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  18.02.2008 | 09:20
andrea camilleri - la mossa del cavallo
 
 

una giovane vedova bella e oltremodo devota, un prete strozzino e... naturalista, un integerrimo ispettore dei mulini di origine siciliana ma cresciuto a genova, costretto dagli eventi a riappropriarsi rocambolescamente della sua sicilianità in un gioco che si sviluppa su diversi piani narrativi (e pure linguistici). una terra popolata da una moltitudine di piccoli signorotti, burocrati, questurini, picciotti, ignavi mugnai dal capo perennemente chino. licenziare la mossa del cavallo come romanzo storico sarebbe riduttivo, e certamente fuorviante. perché la storia non è, qui, quella consueta successione meccanicistica di eventi all’interno della quale generalmente si animano i personaggi del romanzo storico classico; una quinta di lusso, insomma. ne la mossa del cavallo la storia è fatta dagli uomini, è gli uomini che la scrivono. non una, ma molteplici, infinite: una vorticosa girandola di contrapposte verità. ciò che la storia, quella con la s maiuscola, a ben guardare, effettivamente è.
qui sotto la scena dell’incontro tra il parroco del paese e la molto devota vedova tisìna. un po' lunghetto, ma davvero irresistibile.

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Padre Artemio Carnazza era un omo che stava a mezzo fra la quarantina e la cinquantina, rosciano, stacciùto, amava mangiari e bìviri. Con animo cristiano era sempre pronto a prestare dinaro ai bisognevoli e doppo, con animo pagano si faceva tornare narrè il doppio e macari il triplo di quello che aveva sborsato. Soprattutto, padre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi, delle picorelle, degli àrboli, delle albe e dei tramonti, anzi, di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva.
Quella che a lui lo faceva nascìri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Crìatore: ora nìvura come l’inca, ora rossa come il foco, ora bionda come la spica del frumento, ma sempre con sfumature di colore diverse, con l’erbuzza una volta alta che sontuosamente oscillava al soffio del suo fiato, un’altra volta corta corta come appena falciata, un’altra volta ancora fitta e intrecciata come un cespuglio spinoso e sarvaggio. Sempre si maravigliava quanno che ne vedeva una nova, perché nova novissima era veramente con tutto il suo particulare da scoprire, da percorrere centilimetro appresso centilimetro fino alla grotticella càvuda e ùmita dintra alla quale trasìre a lento a lento, adascio, che dopo era la grotticella istessa ad afferrarti stretto, a inserrarti le sue pareti intorno, a portarti fino al fondo più fondo in dove che stimpagna l’acqua di vita.
Donna Trisìna acchianò la scala di legno un piede leva e l’altro metti, attenta a non fare rumorata perché il legno, di gradino in gradino, aumentava di scrùscio, faceva come un lamento.
“Meglio accussì” le aveva spiegato il parrino “pirchì si qualchiduno mi viene a cercare, io lo sento che sta arrivando.”
Intanto che donna Trisìna acchianava, padre Carnazza si era levato la tonaca e sopra la maglia e le mutanne aveva la vistaglia che gli era stata rigalata da una delle sue parrocciane, di seta rossa e arriccamata d’oro che manco il vìscovo.
Visto che il parrino non stava nella càmmara di mangiare, donna Trisìna si accostò alla porta della càmmara di letto e taliò dintra, sporgendo appena la testa. Le persiane erano accostate, ma trapelava la luce di una giornata che avrebbe portato calura. Non vide a nisciuno manco lì. Si fece pirsuasa che patre Artemio era stato nicissitato a chiudersi nel càmmarino di còmmodo per dare soddisfazione a un bisogno naturale. Avanzò d’un passo. E il parrino, che stava riparato darrè la porta tenendo il respiro, niscì di colpo, l’abbrancò per di dietro, la spingì contro il letto, l’obbligò a mettersi affacciabocconi. Donna Trisìna rinscì a non fare voci per lo scanto che si era pigliata, ma quanno sentì la mano libera di padre Artemio (l’altra gliela teneva premuta sulla schiena per mantenerla ferma nella posizione) decisamente infilarsi sotto la gonna, la controgonna e la fodetta per calarle le mutanne, reagì gridando un “no!” secco come una scopettata. Il parrino parse non averla sentita, respirava accussì forte che pareva gli dovesse venire un sintòmo da un momento all’altro. Donna Trisìna capì che la posizione nella quale il parrino la teneva era assai perigliosa, isò un piede e sparò un càvucio all’urbigna. Pigliato in pieno nei cabasisi, padre Artemio lassò la presa e si piegò in due, la bocca spalancata a cercare aria.
Trisìna ne approfittò per susìrisi dal letto e riaggiustarsi il vestimento.
“Ci dissi di no!” fece arraggiata. “Ci dissi che l’atto intero non lo voglio fare! Ancora càvudo nella tomba è il pòviro marituzzo mio!”
Patre Carnazza era ancora intordonuto per il dolore, ma alle parole di donna Trisìna si sentì acchianare il sangue alla testa.
“Ma che minchiate mi veni a contare! Macari Lazzaro doppo due jorna di tomba feteva! Che mi vieni a dire di càvudo e càvudo doppo che quel grandissimo cornuto di to’ marito è morto da tre anni!”
Senza degnarlo di una parola di risposta, la fìmmina tornò nella càmmara di mangiari, pigliò una seggia, s’assittò. Il parrino, dopo tanticchia, fece l’istesso: se Trisìna non se n’era andata sdignata, veniva a dire che le trattative potevano continuare.
Quella storia durava da una decina di jorna. Trisìna, dopo la messa, s’appresentava nel suo quartino, ma appena che lui ci metteva una mano sopra quella s’arrivoltava come la vipera che era. Quant’era beddra, però, la pìpera! Non ci sapeva resistere. Si fece persuaso che ancora una volta, per ottenere qualche cosuzza da lei, doveva pagare.
Fino a quel momento, la talìata di una minna nuda gli era costata cento grammi di cafè bono; la taliàta di tutt’e due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasata senza lingua, mezzo chilo di farina; una vasata con la lingua, un chilo di pasta fina di Napoli: una vasata con la lingua e due minne nude, tre tazzine di porcellana e relative sottotazze; una passata di mano a lèggio a lèggio sopra le minne nude, un cucchiaino di vero argento; una vasata per ogni capezzolo, un rotolo di tela matapollo finissima per face camicie. Trisìna era fìmmina di agevole stato, il marito le aveva lasciato case e terreni, ma aveva, in primisi, un istinto di gazza ladra e, in secùndisi, una testa da vera buttana alla quale piaceva farsi pagare.
“Quella troia mi sta spogliando la casa” pinsò amaramente il parrino “e mi permette di traffichiare solo nei suoi piani alti!”
E fu allora che gli venne l’idea di come alloggiare meglio in quei piani alti.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  07.02.2008 | 13:39
si puo' scrivere un romanzo in 6 parole?
 

se ci penso trenta secondi mi viene da dire che la differenza principale tra prosa e poesia risiede nel ruolo giocato dalla parola (dove altrimenti?): denotazione contro connotazione, descrizione contro evocazione. la parola assurge a entità singola nella poesia, parte di un tutto musicale; mero elemento, atomo di un universo-contesto, nella narrativa.
luoghi accidentati, questi, per me, e probabilmente ho già sparato quindici o sedici stronzate almeno. ma mi chiedo, e vengo al punto: qual è il ruolo della lunghezza (in termini spicci: il numero di parole) in tutto ciò? esistono numerosi esempi di poemi interminabili, ma è possibile definire un estremo inferiore al di sotto del quale il racconto degenera in qualcos’altro?
ernest hemingway, si dice per scommessa, scrisse un racconto di sei parole: ‘for sale: baby shoes, never worn’. il sito del ‘corriere della sera’, mi segnala il porkettaro, propone un’analoga iniziativa (qui). ho partecipato anch’io, inviando alcuni mini-racconti pensati sul momento. qui sotto due dei miei. sei parole sono davvero poche per proporre qualcosa che si possa definire vero e proprio racconto e non semplice aforisma. pertanto mi è toccato barare. cioè, non proprio barare ma… essendo le parole a disposizione così poche, allora è necessario sfruttare tutto lo sfruttabile: maiuscole, spazi, punteggiatura…

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Sciagura nei cieli

Cielo.
Aereo    oereA.
AereoereA.
Boom!
Cielo.


Storia d'amore

"E' finita".
Era bellissima: "Così morirò!"

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento