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  22.01.2012 | 14:20
un giorno nella vita
 
 

A day in the life è una delle canzoni più importanti dei Beatles per molte ragioni.
Una di queste consiste nel fatto che si tratta dell’unica vera collaborazione Lennon/McCartney. Non sto qui a disquisire su quanto e come Lennon e McCartney si siano influenzati l’uno con l’altro per quasi un decennio, non sarei in grado, ma è storia che per comporre A day in the life i due abbiano programmaticamente deciso di costringersi a contaminarsi.
Causa diserzione di numerosi Wacky racers l’articolo sull’inaugurazione della mostra Privacy racconta, ma soprattutto nella sostanza è, l’incontro tra due soli Wacky racers, entrambi dotati, a mio parere, di straordinario talento. Forse non quanto Lennon e McCartney, o forse sì. Starà a loro dimostrarlo nei fatti, a John racer 1 e Paul racer 10.
La chiusura di A day in the life è un vorticoso cluster generato da un’orchestra di 40 elementi. Ogni musicista suona tutte le note del proprio strumento dalla più bassa alla più alta. In fase di produzione, al termine di questa vertiginosa apocalisse sonora, fu inserito il suono, o meglio, l’ultrasuono, di un fischietto per cani.
Analogamente, al termine di Un giorno nella vita (online qui), troverete una riga che vi sembrerà vuota ma che in realtà contiene un testo scritto con caratteri ultravioletti. Volete sapere che cosa dice?

Per concludere questo post nell'unico modo sensato devo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente…

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  12.01.2012 | 19:09
tette e culi per tutti
 
 

Qualcuno in giro dice che la mia è la prima generazione che non ha mai fatto una rivoluzione. Come dargli torto? Posso aggiungere che un conto è fare una specie di rivoluzioncella pseudoculturale a base di canne, sveltine nelle classi occupate e una vaga infarinuatura di marxismo, un altro conto è vedersela con dei tedeschi un po’ stronzi che ti puntano una mitraglietta in faccia prima di rivolgerti la parola.
Si dice anche che la mia è una generazione di videodipendenti. Vero anche questo, ci mancherebbe. Ma pure qui non siamo da soli.
Per la generazione dei sessantenni la televisione ha significato informazione e cultura alla portata di tutti. Una conquista enorme. Ma la vera dipendenza è arrivata successivamente, negli anni ottanta. Più o meno quando sono arrivate le tette e i culi. Difficile resistere alle tette e a i culi. La mia generazione ha sviluppato la videodipendenza quando sono arrivati Drive in e Colpo grosso. La videodipendenza tetteculistica è talmente inebriante che per tutta gratitudine ci siamo fatti governare vent’anni da quello che ce li trasmetteva. Sia mai che venissero a mancare tette e culi per tutti.
E la nuova generazione?
Reality, talent show, grandi fratelli. E comunque il piccolo schermo gli sta largo, alle nuove generazioni. Preferiscono il piccolissimo schermo, quello degli smartphone. Internet, chat, Facebook. Connessione interattiva, informazione real-time. Minimo sforzo, totale reperibilità.
Massima tracciabilità.
Se tanto mi da tanto quelli si faranno governare vent’anni dagli emissari del Grande Fratello.

Questo racconto apparso qualche giorno fa su Tapirelax vuole giocherellare più o meno con questo concetto. La foto, invece, l’ho scatta a Lubiana nel 2008.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  05.01.2012 | 00:20
del lei
 
 

L’hanno fatto veramente.
Hanno attaccato una mia foto in un posto frequentato da avventori. Anzi, due foto, mica una. E per di più sono – siamo – su Youtube qui e su Repubblica Parma qui (la mia è la quarta).
Signori, da oggi sono un fotografo coi contropifferi.
Fareste bene a cominciare a darmi del lei.

Se guardo con attenzione le foto dei miei compagni di corso ne individuo un certo numero più belle delle mie. Lo scatto qui sopra, di Antonio Scalfone, è il mio preferito. E’ piuttosto sgranata perché ho fatto un printscreen da picasa. Se capitate alla libreria dell’Eurotorri di Parma (lo so, nell'altro post ho detto Centro Torri, scusatemi) prima che finisca gennaio avrete modo di ammirare l’originale. Secondo me ne vale la pena.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  03.01.2012 | 13:19
banda bassotti in concerto
 
 

A me il rap mi fa cacare, va bene?
Sì, sì, percepisco l’importanza antropologica, sociologica e culturale di uno stile musicale talmente radicato nella cultura afroamericana da arrivare persino a identificarvisi. Riconosco l’assoluta rilevanza di un genere che al contempo è continuazione di una tradizione musicale che trae origine addirittura dal blues dei campi di cotone e arriva fino all’RnB (aggiungendo, nelle parole e nei fatti, una sola, clonatissima, cifra ritmica); di un genere, dicevo, al contempo creativo e versatile, incline alla contaminazione – spesso con ottimi risultati. Penso ai miei favoriti Rage against the machine, ma anche ai Beastie boys, ai Massive attack, i Limp bizkit e, in buona sostanza, a tutta la musica popolare germinata dai vituperati anniottanta (ma se volete farvi due sonore risate ascoltatevi Cough up the bucks di Neil Young, Illusion of power dei Black sabbath ma soprattutto Il seme del rap di Adriano Celentano).
Comunque, rimane il fatto che a me il rap mi fa cacare.
Nonostante ciò, razzolando dentro la scatoletta dove tengo i biglietti dei miei concerti (sapete, ne ho compiuti trecento il mese scorso), mi rendo conto che per un motivo o per l’altro ho visto dal vivo tutti i principali rapper italiani. Jovanotti (primo tour, era il 95), i Sud sound system (ero lì per altre ragioni), Frankie hi-nrg (per insistenza di Sara),  Alborosie (ma come fanno a piacerle degli scalognati del genere?), i 99posse (per la reunion al Leoncavallo, questa fu un’idea mia), Caparezza (nel prato dietro casa mia, a Parma, non più tardi di tre mesi fa; ammetto: gran bel concerto).
Ecco, non ho mai visto dal vivo la Banda bassotti. Dovrei rimediare, secondo voi?

Mentre pensate al testo del commento in cui m'insulterete perché la tal band in realtà non ha mai suonato rap o il taluno cantante con le treccine che parla solo in bergamasco in realtà secondo voi non è affatto scalognato, o che la talaltra canzone che doveva far così ridere in realtà fa soltanto pena, ecco, mentre siete lì che pensate a tutto questo guardatevi meglio la vignetta qui sopra, disegnata da un certo Enrico Faccini e apparsa su Topolino n. 2316.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento