le parlavo di Fame, di come mi sentivo confuso e contraddittorio come il protagonista del libro, annichilito da quella miscela di orgoglio, vergogna, solipsismo e autodenigrazione, del fatto che non capivo quanto questa sensazione fosse autentica e quanto invece giocasse la suggestione, la voglia di essere un personaggio da romanzo. E non di un romanzo qualsiasi, ma di uno bellissimo. La ragazza non capiva niente, farfugliava, rideva a caso, ogni tanto andava al cesso del pub e tornava sempre più sballata. Io continuavo a parlare di Fame e lei continuava a drogarsi. Alla fine uscimmo dal pub. Lei rovesciò il contenuto della borsa sull’asfalto. Poi vomitò vicino alle gomme della mia macchina. Io la riaccompagnai a casa. Lei pisciò per strada prima di sparire dentro il suo appartamento.
Uscimmo insieme altre quattro o cinque volte. Anche senza vomito e piscio furono serate misteriose di cui ricordo pochissimo. L’ultima volta, a casa sua, ascoltammo l’ultima volta che esco con te di Battisti. Forse sapevo già allora che era la canzone giusta. Forse lo capii solo dopo.
Adesso siamo a marzo 2014. Continuo a lavorare in quella cooperativa che mi assunse nel 2002. Ho perso i contatti sia con la ragazza dell’Erasmus che con la barista. Sono di nuovo inquieto, ammesso che abbia mai smesso di esserlo nel frattempo, e ho riletto Fame. Il libro continua a non lasciarmi scampo, e continua a non farmi capire se è lui o sono io. Sono sempre più convinto che i libri migliori che abbia mai letto sono I Fratelli Karamazov, Don Chisciotte e Fame. Che detta così è un po’ come dire che i tre tennisti più forti della storia sono stati Federer, McEnroe e Cancellotti, ma pazienza.

Qui di sotto la mia mezza pagina preferita.

 

Non riuscivo a fare la mia richiesta. La cortesia di quell’uomo mi pareva senza limiti, sicché avevo il sacrosanto dovere di tenerne conto. Piuttosto morire di fame! E uscii.
E neanche quando mi trovai fuori senza saper dove battere il capo, neanche allora mi rammaricai di aver lasciato la redazione senza una corona. Levai di tasca il secondo truciolo e me lo ficcai in bocca. L’effetto fu buono. Perché non ci avevo pensato prima? “Vergogna!” dissi a me stesso “Saresti capace di chiedere a quell’uomo una corona e di metterlo ancora in imbarazzo?”. E mi infuriai sempre più contro me stesso per la mia spudoratezza. “Non ho mai visto una grettezza simile! Gli piombi in casa e gli cavi gli occhi perché ti occorre una corona, cane miserabile! Via, adesso! Fila! Più svelto, lazzarone! T’insegnerò io!”.
E mi misi a correre per punirmi. Passai di corsa da una strada all’altra imprecando contro di me, insultandomi quando cercavo di fermarmi. Così arrivai nella Pilestraede. Quando infine mi fermai, quasi piangendo di rabbia, perché non potevo più correre, tremavo tutto e mi abbandonai su uno scalino.
“No, signore!” esclamai. E per torturarmi ancora mi alzai di nuovo e mi costrinsi a stare in piedi ridendo di me stesso e deliziandomi alla vista della mia fatica. Infine dopo alcuni minuti feci un cenno del capo e mi diedi il permesso di sedermi. Ma scelsi il punto più scomodo della scala.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  25.02.2014 | 15:22
Per questo
 

Non è vero niente che delle cose difficili è difficile parlare. E’ facile, invece.
Dio, per esempio. Di Dio è facilissimo parlare. Io so benissimo come vede le cose Dio. Intendo dire che so perfettamente che progetti ha Dio riguardo a me. Mi spiego meglio.

Dio, che come è noto ha un’ottima memoria, si ricorda che quando ero piccolo credevo in Lui. Andavo in chiesa, mi facevo il segno della croce con le dita bagnate d’acqua benedetta, mi inginocchiavo nei momenti della Messa in cui era previsto inginocchiarsi. Niente da dire, ero bravissimo. La sera prima di dormire facevo un bilancio della giornata che aveva qualcosa di religioso. Mi rivolgevo a Lui, gli spiegavo il perché delle cose che avevo fatto o a cui avevo rinunciato. Lui comprendeva, ascoltava, non interrompeva mai.
Poi, più avanti, ho smesso di interessarmi all’argomento. Mi sono lasciato un po’ prendere dal razionalismo: questo il motivo principale. E il razionalismo e Dio non vanno d’accordissimo. Verrebbe da dire che sono un po’ come il diavolo e l’acqua santa, se non fosse che in realtà diavolo e acqua santa vanno anche bene insieme, seppur con qualche conflitto, a modo loro, mentre razionalismo e Dio secondo me non tanto. Razionalità e Dio ancora ancora, ma razionalismo e Dio no.
Adesso sono in un’altra fase ancora. Dio ricomincia a interessarmi abbastanza, il razionalismo invece non mi appassiona più. Però non posso dire che ci credo. Né che non ci credo. Né a Dio né al razionalismo. O meglio, al razionalismo non ci credo più (quel che doveva fare con me, il razionalismo l’ha già fatto: adesso mi lascia stare, non ho più un conto aperto con lui), mentre a Dio non so se proprio credo, ma se non ci credo, se ancora non ci credo, credo che tra un po’ ci crederò. Neanche tra tantissimo, forse un anno o due.
Per essere un po’ più precisi – posso permettermelo, conosco Dio a sufficienza – le cose stanno in questo modo. Dio, che come è noto oltre alla memoria ha anche la pazienza, sta lì e aspetta. Sa che tra un po’ da Lui ci torno. E non lo sa solo da quando lo so io, cioè qualche tempo, pochi mesi, Lui lo sa da quando sono nato, anzi, da prima, da quando ha deciso che sarei nato – concetto quest’ultimo né razionalistico, né razionale, né biologico né in definitiva umano -, già da allora sa che tipo di percorso avrei fatto (prima fase - frequentazione della chiesa di sant’Agata di Imola con occhio basso e colorito grigiastro, preghiere diurne, riflessioni parareligiose notturne, dita bagnate d’acqua Santa, fioretti a go-go, ricerca del Bene Assoluto un po’ dove capita, attenzione semigiainista a non uccidere le formiche camminandoci sopra, rifiuto di dire le parolacce anche se solo parolacce del cazzo come idiota imbecille scemo etc etc – e seconda fase – convinzione hegeliana di poter spiegare tutto il reale col raziocinio, pensiero magico paradossal-naîf del tipo perdonami Dio ma tanto sappiamo tutti e due che tu non esisti, persino tu che non esisti sai che non esisti, lascia che frequenti il libero pensiero illuminista, non fare il Dio vendicativo del Vecchio Testamento che non ti si addice, etc etc), e sapendolo ha accettato i miei tempi, non ha forzato la mano, un po’ perché è sempre controproducente forzare la mano – Dio lo sa -, un po’ perché tanto non serviva, sapeva che sarei tornato.
E infatti, anche se ancora non sono tornato, è ormai sicuro che tornerò, coi miei tempi (diciamo miei, ma forse sono più Suoi che miei, o forse non sono di nessuno, sono solo tempi, giusti tempi), e così si chiuderà un cerchio o una parabola simile al cerchio o parabola che ha avvicinato me e Agata nei suoi quasi sei anni di vita (Agata da zero a un anno circa mi ha tenuto molto in considerazione, o almeno le servivo un po’ per tutto, dipendeva da me e da Camilla e accettava questa dipendenza senza ribellioni né preferenze. Poi, da un anno a pochi mesi fa è stata in una fase di allontanamento, espulsione, messa in discussione del papà e complementare certezza che le bastasse la mamma per qualsiasi cosa. Adesso, da qualche tempo – ma forse è presto per dirlo con certezza -, Agata si è riavvicinata).
Mi rendo conto che in realtà il parallelismo io/Dio e Agata/papà è sbagliato (io ho trattato Dio meglio di come Agata ha trattato me, soprattutto se ripenso all’orrendo 2009 e al fallimentare 2010), inoltre paragonarmi a Dio, oltre a essere fuorviante in quanto potenziale segnale di ego appena appena ipertrofico che non spiegherebbe perché la maggior parte del tempo io sono convinto di essere una merda, è fuori luogo perché io non ho la Sua memoria, né la Sua lungimiranza, né probabilmente la Sua pazienza (ma di questo non sono sicurissimo: se avessi l’opportunità di parlarne con Giobbe, per esempio, e gli dicessi che secondo me Dio è estremamente paziente, lui, seppure con l’aplomb che l’ha sempre contraddistinto, mi farebbe notare che tra loro due quello paziente non è Dio), ma non importa. Parallelismo giusto o sbagliato, il cerchio o parabola che lega me a Dio e Agata a me ha qualcosa di, come posso dire, perversamente ineccepibile.

E così, se non sbaglio, è dimostrato una volta di più che parlare delle cose difficili non è difficile, ma facile. E’ per questo che io non lo faccio quasi mai.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  04.02.2014 | 23:09
Solo rispondere
 

- Sono quattro.
- Eh?
- Sono quattro o cinque post.
- Quattro o cinque?
- Forse anche sei.
- Cosa mi vuoi dire?
- Quattro o cinque post che parli di Agata.
- Non è vero. C’è stato quello sugli Australian Open, per esempio, Agata non…
- Quattro o cinque post che parli di Agata e non di me.
- Beh, se prendi in considerazione solo quelli che parlano di figlie allora sì, può darsi.
- Tu ti senti in colpa.
- Sempre.
- E’ per questo che l’hai fatto. Ti sembra di trascurarla. Cerchi di compensare coi post.
- Non serve.
- No che non serve.
- Non serve mai.
- Mai.
- Bimba, come si fa?
- Come si fa a fare cosa?
- Come si fa a fare le cose bene?
- E’ impossibile.
- Le cose fatte bene non esistono, vero?
- Forse esistono, ma è come se non esistessero.
- Allora non sto sbagliando?
- Stai sbagliando, invece. Ma è come se non sbagliassi.
- Tutto è uguale a tutto, bimba.
- Tranne quello che non è uguale a niente.
- Non ti seguo.
- Lo so. Sono troppo veloce per te, papà.
- Sei troppo tutto.
- Non esagerare.
- Sei tu che esageri, bimba. Smettila di essere troppo per me.
- Stai cercando di dirmi che è colpa mia?
- Qui nessuno ha colpe.
- Se qualcuno ne ha, non sono io.
- No, certo. Non tu.
- Non sono io ad aver scritto sette post di fila su una figlia dimenticandomi dell’altra.
- Non erano quattro o cinque?
- Smettila di sentirti in colpa.
- Non smetterò. E tu non smetterai di essere troppo.
- Nessuno comincerà mai a smettere niente.
- Sbaglio o questa discussione sta prendendo una piega beckettiana?
- Non conosco abbastanza Beckett per rispondere. E nemmeno tu per parlarne.
- Sbaglio o questa discussione adesso sta prendendo una piega ancora più beckettiana rispetto a due battute fa?
- Ok, papà. Se è così che sai gestire il senso di colpa fai pure.
- Non lo so gestire.
- Lo so.
- E’ solo un modo di rispondere al senso di colpa.
- Sì, lo so.
- Ma di gestire non se ne parla.
- Va bene.
- Gestire non è il mio forte.
- Il concetto è chiaro, papà.
- Se pensi che io sappia gestire qualcosa si vede che non mi conosci.
- Papà?
- Sì.
- Basta così.
- Scusa.
- Non scusarti.
- Scusa per tutto.
- Non scusarti.
- Scusa.
- Non scusarti.
- Erano davvero quattro o cinque post di seguito?
- Forse sei.
- Questo però è su di te.
- No, è su di te.
- No, su di te.
- Non credo.
- E’ importante?
- Non so. E’ importante capire se è importante?
- Bimba, lascia questi giochi a me.
- Ok, papà.
- E’ il mio modo di rispondere al senso di colpa. Non il tuo.
- Lo so.
- Di gestire non se ne parla. E’ solo rispondere.
- Solo rispondere, sì.
- Solo rispondere.
- Solo rispondere.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  28.01.2014 | 23:13
Una foto, millecentosette parole
 
 

 

La prima volta che l’ho vista non me ne sono accorto, nemmeno la seconda, ma la terza o la quarta volta che ho guardato per bene la faccia di Agata ho capito che le somiglio. Quando mi sono accorto che le somiglio (non me ne sono accorto solo io, se n’è accorta anche la mia innamorata, e se se n’è accorta la mia innamorata, che è anche la mamma di Agata, allora deve essere proprio vero che le somiglio, perché la mamma di Agata mi ama, ama la mia faccia e via dicendo, ma come è normale ama più la sua faccia che la mia e vorrebbe assomigliarle più di me) mi sono detto che è una cosa buona assomigliare a una figlia; prima di tutto perché è una prova di paternità certa – messa in dubbio solamente dall’eventuale esistenza di un mio sosia che comunque non ho ragione di temere che esista -, e poi perché assomigliare alla propria figlia è come avere un altro te stesso che ti tiene d’occhio e che controlla che tu non faccia scherzi di nessun tipo a lui che è quasi te, ma piccolo e femmina (quindi somigliante sì, ma con alcune grandi differenze). Un’altra cosa che ho fatto quando mi sono accorto di assomigliare ad Agata è stata guardare un vecchio album di fotografie per vedere se le assomigliavo anche quando ero un neonato come lei. Ho guardato e ho visto che le assomigliavo molto anche da neonato, ma forse le assomiglio un po’ di più ora che sono adulto. Questa cosa mi ha in parte stupito, perché pensavo che fosse più probabile che i neonati si assomigliassero tra loro più di quanto assomigliassero agli adulti, soprattutto in questo caso che è un caso di parentela stretta, ma quello che mi ha stupito senz’altro di più è stato il pensiero successivo. Il pensiero successivo è stato: se assomiglio ad Agata più da adulto che da neonato, allora forse sarebbe stato meglio se da neonato fossi stato più simile a lei che a me.
A questo avrei potuto benissimo smettere di pensare, ma non l’ho fatto; ho pensato un’altra cosa e precisamente questa: se Agata e io ci assomigliamo così tanto adesso, quanto ci assomiglieremo tra qualche anno, quando lei sarà adulta e io non ancora vecchio? L’unica risposta che mi è venuta in mente è che quel giorno ci assomiglieremo ancora più di quanto io oggi assomigli a me stesso. Dopo essermi dato questa risposta mi sono detto: bravo, complimenti, bella risposta stuzzicante, peccato solo che non voglia dire niente, perché nessuno è uguale a un altro più di quanto quell’altro sia uguale a se stesso. Allora a questa affermazione ho ribattuto: questo lo dici tu, vedrai che mia figlia, che poi è anche tua figlia, visto che tu che hai affermato quello che hai affermato altro non sei che un’altra parte di me – un po’ come mia figlia, ma più adulto e meno femmina di lei -, vedrai che nostra figlia, che sarà di certo eccezionale, riuscirà in questa cosa apparentemente impossibile: nostra figlia da adulta sarà più uguale a noi di quanto noi siamo uguali a noi stessi. Questa ribattuta ha per un attimo lasciato di sasso la parte di me che aveva affermato quello che aveva affermato riguardo alla risposta stuzzicante, ma poi questa parte si è riscossa e ha detto a quell’altra: è giusto e tutto sommato apprezzabile che ami così tanto tua figlia da ritenerla in grado di fare cose che a me sembrano impossibili, ma se non vuoi giocarti la tua credibilità è il caso che spieghi come farà Agata da adulta ad assomigliare a noi più di quanto ci assomigliamo noi. Subito dopo quell’altra parte, che evidentemente ci teneva a fare bella figura con la sua antagonista, con il sorriso trionfante di chi pensa di avere in tasca la battuta che porrà fine alla questione, ha detto una cosa che non ha posto in realtà nessuna fine, ma anzi ha stimolato la continuazione della discussione con l’altra parte di me.
Ti spiegherò con un’immagine. Provaci. Guglielmo Tell. Guglielmo Tell cosa? La freccia di Guglielmo Tell. La freccia di Guglielmo Tell cosa? La freccia di Guglielmo Tell dentro l’altra freccia. Non era dentro la mela, la freccia di Guglielmo Tell? Dici che era dentro la mela? Mi sembra di sì, e la mela era sulla testa di suo figlio. E allora chi tirava la freccia con grande precisione dentro l’altra freccia? Non so, forse Robin Hood. Robin Hood non era quello che deviava il corso delle frecce colpendole con altre frecce? Non saprei dirti, può darsi. Che fosse il figlio di Guglielmo Tell, che tirava la freccia dentro la freccia dentro la mela che era stata poco prima sulla sua testa, per non essere da meno del padre? Per quello che so poteva anche essere il figlio di Robin Hood che deviava le frecce tirando altre frecce dentro le frecce, per non essere da meno né di suo padre né di Guglielmo Tell né del figlio di Guglielmo Tell. Ma Guglielmo Tell secondo te assomigliava a suo figlio come noi assomigliamo ad Agata? Difficile dirlo, forse sì; in questo caso c’è da chiedersi se anche Robin Hood assomigliava a suo figlio come noi assomigliamo ad Agata. Non chiediamoci però quanto si assomigliavano tra loro Robin Hood e Guglielmo Tell. No, infatti: non chiediamocelo. Né quanto si assomigliavano i loro figli. Ci mancherebbe altro. Tra l’altro non so tu, ma io non ho informazioni certe sull’esistenza del figlio di Robin Hood. Ah, non guardare me, io ne so meno di te. Chiediamoci piuttosto una cosa più importante. Cioè? Assomiglieremo al figlio di Agata, nostro nipote, ancora più di quanto assomigliamo ad Agata? Non lo so ma sarebbe bello. E al figlio del figlio di Agata, ancora più che al figlio di Agata? Lo so ancora meno ma sarebbe ancora più bello. Fino ad arrivare tra milioni di generazioni ad avere un propropropronipote che rappresenterà il centro del centro della nostra essenza, la più piccola e la più precisa delle nostre matriosche? Chissà.
E’ finita con un chissà questa discussione tra me e me; una discussione che può apparire oziosa ma oziosa non è, perché dimostra che quei brividi quieti che scuotono con dolcezza la parte migliore del mio animo quando tengo Agata in braccio altro non sono che vibrazioni del mio centro che entra in risonanza con il centro del mio centro, con lei, che è allo stesso tempo dentro e fuori, l’unico parto possibile per chi non può partorire, il parto senza travaglio dell’uguale a se stesso. O forse non lo dimostrano, non so.

Ho scritto questa cosa due mesi dopo che è nata Agata.

La foto forse è del 1977.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.01.2014 | 23:07
Gli imminenti AO
 

Ma se è vero come mi sembra sia vero, mi dicevo poco fa togliendo dal culo di Nora un pannolino carico di piscio tiepido, che persino gente che si chiama Nastas’ja Filippovna o Steffy Forrester in alcuni momenti della vita si lascia andare all’equivalente autoanalitico, se si può dir così, del guardarsi allo specchio e dirsi ‘ma che cazzo di merda sono, io?’, quante probabilità ci sono che una persona come quella di cui ho parlato nel post intitolato ‘tanto per fare (un esempio)’, pur restando nel vago forse sbagliando ma come si dice a fin di bene, e comunque ormai quel che fatto è fatto, una persona che fotte senza sosta e senza vergogna i soldi di sua madre, di sua sorella e indirettamente della famiglia di sua sorella, falsificando firme e negando l’evidenza di furti plateali, una persona che non esita a spingersi sempre più in basso e trascinare nella melma la sua orrenda prole che comunque non si tira indietro seppur con gradi diversi di depravato entusiasmo, toccando proprio oggi, quella persona, una vetta di vigliaccheria che sembrava arduo persino per lei scollinare, l’Aprica o il Mortirolo o il Ventoux della sua personalissima miseria del cazzo, il dispetto che diventa dispettuccio, il vezzeggiativo dispettoso dei miei coglioni gonfi e sudati, consistente nell’eliminare dal comò della propria madre (quella a cui ha fottuto ormai tutti i soldi) le foto dei suoi pronipoti, nipoti della sorella a cui pure ha fottuto i soldi, pronipoti che la nonna non vede che d’estate, due o tre volte l’anno, pronipoti di cui la nonna corre ogni giorno il rischio di scordarsi in quanto ha novantacinque anni e la memoria non è più quella di un tempo, e allora le foto potrebbero aiutare a ricordare, eccome se potrebbero, una persona che raggiunge questo limite di piccineria al solo scopo di ferire con tale sottrazione la sorella che in giornata si sarebbe recata nell’abitazione della propria madre, quella ormai senza più un cazzo di soldi in tasca né sul conto per colpa dell'altra figlia, la quale madre vive in casa propria guarda caso in compagnia dell’altra figlia, quella che ruba soldi, parla in falsetto e educa all’abiezione le sue cazzo di figlie di merda, la quale figlia ladra è accampata da sempre nell’alloggio della madre in quanto suo marito non ha mai preso in considerazione l’ipotesi stravagante di dedicarsi a qualcosa per la quale ricevere regolare e legale compenso, in sostanza un fancazzista ignobile che non ha mai lavorato né ha fatto lavorare la moglie, preferendo farsi mantenere dalla suocera che prima ha elargito anche se via via più perplessa e infine non più in grado di difendersi né di comprendere appieno la situazione ha subito quelli che vanno chiamati furti, così come lui, sua moglie e le sue figlie vanno chiamati ladri, ripeto: ladri, niente di diverso da questo: ladri della peggior specie, ladri vigliacchi sfruttatori approfittatori e circonvengenti di incapaci o quasi incapaci, se si dice circonvengenti, se non si dice chissenefrega, quante probabilità ci sono, dicevo, che una persona così risponda nel modo corretto alla domanda, e  cioè ‘beh, se posso permettermi, e credo di sì visto che so bene di che pasta sono fatta, io sono una ***’, dove gli asterischi stanno per tutto quello che ho scritto  da ‘persona che fotte senza sosta’ a ‘vanno chiamati ladri’?

Sono andato in bagno con Nora in braccio, le ho lavato il culo, l’ho riportata in camera, l’ho messa sul fasciatoio e mentre le mettevo un pannolino pulito mi sono detto: più o meno le stesse probabilità che ha Federer di vincere gli imminenti Australian Open battendo 6-3/7-5/6-2 Djokovic in semifinale e 6-1/7-6/6-0 Nadal in finale, concedendosi eventualmente il lusso di servire sul match point dal basso, come fece una volta Michael Chang contro Lendl al Roland Garros.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  21.11.2013 | 16:35
Nel novantacinque ero un coglione
 

Nel novantacinque ero un coglione, ma felice, e quel mio essere coglione e felice lo si capiva anche dal fatto che la mia scena preferita di quel film che avevo appena scoperto ma già apprezzavo moltissimo era l'ultima, una scena che oggi non mi piace più ma a quel tempo, sarà che ero un coglione felice, sarà per qualche altro motivo, mi sembrava bella, e cioè l'ultima scena, quella in cui Lloyd e Harry incontrano le ragazze in bikini che cercano due maschioni che le spalmino d'olio prima delle gare e loro due indicano prima una direzione della strada poi l'altra e le guardano andare via in pullman, cullando il sogno che prima o poi tocchi a loro un'occasione del genere e giocando a tana bastalo antibastalo doppiobollato.
Nel novantasei ero in forma, avevo dell'energia, ma solo per la prima parte dell'anno perché dopo sono finite diverse cose tra cui l'energia ed è iniziato il declino, quel film l'ho visto sia nella prima che nella seconda parte dell'anno, quattro o cinque volte in tutto, non era ancora il mio film preferito anche se capivo che stava per diventarlo, un po' come quando non sei ancora innamorato ma ti accorgi che stai per esserlo e per certi versi ti godi il momento ma per altri no perché hai voglia di passare al nuovo e più completo momento, concetto questo già espresso in un altro racconto quindi per stavolta lascerei perdere.
Nel novantasette sono stato di merda sempre, dodici mesi su dodici, tranne al limite i primi giorni di gennaio che ero a Gallipoli e stavo bene o quasi bene, per il resto nel novantasette sono stato come il porco, malessere continuo, l'anno peggiore della mia vita, non è bastato a renderlo qualcosa di diverso da questo neppure andare a Gallipoli a fare il coglione e cantare insieme a Jack Attilio 'un merlo che vola', la canzone che cantano Harry e Lloyd in un'altra delle scene del film da non sottovalutare.
Nel novantotto mi sono ripreso, non ero ancora a posto ma sentivo che stavo per essere a posto e questo mi aiutava ad essere sempre più vicino all'essere a posto, un meccanismo simile a quello già accennato a proposito dell'innamoramento e del preinnamoramento, e se non l'ho spiegato ma solo accennato prima quando parlavo del novantasei figuriamoci se ne parlo ora che siamo già al novantotto, basti dire che stavo sì bene ma ancora non ero in quello stato di grazia e di invincibilità che mi caratterizzava nel novantuno, nel novantadue e nel novantaquattro, anni in cui avrei perfino potuto come sogna di fare Lloyd quando conosce Mary incendiarmi le scoregge incantando gli amici, cosa che non ho fatto all'epoca solo per scarsa dimestichezza con gli accendini.
Nel novantanove insieme a Claudio e Angelo abbiamo conosciuto due ragazze americane a Rivabella di Rimini e per corteggiarle come si deve abbiamo pensato bene di parlare del film, in special modo della scena in cui Lloyd per prepararsi all'appuntamento con Mary va dal barbiere e quando quello gli fa la barba lui comincia a rantolare con la lingua di fuori e il sangue che gli schizza dal collo, e mentre il barbiere sviene si scopre che si tratta di ketchup che Lloyd nasconde nella mano, alle ragazze americane credo proprio che tutta quella discussione mimata da noi tre italiani sia piaciuta, infatti poi due di noi ci hanno combinato della roba con loro due, io non ero uno di quei due però fa lo stesso, sono stato comunque contento.
Nel duemila sono stato come nel novantasei, sarà che erano entrambi anni bisestili che come è noto hanno reputazione di anni funesti anche se nel mio caso sono sempre stati più funesti gli anni venuti dopo gli anni bisestili, i cosiddetti postbisestili, nel duemila come nel novantasei sono partito benone e ho finito da cazzo, non ho preso psicofarmaci come nel novantasei solo perché sapevo che anche stavolta come nel novantasei avrei smesso per paura di diventare dipendente dopo due settimane che a stento servono per sentire i primi benefici, per fortuna che c'era quel film, come sempre, quello sì che era antidepressivo, nella buona e nella merdosa sorte, in salute e malattia, negli alti che non sono mai molto alti e nei bassi che invece sono sempre bassissimi, chissà perché, misteri delle sinusoidi asimmetriche o quel cazzo che sono.
Nel duemilauno non ricordo cosa ho fatto, probabilmente niente, mi sarò riposato da un duemila in cui avevo bevuto molti cocktail e mangiato stuzzichini indigesti, ma una cosa la ricordo, e cioé che ho imparato a memoria quella che ho capito proprio allora essere la scena del film migliore in assoluto, quella in cui Harry e Lloyd sono al freddo delle montagne rocciose e Harry dice che non si sente più le mani e Lloyd gli propone di prendere il paio di guanti che gli avanzano visto che le mani cominciano a sudargli, al che Harry gli dice 'tu hai avuto questo paio di guanti che ti avanzano tutto il tempo?' e Lloyd gli risponde 'siamo sulle montagne rocciose, eh!' facendo una smorfia bellissima che sta a significare 'non sono mica coglione io', dopodiché Harry insegue Lloyd e quando lo raggiunge comincia a strangolarlo e Lloyd urla 'hai le mani ghiacciate!'.
Nel duemiladue ho ricominciato tutto, sono andato a vivere a Bologna e quando ho conosciuto una ragazza e con quella ragazza ho passato una misteriosa giornata che ho raccontato altrove, non nel racconto in cui ho raccontato del preinnamoramento, da un'altra parte, in un romanzo che ho scritto più tardi, due anni dopo, mi sono convinto che il modo migliore per concludere quella misteriosa giornata fosse vedere quel film con lei, e allora siamo andati insieme in via Zanardi trecento e qualcosa a prendere quel film, e una delle cose più misteriose di quella misteriosa giornata è che non mi ricordo per niente se quel film poi alla ragazza è piaciuto, ma ricordo perfettamente che a me è piaciuto, moltissimo, scena per scena, come la prima volta, come sempre.
Nel duemilatré può darsi che abbia un po' trascurato quel film, quando stavo bene perché stavo bene e quando stavo male perché stavo male, ancora sinusoidi asimmetriche ma non bisestili né postbisestili ma prebisestili, un altro anno iniziato con allegria e concluso strisciando, ma forse mi confondo con qualche altro anno, il novantasei o il duemila o il novantatré, perché in realtà pensandoci meglio forse è stato proprio nel duemilatré che Giovanni mi ha regalato il DVD del film, e se è davvero così allora non credo di avere trascurato il film, ma in fin dei conti può essere, a volte la disponibilità genera il disinteresse, si sa.
Nel duemilaquattro è successo il contrario di quello che è successo le altre volte, ho cominciato l'anno soffrendo ancora per l'onda lunga e melmosa del duemilatré e l'ho finito bene, abbracciando Camilla in un piccolo letto gelato di via Alessandrini, subito dopo Natale, mi sembra nevicasse, una bella notte davvero, e credere che quel film, quel film che esiste sempre, anche quando non lo vedo, non abbia un ruolo in tutto questo sarebbe da ingenui, e io, anche se ingenuo lo sono spesso, stavolta non lo sono, o almeno non lo ero nel duemilaquattro, o lo ero nel duemilaquattro ma non oggi, difficile dire quale di queste possibilità sia quella giusta, forse nessuna.
Nel duemilacinque mi sono interrogato a lungo sull'opportunità di vedere il prequel uscito un paio d'anni prima, un film che dicevano tutti quelli che l'avevano visto che faceva schifo, io ci credevo che faceva schifo anche perché a dirmelo tra gli altri c'erano Claudio e Angelo, che conoscono sia film che prequel molto bene, ma ero curioso come si è curiosi delle cose di cui non si dovrebbe essere curiosi, però alla fine per quanto curioso quel prequel non l'ho visto e credo che non lo vedrò, e farò bene.
Nel duemilasei mi sono accorto di non aver festeggiato l'anno prima il decennale dell'uscita in Italia del film, a quel punto ho cercato di recuperare ricordando nei dettagli la sera di ottobre del novantacinque in cui, coglione e felice, ero andato al cinema Astoria nel quartiere Pedagna di Imola con Enrico, ho ricordato anche che quando eravamo usciti dalla sala Corrado e Andrea erano lì fuori, sui divanetti all'entrata del cinema, e quando li avevo visti gli avevo detto 'oh, bellissimo sto film' e loro mi hanno detto 'eh, lo sapevamo che dicevi così, 'bellissimo sto film', sei un prevedibile di merda, vattene un po' affanculo.'
Nel duemilasette, sarà stata la cinquantesima volta che vedevo il film se ipotizziamo una media di quattro volte l'anno che mi sembra verosimile, mi sono reso conto all'improvviso di aver sempre sottovalutato una delle scene cardine del film, quella in cui il barista del bar dell'albergo offre una birra a Lloyd, ubriaco e triste perché Mary non arriva all'appuntamento, e Lloyd, benché triste e ricchissimo, si esalta per un attimo per via di quella birra omaggio, pensa un po' quanto ci ho messo a cogliere la bellezza della cosa, mi sono detto, e pensa quante altre cose coglierò nei prossimi tredici anni se mantengo questa media, mi sono detto anche.
Nel duemilaotto sono arrivato preparato, preparato chiaramente al peggio, sapevo che quello era un altro anno bisestile e tutto lasciava presagire che sarebbe stato un anno bisestile più sullo stile del duemila o del novantasei che del duemilaquattro, più probabile insomma una partenza col botto e un finale di merda che una partenza di merda che un finale col botto, anche se poi non è vero neanche questo perché il duemilaotto, che poi è l'anno che è nata Agata, è stato tutti i giorni sia di merda che col botto, complesso e ambiguo, l'inizio di un'avventura faticosa e straordinaria come quel viaggio verso Aspen in sella ad una micromoto.
Nel duemilanove tutto è andato a puttane, non si è salvato niente, ho sbagliato sempre e non ho riso mai. Sarebbe bastato vedere anche solo una volta il film, una scena qualsiasi, quella di grande mulo, quella dei peperoncini nel panino di Mentalino che sembra brutta ma è molto bella se considerata con l'attenzione che merita, quella delle civette delle nevi islandesi, quella della pappagallina con la testa attaccata con lo scotch o quella della cara vecchietta sulla carrozzina elettrica, una qualunque, anche la peggiore che forse è proprio l'ultima, quella delle ragazze in bikini, e invece niente, non l'ho visto neppure una volta, evidentemente volevo punirmi per qualcosa, non vedo altra spiegazione.
Ne duemiladieci ho scritto qualche riga per una biblioteca, la stessa biblioteca per cui avevo scritto tre anni prima quel racconto sull'innamoramento e sul preinnamoramento, si trattava di consigliare un paio di libri, di film e dischi agli utenti della biblioteca, io ero molto indeciso perché la parte più subdolamente intellettuale di me riteneva che non fosse una buona idea consigliare quel film, meglio Kaurismaki, 'la fiammiferia' per la precisione, un film effettivamente bellissimo, ma alla fine ho consigliato sia la fiammiferaia che quel film, e quel film per primo e la fiammiferaia per secondo, quindi si capiva qual era la mia classifica, se c'era una classifica, io credo di sì.
Nel duemilaundici le cose sono migliorate, merito della psicoterapia individuale e non so di cos'altro, ho ripreso a respirare, la leggerezza ha ricominciato ad avere un ruolo anche se non certo un ruolo di primo piano, diciamo l'equivalente del ruolo di Freda Felcher in quel film, un ruolo assente nella sua presenza, poco più di un nome, un ricordo, un sospetto espresso in una vasca a forma di cuore, una donna che ti inganna neanche fosse la leggerezza fatta persona che ti fa credere di essere tua ma appena le dai le spalle e ti distrai non la trovi più, e resti pesante, pesante, pesante.
Nel duemiladodici è nata Nora ma io non ho pianto come quando è nata Agata, Federer ha vinto Wimbledon ma si capiva che era l'ultima volta, ho cominciato a correre ma poi ho smesso subito, sono andato a Bruxelles ma non ho mangiato i cavolini, ho cambiato ufficio ma non è cambiato niente, ho fatto finta di stare bene ma non ci ha creduto nessuno, ho cominciato a scrivere le idioziadi che volevo finire in un anno ma forse non le finiremo mai, ho fatto tante cose ma non ho fatto niente, e forse a quel film ho solo pensato, senza vederlo, ma tanto è uguale, in fondo era un altro anno bisestile.
Nel duemilatredici la fatica, la nausea e il disprezzo di me hanno avuto la meglio, tutto mi ha fatto schifo e mi ha indebolito riuscendo a sfiancarmi anche quando pensavo non ci fosse più nulla da sfiancare, una stanchezza così pensavo di non poterla provare e invece l'ho provata e soprattutto lei ha provato me, non lo considero l'anno peggiore della mia vita solo perché più che un anno lo vedo come un pozzo nero senza fondo ma col doppio fondo ripieno di merda, ho scoperto di essere un padre peggiore del previsto e non sono neppure riuscito a rimanerci male, ho passato le notti a cullare Nora pensando ad altro e combattendo l'istinto di lasciarla cadere per terra, l'autostima e l'eterostima sono andate a picco e non capisco come ho fatto a non soccombere anche se ho ancora un po' di tempo per soccombere entro l'anno, niente si è salvato a parte una forma primitiva di sopravvivenza a me stesso, e quando già pensavo che non potesse andare peggio di così, il globale senso di sconfitta, le occhiaie perenni, l'igiene genitale precaria, la privazione di sonno antidepressiva che smette d'essere antidepressiva, la voglia di non essere me, l'invidia generalizzata e afinalistica, la scomparsa del concetto filosofico di piacere, l'angoscia tachicardica e il menefreghismo bradicardico, quella che melodrammaticamente si potrebbe chiamare assenza di requisiti base per chiamare tutto questo vita, quando tutto sembrava inutile e concluso e deprimente e grigio e in nessun modo sormontabile quei due se ne sono usciti con una così, e di botto tutto è andato abbastanza bene.
 
 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  10.11.2013 | 23:36
Quanto conta tutto questo
 

Ci sono di quei libri, così penso io, che è giusto disprezzare senza leggerli e anche senza saperne niente. Per esempio ‘donne che amano troppo’. L’ho letto, io, ‘donne che amano troppo’? No. Ne so qualcosa? Niente. Questo mi impedisce di discuterne con cognizione di causa? Macché.
Il libro ‘donne che amano troppo’ lo odio un po’ perché lo associo a tutta una serie di altre cose che per me rappresentano l’apice della merderia - una galassia popolata da epifenomeni come il the verde, la capoeira, lo yoga, i ristoranti etnici, il giainismo, la profezia di Celestino, il terzo occhio, la passiflora, il saluto al sole, i vegani, le tisane rilassanti, i fiori di Bach e altri orrori di questo tenore -, e un po’ perché ‘donne che amano troppo’ appartiene a quel sottobosco di pubblicazioni che più o meno servono a trasmettere il messaggio che le donne amano troppo in quanto amano molto, e amano molto in quanto sono molto sensibili, e sono molto sensibili in quanto naturalmente a contatto col proprio lato emotivo, cosa che non si può dire degli uomini.
Queste sono cazzate, è chiaro, lo sapete voi e lo so io, esattamente come è una cazzata che le persone omosessuali sono più sensibili di quelle non omosessuali. Osservazione quest’ultima forse non direttamente collegata col libro ‘donne che amano troppo’ ma che mi dà modo di esprimere una volta di più un’omofobia strisciante che se ho ben capito non è legalmente punibile se espressa su blog con formula dubitativa, e io, perché no?, dubito, diciamo che dubito, dubito su tante cose, facciamo che dubito anche sulle cose su cui dubito di dubitare, ma forse sbaglio.
La strategia che adotto quando mi capita di pensare a un libro che secondo me è una merda è provare a immaginare che il libro non sia la merda che so che è anche se non l’ho letto né ne ho sentito parlare granché, ma sia un’altra cosa molto migliore e ovviamente scollegata dalle merdate new age. L’ho fatto anche con ‘donne che amano troppo’, che potrebbe essere la storia di un gruppo di donne caratterizzate da una serie di elementi che le accomunano, tra cui:
1. Estrema resistenza all’introspezione.
2. Misantropia, misoginia e odio profondo per la misandria e per l’omofilia.
3. Passione smodata per i soffoconi.
4. Visione compulsiva di filmati tennistici al computer.
5. Attrazione insana per Anthony Troppo, uomo cattivo, sporco, sospettoso, a sua volta caratterizzato dalle medesime succitate cinque caratteristiche (la quinta più che le altre quattro) e buon amico di Steve Buscemi, Vinnie Colaiuta, il principe Giovannelli e Lee Tuttobene.

Un altro di quei libri è ‘i no che aiutano a crescere’. Non lo associo alle stesse cagate di ‘donne che amano troppo’ ma ad altre non meno perniciose (comitati dei genitori dei bimbi delle scuole materne e degli asili nido, rapporto numerico tra bambini e maestre, assemblee straordinarie, pedagogiste di quartiere con la passione del the verde, ASP, referendum sui fondi alle scuole private e su tutto sindacati che organizzano gli scioperi di venerdì, sempre di venerdì oppure magari di lunedì se poi martedì è festa, chissà come mai non di mercoledì, direi quasi che sono delle facce di merda quelli dei sindacati, seppur fingendo con discreta convinzione di dubitarne a scopi autoconservativi), e anche con ‘i no che aiutano a crescere’ ho trovato un modo per farmelo piacere anche se so senza saperlo che si tratta di una merda di libro.
I no che aiutano a crescere non sono quelli che i genitori dicono ai figli. Sono quelli che i figli dicono ai genitori. E’ così.
A costo di dire una merdata più grossa di quelle scritte nei libri che non leggo per ottimi motivi, non posso far finta di non sapere, e di non sapere che è giusto che lo sappiate anche voi se ancora non lo sapete, che sono più io a imparare dalle mie figlie che viceversa, sono più loro a insegnare a me che viceversa, sono più obbligato io a crescere grazie ai loro no, i loro rifiuti, le loro cazzo di opposizioni e provocazioni, che viceversa. E non credo che questo cambierà mai. Né, se posso permettermi, che riguardi solo me.
In ogni caso, per quanto sia importante tutto ciò (lo scivoloso ruolo di padre, il pendolo tra autorevolezza e narcisismo, le inversioni di ruolo, la paura mascherata e la spavalderia sbandierata), e che sia importante come si fa a dubitarlo?, è chiaro che conta un po’ meno di un cazzo di niente rispetto al fatto che questo pomeriggio Roger Federer ha perso con Rafael Nadal per la quarta volta su quattro nel 2013 e per la ventiduesima volta su trentadue totali.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  25.10.2013 | 23:14
Post
 

Sarà una settimana che quando prendo in braccio Nora lei si mette a carezzarmi la nuca. Lo fa con una dolcezza tale che non sembra neanche sia lei, ma Agata. Agata è tipa da carezzine sulla nuca. Nora è più tipo da testate sul naso.
Quando si mette a carezzarmi la nuca io mi sdilinquisco, è chiaro. Sto lì, mi prendo le carezzine e assumo un’espressione idiota un po’ come Benigni quando sua moglie gli massaggia i capelli nel film Johnny Stecchino.
Dopo qualche secondo che Nora mi dà queste carezzine sulla nuca, con una velocità che ha pochi corrispettivi nel mondo, forse solo la velocità di reazione con cui sul lungomare di Catania le macchine in fila si mettono a suonare il clacson quando il semaforo diventa verde, dopo qualche secondo, dicevo, Nora col dito va velocissima sopra un neo sporgente che ho sul retro del collo e tira un’unghiata finalizzata a strapparlo via. Non a giocare né semplicemente a farmi male. L’obiettivo è cancellare con la zampata quel cazzo di neo dal collo.
Quando Nora tira l’unghiata io faccio un urlo e dico a Nora che non deve farlo, a quel punto lei mi si appoggia addosso mollemente con la testolina – che, va ricordato, è la testolina di una bambina che sembra nata per uccidere a craniate il biker più incazzato -  e io ricomincio a sdilinquirmi alla maniera di Johnny Stecchino.
Come succede a molti altri papà, non imparo dall’esperienza. Tutte le volte che prendo in braccio Nora e lei mi carezza la nuca io sto alla grande, quasi sbavo da quando mi godo il momento e mi dico che questa volta sarà diverso, che questa volta sta carezzando con una dolcezza superiore al solito e che quindi non tirerà l’unghiata, non stavolta, non subito dopo una dimostrazione di dolcezza come quella. Dopo un po’ chiaramente Nora tira l’unghiata, io urlo, lei si accoccola tenerissima sulla spalla e io mi dico ‘la prossima volta no, la prossima volta non mi farà questo scherzo, guarda com’è dolce qui sulla mia spalla, si vede che si è già pentita, poveraccia, sta già malissimo, lo nasconde bene perché è dura ma è rosa dal senso di colpa, non c’è dubbio, non lo rifarà, mai più, lo so’.
Ora, senza stare a ripetere oltre il concetto – il ciclo carezza/bava del padre/unghiata a tradimento/urlo/ruffianissimo accoccolarsi sulla clavicola/pietosa assoluzione del padre imbecille direi che è chiaro -, quello che volevo dire è che il meccanismo messo in atto da Nora è la quintessenza della modalità pseudoseduttiva femminile, e se Nora che è tutt’altro che la femminilità fatta persona – quella femminile è Agata, Nora, lo ripeto, è tipo da salopette sporca di merda, rugby nel fango, birre bevute gorgogliando e scoregge a gamba alzata –, se persino una come Nora in sostanza è femmina come tutte le altre femmine, allora non ci sono speranze: le femmine sono tutte uguali, non c’è un cazzo da dire. Le femmine sono tutte così: carezze, unghiate sul collo, una guancia paracula appoggiata sulla clavicola – di un papà o di un fidanzato, non cambia niente, è la stessa cosa.
Chi legge - le femmine che leggono e forse qualche maschio – penserà che questa è una generalizzazione, e come tale sbagliata. E non solo sbagliata ma anche odiosa, perché coinvolge un minore che tra l’altro si trova a essere mio parente. E non solo sbagliata e odiosa ma anche banale, perché si tratta del solito vecchio adagio che sta sulla bocca dei maschi più idioti.
Beh, a chi pensa questo – che brutta generalizzazione, Zumba, sparli delle femmine e sparli di tua figlia, la paragoni a tutte le altre femmine con l’intento di svalutare lei e loro ma l’unico risultato che ottieni è di coprirti di ridicolo come i peggio maschilisti, padre degenere e misogino di quart’ordine, vergognati, vatti a vedere il tennis su youtube e non rompere i coglioni a noi gente per bene che sa separare il grano dal loglio -, mi limito a dire una cosa.

Che tutte le generalizzazioni siano sbagliate è solo una generalizzazione. Solo alcune sono sbagliate, questa è giusta.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  26.09.2013 | 14:35
Tante cose non le sapevo
 

L’altra sera, ma forse era notte, era una di quelle sere o notti che Nora non ne vuole sapere di addormentarsi, non si arrende all’idea (perché con Nora è così, il sonno è una resa, non è una scelta, e il problema è che a Nora piace scegliere, non arrendersi). Quelle sere o notti possono andare in due modi. O Nora urla mentre è in braccio finché non ha finito le forze, e a quel punto la si può mettere a letto e dormirà tutta la notte, o si lamenta per un po’ in braccio e dopo un po’ sembra che si sia addormentata, allora la si mette a letto e dopo un po’ ricomincia a lagnarsi. A quel punto si va a tirarla su dal letto per evitare che svegli anche Agata e ricomincia questo ciclo di lamenti, quiete, deposizioni transitorie e nuovi lamenti. A volte per delle ore.
L’altra sera, ma forse era notte, sembrava una di quelle sere o notti che Nora non smette più di risvegliarsi. In quelle occasioni arriva un punto che sei così stanco che alla fine sfoci in una situazione psicologica a metà tra il delirio della febbre e la sbronza da birra calda, le percezioni si alterano e inizi (volendo banalizzare un concetto comunque più complesso che forse meriterebbe una trattazione a parte) a sopravvalutare qualsiasi pensiero idiota ti passi per la testa tanto da aver voglia di accendere il computer e scrivere subito l’idea idiota che hai in testa, ma la stanchezza e la paura di svegliare Nora ti ferma e ti indica la via del letto.
Quella sera, o quella notte, dopo l’ennesima volta che rimettevo a letto Nora mi sono accorto che stavo per pisciarmi addosso, così sono andato in punta di piedi nel cesso. Stavo per pisciare nel water, ma poi mi sono detto che se avessi pisciato lì il rumore del getto avrebbe potuto svegliare Nora. Non appena mi è venuto in mente questo mi sono fatto i complimenti per l’intuizione geniale, combattendo a fatica la voglia di accendere il computer e scrivere un post sul rumore del piscio nel water. Subito dopo mi sono detto che se avessi pisciato seduto avrei potuto dirigere meglio il getto in modo da non far rumore. E subito dopo ancora una vocina mi diceva ‘forza, accendi piano piano il computer e scrivi qualcosa sul pisciare seduti, avanti, fallo e basta, lo sai che ne vale la pena, come parli tu di piscio non ci riusciva nemmeno Henry Miller o Bukowski’, ma sono riuscito a resistere alla voce.
Stavo per sedermi sul water ma poi mi sono detto che se avessi pisciato seduto sul water ci sarebbe stato comunque il problema del tirare l’acqua. Tirare l’acqua era escluso, il rischio di svegliare Nora altissimo. E d’altronde (questa è stata la parte più significativa del mio dilemma, credo) non tirare l’acqua era ugualmente escluso, perché visto che non pisciavo da parecchie ore quello che stava per uscire da me era un piscio denso, di quelli color marsala per intenderci, e a quel punto le possibilità erano due: o che l’odore intenso svegliasse Nora (sono arrivato a visualizzare la nuvola marsalata che si staccava dalla superficie dell’acqua nel water e andava a depositarsi sotto le narici di Nora, traumatizzandola moltissimo), o che la mattina seguente Nora entrasse in bagno si avvicinasse al water e cominciasse a rimestare in quel liquido come a volte cerca di fare, forse addirittura ciucciandosi le dita luride. A quel punto una vocina mi ha detto ‘fai quel che ti pare, pisciati addosso se ti va, ma subito dopo accendi il computer dopo aver chiuso tutte le porte in modo da attutire per benino i rumori e scrivi qualcosa di intelligente sulle nuvole di piscio o sul rimestare nei water, è un argomento grandioso e mai trattato da nessuno, neppure da Henri Miller, neppure da Bukowski, forse neppure da Veltroni’, ma sono riuscito a resistere anche a questa voce e mi sono seduto sul bidet.
Mentre pisciavo nel bidet tenendo aperta l’acqua quel tanto che bastava per far scomparire subito il marsala nel buco mi è tornata in mente quella volta di cui ho già parlato qui nel blog, la volta che ho pisciato nella doccia di una mia conoscente di Ferrara, il giorno prima o due giorni prima che nascesse Agata, con l’acqua gelata che stentava a riscaldarsi e lo scarico difettoso che mi assicurava un pediluvio freddissimo a base di piscio, e io indeciso sul da farsi, se aspettare un po’ di acqua calda o togliermi subito da quella situazione per certi versi torbida, e mi sono tornate in mente anche tutte le volte che ho pisciato nei lavandini, per esempio quando avevo vent’anni e andavo alle feste ubriacandomi con gli amici e spesso capitava che dovevo pisciare ma qualcun altro in quel momento stava vomitando nel water e allora o pisciavo nella doccia o nel bidet o nel lavandino o sul pavimento o sulla testa di quello che vomitava e chissà perché sceglievo sempre il lavandino.
Forse perché non avevo figli e tante cose non le sapevo.

Autore: zumba | Commenti 5 | Scrivi un commento

  17.09.2013 | 23:02
Tennis youtube antropometria
 

(E altre cose poco divertenti che continuerò a fare)

Ora che non accendo neanche per un attimo la televisione se non per far guardare ad Agata i cartoni animati e le Idioziadi sono in una fase in cui non c'è più tanto da scrivere quello che faccio alla sera di solito è guardare filmati di tennis su youtube, in particolare i filmati sui colpi più belli della storia del tennis, tra i quali non manca mai il pallonetto/tweener che Nadal ha fatto contro Djokovic nella finale del torneo di Madrid del 2011, o il passante/tweener che Federer ha fatto sempre contro Djokovic nella semifinale dello Us Open del 2009, o il controsmash che Federer ha fatto contro Roddick nei quarti di finale del torneo di Basilea del 2002, o il recupero in scivolata di Nadal contro Davydenko nelle semifinali del torneo di Montecarlo del 2008, e premesso che trovo degno di nota il fatto che a proposito di uno sport che esiste da più di cent'anni la persona che ha caricato il filmato su youtube abbia scelto solamente colpi di tennisti attualmente in attività, e premesso anche che confrontare i colpi di Nadal con quelli di Federer, i due tennisti che occupano da soli quattro delle cinque prime posizioni di questa speciale classifica, pur essendo funzionale allo scopo di alimentare una sorta di conflitto in cui i giornalisti specializzati sguazzano da quasi dieci anni, è un po' come confrontare un tackle scivolato di Romeo Benetti (Nadal) con un colpo di tacco di Roberto Mancini (Federer), la cosa forse più significativa in questa faccenda secondo me è che io tutte le sere mi metto a guardare il filmato dei cinque colpi più belli della storia del tennis illudendomi che arrivi un giorno, per esempio oggi 17 settembre 2013, in cui digitando sul rettangolino di ricerca di youtube la frase 'i cinque colpi più belli della storia del tennis'  il sito mi colleghi a nuovo filmato con cinque colpi bellissimi - un tweener liftato in controtempo, una finta smorzata in chop, un controcontrosmash - eseguiti da Federer quello stesso pomeriggio mentre giocava con Nadal su una collinetta irlandese senza la pressione della sfida ufficiale che come si sa ha fatto sì e fa ancora sì che Federer contro Nadal non riesca a vincere più o meno da sei anni nemmeno se Nadal gioca ubriaco di sangria andata a male e col manico della sua babolat infilato nel comunque muscolosissimo suo sfintere anale.


Anche se ormai tutte le mie serate dunque sono all'insegna della dipendenza dai filmati tennistici ieri sera dopo essermi sincerato che su youtube non ci fossero filmati appena caricati con colpi di Federer straordinari rilassati e irlandesi sono andato sul motore di ricerca di google per scrivere la frase 'lei non mi cachi la minchia', che senza entrare nel dettaglio della cosa è una frase detta da un mio pacato amico di Gallipoli all'indirizzo di un signore che il mio amico non conosceva e che come si evince dal contesto gli stava cacando la minchia senza alcun motivo, e ho digitato queste parole con un qualche scopo che in parte mi sfugge ma forse ha a che vedere senza fare dell'autoanalisi da quattro soldi con la nostalgia di un luogo che per me è significativo più di qualsiasi altro luogo che mi venga in mente, tranne forse Lido degli Estensi che però è inferiore a Gallipoli da tanti punti di vista e per esempio per quanto riguarda la trasparenza del mare che ha comunque una sua importanza anche se non fai snorkeling Lido degli Estensi sta a Gallipoli come un tweener fatto per caso da Nadal contro Djokovic a Madrid nel 2011 sta a un tweener fatto con cognizione di causa da Federer, sempre contro Djokovic, nell'ultimo game della semifinale dello US open del 2009.


Stavo scrivendo 'lei non mi cachi la minchia' nell'apposito rettangolino del sito di google ma quando sono arrivato a 'lei non mi ca' è spuntata in automatico la scritta 'lei non mi caga', e così, anche se l'interesse per la frase 'lei non mi cachi la minchia' era in quel momento forte come sempre, mi sono detto che si poteva anche dare un'occhiata a cosa diceva google a proposito delle ragazze che non cagano, argomento tutto sommato non meno avvincente, allora ho premuto l'invio senza forzare la ricerca, abbandonando insomma la strada del 'lei non mi cachi la minchia', in questo modo ho scoperto che il primo sito che compariva facendo la ricerca 'lei non mi caga' era il sito di yahoo, in particolare la sezione delle domande, ancora più in particolare la domanda di un ragazzino di dodici anni a cui piace una ragazza bellissima di tredici che sta nella stessa scuola e non lo caga proprio, e questo nonostante lui su facebook l'abbia taggata in dei link che dicevano che lei era bellissima, e poi lei non risponde alla chat, se ne fotte di tutto, su facebook lui vede sempre il suo profilo, le sue foto, vede che esce con le sue amiche, si divertono un mondo e il sabato sera fanno tardi (lui lo sa), e poi lei vuole a uno del liceo, e lui, il ragazzino, non ha speranze e si sente malissimo, uffa :'(.


Ho letto tutto quello che ha scritto quel ragazzino con un certo interesse, più che altro perché mi sembrava molto singolare che uno scrivesse nella sezione answers di yahoo una domanda del genere e non per esempio 'ho un dubbio, secondo voi è più bello il controsmash che ha fatto Federer a Basilea nel 2002 andando a prendere la palla praticamente in tribuna e scagliandola sulla riga laterale alla sinistra di un incredulo e suo malgrado divertito Roddick o è meglio il prodigioso recupero che Nadal ha fatto contro Davydenko nel 2008, recupero favorito dalle sostanze illecite che Nadal assume in grande quantità secondo alcuni ma non secondo me, o almeno non secondo me finché non avrò stabilito con certezza come stanno le cose a proposito della denunciabilità di chi scrive accuse forse infondate sul suo blog?'


La cosa più interessante però non era la domanda del ragazzino, credo - in fin dei conti si trattava di un dodicenne, e io a dodici anni ero più coglione di lui anche se non scrivevo le faccine con la punteggiatura - ma il fatto che così come succede sempre in questi casi, se ho capito bene il funzionamento di answers yahoo, era stata scelta dai votanti la risposta migliore, anche se in questo caso aveva votato uno solo nonostante il livello di coinvolgimento che indubbiamente il tema 'ragazze che non cagano e fanno tardi la sera con quelli del liceo' suscita, e la risposta migliore, col 100% dei voti, cioè uno, ma con l'appoggio esterno di tre altri utenti del sito che ritenevano buona la risposta, diceva 'è evidente che la ragazzina se la tira, quindi perché ostinarsi?, magari puoi mandare un mess di posta con scritto o cercato di fare amicizia con te.....anche se non era ciò che volevo..anche andando contro i tuoi amici..ma vedo che a te non importa nulla di me...quindi se è cosi ti chiedo scusa se non ho fatto altro che taggarti in stupidi link,ma sappi che l'ho fatto per attirare la tua attenzione...per farti capire che qui c'è una persona che non fa altro che pensare a te...ma ora smetto...non ti scoccierò più..:D...allora ciao.."..manda questo mess come per concludere...vedi che fa lei...se non risp è proprio una ragazza crudele!!figuriamoci quando arriverà a 18-20 anni..U_U.'

L'età di quella che ha scritto la risposta migliore, però, purtroppo non la so.

 

 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  14.06.2013 | 16:14
La lobby gay degli educatori
 

Di solito non rileggo i post che scrivo, o al massimo rileggo un post che ho scritto qualche ora prima per vedere se si riesce a leggerlo bene, se ho fatto degli errori e cose del genere. Non li rileggo perché di solito le cose che scrivo dopo che le scrivo mi fanno cagare (magari non proprio subito, ma dopo una mezza giornata già mi fanno cagare), e questo anche se le cose che ho scritto sono bellissime, come per esempio il post sui piccoli cavalli bassi, post tra l’altro facente parte di una categoria che sembra trascurata ma in realtà aspetta paziente un post all’altezza che presto o tardi arriverà, altro che se l’arriverà.
Ieri sera però ho riletto anche se distrattamente il post che avevo scritto qualche mese fa a proposito di Ratzinger, Wojtyla e il parallelismo con la mia esperienza coi tossici, perché non ricordavo se nel post avevo scritto qualcosa riguardo a quello che mi aveva detto T., una volta che l’avevo incontrato fuori dal bar Bologna di Imola, uno o due anni dopo aver smesso di lavorare in comunità.
T. era uno dei tossici ospitati dalla comunità ai tempi in cui ci avevo lavorato io, da luglio 2001 a giugno 2002. Tra tutti i tossici T. era il più affezionato all’operatore spacciatore che mi aveva preceduto, quello che stava con la ragazza, anche lei educatrice, anche lei con esperienza nello stesso settore, che avevo conosciuto qualche mese prima. I primi giorni di luglio del 2001, sarà stato il quattro o il cinque – io avevo cominciato da pochissimo a lavorare in comunità –, mi fu detto di portare a fare un giro per Imola un gruppo di tossici tra cui T. Mentre ci trovavamo sotto l’orologio, il punto che rappresenta l’esatto centro geometrico della cittadina, incontrammo l’educatore spacciatore insieme alla ragazza trait d’union, diciamo così. Io e lei non uscivamo più insieme, o meglio, visto che il parlare di uscire insieme dà l’idea di una assiduità che in realtà non esisteva, sarebbe meglio dire che erano trascorsi alcuni giorni da quella che si sarebbe rivelata essere l’ultima serata passata insieme – ma anche il concetto di serata passata insieme è un po’ troppo conviviale e non rende l’idea, diciamo l’ultima serata in cui ci eravamo visti, e neanche visti benissimo.
Bene, quando T. vide l’educatore spacciatore si appartò con lui dietro una colonna e cominciò a parlare fitto fitto, dopo un po’ si misero entrambi a guardarmi e a sorridere con la stessa smorfia che farebbero due dodicenni muniti già di un accenno di pettorali nei confronti di un compagno di classe obeso, ginecomastico e tendenzialmente miope. La ragazza nel frattempo era andata a fare un giro da sola, fingendo imbarazzo ma godendo in realtà moltissimo della situazione e umettandosi l’amor proprio. Mentre tornavamo in macchina verso la comunità T. mi disse qualcosa come “quindi tu conosci A., la ragazza di C., eh?”, e io forse non risposi nulla, o se risposi, risposi con la stessa baldanza con cui avrebbe risposto il dodicenne ginecomastico ai due bulli alla domanda “che ne dici se ti regalo un reggiseno di pizzo, senza ferretto, magari uno di quelli che si aprono sul davanti, che è più comodo?”. Fu quel giorno, che era come ho detto uno dei primi che passavo in comunità, che T., scoprendo che non solo avevo preso il posto in comunità dell’educatore spacciatore, ma forse avevo anche conosciuto un po’ troppo bene la sua ragazza, fu quel giorno, dicevo,che T. decise che io sarei stato il suo tremolante, formale, noioso nemico. E tale fui fino al 30 giugno 2002, l’ultimo giorno che lavorai in comunità.
Poi, sarà stato il 2003 o il 2004, stavo uscendo dal bar Bologna di Imola, sotto i portici, a pochi metri dal centro esatto della cittadina rappresentato dall’orologio, quando incontrai T. Aveva una specie di sguardo dolce. Io lo ricordavo con lo sguardo sinistro, o agguerrito, o sardonico, o sfuggente, o indemoniato. Mai visto con lo sguardo dolce. Ciao Guido, mi disse. Ciao T., risposi io. Lo sai di C.? Mi chiese. No, cosa? Dissi io. L’hanno messo dentro, per spaccio. Mi fece lui. Io non dissi nulla per un po’. Lo guardavo. Lo sguardo sardonico adesso ce l’avevo io. Lui invece mi guardava con l’aria quasi contrita. Dolce e contrita. La prossima volta scegliteli meglio, i miti, dissi alla fine. Poi mi allontanai pensando: che frase bellissima, che frase bellissima. Stranamente penso ancora oggi che la mia fosse un’ottima frase di chiusura e non una cagata.
Tutte queste cose mi sono tornate in mente ieri sera, mentre guardavo un programma che parlava del Papa appena eletto, di quello di prima – a cui nel post precedente in qualche modo mi paragonavo - e di quello di prima ancora – a cui paragonavo C., il tossico spacciatore, per via dell’aura di carisma e di osannata contravvenzione di regole e formalismi a cui erano entrambi associati. 
Ora che sembra – ma poi chissà se è vero - che stia venendo fuori che Wojtyla per certi versi non era proprio quello che sembrava, e che Ratzinger pure, all’inverso, non sia quello che sembra, e che la famosa lobby dei gay in Vaticano l’abbia contrastata più il grigio Ratzinger che l’iridato Wojtyla, a me torna in mente di nuovo tutto, e quando dico tutto non intendo solo il tutto che ho scritto in quell’altro post, né il tutto che ho scritto finora in questo, di post, ma intendo anche R., l’educatore gay che lavorava in quella comunità nello stesso mio periodo, quello che quando parlava faceva dei piccoli circoletti con gli indici, soprattutto quando usava l’espressione “a fronte di”, quello con la piccola testolina ciondolante, quello con la boccuccia a culo, quello molto amato dai tossici della comunità anche se non tanto quanto C., quello che poi si è scoperto anni dopo non mi ricordo più come che parlava male ai tossici di noialtri operatori che non facevamo i circoletti con le dita quando dicevamo “a fronte di”, anche perché non dicevamo mai “a fronte di”, e quello che mi chiedo oggi è che ruolo abbia avuto C. nella comunque indiscutibile ascesa della lobby gay degli educatori nel mondo della cooperazione sociale.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  03.06.2013 | 23:09
Epitelioma posteriore unilaterale
 

La scorsa settimana mi è arrivata una lettera inviata dalla mia banca che conteneva la proposta di modifica unilaterale del contratto di c/c. Ricordo che me ne era arrivata una anche un paio di anni fa. A quei tempi ero ancora su facebook, e ricordo che avevo scritto una cosa molto lunga sulla mia bacheca a proposito della proposta. I dettagli di quello che avevo scritto li ho dimenticati, ma mi sembra che avesse a che fare con un uomo su un materasso, imbavagliato, prono, polsi e caviglie assicurati alla struttura del letto per mezzo di calze di nylon trenta denari – perfette per il tradimento posteriore che sta per compiersi -, e con un altro uomo dall’aria tetra, vestito solo di un cravattino di paillettes, il quale chiede il permesso al primo uomo di penetrarlo con gradi crescenti di brutalità, concedendosi il lusso gentile di qualche coccola post coitum.

Adesso che sono passati due anni, e sono per così dire più riflessivo, mi limito a assaporare il suono di quell’espressione – proposta di modifica unilaterale del contratto di c/c -, un po’ come fa l’uomo dal fiore in bocca di Pirandello con la parola ‘epitelioma’.

 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  29.05.2013 | 13:45
Nove!
 

C’è stato un referendum a Bologna. All’inizio avevo capito solo una cosa. Che bisognava votare A. Un po’ come Benigni nel Piccolo Diavolo quando gioca a chemin de fer. Non capisce un cazzo del gioco, ma gli dicono che bisogna fare nove. E lui si regola di conseguenza. Continua a fare nove finché non vince tutto e la Braschi gli si concede dopo aver scommesso e perso il suo corpo per una notte, a letto ignuda con il piccolo diavolo in quel di Taormina. Bisogna far nove, bisogna votare A. A per assicurare i soldi alle scuole materne pubbliche e non alle private. Giustissimo, giustissimo. A per far sì che nelle nostre scuole ci sia la carta igienica, i pennarelli, i soldi per andare in gita. Sacrosanto. A per non arricchire la casta ecclesiastica che è già ricchissima. Cristallino. Ho cominciato a vacillare in questa mia convinzione quando ho visto che i più convinti nel votare A erano quei genitori dei bimbi della materna che a me stanno più sui coglioni. Papà tristi col borsello, le mani in tasca, una tessera dei sindacati di base che gli garantisce un fancazzismo lavorativo senza rogne e la tendenza a ideologizzare anche le scorregge. Mamme pelose con l’aria battagliera, l’amore incondizionato per il tè verde che addolcirà un po’ i pomeriggi segnati dalla depressione a cui tra qualche anno non riusciranno a sfuggire e la tendenza a ideologizzare anche il mestruo. La convinzione vacillava, ma si accompagnava alla consapevolezza che togliere il pane di bocca alle creature delle materne pubbliche, Agata compresa, quando i piccoli lord delle scuole private mangiano su sedie Luigi XV con tanto di tovaglie di tela d’Olanda, era una cosa intollerabile. Ero indeciso: era giusto farsi influenzare da queste mie idiosincrasie o avrei dovuto fissare l’attenzione su quello che a seconda dei punti di vista può essere considerato come il focus oppure un semplice slogan, vale a dire giù le mani dalla scuola pubblica


Il tempo passava, il 26 maggio si avvicinava, e io contraddicendo la mia natura di uomo che se ne frega di informarsi sulle faccende civiche e politiche ho cercato di capire meglio questa questione del referendum. Ovviamente non ci sono riuscito perfettamente, perché sono pur sempre uno che se ne frega, uno che se ha un po’ di tempo libero preferisce scrivere un episodio delle Idioziadi piuttosto che entrare o anche solo avvicinarsi alla torbida galassia del comitato promotore del referendum, ma qualcosa qua e là ho letto, e quello che mi è sembrato di aver capito è che in realtà le cosiddette scuole paritarie, svolgendo un servizio di fatto pubblico, un servizio che le scuole materne pubbliche non riuscirebbero ad accollarsi per intero, fanno in un certo senso un piacere anche alle scuole pubbliche, che pure non hanno i broccati nella sala mensa né gli arazzi di Goya alle pareti, e se non lo facessero sarebbe un problema non solo dei parroci e di coloro che mandano i figli alle scuole private, categoria a cui non appartengo e non apparterrò comunque mai, credo, ma della cosiddetta collettività. Ma non ne ero proprio sicuro, anche perché tutti o quasi tutti intorno a me, e tutte le celebrità intervistate in materia, dicevano che bisognava votare A, persino il celebre e avvenente esperto di istruzione primaria con master in economia chiamato Riccardo Scamarcio, persino il pluridecorato e barbuto psicopedagogista specializzato in fundraising chiamato Francesco Guccini. Quindi quando con gli altri genitori capitava di parlare dell’argomento io stavo zitto, cosa che come ho già detto altre volte mi riesce sempre benissimo, oppure da mezze frasi lasciavo intendere che ero anch’io dell’idea di votare A, perché le scuole pubbliche vanno difese, giù le mani dalla scuola pubblica, difendiamo la scuola pubblica e organizziamo una notte bianca per dare un segno tangibile del nostro attaccamento alla scuola pubblica e, tangenzialmente, ai borselli, al tè verde, alle mani in tasca e alle basette pelose di lei ritardanti per lui. 


Alla fine è arrivato il 26 maggio, e senza sapere di preciso se avrei votato A o B, perché la lusinga del ragionamento “più carta da culetto per i bambini della scuola pubblica” non nego che solleticava anche me, sono andato al seggio. Come prima cosa, giunto nella cabina, ho fatto una cosa che più o meno avevo già fatto i giorni precedenti, anche se con meno attenzione. Ho letto per bene la domanda, e non solo le due opzioni A e B, e nella domanda ho visto che c’era un errore. C’era scritto “scuole dell’infanzia paritaria”, anziché “scuole dell’infanzia paritarie”, e a quel punto ho cominciato a pensare meno a quale delle due opzioni scegliere e più a un’altra cosa, e cioè che se mai avessi detto a qualcuno che c’era un errore, magari qualcuno che era per l’opzione A, quel qualcuno, slacciandosi con foga l’eskimo e chiudendo con stizza i libretti rossi mi avrebbe detto che non era quello il punto, che quella era solo una scusa per evitare di assumersi le proprie responsabilità di cittadino che deve difendere il pubblico ed evitare di finanziare quei pedofili dei preti, che tra l’altro gestiscono le loro scuole chic con la logica diabolica e antiproletaria della gerarchia e del terrore, e se quel qualcuno poi gettando a terra il colbacco mi avesse detto effettivamente questo io probabilmente avrei taciuto, evitando di dirgli quel che penso, e cioè che quelli del comitato referendario sarebbe meglio che imparassero prima l’italiano, se non altro perché un quesito referendario sulla scuola sarebbe carino che fosse scritto bene, che bevessero meno tè verde e leggessero più abbecedari, e che comunque anche se uno vuole votare B non significa esattamente che lo faccia per permettere al vescovo di Bologna di comprarsi un altro anello d’oro da far baciare agli stolti che credono in dio, categoria anch’essa a cui non appartengo e non apparterò comunque mai, credo, e che magari c’entra poco ma per raggranellare qualche soldo pubblico si potrebbe scegliere l’opzione C, vale a dire controllare che quelli che pagano zero euro per la retta del nido perché non dichiarano un cazzo di niente, che non è escluso che siano gli stessi che votano A al referendum per le materne, siano effettivamente poverissimi o se invece in casa hanno più argenteria del famoso e proverbiale arcivescovo di Costantinopoli, Bartolomeo I.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  20.05.2013 | 23:25
Sulla bellezza
 

“La bellezza di solito è un dono ma non per la 33enne Laura Fernee. L'attraente ragazza di Notting Hill, centro di Londra, si è infatti licenziata rinunciando a un posto di ricercatrice scientifica perchè il suo aspetto fisico non le permetteva più di lavorare: i colleghi maschi non le toglievano gli occhi di dosso e le colleghe la odiavano. Laura ha scelto così di lasciare un salario annuale di 30 mila sterline. "Non sono pigra, non sono una bambocciona - ha spiegato al Daily Mail - La verità è che il mio aspetto fisico mi ha danneggiato moltissimo nell'ambito lavorativo". I genitori sono ora costretti a mantenere il suo costosissimo stile di vita. Ogni mese circa 2mila sterline vengono spese per l'affitto di Laura a Notting Hill, altre 1500 per il suo vestiario e circa mille per la vita sociale.”

C’era scritto così oggi sul sito di Repubblica. Non solo sul sito di Repubblica. Ho provato a mettere il nome e cognome di Laura Fernee su un motore di ricerca stamattina, e tutte le volte ho trovato solo quelle nove righe che cominciano con la bella frase ‘la bellezza di solito è un dono’ e finiscono con la non meno bella frase ‘circa mille [euro] per la vita sociale’.

Questo non riuscire ad avere altre notizie su Laura Fernee, se non quelle contenute in queste nove righe, mi è spiaciuto molto, perché io sono il tipo di persona che non accetta di essere definita un tipo di persona, ma se lo accettasse ammetterebbe di essere il tipo di persona che vuole sapere per esempio se proprio tutte le colleghe la odiavano o se invece Misha Tryher, una ragazza pallida, dai polsi sottili e lo sguardo sfuggente, ama Laura alla follia ma non ha il coraggio di dirlo a nessuno per paura che succeda quello che le è successo quando ancora lavorava alla Tecnobet.inc - le cosiddette anziane del terzo piano, vale a dire Fanny Charck e Vivienne Sklopinsky, le hanno fatto trovare due dita di sperma rancido nella tazza di terracotta che le ha regalato uncle Bob quando ha compiuto quindici anni e sulla tazza per soprammercato hanno scritto con un pennarello arancione e uno stampatello un po’ obliquo ‘beviti questo brutta leccafighe’.

In ogni caso, Misha o non Misha, io capisco benissimo i patimenti di quella ragazza per niente pigra e ancor meno bambocciona che è Laura Fernee – di questo volevo parlare più che di sperma rancido -, perché adesso che lavoro in una cooperativa no, adesso le mie colleghe femmine riescono a togliermi gli occhi di dosso e i colleghi maschi non mi odiano (ma se per caso mi dicessero che una sola delle due cose è vera, io scommetterei sul fatto che le colleghe riescono a togliermi gli occhi di dosso, sul non odio dei colleghi maschi non garantisco), ma quando avevo undici anni, nel 1985, l’anno che Boris Becker vinse il suo primo Wimbledon, io partecipai a una vacanza tennis insieme a mio fratello e il secondo o terzo giorno di questa vacanza, una volta salito sull’autobus che ci portava dall’albergo ai campi da tennis, mentre procedevo dall’entrata dell’autobus verso l’ultima fila, una ragazzina di nome Valentina mi disse con aria vagamente impositiva di sedermi accanto a lei e poco dopo – l’autobus era appena partito - mi chiese una cosa che non sentii molto bene ma doveva essere qualcosa come ‘allora ti vuoi mettere con me?’, e io ricordo quel momento, quei dieci minuti passati accanto a Valentina di Roma, di anni 10 o forse 9, come uno dei due o tre momenti più importanti della mia vita, un po’ perché quello fu il momento esatto in cui scoprii che le femmine sono femmine e non sono una specie di maschi con gli orecchini e i capelli lunghi – persone che ti fanno domande a cui non sai rispondere, domande che ti inquietano, domande a cui sarebbe semplice e per questo impossibile rispondere -, un po’ perché in quei dieci minuti, balbettando arrossendo e ostinandomi a non guardarla in faccia, dimostrai per la prima volta di essere un coglione come tante altre volte e con meno attenuanti avrei fatto in seguito, un po’ – ecco perché capisco Laura Fernee – perché quella estate io consideravo il tennis come un lavoro e se non fosse stato per Valentina, le sue domande e soprattutto il mio aspetto fisico che evidentemente mi stava danneggiando moltissimo in senso lavorativo o pseudolavorativo sarei stato molto più bravo a giocare a tennis, forse riuscendo addirittura nell’impresa di passare dalla categoria dei tennisti undicenni di merda a quella di tennisti undicenni che fanno cagare.

Ma neppure di Valentina D.P., abitante in via della Camilluccia a Roma – ricordo che verso i quindici anni le scrissi una lettera, mi rispose quasi subito, fu molto gentile, non le scrissi più anche se ci pensai per almeno un altro paio d’anni, col ritmo di circa una volta ogni due settimane -, neppure di lei volevo parlare, ma di Laura Fernee, che a causa della sua avvenenza si è fatta odiare dalle colleghe – tutte tranne Misha, che patisce guardandola con la coda dell’occhio dalla sua scrivania vicino alla finestra che si chiude male, quella con la maniglia arrugginita, patisce e annusa la tazza compulsivamente per sincerarsi che tre lavaggi di candeggina giornalieri da due mesi e mezzo a questa parte abbiano cancellato ogni traccia di quell’odore così maschile, putrido e per così dire proteinico -, anzi, neppure di Laura Fernee, ma dei prezzi stratosferici della città di Londra, nello specifico del quartiere di Notting Hill, e ancora più nello specifico dei prezzi dei sacchi di juta che vendono a Jameson Strett, nel quartiere appunto di Nottig Hill, perché è evidente che i 1.500 euro che Laura spende per il vestiario – ottava e nona riga delle nove righe di belle frasi che contengono tutto ciò che so di Laura Fernee -, quei 1.500 euro che spende al mese Laura per il vestiario si riferiscono ai sacchi di juta che indossa Laura al lavoro, quei sacchi di juta senza nemmeno una cinturina a sottolineare il punto vita che le fanno venire il prurito sulle scapole e che non bastano per togliersi di dosso le occhiate vogliose dei colleghi maschi e rancorose delle colleghe femmine, di tutte tranne Misha, che la guarda, sospira  e si chiede se mai anche solo diciotto dei mille euro mensili che Laura spende per la sua vita sociale – ultima riga delle nove righe di belle frasi che contengono tutto ciò che so di Laura Fernee – saranno dedicati a un cocktail serale insieme, loro due in quel bel localino di Clarendon Road che Misha ha visto solo da fuori, mentre il sole tramonta dietro i faggi di Avondale Park e l’igiene intima dentro gli slip candeggiati di fresco comincia la sua parabola discendente.

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  29.04.2013 | 23:53
Barcellona ? una citt? molto bella
 
 

Siamo stati a Barcellona dal 22 al 26 aprile. Tutte le mattine, vale a dire la mattina del 23, del 24, del 25 e del 26, Nora si svegliava strillando nella nostra camera d’albergo e io o Camilla la prendevamo dal lettino. Se la prendevo io Nora cominciava a urlare ancora più forte, allora per non svegliare Agata passavo Nora a Camilla e appena gliela passavo Nora smetteva di piangere e faceva la faccia soddisfatta e sorrideva, ma smetteva di sorridere e ricominciava a urlare se Camilla pensando che la fase acuta fosse finita tentava di ripassarmela.

Tutte le mattine, dalla mattina del 23 alla mattina del 26, quando Nora strillava tra le mie braccia e si quietava tra le braccia di Camilla, ho pensato a quella frase famosa che comincia con “ogni mattina in Africa una gazzella”. Quella frase, che ho sempre odiato, mi sembrava che c’entrasse con me perché l’impressione che avevo era che ogni giorno io parto con una specie di svantaggio su Camilla, uno svantaggio che mi obbliga a correre di più, ad andare più svelto, a impegnarmi maggiormente, a potermi permettere meno passi falsi, a essere migliore, a giocare e coccolare Nora meglio di Camilla, e questo solo per arrivare a un pareggio, un pareggio che poi scomparirà con le tenebre successive, il giorno dopo non esisterà più, esisterà di nuovo il vantaggio di Camilla ed esisterà lo strillo di Nora in braccio a me e la quiete di Nora in braccio a Camilla.

Se mi fossi limitato a pensare a quella frase stronzamente pseudoetologica o quel cazzo che è probabilmente sarei stato solo triste, per quella fase iniziale della giornata in cui le preferenze di Nora erano così lampanti, prima che la necessità di attivarsi per le incombenze della giornata portasse a una sorta di riequilibrio o riorganizzazione delle dinamiche familiari in cui i ruoli diventano più sfumati e meno traumatici, ma in realtà oltre a pensare a quella frase di merda pensavo anche a quello che probabilmente pensa chiunque legga le mie parole sui vantaggi gli svantaggi e i pareggi, e cioè che non si tratta di una gara tra me e Camilla, che l’importante è collaborare tra genitori senza stare a guardare chi fa meglio cosa, che se Nora adesso fa così non è detto che le cose non possano cambiare in tempi anche brevi, che comunque sono un bravo papà e che qualche strillo non dimostra nulla, visto che poi per il resto della giornata Nora dimostra di essere molto legata a me, che se Nora si accorge del mio malessere per i suoi strilli preferenziali in realtà potrebbe giocarci e sguazzarci, che mi conviene far finta di nulla e cose di questo genere. Questo secondo pensiero mi trasformava da uomo triste in coglione triste: triste perché il primo pensiero triste non scompariva, coglione perché mi era evidente l’idiozia del mio pensiero scioccamente competitivo.

Io però non mi sono fermato lì, alla consapevolezza di essere un coglione triste. Sono tornato indietro al primo pensiero, al pensiero triste, e mi sono ricordato al di là delle stronzate delle gazzelle e dei leoni africani del perché è così difficile da accettare il fatto che Nora pianga in braccio a me e non in braccio a Camilla, e me ne sono ricordato perché in realtà è una cosa a cui penso di continuo, e ricordarsi una cosa che non si dimentica mai è abbastanza facile.

E’ perché ci sono già passato, e ci passo ancora oggi, con Agata. Agata ha cominciato più o meno all’età che ha adesso Nora a preferire passare del tempo con Camilla piuttosto che con me, e non ha ancora smesso. Sono quasi quattro anni che sento dire ogni giorno a Agata “non voglio papà voglio mamma”, o “papà vai via”, o “papà non mi piaci”, o “papà togliti”, o “mi manca solo la mamma”, o “stasera mi porta a letto la mamma”, o “papà non sederti vicino qui ci sta la mamma”, e in questi quattro anni sono stato schiavo del doppio binario tristezza/coglionaggine triste, o per meglio dire del continuo dubbio se questa tristezza sia lo sdilinquirsi avvilente di un coglione che non smette di essere narcisista neppure quando diventa papà e sarebbe ora che rimodulasse le proprie priorità o se sia invece il legittimo abbattimento di chi viene sistematicamente rifiutato con quella che sembra quasi cattiveria e che forse lo è (che i bambini a volte sono cattivi lo sapete anche voi, se non lo sapete leggete il post sui bambini che giocano a calcio, e se i bambini sono cattivi vuol dire che anche i bambini che hanno la metà dei miei cromosomi possono essere cattivi), e il rimbalzare tra queste due opzioni apparentemente inconciliabili ma in realtà conciliabilissime ha costituito l’architettura ambigua e traballante degli ultimi anni della mia vita, e l’idea di ripartire adesso con Nora con gli stessi tentennamenti, lo stesso orgoglio sanguinolento, la stessa incapacità di definire la liceità della mia desolazione è molto più di quanto credo di riuscire a portare sulle mie cazzo di spalle.

Barcellona è una città molto bella.

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  21.04.2013 | 23:29
I maglioncini con scollo a V
 

E’ andata così, che mentre stavo tornando a casa la scorsa settimana con Agata abbiamo visto la nonna di Giada P., che è una sua compagna di scuola materna. La nonna di Giada P. era con Luca P., che è il fratello di Giada P. Dopo qualche minuto che parlavamo il discorso è andato a finire sul fatto che Agata non è figlia unica, allora la nonna di Giada P. ha chiesto se Agata ha un fratellino o una sorellina. Io le ho detto che ha una sorellina, allora la nonna di Giada P. ha osservato ‘adesso ci vuole il maschietto’ e io, invece di stare zitto – scelta questa che di solito è la scelta regina per quanto mi riguarda -, le ho detto ‘no’ con aria credo abbastanza poco cordiale, tanto che dopo mi sono sentito un po’ in colpa nei confronti non solo della nonna di Giada P. e di Luca P., che aveva assistito alla scena, ma anche nei confronti di Giada P. e più in generale di tutta la famiglia P., dal momento che nessun P. a ben vedere mi aveva mai fatto nulla che potesse giustificare un risposta poco cordiale.

Il fatto è che io su questo tema sono piuttosto suscettibile, per più di un motivo ma soprattutto perché l’osservazione della nonna di Giada P. – osservazione tra l’altro che fanno due terzi delle persone con cui mi capita di parlare del fatto che ho due figlie femmine – mi sembra che rimandi a un’idea collezionistica della famiglia che a me fa cagare come poche altre cose del mondo, infatti anche dopo la nascita di Agata, quando tante altre persone - ma non la nonna di Giada P. che ancora non conoscevo – mi dicevano ‘adesso ci vuole il maschietto’ io reagivo più o meno nello stesso modo. Per me Agata bastava, non c’era nessun equilibrio da ottenere, non c’era nessun rischio connaturato al figlio unico da scongiurare, non c’era nessun ragionamento che avesse a che fare col pareggiare i conti, assicurarle una felicità in forma di fratello o se va male di sorella o roba del genere. Agata bastava quando c’era solo lei così come Nora e Agata bastano adesso che ci sono solo loro, così come basteranno diciotto figlie femmine se avrò diciotto figlie femmine, e a dire la verità mentre parlavo con la nonna di Giada P., prima di farmi mordere dal senso di colpa, mi veniva una rabbia crescente per lei, per tutta l’incolpevole famiglia P. e per tutti quelli che non la pensano come me, e cioè non pensano che in qualche modo un figlio sia una specie di miracolo, di punto di giunzione tra terreno e ultraterreno, di meraviglia che si giustifica da sé senza chiamare in causa altre creature che non esistono e forse non esisteranno, ma ritengono che abbia bisogno di una specie di contrappunto perché il quadro familiare sia completo, tranquillizzante e tradizionale.

La rabbia poi dopo un po’ invece di passare è aumentata, ma non per colpa della nonna di Giada P. che non c’entra niente, povera bestia, no, per colpa del fatto che quando già ero sicuro di essere superiore a tutti quelli che ragionano in quel modo da tutti i punti di vista, tanto da potermi permettere un certo snobismo culturale che non è un vero snobismo culturale ma un giusto rimarcare le innegabili differenze intellettuali, mi è venuto in mente che qualcuno potrebbe pensare che la mia idea di famiglia è non meno attaccabile e soprattutto retriva di quella della signora P., nonna di Giada P., dal momento che io per esempio all’idea che i gay possano adottare dei figli ho come un turbamento interno semi ingestibile, una rivolta nascosta con sfumature di irrazionalità e rigidità vecchio stampo – dove per vecchio stampo si intende uno stampo vagamente primitivo e alogico o prelogico -, e che per essere più precisi su questo versante io credo che per un bambino sarebbe meglio crescere con due genitori di altra specie ma di sesso diverso, magari un lupo e una lupa, o un cane d’acqua e una cagna d’acqua, o un canguro e una cangura, piuttosto che con due esseri umani dello stesso sesso, soprattutto se maschi.

Opinione questa – ho scoperto di recente mentre cagavo leggendo un giornale con copertina lucida e accattivante -, che ricalca perfettamente l’opinione sull’argomento di Paolo Crepet, dal quale speravo mi separassero tante altre cose oltre a un grado diverso di attrazione nei confronti dei maglioncini di cachemire con scollo a V dai colori sedativi.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  01.04.2013 | 23:37
إن شاء ال
 

Stamattina mentre facevo la doccia ho cominciato a cantare la canzone Fra Martino Campanaro. Non ho cantato la versione ufficiale. Ho cantato una mia versione improvvisata, con testo cambiato, e quando è arrivato il momento di dire ‘suonan le campane, suonan le campane’ io ho detto ‘tu sei una merda, tu sei una merda’. Subito dopo aver detto così mi è venuta un’allegria eccezionale, un’allegria non spiegabile solamente col fatto che avevo ideato una versione alternativa della celebre canzone rispettando la metrica alla perfezione e intonandola meravigliosamente nonostante le insidie melodiche. L’allegria era dovuta, così ho pensato mentre ero sotto la doccia, alla forza di quelle quattro parole tutte vicine: tu sei una merda. E come mai sono così forti quelle quattro parole? Mi sono anche chiesto. Forse perché nessuno le hai mai dette in quell’ordine senza aggiungere altro. Prova a pensarci: hai mai sentito qualcuno dire ‘tu sei una merda’? Mi sono chiesto. Sicuramente hai sentito qualcuno dire ‘sei una merda’, sicuramente hai sentito qualcuno dire ‘tu sei una gran merda di cacca’ o qualcosa del genere, e forse anche ‘tu sei una merda schiacciata da un trattore scarburato con due ruote nel fosso’. Ma non hai mai sentito nessuno dire ‘tu sei una merda’ e basta. A furia di ripetermi questa cosa me ne sono convinto: non ho mai sentito nessuno dire ‘tu sei una merda’. Non solo, mi sono convinto che tutte le volte che una frase di un grande autore mi aveva colpito era perché nessuno prima aveva avuto l’idea di assemblare nello stesso modo le parole scelte dall’autore. Così si spiegava la potenza evocativa di Dostoevskij, o Kafka, o Stendhal, o Hrabal.

Mentre pulivo i vetri del box doccia con un prodotto apposito subito dopo essermi sciacquato via il sapone di dosso e mi facevo i complimenti per l’intuizione straordinaria mi è tornata in mente una cosa forse collegata alla faccenda del ‘tu sei una merda’, e cioè che qualche settimana fa mentre ero sull’autobus numero 11C ho sentito un arabo parlare con un altro arabo, e avendo prestato la massima attenzione al loro discorso sono sicuro che una delle prime parole che il primo arabo ha detto al secondo è stata Insciallah, mentre sono un po’ meno sicuro che un’altra delle parole che il primo arabo ha detto al secondo è stata Balotelli, e dopo aver sentito quel discorso, che a suo modo mi aveva rallegrato seppur con l’inquietudine tipica delle occasioni per così dire sincretiche, ero stato un sacco di tempo a chiedermi come fosse possibile inserire nello stesso discorso le parole Insciallah e Balotelli, senza trovare nessuna risposta e con l'insensata speranza di continuare a non saperlo.  

 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  29.03.2013 | 23:35
Dopo, stamattina, intanto che correvo,
 

Appena accendo il computer vado su internet. Il primo sito che guardo di solito è il sito di Repubblica. Il secondo è il blog di Paolo Nori. Il terzo è il sito di Tapirulan. Il quarto è il sito del mio indirizzo di posta elettronica. A volte il sito di Paolo Nori è il terzo o il quarto. Raramente è il primo.

Non so perché continuo a leggere il sito di Paolo Nori. Le cose che scrive non mi piacciono molto. Spesso si ripete. Certi meccanismi di costruzione della frase sono ormai troppo prevedibili. Magari un post è brillante, ma poi ne seguono tre piuttosto fiacchi, e il quarto è di nuovo brillante ma solo perché è quasi identico al primo.

Sabato 23 Paolo Nori ha scritto un post sul suo blog che parla del fatto che mentre correva ha cominciato a pensare ai bioritmi. E’ un post scadente. L’ho letto il giorno stesso. Mi sembra subito dopo il sito di Repubblica e subito dopo il sito di Tapirulan.

Domenica 24 non ricordo cosa ho fatto, ma forse il sito di Paolo Nori non l’ho guardato. Sono andato direttamente al sito della posta elettronica e da lì non mi sono mosso.

Lunedì 25 appena arrivato in ufficio ho acceso il computer e sono andato su internet. Il primo sito è stato quello di Repubblica, poi quello di Paolo Nori. Quando ho visto che l’ultimo post scritto era ancora quello dei bioritmi mi è sembrato molto strano. Solitamente Nori scrive un paio di post al giorno, a volte tre. Forse è partito, mi sono detto. Però non capisco, è appena andato in Polonia e anche dalla Polonia scriveva almeno un post al giorno.

Martedì 26 ho visto uno che conosco e che frequenta la scuola di scrittura emiliana di Nori. Ehi, com’è che Nori non ha più scritto nulla sul suo blog dopo i bioritmi di sabato? Gli ho chiesto. Eh, boh. Mi ha risposto lui.

Mercoledì 27 alla radio ho sentito che Nori era stato investito e che era in coma. Ho acceso il computer e come prima cosa ho guardato il suo blog. Ancora i bioritmi, nessuna novità.

Ecco, io forse sono fatto un po’ male, non posso che pensare questo, ma la pena che ho provato, perché pena ne ho provata, e non poca, intendo la prima fonte di angoscia collegata con la notizia del suo incidente non era riferita a sua figlia o sua madre o il suo migliore amico o il suo agente se ha un agente, non credo, non mi sembra il tipo.

La prima fonte di angoscia aveva a che fare con quel blog lasciato da solo, incustodito, con un post poco brillante sui bioritmi in primo piano, e ogni giorno che passava, perché ho continuato tutti i giorni, più volte al giorno, a frequentare il blog di Paolo Nori, ogni giorno la pena aumentava, e anche se verso giovedì, vale a dire ieri, ho pensato molto anche a sua figlia, alla madre di sua figlia, ai suoi amici scrittori e alla barista del bar di Basilicanova, che è il paese da cui viene, il pensiero che quel blog restava lì, ad aspettare Paolo Nori, sperso come uno straniero in un aeroporto, e Nori che correva pensando ai bioritmi era lo stesso Nori che correva mentre veniva investito, lasciando chissà per quanto tempo quel blog in attesa di un post decente, quel pensiero era quasi insopportabile.

Io lo so perché continuo a leggere il blog di Paolo Nori. Perché anche se scrive post poco brillanti, sempre con lo stesso giro della frase, anche se scrive troppi libri per scrivere libri grandiosi, anche se gli argomenti sono sempre quelli, i romanzi russi, sua figlia, i bioritmi, se scrivo in un modo che a me non fa del tutto schifo lo devo quasi solo a lui.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  04.03.2013 | 09:06
Invece
 

Invece un'altra volta mi sono messo davanti allo specchio come non faccio mai o quasi mai con lo scopo di capire quanto ero invecchiato in quell'ultima settimana che mi aveva spezzato le giunture il respiro e più? in generale l'impalcatura che di solito mi permette di non afflosciarmi al suolo, e senza riuscire a capire se ero invecchiato di cinque mesi o sette anni o di una sola settimana visto che in realtà alla faccenda degli invecchiamenti improvvisi credo e non credo, ma soprattutto non credo, ho cercato di ricordarmi tutte le cose successe in quei sette giorni ma non riuscivo a ricordare quasi nulla perchè tutta l'area del mio cervello che aveva a che fare con l'immagazzinare ricordi e con il richiamare alla memoria quei ricordi era come invasa da Nora, ma non da Nora in generale ma dalla malattia di Nora, ma neppure in realtà dalla malattia di Nora ma dal dimagrimento di Nora che in quella settimana aveva perso non so quanto peso tanto da avere una faccia come una prugna secca, e forse neppure o non solo dalla faccia da prugna secca di Nora nè dal suo corpo cavo ma dall'impressione generale che mi aveva fatto Nora qualche giorno prima, forse il venerdì della grande nevicata su Bologna, quella notte che avevo fatto la veglia io dopo alcune veglie consecutive di Camilla e tenevo Nora tra le braccia e Nora non faceva come al solito, non si ergeva, non sgusciava, non urlava, non alternava momenti che voleva stare all'insù? con momenti che voleva stare all'ingiù?, non tirava testate sullo sterno, non faceva nessuna delle cose che fa quando si sveglia di notte e comincia prima a lamentarsi e poi a urlare e tu nel tuo letto caldo speri che da quella fase di lamenti prima e urli dopo si possa tornare indietro e che possa riaddormentarsi da sola senza il tuo intervento ma sai che questo non ? possibile, non ?è mai successo e non succederà mai, tu questo lo sai ma mentre sei sotto le coperte tiepide ti concedi un po' di merdosissimo pensiero magico o quel cazzo che ? è prima di sollevare con fatica la coperta infilarti le ciabatte ghiacciate buttarti un plaid sulle spalle raccogliere sacramentando tra te e te Nora che urla sempre più? forte e portarla in un'altra stanza pi? fredda dove Nora può urlare in libertà senza rischiare di svegliare nessuno tranne al limite il vicino, no, quella notte Nora non faceva niente, dopo che aveva fatto un solo urletto neppure tanto forte l'avevo subito presa dal lettino e l'avevo portata di là, nella stanza freddissima, e per un attimo avevo sacramentato tra me e me perché avevo la febbre e la stanza freddissima la temevo, ma questo sacramentare si era esaurito in un attimo perché appena avevamo cambiato stanza Nora mi si era accasciata addosso senza nessuna reazione, niente, il respiro nemmeno si sentiva, era una specie di spettro ormai senza consistenza e senza peso, guardavo quegli zigomi così sporgenti aspettandomi che la pelle si lacerasse da un momento all'altro lasciando intravedere l'osso, mi immaginavo che neppure quello sarebbe servito per scuoterla da quel torpore a basso peso specifico, guardavo il suo zigomo, toccavo le sue costole e sotto quel cielo tipico di quando nevica molto, un cielo di un giallo metallizzato ed elettrico, tutto quello che pensavo era che non stavo tenendo in braccio Nora ma il cadavere di Nora, mia figlia era morta e io continuavo a tenerla in braccio e guardarla e tutto questo era in qualche modo giusto e quello era un grande momento, avrei ricordato per sempre quel momento come il momento in cui avevo cominciato a capire che Nora ormai era un corpo morto e semisvuotato, e quel pensiero nel ricordo mi sarebbe sempre sembrato così enorme da diventare bello, e ripensavo a non ricordo chi che aveva detto che la morte di chi ti ?sta vicino ha qualcosa di effettivamente grandioso e io che ero come strangolato da quei pensieri ossessivi tipici delle veglie protratte che assomigliano ai pensieri degli ubriachi o dei malati o dei sub in debito d'ossigeno pensavo che era proprio vero, quello era un grande eroico momento, io ero come la madre di Cecilia dei Promessi Sposi che porta quel cadaverino tra le braccia e Nora era morta come Cecilia e il cielo di Bologna era giallo di neve e di metallo e di elettricità neppure tanto statica e tutto quello che stava accadendo era in un certo senso la conseguenza e la summa della deriva sadomasochisticamente lisergica connessa con la privazione di sonno e io ero un privilegiato a poter passare proprio in mezzo al più? intollerabile dei dolori e dimostrare di riuscire a tollerare l'intollerabile, ero quasi felice nel modo in cui può essere felice chi non ha più i mezzi di capire cosa sia la felicità ma al tempo stesso crede di capire per la prima volta cosa sia, la felicità, e speravo che quel momento terribile durasse per sempre con quell'ambigua elettrica intensità, non avevo nemmeno pi?ù la febbre, e se non avevo più? febbre era perché in fin dei conti nemmeno io avevo pi?ù un corpo, ero solo una specie di piedistallo semovente che serviva a tenere sollevata da terra Nora coi suoi zigomi sporgenti e le costole in rilievo, e finché continuavo a sollevarla tutto andava bene, tutto era possibile, persino che Nora fosse viva, l'importante era continuare a tenerla sollevata per sempre e malgrado tutto, come quel tipo in terminator 2 che è? ferito a morte ma deve tenere in mano non so che cazzo di marchingegno almeno finché i protagonisti del film non abbandonano quel palazzo, sennò i protagonisti muoiono in un'esplosione che lui solo può scongiurare, e il tipo anche se di fatto è? già morto con la forza dei nervi continua a tenere in mano quel marchingegno per tantissimo tempo prima di morire del tutto e far esplodere il palazzo ormai vuoto come il corpo di Nora, lo stesso discorso valeva per me anche se a ben vedere l'esempio era totalmente? sbagliato perché non sono io che sono morto o sto morendo ma è? Nora, e nessuno deve uscire da questo palazzo in questa notte elettrica giallastra e metallizzata, credo, ma anche se l'esempio ?è sbagliato lo stesso io devo tenere sollevata Nora, per sempre, qualsiasi cosa accada, e se ce la farò forse domattina questo per sempre sarà finito e ne sarà cominciato uno nuovo, un per sempre in cui Nora è nuovamente? viva e io invecchiato di mesi di anni o solo del tempo che è? passato sopra e dentro di me.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  22.02.2013 | 11:30
Quella che potremmo chiamare struggenza
 

Il primo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza si verificò verso il 1982. Ero in un negozio di giocattoli, a un certo punto entrò un bambino e chiese di vedere dei playmobil. Il commesso gli mise in mano la scatola della macchina della polizia, o qualcosa del genere. Il bambino guardò a bocca spalancata la confezione poi disse ‘c’è anche il vetrino?’. Io non ho mai capito di quale vetrino parlasse, però so che provai una struggenza micidiale.
Il secondo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza avvenne forse un paio di anni dopo. Ero in biblioteca a Imola e un ragazzino vicino a me disse alla bibliotecaria che doveva fare una ricerca su un certo Pirandello. Anche se questa seconda volta, nascosto in quel sentimento, c’era l’ombra malsana di un certo snobismo culturale che se fa cagare nell’adulto, nel bambino fa cagare scoreggiare e vomitare nello stesso momento, tutto sommato quella che provai fu nuovamente struggenza.
Il quarto episodio di quella che potremmo chiamare struggenza è di ieri. Avevo Nora più o meno in braccio e stavo giocando con Agata. Agata si chiudeva nell’armadio e io la dovevo cercare. Dopo un po’ che giocavamo Agata ha detto ‘dai, mettiamo anche Nora nell’armadio’. Io non ho risposto subito, sono stato un attimo zitto, allora lei ha aggiunto ‘no, sennò poi senti la sua mancanza’. Ecco, questa cosa che Agata ha pensato subito al fatto che Nora, solo Nora mi sarebbe mancata, senza lamentarsi di niente ma facendo capire tutto, questa cosa mi ha spostato qualche meccanica all’interno fino a riempirmi di struggenza, esattamente come era successo circa dieci mesi fa, alla fine di aprile del 2012.
Il terzo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza, posticipato rispetto al quarto con un espediente narrativo di bassa lega, è infatti della fine di aprile del 2012. Era già qualche mese che Agata aveva cominciato a fare dei sorrisi finti quando veniva fotografata. Era una cosa che non mi piaceva per niente, prima di ogni foto le dicevo ‘fai quello che vuoi ma non fare il sorriso finto’. Ma di solito lei faceva lo stesso il sorriso finto. A fine aprile del 2012 è nata Nora. Ci sono tantissime foto di quel giorno, e almeno in venti di quelle foto c’è anche Agata. Almeno in diciannove foto Agata fa il sorriso finto. Poi c’è una foto in cui io tengo in braccio Nora e le sorrido. Io e Nora siamo in primissimo piano, sfocati. Dietro, in secondo piano, perfettamente a fuoco, c’è Agata che mi guarda in un modo che non riesco a spiegare se non tirando nuovamente in ballo il concetto di struggenza. Come una reclusa in una stanza sigillata che si accorge che il soffitto sta cominciando ad abbassarsi. E guarda in quel modo la persona che ha azionato la leva abbassasoffitti e forse può azionare anche la leva rialzasoffitti.
Io a quella foto penso di continuo, l’essenza del casino di essere un doppio padre mi sembra tutta lì, non nelle veglie che tra l’altro continuano e sconquassano i coglioni sempre più, non nel vomito a spruzzo che ti sorprende proprio quando hai meno voglia di farti vomitare addosso, non nella merda che ti resta attaccata sui vestiti e tra le dita. Nello sguardo di una bambina che si toglie di dosso il più finto dei sorrisi e si concede un po’ di autentica disperazione.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  13.02.2013 | 00:12
Se mi sbalio prendere suo posto voi me lo dicerete
 

Dal 2001 al 2002 lavorai in una comunità di tossicodipendenti. Era il secondo lavoro che facevo in vita mia. Il primo era stato in un centro giovanile, e avevo lavorato abbastanza male. I miei capi forse non se ne erano accorti più di tanto, ma io lo sapevo che avevo lavorato male. L’errore principale era stato di fare un po’ troppo l’amico degli adolescenti che frequentavano il centro e un po’ troppo poco l’educatore, raccontare loro i fatti miei, fare il simpatico a costo di essere sopra le righe, ubriacarmi o comunque bere abbastanza in loro presenza, e tutto questo, credo, per avere la loro ammirazione.
Quando cominciai a lavorare nella comunità di tossicodipendenti capii subito che non potevo fare gli stessi errori, perché sapevo che i tossici sono manipolatori e possono sfruttare il minimo dettaglio a loro vantaggio e a tuo svantaggio, gli basta un niente per prillarti sul dito e farti fare quel cazzo che vogliono loro, quindi io dovevo essere neutrale, uno specchio opaco, come mi avevano insegnato all’università, non lasciar trapelare nulla di me, avere la faccia di uno che non ha mai bevuto alcool, che non si è mai fatto una canna, che non ha mai frequentato nessuno che si fa le canne e che non sa nemmeno di preciso cosa siano, le canne. Chiaramente erano tutte stronzate, niente di più sbagliato che essere così rigidamente controllati in un posto come una comunità, ma allora non lo sapevo e volevo fare il mio lavoro meglio possibile anche a costo di non avere l’ammirazione di nessuno.
Il destino, se era il destino, volle che la mia assunzione fosse in sostituzione di un operatore che era stato appena licenziato perché scoperto a fare coi tossici più o meno quello che io avevo fatto con gli adolescenti, ma in maniera molto più pericolosa, costante e invischiata. Il sospetto, mi aveva detto la responsabile della comunità uno dei primi giorni, era che avesse portato della droga dentro la comunità.
Come si può intuire, un operatore che fa comunella coi tossici e porta della droga in comunità è visto da alcuni dei tossici – quelli più determinati a smettere di drogarsi, che sono pochissimi – come la minaccia che effettivamente è, ma da altri, quelli più fragili, più provocatori, più semplicemente stronzi, più ansiosi di idealizzare il primo minchione che ha la voglia e la capacità di essere idealizzato, è considerato più o meno come il professor Keating era considerato dagli alunni dell’attimo fuggente.
E così quando arrivai in comunità i fragili, i provocatori e gli stronzi mi videro come il coglione ordinario che non aveva i lampi di genialità trasgressiva e al tempo stesso empatica di chi mi aveva preceduto, e come tale ero da mettere in difficoltà, screditare e spingere sempre più vicino al baratro del burn out – cosa facilissima, considerando che la mia solidità lavorativa era quella di un ragazzino che si cagava addosso per qualsiasi cosa ma al tempo stesso aveva una voglia esplosiva di dimostrare di essere superiore all’altro operatore su qualsiasi campo da gioco l’altro operatore potesse scegliere, a parte il campo dello spaccio su cui effettivamente non avevo esperienza.
Il destino, se era il destino, volle che in quel periodo avessi appena cominciato a uscire con una ragazza che subito prima di uscire con me usciva con questo ex operatore spacciatore della comunità, anche se in realtà sarebbe più giusto dire che usciva contemporaneamente con tutti e due, con me e con lui, più o meno a sere alterne, e forse ancora più giusto sarebbe dire che in realtà con me non usciva, dal momento che il nostro rapporto consisteva più che altro nel mio andare a casa sua con scarse speranze di trovarla in casa e con scarsissime speranze di trovarla in casa senza l’operatore spacciatore e con residuali speranze, nel caso fossi riuscito a entrare in casa sua le sere che lui non era a casa di lei, di non essere cacciato da casa sua poco tempo dopo aver varcato la soglia e comunque dopo essermi sentito dire da quella ragazza quanto il mio pseudorivale fosse trasgressivo e geniale e giustamente idolatrato dai tossici e ingiustamente licenziato dai responsabili della comunità che poi si erano dovuti accontentare di assumere operatori banali e paurosi e infantili e rigidi e subdolamente narcisisti e a loro modo competitivi.
Tutte queste cose – la comunità, la ragazza, l’operatore spacciatore, i miei tremori e tutto il resto - le avevo dimenticate, ma poi quando in questi giorni ho pensato a Ratzinger che sono otto anni che gli frastagliano i coglioni perché Woytila aveva carisma, e Woytila sapeva sciare, e Woytila si piegava con elasticità e baciava l’asfalto degli aeroporti, e Woytila diceva le cose simpatiche in italiano approssimativo, e Woytila da giovane aveva fatto l’attore, e Woytila si era preso una pallottola in pancia e aveva perdonato quello che gli aveva sparato anche se quello aveva cambiato versione sul movente a una velocità poco compatibile con un perdono ponderato, e Woytila di qua e Woytila di là, mi sono tornate in mente tutte, tutte.  

 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  05.02.2013 | 23:54
Lo spariglio
 

 

Ieri mentre correvo attorno al cimitero di Bologna ho cominciato ad accusare un dolore al ginocchio, dapprima lieve, poi sempre più forte. Dopo venti minuti che correvo il dolore è diventato intollerabile, o almeno qualcosa di molto vicino al concetto di intollerabilità che può avere uno come me che se si dà un morso alla lingua non aspetta più di trenta secondi prima di aprire l’armadietto dei medicinali alla ricerca di un synflex.
Il problema è che dopo venti minuti che correvo ormai ero lontano da casa più o meno tre chilometri, e se avessi smesso di correre sarei comunque dovuto tornare indietro a piedi, impiegando più di mezz’ora e sforzando ancora il ginocchio malconcio, allora ho girato i tacchi, ho rallentato e ho continuato a correre facendo smorfie e emettendo versi disgustosi, col ginocchio serrato in una specie di garrota sempre più stretta.
Ero molto indeciso sulla velocità da tenere durante la corsa di ritorno, perché da un lato avevo voglia di arrivare a casa prima possibile, ma dall’altro la prospettiva di correre su un ginocchio messo male mi sembrava idiota. Vivevo in sostanza un conflitto simile a quello dell’uomo che deve cagare ma ancora è in viaggio verso casa: chi si trova in una condizione di questo tipo solitamente fatica a scegliere con decisione se andare pianissimo per evitare di farsela addosso a causa di una furiosa corsa peristaltica o se andare veloce per ridurre l’intervallo di tempo che lo separa dalla tazza del cesso. L’uomo che deve cagare ma è ancora in viaggio di solito alternerà fasi di corsa irrazionalmente veloce a pause assurdamente lunghe che gli serviranno per sincerarsi di non essersi cagato addosso e di avere la capacità sfinterica di continuare a tenere la merda dentro di sé ancora un po’.
Così io, che in certi momenti mentre tornavo verso casa quasi mi fermavo, seppur senza smettere di mugolare e fare smorfie, e in altri ripartivo con uno slancio sbilenco, e tutto questo senza perdere neppure per un attimo la consapevolezza che la mia tattica – alternanza di semipause e strappetti – era comunque peggiore sia della tattica della lentezza che della tattica della velocità, una consapevolezza che avrebbe dovuto indurmi a cambiare tattica ma non l’ha fatto, un po’ perché io non sono il tipo di persona che trae conclusioni intelligenti o anche solo sensate dalle proprie intuizioni, e un po’ perché in realtà più forte del dolore era l’allegria legata al ricordo di quella volta – era il 29 marzo del 2008, Agata sarebbe nata il giorno dopo – che facevo la doccia a casa d’altri, lo scarico della doccia era intasato di capelli, l’acqua non andava giù e mi si accumulava tra i calcagni, quell’acqua era ghiacciata ma andava scaldandosi anche se lentamente, ero indeciso se aspettare un po’ per avere acqua tiepida o chiuderla lì, con una doccia fredda che mi avrebbe tenuto sveglio in vista di una notte di travagli osservati e in qualche maniera vissuti, e dopo aver valutato la situazione con ponderazione ho deciso che avrei comunque preferito una doccia calda o semicalda, anche a costo di avere l’acqua fino alle ginocchia che allora non mi facevano affatto male, e quando ho capito di aver preso una posizione almeno una volta nella vita, vale a dire la posizione di chi preferisce fare docce calde anche se quella doccia calda contribuisce a intasare sempre più una doccia altrui, vuoi per il rilassamento dovuto alla presa di coscienza vuoi per chissà che altro motivo, ho cominciato a pisciare su quel piatto doccia inondato, e mentre guardavo l’acqua nel piatto doccia ingiallirsi e scaldarsi per l’azione sia del boiler che del piscio mi sono chiesto in quale modo questo nuovo evento sparigliasse le carte.


Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  29.01.2013 | 14:34
La redingote del domatore
 

 

 

Andare all’UCI o in qualche altro cinema multisala alla domenica è un  po’ come fare la visita dei tre giorni per il servizio militare: ti trovi a stretto contatto con persone che altrimenti non incontreresti mai, e che fai di tutto per non vedere più perché anche se in qualche modo ti affascinano – più o meno nella stessa maniera in cui ti affascina un incidente che accade nella corsia opposta alla tua quando viaggi in autostrada – più della fascinazione è forte lo schifo e la fiera consapevolezza di essere diversi in maniera non complementare ma incompatibile.
Questa domenica sono andato all’UCI a vedere un film con Agata, e nella fila davanti alla mia c’era una famiglia a suo modo emblematica:
1.padre tendente alla rabbia e alla cieca rivendicazione aprioristica del posto scritto sul suo biglietto regolarmente acquistato facendo una fila durante la quale ha avuto modo di pensare a quanto gli stesse sui coglioni l’idea di andare al cinema con la sua famiglia che odia;
2.figlia sui sette anni che nonostante tutto ha ancora una scintilla di entusiasmo all’idea di andare al cinema alla domenica con suo padre che la odia e sua madre che gingilla il telefonino per tutto il tempo del film:
3. madre appartenente alla categoria delle troie col piumino corto e le unghie da pornodiva che durante il film gingillano il telefonino connettendosi a internet e guardando le cose di facebook.

 

Ora, io sono fatto così: che se anche mi frega poco di quasi tutto, e anche se quanto a egoismo non scherzo un cazzo – per dire, sono un po’ come il personaggio di non mi ricordo più che libro di Tolstoj o Dostoevskij che racconta ai suoi amici che quando piove o nevica e lui, il personaggio, sta al calduccio di casa sua, quel personaggio gode molto non solo all’idea di essere al calduccio di casa sua, ma anche all’idea che qualcuno là fuori si prenda la nevicata o la pioggia in faccia, che essendo pioggia di Russia a occhio e croce non è esattamente una tiepida pioggerellina benefica ma più una caduta libera di pezzi di ghiaccio semiliquido -, anche se sono indubbiamente egoista ci sono delle cose che vedo accadermi intorno che mi fanno l’effetto di, come si dice, stringermi il cuore.
Una di queste è vedere una persona che sorride quando parla al telefonino. Se anche si tratta di una persona che mi sta antipatica, nel momento in cui vedo che sorride mentre parla al telefonino mi prende una tale tenerezza all’idea che faccia quei sorrisi per certi versi senza scopo e come tali totalmente sinceri che mi viene voglia di abbracciarla fortissimo e poi scappare via senza darle il tempo di chiedermi niente.
Un’altra cosa è vedere un bambino felice di passare del tempo con la sua famiglia anche quando è evidente che per esempio suo padre piuttosto che andare al cinema con la sua famiglia preferirebbe stare a casa a guardare la polvere che si accumula sui fornelli, e sua madre piuttosto che guardare quel film gingillerebbe sul telefonino alla ricerca di una foto dei fornelli impolverati del suo vicino di casa per poi condividerla con gli amici di facebook.

 

E' per questo motivo che mentre ero lì, al cinema UCI, a guardare poco il film e molto la famiglia emblematica, tempo dieci minuti mi è venuta una gran voglia di prendere per mano la bimba nonostante tutto entusiasta e farla sedere vicino a me e Agata, che differivamo dalla sua famiglia per tante altre cose oltre alle unghie, ai piumini e all'intenzione di cavillare sul posto scritto sul biglietto, ma mi hanno fermato due pensieri:
Primo, i padri che rivendicano con rabbia il posto loro assegnato al cinema tendono a considerare con sospetto gli adulti sconosciuti che prendono per mano i loro figli nell’oscurità dei cinema, indipendentemente dalla felicità che provano all'idea di essere lì con loro.
Secondo, quella bambina così entusiasta di andare al cinema con la sua famiglia è figlia di una donna che prima di essere quello che è adesso probabilmente era una bambina in qualche modo entusiasta di andare al circo o al parco col padre collerico e ansioso di rivendicare un posto sotto il tendone o sulla panchina e con la madre impegnata in attività affini al guardare le cose di facebook al cinema, che ne so, limarsi le unghie e lanciare di nascosto bigliettini sessuali nella redingote del domatore.

 

 

 

 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  24.01.2013 | 13:47
La capsula
 

Ormai non mi capita quasi più di accompagnare Agata a scuola, ci pensa sempre Camilla. Io porto Nora.

Le poche volte che accompagno Agata sono così felice che mi innervosisco un po’. Facciamo la strada che porta alla materna in silenzio, come due innamorati che non sono più abituati a passare del tempo insieme. Se parliamo è per dirci cose da nulla. Di solito cerco di metterci tanto tempo, per stare il più possibile con lei, ma visto che le dico sempre che ho fretta, e visto che Agata è una che se le dici che fai una certa cosa  perché le vuoi bene è anche capace di prenderti per il culo per la tua ammissione, più o meno come Nastasja Filiippovna nell’Idiota di Dostoevskij – salvo poi stare male di nascosto per il suo microsadismo, più o meno come Nastasja Filippovna nell’Idiota di Dostoevskij -, nascondo questo allungamento dei tempi cercando di distrarla.

Guarda Agata, guarda quella pozzanghera!
Cosa?
No, niente. E’ abbastanza profonda.

Guarda Agata, guarda quella macchina verde!
Cosa?
Un mio amico ce l’ha uguale.

Quando alla fine arriviamo alla materna saluto Agata, l’abbraccio forte come se non dovessi vederla per un anno e la guardo entrare in classe mentre mi dice ‘ti saluto dalla finestra’. 

Io corro giù, faccio i quattro passi del cortile fuori dalla visuale di Agata schiacciando una capsula di tristezza sotto la lingua, poi mi giro e guardo in su. Agata è lì che saluta. La saluto anch’io, e mentre la saluto ho la strana impressione di salutare anche qualche parte di me.

 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  19.01.2013 | 17:17
Steffy si sente sola
 

Ho sviluppato una tecnica infallibile per scrivere pochi racconti brutti: scrivere pochi racconti in generale. Questa tecnica è infallibile per scrivere pochi racconti brutti, ma è fallibilissima per non scriverne nessuno, e infatti ogni tanto mi capita di scrivere dei racconti brutti, come per esempio “cara Sandy”, che è su Tapirelax da qualche settimana.
Il fatto che “cara Sandy” sia venuto male è una delle cose che mi dispiacciono di più tra tutte quelle che ho in mente in questo periodo, tanto che quando mi capita di scrivere delle cose che mi sembrano veramente buone, per evitare di gasarmi troppo dico a me stesso “ricorda che tu sei anche quello che ha scritto ‘cara Sandy’ e fatti passare l’entusiasmo”.
Per questa volta eviterò di raccontare le consuete dinamiche interne che mi portano a controbattere a mie stesse obiezioni, controobiezioni che portano ad altre controcontroobiezioni etc etc, eviterò di farlo perché, me ne rendo conto, hanno un po’ rotto i coglioni.
Mi limito a dire che la scarsa riuscita di quel racconto mi brucia soprattutto perché l’argomento di cui tratta lo conosco bene come pochi altri argomenti, e quindi non ho scuse.
Questo – che il racconto è venuto male - lo so da quando quel racconto l’ho scritto, si può dire che mentre lo scrivevo mi rendevo conto di fare un brutto lavoro e di non rendere omaggio a una delle poche cose televisive a cui sono realmente legato tanto da guardarla tutte le volte che posso; e non solo per motivi per così dire narrativi, o entomologici, ma perché io a Ridge Forrester Senior voglio bene.
Ognuno pensi quello che vuole della questione, e chiunque ha la faccia di culo di dire “ridge forrester chi?” lo dica, non sarò io a smascherarlo.
Mi limito, come prova del fatto che “cara Sandy” non è un bel racconto, ad allegare quello che ha scritto il signor Wikipedia più o meno sullo stesso argomento. Wikipedia batte Zumba, non c’è un cazzo da dire.

Steffy si sente sola, ma non intende rinunciare al suo matrimonio. Così cerca invano vastissime volte di convincere Liam a tornare con lei. In questo periodo Steffy capisce gli errori commessi quando era sposata con Liam e rifiuta di essere nuovamente coinvolta nei piani di Bill per separare Hope e Liam, convinta che quest'ultimo tornerà da lei spontaneamente quando si stancherà di Hope. Steffy riceve continue pressioni dalle Logan per firmare l'annullamento, ma la giovane, sostenuta da Taylor, Stephanie e Ridge, non si fa mettere i piedi in testa e accusa Hope di adulterio per essere andata a letto con Liam, il quale è ancora ufficialmente sposato con lei. In seguito a dei litigi con Hope perché la ragazza assume farmaci per lo stress che subisce, Liam si riavvicina a Steffy e i due finiscono per baciarsi. Per la settimana della moda Steffy si ritrova insieme ad Hope e Liam ad Aspen. Qua Steffy viene investita, mentre scia, da Hope (che era sotto l'effetto dei farmaci) e si fa male ad un piede. Quando Liam capisce che Hope ha preso nuovamente un farmaco, litiga furiosamente con lei per avergli mentito e per non aver dato aiuto a Steffy. Nel frattempo quest'ultima firma l'annullamento, ma Liam lo strappa e la bacia. Steffy è convinta che tornerà con Liam, ma il loro matrimonio arriva alla fine quando il divorzio diventa effettivo. Steffy sta male senza Liam e sente di non riuscire ad andare avanti e soffre ancora di più quando vede l'ex marito felice con Hope. Steffy viene convinta da Bill ad accettare l'invito al matrimonio tra Liam ed Hope e così parte per l'Italia, precisamente in Puglia, insieme ai due futuri sposi, Bill, Ridge e Brooke. Il giorno delle nozze, Liam e Steffy si lasciano travolgere dalla passione. Liam si sente terribilmente in colpa ma, spinto da Steffy, sposa lo stesso Hope. Una devastata Steffy torna a Los Angeles e decide di rinunciare a Liam, sostenendo il suo matrimonio con Hope. Quando Hope trova un video del giorno delle sue nozze in cui scopre cosa hanno fatto Liam e Steffy, ha un duro confronto con i due, strappa i documenti che avrebbero reso del tutto legale il matrimonio celebrato in Italia e torna a vivere a casa dalla madre. Questo comportamento di Hope rimette in gioco Steffy, la quale sostiene che il gesto di Hope dimostra ancora una volta una profonda immaturità della ragazza. Liam riesce a farsi perdonare da Hope e i due organizzano un secondo matrimonio, non essendo ancora legalmente sposati. La notte prima delle nozze, Steffy cerca di convincere Liam a non sposare Hope e lo porta in discoteca per l'addio al celibato. Tra i due questa volta non succede nulla. Il giorno delle nozze, Liam confessa ad Hope che si è rifugiato da Steffy la sera prima ed Hope, credendo che tra i due ci sia stato qualcosa quella sera perché Rick le ha mentito grazie alla complicità di un suo amico, lo lascia. Liam e Steffy si ritrovano sempre più vicini uno all'altra e alla fine i due tornano insieme. Per festeggiare la loro riconciliazione, Liam e Steffy fanno l'amore nello chalet di Brooke, ma non sanno di essere stati visti da Donna. Liam e Steffy rendono poi pubblica la loro relazione e decidono questa volta di procedere con calma. Dopo poco tempo, Steffy torna a vivere a casa di Liam. La loro relazione procede bene finché gli inganni di Bill e Rick nei confronti di Hope e Liam vengono a galla: infatti Hope, appresa tutta la verità, vuole riconquistare Liam, ma lui rimane con Steffy, la quale difende a spada tratta la sua relazione perché Liam ormai ha scelto lei. Prima di partire per Parigi per andare a trovare suo padre, Steffy scopre felicemente di essere incinta e decide di dirlo a Liam, ma quando arriva a casa lo trova fare l'amore con Hope. Sconvolta, Steffy parte per Parigi.


Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  08.01.2013 | 23:43
Agghu
 

 

E’ un tempo complesso, un tempo esemplificato dalla metafora del footing: lo schifo e l’estasi si attorcigliano.
E’ un tempo che Nora si sveglia tanto alla notte, e spesso c’è da fare delle veglie, cullarla, cantarle canzoni, lasciar passare la burrasca.
Fare queste cose – fare le veglie – è esattamente come fare le corse. E’ una merda, ma è anche bello. E’ una fatica che ti annienta e ti fa bene. Mentre sono lì, alle tre di notte, che giro per il salotto e mi prendo le testate di Nora sullo sterno, io penso che è perfetto, è una dannazione perfetta, una fatica che spero finisca presto e duri per sempre, e mentre sono lì a scuoterla e stordirla le parlo della mia tesi sugli effetti antidepressivi della privazione di sonno, e le dico che sperimento io stesso quegli effetti su di me, e lei dicendomi brrr mi vuole dire che forse quel che avverto è più che altro un placebo, e io allora le ribatto che non è un placebo, è la neurofisiologia, e la neurofisiologia non scherza un cazzo, e lei dicendomi tatata mi vuole dire che se per caso sono laureato in neurofisiologia sono pregato di esibire i documenti che lo attestano, documenti su cui lei sarà poi lieta di depositare qualcosa che se non sarà marrone sarà comunque di un giallo o di un verde che virano verso il marrone, e io le dico che non c’è bisogno di essere laureati in neurofisiologia per sapere come funzionano serotonina e catecolamina, e lei dicendomi baba mi vuole dire di non approfittarmi del fatto che ha solo otto mesi e non sa esattamente cos’è la serotonina perché ne sa comunque quanto basta per sapere che io non ne so molto più di lei, e a quel punto io mi arrendo, la stringo forte, le do un bacio con lo schiocco che rischia di svegliare Agata e Camilla, e le dico che ha ragione lei, come sempre, e che mi ha smascherato anche stavolta, e che allora tanto vale godersi come viene quel tempo complesso, che sia quel che sia, e che sto bene anche se sto male a prendere testate sullo sterno parlando di neurofisiologia con chi ne sa più o meno come me ma con meno ingiustificata vanagloria, e che quella tortura sublime speriamo che finisca o duri per sempre, e che una di queste notti ambigue, nella disperazione esaltata dell’insonnia catecolaminica, scriverò il più bel racconto del mondo, finalmente un racconto libero da solipsismi e autocompiacimenti, un racconto ruvido, pulsante, spigoloso e senza aggettivi, un racconto sanguinante e purulento, e lei dicendo aggghu mi vuole dire che ci posso scommettere, che una di queste notti scriverò un racconto ruvido pulsante e spigoloso, e che quel racconto farà cagare.

 

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  02.01.2013 | 11:00
Rapporti che intercorrono tra me e me
 

Stavo pensando di scrivere qualcosa sul fatto che se invece il killer che mi dà quindici secondi e poi si ammazza, profondamente colpito dai miei turbamenti interiori espressi per esempio dai miei dubbi in stile “scelta di Sophie” sulle mie due figlie, si rivelasse una persona buona, una persona che alla luce dei miei turbamenti interiori non solo non vuole ammazzarmi, ma anzi è interessata a capire meglio i diversi strati della mia personalità, e questo killer si dimostrasse non solo una persona buona ed empatica, una persona ricca di tali e tanti strati al suo interno che al confronto io sono una specie di monolite nero Kubrickiano, se l’ex killer si dimostrasse non solo questo ma anche una sorta di genio della lampada seppur privo di superpoteri, quindi in un certo senso un genio del cazzo seppur buono empatico e variegato, e questo genio – così buono ed empatico da accettare in estrema analisi che gli si dica in faccia che non è altro che un genio del cazzo privo di superpoteri, se uno ha il fegato necessario a dire una cosa del genere a uno che fino a poco fa era un killer professionista -, e questo genio mi chiedesse per esempio “ma tu, insomma, dimmi, se potessi capire una sola cosa del mondo, tu, quale cosa vorresti capire?”, io, a questo ex killer pentito multiforme ed empatico, credo che non direi nulla sul fatto che è inutile dirglielo, che cosa vorrei capire del mondo, visto che tanto non è un vero genio e quindi può far poco per aiutarmi nell’opera di comprensione, e non so se eviterei di dirgli questo per evitare di scherzare col fuoco o perché mi sembrerebbe di sfruttare in un certo senso la debolezza del forte che si atteggia a debole, se così si può chiamare, fatto sta che non gli direi questo e invece gli direi che la prima cosa che vorrei capire del mondo, e forse l’unica, è cosa penso.

Gli direi così: voglio capire cosa penso. Poi, se mi lasciasse il tempo di spiegare meglio il concetto, gli direi che più passa il tempo più io ho dei dubbi, e non parlo solo dei dubbi stile scelta di Sophie riguardo alle figlie, no, parlo dei dubbi sulle mie opinioni, perché mi sembra che su ogni argomento ho opinioni che si contraddicono, e anche se penso che uno dei due pensieri che si contraddicono a vicenda è una specie di reazione adolescenziale all’altro pensiero, che è il mio vero pensiero, il retaggio di un bastian contrario che latra da qualche parte al mio interno, o l’illusione pseudo onnipotente di poter abbracciare tutto col cervello che anche quella secondo me ha a che fare con periodi della vita che sarebbe bene a questo punto essersi lasciati alle spalle, la verità è che io non so mai quale pensiero sia reattivo all’altro, quindi non so niente o quasi niente su cosa so, cosa penso, cosa preferisco e robe del genere.

Se poi gli dicessi così, al finto genio con un passato nel crimine, attualmente esperto di counseling, forse il genio perderebbe l’equidistanza e la pace interiore appena conquistate e mi direbbe “ti sei appena lasciato sfuggire l’ennesima occasione per dimostrare che c’è dell’altro dentro di te oltre a un pozzo nero di solipsismo narcisistico”, e io a quel punto avrei poco da obiettare, credo.

Stavo pensando di scrivere qualcosa del genere, ma poi mi è venuto in mente che io ho appena passato un capodanno molto bello, con Camilla Agata e Nora. E dopo essermi detto che ho passato un capodanno molto bello, con Camilla Agata e Nora, sono stato un momento fermo e zitto per vedere se arrivava il pensiero reattivo, un pensiero come “sarà pure stato un bel capodanno, però se ci pensi non è andato proprio benissimo, non almeno come quello del 1995 del 1999, e faresti bene a scandagliare la cosa prima di lasciarti andare a facili entusiasmi che poco ti si addicono: forza, rifletti per benino poi ne riparliamo”.

Ho aspettato un po’, ma non è arrivato nessun pensiero reattivo, invece.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  27.12.2012 | 00:09
Un buon latte detergente
 

Hanno regalato ad Agata dei trucchi, e così dopo che si è fatta truccare lei mi sono fatto truccare anch’io. Da lei. E dopo io ho truccato lei, aggiungendo del trucco sopra il trucco che già aveva sulla faccia.

Non voglio parlare tanto del fatto che farsi truccare da Agata è stato molto piacevole, e non voglio nemmeno parlare del fatto che è stato altrettanto piacevole truccare lei, sfumando il rosa troppo acceso sulle sue guance con delle sfumature di giallo che hanno dato al trucco l’omogeneità giusta. Non voglio parlare nemmeno del fatto che secondo me, al di là della piacevolezza, io l’ho truccata piuttosto bene, usando la punta dei polpastrelli con delicatezza da semiprofessionista. Non voglio parlare di queste tre cose, anche se queste tre cose, combinate con la mia predilezione per un certo tipo di magliette da jogging, se solo avessi voglia di fare dell’introspezione mi darebbe parecchio materiale su cui lavorare.

Voglio invece parlare di quando poi sono andato nel bagno per struccarmi con batuffoli di cotone e latte detergente. Ne voglio parlare perché mentre ero lì a struccarmi con il cotone e col latte detergente avevo come al solito il cervello diviso, e se una metà cervello pensava “certo che questo struccarsi davanti a uno specchio ha davvero qualcosa di simbolico, ricorda un po’ il Chaplin di luci della ribalta con tutto ciò che ne consegue”, l’altra metà cervello pensava “ma quali simbolismi, ma quale Chaplin, ma quale ribalta, a te piace struccarti per altri motivi, va là, smettila di fare il simbolista, pensa alla delicatezza dei polpastrelli, pensa che forse a un certo punto hai addirittura soffiato sulla guancia di Agata per vedere se il trucco era ben attaccato, pensa al tuo abbigliamento da corsa, chiamiamola corsa per semplicità, poi fatti delle domande”.

Invece poi non mi sono fatto delle domande. Ho capito però che la prossima volta che un amico mi chiederà che cosa non manca mai nella mia borsa, che è la seconda domanda che mi viene fatta più di frequente in questo periodo dell’anno dai miei amici dopo “allora, vecchia merda, quanto ti sei scoglionato questa volta a Natale?”, a quella domanda risponderò “un buon latte detergente”.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  21.12.2012 | 11:27
Io sono un uomo malato
 

Una delle cose che mi mettono più in difficoltà dell’essere padre è che quando hai a che fare con qualche altro genitore – e quando sei genitore hai a che fare quasi solo con altri genitori, cosa questa che a sua volta mi mette in difficoltà, ma meno della cosa che sto per dire – e incontri per strada, o davanti all’asilo, o dal pediatra, o a una festicciola di bambini quest’altro genitore, è quasi vietato chiedergli “come stai?”. Se gli chiedi come sta, a quest’altro genitore, maschio o femmina che sia, quest’altro genitore ti guarderà con un’espressione che si situa da qualche parte tra “non ho capito bene la domanda” e “perché mi fai questa domanda che è chiaramente fuori luogo?”.

Quando incontri un altro genitore, anche se in quel momento è da solo, la domanda giusta è sempre “come state?”, e la risposta giusta alla domanda giusta è “bene, e voi?”, o in alternativa “benino, la piccola ha la bronchite, speriamo che la grande non si ammali, e voi?”.

Il problema è che io non ho in gran simpatia né le domande né le risposte giuste, quindi se sono io a fare la domanda all’altro genitore di solito chiedo “come stai?”, causando l’espressione che dicevo nell’interlocutore, mentre se sono io a rispondere alla domanda “come state?”, di solito rispondo “bene, e tu?”, risposta che genera un’espressione ancora più stranita nell’altro genitore.

Il problema legato a questa problema è che pur non avendo simpatia per le domande e le risposte giuste, ho anche un rapporto complicato con le risposte e le domande volutamente spiazzanti, e questo provoca una serie di cose che fanno sì che quando do quelle risposte o faccio quelle domande che non sono proprio quelle giuste intanto penso “e bravo coglione, ti senti davvero figo ora che sei uscito dal binario e hai fatto valere la tua individualità di soggetto a prescindere dalla tua famiglia, vero?”, ma in risposta a questo pensiero penso anche “no, non mi sento figo, semplicemente mi sento meglio, potrò sentirmi meglio o devo stare peggio perché sennò pensi che voglio fare il figo?”, e in risposta a questo pensiero penso “no, no, figurati, fai pure, prego, solo evita di prendermi per il culo con la storia dello stare bene, quello che sta bene quando fai così è solo il tuo cazzo di narcisismo”, e in risposta a questo pensiero penso “e anche se fosse, avrò diritto a alimentare il mio narcisismo o questo diventa un problema per il tuo di narcisismo?”, e in risposta a questo pensiero penso “coglione, il mio narcisismo è anche il tuo narcisismo, va bene che sei dissociato ma non ti preoccupare che il narcisismo è uno”, e quando penso a tutte queste cose a me viene in mente l’io narrante delle memorie del sottosuolo, quella specie di miscuglio infetto di orgoglio e vigliaccheria, e capisco che sono messo abbastanza male.  

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  20.12.2012 | 10:45
Col sapor di cioccolato rende il latte prelibato
 

Il giorno 21/12 il governo Boliviano rinuncerà ufficialmente alla Coca Cola, allontanandosi simbolicamente dalla Macha, dall’individualismo e dall’imperialismo e andando idealmente incontro alla Pacha, all’armonia e alla fratellanza.

Così più o meno stava scritto su un volantino a cura delle rete dei comunisti di Bologna che ho letto alla fermata dell’autobus questa mattina.

Ora, premesso che rinunciare alla Coca Cola è una cosa senz’altro lodevole se non altro per motivi gastrici, e premesso che la questione è fondamentale come capisce anche uno come me che non aveva mai sentito parlare di Macha e di Pacha, uno come me che anche se non ne ha mai sentito parlare capisce comunque inconsciamente o giù di lì che la portata della cosa è tale che forse la storia dei Maya e del 21/12 c’entra con la rinuncia del governo Boliviano alla Coca Cola, all’individualismo e al Macha, premesse queste due cose per onestà devo ammettere due cose.

Primo, io sono uno che quando sente parlare di fratellanza, di armonia e d’ora in poi anche di Pacha sente una serie di cose poco piacevoli al suo interno al punto da aver voglia di ricontattare il portiere della squadra dei pulcini dell’Imolese Calcio del 1984, farsi invitare a casa sua con una subdola scusa e rispezzare,  al portiere della squadra dei pulcini dell’Imolese Calcio del 1984, il polso già spezzato durante una mischia proprio nel 1984, forse a maggio o ad aprile.

Secondo, il volantino scritto dalla rete dei comunisti di Bologna recava nella parte bassa un indirizzo di posta elettronica che era, mi sembra, retedeicomunistibologna@gmail.com.

Riguardo a questa seconda ammissione, mentre ero lì al freddo davanti all’ospedale maggiore di Bologna e pensavo a quanto sarebbe stato disastroso se per disattenzione avessi ordinato al bar una Coca Cola rischiando di dare il mio esecrabile contributo individualista nell’eterna lotta tra Pacha e Macha, mi sono venuti dei dubbi su quell’indirizzo di posta elettronica, dei dubbi legati al fatto che pensavo che i comunisti bolognesi, che sicuramente da tempo hanno bandito dalle loro tavole la Coca Cola e si sono presi idealmente per mano rivolgendo un saluto affettuoso ai compagni Boliviani in nome di un’armonia anti imperialista, fossero poco amici di Google, che secondo alcuni ha fatto una bella montagnetta di tutto il Pacha che ha trovato in giro per il mondo e ci ha cagato sopra tutto il cagabile.

Poi è arrivato l’autobus, e mentre salivo mi sono detto chissenefrega, in fin dei conti il Nesquik l’abbiamo bevuto poi tutti, anche i comunisti in rete. 

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  18.12.2012 | 23:36
Panetterie, bambini, maglie da gay
 

 

Lo faccio da ottobre. Mi metto le scarpe da ginnastica, calze tubolari, pantaloncini blu, una maglia nera da gay molto aderente e un’altra maglia fosforescente sopra per non farmi investire. Poi vado a correre. Più che correre in realtà si tratta di un avanzare all’andatura appena più veloce rispetto al passo. Fossi un cavallo, sarebbe trotto scoglionato.

 

Da Bologna a Casalecchio. O meglio, dalla parte di Bologna vicina a Casalecchio alla parte di Casalecchio vicina a Bologna.

 

Correre – trottare scoglionatamente - è una cosa che mi piace. Mi piace perché in realtà non è che mi piace e basta. Nello stesso momento mi piace e mi fa schifo. Mi fa star bene e mi fa star di merda. E questa cosa, il fatto che correre simultaneamente mi piace e mi fa schifo, mi piace. Mi piace senza farmi schifo.

 

Sono cose che succedono.

 

Quando trotto scoglionatamente tra Bologna e Casalecchio su una pista ciclabile fatta apposta per podisti e ciclisti passo accanto a un campo di calcio su cui si allena ogni martedì una squadra di bambini. Si divertono: fanno i tiri in porta, i cross dal fondo, gli slalom tra i birilli, gli stop di coscia e di petto, i calci d’angolo.

 

Ci passo accanto e penso che se su quella stessa ciclabile ci passasse un giornalista sportivo forse il giorno dopo scriverebbe un articolo sul fatto che quei bambini hanno un modo molto puro di affrontare lo sport, e che se i giocatori professionisti avessero anche solo in parte quello stesso spirito il mondo del calcio potrebbe salvarsi, invece di affondare nel pantano della violenza delle curve, del calcioscommesse dilagante, del divismo dei giocatori di serie A, degli ingaggi esorbitanti e via dicendo.

 

Quando sono lì, vicino al confine tra Bologna e Casalecchio, con la mia maglia da gay, il respiro rantolante, che guardo con la coda dell’occhio quel campo da calcio e intanto maledico la splendida sensazione ambigua associata al correre, penso che quel giornalista se esiste è certamente un gran coglione, perché in realtà non è vero niente che i bambini sono puri nel loro modo di affrontare lo sport, né quelli né gli altri bambini, e non è vero niente perché mi ricordo che quando a nove o dieci anni giocavo nell’Imolese Calcio in verità i miei compagni di squadra avevano uno spirito impuro tale e quale i grandi, e questo per un motivo molto semplice, e cioè che i bambini in generale non sono più puri dei grandi, sono solo più piccoli, e in campo spesso si comportano da stronzi come gli adulti con la sola differenza che essendo più piccoli fanno meno male se ti danno un calcio o una gomitata, e fanno così non perché nel frattempo i genitori fuori dalla recinzione gli urlano dai falcialo l’attaccante se ti scappa, o meglio, in parte anche per colpa dei genitori che urlano consigli antisportivi fuori dalla recinzione, ma soprattutto perché il bambino comunque di suo la voglia di falciare l’attaccante che gli scappa ce l’ha eccome, e questo io lo so bene anche perché mi ricordo che una volta che l’Imolese Calcio giocava contro la Tozzona Calcio io, che pure ero forse uno tra i meno impuri della mia squadra, non ho falciato nessun attaccante, più che altro perché me ne è mancata l’occasione, in compenso quando si è accesa una mischia nella nostra area di rigore a un certo punto per sbaglio ho tirato un calcio fortissimo al mio portiere e gli ho rotto il polso, e anche se mi sono subito sentito una merda e ancora oggi almeno una volta ogni tre mesi ricordo a me stesso che io sono sempre la stessa merda che ventinove anni fa ha spaccato il polso al portiere della sua squadra senza tra l’altro mai essersi scusato per questo, ciononostante credo che sotto sotto oggi come allora una parte di me totalmente impura gode un casino all’idea di aver fatto male a un altro giocatore su un campo da calcio.

 

Quando sono lì, ormai vicino al cartello benvenuti a Casalecchio, con la mia maglia aderente nascosta da un’altra maglia fosforescente, i polmoni in difficoltà, che osservo di sghimbescio i bambini che fanno finta di essere puri per illudere i giornalisti coglioni e benedico l’orrendo malessere che mi provoca quel trotto scoglionato, penso a questo genere di cose, e di solito concludo questo pensiero riflettendo sul fatto che data la malvagità diffusa, innata e certo inestirpabile in fin dei conti è molto strano che non ci siano in giro per il mondo più guerre di quelle che ci sono, e che il pane lo troviamo regolarmente in panetteria anche senza dover fare assalti ai forni.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  14.12.2012 | 13:40
Puf!
 

Sono dei giorni che mi chiedo: ma se arrivasse un killer professionista a dirmi: hai quindici secondi di vita, fai quello che ti pare poi ti ammazzo, cosa deciderei di fare?

 Io, al di là dei dubbi su questa faccenda dei quindici secondi (da quando partono i quindici secondi? Da quando rispondo al killer? Da quando il killer finisce la domanda? O da quando comincio a fare la cosa che decido di fare?) e al di là di dubbi di altro genere (siamo sicuri che il killer professionista si metterebbe a cronometrare con precisione?, tanto per dirne uno), credo che deciderei di appoggiare la testa sulla pancia di Nora e stare lì a sentire il suo respiro a tratti leggero a tratti gracchiante, e prendermi le manate in faccia che di solito Nora mi dà quando mi metto con la testa sulla sua pancia.

Il fatto è che subito dopo aver capito che gli ultimi quindici secondi di vita li passerei così mi sono venute in mente alcune cose, una delle quali è che io oltre a Nora ho un’altra figlia, e all’improvviso mi sono sentito in colpa verso quest’altra figlia, Agata.

Poco dopo il sopraggiungere di questo senso di colpa però mi sono venute in mente altre cose ancora, e cioè che io ho scritto una canzone per Agata, e per Nora no, neanche una nota per Nora, e su Agata ho scritto anche qualche racconto, e su Nora no, nemmeno una sillaba su Nora.

E all’improvviso il senso di colpa, come per magia, puf!, non è scomparso affatto ma anzi è aumentato circa del doppio.

 

Autore: zumba | Commenti 4 | Scrivi un commento

  12.12.2012 | 13:59
Segnetti
 

Il primo post di un blog sarebbe il caso che fosse bello, che poi sono cose che rimangono. Come i tatuaggi di donne nude o i segnetti della varicella.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento