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  27.04.2009 | 17:56
duecentocinquanta storie
 
 

Avevo cinque minuti e volevo dare un’occhiata che c’era di nuovo. Aprii un sito di informazione. Uno dei più comuni, tipo il corriere, la repubblica o ansa punto it. C’era una foto con delle macerie, e un tizio in tuta che teneva tra le braccia un corpo minuto. Una bambina, supposi.
Il titolo recitava: “Tragedia Abruzzo, 250 morti”.
Poveracci, pensai, e azionai il mouse per leggermi le altre notizie.
Cliccai inavvertitamente sulla pagina sbagliata. Era l’elenco delle vittime del terremoto. Nomi, cognomi, età. Di colpo mi sentii malissimo. Duecentocinquanta morti sono una tragedia, certo. Ma là in fondo, lontana. Duecentocinquanta nomi e cognomi invece erano proprio lì davanti, sfilavano uno dopo l’altro in funesta parata. Li lessi tutti, uno a uno. Udivo le loro voci, duecentocinquanta voci che raccontavano duecentocinquanta storie che non sarebbero state. Sentii gli occhi gonfiarsi di lacrime.
Con gli occhi liquidi e quelle voci che gridavano nella testa non riuscivo a combinare niente. Andai nel sito della protezione civile e feci una piccola donazione per l’emergenza terremoto.
Immediatamente le voci si placarono. L’Abruzzo era di nuovo in piedi.
Avevo fatto i miei cinque minuti di SOLIDARIETÀ e ora ero a posto. Avevo fatto il mio dovere di bravo cittadino. Sicuro.
Ora potevo dedicarmi nuovamente ai concerti, ai cazzo d’aperitivi e ai miei raccontini idioti.
All’inferno.

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  20.04.2009 | 11:12
una malinconica nota jazz
 
 

il mio articoletto su 'lucca comics and games 2008'. l'anno precedente l'ho messo online ai primi di marzo. quest'anno, se era possibile, sono riuscito a fare ben di peggio.

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Lucca , 1 e 2/11/2008. Mostra internazionale del fumetto

L’appuntamento sarebbe nel parcheggio scambiatore dell’autostrada.
Perché ‘sarebbe’? E’.
E’ che quando arrivo Elena è già là che mi aspetta. Ci salutiamo senza nessuna voglia di salutarci. Tre baci e un grugnito. Abbiamo occhi grandi e sguardi fissi. Muoviamo il collo a scatti come i tacchini. Vorremmo entrambi essere altrove. Possibilmente nei nostri rispettivi letti a dormire diciamo altre tre o quattro ore filate.
Partiamo. Il cielo ha lo stesso colore dell’asfalto che scivola lucido sotto le ruote, pioviggina e i pensieri palleggiano stolidamente da una parte all’altra del cranio con un movimento lento e circolare, lo stesso dei tergicristalli sul lunotto.
Io guido, Elena sonnecchia.
Però, che due maroni.
“GRAZIE DELLA COMPAGNIA, EH, TE!” sbraito a un certo punto.
Elena sobbalza. “Ooorgh... ce l’hai mica una copia del fumetto?”
“E’ didietro”.
Elena lo piglia, se lo mette davanti al naso e ci dorme dietro per un po’. Di tanto in tanto emette un rantolo che dovrebbe suonare come una risata, così da dissimulare la sua criminosa attività.
Ha fatto le tre, ieri sera.
Beh, io pure.
Usciamo dall’autostrada e ci addentriamo nella Garfagnana. In qualche modo la stanchezza ha lasciato il posto a uno sfrigolante ottimismo. Proprio così, amici: non vediamo l’ora di arrivare. Elena ruota continuamente la cartina che ha tra le mani e bofonchia qualcosa che suona come “Mumble... mumble...”. Ha in mano una cartina grossa come un’icona del desktop e nella zucca il senso d’orientamento di un fiocco di neve in una spiaggia cubana.
Ci perdiamo immediatamente.
Percorriamo la strada tutta tornanti che dovrebbe condurre all’agriturismo tre, quattro, cinque volte, facendoci largo tra la colorita fauna umana locale. Ciclisti attempati, nonnetti strafatti e vigilesse sado-maso, allettanti ‘fiere del tordello’ e osti a dir poco sconcertanti.
Giungiamo finalmente all’agriturismo. Il padrone di casa è un Aldo Busi con la pancia, che ci accoglie con una cordialità tutta toscana. Ci stritola la mano, ci fa accomodare, cerca gli occhiali de’ la su’ mamma, ci indica la strada breve per Lucca, quella più lunga ma meno trafficata, ci mostra la stanza da letto, il bagno e il soggiorno, i piatti, le tazze, le posate e i detersivi, ci parla della ‘fiera del tordello’ di Camaiore e pure del traffico autostradale di ieri, oggi e domani, ci consiglia i migliori ristoranti della zona. Tutte queste cose contemporaneamente, andando e venendo per la stanza con la frenesia di un metronomo a un concerto dei Napalm death, infarcendo il monologo con una lattiginosa costellazione di ‘diohane’.

Poca gente, molto fango e nel cielo un sole bianco che avrebbe più voglia di noi di tornarsene a letto: ‘Lucca comics and games’ si spalanca davanti ai nostri occhi come una malinconica nota jazz in sordina. Parcheggiamo e ci incamminiamo verso il centro. E’ autunno un po’ dappertutto e i marciapiedi sono scivolosi di foglie marce e fango puzzolente.
Gli altri sono già tutti là, chi da giovedì sera, chi da venerdì. Siamo più di dieci.
Noi, io e Elena, buoni ultimi.
Si tratta della prima volta di Tapirulan a Lucca comics. Siamo qui per vedere se qualcuno ci nota. Tra le cose, presentiamo un fumetto autoprodotto, scritto da un certo Alberto Calorosi che sarei io, disegnato da un cert’altro Andrea Gualandri, che sarebbe quello là mezzo pelato, e prodotto da French. Nessuno sa bene che cosa aspettarsi da questa iniziativa. Venderemo il fumetto? Piacerà? Raccatteremo consensi? Pioverà?
Il cielo si apre e da qualche cartoonesco limbo pagano piove in strada una folla di curiosi, molti dei quali azzimati in maniera alquanto bizzarra. Tutine aderenti, latex, scollature generose. Bella cosa il cosplay, a conti fatti.
Anche nella self-area dove siamo parcheggiati noi i curiosi non mancano.
La star naturalmente non sono io. Voglio dire: avete mai sentito parlare di uno sceneggiatore famoso? Di uno sceneggiatore che non sia diventato famoso come regista, intendo. Negli anni cinquanta, in quel di Hollywood, per dire che un’attrice non avrebbe mai sfondato si era soliti dire: ‘Quella? Figurati che per fare un po’ di carriera ha dovuto darla a uno sceneggiatore’. E così la star è Gualandri, il quale fuma, autografa e disegna tutto il tempo. Per lui, orde di ragazzine adoranti e concupiscenti. Toccherà a Elena e me, al termine della due-giorni, l’ingrato compito di estrarlo in fin di vita da sotto un totem di reggiseni di pizzo profumati alla vaniglia.
Giunge la sera e con essa un discreto freschino. Sbaracchiamo in fretta e ci autoinvitiamo tutti a cena da Gualandri.

Dopocena vorrei tanto andarmene a dormire, ma il destino vuole diversamente. Pare che da qualche parte qua vicino ci sia una festa superfica. “Eddài, siamo cotti come manicaretti. Lasciamo perdere e filiamo a letto, dài”, insisto io. In quel momento squilla il cellulare.
Fanta e Faso c’hanno una cartina che risale alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente e un ferrovecchio che ha lo stesso numero di cavalli di una quadriga. Appena gli nomino l’Esselunga fanno “Che cosa?”
“L’Esselunga, quella dove si fa la spesa”.
“Messere trovasi forse codesta Esselunga al di là del vallo che testé circumnavigammo?”
Sono sbronzi.
Sono le tre passate quando si fanno finalmente vivi, preceduti da un dotto abbecedario di madonne. Non era mica l’Esselunga porcoqui porcolà. Era un’altra roba, che ci somiglia.
Evabé.
Noi siamo lì fuori che ciondoliamo perché la festa è davvero mesta e se decidiamo di fare un altro giro di birra è soltanto in onore dei compari appensa arrivati. Poi tutti a letto, eh? Quattro birre: una per Faso, una per Fanta, una per me e una quarta per lo Zino, impegnato da alcune ore a tenere su il muro. Fanta annuisce, Faso annuisce, io annuisco. Arriviamo tutti insieme, quattro birre ciascuno. Dodici in tutto. Al termine delle quali persino la festa mesta non sembra essere poi così male…

Domenica è l’ultimo giorno. Al momento di chiudere bottega siamo stanchi ma soddisfatti. Il fumetto è piaciuto e, seppure nei nostri numeri men che modesti, qualcosa ha venduto.
Ma io ho dentro uno strano senso di incompiutezza: la sensazione che la cosa, ancorché carina, si sia limitata a esistere per se stessa. Siamo andati là per farci vedere, d’accordo, e qualcuno in effetti ci ha visto. E ora? Che fare? Abbiamo davvero imparato qualcosa? Forse siamo cresciuti un po’? O abbiamo soltanto perso una buona occasione? E ora? Ora non so.
Guido silenzioso nella notte assorto in codesti pensieri. ‘Ragged glory’ di Neil Young in autorepeat fa quello che può nel tenere lontano la spossatezza. Elena, di fianco a me, è pure lei assorta in qualche cosa di molto ma molto remoto. Fa lunghi sospiri.
“Tutto bene?” domando.
“Sì, sì. Tutto bene, grazie. Tutto bene”.
A un certo punto interrompe il silenzio. Mi afferra il braccio e stringe forte. Sobbalzo. Mi lancia un’occhiata solenne. “Ma te lo sapevi – dice in un fiato – lo sapevi che l’anno prossimo butteranno giù il ‘Rolling stone’?”

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  14.04.2009 | 16:53
raymond carver - cattedrale
 
 

‘Cattedrale’, la terza antologia di racconti di Carver esce nel 1983, due anni dopo ‘Di cosa parliamo quando parliamo d’amore’. Io l’ho letta soltanto 15 giorni dopo.
Quella prosa così ispida, qui si addolcisce e lascia il posto a un narrare più tondo, addomesticato forse, magari a tratti meno efficace (mi posso permettere un'eresia di tale entità?). Un esempio: ‘Una cosa piccola ma buona’, inclusa in ‘Cattedrale’, è la riscrittura de ‘Il bagno’ in ‘Di cosa parliamo…’. Carver scrive due volte lo stesso passaggio: una madre è in ospedale ad accudire il figlio ricoverato in fin di vita. Attraverso la finestra vede un’altra donna uscire dall’ospedale e per un istante si immagina di essere lei. La prima stesura è semplicemente da brivido, l’altra, a mio avviso, indugia troppo sull’immedesimazione lettore-madre. Elemento soltanto appena suggerito – magistralmente – nella prima versione. Riporto entrambi i brani qui sotto.
Per contro, le storie in ‘Cattedrale’ diventano ancora più scarne, essenziali, in un certo senso ancora più epiche. C’è un tizio che vegeta da settimane sul divano, affranto per il fatto di aver perso il posto di lavoro. C’è una moglie che torna a casa e si accorge che il frigo è rotto. Il marito va di là e guarda il frigo. Alla fine conclude che non è in grado di ripararlo. Ecco, tutto qui. Ebbene: in quella decina di pagine, credetemi, non c’è l’ennecentesimo banale episodio di vita coniugale. Ci sono due vite intere. Ce li avete lì davanti, quei due, fino alla vecchiaia. Basta vedere i loro sguardi per sapere che di lì a poco si lasceranno e lui berrà sempre di più mentre lei cambierà città e…

Quando leggo le storie di Carver sento il cervello che sfrigola. Mi viene voglia di scrivere qualcosa subito. Ma nello stesso tempo sento lo sconforto dato dalla certezza di quanto egli sia inarrivabile. L’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta è semplicemente una delle cose più sconvolgenti che ho letto nella mai (ormai non più tanto) breve carriera di indolente lettore.

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da ‘Il bagno’

(…)
Rimasero lì in attesa tutto il giorno. Il bambino non si svegliò. Il dottore era tornato e aveva visitato di nuovo il bambino, poi se n’era andato dicendo le stesse cose. Ogni tanto arrivavano delle infermiere, altri medici. Poi un tecnico che prelevò del sangue dal bambino.
“Non capisco”, la madre disse al tecnico.
“L’ha ordinato il dottore”, rispose il tecnico.
La madre si avvicinò alla finestra e guardò giù nel parcheggio. C’erano macchine che entravano e uscivano dal parcheggio con i fari accesi. Rimase alla finestra con le mani che stringevano il davanzale. Tra sé e sé disse: ormai siamo dentro a qualcosa, qualcosa di estremamente difficile.
Aveva paura.
Vide una macchina fermarsi e una donna con un lungo cappello vi salì. Finse di essere quella donna. Finse di allontanarsi da lì in macchina e andare altrove.
(…)


da ‘Una cosa piccola ma buona’

(…)
Rimasero lì in attesa tutto il giorno, ma il bambino ancora non si svegliava. Ogni tanto, uno di loro usciva dalla stanza e scendeva giù al bar a prendere un caffè ma poi, come se all’improvviso si ricordasse e si sentisse in colpa, si alzava subito e tornava di corsa di sopra. Il dottor Francis era tornato nel pomeriggio e aveva visitato di nuovo il bambino, poi se ne era andato dicendogli che andava tutto bene e che si sarebbe potuto svegliare da un momento all’altro. Ogni tanto arrivavano delle infermiere, diverse da quelle del giorno prima. Poi una ragazza dal laboratorio analisi bussò alla porta ed entrò nella stanza. Indossava pantaloni e camicetta bianca e portava un vassoietto pieno di cose che appoggiò sul comodino accanto al letto. Senza dire loro una parola, prelevò del sangue dal bambino. Howard chiuse gli occhi quando la ragazza, dopo aver trovato il punto giusto nel braccio di Scotty, vi infilò l’ago.
“Non capisco perché”, Ann disse alla ragazza.
“L’ha ordinato il dottore”, rispose la ragazza. “Io faccio quello che mi dicono di fare. Mi dicono fai un prelievo a quello e io lo faccio. Che gli è successo?”, disse. “E’ tanto carino”.
“E’ stato investito da una macchina”, rispose Howard. “Un pirata della strada, che poi è scappato”.
La ragazza scosse la testa e guardò di nuovo il bambino. Poi raccolse il suo vassoio e se ne andò.
“Ma perché non si sveglia?”, disse Ann. “Howard? Voglio che questi mi diano una risposta”.
Howard non disse niente. Si sedette di nuovo e accavallò le gambe. Si passò una mano sulla faccia. Guardò suo figlio, si sistemò sulla sedia, chiuse gli occhi e si addormentò.
Ann si avvicinò alla finestra e guardò giù nel parcheggio. Era già buio e le macchine entravano e uscivano dal parcheggio coi fari accesi. Rimase alla finestra con le mani che stringevano il davanzale e sentì in cuor suo che ormai erano dentro a qualcosa, qualcosa di estremamente difficile. Aveva paura e cominciò a battere i denti, cosicché fu costretta a serrare le mascelle. Vide una grossa macchina che si fermava davanti all’ospedale e una persona, una donna col cappotto lungo, che vi saliva. Desiderò di essere quella donna e che qualcuno, chiunque fosse, la portasse via da lì, da qualche parte, un posto dove avrebbe trovato Scotty ad aspettare che lei scendesse dalla macchina, pronto a chiamarla ‘mamma’ e a farsi stringere tra le sue braccia.

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  06.04.2009 | 10:51
sempre quelle facce - parte 2
 
 

barcellona, 27-29 marzo 2009. addio al celibato di filippo.


(...)

La prima serata è sempre quella dell’entusiasmo. Quella dove solitamente la gente si perde di vista e succedono le cose bizzarre.
Questa, naturalmente, non fa eccezione. La prima tappa è un locale affollato, con musica alta, tapas tutto sommato edibili e vino di sconfortante qualità. Bisogna tenere in tasca gli stecchini dei tapas e poi consegnarli diligentemente alla cassa e pagare in proporzione. Potete immaginare noi italiani. Nel locale, un caldo rancido di aliti e sigarette che c’è da stare in apnea. Restiamo lì, in piedi, mangiamo, ci scrutiamo gli uni cogli altri, gettiamo in terra gli stecchini, annuiamo e ammicchiamo alla serata che sta per cominciare. Un’attitudine, questa, socialmente identica agli sbadigli, epperò opposta nei contenuti, se ci pensate.
Esco dal locale e faccio quattro respiri profondi. Lì c’è Marcello, che ansima pure lui. Facciamo quattro chiacchiere in attesa che giunga il momento di cambiare zona.
Il secondo locale è molto più piccolo, molto più caldo e molto più affollato del primo. Sulla porta c’è un buttadentro che ti proibisce di bere in strada. Un bresciano con la faccia a forma di cazzo e simpatico più o meno quanto un bresciano. La faccia spiaccicata contro il muro e il culo sul naso di una tizia poco tranquilla seduta lì sul divanetto, trangugio il mio mojito nei primi trenta secondi di permanenza. Nei successivi trenta, lo butto fuori attraverso le ascelle. Anche qui non restiamo a lungo. Potete figurarvi il motivo.
Il terzo locale è da un’altra parte. Ci vogliono i taxi. Entriamo: una discoteca vera e propria, a due piani. Lì dentro un po’ ci disperdiamo. Qualcuno balla, qualcuno è già stanco e si annichilisce sui divanetti. Qualcuno preferirebbe rincasare. Ma… dove diamine s’è cacciato Mario?
Mario… MARIOOOOO!
No, qui non c’è. Qui neanche. Qui nemmeno. Fuori, forse?
Di là dalla strada c’è uno scooter. Nuovo di pacca. Di quelli piccoli, da cinquanta cc.. Tipo lo Zip di una quindicina d’anni fa, presente? Sopra, abbarbicato come un’edera, verde come un’edera, Mario sonnecchia e di tanto in tanto emette borborigmi ovattati.
Alza la testa e mi guarda. “Behutohroppho”, biascica. Poi si accascia di nuovo faccia sul manubrio. Lo scooter ondeggia. Filippo e io incrociamo mentalmente le dita. Lo scooter si stabilizza.
Filippo tace. Io aspetto. Mentre aspetto decido di fumare. Mentre fumo, solitamente penso.
Penso che quando hai diciotto o vent’anni bevi e strabevi finché non stai male. Poi tiri su, e poi ricominci oppure ti addormenti. A trentacinque il risultato assomiglia ma l’approccio è opposto: che starai male è assodato, lo sai già in partenza. Così l’unica cosa che ti resta da fare è cercare di trincare più roba possibile nel periodo compreso tra quei due luoghi temporali che prendono il nome di ‘proprio adesso’ e ‘belli, ci vediamo dall’altra parte’. Riuscite a immaginare una metafora della vita più azzeccata di questa?
Broooosshhh!
BROOOOOOOOOOASSHHHHHH!!!!
Improvvisamente Mario produce due getti fluidodinamici color tramonto e poi guarda in basso sghignazzando di soddisfazione. Il filo che gli cola dal naso si ricongiunge con quello che gli penzola dalla bocca giusto in prossimità delle scarpe. “Huarda. Sololihuido. Mansjatouncasso”. E chiede di portargli un bocadillo.
Lo scooter, si diceva più su, sarà mondato nottetempo per mano della onnipotente pietà del Capo Lassù.
Di lì a poco siamo tutti fuori dal locale. Qualcuno si occupa di recapitare Mario nel letto. Noialtri decidiamo di cambiare aria.
Saranno le tre passate. Le quattro, forse. Siamo rimasti in pochi: il festeggiato, il Tex, Marcello e il sottoscritto. E Richi. Già, c’è pure Richi. Ci guardiamo negli occhi. Decidiamo di cercare il Bagdad, uno dei locali più loschi e gnoccamente generosi della città, nell’opinione autorevole di Gnoccatravel. Il capo chino per la stanchezza, ci addentriamo nel Barrio Chino. La buona notizia è che riusciamo a raggiungere il Bagdad senza finire tramutati in succulenti doner kebap, ma la cattiva è che il biglietto d’ingresso costa quanto una coperta calda in un night di lusso. E poi, diciamo la verità: nessuno ne ha realmente voglia. E poi comincia di nuovo a piovere. Si torna indietro.
Lungo la Rambla ci sono soltanto spacciatori di stupefacenti e di lattine calde di Estrella. Cammino di passo lesto, gli occhi bassi, zuppo fino al prepuzio. Le mignotte sono dappertutto e mi s’incollano addosso come magneti di carne. Le smarrisco tutte, una dopo l’altra.
Sono le cinque passate, sono sfinito e ho un’emicrania fastidiosa come un’aureola stretta. Siamo tutti attorno al tavolo del soggiorno che fumiamo, sbevazziamo e attendiamo che il mattino ormai prossimo a giungere ci porti consiglio assieme al meritato sopore.

Della sera successiva serberemo tutti imperitura memoria del Casbah, un buco di cinque per cinque situato in prossimità del porto. A dirla tutta il locale non è che un Le Morin senza panche, strabordante gente. Siamo stretti come viti, lì dentro, e tutt’intorno c’è più sudore che in uno spogliatoio di rugby . Per di più l’unica birra che servono è la Budweiser a cinque cucuzze la bottiglietta da trentatré. Per non dire della musica, un dozzinale tunzetetunz antiquato e strappatesticoli.
Il fatto è che nelle vicinanze, per qualche ragione invero di scarsa importanza, qualcuno deve aver scaricato un container di figa. E sono tutte lì dentro, schiacciate le une contro le altre e soprattutto contro di noi. Bionde, alte, culi duri che dondolano, tette grosse come poponi sballonzolanti a tempo di musica. Non sai dove guardare. Dimentichi dei trentacinque anni suonati, del mal di schiena e della digestione ancora in corso cominciamo tutti a saltare all’unisono così da sfregarci un po’ contro cotanto ben di Dio. La figa, a una certa età, si assume soprattutto per osmosi.

Domenica qualcuno riparte presto, qualcun altro gironzola per una Barcellona imbibita di acqua piovana, trascinandosi smadonnando i pesanti trolley oltre ad alcuni organi interni in odor di secessione.
Alla fine il sole tramonta. Si ritorna.
I saluti al casello di Parma con Mario e Filippo sono forzatamente frettolosi per causa del clima e dell’ora più che tarda. “Statemi bene”, dico, e li bacio entrambi.
Salgo in auto e riparto.
Sbadiglio. Mi faccio coraggio: dài, è l’ultimissimo tratto di strada. Ancora pochi chilometri e poi finalmente il cuscino. Nell’autoradio, Guccini a palla in modo da non ammucchiarmi contro un lampione.
Ripenso a questi tre giorni insieme.
Filippo, Magnum, Cesare, Gio, Richi, Lupo, Mario, Tex. Vent’anni. Mezze vite accanto, già. E ancora sento nitide le vostre voci. In un modo o nell’altro siamo ancora tutti qui. Beh, quasi tutti.
Chi l’avrebbe mai detto?
Vent’anni.
Guardatevi un po’. Vent’anni e ancora avete addosso quelle facce.
Dio scannabés.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  05.04.2009 | 10:50
sempre quelle facce - parte 1
 
 

barcellona, 27-29 marzo 2009. addio al celibato di filippo.


                                                                                                           a Davide

Guardo in basso attraverso il finestrino. Visto da qui, questo brandello di Catalogna non è che un Molise più verde. Perché il Molise, dite? Perché non c’è un cazzo, in Molise. E non c’è un cazzo neanche qui, a Girona, nel profondo nord Catalano.
In alto il cielo si fa gravido e minaccioso. “Azzardatevi a muovere un dito, figli di puttana, fate soltanto che uno di voi osi ficcare il naso fuori da quella cazzo di supposta volante e ne viene giù talmente tanta, ma talmente tanta che per andarvene in giro vi serviranno le branchie”.
L’aereo atterra puntuale, raccattiamo le nostre masserizie, scendiamo e c’incamminiamo alla volta del terminal fendendo un’aria secca e talmente dielettrica che pare sfrigolare. Mi sento come un elettrone che attraversa un condensatore. Scusate, tre elettroni: Mario e Filippo hanno viaggiato insieme a me.
“Io vi avevo avvisato, stronzetti”, tuona Qualcuno da lassù.
Lo ignoriamo. Abbiamo altro a cui pensare. Per esempio raccattare Marcello.

L’ultima volta che l’avevo visto, Marcello, giaceva disteso sul pavimento di casa Roncassaglia. Era dieci anni fa. Due occhi talmente gonfi che sembravano tre, la faccia del colore della cera sciolta, stracotto come una casöla. Aveva fumato qualcosa come cento canne poi s’era cercato un posto dove dormire. Non trovando un letto libero, aveva ripreso a fumare fino a dimenticarsi persino del fatto che stava fumando. Per quanto ne sapevo, Marcello era ancora là steso sul pavimento.
Scopro invece che Marcello oggi abita a Roma, si occupa di post-produzione cinematografica e… beh, il resto lo potete anche chiedere a lui, se proprio v’interessa.
Un autobus sferragliante e scomodo come uno scoglio ci conduce in un’oretta circa alla stazione dei bus. Da lì pigliamo un taxi fino all’appartamento. Volete sapere quanto costa un taxi in Spagna? Ve lo dico io. Cinque chilometri, dieci minuti, venti Euro. Un Euro ogni duecentocinquanta metri. Grosso modo il costo di una Formula 1. Però attenzione: non c’è solo la tariffa a chilometro. Eh, no. C’è ben altro. C’è la chiamata, poi c’è l’aggiunta per il bagaglio e infine il supplemento coglione che, essendo in quattro, va a incidere per l’80% sull’importo complessivo. Doveste mai pigliarvi un taxi a Barcellona, valutate bene con chi state viaggiando e tenete sempre a mente che, diceva Gaber, i coglioni sono molto più di due.
Prendere possesso degli appartamenti rappresenta un’attività relativamente breve nonché marginalmente gradevole. Ci sono dei ruoli e dei compiti ben precisi. Vado a enumerarli.
     1) Mario. Discutere telefonicamente sul prezzo, contratto alla mano, con la proprietaria della baracca per causa del bidone collettivo last-minute perpetrato da parte di una porzione di (non) compagni di viaggio. Qualcuno sostiene che i summenzionati abbiano segretamente presenziato al contro-addioalcelibato rigorosamente diurno a base di cappellini di carta, trombette e caldarroste organizzato da Davide Grisi in località Pizzighettone centro, provincia di Cremona (e successivamente spostato per maltempo in quel di Milano, zona Navigli);
     2) Tex. Sedersi sul divano, infilare una mano in tasca facendo finta di giocherellare col fazzoletto e furtivamente carezzare la criniera della bestia contropelo contemporaneamente figurandosi la locataria apparecchiata in una qualsiasi posizione gli permesse (al Tex) di mantenere buona parte della coccolatissima e (ormai) semiturgida bestia collocata per metà all’interno di uno dei suoi (della locataria) orifizi contigui, e per l’altra metà nelle immediate adiacenze.
     3) Alberto: contemplare l’espressione molto scarsamente intelligente del Tex, alacremente indaffarato nella succitata attività contemplativa, emettendo (Alberto) commenti pregevoli e di rara arguzia quali ‘Io glielo schiafferei direttamente nel culo senza passare dal via’ o ‘Dovesse anche solo avvicinarsi a un metro dal mio uccello farebbe bene a procurasi un ombrello’ e via discorrendo;
     4) Tutti gli altri. Gironzolare per le stanze con passo agile e le mani penzoloni lungo i fianchi simili a zombi incocainati, mugugnando uhmmm uhmm senza in realtà pensare a un cazzo di niente tranne, forse, a quanto gli aggraderebbe (a tutti gli altri) estrarre dalla locataria la coccolatissima e molto ipotetica bestia (del Tex) e, eventualmente, infilarci succedaneamente la propria.
Mezz’ora dopo siamo a Barceloneta a tracannare cerveza. Tre quarti d’ora dopo, sono sbronzo.

Gironzolare per Barcellona è come gironzolare in una qualunque altra città, ma un po’ meglio.
Una buona ragione per passeggiare lungo le viuzze di Barcellona invece che, ad esempio, per Dublino, consiste nel clima perennemente primaverile barcellonese. Esso consente agli uomini, tra le altre cose, di deambulare senza necessariamente pezzarsi come vacche della Milka e odorare come grizzly in letargo dopo soli duecento metri di scarpa, e alle donne di ostentare con mignottesca voluttà cosce, scollature, polpacci, tatuaggi, vitebasse, righedelculo, pirsingnellombelico e via discorrendo.
A meno che non siate con dei milanesi.
Il miglior consiglio che posso fornirvi qualora intendiate andare via con dei milanesi è quello di lasciarli a casa. Se proprio non vi è possibile, procuratevi ombrelli e pantaloni da bufera. Vi torneranno utili. I milanesi amano la loro città al punto che quando partono ficcano nel trolley un brandello del clima di casa. Fateci caso. Mentre scendono dalla scaletta dell’aereo, tutti i milanesi a un certo punto fanno finta di scoreggiare e ridacchiano come quel cane dei cartoni, Muttley mi pare si chiamasse. Poi con un gesto veloce aprono due dentelli della cerniera e dal trolley PFFFF, ecco le nuvole e la pioggia e l’umidità e la nebbia.
Una volta conobbi una milanese. Mi piaceva abbastanza. Dopo un po’ di insistenze stava quasi per darmela, poi a un certo punto le dissi: “Guardo i tuoi occhi e vedo il sole”. Mi mollò un ceffone e scese in fretta dall’auto. Non la rividi mai più.
E’ per questo quindi, perché c’erano dei milanesi, che di giorno abbiamo combinato molto meno di un cazzo, trascinandoci da un bar a quell’altro, trangugiando chimicissime fette di torta marchiate Novartis, caffè saporiti quanto sciacquature di caffettiere invero leggermente aromatizzati al gusto Mastro Lindo, birre sgasate e succhi di frutta all’arancio che dell’arancio avevano soltanto il fatto di essere prodotti in stabilimenti costruiti su terreni una volta coltivati ad agrumeti. Quel che si dice il DOCG.
Per questo, eh, perché pioveva. Mica perché franavamo in branda alle sette di mattino pieni come vecchi barriques, fumati, doloranti come catapecchie.
Sì, di giorno l’acqua tamburellava e lavava via le merde di gabbiano dalle strade e i pezzetti di vomito dagli scooter, ineluttabile, necessaria come un’umida catarsi. E, se mai ce ne fosse stato bisogno, raffreddava ulteriormente i nostri già tiepidi ardori turistici. Estraggo dalla memoria, così, alla rinfusa: un’estemporanea incursione nel mercato coperto del Barrio Chino, un transito più o meno casuale davanti a un paio di edifici progettati da Gaudì, un affrettato giro del parco costruito dal Medesimo, un giro della Cattedrale durato non più a lungo di un segno della croce ben fatto, di quelli con genuflessione per intenderci. Insomma: quello che un turista assennato riesce a fare grosso modo in un’ora e tre quarti.

(continua)

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