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  28.01.2011 | 12:36
niccolo ammaniti - che la festa... / come dio...
 
 

Niccolò Ammaniti - Che la festa cominci / Come Dio comanda

La copertina è tutta blu. Una foto scattata a pelo d’acqua. Nella parte superiore emerge il profilo di un ippopotamo, lo sguardo feroce, pronto per attaccare. Gli ippopotami sono animali territoriali, molto aggressivi.
Al centro c’è il titolo: “Che la festa cominci”. Un titolo territoriale, molto aggressivo. Il lettore impugna il libro e percepisce l’adrenalina. Accetta la sfida. “Coraggio”, pensa “fatevi sotto. Vi aspetto”.
Non chiedevo di meglio.
Iniziai a leggere.
Le prime cento pagine sono impeccabili. Pura narrazione. Magistrali nel fomentare quell’aspettativa sfrigolante che si percepisci da quando ti trovi in mano il volume la prima volta.
Poi comincia la festa. E il romanzo si squaglia. Letteralmente.
Divi, celebrità, vip e starlettes. I tanti vizi (e le poche virtù) di quest’italietta in sberluccicante parata. Poi il senso di tragedia si fa incombente. Ma Ammaniti, ahilui, non è Palahniuk e finisce per sbruciacchiare molta della succulenta carne messa al fuoco. Alcuni  personaggi mutano presto in macchiette, talune situazioni diventano incoerenti ed emergono buchi narrativi un po’ dappertutto.
Per esempio. Al ritorno della battuta di caccia i protagonisti trovano davanti ai loro occhi una tragedia già consumata. Perché? Che cos’è successo? E come spiegare l’improvvisa follia Scarfaciforme del “buon” patron Sasà Chiatti? Ma soprattutto perché dettagliare una spiegazione pseudo-scientifica alle strane creature che prendono la scena nel pasticciato pre-finale? Basta riflettere pochi istanti per accorgersi che si tratta di una mera vaccata. In circostanze del genere l’autore non deve spiegazioni. Il lettore se la beve così. Punto e basta.
Insomma, mano a mano che le pagine scorrono, Ammaniti annoda i fili della trama con crescente fretta e annega il tutto in un finale catartico piuttosto facile è un po’ qualunquistico.
Non originalissima, ma comunque aprezzabile l’idea di questa casta di superborghesi gonfi e strafatti al punto da non riuscire nemmeno a prendere coscienza della propria tragica imminente estinzione (fisica e metaforicamente morale). Ma Ammaniti, ahilui, non è Ballard e finisce per affondare il tutto con un paio di uscite un po’ troppo sopra le righe.

Tutt’altra storia per l’altro titolo protagonista di questa chiacchierata. “Come Dio comanda” è un romanzo che ho letto con addosso la medesima furia con il quale si svolge. C’erano un paio di cosette che non mi convincevano, sì, ma non sto neanche a sforzarmi di ricordarle. “Come Dio comanda” sono cinquecento pagine che si ingoiano in una notte intera, senza tregua, una notte rannicchiati sotto le coperte, i tuoni che percuotono le tapparelle, lo scroscio della pioggia incessante. E l’alba che giunge ben prima del sonno.
Non mi capita da quando, vent’anni fa, divoravo i tomazzi di Stephen King in un weekend.
Ammaniti, ahilui, non è Stephen King, ma è abbastanza evidente che ambisce a diventarlo. Non lo biasimo, considerando l’entità del di lui conto in banca.

Tornando a “Che la festa cominci” devo ammettere che i quattro satanisti pasticcioni mi hanno conquistato fin da subito. L’autore ce li introduce così:

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“Maestro, ti dovremmo parlare... Avremmo pensato una cosa sulla setta...” lo spiazzò Edoardo Sambreddero detto Zombie, il quarto del gruppo, un tipo allampanato che non poteva ingerire aglio, cioccolata e bevande gassate. Soffriva di esofagia congenita. Aiutava il padre a montare gli impianti elettrici a Manziana. “Tecnicamente noi, come setta, non esistiamo”.
Saverio aveva intuito dove voleva andare a parere l’adepto, ma fece finta di non capire. “Che vuoi dire?”
“Da quand’è che abbiamo fatto il giuramento di sangue?”
Saverio sollevò le spalle. “Saranno un paio d’anni”.
“Su Internet per esempio non si parla mai di noi. Dei Figli dell’Apocalisse tantissimo”, sussurrò Silvietta con una vocina così bassa che nessuno la sentì.
Zombie puntò il grissino contro il suo capo. “In tutto questo tempo, che abbiamo combinato?”
“Delle cose che avevi promesso, che abbiamo fatto?” si unì Murder. “Sacrifici umani non se ne sono visti, e avevi detto che ne avremmo fatti un casino. E i riti di iniziazione con le vergini? E le orge sataniche?”
“Intanto il sacrificio umano l’abbiamo fatto, eccome se l’abbiamo fatto”, precisò Saverio irritato. “Non sarà riuscito, ma l’abbiamo fatto. E pure l’orgia”.

A novembre dell’anno prima Murder aveva conosciuto sul treno per Roma Silvia Butti, una studentessa fuori sede della facoltà di psicologia. I due avevano parecchio in comune: l’amore per la Lazio, i film dell’orrore, gli Slayer e gli Iron maiden, insomma il buon vecchio heavy metal degli anni Ottanta. Avevano cominciato a chattare su msn e a vedersi a via del Corso al sabato pomeriggio.
Fu Saverio ad avere l’idea di sacrificare Silvia Butti a Satana nel bosco di Sutri.
C’era solo un problema: la vittima doveva essere vergine.
Murder aveva dato la sua parola: “Ci ho fatto di tutto, ma quando ho provato a scoparmela, non c’è stato verso”.
Zombie aveva cominciato a ridere: “Non ti ha sfiorato l’idea che forse non ci vuole scopare con un ciccione come te?”
“Imbecille, ha fatto una scelta personale di castità. Quella è vergine al cento per cento. E poi, scusatemi, se per caso non lo fosse, che cosa succede?”
Saverio, maestro e teorico del gruppo, era preoccupato. “Be’, è abbastanza grave. Il sacrificio sarebbe inutile, o peggio, potrebbe addirittura rivoltarcisi contro. Le potenze infernali, non soddisfatte, ci potrebbero attaccare e distruggere”.
Dopo ore di discussioni e ricerche su Internet, le Belve avevano concluso che l’illibatezza della vittima non era un problema sostanziale. A quel punto avevano studiato un piano.
Murder aveva invitato Silvia Butti per una pizzata a Oriolo Romano. Lì, a lume di candela, le aveva offerto supplì, filetti di baccalà e una birra gigante in cui aveva disciolto tre pasticche di Roipnol. Alla fine della cena la studentessa si reggeva in piedi a malapena e farfugliava cose senza senso. Murder l’aveva caricata di peso in macchina e con la scusa di andare a vedere l’alba sul lago di Bracciano l’aveva portata nel bosco di Sutri. Lì, le Belve di Abaddon, con dei blocchi di tufo, avevano innalzato un’area sacrificale. La ragazza, semincosciente, era stata spogliata e stesa sull’altare. Saverio aveva invocato il Maligno, aveva mozzato al testa di una gallina e spruzzato il sangue sul corpo nudo della studentessa e poi se l’erano fatta tutti. A quel punto avevano scavato una buca e l’avevano seppellita viva. Il rito era stato consumato e la setta aveva intrapreso il suo viaggio negli oscuri territori del Male.
Il problema si era presentato tre giorni dopo. Le Belve erano appena uscite dal cinema Flamingo dove avevano visto “Non aprite quella porta – l’inizio” e si erano trovate davanti Silvia. La ragazza, seduta su una panchina dei giardinetti, si mangiava una piadina. Non ricordava molto della serata, ma aveva la sensazione di essersi divertita. Aveva raccontato che quando si era svegliata sottoterra aveva scavato fino alla superficie.
Saverio l’aveva arruolata come sacerdotessa ufficiale della setta. Qualche settimana dopo si era fidanzata con Murder.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  17.01.2011 | 17:31
scripta volant
 
 

Qualche annetto addietro ricevemmo un’interessante proposta da uno degli illustratori ospitati su Tapirulan. Il progetto, coordinato da questo illustratore, consisteva nella pubblicazione di una dozzina di libelli di sessantaquattro pagine, uno al mese, dedicati a dodici differenti generi letterari (giallo, rosa, favole, horror ecc.) e illustrati dall’illustratore medesimo.
Il libri avrebbero composto una collana chiamata “Corti di carta” e sarebbero stati pubblicati da una piccola ma intraprendente casa editrice, specializzata in fumetti e illustrazione, ma desiderosa di aprirsi a nuove forme editoriali. A Tapirulan spettava il compito di redazione per il capitolo “favole”.
Misi insieme una miniredazione e accettai di buon grado. Mi stimolava, più che il progetto in sé, il fatto di lavorare per la prima volta con una vera casa editrice. Avrei potuto imparare molte cose.
In realtà i contatti diretti con la casa editrice furono sporadici. La mia unica interfaccia era l’illustratore. I rapporti con lui si deteriorarono in breve tempo. Era una di quelle persone che scrivono lunghi mail con tante maiuscole e molti punti esclamativi, di quelle persone che parlano in primo e unico luogo di se stessi e leggono le mail degli altri frettolosamente e mai fino in fondo. Ciò che generò, alla lunga, parecchi malintesi.
Il concorso non fu ciò che definirei esattamente un successo, dal momento che nella nostra sezione partecipò un solo concorrente. Se da un lato ciò rese enormemente semplice il compito della redazione, dall’altro pose alcuni interrogativi sulla sensatezza di un progetto del genere.
Pochi giorni dopo la scadenza del bando ricevetti un comunicato dal’editore in cui si leggeva che nella sezione favole il vincitore era quell’unico partecipante, che per mera comodità d’ora in poi chiameremo Robirobi.
Non essendo in diretto contatto con l’editore, espressi via mail la mia perplessità al tizio che parlava molto di sé, sottolineando che a mio modo di vedere l’input doveva venire dalla redazione verso l’editore, non viceversa. Mi fu risposto che la fola era molto semplice: essendoci un solo partecipante, l’editore avrebbe pubblicato lui. Punto.
Replicai che in ogni caso il testo avrebbe potuto non essere all’altezza, forse l’editore non era interessato alla qualità di ciò che pubblicava? Fossi stato in lui, nell’editore, avrei comunque tenuto conto dell’opinione della redazione. Mi fu risposto di piantarla con queste cazzate, che il concorso è roba dell’editore, che l’editore pubblica chi gli pare e se ci va bene allora OK, citeranno il nostro nome come redazione, altrimenti che quella era la porta.
Dal momento che ritenevo comunque valido il testo, come associazione acconsentii a mettere il nome di Tapirulan. Personalmente, invece, ritenni di prendere la porta.
Ma è risaputo che ogni porta malchiusa prima o poi si riapre con una folata. Fu così che un annetto più tardi (era il 2009) trovai il banchetto dell’editore alla Fiera del Libro di Torino. Tutto sommato ero curioso di vedere com’erano venuti questi “Corti di carta”. Mi appropinquai. Dei “Corti di carta” neanche l’ombra. Il tizio al banchetto mi mise in mano un’altra pubblicazione e fece di tutto per convicermi che si trattava di un “Corto di carta”. Il “di tutto” consisteva eminentemente nel ripetermi cento volte “no, no, questo è proprio un Corto di carta” a ogni mia obiezione. Alla fine decisi di passare da coglione, annuii e comperai il primo libro che mi mise in mano, per ragioni nelle quali preferisco non dilungarmi.
Di ritorno da Torino, pensai di indagare un po’. Feci una mini-inchiesta.
Nel sito dell’editore non c’era traccia dei libri.
Contattai le redazioni, l’illustratore che parla molto di sé e pure la casa editrice.
Ecco alcuni dei i riscontri delle redazioni:
Degli altri Corti non so nulla, però quello che ci competeva è uscito regolarmente a giugno 2009.
Per quanto mi riguarda so che il libro vincitore della sezione è stato sicuramente presentato al Salone del Libro di Torino. Non c'è traccia di vendita sul sito e nemmeno ho ricevuto risposte su dove trovarlo. Avrei sperato almeno di riceverne una copia gratutita ed invece non riesco ad averla nemmeno acquistandola.
…poi non so perché da un momento all'altro sono stata mesi in attesa senza che nessuno mi dicesse niente. Dopo ripetute richieste di spiegazioni e chiarimenti via email [l’illustratore che parla molto di sé] si degnato di rispondermi (dopo 4 mesi) dicendomi che era stato tutto bloccato, che [l’editore] non faceva più iniziative del genere. In poche parole non se ne faceva più niente. E nessuno si era preso la briga di avvertirmi pur avendo preparato io stessa pagine di regolamenti, pubblicità e banner sul mio sito e su siti amici. Sinceramente tutto questo non mi ha dato prova di grande responsabilità e professionalità.
…non siamo contenti della gestione di Corti di carta. Il progetto non è stato portato avanti seriamente, il coordinamento e le informazioni ricevute sono state davvero scarse. Noi, come associazione, abbiamo lavorato molto per la pubblicazione del corto e anche l'autore del libro vincitore, ha dedicato molto del suo tempo per la sua buona riuscita.
Ho abbandonato il concorso Corti di carta ormai da molto tempo, per motivi che ora sarebbe troppo lungo spiegare. Non ho più avuto notizie per cui mi dispiace ma non posso rispondere alla tua domanda. Dovresti chiedere a qualche altra “redazione". Ti auguro miglior fortuna.
Dimostrando correttezza, anche l’illustratore che parla di sé rispose alla mia mail. Ecco le sue parole: Ho girato la mail alla casa editrice (che ci legge in copia) la quale a breve ti aggiornerà mettendo la mail a conoscenza di tutti. Risponderei io in prima persona ma le stampe e tutto quello che concerne le edizioni è stato totalmente gestito [dall’editore]. Io stesso non sono in possesso delle opere prodotte, ho avuto difficoltà per riceverle e per motivi personali non lavoro più come illustratore per loro. So che hanno pubblicato i Corti sui gatti, il fantasy ed altri ma tutti sotto un’altra collana. Il mio ruolo era quello di portare acqua al [loro] mulino, da lì in poi avrebbero gestito loro il tutto e quindi a breve delucidazioni su tutto arriveranno direttamente dalla sede.
L’editore, più volte sollecitato, non ha mai risposto.
Infine ho sentito l’autore “vincitore” della sezione favole, che per comodità e coerenza continueremo a chiamare col nome fittizio di Robirobi. Ecco la sua risposta: Sono stato contattato in marzo per copertina e illustrazioni. Per il resto, nulla.

Siamo tutti dilettanti, qui, e questo significa a volte poca professionalità ma comunque tanta passione. Eppure l’impressione è stata opposta, di una certa professionalità da parte dei dilettanti, mentre i professionisti non ci hanno messo niente, neanche la passione.
Pubblico questo post nel mio blog invece che sul sito in aperto contrasto con la redazione di Tapirulan che ritiene inutile, anzi, dannoso per l’associazione riparlare di una esperienza negativa a distanza di così tanto tempo.
Forse.
Ma io la penso diversamente. Sbagliando s’impara, si dice, e ammettere i propri errori è indubbiamente segno di maturità. Da tempo sostengo che Tapirulan può trovare buone occasioni di crescita attraverso la collaborazione con altre associazioni e altre case editrici, e quindi l’esperienza, per quanto negativa, ci ha insegnato parecchio.
In chiusura mi preme ribadire qui ciò che già dissi a suo tempo all’illustratore che parla molto di sé. Il mini-romanzo scritto da quell’autore che per comodità e coerenza continueremo a chiamare Robirobi è un lavoro eccellente. Mi auguro con tutto il cuore che un giorno o quell’altro un editore lo noti e lo pubblichi. Un editore, stavolta, serio, professionale e motivato.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  11.01.2011 | 13:28
viaggi organizzati
 
 

Mattina presto. Io e Omar eravamo seduti sul fianco del monte a chiacchierare fumando una sigaretta. A un certo punto la guida mi disse che faticava a comprendere la ragione per cui noi occidentali spendiamo un sacco di soldi per cose del genere: dormire all’addiaccio, mangiare male e starcene ore e ore a saltellare su malandati fuoristrada. Lui, che al posto nostro se ne starebbe tutto il tempo a crogiolarsi negli agi.
Ricordo che risposi qualcosa di piuttosto banale sul senso di evasione insito nella natura umana.
A distanza di tempo mi ritorna in mente quella conversazione.
E mi fornisce lo spunto per un’idea assolutamente geniale.
Volete sentirla?
Aprirò un’agenzia turistica.
Sì, proprio io.
Organizzerò escursioni per africani abbienti.
Il programma? Eccolo.
Primo giorno: otto ore qui in ufficio a scrivere mail tutte uguali e rispondere al telefono a gente perennemente incazzosa. La sera, aperitivo al Dulcamara con le solite facce e a seguire mezz’ora di tangenziale in coda seduti nella mia confortevole auto aziendale. Cena vegetariana e, immediatamente a seguire, lavaggio piatti sotto l’occhio vigile di Sara. Il giorno successivo, escursione in giornata al Fidenza village per aver modo di apprezzare e acquistare i prodotti artigianali locali.
Niente male, non è vero?
La prima sortita sarà una sorta di première di lusso alla quale saranno invitati capi di stato e personaggi eminenti del calibro di Johnny Clegg.
Penso che inviterò anche Omar, la guida.
Sarà l’occasione giusta per chiarirsi reciprocamente le idee a questo riguardo.

La foto è un mio scatto di qualche giorno fa a Erg Chigaga, nel sud del Marocco. Ora mi è chiaro come è venuta a Lucas l’idea per gli AT-AT de L’impero colpisce ancora.

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento