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  26.05.2008 | 10:27
james g. ballard - il condominio
 
 

un elegante grattacielo di quaranta piani con negozi, piscine, asili, bar e ristoranti diventa il naturale scenario per l’ultima delle rivoluzioni borghesi: quella contro se stessi. epigoni rampanti di una borghesia in espansione, sicuri di sé, ricchi, affascinanti, i duemila inquilini del condominio si ribellano – a vari livelli – ai costumi imposti dalle loro stesse consuetudini fino alle estreme conseguenze, alla ricerca di una violenza istintiva, necessaria, vitale.

nella recente tetralogia formata da ‘cocaine nights’, ‘super-cannes’, ‘millennium people’ e ‘regno a venire’, ballard investiga – con pachidermica lentezza – questa tematica fino a lacerarne ogni paradosso giungendo – spesso – a conclusioni tanto semplici quanto radicali. partendo dal primo e più ‘convenzionale’, cioè ‘cocaine nights’ – convenzionale nella sua struttura di romanzo-con-indagine-sul crimine – ballard dimostra, nei tre romanzi successivi, un’attenzione crescente nei confronti del movente a discapito del crimine medesimo. al punto che in ‘millennium people’, il ‘crimine’ – l’omicidio iniziale (accidentale?) – altro non è che un mero pretesto narrativo per presentare il protagonista e catapultarlo all’interno della scena (qui come altrove sempre una sorta di ‘forestiero nel villaggio dei dannati’).
la borghesia stanca che attraversa i quattro romanzi, anestetizzata dagli schermi televisivi, dai campi da tennis, dai successi professionali, è una borghesia malata, fatiscente ma – eccoci pervenuti a una delle più sconcertanti conclusioni del nostro – al contempo immagine sempre più nitida e vitale della società occidentale di fine millennio. mi spiego: se le perversioni nella mega-villa di ‘cocaine nights’ possono essere visti come i giochetti pesanti di un piccolo manipolo di ricconi annoiati e/o sovraeccitati, così non può essere per le violenze notturne operate dalla comunità alto-borghese del centro residenziale ‘super-cannes’, né della middle-class di ‘millennium people’ né tantomeno della piccola borghesia dei quartieri popolari lungo la m25 di ‘regno a venire’. come dire: guardatevi alle spalle, miei cari, il virus si diffonde – e in fretta. In questo senso, forse più che in altri, ballard scrive ancora fantascienza: nel raccontarci asetticamente ciò che accadrà lunedì prossimo, con la precisione chirurgica di un telegiornale per qualche inspiegabile ragione ricevuto prima ancora di essere trasmesso.

di questa tetralogia, che ballard scrive in circa un decennio, ‘il condominio’ [online qui] – antecedente di 20 anni – è il padre putativo. più estremo (al confine con – anzi, oltre – l’horror) nello sviluppo ma più misurato (forse superficiale?) nell’analisi sociologica, costituisce probabilmente l’approccio più immediato a quest’ultima grande tematica ballardiana.
il primo da leggere, insomma, e il più appagante (anche voi farete le tre perché non riuscite a appoggiare il maledetto libro e dormire). e, datemi retta, una volta divorato il romanzo, se avete ancora un occhio aperto, rileggetevi la prima pagina. ne vale davvero la pena!

a tratti la prosa ballardiana ricorda lo stile monolitico dell’ultimo orwell. ma a differenza di quest’ultimo, il nostro talvolta si diverte a confondere il lettore. come nell’estratto qui sotto.

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Ma quello che faceva arrabbiare Wilder, della vita nel suo condominio, era il modo in cui un insieme apparentemente omogeneo di professionisti ad alto reddito si era strutturato in tre campi disuniti e ostili. Le vecchie suddivisioni sociali, basate su potere, capitale ed egoismo, si erano riaffermate anche lì come in qualsiasi altro posto.
Di fatto, il grattacielo si era già diviso nei tre gruppi sociali classici, la classe inferiore, la classe media, la classe superiore. Il centro commerciale del decimo piano costituiva un chiaro confine fra i nove piani più bassi, con il loro proletariato di tecnici cinematografici, hostess e gente simile, e il settore mediano del grattacielo, che andava dal decimo piano alla piscina e alla terrazza-ristorante del trentacinquesimo. I due terzi centrali del condominio formavano la sua borghesia, costituita da membri delle professioni, egocentrici ma sostanzialmente docili: medici e avvocati, contabili e fiscalisti che lavoravano non per conto proprio ma per istituzioni sanitarie e grandi società. Puritani in grado di disciplinarsi da sé, avevano l’alto grado di coesione di coloro che desiderano ardentemente piazzarsi secondi.
Sopra di loro, ai cinque ultimi piani del grattacileo, c’era la classe superiore, la prudente oligarchia di piccoli magnati e imprenditori, attrici televisive e accademici arrivisti, con i loro ascensori ad alta velocità e servizi di qualità superiore, con la passatoia sulle scale. Erano loro che stabilivano il ritmo dell’edificio. Erano i loro reclami a venire accolti per primi ed erano sempre loro che, sottilmente, dominavano la vita del grattacielo: stabilivano quando i bambini potevano usare le piscine e il giardino pensile: fissavano il menù del ristorante e i conti salati che tenevano lontani quasi tutti tranne loro. Ma, soprattutto, erano loro a gestire il delicato rapporto di patronato che teneva in riga il livello medio, con la carota perennemente penzolante dell’amicizia e dell’approvazione.

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento

  13.05.2008 | 09:28
autointernet
 
 

quest’oggi apro google e chissà per quale misteriosa ragione digito ‘berlusconi’. risultato: 13 milioni di pagine. praticamente una per ogni elettore.
‘prodi’? soltanto 12,4 milioni di pagine. buffo vero?
e poi: ‘veltroni’ (meno di 3 milioni), ‘bossi’ (3 milioni e mezzo), ‘di pietro’ (3 milioni e mezzo), ‘napolitano’ (5 milioni e mezzo), ‘casini’ solo 3 milioni (ma ‘casino’ ben 201 milioni).

di conseguenza, mi metto in testa di scoprire qual è la parola più comune sul web.

proviamo a guardare più in là: ‘putin’, per esempio, 100 milioni (ma ‘figlio di putin’ solo 120 mila); ‘wojtyla’ soltanto 2 milioni (ma 42 milioni come ‘john paul’ e 297 come ‘wojtylaccio’); ‘clinton’ 133 milioni (570 mila ‘clinton blow job’); gandhi 19 milioni; ‘hitler’ 38 milioni; ‘mussolini’ solo 6; ‘stalin’ 13 milioni; infine ‘churchill’ batte ‘roosevelt’ al fotofinish: 28,5 milioni a 28 milioni.
‘bush’ sembra piazzarsi primo coi suoi 251 milioni di pagine, di cui però soltanto 26,5 milioni ‘george bush’ e addirittura giù a 8,5 milioni con ‘george w. bush’.
e il capo là in alto? vediamo: eh, beh... ‘god’ totalizza i suoi fottuti 513 milioni.
che sia questa la parola più comune sul web? dio? proprio lui?

attori famosi? ‘sylvester stallone’ 6 milioni, come ‘al pacino’ e ‘robert de niro’; ‘brad pitt’ 21 milioni; ‘johnny depp’ 22 milioni; ‘tom cruise’ primo con 25 milioni. ‘pamela anderson’ prima tra le attrici: 24 milioni, come ‘bill gates’. bah. briciole, patatine.

provo a generalizzare di più: ‘tutto’ 157 milioni, ‘niente’ 34 milioni; ‘mamma’ 36 milioni, ‘papà’ 97 milioni (ma google non vede l’accento e ci mette dentro anche il santo padre); ‘vita’ 120 milioni, ‘morte’ 43 milioni; ‘sesso’ 26 milioni, ‘amore’ più del doppio: 55 milioni.
ah, ma forse dovrei... certo, che stupido, da quando in qua internet parla italiano?
infatti, guarda qua: ‘sex’ 751 milioni, ‘microsoft’ 767 milioni, ‘sell’ 774 milioni, ‘usa’ 1 miliardo e 250 milioni, ‘buy’ 1 miliardo e 750 milioni, ‘love’ 1 miliardo  e 840 milioni, ‘life’ addirittura 1 miliardo e 850 milioni!

di più, di più: ‘one’ 4 miliardi di pagine, di cui la prima è il video dell'omonimo pezzo dei metallica e la seconda il testo di ‘one’ degli u2. ‘be’ 5,6 miliardi.
e se andassi oltre? vediamo un po’...
‘i’: 9 miliardi di pagine. ‘a’ – caspita – oltre 16 miliardi di pagine!
‘s’, prima delle consonanti, 7 miliardi, come ‘e’.
più di così...
ma, un momento, mi sa che sto uscendo dal seminato. come succede sovente nei giochi dei bambini. sto barando. d’accordo: ‘i’ significa ‘io’, ma possiamo davvero considerarla una parola? e le altre lettere dell’alfabeto? sono parole, quelle?

rileggo quello che ho scritto finora. non ci trovo nulla di sensato. penso che cestinerò tutto. ma, aspetta... ‘microsoft’ 767 milioni??? così tanto? più di ‘sex’? non ci credo. ora riprovo.
cazzarola, sì. ma allora... vediamo un po’...
‘windows’ 1,2 miliardi.
‘internet’ 2,3 miliardi.
‘google’? qualcuno s’è mai preso la briga di digitare ‘google’ dentro google? 2,2 miliardi di pagine. bah, pensavo sinceramente di più.
ma ‘web’ 4 miliardi, ‘site’ 4,5 miliardi, ‘http’ 5,8 miliardi!
‘com’ 21 miliardi!
rullo di tamburi: vince ‘www’ 24,5 miliardi di pagine!!!
24,5 miliardi di pagine (e, pensate, ‘w’ soltanto 3,6 miliardi). cristo santo.

pensavo che internet, con tutti i suoi infiniti difetti, fosse una piazza libera di libere menti. pensavo fosse un luogo di informazione e di scambio nella sua più ampia accezione. vita, sesso, politica, spam, amore, morte, siti porno. consideravo internet una pietra miliare, un punto di arrivo, una grande conquista dell’umanità.
sì, certo, internet è anche questo, come no. e molto, molto altro.
ma, soprattutto, internet è un pachidermico cervello autoreferenziale composto da qualche sbirillione di neuroni ipertestuali, un’entità suprema, occupata principalmente a pensare se stessa pensante, a defecare un ignoto universo virtuale non so da quale inconcepibile creatura percepito.
chiudo la finestra di google angosciato. mi sento in pericolo.

Autore: ufj | Commenti 6 | Scrivi un commento

  05.05.2008 | 11:55
pro fumo
 
 

credo si possa affermare senza tema di smentite che 'la luna di traverso' è la miglior rivista letteraria della nostra città (in contraddizione, forse, col fatto che mi hanno pubblicato non uno ma addirittura due racconti...).
'la luna di traverso' è anche la prima rivista letteraria della nostra città.
e l'unica.
quando uscì il bando di 'profumo', circa un anno fa, decisi che avrei partecipato.
non avevo mai mandato niente di mio in giro: sentivo la necessità di confrontarmi con qualcuno.
'profumo', pensai, è un tema piuttosto evocativo. il profumo di qualcosa di speciale: una persona, un luogo, un istante; un tema legato prevalentemente alla memoria. evocativo e anche difficile, o perlomeno poco adatto al mio modo di scrivere. decisi di provarci ugualmente. la storia che ne risultò raccontava un incontro, sì, un ricordo. ma l'elemento olfattivo era reale, persistente e... piuttosto scomodo.
faticai parecchio a darle una forma che mi soddisfacesse: la riscrissi e taglia-e-cucii numerose volte prima di pervenire a qualcosa di leggibile. al termine del lavoro le perplessità erano ancora tutte lì. la inviai ugualmente, convinto che sarebbe stata scartata.
non fu così: la storia piacque e fu pubblicata. nel mio piccolo si trattò di una iniezione di fiducia di notevole entità. ne approfitto per esprimere, da qui, la mia gratitudine a 'la luna di traverso' e a tutta la sua redazione.
e in bocca al lupo per la vostra generosa ed encomiabile dedizione.

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A Berlino raramente la primavera giunge puntuale.
Seduto in balcone contemplo distratto le persone rincorrersi nella piazza sottostante: il portamento eretto ed indaffarato, lo sguardo vacuo eppure minaccioso, cinematica metafora dei fradici nuvoloni che si addensano nel cielo livido. Mi accendo una sigaretta.
A 17 anni dalla riunificazione, di Berlino Est non esiste quasi più traccia. Attorno alla piazza negozi di souvenir, centri commerciali, uffici dappertutto e un noleggio bici. E poi polvere, calcinacci, recinzioni, operai, rumore di trapani, una sensazione olfattiva acre, di cantiere, miscelata con l’inconfondibile odore elettrostatico della pioggia.
Suona il campanello. Rientro in casa ed armeggio un po’ col citofono ma… niente: sono qui da tre giorni e ancora non riesco ad aprire. Scendo le scale. Con la mano destra m’ispeziono i gioielli, con l’altra mi massaggio la nuca. Ho un maremoto nella pancia: devo andare a cagare al più presto. Apro il portone: davanti a me una giovane ragazza. È Sylvia, la precedente inquilina. Sorride e mi tende la mano. Allungo la mia, augurandomi non si accorga di dove stava fino a pochi secondi fa. Vorrebbe entrare a prendere un po’ di roba sua, dice. «Of course… you are welcome», e mi sposto per farla entrare.
Sylvia gironzola per la casa scansando ogni mio tentativo di attaccare bottone. Rinuncio: mi siedo in tinello e m’accontento di guardarla andare e venire. Ad ogni passaggio mi intriga sempre di più.
Ha impilato un po’ di cose davanti alla porta. «Done… I can go», dice infine. Dopodiché, inaspettatamente, mi si siede di fronte e attacca a chiacchierare.
«Do you smoke?». Le porgo il pacchetto. Mi spiega che sì, fuma, ma ora che è incinta…
Incinta? Con quel corpo lì, saresti incinta?
Non ho il tempo di pentirmi per la mia insolenza. Sylvia si alza dalla poltrona e mi passeggia davanti civettuola. Solleva la maglietta e mi mostra la pancia. L’ombelico riluce di un microscopico brillante incastonato a mo’ di piercing. Mi afferra una mano e se la appoggia addosso. Davvero non si vede?, dice sfregandola su e giù.
Le rispondo che, secondo me, lei è talmente carina che non si noterebbe neanche se avesse una pancia da ottavo mese con dentro tre gemelli.
«Ha haa he hehe, thank you, thanks, you are a gentleman!»
Molla la mano, mi bacia una guancia e scheggia fuori in pochi secondi. Le corro dietro: ha le mani impegnate, pertanto le tengo aperto il portone di ingresso. Esce, si gira: «Byyyeeeee!» e mi manda un bacio nell’aria schioccando le labbra.
Sorrido. Solo quando la sua auto svolta sulla strada principale mi rendo conto di essere ancora lì impalato a carezzare la pioggia con la mano.
Salgo in casa e corro finalmente a cagare. Ripenso a Sylvia, pervaso da una impalpabile sensazione di appagamento. Non mi sono sovvenuti i soliti quattro pensieri sconci, non me la sono spogliata con gli occhi come faccio ogni volta che… beh, un po’ il culo gliel’ho guardato, lo ammetto, ma vi garantisco che l’avrebbe sbirciato persino Ray Charles, quel culetto. No, stavolta è stato diverso. Ho inalato per pochi minuti la bellezza, la spontaneità, la freschezza di questa giovane sconosciuta interiorizzandone il contrasto con l’ariaccia malsana e stantia che soffia dalla mia anima verso fuori, questo vento di sentimenti marci e corrotti che sembra spirare direttamente dalla burella dell’inferno.
Beh, tanto non la rivedrò mai più, Sylvia. Pazienza. Però, Cristo santo, ma cosa diavolo c’era nella cena di ieri sera? Qua dentro c’è un odore di carogna che mi sembra di essere seduto nell’esatto centro di un universo di merda…
Driiiiiin, ancora il campanello. «Un momento!», strillo.
Mi pulisco il culo di fretta, tiro l’acqua e balzo fuori dal bagno. Apro la porta. È Sylvia.
Faccio un passo verso di lei, cingo l’esile vita con un braccio, appoggio le labbra alle sue e ci abbandoniamo in un lungo bacio appassionato. La prendo per mano, chiudo la porta con un calcio, la conduco in camera e faccio sesso con lei tutto il pomeriggio.
«I forgot one thing, sorry».
Riavvolgo il film e la faccio rientrare. Si dirige in cucina e mi chiama. Mi spiega una cosa sulla pressione dell’acqua della caldaia. Devo fare qualcosa?, chiedo. No, no, sa cavarsela da sola. Voleva solo spiegarmi per la prossima volta.
Si dirige verso il bagno. C’è un po’ di… odore, mi sento in dovere di commentare.
«Oh, I don’t care», e si mette in piedi sulla tazza, traballando. Comincia a trafficare coi rubinetti.
Qualche minuto. «Mission accomplished», dice. Si puntella sulla mia spalla e salta giù.
Mi sorride: «Alberto», aggiunge, «what the fuck did you eat yesterday?», e mi sfila lesta di fianco. La seguo fuori, indeciso se rispondere alla domanda.

La sagoma scura di Sylvia avvolta nel tenue fruscio della pioggia si confonde tra le auto parcheggiate. Esce così dalla mia vita, questa volta per sempre. La primavera non arriverà ancora per qualche giorno, penso.
Chiudo la porta e corro di nuovo in bagno. Effettivamente, qua dentro c’è un odore che non si sta. Ho un’idea: estraggo un’altra sigaretta dal pacchetto e l’accendo. Dovrebbe mitigare un po’.
Lo sguardo vagola per la stanza: oggetti dappertutto, panni sporchi, peli, capelli, barattoli vuoti, pieni e a metà. Un fermacapelli di Sylvia. Il vetro della finestra è una favela di ragnatele. Il muro completamente coperto di scritte, disegni e graffiti di ogni genere.
L’aria satura di tabacco bruciato è più respirabile, ora. Gran cosa il fumo, penso, aspirando l’ultima fragrante boccata. Getto il mozzicone nella tazza. Per terra, incastrato tra il muro e il supporto del lavandino noto un pennarello. Ma che ci fa lì? Lo raccolgo e ci giocherello un po’. Poi comincio a scrivere una frase sul muro, ridacchiando.
Contemplo soddisfatto la scritta. Dice: ‘Meglio fumare in bagno che cagare in tabaccheria’.
Il primo atto della mia personale campagna pro fumo.

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento