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  28.04.2014 | 17:15
j. spencer mi lancia delle occhiate strappamutande
 
 

WACKY MADHOUSE - PARTE 2
Lì dove abita WR3

Io invece di fianco c’ho un tizio fighissimo che si chiama Jon Spencer che non parla mai con nessuno però una volta mi ha detto che avevo degli occhiali molto carini e appena lo ha detto mi si sono inumidite le mutandine e dopo due settimane ho scoperto di essere incinta e da quando sono incinta mi si sono gonfiate le caviglie ma lui non se n’è mai accorto perché mi si sono gonfiate anche le tette e mi viene comodo perché così io vado a casa sua con una maglietta scollata e attingo alla sua sterminata collezione di bellbottoms per coprire le caviglie.
Noi ci vediamo spesso a giocare a bigliardino in quattro, io, Jon Spencer, la moglie di Jon Spencer che è una tipa molto figa e il cazzone magro col taglio alla Vincent Vega del piano di sopra che fa il cantante in una band chiamata Le Teste che Parlano. Quando giochiamo a biliardino Jon Spencer non fa altro che guardarmi le tette e anche se la sua moglie è una molto figa è pur sempre una molto figa senza tette e così mentre lui guarda le tette io gli faccio dei goal da coglione, allora la moglie molto figa di Jon Spencer si arrabbia perché Jon Spencer ha preso un goal da coglione e visto che non ha tette ma ha gli occhi molto belli fa gli occhioni al cazzone magro col taglio alla Vincent Vega che gioca in squadra con me e va a finire che anche lui, il cazzone magro, prende dei goal da coglione perché a lui, al cazzone magro, gli piacciono sia le tette grandi sia gli occhi belli. Di sotto c’è uno che si chiama Enrico Rollins. E’ un tipaccio tutto tatuato col collo grosso come il tronco di un abete e ha sempre la faccia cattiva. E’ uno di quelli che stappano le birre coi denti e si accendono i fiammiferi nella barba. Si nutre esclusivamente di tofu e racconta un sacco di balle. Dice che è un attore affermato, che scrive romanzi acclamati dalla critica, poesie geniali e che suona in una delle più rivoluzionarie rock band del millennio ma io invece so che fa il buttafuori al Titties and beer, lo strip bar più malfamato dell’isolato. Di fronte a lui c’è un tipo che suonava la chitarra nei CCCP che poi in realtà è cirillico e si dovrebbe di esse esse esse erre ma lui preferisce dire ci ci ci pì perché ha la erre moscia e la esse sìfula. Lui è molto gentile e mi da sempre le ortiche che gli crescono sul balcome per fare la frittata. Il suo amico invece bestemmia sempre. E’ gentile anche lui, ma bestemmia sempre. E beve. Bestemmia sempre e beve sempre. Io penso che bestemmi perché non gli piace la roba che beve così un giorno gli ho comperato una bottiglia di rum invecchiato e gliel’ho data. Ha detto *orcodio, poi l’ha stappata e ha fatto una bella golata.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  22.04.2014 | 11:59
cose che si imparano nei corridoi dell'universita'
 
 

C’è una cosa che ho imparato all’università. Una cosa che non mi è stata insegnata in aula né l’ho appresa studiando i libri. E’ una cosa che ho imparato nei corridoi. Era il giorno del primo appello di Fisica 1, il mio primo esame all’università. L’esame consisteva in due prove scritte e una orale. La prima prova era una sorta di soglia. Si trattava di un esercizio, uno solo. Chi lo faceva bene passava all’esame vero e proprio, chi lo sbagliava era fuori. In aula c’era un centinaio di persone circa. Mentre gli assistenti passavano tra i banchi a consegnare il testo dell’esercizio io ero molto teso. Era la resa dei conti dopo un anno di lezioni. Era il momento della verità. Mi domandavo se ce l’avrei fatta. Ero davvero all’altezza di frequentare quella facoltà?
Mi consegnarono il foglio. L’esercizio non sembrava così difficile. Inoltre era praticamente identico a un altro esercizio che avevo fatto la sera prima. Lo risolsi in una decina di minuti e consegnai il foglio. Ero il primo.
Mi accomodai fuori. Ci avevano detto di aspettare, che avrebbero pubblicato i risultati subito. Attesi. Per una mezz’ora buona non uscì nessuno. Intanto io mi angosciavo sempre di più. Lo sanno tutti che consegna per primo finisce sempre segato.
Finalmente uscì qualcuno. Lo intercettai e gli chiesi il risultato dell'esercizio. Mi disse che gli risultava ventidue virgola qualcosa. Io avevo un risultato completamente differente. Il tizio mi fece un sorriso e alzò le spalle. Uscì un secondo studente. Anche a lui veniva ventidue virgola qualcosa. Ne uscì un terzo. Stesso risultato. Mi allontanai e mi sedetti a un tavolo. Mi misi a pensare a come avrei annunciato in famiglia il mio ritiro dall’università. A come l’avrebbero presa. Nel frattempo i tre confabulavano tra loro. Mi lanciarono un paio di occhiate.
Un’ora più tardi – una interminabile ora più tardi – un assistente uscì e affisse i risultati alla bacheca. Erano passati dieci candidati su cento. Io ero tra quelli. I tre furono bocciati. Tutti e tre. Uno di loro mi disse di andare a cagare. Nel pomeriggio feci il secondo scritto e l’orale un paio di giorni più tardi. Alla fine presi trenta.
Quello fu il mio unico trenta su ventinove esami. Fu anche l’ultima volta che domandai qualcosa agli altri studenti.
Perché racconto questa inutile storiella? Perché nel caso che tra i lettori di questo blog ci fossero ragazze in avanzato stato di gravidanza sconfortate dal fatto che al corso preparto tutte le altre future mamme sembravano sapere tutto sulla gravidanza, sulla maternità e su come educare i propri figli almeno fino al primo esame dell’università mentre loro hanno la sensazione che la maternità sarà una cosa difficilissima e pensano di non sapere neanche da dove si comincia, ecco, a quelle ragazze in avanzato stato di gravidanza che leggono questo blog volevo dire di prendere le distanze da tutto questo.
Quando sono nato io le pubblicazioni di puericultura non esistevano, o se esistevano non si usava leggerle, o se si usava leggerle comunque non si usava leggerle a San Polo d’Enza. Quando mia madre è uscita dall’ospedale aveva in mano una cesta di vimini con dentro il sottoscritto e nell’altra un pacchetto con tre pannolini omaggio dell’ospedale. Arrivata a casa ha appoggiato la cesta sul tavolo, il pacco di pannolini lì di fianco e si è seduta a guardare la cesta e il pacco, il pacco e la cesta. Poi a un certo punto si è alzata dalla sedia e ha cominciato a esplorare quella esperienza meravigliosa e totalizzante che prende il nome di “fare la mamma”.

La foto raffigura una delle numerose lettrici di questo blog in avanzato stato di gravidanza.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  18.04.2014 | 09:24
digli a l. reed se gli avanza dello zucchero
 
 

Voi non sapete chi sono, ma loro vi racconteranno dove abitano.

WACKY MADHOUSE - PARTE 1
Lì dove abita WR12

Dove abito io, proprio sullo stesso pianerottolo, ci abita un vecchio tossicone che tiene gli occhiali scuri anche in casa e che somiglia un po’ a Umberto Bossi. E’ uno che attacca delle pezze micidiali e ha sempre la casa fornita e ti presta sempra tutto e non chiede mai niente indietro. Secondo me perché si scorda. A tutti quelli che incontra gli scrocca una paglia ma io sono al sicuro perché non fumo. Però lo stesso se non sto attento mi incula gli accendini sulla stufa. Dice che conosce i Metallica e hanno pure fatto un disco insieme. Il titolo del disco è il nome della badante che poi io so che non è il suo vero nome ma è il nome d’arte che aveva negli anni novanta quando girava film porno amatoriali in Germania. Dall’altra parte del pianerottolo ci abita un tale che suonava la chitarra in una band chiamata Gli Scarafaggi. Lui in casa non ha mai niente e infatti è sempre dietro chiedere roba al vecchio tossicone che somiglia a Umberto Bossi. Mangia un casino di verdura, ma non la compera mai. La va a scroccare a quello di sotto.
Quello di sotto è uno molto strano che mi inquieta un po’. E’ uno che odia i gatti e se gliene capita in casa uno lo butta dalla finestra. Dicono che una volta s’è sbagliato e ha buttato un’altra cosa ma io non ci credo. Anche lui suona la chitarra, ma meno bene degli altri. Suonava in una band chiamata Il Pollame e una volta ha fregato la morosa al mio vicino, quello che mangia la verdura e suonava negli Scarafaggi. Questa morosa qui era un pochino zoccola e per un po’ di tempo è stata con tutti e due, poi però il chitarrista che abita sotto ci ha scritto una canzone d’amore, a quella tipa lì, e l’ha chiamata Layla, come la tipa, senza neanche cambiare il nome, così che il chitarrista degli Scarafaggi anche se non è proprio un fulmine quando ha sentito la canzone alla radio s’è incazzato un casino e gli ha spaccato in testa una Fender, al tizio del Pollame, ma non ha smesso di scroccargli la verdura. Lui, quello che suonava negli Scarafaggi, abita esattamente sopra a quello che suonava nel Pollame e un po’ per incuria, un po’ perché ancora si ricorda quella faccenda della morosa un po’ zoccola, lui annaffia sempre le piante facendogli cadere l'acqua sporca sui suoi panni stesi e in più scuote le briciole della tovaglia sul suo balcone così i piccioni ci vanno a scagazzare.
Al piano terra c’è un tizio mezzo sordo che suonava pure lui la chitarra. Quello lì oltre che mezzo sordo è anche mezzo scemo e infatti tutte le volte che gli chiedo in che banda suonava lui mi chiede “Chi?”. Allora io gli ripeto: “Tu. Ti sto chiedendo in che banda suonavi tu!” E lui “Chi?” E io di nuovo glielo torno a chiedere e andiamo avanti così finché non mi stufo. Quel tizio lì è uno molto noioso e ha sempre da dire se passi coi piedi sporchi di fango. Io di solito porto pazienza ma una volta sono passato coi piedi sporchi di merda invece che di fango e gli ho pure attaccato lo scotch sul campanello. A dire la verità non l’ho fatto perché ero veramente arrabbiato ma l’ho fatto per fare il galletto agli occhi della nuova vicina che mi fa sempre dei sorrisi. Si fa chiamare La Bionda ma secondo me è tinta e mi piacerebbe tanto vedere che colore ha là sotto per essere sicuro. Sì, mi piacerebbe proprio tanto vedere che colore ha là sotto.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.04.2014 | 18:47
breve guida alla scelta del nome per la nascitura
 
 

La prima cosa che devi evitare è che quando la chiamano si gira la metà dei bambini e quindi ti consiglio di scartare tutti i nomi un po’ modaioli tipo Sofia Ginevra Emma Matilde poi vedi di eliminare tutti nomi generazionali che ora sono generazionali ma fra vent’anni saranno semplicemente nomi da vecchia come Elisa Elena Francesca Barbara Laura Roberta poi devi togliere tutti i nomi di persone che ti stanno sul cazzo e se sei fortunato come sono fortunato io di persone di sesso femminile che ti stanno sul cazzo ce ne sono poche, pochissime, magari soltanto una e questo da un lato è un bene perché vuol dire che anche tu hai rapporti sereni coll'insidioso universo femminile dall’altro no perché vuol dire che il criterio selettivo fa schifo e poi ricordati di eliminare tutti i nomi di persone troppo vicine a te perché se salta fuori per esempio che decidi di chiamare tua figlia Adele finisce che alla tua amica Adele le viene un coccolone come potrà confermarti lei stessa e poi è sempre meglio eliminare tutti i nomi dei parenti perché i parenti vanno sempre a due a due e poi va a finire che uno dei due se ne ha a male a meno che non se lo meriti di rimanerci male e magari lascia perdere i nomi troppo biblici come Abigail o Sefora e tutti i nomi troppo ebraici come Rachele e tutti i nomi troppo catto-taròni come Concetta Immacolata Assunta Benedetta e non scordarti di escludere tutti i nomi composti tipo Maria Carolina o Anna Maria e simili nefandezze e sempre a proposito di nefandezze dimenticati tutti i nomi toponomastici o floreali tipo Italia Asia Viola Margherita Gelsomina Flora Rosa Petunia e anche quelli che generano assonanze grottesche col tuo cognome tipo Carolina Calorosi o associazioni mentali sinistre o più semplicemente curiose come Frida Khalorosi e poi tutti i nomi troppo lunghi come Ermenegilda Giuseppina Emanuela Elisabetta perché quando devi pronunciarli proverai lo stesso fastidio che provi quando chiami il servizio clienti e devi digitare uno per fare una certa cosa due per farne una certa altra e via discorrendo e poi finiscono sempre storpiati in un modo buffo e un po’ cattivello dai bambini più grandi e fetenti e infine ricordati di eliminare tutti i nomi corti sprovvisti di un dittongo e che non iniziano per Z e tutti quelli che non sono menzionati nel titolo di una crime story degli anni novanta diretta da Roger Avary.
Oppure c’è un sistema migliore. Sali in macchina e mentre metti in moto per tornare a casa dall’ufficio pensi: “Zoe. Mi piace il nome Zoe. Credo che chiamerò mia figlia Zoe”.

Oggi però mi torna in mente una storia che ho già raccontato tante volte, però mai in questo blog.
Una volta chiesi a un mio amico: “Pensa, noi ci conosciamo da tanti anni e non so come si chiama tuo padre”.
“Mio padre si chiama Libero”, rispose lui.
“Ma che nome del piffero”, feci io.
“Dunque, mio padre è nato il venticinque aprile del quarantacinque. In un fosso”.
Quando racconto questa breve storiella, sarà per via della terra dove sono cresciuto, sarà per via delle idee che ho nella testa o per il fatto che sono diventato un vecchio sentimentale del cazzo io vi giuro che mi vengono a luccicare gli occhi. Anche adesso, proprio adesso mentre sto scrivendo.
E mentre immagino quella giovane donna tremante rannicchiata a proteggere il suo piccolo da una brutalità senza senso riesco persino a sentire il suono infinito di quelle tre sillabe li-be-ro così come le ha sussurrate lei in quel momento. E allora mi rendo conto che nostra figlia dovrà portare un nome così. Un nome che non è un nome carino, oppure un nome alla moda, oppure un nome alternativo, oppure un nome che suona bene con il cognome. Tutte stronzate. Nostra figlia porterà un nome speciale. Un nome che sarà speciale per lei, per sua madre, per suo padre e per nessun altro al mondo.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento