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  24.03.2011 | 12:47
lettera del compagno lazlo al colonnello valerio
 
 

L’estate scorsa ero a Ferrara a una specie di festival cui partecipavano grosso modo tutti i gruppettini italiani che ho imparato a detestare in questi vent’anni. Gli headliner erano i Tre allegri ragazzi morti, tanto per intenderci. Io ero lì per due motivi diversi e a loro modo entrambi validi. Uno si chiama Sara, l’altro si chiama Giorgio Canali.
Non ci provo neanche a cercare di descrivere la rabbia che scarica Canali quando imbraccia una chitarra e sale sul palco, o il senso di insopportabile compressione che ti pompano dentro le sue canzoni per giungere alla catarsi finale che esplode ineluttabile e violenta come un’eruzione. Posso solo consigliarvi di andarlo a vedere, una volta nella vita, Giorgio Canali.
Come di consueto il concerto è stato breve: poco meno di un’ora. Poi Giorgio è tornato sul palco e ha presentato come bis un brano inedito. Le sue parole: “Questa canzone doveva essere dentro a Materiale resistente, ma alla fine fu esclusa perché a nessuno piaceva come suona ‘sta cazzo di armonica”. E poi ha attaccato con questa roba qui. Se vi è mai capitato di vedere Canali dal vivo potete immaginarvi cos’è successo sul palco in quei cinque minuti. Se avete poca fantasia potete dare un’occhiata qui.
Il colonnello Valerio cui è indirizzata la missiva è un certo Walter Audisio. Chi mastica di storia lo conoscerà certamente. Io ho dovuto usare Wikipedia.

Be', ogni volta che ascolto questo pezzo mi si drizzano i peli delle braccia. A voi no?

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  21.03.2011 | 18:24
silloge
 
 

Da circa tre anni il quotidiano di Parma “L’informazione” dedica settimanalmente una pagina alla narrativa breve di narratori (più o meno) dilettanti. L’iniziativa, simpatica e lodevole, mi ha attirato fin da subito. Mi piace l’idea che alcuni dei i miei racconti possano essere pubblicati su un quotidiano della mia città. Mi piace l’idea di andare in un bar, per esempio il Dulcamara, ordinare una birra e mentre aspetto che venga sera accorgermi che di fianco a me c’è qualcuno anche lui con la birra davanti che tira sera leggendosi il mio racconto. Non è mai successo, ma mi solletica l’idea che avrebbe potuto succedere. La rubrica, intitolata “Il racconto delle domenica” mi ha ospitato ben nove volte, incluso lo scorso 6 marzo. Di cotanta clemenza nei confronti delle mie sciocchezze ringrazio qui la redazione della Luna di traverso che cura la rubrica e in particolar modo Silvia.
Volevo linkare qui la pagina del giornale col racconto ma pare di capire che il sito dell’Informazione sia offline da diverso tempo. Probabilmente qualcosa a che vedere col recente cambio di testata (ora il giornale si chiama “Parma qui”). Il racconto è online anche su Tapirelax, qui. La foto sopra è di Daisy. Non è quella scelta dalla redazione di “Parma qui” a corredo del racconto, ma l’altra, quella che hanno scartato (e che, naturalmente, preferivo).

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.03.2011 | 08:50
les claypool - a sud del capanno
 
 

Mi sono accorto che nel giudicare un romanzo uso due differenti misure.
Se si tratta di scrittori professionisti gli spalanco il culetto. Cerco la smagliaturina nella trama, la minima incoerenza, il dialogo appena sopra registro. Cerco il cosiddetto tarzanello nel letamaio. Sono implacabile. Dev’essere invidia.
Se si tratta di dilettanti, allora sono l’esatto opposto. Cerco il personaggio ben fatto, l’elemento di originalità della trama, il capoverso ben scritto. Sovente soprassedendo sul resto. Cerco qualcosa per cui valga la pena che almeno un’altra persona oltre al sottoscritto si degni di leggere quel racconto – o romanzo.
Nel caso di Les Claypool né l’uno né l’altro.
Nel caso di Les Claypool ho dovuto prima di tutto combattere la mia diffidenza – la diffidenza di chi teme da sempre cabarettisti che diventano primi ministri, eredi al trono che fanno i cantanti, geniali bassisti che scrivono romanzetti pulp. Ho dovuto combattere, dicevo, e ho perso.
Due fratelli e un amico stronzo (il personaggio migliore del libro) escono a pesca per ricucire un passato invero molto presente. Conflitti irrisolti, speranze disilluse, attrito, tragedia.
Rilevo molta voglia di imitare certa letteratura e tanta, tanta ingenuità. “Deve molto a Steinbeck”, leggo nelle alette di copertina. A partire dalle scuse, mi sento di aggiugnere.
I primi cinque capitoli sono assolutamente inutili, il finale è affrettato e oltremodo pasticciato. Una su tutte: l’entrata in scena di un personaggio chiave più o meno verso la penultima pagina. Capisco l’intento ma questo, narrativamente parlando, significa barare. Barare maluccio, dal momento che il lettore se ne accorge.
Carino il garbuglio dopotutto e, in misura minore, la sua soluzione. Sta di fatto che le scaramucce verbali tra il sudista razzista e il figliol prodigo progressista di città sono da voltastomaco per banalità e mala scrittura. Vi passo questa sull’omosessualità e vi risparmio quella sul razzismo, lunga nientemeno che tre capitoli.

Les Claypool l'ho visto in concerto un mesetto fa all'Estragon. Grandioso!

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[Ed disse] “Non c’è nulla di male a farsi qualche canna quando capita. Se cali qualche acido, funghi, magari dell’ex”.
“Ex?”, ripetè Donny confuso.
“Ecstasy”.
“Ah, amico, ho sentito che è roba da froci”.
“Ed scosse la testa e si spaparanzò di nuovo sul sedile. I tre rimasero in silenzio per un lunghissimo istante prima che Donny aprisse di nuovo la bocca. “E senti un’altra cosa, Ed. Ti dico la verità. Ho sempre pensato che eri una checca”. Fece una pausa, guardandolo dritto negli occhi, e chiese: “Ci sei mai stato con una donna?”
“Sono sposato”.
“Con una donna?”
“Sì”.
“Be’ cazzo, che ne so. Al giorno d’oggi. In questa cazzo di California. Maschi che si sposano con altri maschi. Fiche che sposano fiche. Adottano bambini. Stronzate assurde”. Donny si fece un’altra sorsata di birra e prese una sigaretta dalla camicia.
“Non c’è niente di male se una coppia gay adotta un bambino”. Nel momento in cui le parole gli uscirono di bocca, Ed si pentì di aver parlato. Perché non poteva starsene a sedere col becco chiuso e basta? Cercare di intavolare un dibattito con un tipo come Donny Wowdy era un’impresa senza senso.
“Ma vaffanculo, Ed”. Abbaiò Donny. “Ma lo senti, Earl?”
“Non ne voglio sapere niente”. Earl si alzò per dare un’altra controllata alla sua esca.
“Be’, vaffanculo, Ed”.
“Senti, vaffanculo tu, Don. E allora dimmi cosa c’è di male”. Ed era passato alle offese, e insultare Donny era una bella sensazione.
“Non è una cosa giusta”.
“Perché?”
“Non è giusta, cazzo!”, ripeté Donny. “Pensa a quel povero ragazzino”.
“Povero ragazzino? Perché sarebbe un povero ragazzino?”
“Ti piacerebbe andare a scuola e raccontare a tutti che i tuoi genitori sono una coppia di froci?” sbottò Donny con gli occhi spiritati. “Ti dico questo. Se una cosa del genere la dicevi a scuola mia, ti prendevano a calci in culo per tutta la vita”.
Ci sono un sacco di ambienti con la mente aperta, liberali, dove la gente non ci fa nemmeno caso”.
“Certo, dove?”
“Berkeley, San Francisco…”
“La centrale dei Freak”, lo interruppe Donny.
“Non c’è niente di male in due gentori affettuosi che tirano su un bambino insieme. Non importa se sono gay o etero. C’è un sacco di ragazzini che sarebbero strafelici di avere una casa qualsiasi tipo dove magari c’è un po’ di stabilità”.
“Stabilità? Ma sentilo il signorino universitario raffinato. Stabilità”.
“Molte coppie gay, o molti gay in genere, di solito sono istruiti, gentili, altruisti, te lo dico per esperienza”.
“Già, ci scommetto che c’hai un sacco, di esperienza”, fece Donny col tono da presa per il culo.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento