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  27.09.2013 | 10:39
come le lumache che mangiano la mia insalata
 
 

WACKY RACE - TREDICESIMA TAPPA

Neil Young & Crazy Horse, 26 luglio 2013, Ippodromo delle Capannelle, Roma

Era una notte buia e tempestosa e i WR proprio non riuscivano a trovare pace. Ogni sito era stato esplorato, ogni motore di ricerca consultato, ma non c'era traccia di un festival rock che fosse all‘altezza. Bissare la scaletta del Rock im Park 2012 era di fatto impossibile. A un certo punto un urlo terrificante lacerò il silenzio: WR2 saltava sulla sedia gridando "Eureka! L’ho trovato!"
Seguirono lunghi mesi di terrorismo da parte di WR2, sedicente esperto mondiale di Neil Young, a detta sua più di Neil Young medesimo. Pochi timori da parte dei fan più navigati, abituati ai trentacinque minuti di puro feedback di Arc, a due mesi consecutivi di autoradio non stop sulle gracchianti eppure lamentevoli note arrangiate da Lanois, a un anno abbondante di catechesi non richiesta per scalfire la pesante crosta anni '80 dalla superficie di Trans. Se ancora una volta Neil Yong voleva stupirli, i Wacky Racers erano  pronti. WR2 Intanto ghignava e si sfregava le mani: “L’avete sentito Psychedelic pill? No, dico, l’avete sentito sì o no? Eppoi dopo dodici anni ci sono di nuovo i Crazy Horse come backing band. Faranno 3 canzoni in 2 ore. Anzi, meno". I WR più timidi, quelli che avrebbero risentito volentieri Old Man e Harvest Moon, iniziarono a tremare.
Poi venne il giorno.

“L'esibizione dal vivo è una prova del nove, no? Il concerto può trasmettere emozioni e mostrare i lati migliori di un artista, o i peggiori. O anche il nulla cosmico, come sovente accade alle acclamate giovani band, infighettite e impacchettate sul palco come action figures di sé stesse. Sai, io non sono una fan accanita di Neil Young e conosco solo un po’ della sua discografia. Sto imparando ad ascoltarlo ed apprezzarne la sua intensità a 34 anni suonati. Sono curiosa di sentirlo e di vivere sulla mia pelle un suo concerto” sussurra WR13 con un filo di voce.
“Hawr, hawr, hawr!” latra WR2 sfregandosi le mani.
Nel frattempo un enorme agrume semovente affianca la Doppiozero. Ma cos'è? Chi lo ha concepito? Quale forza lo fa muovere? Dove è diretto? Chi lo pilota? Un’occhiata di sfida e i Wacky Racers se lo lasciano alle spalle. O forse no...
WR12, detto Wackyrasta, prende la parola: “Io dico che l'estate ci ha messo un po' ad arrivare ma luglio sembra durare poco più di un attimo e allora pronti, via, Roma, abbiamo fatto bene, e là davanti il grande raccordo anulare il giorno della grande partenza, chilometri di romani pronto per andare a fare aoooooo a Fregene, e dappertutto un caldo pazzesco che poi io è una vita che lo chiamo Nello il Giovane, come se fosse un mio compagno di classe, e poi ascolto un vecchio ellepì con un interno copertina che sbraga, sì, ecchecazzo, se riesci a far sembrare bello un pomo dorato con riflessa la tua immagine allora hai guadagnato tutto il mio rispetto. Ma farà il disco nuovo? Quello con Clementine? O quello pallosissimo pieno di schitarrate dell’anno prima quello... com’è che si chiamava? Oh be’ tanto a me piace il reggae, le canzoni che cominciano con King Selassi-ai, per intenderci, e quindi viva Devendra, viva Banhart e comunque ti assicuro che mangiarsi una gricia perfetta è un motivo sufficiente per venire fino a Roma che poi alla fine la faccenda è un po’ come le lumache che si mangiano la mia insalata...”
“Oh, veh che io t’avevo chiesto solo cosa vuoi fare per pranzo”, bofonchia WR2 mentre si pulisce l’interstizio tra due premolari con l’unghia annerita.

I WR si aggirano accaldati e affamati per le stradine canicolari di un ameno paesello sui colli romani, quando all'improvviso un urlo squarcia la calura: è WR12 che indica tremante la vetrofania di un piccolo ristorante: "Guardate! La chiocciolina! Spartaniiii! Stasera ceneremo all'inferno!"
Due ore di ristoro e poi si riparte. I chilometri scivolano all’indietro serpeggiando tra i colli. Là davanti ora c’è davvero il GRA, il Grande Ritardo Annunciato. E così i Wacky Racers vengono fagocitati dal serpentone di lamiera che abita il GRA. Provano a divincolarsi, a combattere, a dimenarsi. Ma non c'è scampo. Alla fine si rassegnano e lo attraversano a testa bassa per l’intera lunghezza delle viscere fino a uscirne, sfiniti, dall’altra parte.
Arrivano correndo nell’arena e pochi minuti più tardi si spengono le luci? Cazz, è vero. C’eravamo scordati il supporting act. E allora ecco salire sul panco la band dalle mille anime: ecco a voi gli Emperors-Of-The-Boredom, i Dormo-Io-Che-Dormi-Anche-Tu, i Cazzo-Se-Avessimo-Noi-L’Energia-Di-Quel-Cazzo-DI-Ultrasessantenne-Di-Neil-Young. Ecco a voi il temibile Devendra Sonstufo Banhart.
Archiviato con la mossa dello Sbadiglio Atomico, il Giovane-Naturalista-Indie-Rock-Psych-Avant-Folk-E-New-Weird-America lascia la ribalta al Possessore-Di-Tutti-I-Trenini-Elettrici, il celebre Grigliatore-Di-Salsicce-Campagnole, il Collezionista-Ferroviario-Galattico, il Fautore-Del-Motore-Ecologico-Che-Funziona-A-Scoregge. Insomma, Lui.
E fu Magia-Allo-Stato-Puro.
Inizia la tempesta elettrica. I quattro insieme diventano una bobina di Tesla che accumula energia fino ad esplodere all’improvviso dagli strumenti. La scaletta attinge a periodi diversi ma il suono è sempre lo stesso, rock grezzo e grasso irto di feedback e distorsioni. Una scaletta spettacolare, a conti fatti. Il meglio di Psychedelic Pill e una dozzina di canzoni dal passato, più o meno rare, suonate come se ogni singola nota fosse stata composta per te, in quel preciso istante. Le chitarre di Young e Sampedro se le suonano di santa ragione e la sezione ritmica dei Crazy Horse da man forte ora all'uno ora all'altro. Neil Young gira le spalle al pubblico, non ha bisogno di atteggiarsi a rocker. I WRs, tutti i WRs, hanno gli occhi lucidi e lo stomaco in subbuglio. Sentire l'artista è una sensazione indescrivibile. E così WR13 si commuove durante una vibrante Heart of Gold, seguita da una catartica Blowin' in the wind. Alcuni minuti e WR3 riconosce l'attacco di Cortez the killer. Nessuno sa quante volte ha ascoltato quel pezzo nel momento più difficile della sua vita. Nessuno tranne WR12. WR3 incrocia lo sguardo di Neil Young, è un istante. Fa un lungo sospiro. Cortez the killer scorre lentamente nelle vene, per sempre.
“Devendra ah Devendra, sì, io lo godo da dio, sarà per il nome. Sì forse è per il nome. E poi Nello, Nello, le conoscevo tutte, eh, anche Cortez the killer che poi è successa una cosa strana durante Cortez the killer che già il fatto che abbia fatto Cortez the killer è strano dato che Nello non la fa dal vivo almeno dal '34 e poi la gente del pubblico sono tutte brave persone mica quei gosini che c'erano l’altro giorno da Manu Chao e poi le canzoni che durano dieci minuti l’una ma lo stesso le godo bello il tizio là sul palco con la grattugia, bello il pezzo da saloon e vabe’ pure quello unplugged e io che mi immaginavo solo schitarrate ma chi era che diceva che quello fa solo delle schitarrate, eh, chi lo diceva?, e poi c’è la storia della spazzatura che ci ho messo un po’ prima di capirla ma poi dico io come fai a fare una coreografia con la spazzatura che vola in giro, dico io, e veh, alla fine salta fuori pure Cinnamon Girl la mia canzone preferita ma lui, no, lui la tronca lì a metà, dopo un minuto e mezzo quando tutti gli altri pezzi ci volevano tre minuti solo per fare un accordo ma va bene lo stesso va bene così e Bravo Nello anche se non è più tanto giovane o forse proprio perchè non è più tanto giovane lui gli spacca il culo a tutti quei gruppetti punkettini del cazzo che si susseguivano a Bologna al Joe Strummer che poi è la stessa faccenda del mio orto, non so se te ne ho parlato, del mio orto che le lumache...”
“Oh, veh che io t’avevo solo chiesto se t’era piaciuto il concerto”.

Epoi?
E poi una birra sempre sul grande raccordo, macchine a destra macchine a sinistra, e poi la festa della birra artigianale di Marino, cui i Wacky Racers arrivano ormai sfiniti e ne escono definitivamente sfiniti. E poi di nuovo l'enorme agrume stradale in piazza a Marino e i Wacky racers sanno, sì, sanno che l'incontro non è casuale e solo la folla schierata impedirà un deflagrante scontro diretto. E poi la ricerca del fresco parco di Scandiano in quei di Tivoli, il suono del carillon, le foto sataniche di gruppo con passante ignaro, la chiocciola "follow me". E poi, canyon, precipizi, e poi giù nelle viscere della terra, profondissime grotte e enormi cascate fino ad arrivare là dove nessun Wacky Racers si era mai spinto prima.
Al cannorama.

Setlist
Love and Only Love
Powderfinger
Psychedelic Pill
Walk Like a Giant
Hole in the Sky
Red Sun
Heart of Gold
Blowin’ in the Wind
Singer Without a Song
Ramada Inn
Sedan Delivery
Surfer Joe and Moe the Sleaze
Rockin’ in the Free World
Cortez the Killer
Cinnamon Girl

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento

  25.09.2013 | 17:37
veltroni
 
 

Robi, Guido e il sottoscritto, assieme a un quarto membro inerte, stiamo scrivendo un'opera letteraria che prima o poi sarà annoverata tra "Le 10 migliori opere letterarie di cui non hai mai sentito parlare". Qualche mese fa scrissi un episodio di cui ero particolarmente soddisfatto e, visto anche l'argomento, lo mandai al quinto membro, Gual, il quale prontamente realizzò questa bellissima illustrazione. Pochi giorni dopo Sara disse: "Be' devo ammettere che tu, Guido e Robi siete ben assortiti. Guido scrive molto bene. Robi scrive molto bene. E tu... be', tu hai un ottimo illustratore".
Ci sono giorni che mi ritengo lusingato di avere amici come quei quattro lì. Specialmente quando portiamo avanti via mail conversazioni come quella che sintetizzo qui sotto. La conversazione è a tre voci. Tre dei cinque. Ma non vi dirò chi. E' un peccato che Veltroni non fosse anche lui nella lista di distribuzione. L'editing c'è, ma è marginale e dovuto a motivi di leggibilità. Per comprendere meglio conviene leggere, se avete tempo, il link su Veltroni. Se ne avete poco non leggete tutto. Bastano un paio di capoversi.

La foto qui sopra è stata scattata questa primavera a Scanno, in Abruzzo. Scanno è senz'altro un luogo ingiustamente bruno.

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“Veltroni è un ottimo scrittore. Leggete qui".

“Ma no, è il che critico non è all’altezza di capire certe sfumature stilistiche. In Alfonso sparò tutte le cartucce, poi tentò l’ultima carta il gioco col falso vezzeggiativo è… è… è ingiustamente bruno. Come dire che Veltroni è uno che ha preso una vendemmia di cazzi e poi pure del cazzone. Ciò che riassume efficacemente, a ben vedere, la sua ipervirgolistica, carriera, politica.”

“Ma tutto ciò che è bruno è ingiustamente bruno, tipo anche i capelli?”

“Conosco un orso polare accusato ingiustamente di essere bruno, o forse accusato di essere ingiustamente bruno”

“Un mio amico si chiama Mario all'anagrafe ma si fa chiamare Bruno da tutti, tradendo la volontà dei genitori. Non credo sia giusto”

“Io invece conosco una città Ceca che si scrive Brno ma i tedeschi la chiamano ingiustamente Bruno.”

“Romano? No, vive a Bari. In giù sta, mente, Bruno.”

“Considerando anche gli ascendenti culturali di John Fitzgerald Veltroni mi sono domandato se la summenzionata non fosse invece una temeraria espressione anglofona. Che Veltroni intendesse dire In joust ham and tea, Brew know?"

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  19.09.2013 | 12:20
forza fagiolo!
 
 

Ieri sera prima di andare a letto mi sono guardato la versione integrale del videomessaggio del principale statista italiano. Poi ho preso il computer e ho raggiunto Sara di sopra gridando “Forza Italia, forza Italia, forza Italia!”
Sara voleva rivedere Caro diario di Moretti. Io detesto Moretti, ma ho pensato, vista la situazione, di accontentarla.
Nel primo episodio il protagonista gira in vespa per Roma. A un certo punto attraversa un quartiere residenziale degli anni sessanta e si domanda per quale ragione i romani trent’anni addietro siano andati a vivere proprio in quel quartiere. Allora scende dalla vespa e pone la questione a un passante. Il passante raccoglie dal sedile dell’auto una videocassetta e chiude la portiera. Non risponde alla domanda. E’ di schiena, ma lo spettatore non fatica a intuire la perplessità sul suo volto. Il passante, poverino, non può capire la domanda del Moretti protagonista. Il passante vuole solo andarsene da lì, vuole attraversare la strada, entrare nella sua misera casa e intrattenere la sua misera esistenza con un misero film in videocassetta.
Questo tema del protagonista preso da un qualsivoglia ragionamento che e un certo punto sente la necessità di un riscontro nel mondo esterno ricorre in molti film di Moretti. Bianca, Palombella rossa, Aprile. Io credo che Moretti, l’autore, sia afflitto dallo stesso problema del suo protagonista. Moretti fa un film su Moretti che deve fare un film. Moretti crede che il suo pensiero, a prescindere dai contenuti, sia arte, a prescindere dalla forma. Moretti fa un ragionamento e poi sente il bisogno di scendere dalla vespa e fare un film. Lo spettatore è di schiena anche lui. Naturalmente, Possiamo percepire la perplessità sul suo volto, poverino, incapace di cogliere la genialità del pensiero di Moretti. Moretti l’autore. Il misero spettatore non apprezzerà il film. Il misero spettatore vuole solo essere lasciato in pace, attraversare la strada e intrattenere il resto della sua misera vita guardando altri miseri film di cassetta, film come Henry pioggia di sangue, per esempio.
Il disprezzo per lo spettatore emerge in numerosi altri momenti del film. Per esempio quando Moretti, il protagonista, dice allo spettatore che vorrebbe fare un film soltanto di case, e poi per alcuni minuti Moretti, l’autore, inquadra delle case romane, in modo da fagli capire meglio il concetto. O nella lunghissima scena iniziale in cui Moretti, l’autore, riprende Moretti, il protagonista che gira in vespa e pensa delle cose su Roma. Quando ho visto quella scena io ho pensato “Ecco Moretti che gira per Roma in motorino in un giorno di sole” e poi ho pensato che due settimane fa ho fatto un giro per Roma in motorino con Sara in un giorno di sole. La straripante esigenza didattica di Moretti, l’autore, nei confronti del misero spettatore pervade anche nelle scene più riuscite del film, come per esempio quella delle telefonate degli adulti ai figli unici di Lipari (o era Stromboli?), o quella in cui l’amico di Moretti corre all’impazzata giù dalla mulattiera verso il traghetto in preda a una crisi d’astinenza televisiva gridando, pardon, spiegando a voce alta, le ragioni del suo folle gesto. Ma non era sufficiente la missiva pro-telenovelas al Santo Padre? La recitazione allucinata del palinsesto televisivo? Non bastava che l’uomo corresse giù gridando semplicemente “Aaaaaaaaaaaa!”?
Nell’ultimo episodio, intitolato “Medici”, la supponenza e il narcisismo di Moretti, l’autore, diventano involontariamente ridicoli. Perlomeno credo che sia involontariamente. Nell’episodio in questione Moretti, il protagonista, dopo aver consultato numerosi dermatologi per via di un prurito insistente, scopre di avere una strana forma di tumore. La pedanteria quasi ossessiva con cui Moretti, l’autore, mette alla berlina questi professoroni “capaci di parlare ma non di ascoltare” (le lunghe inquadrature sulle ricette, le visite mediche ripetute all’infinito) non tiene conto di un dettaglio. Nella seconda scena, quella che apre il flashback, Moretti, il protagonista, decide di autodiagnosticarsi un problema dermatologico e si reca di sua iniziativa nel miglior centro dermatologico di Roma. Poi in un altro, poi in un altro ancora. La domanda che mi pongo è: come può un dermatologo diagnosticare un tumore al polmone? Forse Moretti, il protagonista, avrebbe fatto meglio ad andare dal medico generico, o in ospedale. Coinvolgere in un qualche modo specialisti differenti. Moretti, l’autore, poteva sicuramente giungere alle medesime conclusioni, ma il tessuto narrativo del film ne avrebbe guadagnato qualcosa. Ma in fin dei conti, perché stare lì a perdere tempo a limare simili quisquilie? Dopotutto per lasciare a bocca aperta il misero spettatore ci vuole ben altro che un po’ di coerenza, no?
Al termine del film ho messo via il computer e ho pensato a ruota libera alle cose che più o meno ho cercato di scrivere qui sopra. Poi ho pensato al videomessaggio dello statista e mi sono addormentato pensando “Forza fagiolo, forza fagiolo, forza fagiolo!”

La foto sopra è uno scatto di Sara nel quartire Garbatella di Roma

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  17.09.2013 | 12:00
segnora cicera'
 
 

Inti Illimani, 10 settembre 2013, Parco Ferrari, Parma

Io volevo leggere i nomi dei viadotti e delle gallerie ma se stavo seduto sul sedile come voleva la mamma i cartelli apparivano troppo tardi e schizzavano via prima ancora che io finissi di leggerli. Allora mi misi in piedi sul sedile e ora i cartelli li vedevo da lontano e ora sì che riuscivo a leggere i nomi delle gallerie e dei viadotti e in alcuni casi riuscivo anche a leggere la lunghezza. Ero molto contento, ma durò poco. La mamma mi disse che dovevo sedermi perché era pericoloso, e disse anche che ora leggevo lentamente, sì, ma dovevo avere pazienza, che più avavnti avrei letto molto veloce.
Mi sedetti composto e incrociai le braccia. “Ma io voglio leggere i nomi delle gallerie ora, mica più avanti” mugugnai.
Rimasi in silenzio per un po’.
Alla fine la mamma mi permise di stare in ginocchio sul sedile. Così vedevo i cartelli. Non riuscivo a leggere anche le lunghezze, ma riuscivo a leggere tutti i nomi dei viadotti e delle gallerie.
L’anno dopo non solo avrei letto più veloce ma avrei anche imparato a scrivere. Allora avrei fatto un elenco di tutti i viadotti e di tutte le gallerie della Cisa. Si potevano fare delle fotocopie e poi distribuirlo a tutti gli automobilisti che entravano in autostrada. L’idea mi eccitava tantissimo.
La mamma diceva che oltre alla Cisa c’erano tante altre autostrade in Italia. Almeno venti.
Mi girai a guardarla. Stava canticchiando una canzone degli Inti illimani che diceva continuamente segnora cicerà.
“Mamma pensi che un giorno faremo tutte le autosrade dell’Italia?” domandai.

Quando papà tornava, in casa c’era fermento già dal mattino. La mamma cucinava molta roba e spesso c’erano anche i nonni, e a volte gli zii. Io dicevo che non mi importava se tornava oppure no, tanto poi andava via di nuovo. Però la verità è che ero molto contento quando tornava, perché di solito mi portava dei regali belli come il gioco in scatola di Guerre stellari e a volte ci giocavamo anche insieme. Quella volta però sembrava tutto diverso. La mamma aveva cucinato tanta roba, sì, e c’erano i nonni e pure gli zii. Però erano tutti silenziosi e quando papà arrivò a casa invece di urlare “Eeeeeee!” come facevano sempre e stappare le bottiglie di spumante lo avevano abbracciato e basta. La mamma aveva gli occhi luccicanti e sembrava quasi che volesse piangere. Papà aveva portato a casa una radio portatile. Non era proprio un regalo per me, perché la radio era di tutti, però io potevo usarla come gli adulti. La radio era portatile e aveva pure una maniglia ma era pesantissima. Non riuscivo a portarla in giro ma mi piaceva lo stesso perché aveva il dolby, lo stereo, il tasto pausa e persino il tasto rec. “Con quello”, spiegò papà, “puoi registrare tutto quello che succede”.
“Anche le canzoni?” domandai.
“Anche le canzoni”.
Papà aveva portato a casa anche una cassetta musicale degli Inti illimani intitolata Hacia la libertad. Trascorsi tutta la sera ad ascoltarla.
Poi mi mandarono a letto.
Quando andai in sala a dire buonanotte erano tutti vicino alla radio. Papà aveva messo una cassetta però non si sentiva la musica, ma degli spari.
Era cominciata la guerra, diceva papà, ed era cominciata proprio lì dov’era lui.

Io ero rimasto sulla macchina e la mamma era andata a pagare la benzina. Giocherellai con la T e la L di metallo che si staccavano un po’ dal cruscotto. Il cruscotto era di plastica nera ed era formato da righe verticali di materiale più duro alternate a righe di materiale più gommoso che col caldo diventava un po’ appiccicaticcio. La nostra macchina si chiamava Erre cinque ma io non riuscivo a dirlo perché avevo la erre moscia e quindi dicevo qualcosa tipo Eae cinque. Era una Erre cinque della Renò e mi piaceva tantissimo perché era una macchina diversa da tutte le altre. Innanzitutto aveva i fanali di dietro in alto invece che in basso. E poi aveva la targa attaccata al baule e non in basso come le altre macchine. La targa era molto bella perché non era tutta bianca ma aveva RE scritto in arancione e 268636 scritto in bianco. La nostra Erre cinque era marrone ma quando lo dicevo alla gente la mamma mi correggeva sempre e diceva che era color tabacco.
La mamma aprì la portiera e salì in macchina. Aveva in mano una cassetta ottotrac nuova. Le ottotrac erano diverse dalle cassette della radio di papà perché avevano quattro canali invece di due lati ed erano più grandi. Però le ottotrac erano in mono e le cassette invece erano in stereo. Io avevo capito che mono voleva dire che si sentiva con un orecchio e basta, e stereo con due. Secondo me non aveva senso sentire una canzone con un orecchio e basta, quindi io preferivo le cassette alle ottotrac.
La mamma infilò la ottotrac nel mangianastri. “Sono canti andini degli Inti illimani come quella che abbiamo sentito l'altra volta”.
La mamma mise in moto e ripartì.
“Mamma di che colore è il tabacco?” domandai.
“Marrone, perché?”

Io ve lo giuro che quando gli Inti illimani sono saliti sul palco e hanno attaccato Señora Chicera sono caduto all’indietro, in fondo, ma così in fondo che sono arrivato dove nessuna seduta psicoanalitica avrebbe potuto condurmi e i ricordi si sono accesi come fari ed erano talmente vividi e potenti da stordirmi fino alla commozione. Per questa ragione, puramente personale lo riconosco, il concerto degli Inti illimani è stato pura emozione.
Gli altri non so, gli altri forse avranno pensato che le canzoni degli Inti illimani sono noiose proprio come sostiene quel cantautore che fa canzoni così divertenti. Bisognerebbe chiedere a loro.

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  05.09.2013 | 12:02
sei gradi di separazione
 
 

WACKY RACE - DODICESIMA TAPPA

Giorgio Canali, 8 febbraio 2013, Lokomotiv club, Bologna


“Voglio almeno sei gradi di separazione”, tuona WR1.
“Sei gradi di separazione da cosa?”, domanda WR2. Poi incrocia lo sguardo di WR6 che gli fa l’occhiolino e gli mostra un sacco di iuta. “OK, OK, parliami un po’ di questi sei gradi di separazione”.
“Voglio un minimo di sei gradi di separazione. Non uno di meno”.
“Ma che sei gradi di separazione del piffero! Te ne concediamo due”, replica WR2 prendendo tempo.
“Allora cinque”.
“Tre”.
“Quattro”.
“Tre e mezzo”.
“Tre virgola settantacinque”.
“Andata tre virgola settantacinque”.
In quel momento WR6 con balzo felino incappuccia WR1. Poi lo insaccano come un cotechino e lo caricano nel baule della Doppiozero di WR2.
“Sei gradi di separazione. Pfui”, commenta WR6 mentre la Doppiozero scivola nella notte bolognese.
“Sei gradi di separazione da cosa?”, domanda nuovamente WR2.
“Sei gradi di separazione da Giovanni Lindo Ferretti. Tutti i posti dove va, tutte le persone che incontra devono avere almeno sei gradi di separazione da Giovanni Lindo Ferretti. Altrimenti si rifiuta”.
“Però. Niente male”.
“Niente male, ma piuttosto limitante considerando che abita a Bibbiano, non trovi?”
“E con Giorgio Canali come la mettiamo?”
“E’ per questo che lo abbiamo insaccato”.
“GRZFHTRZZZGRZ” rantola intanto WR1 dal bagagliaio.

L’atmosfera del Lokomotiv è umida come l’afa che si srotola appiccicosa dalla collina. Canali ha finito il soundcheck e ora esce fuori e si accende un paglia. Una manciata di fans gli fa crocchio intorno tanto da spaccargli un po’ i maroni. WR2 passeggia avanti e indietro nervosamente. Ha l’espressione cogitabonda di chi ha dentro qualcosa che deve uscire al più presto. Le note umide di sudore che vengono da dentro il locale sono poco incoraggianti. Musica underground italiana, qualunque cosa significhi. Poi è la volta della band di supporto, i paladini del no hair metal. Gente che farebbe meglio a suonare e basta, sostiene WR2 con voce strozzata. Ma quelli fanno headbanging coi peli del culo, rincara WR1.
Canali guarda l’orologio, si accende una paglia, la spegne, guarda di nuovo l’orologio, si accende un’altra paglia. Canali è uno di quelli che non riescono a star fermI un secondo. Ma stasera neanche WR2, che cammina sempre più nervosamente mentre si tira dei pugni nella pancia. WR6 lo avvicina e con un moto di pietà gli porge un pacchetto di Kleenex.
Canali getta la paglia, la pesta col calcagno e corre dentro. WR2 afferra i Kleenex e corre dentro.
All’unisono, e per qualche minuto, si sentono rumori di feedback provenienti dal palco e dal retro.
Poi si sente sbattere una porta. E’ WR2 che fa un sospiro e grida “Porcodio è finita”.
Poi si sente il tonfo sordo. E’ Canali che tira una testata al microfono e grida “Porcodio di comincia”.
Poi WR6 slega i lacci. WR1 mette la testa fuori dal sacco. “Porcodio che troia d’un chèld”, commenta.

Giorgio Canali suona la chitarra, Giorgio Canali canta, rifila testate al microfono, bestemmia mentre tracanna Bombay Gin poco tonic e il Jack Daniels con molto ghiacchio trasmuta in tè freddo caldo. Giorgio Canali è un nevrotico gentile, Giorgio Canali è uno stronzo malinconico, è un rocchettaro col calzino bucato sul cazzo. Giorgio Canali è nudo, Giorgio Canali suda, Giorgio Canali è incazzato, Giorgio Canali guarda le auto schizzare sulla tangenziale da una stanza di albergo, Giorgio Canali respira i gas di scarico fino a lacrimare, Giorgio Canali scrive una canzone del cazzo, Giorgio Canali ordina un altro drink, Giorgio Canali si accende una paglia con l’altra. Giorgio Canali non è mai stato in Vietnam. Giorgio Canali si è rotto i coglioni. Giorgio Canali è il refuso, la latitanza, la distrazione, la dimenticanza. Giorgio Canali firma gli autografi, Giorgio Canali ama il suo pubblico. Giorgio Canali urla “Che cazzo ci sto a fare qui se cantate voi?” e poi urla anche “Se non la smettete di cantare cazzo mi faccio prete. E ho illustri predecessori”. Giorgio Canali è un misantropo sociale. Giorgio Canali è una testa di cazzo, Giorgio Canali canta finalmente “Lettera del Compagno Lazlo al colonnello Valerio”, Giorgio Canali è contro la memoria condivisa, Giorgio Canali è contro il materiale resistente, Giorgio Canali è contro il pensiero unico. Giorgio Canali sul palco non spacca la chitarra perché spacca tutto il resto.

“Allora?” fa WR2 a WR1
“DIONIMÈL” sbraita WR1 facendo le corna.
“Cosa?”
“Significa che ha gradito”, spiega WR6 mentre estrae silenziosamente il sacco di iuta.

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  04.09.2013 | 11:33
la categoria wacky race
 
 

Se qualcuno si è mai domandato che cosa siano quelle sei frasi sconnesse (ma non erano cinque?) scritte in alto a destra nel riquadro categorie, ebbene, quelle sono le categorie. Quali categorie? Quelle in cui cui è suddiviso questo blog. Suddividere un blog in categorie ha più o meno il medesimo significato che suddividere un maiale in ottave, o una pizza in navate. Però alla lunga diventa vagamente divertente. Ma solo per chi scrive. Chi legge, suppongo, da sempre ignora quel riquadro. Da oggi, però, il riquadro delle categorie può servire a distinguere in questo blog i post scritti dai Wacky Racers, raccolti nell'apposita categoria, da quelli scritti unicamente dal sottoscritto, sparpagliati a caso nelle altre cinque categorie.
Non vi spiegherò chi o cosa sono i Wacky Racers, ma vi dirò che esistono da più di due anni. Ecco i loro articoli apparsi su Tapirelax fino ad ora.
Prima tappa: Wacky Race invades Rho, scritto da WR1.
Seconda tappa: I Wacky Racers vanno al Ruttosound.
Terza tappa: Tolentino arrandom.
Quarta tappa: Nella tana di Mr. Eyeliner.
Quinta tappa: Rockbotica e dentismo.
Sesta tappa: Un giorno nella vita.
Settima tappa: I wacky Racers hanno... (diviso in tre puntate: qui la prima, qui la seconda e qui la terza).
Ottava tappa: Passeggiando tra le particelle dei nostri atomi.
Nona tappa: Che cosa manca?.
Decima tappa: Cinefili mannari a Reggio Emilia.
Undicesima tappa: Burn down Zona Roveri.

Dei Wacky Racers avevo anche parlato, invero senza aggiungere molto, in questi post:
01Set2011, 22Gen2012, 28Set2012, 22Lug2013.

Entro qualche giorno i Wacky racers pubblicheranno su questo blog (e non più su Tapirelax) la recensione della dodicesima tappa.

Sia ben chiaro che i Wacky Racers sono molti di più dei cinque pistoloni ritratti qui sopra.

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