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  20.04.2011 | 16:27
giorni copernicani
 
 

L’altro giorno sono lì che traffico coi miei mp3 e mi salta fuori un vecchio master di Elvis che canta Proud Mary. Ma come? La canzone simbolo dei Creedence clearwater revival?!? Il giorno successivo il Maino mi chiama tutto allarmato e mi dice “It’s beautiful day, Bombay calling. Resterai di stucco”. Allora io apro youtube, clicco qui e poi qui e rimango veramente di stucco.
Vuoi vedere, dico io, vuoi proprio vedere che adesso va a finire che che Kashmir in realtà l’ha scritta proprio Puff daddy?
Giorni copernicani.
Nel macroscopico, ma anche nelle quisquilie, viviamo giorni copernicani.

L’illustrazione qui sopra, scaricata da questo bel sito, è la copertina del primo album omonimo degli It’s a beautiful day. Ora sono proprio curioso di ascoltarlo.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  13.04.2011 | 13:43
controsensi
 
 

Pochi soldi, tante idee, ogni primavera i ragazzi di Controtempi riescono a mettere in piedi una bella rassegna di sette-otto serate sul rock: la storia, l’eredità. Incontri, dibattiti, filmati, concerti.
Ho sempre pensato che il team di Controtempi porti avanti da quasi dieci anni un lavoro più che pregevole.
Poi lo scorso 30 marzo si è svolta la serata su Neil Young.
Neil Young, accidenti. Non potevo mancare.
Certo che…
Certo i filmati…
A parte un paio di eccezioni, la selezione di filmati sa di sommaria e affrettata selezione da Youtube, effettuata senza logica né continuità. Pessimo audio e riprese meno che amatoriali. Solo noia per i fan che speravano nella chicca a sorpresa, una gran voglia di darsela a gambe, metaforicamente parlando, per il novizio curioso. Un plauso speciale a chi ha messo giù la pagina di autorun del DVD, che preannuncia inediti e rarità dai titoli esotici quali Out on thr weekend (sic!), Journey true the past (sic!!), Souther man (sic!!!), I shall be relased (sic!!!!), Rokin’ in the free world (sigh!!!!!)…
Out on the weekend è una versione solo pre-Harvest piuttosto singolare, in realtà, ma perché non tagliare la lunga scena del cambio dell’armonica in Journey through the past? Altrettanto interessante il protopunk di For what it’s worth / Mr. Soul targato Buffalo springfield (la quasi-spallata che Neil rifila a Stills per accaparrarsi il microfono e sbraitarci dentro la sua Mr. Soul riassume da sola quarantacinque anni di conflitti stilistici e personali). Ma perché etichettare “Neil solo”  la I’ve been waiting for you eseguita nel 2001 coi Crazy horse? E perché quella imbarazzante Sugar mountain con un Willie Nelson di cartapesta e un crocchio di pellerossa saltellanti e impiumati come fossero drag-queen? Perché includere una canzone di Dylan in cui Neil Young non fa che starsene sul palco a trincarsi una pinta al gargarozzo e poi fare il cascamorto con Joni Mitchell? Perché? Perché? Perchéééé?
Certo che il dibattito…
Il moderatore, un certo Enzo Gentile, dichiara ogni dieci minuti il suo amore spassionato per Neil Young e poi mostra di saperne quanto una pagina di Wikipedia scritta in maltese. Elenca le collaborazioni di Neil Young: i Crazy horse, appunto (collaborazione?), Crosby, Stills e Nash (collaborazione???), i Buffalo springfield (collaborazione?????) e dimentica, oltre al resto, gente del calibro di Pearl jam, Booker T e Daniel Lanois.
Certo che anche l’ospite speciale Omar Pedrini…
Prima esordisce raccontandoci che ha iniziato a strimpellare la chitarra proprio suonando Harvest, wow, poi fa su tre minuti di misturotto tra Sleeps with angels, Harvest moon e Kurt Cobain e infine si congeda sostenendo che in fin dei conti quando c’è un assolo di Neil Young lui preferisce farsi un giro al bar e pigliarsi un caffè (a Pedrini suggerirei di sentirsi uno qualunque dei suoi album e a seguire l’assolo centrale di Cowgirl in the sand sul Live at the Fillmore East 1970, pubblicato nei NY live series nel 2006).
Certo che...
Certo che anche i tombini sanno che Cobain scrisse un frammento di My my hey hey su un foglietto prima di farsi saltare le cervella, ma magari un dibattito appena decente dovrebbe investigare il perché. Perché il nuovo "Seattle sound", postumamente e orrendamente rinominato grunge, adotta proprio Neil Young come epigono? Quali album, quali canzoni? Quali aspetti del suo stile chitarristico e di songwriter? Abbiamo dei filmati? Non è curioso che proprio in quegli anni i Sonic youth all’apice della loro carriera si ritengano onorati di aprire i concerti americani di Neil Young? E che proprio in quegli anni, tra l’uscita di Nevermind dei Nirvana e quella di Superunknown dei Soundgarden il Nostro pubblichi Harvest moon, uno smaccato ritorno alle radici folk di vent’anni prima? Come mai in quegli anni i cui persino i barboni nelle metropolitane suonano grunge, Harvest moon diventa l’album più venduto di Neil Young?
Certo che l’esibizione finale di Pedrini…
Sono certo di sintetizzare efficacemente sostenendo che ha cantato meglio di come ha suonato la chitarra. Il fonico (che poi somiglia mica tanto a Pete Townshend) ci mette del suo e strapazza la slide guitar di Strapazzon facendola suonare come una mucca in preda a un attacco di mastite. E perché, tra le quasi mille canzoni scritte da Neil Young, proporre di nuovo Out on the weekend dopo che avevamo appena visto il filmato? Era forse una sfida?
Sono certo che…
Sono certo che i ragazzi di Controtempi sapranno riconoscere il passo falso e trarne beneficio migliorandosi. Anche perché peggio non si può.
Ad maiora.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  03.04.2011 | 17:58
edward bunker - cane mangia cane
 
 

Gironzolando per la rete mi rendo conto che praticamente tutti coloro che cianciano di Edward Bunker esordiscono con un ampio preambolo sulla sua “precedente vita” di fuorilegge. Solitamente non condivido questo modo di recensire: un conto è l’artista e un conto la sua arte. Punto. Ma nel caso di Bunker potrebbe avere un senso. Voglio dire: quello scrittore che decide di scrivere un romanzo d’avventura ambientato nella giungla indiana non deve necessariamente averci trascorso dentro vent’anni, no? Bastano un paio di puntate di Quark e al limite un libello illustrato sugli elefanti. Al resto si sopperisce con un po’ di talento e tanta fantasia. Ma chi si mette in testa di indagare la personalità di certi criminali, di entrare nella testa di personaggi così deviati e lontani dal senso comune, ecco, forse averci vissuto insieme parecchi anni può aiutare.
Le note di copertina del romanzo parlano di una prosa cinica e glaciale, quella di Bunker, priva di certi romanticismi noir alla Chandler. Procedendo per archetipi si potrebbe rispondere al tizio delle note di copertina che un noir è un noir mentre un hard-boiled è un hard-boiled. E’ come dire un film di Tinto Brass e un porno. In realtà, pensandoci qualche minutino in più, trovo che i tre personaggi di questo Cane mangia cane siano a modo loro estremamente passionali. Se non il cane sciolto Mad dog, il personaggio meno nitido dei tre (e la lite con la moglie nella scena che funge da prologo al libro contrasta un po’ con il fatto che egli abbia trascorso un certo numero di anni al suo fianco…), certamente l’amicizia che lega Diesel e Troy (il quale s’interroga sulle sorti dell’amico nel momento di massima tregenda) ma soprattutto i contrastanti sentimenti di Troy nei confronti di Mad dog. Infine, lo stesso Troy è amico del Greco “come solo due ladri sanno essere amici”. Alla fine Cane mangia cane, sì, certo, ma a quale prezzo.
Grandioso nel dare vita ai tre protagonisti, il romanzo ha qualche caduta di tono qua e là, come nell’estratto sotto che davvero non rende giustizia alla bravura di Bunker, e un finale forse un poco annacquato. Elementare, infine, l’elemento di critica sociale così apprezzato da certuni: giovani teppistelli senza scrupoli vs. ladri galantuomini di una volta; carcere creatore di pazzoidi criminali vs. carcere come strumento di reinserimento sociale; oh ma quanto è sbagliata la legge americana del “third out”!
Sta di fatto che una volta preso in mano Cane mangia cane me lo sono bevuto tutto in una volta. Un otto abbondante glielo do.

Dieci e lode invece per l’altro romanzo dell’illustrazione qui sopra. Ritratto di un uomo che affoga è certamente meno cruento di Bunker, ma infinitamente più angosciante. Di fronte a libri così mi mancano le parole per recensire. Un romanzo grandioso. La miglior crime story che ho letto nella mia vita. Tutto qui.
Che altro aggiungere?
Leggetelo.
Punto.

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Centotrenta chilometri all’ora erano una velocità accettabile, anche per i tratti di strada vuoti e rettilinei. Una velocità più spinta rischiava di attirare l’attenzione della polizia di pattuglia dell’autostrada. Centodieci era anche meglio, se appena ci fosse stato un po’ di traffico. Procedere sulal corsia veloce e mantenere la distanza di sicurezza. Centodieci era una sorta di linea di demarcazione: più veloci si rimediava una multa, più lenti si perdeva tempo. Si ricordò di averlo letto da qualche parte un bel po’ di anni prima. Era ancora vero oggigiorno? Chissà, l’avrebbe visto.
– Com’è che guido? – domandò a Diesel.
– Niente male, considerando da quanto tempo non lo fai.
– E’ come scopare. Una volta che l’hai imparato non te lo scordi più.
– Amico, chi è quella fica che ho intravisto?
– Una con cui Gigolo Perry mi ha organizzato una botta.
– Me la comprerei proprio un po’ di fica, con lei.
Troy si sorprese di sentire un lampo di possessività e di rabbia causato dalla battuta casuale di Diesel. Era un nonnulla, in quel loro mondo. Non si trattava né di una moglie né di un’amante, e la battuta di Diesel non poteva neppure dirsi una frecciata offensiva secondo il codice dei ladri di strada. Dopotutto la ragazza si vendeva da vivere vendendo la passera. Se George non avesse fatto quell’osservazione sagace sulle cose della vita, Troy avrebbe potuto chiedersi se non fosse già mezzo innamorato. Stare con quella ragazza era indubbiamente piacevole, e lui avrebbe potuto rivederela una volta ritornato a L.A.. Era così incantevole che avrebbe potuto averla al suo fianco andando a cena in tutti i posti chic.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento