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  28.08.2008 | 10:12
vacamadona
 
 

fatto lo zaino, comprato i biglietti, prenotato l'ostello. tutto a posto insomma. ora ho solo voglia di farmi una doccia e sbattermi a letto.
occcazzarola, le sigarette!
devo ancora comperare le sigarette per il viaggio...

la foto proviene dal bellissimo blog 'umarells' (qui); buttateci un occhio.

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Intravedo l’insegna del ‘24 ore’. Tiro un frenone e accosto sgommando. Scendo. Davanti a me, a cavallo di una Graziella molto più simile a un mucchio di tubi che a un velocipede, un tizio di mezz’età in canottiera e ciabatte, le guance rubizze, la pinguedine di tutt’una vita di dedizione alla birra, sulla testa una manciata di ricci radi come lapidi dentro un cimitero, della stessa sinistra colorazione merdadipiccione.
Una di quelle persone che commentano tutto quello che fanno, presente?
Scende dalla bicicletta, poggia una mano sui lombi: “L’a m’lèsa stèr brisa c’la schina d’merda, vacamadóna”.
Ha in mano un triangolino di carta unto e stropicciato quanto una pagina di giornale con dentro un culatello. Sono cinque euro. “M’i a dé al p’chèr ierdlà, vacamadóna”. Li infila nella fessura. Pochi istanti e la macchinetta, naturalmente, li sputa. “Co’ gh’ani che vàn mia bén, vacamadóna” e sferra un calcione alla macchinetta. “Adésa t’vèd che t’ia ciàp, vacamadóna”. Infila nuovamente la banconota. Stesso risultato. “Vacamadóna”. Infila la mano in tasca per cercare degli spiccioli. “E guardi sa g’ho dal monédi, vacamadóna”. Li trova. “I’ én chi, vacamadóna”. Li infila nella macchinetta, uno per uno. “Von, du tri e quater, vacamadóna”.
Schiaccia maldestramente il bottone delle Marlboro rosse. “Chi bagai chi a son pù picén dal me dii, vacamadóna”. Si allunga verso la fessura per afferrare il pacchetto ma il salvagente di adipe fa da spessore. “E fèrla pù in élta, vacamadóna”. Inspira profondamente. Scende dalla bici e si china nuovamente. “Pòvra pòvra la me schina, vacamadóna”. Infila la mano nella fessura, ma non trova il pacchetto. “Mo’ ’ndo él andè, vacamadóna”. Finalmente lo trova. “A l’o catè, vacamadóna”.
Sempre dettagliando, si risiede sulla bicicletta, apre il pacchetto, getta in terra la stagnola, afferra una sigaretta coi denti, gli cade, scende dalla bici a raccattarla, la infila i bocca arrovescio, la gira, infila la mano in tasca alla ricerca dell’accendino.
Si arresta.
Si guarda intorno spaesato. Ci siamo soltanto io, un rave di zanzare attorno al lampione e qualche chilometro cubo di umidità.
“Gh’et da pièr?”, chiede.
“T’al po’ dir, vacamadóna”, e gli allungo l’accendino.
Sorride a labbra strette per non far cadere la sigaretta. La accende e mi restituisce l’accendino. Soffia fuori una densa nuvola di fumo. Mi appoggia una pacca sulla spalla. “Adésa e stàg mèi”, dice. Sale in sella e faticosamente riparte. Qualche metro e si gira verso di me. “CHE CHÈLD, VACAMADÓNA”, sbraita, e mi fa l’occhiolino.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  04.08.2008 | 09:44
tom robbins - le anatre selvatiche volano...
 
 

tom robbins appartiene senz’ombra di dubbio a quella (nutrita?) schiera di narratori che scrivono in primo luogo per la pecunia e, immediatamente a ruota, per dimostrare a se stessi quanto sono bravi e fichi e tostissimi. pardon, per dimostrare al foltissimo pubblico adorante quanto sono b.f.t.: loro, di se stessi, sono piucchecertissimi. non è così per quel blobboso yogurt di carne da imbarattolare e etichettare che prende il nome di foltissimo pubblico adorante, in costante necessità di confermare a se medesimo quanto tom robbins sia b.f.t..
occhei, questo non è un romanzo ma bensì un cumulo di ritagli di giornale, aforismi, poesie (poesie?) e financo pensierini scritti sul retro del conto del risorante superficotostissimo nell’attesa che quella zoccoletta finisca di incipriarsi il grazioso nasino nel cesso nero-marmoreo in cui è rinchiusa da ormai venti tostissimi minuti. e, gioite, imberbi lattobacilli, persino un paio di filastrocche ideate dal nostro per intrattenere il figlioletto e convincerlo una buona volta a ingurgitare la pappa. pensate forse che stia scherzando? in appendice, ma ahimè soltanto nell’edizione americana, una tostissima strisciata di carta da culo di tom robbins stesso – badate bene – in odorama.
in uno dei numerosi tributi presenti nel libro egli dice di thomas pynchon: ‘anche i suoi verbi, i suoi avverbi, i suoi aggettivi sono affascinanti, ma pynchon è davvero inarrivabile  quando rovista in un vasto bidone di linguaggio in turbolanza e, chissà come, estrae un sostantivo fresco e inatteso, eppure perfettamente appropriato’. una frase costruita in maniera eccellente. anche tu, tom, tranquillo. anche tu scegli per noi dei tostissimi sostantivi, da quello scrittore b.f.t. che da sempre sei. ti vogliamo bene. ma ora che finalmente stringi in mano il supersostantivoipertostissimo, che ne diresti una volta tanto di trovare una straccio di storia da metterci dietro?
eppure, in certune situazioni narrative la prosa di robbins sembra essere esattamente quel che ci voleva. in uno dei suoi resoconti robbins convince la fidanzata a seguirlo in un avventuroso viaggio da qualche parte in africa. l’estratto qui sotto – esilarante, secondo me – rappresenta un chiaro esempio di prosa robbinsiana: alla povertà descrittiva della prima parte fa contro – bang – una inattesa, efficacissima esplosione di tostissima comicità.

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Frattanto, il sole è scivolato sotto l’orizzonte frangiato di palme e la temperatura cala talmente in fretta che pensate che sia precipitata da una rupe. Si fa sempre più tardi, sempre più buio, sempre più freddo, sempre più solitario e la via è sempre più tortuosa, i banchi di papiri sono sempre più fitti e la vostra ragazza ha una voglia così atroce di fare pipì che deve mordere la tracolla della macchina fotografica per non gridare.
D’altro canto, le stelle che appaiono sono sfolgoranti, le voci degli uccelli cristalline, il cra-cra delle rane ipnotico, e la situazione non è poi così orrenda, visto e considerato quanto sembrate persi.
Poi andate a sbattere contro IL MURO DI MOSCERINI!
Lo definite muro anziché nube perché solitamente le nubi non rifilano frustate. Ora invece si parla della forza di miliardi di minuscoli moscerini per metro cubo, guancia di moscerino contro mento di moscerino, e voi state inghiottendo moscerini e inalando moscerini mentre davanti agli occhi accecati dai moscerini vi danza il titolone del ‘National enquirer’. COPPIA ANNEGATA IN TSUNAMI DI MOSCERINI. Nel buco che scavate, un metro dopo l’altro, dentro il MURO VIVENTE!, di certo vi trovate a un pelo di moscerino dall’asfissia, finché a un tratto quel muro non si sgretola senza un perché, come si era materializzato, e adocchiate da lungi un palpitio di luce di apparente origine umana.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento