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  29.06.2009 | 12:35
jonathan lethem – testadipazzo
 
 

“Tra l’hard-boiled e il gioco letterario”, recita la quarta di copertina. Valà. Sarebbe qualcosa a metà strada tra il romanzo di genere e l’esercizio di stile, quindi. Ossantocielo, pensai. E ancora una volta mi figuravo uno di quei narratori superegotici, strabordanti sapienza; una scrittura alluvionale alla Wallace, tanto per dirne uno recente. “Ffffff, sarà dura”, pensavo.
E invece no. Niente di tutto ciò. Il gioco letterario si limita a un io narrante tourettico che indugia meticolosamente (e ripetitivamente) nella descrizione dei suoi (appunto) ripetitivi tic. Un’idea originale, non c’è che dire. Ma non venitemi a raccontare la faccenda dell’autore che definisce gli stilemi di un nuovo ‘linguaggio tourettico’. Se così è, spiacente, non c’è riuscito. Una scrittura, tra l’altro, tutt’altro che monolitica. Sono anzi numerose (e apprezzabili) le virate nella commedia, nell’agrodolce, nello humour nero, grigione o grigiochiaro. Il divertente estratto qui sotto è un chiaro esempio.
Tra le pagine di ‘Testadipazzo’, in realtà, si trova esattamente ciò che un lettore senza eccessive pretese desidera trovare: un romanzo senza eccessive pretese. Ben impostato, ben scritto, provvisto di una trama (forse un po’ troppo) semplice e (abbastanza) delineata. Potete anche leggervelo in treno a spizzichi che non vi sarà comunque facile riuscire a perdervi qualcosa. E chiamalo hard-boiled!
Tutto il primo capitolo si legge d’un fiato e lascia intuire grandi cose; oppostamente, il finale è a mio avviso un poco affrettato. Probabilmente paga la foschia narrativa in cui i comprimari galleggiano per l’intero romanzo.
Nel sito dell’editore Marco Tropea il libro non è in catalogo, anzi, non esiste proprio, pertanto chi desiderasse leggerselo dovrà chiederlo al Maffo oppure al sottoscritto prima che glielo restituisca.

Testadipazzo, il protagonista, è lo scagnozzo di un gangster di quartiere da tre soldi. A un certo punto si ficca in un pasticcio che non stenterei a definire alquanto ‘anomalo’.

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Erano in quattro e indossavano identici abiti azzurri con una banda nera lungo la gamba, e identici occhiali scuri. Sembravano una di quelle orchestre che suonano ai matrimoni. Quattro tizi bianchi, tutti più o meno tozzi con le facce tese, foruncolose e anonime. La macchina era di quelle a noleggio. Tozzo era ad aspettare sul sedile posteriore, e quando i due che mi avevano preso mi spinsero dietro accanto a lui, mi mise immediatamente un braccio attorno al collo, in una specie di fraterno nodo scorsoio. I due che mi avevano tirato su dalla strada, Foruncolo e Anonimo, salirono e si schiacciarono al mio fianco, il che portò a quattro il numero dei passeggeri sul sedile posteriore. Stavamo un po’ stretti.
“Va’ davanti” disse Tozzo, quello che mi teneva per il collo.
“Io?” chiesi.
“Chiudi il becco. Larry, scendi. Siamo in troppi. Passa davanti”.
“Okay, okay” rispose quello in fondo alla fila, Anonimo o Larry. Scese e si sistemò sul sedile davanti e il tizio al volante – Facciatesa – mise in moto. Quando ci trovammo in mezzo al traffico della Seconda Avenue, Tozzo mi mollò il collo, ma tenne il braccio drappeggiato attorno alle mie spalle.
“Prendi il Drive” disse.
“Come?”
“Prendi l’East Side Drive”.
“Dove andiamo?”
“Sulla superstrada”.
“Perché non giriamo in circolo?”
“Ho la macchina posteggiata da quelle parti” esclamò. “Potete lasciarmi là”.
“Sta’ zitto. Perché non possiamo girare in circolo?”
“Sta’ zitto anche tu. Deve sembrare che andiamo da qualche parte, stupido. Come vuoi che lo spaventiamo girando in circolo?”
“Ovunque mi portiate, lo sento quello che state dicendo” intervenni. E poi, per tirarli su di morale: “Voi siete in quattro, io in uno”.
“Non ci basta che senti” disse Tozzo. “Vogliamo spaventarti”.
Ma non ero spaventato. Erano le otto e mezzo di mattina, e battagliavamo con il traffico della Seconda Avenue. Non c’erano circoli da fare, ma solo strombazzanti camion delle consegne bloccati dai pedoni. E più guardavo quei tizi, meno ne ero impressionato. Tanto per cominciare, la mano di Tozzo sul mio collo era molle, con la pelle morbida, e la stretta era quasi tenera. E sì che lui era il più aggressivo del gruppo. Non erano calmi, non erano capaci di fare quello che facevano, e non erano duri.
E un’altra cosa: tutti e quattro i loro occhiali da sole portavano ancora i cartellini del prezzo, un ciondolante ovale di un arancione fluorescente con la scritta “$ 6.99”!
(...)

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  19.06.2009 | 13:25
grazie, depeche mode
 
 

Depeche mode 18/6/2009 - Milano, stadio San Siro

Sarà che sono scomodo sui gradini. O che l’omunculo delle bibite ogni volta che passa mi sbatte la cassetta delle bibite contro l’orecchio. L’orecchio mi fischia poi per dieci minuti. O il fatto che il tizio seduto di fianco si sarà fumato settecento canne e considerando un ragionevole rapporto di uno a duecentotrentacinque ne ho tirate su circa tre pure io, soltanto per osmosi. O che le casse penzolanti dal soffitto hanno la medesima resa sonora di un megatarzanello afono.
In due parole: non sento un cazzo.
Quattro. Quattro parole.
S’aggiunga che là in fondo, sul palco, Dave Gahan è statico come un… uh, mi viene in mente una cosa successa nel novantaquattro. Ero a Modena, alla Festa dell’Unità, per vedere i Pink floyd. A un certo punto un mio amico s’avvicina e mi fa: “Gilmour è in forma strepitosa stasera”.
Tengo d’occhio Gilmour per un po’, poi domando al mio amico: “Te come fai a dirlo?”
“Beh, sta battendo un piede a ritmo di musica”.
Ecco, Gahan sul palco è fermo come Gilmour nel novantaquattro.
Nei maxischermi (due affari delle dimensioni grosso modo del mio vecchio Blaupunkt a tubo catodico) Martin Gore somiglia a un Andy Warhol fuori stagione. No, scusate, alla statua di cera di un Andy Wahrol fuori stagione. Di Martin Fletcher, là dietro, nessuna notizia.
Dopo un’ora di concerto mi sto rompendo il cazzo. Mi alzo e decido di procurarmi un’altra birra. Lì in coda, sbotto: “Ne ho avuto abbastanza di queste ex-band multimiliardarie che vengono qui, si ciucciano cinquanta banane, accendono un po' di luci colorate e fanno i compitini! Basta! Avete montato una passerella in mezzo al pubblico? Non chiedo molto ma, cazzo, almeno camminarci sopra. E il suono. Possibile che ’sti tre stronzi coi milioni che gli zampillano dal culo a ogni scorreggia non riescono manco a tirare fuori un straccio di suono da stadio?” Mi guardo intorno. Nessuno mi sta ascoltando. “Sapete una cosa? Ho idea che i Depeche mode dal vivo fan cagare punto e basta!”
Il tecnico del suono dev’essere quello davanti a me nella coda delle birre perché arraffa il bicchiere e fila via come se gli stessero correndo dietro i Motörhead coll’uccello di fuori. Giusto il tempo di smorzare nel nulla una lofia In your room (o era Policy of truth? Non ricordo) e quello arriva trafelato in consolle, schizzi di schiuma da tutte le parti, e dà un bel giro alla manopolona del volume. I feel you erompe epica, imponente, ineluttabile. Gahan e Gore, risvegliati dal torpore, cominciano a esplorare guardinghi il palco. Da lì in poi, complice un pubblico in evidente visibilio, le canzoni più classiche sono un crescendo di energia. Gahan corre e fa roteare il microfono: la voce è sempre quella, calda, sicura, inimitabile. Gore muove il piede e financo la testa, Fletcher si leva finalmente gli occhiali da sole e accende la tastiera.
Never let me down again, Enjoy the silence, Strangelove. Brani che ho semplicemente adorato a cavallo dei… beh, vent’anni fa. Belli tondi. Anzi, qualcuno in più. ’Codìo.
Numerosi e generosi i bis, tra cui una vigorosa Master and servants, una corale Personal Jesus e una inutile Waiting for the night in versione ‘nuda’.
Due ore e passa di show.
Ebbene, adesso lo posso dire: grazie Dave, grazie Martin, grazie Andy.
Ho temuto per tutta la sera, davvero, poi al calar del sipario ho tirato un bel sospirone di sollievo.
E ora vi ringrazio, Depeche mode. Vi ringrazio con tutto il cuore.
Vi ringrazio per avermi risparmiato quella incommensurabile, inimitabile, immarcescibile cagata che risponde al titolo di Just can’t get enough.

Setlist
In chains
Wrong
Hole to feed
Walking in my shoes
It's no good
A question of time
Precious
Fly on the windscreen
Little soul
Home
Come back
Peace
In your room
I feel you
Policy of truth
Enjoy the silence
Never let me down again
Stripped (encore #1)
Master and servant (encore #1)
Strangelove (encore #1)
Personal Jesus (encore #2)
Waiting for the night (encore #2)

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  17.06.2009 | 15:45
le mille e una noce 2009
 
 

anche quest'anno non potevo perdermi il festival degli artisti di strada organizzato da daisy e i suoi. davvero, vado matto per queste iniziative. questo è l'articoletto sull'evento che ho scritto su commissione per la gazzetta di parma. un po' sdilinquito, nevvero? uh, troppo?
sta di fatto che la gazzetta alla fine non l'ha pubblicato.

la bella foto di sebas è stata scattata da daisy.

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Un vento impertinente spolvera Piazza Garibaldi e le strade del centro storico di Noceto. Chi ha un cappello in testa se lo tiene ben calcato, i volantini volteggiano nell’aria e gli organizzatori guardano insù malcelando preoccupazione. Si è formato un crocchio di spettatori attorno alla prima esibizione del pomeriggio, quella che vede in azione i bergamaschi “Circo polenta”. Seduti in fila a gambe incrociate, lo sguardo rapito dalla scena, i bambini ridono a crepapelle. Alle loro spalle, i genitori non sono da meno.
Comincia così la terza edizione de “Le mille e una nòce”, il festival internazionale di teatro di strada voluto dall’assessore Stefano Mori e organizzato dall’associazione culturale “Teatro necessario”. Anche quest’anno dal tardo pomeriggio fino a notte inoltrata la piccola, elegante Noceto si trasforma in un grande palcoscenico all’aperto dove le esibizioni dei più celebri artisti di strada di tutto il mondo si susseguono a ritmo incalzante.
Quello del pomeriggio è un itinerario pensato per i più piccoli. Si prosegue con l’elegante esibizione dei ginnasti cileni “Tobarich”, capaci di catalizzare l’attenzione del pubblico con una performance mozzafiato di acrobalance. Infine lo stralunato Sebas ci accoglie tutti nella sua piccola baracca ricolma di inutili carabattole e improbabili meccanismi, dove nulla è ciò che sembra eppure tutto, inspiegabilmente, funziona.
E’ il momento della pausa cena. La piazza si è ora riempita di gente e i bar del centro sono indaffarati a servire panini e bevande ai numerosi avventori. Impazienti, i bambini scorrazzano dappertutto. In programma ci sono gli interludi musicali del duo “Attacchi di swing”, degli inglesi “Sheelanagig” e delle “Malasangre”, cinque avvenenti ballerine, musiciste e cantanti che propongono una indiavolata miscela di musiche e danze andaluse.
A Noceto scende la notte, quella nòce spagnola che sa evocare suggestioni e magie. E’ forse soltanto un caso che tre delle sette compagnie provengano proprio dalla Spagna? Ricominciano gli spettacoli: ecco il maestoso “Circo de la Sombra”, ecco il pungente Peter Weyel, ecco un romantico e lunare “Lago dei cigni”.
Toccherà nuovamente alle scatenate “Malasangre” chiudere la serata con uno spumeggiante bis.
“Il teatro di strada non è soltanto un’arte ma una filosofia di vita”, spiega Daisy Vanicelli. “Niente palcoscencio, niente platea, nessuna transenna. C’è soltanto l’artista che si esibisce e il pubblico intorno in cerchio che lo applaude”. E questa sera, intorno al pubblico, senza transenne, c’è pure il contesto magico di Noceto e della sua magnifica rocca. E, lassù, un cielo finalmente terso e puntellato di stelle. Un cielo da mille e una notte. Anzi, da mille e una Nòce.

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  10.06.2009 | 18:42
matteo fontana - il gioko
 
 

Un gruppo di liceali alle soglie della maturità si riunisce settimanalmente per condividere il ‘gioco’. Un gioco senza nome e senza un ‘significato’ che consiste nell’eseguire in presenza dei compagni un certo numero di pratiche sessuali estratte a sorte da un database. Una specie di gioco della bottiglia, ma un po’ più interessante, per così dire. Poi, a un certo punto, succede il 'casino'.
Facile cascare nella stigmatizzazione becera e aprioristica, facile cavarsela rifilando la colpa, come sempre, alla stronzissima ‘società’. O, peggio, rovinare nel voyeurismo da romanzetto soft-porno. Ma Matteo non sbaglia. Scrive il romanzo in prima persona, ci racconta il gioco semplicemente per quello che è: una sequenza di gesti meccanici; un modo come un altro per trascorrere il pomeriggio. Un concetto talmente semplice da sconcertare, da risultare inaccettabile da parte di chi del gioco non fa parte. La stronzissima società, per dirne una.
Matteo mescola bene gli ingredienti e delinea una storia convincente e avvincente, forse un po’ affrettata nel finale. Per esempio, avrei analizzato più a fondo il rapporto coi compagni dopo il ‘casino’. Lo slang giovanilistico è efficace e spesso divertente, anche se io avrei calcato un po’ di più la mano.
In due parole: un libro che si legge tutto d’un fiato. Cos’altro chiedere a una storia, dopotutto, se non di lasciarsi raccontare?
Peccato per la pessima copertina che secondo me non invita all’acquisto: l’allusione al gioco è fin troppo facile. Al limite avrei messo i ragazzi di schiena, nudi. E perché decapitare la rossa in alto con quel rigo nero? Poveretta. Scellerata l’introduzione che rivela, tra le righe, tutta la trama, finale compreso.
L’Autore mi ha personalmente autorizzato a pubblicare un estratto del suo romanzo. Ho scelto questo.

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(...)

Scoppio di grida, le ragazze si danno il «cinque». È uscita una delle minchiate sadomaso di recente introduzione. Spero di non essere coinvolto, visto che qui non ci sarà da usare l’uccello può anche darsi che mi richiamino dentro. No, esce Tommaso. Porca puttana. Non poteva esserci coppia peggiore, Maresa e Tommaso, si sono già scazzati prima, adesso la vedo male. Tommaso infatti non è per niente contento.
«Dai, porca troia, devo proprio fare ’sta minchiata? È una rottura di coglioni e basta!».
Le ragazze insorgono. Il succo delle proteste è: avete accettato di mettere le cose sado-maso? Adesso dovete smazzarvele! Hanno ragione. Micol torna dal cesso con la faccia pulita e dà manforte alle sue compagne, anche senza aver capito un cazzo della questione. Del resto, fa sempre cosí Micol. Difenderebbe Hitler pur di partecipare a una discussione. Fabio ha le palle girate, oggi non ne va una liscia. Chiede silenzio.
«Tommy, dai, lo devi fare, sono le regole. Magari la prossima volta glielo metti in culo a ’sta puttana».
E Maresa stizzita:
«Oh, puttana ce lo dici a tua madre, hai capito?».
Fabio la tira per i capelli (dev’essere lo sport del giorno tirare Maresa per i capelli) e le dice di stare zitta se no glielo mette in bocca e la strozza. Maresa non ci sta, lo manda affanculo, Fabio la spinge via. «Cosí noi non ci stiamo piú» è il succo dei pensieri (pensieri?) delle ragazze in questo momento. Qualcuna fa per andarsene, Serena sembra una crocerossina accanto a Maresa.
«Dai, va bene, finitela, lo faccio» chiude Tommaso.
Si spoglia in fretta, si mette in bocca quella cazzo di pallina rosa che hanno comprato, il bavaglio, o morso, non so come cazzo si chiama, e Maresa glielo lega dietro la nuca. Poi lo fa mettere ginocchioni e gli sale sulla schiena, tra le urla divertite delle ragazze. Tommaso deve farle fare un giro per tutta la taverna.
Comincia. Lei lo tratta da cavalluccio, ha ritrovato il buonumore. Tutto il gruppo lo segue nel giro, per sfotterlo e deriderlo. Fabio batte le mani con un sorriso poco convinto. Mi guarda come per dire: «Possibile divertirsi cosí?». A me per la verità la cosa in sé non dispiace, in fondo, se la prendi dal lato giusto, fa ridere. Certo piú che sborrare in faccia a Micol. Il problema è che Tommaso è uno che le cose non le prende mai per il verso giusto. E Micol è una stronza che non sa mai quando tenere la bocca chiusa, stavolta letteralmente. Che bella pensata ha la nostra Micol? A metà del tragitto, dopo averlo deriso, dopo avergli dato del «frocione» e altre cose simili, a Tommaso gli piazza un bello sputo in piena faccia. E quello non ci ha visto piú. Muggendo come un toro a Pamplona, si alza di scatto facendo fare a Maresa un capitombolo mica da ridere e si scaglia su Micol, sempre col morso in bocca.
«Mmmh!» le grida contro, pensando di dire chissà quale parola. La prende con una mano al collo e la sbatte contro la parete, tenendola sollevata da terra di parecchi centimetri. Le piazza due ceffoni da paura, e se Misha e Fabio non lo fermavano faceva anche di peggio. Tommaso è alto uno e novanta e gioca a pallanuoto.
Micol si mette a piangere con la faccia tutta rossa per gli schiaffi, a Maresa fa male il culo per la caduta secca sul pavimento, Serena si mette a piangere per simpatia, come un diapason, Nicoletta
grida: «Ma andate affanculo tutti!» e se ne va. Sabrina è mezza sconvolta in un angolo, col terrore che un ceffone nel parapiglia arrivi anche a lei. Io non ho mosso un dito. Che mi frega? Pestatevi pure.
Fabio e Misha spingono Tommaso contro il tavolo delle bevande, rovesciano un sacco di roba e spargono i pop corn su tutto il pavimento. Alla fine lo calmano, gli levano il bavaglio, e lui: «Avete visto quella stronza! In faccia mi ha sputato! Diocaro io ti faccio fuori, scrofa di merda! Hai capito?».
C’è voluto un quarto d’ora perché Fabio riportasse la calma.

(...)

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  04.06.2009 | 13:19
olbers' brightest sky
 
 

sound like i do have friends visiting my blog living on the other side of the world. i learn with great pride and honour. this short tale i dedicate now to taichi-san and to all old and new japanese friends.

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Hours were passing by, and I could not sleep because of some recurrent thoughts. Somehow I found myself playing with Olbers paradox.
According to Olbers, supposing universe dimension to be infinite and, as well, number of stars, then the nightsky should be white instead of black. Why? In Olbers’ opinion it would be enough to imagine a hypothetic line from here towards any direction outside, so that sooner or later a star should be waylaid. A very fascinating theory. Say, universe is a huge lamp switched on for humanity.
For some reasons I was pushed back to twenty years ago. It was August 13th, Tsukimi day. Mariko and myself, we spent all night lying in a field, my head against her head, watching the stars above us. The sky was bright and the stars were shining like silver stings. Mariko pointed her finger to each constellation and explained me the history of its name. I felt like a survivor in the sea of her words. My heart went boom, boom, boooom! I was scared it would definitely jump out of my chest oozing red blood like a fountain. We were counting shooting stars. She soon reached ten, but I could count only three, and one was maybe an aircraft. We spent the whole evening laid it the field, head against head, underneath the immense sky. Then, at a certain point Mariko told me she wanted to go back home. Suddenly my heart stopped booming, stopped beating, stopped doing anything. Of course, I said, but I felt so deep blue inside. Did we really see all stars of the sky? Did we really talk about all constellation? All of them? I could not believe. All in all, night breeze started blowing, and the sky was getting cloudy.
We gathered all our stuff and we went back home. Just before jumping off the car, Mariko put a gentle kiss on my cheek and stared at me. Here eyes were deeper than a whole universe, and brighter that one thousand constellation. Brighter than the sky itself, brighter than Olbers brightest sky.
Next week Mariko had a brand new boyfriend. A guy called Alberto attending physics university, third year, fond of science fiction and astronomy. No, it wasn’t me. Myself I was just a rookie at engineering university and about stars, myself… ah, goddamit!
It is true that Olbers paradox was originally formulated by Kepler. I finally fell asleep wondering how many times in a lifetime things that should belong to you finally fall in sombody else’s hands.
And why.

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