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  26.10.2009 | 10:44
vacca che roba
 
 

di ritorno dal rock en seine ho cominciato a rodere. possibile che gli altri sappiano fare tutto meglio di noi? sempre? puro senso dell'esotico oppure italiani brava gente? in casi del genere il canna è solito sostenere che "l'erba del vicino è sempre più buona". senza nessuna pretesa di fare luce sull'argomento ho scritto questa recensione per tapirelax. parla dei faith no more, sì, ma anche di altro.
per la cronaca, quel giorno assistemmo pure alle performance di offspring, the horrors e danananakroyd. un giorno magari tiro fuori due righe anche su di loro.
la foto proviene da qui. buttate un occhio: niente male 'sto tizio, niente male.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  19.10.2009 | 17:40
l'equivoco
 
 

l'immagine di questo post proviene da un filmino amatoriale di scarsa qualità realizzato con un telefonino in occasione di una delle serate del tour estivo di cristiano de andré (non quella di parma, però). ne sono rimasto istintivamente affascinato. chi, come me, ha gli anni sufficienti da potersi vantare di aver assistito a un concerto di fabrizio de andré ne capirà facilmente la ragione. la mia recensione del concerto, scritta per tapirelax, si trova qui.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  12.10.2009 | 16:34
follia
 
 

Sì, certo, io sono uno scrittore eccellente. Non esistono dubbi a riguardo. Ma come lettore non valgo un granché. Sono, come si dice, un lettore della domenica. Un lettore da salmo responsoriale.
E così, quando ricevetti la telefonata di Andrea che mi chiedeva di intervenire al reading organizzato dalla Luna di Traverso a Reggio Emilia, lo scorso 17 settembre, andai subito in agitazione.
Il racconto che dovevo leggere era il mio e quindi ero abbastanza agevolato. Conoscevo l’argomento, per così dire. Ma ero ugualmente agitato. Mi stampai una copia a caratteri belli grandi e mi esercitai a leggerla. La lessi dieci, venti volte, trenta. In bagno, sull’autobus, al tavolino del Dulcamara mentre aspettavo che arrivasse la birra. Ogni volta che potevo, insomma.
Quel giorno in via Emilia c’era un traffico dell’accidente. Arrivai in sala trafelato, all’ultimo momento. Avevo attraversato di corsa il centro di Reggio ripassando mentalmente i passaggi più complicati. Ero madido di sudore.
All’incontro partecipava anche Robirobi. Lui era già arrivato da un po’ e non sudava affatto. Anche lui era lì per leggere il suo racconto.
Mi propose di scambiarceli.
“Ma… ma… io mi sono esercitato per…” farfugliai. Intanto continuavo a sudare.
“Non fa niente, non ti preoccupare” conciliò.
Ma era una buona idea, non c’era dubbio.
Alla fine accettai lo scambio.
Quando toccò a me ero molto nervoso. Lessi come potevo, come ero capace. A metà feci persino cascare la rivista dal leggio. Nonostate tutto, al termine Robirobi mi fece i complimenti. Fu la soddisfazione migliore.
A posteriori, sono molto contento di avere fatto cambio.

Il tema del bando era ‘follia’. Entrambi i nostri racconti sono stati scelti per la pubblicazione.
Qui sotto, due estratti. Il primo dal mio racconto, il secondo dal suo. Due teste, due modi così diversi di pensare la follia.
Mi auguro che vi facciano venire la voglia di leggervi il resto.

Prima di chiudere, i doverosi ringraziamenti ai ragazzi della Luna per avermi invitato nonché sopportato e a Robirobi per aver letto impeccabilmente il mio racconto. E a Sara, naturalmente, per tutto il resto.

Le foto sono di Enrico

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Dal mio Nell’erba alta.

“Sai, credo che mi farò un mesetto di mare”, dissi a un certo punto. “Per via del tremore, capisci? Sono convinto che mi aiuterà a ritornare in forma”. Esitai alcuni istanti, quindi aggiunsi: “Mi piacerebbe che venissi con me. Vuoi?”
Sara guardò in basso, i ricci che cadevano indomiti sulla fronte e lungo le tempie diedero forma alla sua perplessità. Nell’istante in cui aprì la bocca per rispondermi, Axel cominciò ad abbaiare.
Fu allora che notammo il pescatore.
Indossava grandi stivali in gomma alti fino al sedere, verdi, con le bretelle, una camicia a quadretti e un cappello da pescatore anch’esso verde. Teneva tesa davanti a sé una lunga canna da pesca. Faceva il gesto di lanciare, poi recuperava la lenza e infine lanciava di nuovo. Fischiettava. Di tanto in tanto apriva un barattolo bucherellato e vi immergeva la mano. Poi faceva un ampio gesto con la mano aperta, come se stesse spargendo semi invisibili. Pochi metri più in là c’era una sedia da giardino. Davanti a lui l’erba alta si stendeva uniforme per un centinaio di metri fino al boschetto di cipressi.
“Andiamo via”, disse Sara strattonandomi.
In quell’istante l’uomo alzò la mano e mi fece un cenno. “Salve!”, disse.


Da Sabato, di Robirobi

Emi sparò una nuvola di insetticida e presto tutti, compresi pesci e tartarughe, non si sentirono più molto bene. Eppure, nella nebbia chimica, qualcosa apparve fuori posto. Emi puntò il dito e Uovo eseguì l’ordine. Strisciò nell’erba, estrasse il coltello militare, affrontò la margheritina ribelle adagiata su un filo di gramigna. Entrambi gli steli caddero con un fragore così assordante che le tortore, atterrite, si allontanarono, ma con un battito d’ali stanco e rassegnato, come se quello fosse per tutti, uomini e bestie, l’ultimo volo.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  05.10.2009 | 12:30
emidio clementi – matilde e i suoi tre padri
 
 

Stavo chattando col Maffo. A un certo punto mi chiese quando cazzo mi decidevo a scrivere un romanzo. Al Maffo piacciono i miei racconti e ciò mi fa doppiamente piacere. Primo perché il Maffo è un amico e secondo perché è un lettore difficile da fottere.
 “Che genere di romanzo?” domandai.
“Mmmh, un romanzo di genere, appunto. Oppure quello che vuoi. Basta che non ti metti a scrivere un romanzo di formazione”.
“Un romanzo di che?”
“Di formazione”.
“Che significa?” domandai. Giuro, non lo sapevo.
“Romanzo di formazione. Definizione: piccolo stronzo nasce in campagna, va in città, lavora, migliora, crepa”.
“Capisco”.
Questi sono i momenti in cui il Maffo mi manca.
Il romanzo di formazione è quel romanzo con un protagonista generalmente un po’ sfigato al quale capitano un sacco di cose, alcune belle, molte di più brutte. E tu leggi, leggi, giri le pagine, finisci i capitoli e fisso in testa c’hai un solo pensiero. Che a te, di quel sacco di cose lì che gli capitano a quel tizio, non te frega un benemerito cazzo. Niente di niente. Così dimentichi i nomi dei comprimari, ti scordi dov’è ambientato, perdi il filo cronologico degli eventi. Insomma, ti distrai.
Un libro dove ti distrai non è che carta da riciclare.
E’ il caso, ahimè, di ‘Matilde e i suoi tre padri’.
Emidio Clementi è da quindici anni il cantante nonché paroliere dei Massimo volume. Ha scritto testi da brivido come per esempio ‘Fuoco fatuo’ o ‘Il primo Dio’. Per questo la delusione è stata così cocente.
Fanno cornice numerose imprecisioni lessicali (una su tutte: si usa scaldare l’hashish non per scioglierlo ma per sbriciolarlo); errori grossolani come introdurre un personaggio del calibro del padre della protagonista (Laura) con uno sbrigativo inciso tra parentesi a inizio capitolo (pag. 14). E poi accelerazioni improvvise alternate a momenti di bonaccia narrativa. A pagina 158, per esempio, accade un buon 30% dell’intera storia. Riporto sotto (eh ma sono stato cattivello: nel romanzo c’è anche qualche pagina migliore di questa).
Ho sempre diffidato di cantanti che fanno i registi, di soubrettes che incidono album folk, di comici che scrivono romanzi, di premi nobel che vanno a Sanremo. Non so in cosa sia impegnato attualmente Emidio Clementi. Ma mi auguro con il cuore che si tratti di un nuovo album dei Massimo volume.

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Passò un’altra estate. Davide stavolta tornò da Rimini con il fermo proposito di mettersi d’impegno e terminare entro l’anno l’università, Matilde cominciò la scuola, mentre Laura – nell’attesa che Margutta sfoderasse un’altra collezione delle sue – accettò di dare una mano a riordinare l’archivio del padre.
Stava riponendo in una cartella 50x70 una serie di acquarelli dipinti da Amilcare ancora prima che lei nascesse, quando si rese conto di essere in ritardo un giorno con le mestruazioni. Lì per lì non diede troppo peso alla circostanza. Ma uscita da casa dei suoi, passando di fronte alla farmacia all’angolo con via Guerrazzi, si decise a entrare e, quasi per sfida, acquistò uno di quei test di gravidanza dal nome eloquente: Predictor. Il giorno dopo, bagnandolo con il primo goccio di urina del mattino, vide il cerchietto opaco al centro della barretta di plastica farsi a poco a poco di un rosso intenso e scoprì di essere di nuovo incinta.
La gioia durò solo qualche settimana. Alla prima ecografia, infatti, Mainelli non riuscì a visualizzare sul monitor le pulsazioni del cuore e dichiarò che il feto era morto.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento