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  28.12.2008 | 20:47
andrea ferretti – il sorriso maldestro...
 
 

Squillò il cellulare.
Era il Ferro.
Gli chiesi come andava, se c’erano novità.
“Ho scritto un romanzo”, rispose.
Un romanzo? Rimasi perplesso. Cioè, ero felice per lui, beninteso. Felicissimo. Ma mi rimaneva un dubbio di fondo. Voglio dire: il Ferro lo conosco da tanti anni e in questo tempo l’ho visto mettere insieme una bella casa grande, un splendida moglie, due bimbe altrettanto splendide, tre lauree, un lavoro impegnativo e, a tempo perso, si occupa di teatro recitando in una compagnia locale. Con tutte queste cose in ballo, pensavo, il romanzo non sarà mica venuto un gran che. L’avrà scritto un pochino di fretta, pensavo.
Lo lessi.
Mi sbagliavo. Il romanzo mi piacque tantissimo. L’idea era originale e sviluppata con grande padronanza. Impossibile scollare il naso dal libro fino alla fine. Un finale superlativo.
Una storia divertente, delicata, naïf, romantica, scritta in punta di penna con talento e sensibilità.
Quando mi chiese di fargli da relatore per la presentazione a Parma, accettai immediatamente.
Libreria Centro Torri, inizio novembre. C’era un pubblico tutto sommato nutrito per eventi del genere. Diciamo almeno trenta persone. In mezzo a loro c’erano tanti nostri amici.
Ero nervoso.
Esordii il mio discorso più o meno con le stesse parole con cui ho cominciato questo articolo. In maggioranza, il pubblico conosceva bene il Ferro. Sorrise e annuì. Avevo rotto il ghiaccio, diciamo. Da lì in poi, la nostra performance decollò.
Niente autoincensazioni sullo stile narrativo né dotte dissertazioni su modelli e riferimenti. Al contrario, s’è cercato di fare in modo che il nostro piccolo pubblico ‘assaggiasse’ il libro nel modo in cui si degusta un buon vino. Guardare il colore, leggere l’etichetta, farlo roteare nel bicchiere, sorseggiarlo, rigirarselo in bocca così da intenderne tutti i sapori più nascosti.
Senza paroloni, senza puzza sotto il naso.
Senza fretta.
Quasi tutti sono andati a casa con una copia del libro.
Solo gli amici?
Beh, potete immaginare che piacere è stato per noi scoprire questo post nella rete [link].

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“Ho pensato di lasciare l’ospedale e di aprire uno studio mio. Uno studio medico, s’intende”.
Senza sollevare il capo, reclinato su un succulento piatto di spaghetti, Alfredo alzò gli occhi, mi guardò stupefatto e mi rispose: “Mei memimemme?”.
Alfredo parlava spesso con la bocca piena, ma non perché fosse maleducato, anzi, era sempre stato un gentiluomo, con la mania delle buone maniere, a volte anche in modo esagerato. Però quando doveva dire una cosa, Alfredo, e magari gli sembrava una cosa intelligente, o una battuta divertente, o un commento indispensabile, non riusciva mai a trattenersi. Lo capivi subito, se lo conoscevi, che avrebbe parlato con la bocca piena, perché appena gli veniva in mente qualcosa da dire strabuzzava gli occhi, masticava più velocemente e ingoiava, ingoiava, ingoiava che sembrava si affogasse. L’intenzione c’era, voleva parlare una volta terminato il boccone, ma non ce la faceva, e allora iniziava a parlare ancora masticando. Faceva piuttosto schifo, soprattutto quando rideva, mentre parlava, e tante volte sputacchiava e ti macchiava la camicia di sugo e di pesto. E tu magari non te ne accorgevi e ti trovavi a una riunione con una macchia di pesto sulla cravatta e non capivi perché, visto che avevi mangiato l’insalatona. Dopo però ti veniva in mente che Alfredo aveva mangiato il pesto, allora smadonnavi in religioso silenzio e spostavi un po’ la cravatta, che almeno la macchia non si vedesse, perché avevi un bel da spiegarlo, agli altri, che era stato Alfredo.
Tante volte, poi, si sforzava per niente, perché alla fine la sua bocca era talmente impastata che non si capiva una parola. Io lo capivo sempre, perché ero abituato, e lo capii anche quella volta. Mi aveva detto: “Sei deficiente?”.

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  11.12.2008 | 15:10
berlino, 30/4/2006 4:00 am
 
 

nel centro di bologna, sostiene qualcuno, non si perde neanche un bambino. le cose son ben diverse per un adulto alle prese con la periferia di berlino.

verso la fine della mia breve vacanza in quell'affascinante città mi beccai il consueto accidente e mi vidi costretto a starmene nel letto per un’intera giornata, febbricitante, a stilare una classifica delle cinque madonne più tonanti in lingua teutonica. al quinto posto, ricordo, c'era 'dio chitarrista dei kraftwerk'. le altre quattro, perdonatemi, non mi sento di riportarle qui.
sul comodino, a portata di mano, un certo numero di sostanze psicotrope per sconfiggere la noia. nella fattispecie: un cartone di berliner a temperatura ambiente (equivalente in tutto e per tutto a piscio gassato), un portatile che suonava in autorepeat ‘on the beach’ di neil young, un quadernetto per gli appunti. trascorsi l’intera giornata a scriverci dentro, oltre alle madonne, un mini-diario personale, sbattendo assieme ricordi sbiaditi e vividi deliri da febbre in una maionese impazzita di parole.
da quel diario trassi, mesi dopo, ‘pro fumo’, il racconto di cui parlavo qualche post addietro e, poche settimane avanti, un articolo per tapirelax intitolato ‘berlino, 30/4/2006 4:00 am’. le due storie furono pubblicate quasi contemporaneamente, quella su ‘la luna di traverso’ e questa su ‘cyclette’ (oh, non vi ho mai parlato di ‘cyclette’?).
l’illustrazione – davvero magistrale – che accompagna la storia nel libro è opera di un autentico genio del male, che spennacchiotto in confronto gli fa ’na pippa. chiamatelo pure andrea gualandri, chiamatelo guallarmé, chiamatelo se volete ‘fottuto storpio di merda sempre in mezzo ai maroni’, si girerà comunque.

qui sotto, la storia nel suo edit finale per ‘cyclette’ e, sopra, l’illustrazione di gualandri.

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Sono nuovamente in strada. Ho lasciato la cartina a Mario pertanto dovrò fare affidamento esclusivamente sulla mia creatività. Là in fondo c’è una U-bahnof. Bene. Salgo. Aspetto. Il treno arriva pochi minuti più tardi. Alla stazione di Eberswalderstrasse scendo per la coincidenza. Ma la U2 non passa. Lavori in corso. Già: lavori in corso alle quattro del mattino di domenica trenta aprile. I tedeschi! Scendo in strada pensieroso sul da farsi. Sono stanco, ho sonno. E sono pure febbricitante. Escludo di farmi un chilometro e mezzo a piedi, e anche di prendere un taxi per farmi portare cento numeri civici più in là. Attraverso la strada e mi siedo ad aspettare un autobus, sì, questa mi pare proprio un’ottima idea. La faccia affondata nei palmi, le ciglia corrucciate e pensose, la fronte aggrottata per il freddo: con quell’espressione, la giacca di velluto marrone, la maglietta nera, gli occhiali e i jeans sporchi di tutta Berlino somiglio a un esistenzialista in ferie.
“Aghswaldenshörrenhüberwalzenkopffershtaub?”
“Eeeh?”
Una ragazza in piedi giusto di fronte a me indica qualcosa alla mia destra.
Ruoto la testa: a un centimetro dal mio piede una melmosa pozzanghera rosa scuro dentro cui galleggiano solidi brandelli bruni, e qualcuno chiaro. La superficie ondulata, frustata dal vento, riflette le opalescenti luci del locale gay al di là della strada. Sembra proprio che qualcuno m’abbia appena tritato di fianco un intero succulento Barbapapà.
“Agh-swal-den-shörr-en-hü-ber-wal-zen-kopf-fer-shta-ub?” ripete pazientemente la ragazza, sillabando.
Mi giro verso di lei. Occhi chiari, capelli biondi, pelle bianca, gote rosse. La tipica crucca. Bassina, bei fianchi, due grosse tette. Venticinque/ventisette anni. Tra lo ‘scopabile’ e il ‘carino’, direi. Mi guarda e muove le labbra al rallentatore, come se mi fossi vomitato anche un po’ di cervello, oltre che la cena. Nel frattempo dondola avanti e indietro tenendo le braccia staccate dal busto per stabilizzare l’equilibrio precario. Ho il chiaro sentore che mi produrrà un bel Barbamamma sulle scarpe entro pochi secondi. E’ con due amici, i quali si guardano la scena a una manciata di metri. Ridacchiano e si palpeggiano con trasporto.
“No spreche deutsch. Speak english?” replico.
“Heavy drink or heavy food?” ribatte pronta, invero sorprendendomi. Ride. Cerco di spiegarle che non è roba mia: io sono appena arrivato. E che, qualunque cosa sia quella, io non ho mai ingurgitato né mai ingurgiterò niente di simile. Mai e poi mai.
Un rumore metallico lacera il silenzio. L’autobus giallo luminescente mastica la notte come una gigantesca dentiera sferragliante. Salgo. Sale anche lei. Salgono pure i due amici senza smettere di palpeggiarsi.
Heike, così si chiama la ragazza, continua a parlare in un inglese piuttosto impastato. Mi parla della DDR, della sua infanzia vissuta in una Berlino Est crudele e anacronistica. Mi parla di sé, del nuovo lavoro da parrucchiera che rende due lire ma chissà, un giorno… Le chiedo informazioni sui locali notturni dei paraggi. Mi snocciola una serie di nomi incomprensibili e comincia a sbracciarsi per indicarmeli tutti assieme. Unico risultato fare sballonzolare un po’ di più queste due belle tettone alle quali le mie pupille sono irrimediabilmente appiccicate ormai da alcune fermate.
Gli amici salutano e scendono. Dicono qualcosa in tedesco alla ragazza attraverso la porta. Risponde con un tono che suona di insulto scherzoso.
Chiedo a Heike dove abita, un po’ per fare conversazione, un po’ speranzoso che ricominci a sbracciarsi. Oltre Pankow, risponde, a quattro-cinque chilometri da qui. Pankow è ancora una brutta zona, dice, e non le piace tanto andare sola a quest’ora.
A pensarci bene io non ho poi così tanto da fare se non ritornarmene in camera e sentirmi per otto ore i rantoli e le scoregge di Mario.
“If you want… I can come with you”, dico.
Sgrana gli occhi e mi guarda dubbiosa. Sta caracollando persino seduta. L’autobus fa una curva. Heike mi frana letteralmente addosso. La afferro prontamente e la sorreggo un po’. Beh, dato che ci sono do anche una tastatina alle tette, per vedere come sono. Sode, piuttosto sode.
“Just bring you home and talk. Nothing more”, aggiungo.
Spiego poi che in quelle condizioni potrebbe anche perdersi in giro.
Heike pare non chiedersi come posso aiutarla a non perdersi dal momento che uno: non so dove abita e due: non sono mai stato a Pankow. A lei la spiegazione pare convincente e accetta.
Scendiamo. Prendiamo un altro autobus. Scendiamo di nuovo. Ne prendiamo un altro ancora. Quando comincio a pensare che questa abiti a Danzica invece che a Pankow balza in piedi e suona il campanello per scendere. Schizza fuori in strada e si gira a guardarmi. “Schnell, schnell!” dice.
Camminiamo alcuni minuti per la periferia della periferia di Berlino Est lungo grandi strade malamente asfaltate e marciapiedi sconnessi che sembrano scavi archeologici. I palazzi sono cubici, grigi, alti cinque piani e senza balconi. I vetri del primo piano sono in genere tutti rotti, oppure scritti o graffiati. I muri sono una schizofrenica successione di poster e graffiti di ogni tipo, tranne che osceni. Non un’anima per la strada. Non un locale aperto. Più precisamente: non un locale affatto. Heike svolta in una stradicciola e perde l’equilibrio di nuovo. Anche stavolta la afferro in tempo, circondando veloce la vita con un braccio. Riprendo a camminare senza lasciare la presa. Si appoggia a me, anche lei mi cinge la schiena. Incediamo così, in silenzio, per un’altra manciata di minuti, abbracciati come una coppietta di fidanzatini a solo pochi passi dalla scopatina della buonanotte.
“It’s here!” Heike si arresta, si libera della mia presa e cerca in tasca la chiave. Apre il portone.
“Goodnight and thank you”, mi bacia una guancia e fa un passo indietro. Mi guarda.
La guardo.
Non entra: è ferma sulla soglia, appoggiata allo stipite per non dare giù. Abbassa lo sguardo.
“Goodnight”, rispondo.
Alza di nuovo gli occhi. Sorride.
“Goodnight”, ripete. Rimane sempre ferma dov’è.
Ricambio il sorriso: “Goodnight and good luck”.
Giro i tacchi e mi incammino da dove sono venuto.
Sento chiudere la porta alle spalle, in cielo sento gracchiare una gazza. Mi guardo attorno: le case sembrano un’infinita sequenza di immense scatole di fiammiferi; gli alberi bruni e spogli paiono infernali zolfanelli. Guardandola bene la fetta di cielo che intravedo non è più nera nera: l’orizzonte ora è frastagliato di un blu molto scuro. Mi guardo dietro: una luce soltanto è accesa, al terzo piano della scatola n. 19847345. Sarà il bagno di Heike? Sarà corsa a vomitare? Sarà la cucina? Avrà pensato di farsi un paio di würstel? Che starà facendo, Heike, ora?
“Bah…” dico a voce alta. Infilo in tasca una mano, trovo una sigaretta e me la accendo. Accelero il passo.
“Bah, bah, bah…” continuo a ripetere a voce sempre più alta, inspirando ed espirando il fumo della sigaretta. Sì: sbuffo, cammino e rumoreggio proprio come una locomotiva a vapore in partenza. In partenza, bah, bah, per casa mia.
Gli edifici sfilano lenti, pigri e massicci. Heike sarà già a letto, che belle tette che aveva. Il cielo schiarisce pian piano, le gazze sembrano dirmi all’unisono qualcosa che non riesco ad afferrare. Mani in tasca, sigaretta in bocca, sto tornando a casa.
Mi arresto all’istante. Mi guardo attorno di nuovo.
Già, sto tornando a casa.
Ma prima vorrei tanto sapere dove cazzo mi trovo ora.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  01.12.2008 | 11:26
la prima messa di don carlo
 

raccontare le barzellette è una cosa che proprio non mi riesce di fare. sbaglio i tempi comici, mi scordo il finale, sovente mi metto a sghignazzare a metà. per quanto mi sforzi… niente. devo soltanto prenderne atto e ammettere la mia resa.
le barzellette, però, mi piacciono. le considero la forma più elementare di umorismo, la più immediata e, conseguentemente, di maggiore presa. come la torta in faccia, o pestare una merda.
ti fa ridere anche se non vuoi. soprattutto se non vuoi.
‘la prima messa di don carlo’ non è propriamente una barzelletta ma una mini-storia. la ricevetti via mail alcuni anni fa. da allora, ogni volta che la rileggo, rido fino alle lacrime. vorrei tanto averla pensata io, ma purtroppo non è così. io mi sono limitato a riscriverla in una forma che mi aggradasse.

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Quella sera, se ce ne fossero stati, i fedeli in preghiera avrebbero udito un rumore nervoso di passi echeggiare all’interno della piccola chiesa di Pontenovo. Don Carlo, il nuovo parroco, camminava solitario su e giù per la navata, deciso nel passo ma non sul da farsi.
Alla fine si risolvette a chiedere consiglio al saggio don Dionigi.
L’anziano vescovo sospirò e battè sulla spalla del giovane: “Figliolo caro, non immagini quanto mi ricordi me stesso quarant’anni fa! Ricordo il giorno della mia prima messa come se fosse oggi stesso. Ero nervosissimo. Allora la mia fede era tanta, e la mia determinazione persino di più. Ma né l’una né l’altra poterono sedare la mia agitazione. Mi sentivo vicino a Dio come mai lo ero stato nella mia (allora) breve vita, ma sembrava che neppure lui potesse fare alcunché per farmi passare la tremarella. Mi venne in mente quel vecchio adagio: ‘aiutati che il ciel t’aiuta’. Un poco pagano, forse, ma sicuramente veridico. Bene, è ciò che feci: mi aiutai. Misi di nascosto due gocce di vodka nell’acqua benedetta…”
Gli strizzò l’occhio.
“Ma don Dionigi… io, ecco… l’alcol è… è peccato, e io sarei astemio”.
“Figliolo, due gocce non ti faranno certo finire all’inferno, dammi retta”.
Il giovane prete ringraziò e si ritirò in canonica. Il giorno successivo seguì il consiglio del vescovo.
Funzionò. Don Carlo si sentiva così intrepido che avrebbe potuto fare la predica in mezzo a mille guerrieri saraceni.
Venuta la sera, Don Carlo fece ritorno in canonica orgogliosissimo di sé. Sul tavolo c’era una lettera di don Dionigi. La aprì. Diceva:

“Caro don Carlo
sono molto felice di constatare che hai seguito il mio consiglio, ma, in relazione alla messa che hai celebrato quest’oggi, sono costretto a farti qualche piccolo appunto.
Innanzitutto io ti avevo detto ‘due gocce di vodka nell’acqua’ e non ‘due gocce d’acqua nella vodka’. E chi ha mai parlato di ‘offrire un secondo giro a tutti’? E soprattutto, cosa ti è venuto in mente di mettere limone e zucchero sul bordo del calice?
Inoltre:
- ci sono 10 comandamenti e non 12;
- ci sono 12 apostoli e non 10;
- non ci si riferisce a Gesù Cristo e ai suoi discepoli come ‘GC and the band’;
- non ci si riferisce a Giuda come ‘quel figlio di puttana’;
- il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono ‘il Vecchio, Junior e Colombo’;
- Berlusconi non è il Santo Padre;
- quella ‘casetta di legno tanto carina’ era il confessionale e non la toilette;
- le ostie vanno distribuite ai fedeli per la comunione e non servite come aperitivo;
- se decidi di non indossare mutande sotto la tonaca, fai pure, ma in tal caso, per favore, evita di rinfrescarsi tirando su il vestito;
- l’idea di chiamare il pubblico a battere le mani è stata lodevole, ma ballare la macarena e fare il trenino tra i banchi mi è parso un po’ esagerato;
- la messa deve durare circa un’ora e non due tempi da 45 minuti;
- quando muoiono, i peccatori finiscono all’inferno e non ‘a farsi fottere’;
- quello nella croce era Gesù Cristo e non ‘il Che’;
infine, ti faccio presente che quella ‘vecchia checca in gonna rossa’ che avevi seduto di fianco… ero io!
Un saluto cordiale
Don Dionigi”

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento