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  24.03.2010 | 15:07
dark side of the mood
 
 

Vi rivelerò una cosa.
Ogni volta che passano in radio The great gig in the sky mi viene da pensare a che roba che sarebbe andare a letto con Clare Torry.
Come minimo farei schiattare d'invidia il vicino.
Più o meno in argomento, vi segnalo questa Bohemian rhapsody interpretata dai Muppets.
Quest'oggi non mi viene in mente altro.

L'immagine qui su l'ho presa un po' in fretta dal web. A ben guardarla fa proprio cagare.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  22.03.2010 | 12:40
jean-patrick manchette - piccolo blues
 
 

Davvero molto cinematografico, questo piccolo noir.
Scene nitide davanti agli occhi. Sagome scure, squarci di luce, pozzanghere. Le volute di nebbia davanti ai lampioni.
Stridere di copertoni, pallottole che esplodono, la benzina che arde. E il commento sonoro cresce, cresce fino a diventare assordante negli istanti di massima violenza.
Due sicari violenti, un malavitoso paranoico, un fuggiasco braccato. O due sicari sfortunati, un malavitoso sconfitto, un uomo in crisi d’identità. O due sicari pasticcioni, un malavitoso in crisi d’identità, un uomo violento e vendicativo. O…
I personaggi si affannano all’interno di questo piccolo mondo buio, di questo piccolo mondo blues. Si inseguono, si odiano, si finiscono. I loro volti sono ombre, così pure le loro anime. Perché anche noi siamo ombre, siamo sfuggenti ombre prive di anima. Perché anche noi siamo vigliacchi e fieri, saggi, falsi, sinceri.
Coglioni.
Sentite come comincia il romanzo. Sentite come introduce Gerfaut, il protagonista. Sentite che roba.

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A volte succedeva quello che succede adesso: Georges Gerfaut sta guidando sulla circonvallazione esterna. E’ entrato dalla porta di Ivry. Sono le due e mezzo o forse le tre e un quarto del mattino. Un tratto della circonvallazione interna è chiuso per la pulizia della strada e sul resto del tragitto la circolazione è quasi inesistente. Sulla circonvallazione esterna ci sono due, tre, al massimo quattro veicoli per chilometro. Alcuni sono camion, spesso molto lenti. Gli altri veicoli sono auto private che viaggiano tutte a gran velocità, ben oltre i limiti consentiti. Tanti autisti sono ubriachi. Come Georges Gerfaut. Ha bevuto cinque bicchieri di Four Roses. E circa tre ore fa ha mandato giù anche due compresse di un barbiturico potente. Il miscuglio non gli ha fatto venire sonno, ma un’euforia inquieta che minaccia in ogni momento di trasformarsi in collera o anche in una specie di malinconia vagamente cecoviana e comunque amara, vale a dire un sentimento non molto valoroso né interessante. Georges Gerfaut viaggia a 145 km/h.
Georges Gerfaut è un uomo che ha meno di quarant’anni. La sua auto è una Mercedes grigio acciaio. La pelle dei sedili è color mogano , così come l’insieme dei rivestimenti interni della macchina. L’interno di Georges Gerfaut è ombroso e confuso. Vi si distinguono approssimativamente idee di sinistra. Sul cruscotto dell’auto, sopra i quadranti, c’è una targhetta metallica opaca con su inciso il nome di Georges, il suo indirizzo, il gruppo sanguigno e un’immagine merdosa di San Cristoforo. Tramite due altoparlanti – uno sotto il cruscotto, uno dietro al sedile posteriore – un mangiacassette spande a basso volume del jazz stile west coast. Gerry Mulligan, Jimmy Giuffre, Bud Shank, Chico Hamilton. So per esempio che fra un attimo partirà Truckin’, di Rude Broom e Ted Koeler, eseguita dal quintetto di Bob Brookmeyer.
Il motivo per il quale Georges corre così sulla circonvallazione, con i riflessi allentati e ascoltando quella musica, va soprattutto cercato nel ruolo di Georges all’interno dei rapporti di produzione. Il fatto che Georges ha ucciso almeno due persone nel corso dell’anno non va tenuto in conto. Quello che succede adesso succedeva a volte anche prima.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  15.03.2010 | 18:06
anton cechov - racconti
 
 

Robi ha ragione. Cechov è fichissimo.
Prendi una situazione e immergici un protagonista. Ipotizza che per qualche ragione quella situazione sia significativa per lui, per il protagonista. Inventati qualcosa, insomma. E ora siediti con me nell’angolo a guardare che succede. Shhht, sta’ buono. Il tizio ci parlerà un po’ di sé, fumerà la pipa, riderà, avrà fortuna, soffrirà, diventerà pazzo, s’innamorerà di una cugina. C’intratterrà un po’.
Ma ora che succede? Da qui si vede molto bene.
Avviciniamoci, quindi. Ancora. Siamo a pochi metri da lui. Le case intorno sono sparite, e la piazza, e con essa le strade, e pure il cielo lassù. E’ rimasto lui, l’uomo. Figura intera. Piano americano. Avviciniamoci ancora. Primo piano. Primissimo piano. Dettaglio: l’occhio dell’uomo. Vicinissimo. Fino a cascarci dentro, all’uomo, attraverso la pupilla sgranata.
Perché sbattersi così?
Perché, come spesso accade nei racconti di Cechov, il nostro protagonista finirà coll’andarsene. Sì. Ma non prima di avere colto per sé, per un brevissimo, estremo istante, il senso della vita. La sua, naturalmente. Di aver lanciato un’occhiata al di là dell’abisso.
Hai sbirciato? Eccitante, vero? Ma ora ripigliati e domandati: che accidente ci fai intrappolato all’interno di un cadavere putrescente, egli pure intrappolato nel finale di racconto peraltro già terminato? C’è pieno di vermi, qui, li vedi? Sono i tuoi pensieri. Fuggi, animo! Non startene lì impalato. Vattene prima che sia troppo tardi.
Non leggerlo troppo, Cechov, dammi retta. Una volta o l’altra potresti non farcela, a uscire per tempo. Te lo dico io.

Robi ha ragione, Cechov è uno dei più grandi narratori americani del Novecento. Sorpreso? Ma no. Basta togliere le cugine e metterci al loro posto delle prostitute, sostituire la tisi con l’alcol. Ebbene? Signori, ecco a voi Sua Maestà Raymond Carver.
Carver è morto alcolizzato, Cechov, di tisi. Curioso, no?
Due aforismi a caso, da Internet: “L’arte non tollera la menzogna”; “L’uomo diventerà migliore soltanto quando gli avremo mostrato com’è”. No, dico, tu ci usciresti a farti una birra con un tipo del genere?
Invece Cechov sapeva essere anche un umorista sopraffino. Cinico, implacabile, spietato. Leggi, leggi: la descrizione del professore di liceo Belikov, qui sotto, è impareggiabile.
Di’ la verità: quanti ne conosci, di personaggi del genere? Conta pure, ti dò cinque minuti.
Come dici? Massì, certo, te compreso.

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Senza andar lontano, circa due mesi fa è morto nella nostra città un certo Belikov, insegnante di greco, mio collega. Ne ha senz’altro sentito parlare. Era famoso perché, anche col bel tempo, usciva sempre con l’ombrello, le galosce e un soprabito con imbottitura. L’ombrello aveva una fodera, il suo orologio da tasca aveva una fodera di pelle grigia, il temperino per far la punta alle matite aveva una fodera: pareva che anche il suo viso avesse una fodera, perché lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali scuri, un gilet di lana, metteva cotone nelle orecchie e, quando andava in carrozza, faceva tirar su il soffietto. Insomma, c’era in lui un irresistibile desiderio di rannicchiarsi il più possibile in un guscio, di infliarsi in una fodera che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo irritava, lo spaventava, lo angosciava costantemente; e, forse per giustificare il suo rifiuto della realta, esaltava sempre il passato, lodava ciò che non era mai esistito. Le lingue antiche, che insegnava, erano per lui come le galosce o l’ombrello, una difesa contro la vita reale.
“Oh, com’è melodiosa, com’è bella la lingua greca!”, diceva, intenerendosi, e, quasi a riprova della sua affermazione, diceva, chiudendo un occhio e alzando un dito: “Anthropos!”.
Anche i suoi pensieri cercava di avvolgerli in una fodera. Per lui erano chiare solo le circolari e gli articoli di giornale in cui si vietava qualcosa. Se una circolare vietava agli alunni di uscire per strada dopo le nove di sera, o un articolo condannava l’amore fisico, per lui era chiaro, indiscutibile: è proibito e basta. Invece nei permessi, nelle licenze, per lui c’era qualche cosa di sospetto, approssimato, incompleto. Quando in città veniva autorizzata l’apertura di una società filodrammatica, un circolo di lettura o una sala da tè, Belikov scuoteva il capo e diceva a bassa voce: “Certo, va bene, benissimo, purché poi non succeda qualcosa!”.
Le infrazioni di qualsiasi tipo, le violazioni delle regole lo gettavano nello sconforto, anche quando non lo riguardavano affatto. Se uno dei suoi colleghi arrivava in ritardo a una funzione religiosa, se gli giungeva voce di uno scherzo organizzato dai ginnasiali, se qualcuno vedeva una sorvegliante della scuola in giro la sera con un ufficiale, si agitava moltissimo e ripeteva: “purché poi non succeda qualcosa”. Alle nostre riunioni di scrutinio ci esasperava tutti con la sua circospezione, la sua diffidenza, le sue considerazioni da uomo nella fodera sulla cattiva condotta della gioventù nei ginnasi maschili e femminili. Sul chiasso che facevano in classe. “Purché non lo vengano a sapere i superiori! Purché non succeda qualcosa!”, e sosteneva che sarebbe stato un bellissimo esempio se avessimo escluso, per esempio, dalla seconda Perov e dalla quarta Egorov. Vuole che le dica la verità? Coi suoi sospiri, coi suoi mugugni e con i suoi occhiali scuri sulla faccia pallida, così simile al muso di una puzzola, Belikov ci stremava tutti e finivamo col cedere: a Petrov ed Egorov prima davamo un cattivo voto in condotta, poi li punivamo e come conclusione li espellevamo dal ginnasio. Veniva ogni tanto a farci visita, ma aveva un comportamento un po’ strano: arrivava, si sedeva e taceva, guardandosi in giro. Rimaneva così, seduto in silenzio, per un’ora o due, poi se ne andava. Queste visite servivano, secondo lui, “per mantenere buoni rapporti con i colleghi”: erano penose anche per lui ma insisteva nel farle perché le riteneva un doveroso obbligo tra colleghi. Noi colleghi avevamo paura di lui. Perfino il preside.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  08.03.2010 | 18:44
con permesso
 
 

erano parecchi anni che desideravo vedere dal vivo i black heart procession. per un motivo o per l'altro saltava sempre fuori qualche cazzo dell'ultimo momento. ora li ho finalmente visti. e li rivedrò ancora, e ancora e ancora e ancora...
qui la mia recensione. l'immagine proviene da un videoclip dei b.h.p.. perdonate, ho già dimenticato quale.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  01.03.2010 | 17:56
la sorella dello sposo
 
 

C’è un momento che senti che non stai più scrivendo le tue cazzate per te stesso ma lo fai per qualcun altro. Per qualcuno che le legga. Per un pubblico. Più o meno ampio, non ha importanza.
Poi c’è un momento altrettanto cruciale ma un po’ più evanescente, più difficile da spiegare. Significa il raggiungimento di un certo livello di consapevolezza del proprio testo. Un certo livello, sì. Non so essere più preciso. Io me ne sono accorto quando editavo le mie storie. Ogni volta che rileggevo, aggiungevo sempre delle cose. Alla fine la storia era molto più lunga e, diciamo, polposa. Poi un bel giorno mi sono accorto che, rileggendo, era più quello che toglievo di quello che aggiungevo.
Inconsapevolmente mi ero reso conto che la cosa veramente difficile quando si scrive un racconto non è trovare le cose da dire, ma capire che cosa lasciare fuori.

Mi piace editare racconti. Mi piace la sensazione di sapere che l’autore capisce e condivide il mio intervento. Che trova il suo racconto diverso, migliore, eppure ancora suo, tutto suo.
Mi piacciono i racconti di Anna. Mi piace editarli. Stavolta però ho fatto qualcosa in più. Gliel’ho rubato.
E’ che… la storia mi piaceva. Parecchio. Trovavo che avesse un grande potenziale, ma… ma… non so, c’era qualcosa che…
La storia di Anna è qui. E sotto, invece, la prova schiacciante del mio scippo.
Porgo le mie scuse all’autrice per aver osato tanto.

Il dipinto è “Morning sun” di Edward Hopper.

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Sono la sorella dello sposo. No, non quella. Quella è Chiara, la sua testimone. Carina, vero? Inutile che mi cerchi sull’album, tanto io non ci sono. No, nemmeno nella foto dei parenti. Non mi piace essere fotografata. Lo evito. Diciamo che non sono fotogenica. Diciamo così. Quello è mio fratello. Non trovi che sia bellissimo in quella foto?

Sono la figlia dell’avvocato Migliorati. Quella adottata, aggiungono sempre quando si riferiscono a me. Ecco perché non assomiglio a mio fratello. Lui è arrivato dopo. Una sorpresa benedetta, proprio l’anno successivo al mio arrivo. Benedetta. Come me. Dicono che alle volte succede. Dicono un sacco di cose. Per esempio dicono che sono stata fortunata a venire adottata da una famiglia benestante che ha saputo prendersi cura di me e del mio problema.
La mia madre biologica non mi ha nemmeno dato un nome, figurarsi un cognome. Non mi ha voluto riconoscere. Forse è per questo che qualche volta mi sento come se fossi trasparente. Un’infermiera mi ha dato nome Benedetta. Un augurio, o forse uno scherno. Non saprei.
La mia madre naturale era minorenne. Sapeva che sarei nata cieca. Dicono che è stata coraggiosa. Avrebbe potuto abortire. Be’, un po’ mi ha abortito lo stesso, a conti fatti. Ma sono cose che è meglio non dire. Sono cose a cui non dovrei pensare. Non trovi che questo primo piano sia davvero intenso?

Mi chiamo Benedetta, sono stata adottata dalla famiglia Migliorati e sono la sorella dello sposo. Se non fossi sua sorella, credo mi sarei innamorata di lui. A dire il vero, sono sempre stata innamorata di lui. Ma lui è mio fratello, e ora si è pure sposato. Però ho scattato delle gran belle foto al suo matrimonio. Dicono che sono un’ottima fotografa.
Mio fratello ha dieci decimi. Non trovi che abbia degli occhi stupendi?

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento