blog.tapirulan.it
 
  28.09.2009 | 16:30
nel cuore della notte
 
 

nel sito, il cheese è definito come una "rassegna europea del formaggio di qualità". si svolge a bra ogni anno dispari verso metà settembre. per un intero weekend, il centro della cittadina si popola di piccoli stand che promuovono (e vendono) formaggi, latticini e prodotti alimentari affini. bellissimo: andateci.
noi abbiamo gironzolato per un giorno intero, e comperato un bel po' di formaggi. per smaltirli abbiamo organizzato una cena-degustazione da me.
il mattino dopo ho scritto una mail a tutti i partecipanti per ringraziarli di essere venuti numerosi (16 adulti, 3 bambini e un cane). pubblico qui il testo della mail, leggermente modificato, nella convinzione che forse farà sorridere anche chi non c'era.

ah, dato che ci sono vi metto pure una outtake: mentre scrivevo, avevo pensato di inserire in qualche modo un mini-resoconto del'intero weekend piemontese. poi desistei. l'incipit doveva essere: "nel pomeriggio ci dedicammo al museo egizio di torino. 'dalle alpi alle piramidi', pensai entrando".
geniale, vero?

la foto l'ho trovata con google. ho digitato "cheese bra" e...

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Nel cuore della notte ebbi un sussulto.
Constatata la situazione, mi alzai di slancio, come un vampiro da una bara.
I formaggi.
Tentai le ciabatte, ma rinunciai subito. Chissà dov’erano finite. Circumnavigai caracollando il letto, rifilai un calcione alla colonna coll’alluce sinistro e uno alla porta col destro. Esclamai due volte “Dio strachintunt!” e mi infilai nel corridoio. Il tempo stringeva. Trovai la maniglia del bagno, mi catapultai dentro, mi abbassai le mutande con un gesto molto poco erotico e mi sedetti finalmente sulla tazza.
Oh, là.
Guardai sul ripiano della lavatrice di fronte a me. La storia dei Velvet underground e il ricettario della Slow food, quello con la copertina blu. Sempre i soliti. Decisi di lasciar perdere le letture. Non era il momento. Appoggiai la fronte all’oblò e, come spesso succede in siffatte circostanze, mi misi a riflettere.
Mi domandai perché tutti dicono “nel cuore della notte” e mai “nel fegato della notte”, “nello stomaco della notte”, “nell’intestino crasso della notte”. A ben guardare, la notte ha molto più a che fare con questi organi, piuttosto che col cuore.
Mi domandai poi che testa ci vuole a piastrellare un bagno tutto blu elettrico, che basta soltanto pensarla, una goccia d’acqua, e quello si macchia.
E mi domandai per quale ragione quando parlo, parlo sempre di figa e di cacca, come se avessi soltanto quei due argomenti in testa. Ve l’immaginate un ingegnere che progetta solo parchi giochi e discariche? La stessa identica cosa.
Parchi giochi e discariche. He hee, ma che arguto che sono. Ridacchiai un po’ tra me e me, poi mi ricordai che si trattava di una vecchia barzelletta.
E infine mi ripromisi che l’indomani avrei scritto una mail ai miei amici per ringraziarli di essere venuti. Tutti: cani, bambini e adulti. Che gli avrei scritto per scusarmi se gli ho fatto bere lo Champagne caldo, ma soprattutto per dire che mangiare i formaggi tutti insieme dà un senso migliore al fatto di comperarli.

Nel frattempo all’interno del bagno si era diffuso un intenso odore merdorinato. Là didietro, i formaggi continuavano a uscire uno a uno, con un criterio che i miei logistici chiamerebbero FIFO, first in first out. Dal caprino al Montébore, dal Manzanare al Reno.
Il Manzanare. Pensa cosa mi viene in mente.
Ma dove cazzo sta il Manzanare?
Sai che non lo so.
Domani, pensai. La prima cosa che faccio domani come arrivo in ufficio è guardare su Wikipedia.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  21.09.2009 | 16:58
spigolature
 
 

Ma che blog noioso.
Libri, libri, libri. Sempre e soltanto libri.
Che due maroni.
No, dico, ma sei convinto di leggerli solo tu, i libri?

Il fatto è che i libri mi rilassano. Prima non era così. Prima, se avevo un paio d’orette libere, mi guardavo un film o mi ascoltavo un disco. Forse perché non sentivo il bisogno di rilassarmi. Più probabilmente, prima non ero stressato. Oggi la lettura espleta la duplice funzione, quasi antitetica, di svagarmi e al contempo di stimolarmi, indurmi a riflettere. C’è una parola che definisce perfettamente questo concetto, ma in questo momento non mi sovviene. Eppoi lo dicono tutti che leggere fa bene.
Sempre più spesso, nel corso dell’ennesima giornata escrementizia, piena di affanni e vuota di soddisfazioni, mi ritrovo a desiderare il momento in cui mi spaparanzerò sul divano, una Edelstoff gelata sul tavolino (gran birra, la Edelstoff), a leggermi un libro o un giornale o, che so, le Spigolature della Settimana Enigmistica. Ottime per cagare, tra l’altro, le Spigolature. Le Spigolature e Focus. Provate provate, se non mi credete.
Ecco, nel frattempo m’è venuta in mente la parola di prima: ‘fantasticare’.
Recensirli – se recensioni possono davvero definirsi le mie ordinarie quattro chiacchiere da bar Primavera – è un modo come un altro per archiviare con un certo ordine le sensazioni, intense ma sovente sfuggenti, generate dai libri. Lo faccio, al pari di molti altri, tramite un blog, nell’illusione indolente che dall’altra parte ci sia davvero qualcuno intenzionato ad ascoltarmi.
Che poi: dall’altra parte di cosa? Di una strada? Di un filo? Del mondo? Dall’altra parte del discorso? Per molti, scrivere in un blog, significa dialogare con l’altra parte di se stessi.

A proposito di spigolature: qualche giorno fa ero a cena da amici. Nel corso della serata ho assistito, divertito, alla seguente conversazione:
Amico #1: “Gloup, meravigliosi. Ma vengono anche questi dal tuo orto?”
Amica #2: “Che cosa?”
Amico #1: “I pomodori. Sono davvero squisiti”.
Amico #3: “Veramente i pomodori dell’orto sono finiti da due settimane”. E guarda perplesso l’amica #2.
Amica #2: “E’ così, infatti. Questi provengono dal campo di R*****. Sono andata stamattina presto a spigolare un po’”.
Amico #3: “Spigolare? Ma se R***** non ha ancora iniziato a raccogliere!”
Amica #2: “Embé?”
Amico #3: “Secondo me prelevare pomodori da un campo prima dell’inizio della raccolta non può definirsi propriamente ‘spigolare’”.
Amica #2: “Perché no? Vedila come una sorta di spigolatura preventiva”.
Spigolatura preventiva. Un concetto rivoluzionario.
Quella sera, dopocena, rifiutai l’invito a restare fuori fino a tardi. Non avevo voglia gironzolare per i bar, né di spendacciare in drink. Ero appagato così. Desideravo, più di altro, di tornarmene al mio divano e spaparanzarmici sopra, di dedicarmi al mio libro. Leggere fa bene, lo dicono tutti. Fa bene anche al portafogli.
Mi congedai dagli amici in fretta e attuai le mie intenzioni. Tornai a casa più presto del solito e, per questa ragione, trovai persino da parcheggiare sotto casa. Ero raggiante.
L’indomani, quando scesi in strada per andare in ufficio, mi ritrovai l’auto smontata. Dapprincipio paventai un atto di vandalismo. Avvicinandomi, poi, mi resi conto che qualcuno mi aveva semplicemente asportato (coscienziosamente, ammetto), alcune parti dell’automobile. Salii in auto e misi mestamente in moto. Era l’inizio di un’altra giornata di merda. Mentre guidavo, pensai che dopotutto la ‘spigolatura preventiva’ è una pratica molto più diffusa di quanto ci s’immagini.
E che leggere non sempre fa così bene al portafogli.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  14.09.2009 | 15:06
charles bukowski - pulp + il capitano...
 
 


Mi centellino Bukowski come mi centellino Ballard. Un libro all’anno. Massimo due. Ma stavolta ho fatto un’eccezione. Ne ho letti due di fila. Uno dopo l’altro. Sì. Crepi l’avarizia.
Entrambi scritti da un Bukowski ormai ultrasettantenne, sono l'uno il dietro le quinte dell’altro. Eccolo lì, il vecchio stronzo che non molla, patetico no? Eccolo lì, seduto in fondo ai piedi del letto che si allaccia a fatica le scarpe da ginnastica, poi si guarda intorno e mormora sconsolato: “Bene. E adesso?”
Troverete le stesse parole nella bocca del detective pasticcione Belane.
Più che chiunque altro Bukowski ha saputo rendere sublime la propria autoreferenzialità narrativa. Oltre al resto, questi due libri permettono di capire come. Scusate se è poco.
E se, come qualcuno sostiene, “Pulp” è il testamento spirituale del grande scrittore, allora “Il capitano è fuori a pranzo” rappresenta l’ultimo atto di quella sconsolata, cinica, bizzarra, sconvolta, disperata commedia umana che Bukowski ha saputo mettere in scena attorno a se stesso.
O viceversa?

Sotto, un estratto da 'Pulp'. Da scompisciarsi. Lo so, è lungo. Leggetelo tutto lo stesso, datemi retta.

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Alzai il ricevitore.
“Agenzia investigativa Belane…”
“Mi chiamo Grovers, Hal Grovers. Ho bisogno del suo aiuto. La polizia mi ride dietro.”
“Di che cosa si tratta, signor Grovers?”
“Un alieno mi perseguita.”
“Ah, ah, ah, via, signor Grovers…”
“Vede, mi ridono dietro tutti!”
“Scusi, Grovers, ma prima che continui a parlare devo comunicarle la mia tariffa.”
“Qual è?”
6 dollari l’ora.”
“Non mi sembra un problema.”
“Niente assegni scoperti o dovrà portarsi dietro le noccioline in un sacchetto, capito?”
“I soldi non sono un problema per me,” disse. “Il problema è quella donna.”
“Quale donna, Grovers?”
“Diavolo, quella di cui stiamo parlando, quell’alieno.”
“L’alieno è una donna?”
“Sì, sì…”
“Come fa a saperlo?”
“Me l’ha detto lei.”
“E le crede?”
“Certo, l’ho vista fare certe cose.”
“Per esempio?”
“Beh, salire attraverso il soffitto, cose simili…”
“Beve, Grovers?”
“Certo. E lei?”
“Non riuscirei a farne senza… Senta, Grovers, prima che io proceda con questa faccenda deve venire qui di persona. Sono al terzo piano dell’Ajax Building. Bussi, prima di entrare.”
“Una bussata speciale?”
“Sì. Barba-e-capelli, 75 centesimi, e capirò che è lei…”
“Va bene, signor Belane…”

Mentre aspettavo ammazzai quattro mosche. Accidenti, la morte era dappertutto. Uomini, uccelli, belve, rettili, roditori, insetti, pesci, nessuno aveva la minima probabilità di sfuggirle. Li sistemava tutti. Non sapevo che cosa fare, al riguardo. Mi venne la depressione. Sapete, vedo un fattorino al supermercato, sta mettendo in un cartone la mia spesa. Poi lo vedo infilarsi nella propria tomba insieme alla carta igienica, alla birra e ai petti di pollo.
Poi udii la bussata segreta e dissi: “Entri, signor Grovers.”
Lui entrò. Niente di speciale. Uno e quarantadue, 71 chili, 38 anni, occhi grigioverdi con un tic al sinistro, baffetti gialli, orrendi, lo stesso colore dei capelli piuttosto radi sulla cima della testa troppo tonda. Avanzò con le dita dei piedi in fuori, si sedette.
Ci guardammo. Per cinque minuti non facemmo altro. Poi mi incazzai.
“Grovers, perché non dice qualcosa?”
“Aspettavo che parlasse lei per primo.”
“Perché?”
“Non lo so.”
Mi appoggiai allo schienale della poltrona, accesi un sigaro, misi i piedi sulla scrivania, aspirai, espirai e produssi un anello di fumo perfetto.
“Grovers, questa donna, questa… aliena… mi dica qualcosa di lei…”
“Dice di chiamarsi Jeannie Nitro…”
“Mi dica qualcos’altro, signor Grovers.”
“Non riderà di me come ha fatto la polizia?”
“Nessuno ride come la polizia, signor Grovers.”
“Be’… è una magnifica ragazza che viene dallo spazio.”
“E perché vuole liberarsi di una ragazza così?”
“Ho paura di lei. Mi controlla la mente.”
“In che modo?”
“Tutto quello che dice sono costretto a farlo.”
“Supponga che le dica di mangiarsi la propria cacca, lo farebbe?”
“Credo di sì…”
“Grovers, lei è semplicemente dominato dall’amichetta. A moltissimi uomini piace.”
“No, sono i trucchi che fa, mettono paura.”
“Ho visto tutti i trucchi, Grovers, e alcuni…”
“Non l’ha vista comparire dal nulla. Non l’ha vista scomparire attraverso il soffitto.”
“Mi sta annoiando, Grovers, sono tutte balle.”
“Non è vero, signor Belane.”
“Ah non è vero? Da dove diavolo viene, signor Grovers? Parla come un cavernicolo.”
“E lei non sembra un investigatore, signor Belane.”
“Eh? Cosa? E allora a chi assomiglio?”
“Be’ vediamo, mi lasci pensare…”
“Non ci metta troppo, cazzo. Le costa 6 dollari l’ora.”
“Be’ sembra… un idraulico.”
“Un idraulico? Bene, un idraulico. Che cosa farebbe senza gli idraulici? Riesce a pensare a qualcuno più importante di un idraulico?”
“Il presidente.”
“Il presidente? Ecco, sbagliato! Sbagliato di nuovo! Tutte le volte che apre bocca dice qualcosa di sbagliato!”
“Non è vero!”
“Ecco, un’altra volta!”
Spensi il sigaro e accesi una sigaretta. Quel tipo era un vero stronzo. Ma era un cliente. Lo guardai a lungo. Era un compito duro, guardarlo. Smisi. Guardai sopra il suo orecchio sinistro.
“Bene, cosa vuole che faccia con questa aliena? Questa Jeannie Nitro?”
“Mi liberi di lei.”
“Non sono un killer, Grovers.”
“La allontani dalla mia vita in un modo o nell’altro.”
“Ha scopato?”
“Vuol dire oggi?”
“Voglio dire con lei.”
“No.”
“Sa dove abita questa donna? Numero di telefono? Professione? Tatuaggi? Hobby? Abitudini particolari?”
“Solo queste ultime…”
“Per esempio?”
“Sale attraverso il soffitto e cose del genere.”
“Grovers, lei è matto. Non ha bisogno di me, ma di uno strizzacervelli.”
“Ci sono stato.”
“E cos’hanno detto?”
“Niente. Solo la loro tariffa è più di 6 dollari l’ora.”
“Quanto prendono?”
“175 dollari l’ora.”
“Questo prova che lei è matto.”
“Perché?”
“Perché chiunque paghi una cifra simile deve esserlo.”
Poi restammo lì seduti a guardarci. Sembrava una cosa piuttosto sciocca. Cercavo di pensare. Mi dolevano le meningi.
Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline. Ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l’argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù, labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi e i loro lunghi capelli incendiano l’aria. Troppo di tutto, accidenti.
Grovers si alzò.
“Jeannie!”
Avanzò nella stanza come una spogliarellista sui pattini a rotelle. Si fermò dinanzi a noi mentre le pareti tremavano. Guardò Grovers.
“Hal, che cosa stai facendo con questo investigatore da strapazzo?”
“Ehi, un momento, strega,” esclamai.
“Be’, Jeannie, ho un problemino e ho pensato di cercare un po’ d’aiuto.”
“Aiuto? Da parte di chi?”
“Non so. Il gatto mi ha mangiato la lingua.”
“Hal, finché ci sono io non hai nessun problema. Riesco a fare qualsiasi cosa meglio di questo investigatore da strapazzo.”
Mi alzai. Stavo sollevandomi comunque.
“Ah sì, sgualdrina? Vediamo come prendi un’erezione di 18 centimetri.”
“Porco maschilista!”
“Vedi, te l’ho fatta, te l’ho fatta!”
Jeannie andò su e giù per un po’, facendoci impazzire entrambi. Poi si voltò. Guardò Grovers.
“Vieni qui, cagnolino! Vieni da me strisciando sul pavimento! Subito!”
“Non farlo Hal!” urlai.
“Eh?”
Stava andando da Jeannie strisciando sul pavimento. Si avvicinò a lei sempre di più. Strisciò fino ai suoi piedi, poi si fermò.
“Adesso,” ordinò lei, “leccami la punta delle scarpe!”
Grovers obbedì. Cominciò a leccare e continuò. Jeannie mi guardò con un sorrisetto. Un sorrisetto davvero compiaciuto. Non riuscii a sopportarlo.
Balzai in piedi.
“PUTTANA FOTTUTA!” gridai.
Mi slaccia la cintura, la sfilai dai pantaloni, girai intorno alla scrivania tenendola in mano, piegata in due.
“Puttana fottuta,” ripetei, “TI INCHIODERÒ IL CULO!”
Corsi verso di lei. Ciò che rimaneva della mia anima palpitò per la gioiosa eccitazione. Le sue fantastiche chiappe mi risplendettero nella mente. Il paradiso si capovolse e palpitò.
“Butta quella cintura, idiota,” ordinò facendo schioccare le dita.
La cintura mi cadde di mano. Io restai immobile.
Lei parlò a Grovers.
“Su, sciocco, alzati. Ce ne andiamo da questo stupido posto.”
“Sì, cara.”
Grovers si alzò e la seguì fino alla porta, che si aprì e si richiuse. Se ne erano andati. Ancora non riuscivo a muovermi. Quella strega doveva avermi colpito con una rivoltella a raggi. Ed ero ancora come pietrificato. Avevo forse scelto il mestiere sbagliato? Dopo venti minuti circa cominciai a sentire un formicolio per tutto il corpo. Poi scoprii che riuscivo a muovere le sopracciglia. Poi la bocca.
“Accidenti,” esclamai.
Poi, gradatamente, cominciarono a sciogliersi le altre parti del corpo. Infine feci un passo. Due passi. Poi altri passi, verso la scrivania. Le girai intorno. Aprii un cassetto. Presi la pinta di vodka. Levai il tappo. Bevvi una bella sorsata. Decisi di staccare e di ricominciare tutto l’indomani.

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  07.09.2009 | 12:17
renato ama verena
 
 

Arriva il momento in cui devi prendere una decisione, a modo suo, importante. Una decisione determinante per le successive, diciamo, ventiquattr’ore.
Hai fatto un aperitivo in grande stile. Ti sei rimpinzato di stuzzichini, bruschette, tultres e salamini di cervo. Non hai lesinato col Lagrein. Poi c’è stata la cena. Una cena da matrimonio, eh, con un sacco di roba da mangiare. E hai continuato col Lagrein. Ora la cena è finita e ti senti appesantito e un po’ su di giri. Rifiuti anche la fetta di torta nuziale. Sai che potrebbe esserti fatale. Vai a ballare e naturalmente dopo trenta secondi ti viene sete. E’ il momento di fermarsi qui. Dovresti ordinare un’acqua frizzante magari con una fettina di limone. O, al limite, un radler da zerodue.
Ma gli altri, attorno a te, si dimenano e cantano e si abbracciano e paiono divertirsi un casino.
Acqua frizzante?
Fettina di limone?
Al diavolo, pensi.
E ti procuri una grappa.
Poi un’altra e un’altra ancora.
A fine serata sai già tutto.
Sai che l’indomani ti sveglierai con un cavatappi piantato nella testa e una sensazione come se t’avessero sostituito le budella con dei cactus.
Poi, l’indomani, quando ti svegli, ti accorgi che le cose stanno esattamente così. Nessuno sconto di pena.
Cavatappi e cactus.
E lame di luce attraverso la tenda.
Solo che a trentasette anni i tempi si sono un po’ allungati e il tragico epilogo si verifica un po’ più tardi del previsto. Nella fattispecie, a pomeriggio inoltrato, sul viadotto di Bolzano nord della A22.
Poi ti spaparanzi sul sedile del passeggero, la bolla al naso e un sapore in bocca come di un cadavere al sole, e mentre Sara ti riporta a casa scancherando ti viene da riflettere. Per come puoi. Pensi che a trentasette anni non dovresti ridurti ancora in questo modo. Dico: non hai ancora imparato? Basta fermarsi quando il cicalino si mette a suonare. Poi ripensi a tutti gli altri che ballavano e cantavano e saltavano. Cos’era che non ci si trovava così in tanti su a San Vigilio?
Al diavolo, pensi.
Se Parigi valeva una messa, San Vigilio val bene una ciotola.
Col fatto, poi, che in questo modo abbiamo vinto noi ancora una volta. Emilia vs. Resto del mondo due a zero.
E vadaviaiciapp.

Ci sarebbe molto altro da dire. Pesco a caso nel mucchio.
- Il prete che durante la cerimonia annuncia promiscui retroscena in questa torbidare lazione. Cito testualmente: “Renato ama Verena, Verena ama Stefano”. Gli sposi saltano sullo scranno e si guardano allibiti. Ce la mettono davvero tutta per non ribaltarsi dal ridere. In chiesa, ci guardiamo intorno perplessi. Renato? Quale Renato?
- Il Gallo che si fuma la centesima sigaretta sul terrazzo dell’Emma magnificando il panorama. “Va’ che meraviglia - dice con la sua strascicata cadenza da cummenda - I monti, i boschi, il cielo. Che spettacolo! Si vede un cazzo. Tutto nero. Mica come Milano. C’è anche un cervo laggiù, lo vedi? Ci sta guardando. Proprio a noi. Lo vedi? No? Per forza, pirla, è nero”.
- L’amico scatasciato di Davide che mi presenta la sua compagna. “L’ho presa giovane, io, altroché. Sono un dritto. L’ho presa di dieci anni più giovane. Era quaranta chili, allora. Dovevi vedere: un bocconcino. Ora sarà sugli ottanta. Va’ che roba. Non si guarda”.
- Gli sguardi prima perplessi poi compassionevoli del parentado nell’istante preciso in cui entro in chiesa in all-star, jeans e t-shirt. V’è mai capitato di aprire la valigia e realizzare che vi siete scordati a casa il vestito del matrimonio? No? Beh, fino all’altro giorno neanche a me.
- L’ospitalità squisita di Verena e Stefano (per tacer di Renato), che saluto e abbraccio da qui, ancora una volta. E che, doverosamente, ringrazio con tutto il cuore. E saluto e ringrazio pure tutti coloro che ho avuto il piacere di rivedere, ancora una volta insieme in quel San Vigilio, dopo così tanti anni. Più passa il tempo più m’accorgo che parlo come Guccini. Vacca d’un cane.

L’immagine qui sopra è la scansione di un trafiletto pubblicato su ‘La usc di Ladins’ del 5/9/2009. Stefano è quello vestito di rosso. Renato, non saprei.
Sotto, invece, 'L'amore' di Sant'Agostino. Era la (bellissima) seconda lettura della cerimonia. Così spirituale ma al contempo così, come dire, carnale.

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Giovane amico, se ami per la prima volta
questo è il miracolo della vita.
Entra nel sogno con gli occhi aperti e vivilo con amore fermo.

Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo.
Ama la tua donna senza chiedere altro all'infuori
dell'eterna domanda che fa tremare di nostalgia i vecchi cuori.

Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire.
Guardala negli occhi affinché l'anima tremi
e le veli di una lacrima la pupilla chiara.

Stringile la mano affinché le dita si svincolino
con il disperato desiderio di riunirsci ancora,
e le mani e gli occhi dicano sicure promesse del vostro domani.

Ma ricorda ancora che se i corpi si riflettono negli occhi
le anime si vedono nelle sventure:
non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiede.

Non crederti superiore, poiché solo la vita
dirà la vostra diversa ventura.
Non imporre la tua volontà a parole ma soltanto con l'esempio;
ed anche questa sposa tua compagna
di quell'ignoto cammino che è la vita,
amala e difendila poiché domani ti potrà essere di rifugio.

E sii sincero, giovane amico: se l'amore sarà forte
ogni destino vi farà sorridere.

Amala come il sole che invochi al mattino,
rispettala come un fiore che attende la luce del mattino,
sii questo per lei e, poiché questo lei deve essere per te
ringrazia Dio che ti ha concesso la grazia più luminosa della vita.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  02.09.2009 | 18:40
philip k. dick - la svastica sul sole
 
 

(...)

Poi ho attaccato ‘La svastica sul sole’ (ma che titolo orrendo: molto meglio l’originale ‘The man in the high castle’).
La seconda guerra mondiale è terminata nel 1947 con la vittoria dell’asse Germania-(Italia)-Giappone. Il mondo è ora diviso in due aree di influenza: una giapponese, l’altra tedesca. Gli Stati Uniti d’America non esistono più (orrore!), se non sotto forma di protettorati. I gerarchi nazisti, pluridecorati eroi di guerra velocemente mutati in demagoghi e politicanti, si contendono il mondo a suon di oscuri (e spietati) giochi di potere.
Nelle premesse Dick gioca abilmente coi nervi scoperti del lettore (americano). Il meccanismo è di esemplare semplicità: il Male, alla fine, ce l’ha fatta. Il Male ha vinto. Ma, tranquilli, si tratta soltanto di un romanzetto di fantascienza.
Eppure…
Eppure che dire, per esempio, del mite (e colto) Tagomi, epigono di una dominazione giapponese, sì, militare, ma nei fatti educata e rispettosa dei diritti del popolo dominato? Che dire invece del filo-nazista Childan, perfetto esempio di patriota yankee, la cui ribellione personale nei confronti dell’oppressore giapponese palesa tinte razziste? Dei camionisti italiani, fascisti ma comunque perseguitati per il colore scuro della loro pelle? Di un intero continente, l’Africa, decimata da una non ben definita ‘soluzione finale’?
L’universo parallelo fantasticato ne ‘La svastica sul sole’ è un mondo permeato di razzismo, di violenza, di imperialismo (militare). Niente di differente rispetto a ciò che accadeva nel mondo reale, sotto gli occhi sdegnati di un giovane Philip Dick, in quegli stessi anni di guerra fredda nei quali lo scrittore pensava e scriveva il romanzo.
E allora domandiamoci: alla fine dei conti sarebbe stata poi così Male una vittoria dell’Asse ai danni degli Alleati? Dick elude magistralmente la domanda, ma a guisa di risposta introduce nella storia un ulteriore (geniale) elemento di riflessione. Questo: un talentuoso scrittore raggiunge la notorietà mondiale scrivendo un controverso romanzo di fantascienza nel quale egli si immagina un mondo alternativo in cui la seconda guerra mondiale è stata vinta dagli Alleati…
‘La svastica sul sole’ è un romanzo dotato di una straordinaria forza evocativa, anche se la fascinazione personale di Dick nei confronti delle culture orientali si concretizza in momenti di perdita di compattezza contenutistica e linguistica. Personalmente non ho apprezzato i ripetuti riferimenti all’I-Ching (giustificati in parte dal sorprendente finale) né certi passaggi un po’ troppo ‘pling-pling’ per i miei gusti.
In questo estratto Tagomi ha tra le mani un prezioso manufatto americano – un gioiello – ciò che lo spinge a una (maldestra) riflessione sul senso dell’arte come rappresentazione e, in quanto tale, come metafora dell’esistenza medesima. Dick si dilunga e talvolta dà la sgradevole impressione di non essere sempre perfettamente consapevole di ciò che scrive. No?

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(…)
Devo essere scientifico. Esaurire con l’analisi logica ogni ipotesi. Sistematicamente, secondo il classico metodo aristotelico da laboratorio.
Si tappò l’orecchio destro con un dito, per escludere il traffico e ogni altro rumore che potesse disturbarlo. Poi premette forte contro l’orecchio sinistro il triangolo d’argento a forma di conchiglia.
Nessun suono. Nessuno sciabordio di oceano simulato, in realtà il suono del movimento interiore del sangue… nemmeno quello.
Allora quale altro senso poteva percepire il mistero? L’udito era inutile, evidentemente. Il signor Tagomi chiuse gli occhi e cominciò a tastare con un dito ogni punto della superficie dell’oggetto. Nemmeno il tatto; le sue dita non gli dicevano niente. L’odorato. Avvicinò il gioiello d’argento al naso e inspirò. Un debole odore metallico, ma privo di qualsiasi significato. Il gusto. Aprì la bocca, vi infilò il triangolo argentato, lo degustò per un attimo come se fosse un cracker, ma naturalmente senza masticarlo. Nessun significato, solo una cosa dura, fredda, amara.
Le tenne di nuovo nel palmo della mano.
Alla fine tornò a guardarlo. La vista è il più nobile dei sensi, secondo la scala di priorità dei greci antichi. Girò e rigirò il triangolo d’argento in tutti i modi possibili; lo osservò da ogni punto di vista extra rem.
Che cosa vedo? Si chiese. Dopo tutto questo lungo, estenuante studio. Qual è la chiave di verità che mi lega a questo oggetto?
Arrenditi, disse al triangolo d’argento. Sputa fuori il tuo arcano segreto.
Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pungo, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegrato, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.
Eppure, alla luce del sole, il triangolo d’argento scintillava. Rifletteva la luce. Fuoco, pensò il signor Tagomi. Non è per niente un oggetto umido o buio. Non è pesante, fiacco, ma pulsa di vita. Il regno superiore, l’aspetto dello yang: empireo, etereo. Come si addice a un’opera d’arte. Sì, questo è il compito dell’artista: prende la roccia minerale dalla terra buia e silenziosa e, la muta in una forma risplendente, che riflette la luce dal cielo.
Ha riportato i morti alla vita. Un cadavere trasformato in un oggetto fiammeggiante; il passato si è arreso al futuro.
Che cosa sei? Domandò al ghirigoro d’argento. Uno yin, buio e morto, o uno yang, brillante e vivo? Nel suo palmo il gioiello danzò, abbagliandolo; lui chiuse gli occhi, vedendo soltanto il guizzare del fuoco.
Corpo di yin, anima di yang. Metallo e fuoco uniti insieme. L’esterno e l’interno; il microcosmo nella mia mano.
Qual è lo spazio di cui parla? Ascesa verticale. Verso il paradiso. Del tempo? Nel mondo di luce del mutevole. Sì, questa cosa ha liberato il suo spirito: la luce. E la mia attenzione è catturata: non posso guardare altrove. Un incantesimo emana dalla superficie scintillante, ipnotica, e io non sono più in grado di controllarlo. Non sono più libero di sottrarmi.
Adesso parlami, gli disse. Adesso che mi hai preso al laccio. Voglio sentire la tua voce che esce dalla luce bianca, abbagliante, come ci si aspetta di vedere solo nell’esperienza del Bardo Thödol, dopo la vita terrena. Ma io non devo attendere la morte, la decomposizione del mio spirito mentre si aggira in cerca di un nuovo grembo. Tutte le divinità, terrificanti e benevole, noi le aggireremo, e così anche le luci velate di fumo. E le coppie nel coito. Tutto tranne questa luce. Sono pronto ad affrontare ogni cosa, senza terrore. Guarda, non impallidisco nemmeno.
Sento i venti caldi del karma che mi guidano. Però rimango qui. Il mio addestramento era corretto; io non devo rifuggire dalla luce bianca, perché se lo faccio rientrerò di nuovo nel ciclo della nascita e della morte, senza mai conoscere la libertà, senza mai avere un po’ di sollievo. Il velo di Maya cadrà ancora una volta e io…
La luce scomparve.
Aveva in mano solamente un triangolo d’argento opaco. Un’ombra aveva coperto il sole; il signor Tagomi alzò gli occhi. Un poliziotto alto, con la divisa azzurra, in piedi accanto alla panchina, sorrideva.
“Eh, cosa?” disse il signor Tagomi trasalendo.
“Stavo solo guardando come risolveva quel rompicapo”. Il poliziotto proseguì lungo il vialetto.
“Rompicapo” ripetè il signor Tagomi. “Non è un rompicapo”.
“Non è uno di quei piccoli giochi di pazienza che bisogna smontare? Mio figlio ne ha un sacco. Alcuni sono complicati”. Il poliziotto se ne andò.
Persa per sempre, pensò il signor Tagomi. La mia occasione di raggiungere il nirvana. Interrotta da quel bianco yank, quel barbaro di Neanderthal. Quel subumano pensava che mi stessi divertendo con un giochino per bambini.
(…)

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  01.09.2009 | 18:38
philip k. dick - noi marziani
 
 

Ai tempi del liceo leggevo pochissimo. Ne avevo abbastanza dei libri di testo. Quel poco constava soprattutto di libri di fantascienza: Asimov, Urania, vecchie antologie di racconti. Quello che trovavo in giro per casa, insomma.
Asimov era forse il mio prediletto: facile da leggere e dotato di una fantasia pressoché illimitata. E poi c’era Theodore Sturgeon, che non mancava di corredare i suoi romanzi con belle ragazze procaci. O Bradbury: il suo ‘Fahrenheit 451’ mi lasciò di stucco. Una fantascienza che parlava di un presente alternativo invece che di un futuro remoto. Ma com’era possibile? Gesta di uomini che si ribellano a un potere tirannico e ottuso invece che astronavi che scoprono/sconfiggono razze aliene. Una fantascienza che non era per niente fantascienza. Grandioso. E poi Arthur Clarke, col suo corredo di archetipi fantascientifici che non mancava di esplorare con scrupolo, attenzione e rigore. Infine c’era Philip Dick. Leggevo i suoi libri e non li capivo. Ogni volta mi pareva di aver afferrato ma poi, no, mi rendevo conto che m’era sfuggito qualcosa. Lo abbandonai in fretta.
A distanza di una ventina d’anni ho ripreso in mano alcuni di quei romanzi. Ripresi in mano e addirittura riletti.
Ecco: ‘Fahrenheit 451’ ha rappresentato la delusione più cocente. Un romanzo scritto male, invecchiato male, pervaso di ideologie elementari raccontate con un lirismo spesso fastidioso (ma avevo tra le mani una traduzione raccapricciante: un tizio capace di tradurre con ‘avere una doccia’ ciò che in originale immagino suonasse come ‘have a shower’!). ‘1984’ di Orwell è tutt'altra storia. Su Sturgeon bene o male confermo la mia impressione adolescenziale: una manciata di racconti piacevolmente bizzarri e originali, fatta eccezione per le (non ricordavo così) frequenti virate fantasy. Clarke è noioso oltrechè fastidiosamente didascalico. Faccio un esempio: supponiamo che a un’astronave si spezzi un’ala. Succede spesso qualcosa del genere, nella fantascienza. Clarke impiegherà mezzo capitolo a spiegarci per bene che a quella velocità, in presenza di quel tipo di corpi celesti il campo elettrostaminchia diventa talmente intenso che, signori, l’ala non poteva fare altro che rompersi esattamente nel modo in cui è successo. Niente pathos. Nessun colpo di scena. Niente che suoni come: “Ci fu un esplosione fragorosa. Chakotay si precipitò sul ponte 14. Chakotay correva e il cuore palpitava ma egli già conosceva le dimensioni della tragedia. Al di là del campo di contenimento c’erano una dozzina di corpi inermi che fluttuavano simili a bottiglie nel mare. Tra essi, scorse la sagoma familiare di Aileen. D’improvviso, nulla ebbe più senso per lui”.
E poi Dick. Dick lo strano.
Di Dick mi sono letto due romanzi scritti grosso modo nello stesso periodo: ‘Noi marziani’, del 1964, e ‘La svastica sul sole’, del 1961.

Nel primo le premesse apparivano più che buone: le avventure di un manipolo di coloni spediti su Marte con grandi promesse e poi velocemente dimenticati dalla madrepatria, i quali cercano di tirare avanti lottando contro mille avversità. La ricerca spaziale si è rivelata un fallimento e le colonie sugli altri pianeti sono diventate una sorta di far west del terzo millennio. Un’intuizione non da poco, considerando che negli anni sessanta era in atto un vero e proprio assalto allo spazio.
Avanzando nella lettura, però, mi accorgevo che qualcosa non quadrava. I personaggi compivano gesti sempre più bizzarri. Di primo acchito pensai che fosse per via del fatto che tutto il romanzo è costruito attorno al tema della follia – o meglio, della schizofrenia (sic). Poi c’erano questi incontri/scontri accidentali tra i vari comprimari, che assumevano un ruolo sempre più rilevante nell’intreccio. Alla fine realizzai che ogni rigo del romanzo asseconda una sorta disegno divino. Quello nella testa di Dick. In ‘Noi marziani’ tutto è sforzato, ferraginoso, fasullo. Gli episodi si susseguono fluenti come bubboni.
Un romanzo che non vedevo l’ora di terminare. Sì. Ma per sbarazzarmene.

(... continua)

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