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  30.05.2011 | 18:30
godetevi lo spettacolo
 
 

Filippo è l'unico essere umano su questo moribondo pianeta che annuisce quando sostengo che The final cut è il mio album preferito dei Pink floyd. Che dice "pure io" quando affermo di aver ascoltato The pros & cons of hitch-hiking più volte di The wall, e Amused to death più volte di The dark side of the moon.
Io e Filippo siamo le uniche persone al mondo più watersiane di Roger Waters - ma la watersianità di Roger Waters è recentemente crollata ai livelli minimi seguito della sorprendente riconciliazione con Gilmour e il conseguente storico abbraccio davanti alle telecamere (ma Gilmour ha compiuto il gesto con una certa indifferenza, con un braccio dietro la schiena e con in faccia l'espressione di chi ha appena scoperto che il cellulare gli è cascato in un cesto di scarafaggi, con realtivo incremento del livello di watersianità del medesimo).
Be', dicevo, io e Filippo siamo entrambi molto watersiani. Non è strano che alle 23.25, cinque minuti dopo il termine del concerto, Filippo abbia sentito l'impulso di telefonarmi. Io sarei andato alla replica dell'indomani. Non volevo sapere nulla per non rovinarmi la sorpresa. Gli dissi quindi: "Sintetizza in tre parole".
La risposta fu: "Goditi lo spettacolo".
Filippo non poteva trovare parole più azzeccate per descrivere questo The wall live.
Godetevi lo spettacolo, quindi, se avrete la fortuna di andare a squagliarvi alle repliche di luglio. Oppure godetevi la recensione se cliccate qui.
La foto sopra è di Barbara, che ringrazio sempre e comunque.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  19.05.2011 | 18:34
pier vittorio tondelli - altri libertini
 
 

Un altro libro che si divora in un pomeriggio.
Di Tondelli s’è detto talmente tanto, e viceversa io so così poco, che mi pare giusto limitarmi a incollare uno stralcio del racconto che mi è parso il più rappresentativo dell’opera: Viaggio. Un racconto che ho riletto numerose volte e che ogni singola volta mi fa venir voglia di piantar lì, uscire fuori e mettermi a correre senza una meta.
Nelle recensioni in giro si parla di neorealismo, di viaggio interiore, di frustrazione, pulsioni autodistruttive, desidero di morte. Al contrario io credo che l’elemento dominante della poetica di Tondelli – o perlomeno, di questo suo Altri libertini – sia una irrefrenabile, strabordante, esilarante, folle, disperata voglia di vivere.
Leggete, leggete. Poi ditemi se ho torto.

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Mario mi raggiunge con un tuffo che si fa anche male povero Mariolino, a gettarsi in quel modo, però siamo vicini e ci stringiamo per i capelli e lui mi scuote la testa e dice che gli sembra di stare in un film di Lelouch tanto si sente rosa, di dentro. Chiacchieriamo e a me piace starmelo a sentire con quella sua bella parlata fiorentina e quel suo modo di gesticolare nemmeno fosse un ragazzo di Napoli. Poi mi suggerisce una cosa per il ritorno e io mugugnerò un poco, però dirò sì e anche Gigi lo farà. Infatti non è stato difficile. Abbiamo trovato quasi subito a chi vendere i biglietti di ritorno. Gigi sputtana immediatamente le centocarte che abbiamo raccolto e ci compra dieci quartini. Io mi incazzo quando lo vedo tornare senza soldi e Mario s’incazza pure lui, dicendo che di noi non ci si può fidare e che è cosa da grulli esser così scasinati perché ci fregheranno sempre. Allora prendo le bustine che Gigi ha avuto il pudore di far rimanere al di fuori del suo braccio e torno al Dam. Contatto solo gli italiani, dà più fiducia ad entrambi. Riesco a piazzare cinque dosi a quindici carte l’una a dei ragazzi calabresi appena arrivati e contenti del prezzo che qui, per quanto caro, è sempre enormemente inferiore che da noi. Una la divido con del bicarbonato e ne faccio tre che mi spariscono dalle mani appena propongo il prezzo di un deca. Le tre restanti le tengo come fondocassa. Telefoniamo ad Haarlem per dire che non torneremo e che si partirà l’indomani da Amsterdam. Così la sera ci vediamo al Rokin con Ibrahim che è venuto per dirci addio ed è una sera un po’ piagnona perché sembra che non ci si debba mai più rivedere, campassimo pure centanni, gli indirizzi si perderanno fra i cassetti e gli inchiostri svaporeranno e le voci si scorderanno e tutto il resto si scioglierà piano piano, per cui sappiamo che sono gli ultimi momenti, però chissà. Così giriamo per Amsterdam tutti ubriachi e fumati e Ibrahim mi itiene un braccio e dall’altro c’è il Mario che così sembriamo la pariglia del can-can. Poi viene l’ora che c’è l’ultimo treno per tornare e Ibrahim deve portarsi alla stazione anche se fatica a distaccarsi perché sono stati tempi belli. Allora in stazione succede che me mi tiene per ultimo all’abbraccio e quando ci salutiamo mi da un bacio in bocca e dice se lo so che mi amava e io dico che lo sapevo vecchio mio Ibrahim, certo che lo sapevo. Poi il treno gialloazzurro parte e noi ce ne andiamo con Gigi che dice che sono proprio un finocchio nato e sputato e io gli dico di sì, che la mia voglia di stare con la gente è davvero voglia e che non ci posso fare un cazzo se mi tira con tutti. Mario assiste divertito scuotendo la testa ricciolona. Dopo, salutata la donna di Rennes, partiamo anche noi.
Col Gigi ci lasciamo a Francoforte, poco più avanti dell’aeroporto, dopo un litigio furioso, in mezzo all’autostrada tre pazzi italiani gesticolanti e bestemmianti al cielo del Nord. Gigi che scavalca lo spartitraffico e si mette in direzione inversa e urla che ne ha piene le palle di questo ritorno bislacco con due finocchi che non fanno altro che metterselo nel didietro e lui davvero non ne può più e non è assolutamente possibile che ci siano ancora dopo quattro giorni che siam partiti quelle tre dosi, che cazzo si tengono lì, mica faranno dei figli o si moltiplicheranno. E allora io torno con voi a patto che mi ridiate le dosi, ma noi siamo inflessibili, soprattutto Mario, e Gigi lo lasciamo su una BMW che risale al Nord, saprà cavarsela, ma è da sconsiderati bruciare le uniche nostre risorse tutte d’un colpo. Non ci carica nessuno, ormai è un’ora che attendiamo appoggiati al guard-rail e ai nostri zaini Invicta, Gigi sarà ormai lontano un centinaio di chilometri, poco più poco meno... Finalmente una Benz attacca i fanalini rossi dello stop, un attimo dopo averci sorpassati; raccogliamo la nostra roba e corriamo e Mario ride, io chiedo perché e lui dice stringendo gli occhi che mi piaceva da morire a quell’età i ragazzi che per ridere stringevano gli occhi, e lui dice allora “Aspetta e vedrai”. E quando raggiungiamo la Benz vedo, e mi metto a ridere anch’io perché davanti, seduto come un pascià, c’è il Gigi che non ci guarda nemmeno e dice sprezzante “forza finocchi che andiamo” e poi al guidatore “Battista...” e quello non capisce ma se la ride con questi matti di italiani e così si riparte e quando ci scarica, verso Monaco, ci facciamo i tre quartini rimasti, uno per uno e vaffanculo.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  09.05.2011 | 20:02
italiano medio
 
 

Fatevi un giro in un aeroporto qualsiasi. Fatevi un giro e date un’occhiata ai passeggeri seduti in attesa del volo. La maggior parte di coloro che non lavorano con un computer la troverete intenta a leggere un libro o intrattenere i propri figli. Tranne gli italiani. Gli italiani li riconoscerete perché se per caso leggono qualcosa quel qualcosa è la Gazzetta dello sport e se giocano con qualcosa quel qualcosa è il loro cellulare, che vista la circostanza non sarà certamente in modalità silenziosa ma al contrario emetterà insistenti e fastidiosissimi bip-bip.
Quando sono all’estero in albergo talvolta accendo la TV perché mi aiuta a svegliarmi al mattino. CNN, telegiornali, approfondimenti. I sottotitoli vanno così veloci che neanche riesco a leggerli. La TV italiana: chiappe, zinne, televendite, forum e resdore analfabete che cucinano sformati. Sugli altri canali satellitari: karaoke iraniani, salmi in arabo, Al-jazeera.
Un individuo che trascorre il suo tempo a leggere la Gazzetta dello sport e sbirciare chiappe e zinne in TV: sintesi perfetta dell’italiano medio. Non c’è da meravigliarsi che a rappresentarlo sia un tizio che possiede una squadra di calcio, una emittente che trasmette chiappe e zinne, un tizio che ama sollazzarsi organizzando orgette private con giovani ex-minorenni (tra i tanti, ho trovato questo articolo particolarmente gustoso). Non c’è da meravigliarsi che un popolo che si fa togliere le multe dall’amico carabiniere sia capeggiato da un tizio che promulga leggi ad personam. Quel tizio è tutti noi (me compreso, beninteso: ne è riprova ciò che si sostiene qui). Quel tizio racchiude in sé la quintessenza dell’italianità.

Quest’anno, per via del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, tutti se ne vanno in giro col tricolore sulla spalla. Quello stesso tricolore che fino al centoquarantanovesimo anniversario usciva dagli armadi solo quando vinceva la Nazionale. Io diffido di gente del genere, come diffido di chi va a messa solo a Natale o di chi attacca l’arcobaleno con la scritta “pace” e poi, con la coscienza alleggerita, compie veri e propri atti di guerra come un pieno di benzina alla Esso. Questa gente si trasforma, si mistifica.
Piuttosto preferisco quelli che urlano che col tricolore si puliscono il culo. Perlomeno posso riconoscerli, posso misurare la distanza tra me e loro. (in effetti dubito che quella gente si sia mai pulita il culo con qualcosa.)
Lo scorso 17 marzo gli organizzatori della manifestazione in piazza a Parma hanno invitato i cittadini a portare con sé una copia della costituzione. Sara è andata in agitazione e ha messo sottosopra la soffitta di Botteghino. Mentre gli ospiti si alternavano al microfono, in piazza c’erano molte facce solenni che annuivano e sventolavano il libello. Ma io avrei voluto chiedergli: dato che ce l’avete in mano, la costituzione, l’avete aperta? L’avete letta?

Se il popolo italiano compie davvero centocinquant’anni, allora forse è il caso di levarsi le braghette corte e asciugarsi la candela del naso. E' ora di levarsi di torno quella oscena reputazione di bambocci ignoranti, individualisti, frignoni, menefreghisti e superficiali che ci si incolla alla schiena non appena varchiamo in confini nazionali. Non fraintendetemi. Non ce l’ho con la mia nazione. Ancora credo di credere a quegli ideali di democrazia e libertà sui quali l’Italia è stata prima fondata e poi ricostruita col sudore colato dalle tempie dei nostri nonni. No, non mi vergogno dell’Italia.
Mi vergogno di essere italiano.
Qui non si tratta di destra o sinistra, di premier erotomani, di ministresse soubrettes, raccomandazioni e favoritismo, di politica o di ideologie buone o cattive. Se non vogliamo colare a picco c’è rimasta una sola cosa da fare. E va fatta subito. Dobbiamo cominciare dall’asilo. Solo così di qui a quarant’anni forse vedremo qualche risultato.

Trovo che questo videoclip dei Talking heads datato 1988 descriva mirabilmente la situazione politica italiana. Non perdetevi l'inatteso finale "kubrickiano"

Devo ringraziare il buon Silvio per avermi fornito, nel corso di una interessante chiacchierata avvenuta quasi dieci anni or sono, le illuminanti parole “Cominciare dall’asilo”. Non credo esista modo migliore per sintetizzare il suo pensiero. E a conti fatti pure il mio.
Qui sopra ho riprodotto le copertine di due celebri album di musica italiana. Non dovrebbe essere difficile riconoscerli.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  02.05.2011 | 16:40
quattro funerali e un matrimonio
 
 

all'inizio dell'anno gli amici di yastaradio mi chiesero un articolo sui migliori album del 2010, secondo il mio gusto. un articolo da pubblicare nel loro sito. accettai di buon grado, ma quando presi in mano la penna mi resi conto che nel 2010 non avevo ascoltato un bel niente.
che fare?
dapprincipio pensai di declinare l'incarico, poi scrissi questo articolo.

l'instant painting (o commcazz si dice) è stata realizzata da gualandri/moschetti nel 2009. dovessi mai incidere un album, quasta sarà la copertina. si intitola "epitaph".

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento