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  24.12.2010 | 14:21
alberto grossi - il cane lupo alla pompa di benzin
 
 

Leggevo e intanto mi domandavo che cos'era esattamente questo libro. Un romanzo? No, certamente no. Una silloge di racconti? Può darsi, sì. Ma non proprio. Che altro? Uno zibaldone di pensieri o, in termini più consoni a questo nuovo millennio, un blog però cartaceo? Qualunque cosa fosse, di certo sortiva il suo effetto, perché divorai il libro in un paio d'ore.
Non sapevo come introdurre il discorso.
Poi pensai: se questo era il primo interrogativo che mi ero posto io, probabilmente sarebbe stata la prima risposta che avrebbe voluto sentire il pubblico. Decisi quindi di aprire così la presentazione de "Il cane lupo alla pompa di benzina" di Alberto Grossi: semplicemente domandandogli che cos'era il suo libro. Mi rispose che una trama non c'è, certo, è evidente. Ma c'è un ordito, c'è un filo invisibile che tiene unite queste cento microstorie e appunti di vita a comporre quella che, rubacchiando un po' dalla quarta di copertina, si potrebbero definire una sorta di anti-epica personale. E soprattutto c'è il linguaggio: gergale, paratattico, molto gradevole. Come se il libro, anzichè farsi leggere, stesse chiacchierando con te.
Nei contenuti, "Il cane lupo alla pompa di benzina", è una sorta di riflessione su certe piccole cose che non ci sono più, sui locali da ballo di una volta, su certi tic moderni. Riflessioni scanzonate, ironiche a volte amare.
Il miniracconto qui sotto forse è poco rappresentativo dei contenuti del libro, ma in fin dei conti è quello che mi è piaciuto di più. Nel corso della presentazione l'ho letto e l'ho abbinato a una domanda piuttosto tosta. La domanda era: "Secondo te, che cos'è il male?" Purtroppo però eravamo in chiusura. L'autore mi è venuto dietro per un po', ma poi ci siamo accorti che il pubblico rumoreggiava e adocchiava impaziente le bottiglie di vino e gli snack del rinfresco. Nei giorni successivi il dibattito è proseguito in forma privata. Roberto, imprescindibile co-autore delle nostre presentazioni, ha scritto una bellissima e-mail in cui porta la sua opinione sull'argomento. Mi piacerebbe che Roberto mi autorizzasse a incollarla qui sotto come commento. Ne sarei onorato. Quanto all'estratto, eccolo. Questo, naturalmente, senza autorizzazione da parte dell'autore.
I ringraziamenti. A Roberto, ad Alberto, al pubblico inaspettatamente numeroso. Grazie a Michele che ci saluta così. E' stata una bella serata. Peccato essere dovuto scappare così di corsa.

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Maria nella bottega d'un falegname
di De André racconta di un falegname rinchiuso nel silenzio della sua officina a produrre stampelle, protesi, arti finti. Un dovere sociale ingrato, che riparare in fondo è occultare. La retorica ufficiale dello stato che nega e negherà sempre. Lo scempio va fermato, pensa il falegname, solo croci farò da oggi, croci per disertori, croci per chi insegna a disertare. Quando ascolto questa canzone penso al potere, all'organizzazione del potere, mi viene alla mente Adolf Eichmann, quello del processo, quel piccolo funzionario nazista che lavorava con zelo e che cercava il compiacimento dei superiori, quello che in Argentina osannava il terzo reich e si lasciò scovare e catturare, quello che inorridì quando gli mostrarono i morti le cui schiere contribuiva a ingrossare. E' banale riflettere su quella banalità del male, lo è meno se quei concetti li trasportiamo sulla società di oggi. Magari la mia è una riflessione semplicistica, perà penso che come lui siamo anche noi, siamo degli Eichmann che vogliono vivere tranquilli, senza troppe rotture, adulando in segreto chi sta sopra di noi. In fondo, quella normalità lì siamo noi.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.12.2010 | 11:45
fuck!
 
 

la mia recensione di... di... di cosa?
a dire il vero non lo so.
bah, qualunque sia l'argomento, eccola.

la foto qui sopra è stata scattata dal maffo nel quartiere messicano di san francisco, nel quale abita da alcuni mesi. piuttosto kitsch, nevvero? era il 2 novembre 2010. el dia de los muertos. altre foto da qualche parte nel suo sito.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  01.12.2010 | 13:37
in parole povere
 
 

Ricevetti una mail da Anna. Diceva: “E’ uscito il mio nuovo libro di poesie”.
Risposi: “Ah, bene”.
Un’altra mail. “Vorrei fare una presentazione”.
“Ah, bene”.
“Vorrei che fossi tu a presentarmi”.
“Ah, bene”.
Dopo un po’ scrissi una seconda mail. Diceva “Io che COSA?!?!?!?!?!?”.
“Sì, presenterai tu”.
“Io non ho mai letto poesie”.
“La poesia non si legge, si vive”.

Il dialogo qui sopra me lo sono inventato di sana pianta (annotazione: verificare l’etimologia dell’espressione di sana pianta) ma esprime bene il senso di inadeguatezza che ho sentito addosso.
Però, a conti fatti, sono molto contento di avere accettato. Ho rivisto un paio di amici, che non guasta mai, e poi le paste della sorella di Anna erano niente male, bella la performance delle Suggeritrici, e infine piacevole l’atmosfera calda e rilassata della serata intera. Che poi l’abbiamo spremuta per bene, io e Robirobi, la cara Anna, altroché! E ci ha saputo tenere testa, la fanciulla, e ci ha pure rifilato due lunghezze sul gran premio della montagna – che sarebbe, fuori metafora, la domanda trabocchetto di uno spettatore sulle analogie tra Parole povere e i crepuscolari (o era invece una stilettata al sottoscritto, che soltanto dieci minuti prima aveva definito Anna una futurista estirpata e collocata nel 2010?). Anche quando a un certo punto le domando qual è il processo di vinificazione delle sue poesie: prima sgrana gli occhi, poi risponde pronta. “Sono parole novelle”, dice, “approdate alla carta dopo un breve naufragio, sospinte da onde emotive.”
Parole povere è per l’autrice (ora scopiazzo da La provincia di Cremona) “Un blocco di appunti, stenografia della realtà. Segni di carta che vorrebbero essere poesia, ma che non sono niente senza l’azione poetica della vita. Il mio promemoria per ricordarmi di vivere”.
In questo momento fuori nevica, e sarà per questo che ripensando alle poesie di Anna me le immagino oggi come pupazzi di parole. C’è un un vecchio cappello qui, una carota là, e una scopa, dei bottoni. Oggetti comuni. Parole povere. E i fiocchi di parole compressi in poesia.

Nella foto sopra si possono vedere (o meglio, intuire) da sinistra, Marco Federzoni (chitarra), Marcella Pezzarossa (voce), Anna Martinenghi, Nevia Marten (voce).
Il testo sotto è Vie di fuga. La poesia che ho (indegnamente) letto durante la presentazione e per pura combinazione riproposto soltanto pochi giorni più tardi a un’adunanza poetica. Ma questa è un’altra storia.

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Ho percorsi di formiche nelle gambe
e ragnatele di rimmel fra le ciglia.

Un ragu’ di pensieri
cuoce a fuoco lento
nella mia mente,
mentre cerco
una fuga nelle piastrelle.

Fotocopie di giorni
si affastellano
sgranando
l’originale.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento