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  14.07.2014 | 13:09
unicamente per il biroldo
 
 

Robert Plant, 11 luglio 2014, Pistoia blues festival

Quando entro nel camerino Robert Plant indossa soltanto una sciarpa di pitone.
“Vieni, vieni”, dice. E ricomincia a limarsi le unghie dei piedi. Percepisce il mio imbarazzo. “Oh, vado subito a mettermi un asciugamano”.
Quando esce dal bagno ha un grosso asciugamano annodato a turbante sulla testa. “Sai, dopo i sessantacinque i capelli bagnati fanno venire la cervicale”, spiega. “Certo, certo”, faccio io.
“Accomodati, gradisci dello champagne?”
"Perché no".
Robert Plant mi consegna un flute di champagne poi si siede sul bracciolo accanto a me. Accavalla le gambe poi fa una smorfia e le stende nuovamente. “Sai, dopo i sessantacinque far respirare i coglioni è essenziale”, commenta.
“Certo, certo” e mi sposto un po’.
Sforzandomi di non posare l’occhio sui genitali di Robert Plant inizio la mia intervista.
“Allora, Robert. Perché proprio Pistoia?”
“Indovina”.
“Forse la bellezza della piazza?”
“No”.
“Allora la lunga tradizione musicale della città?”
“Bah”.
“Il pubblico competente e caloroso?”
“Puah”.
“Insomma perché?”
“Il biroldo”.
“Il cosa?”
“Il biroldo pistoiese. Non dirmi che non l’hai mai mangiato”.
“Mi stai dicendo che sei venuto a Pistoia unicamente per mangiare il biroldo?”
“Esattamente”.
“E la band?”
“Quale band”.
“La band che ti accompagna”.
“Quella non è una band. Quelli sono sei idioti. Per la precisione cinque idioti bianchi e un idiota nero. Una band che si chiama Gli spostatori spaziali sensazionali non può che essere una band di idioti, dico bene?” Robert Plant si sistema i testicoli. Non posso non notare che usa la stessa mano che ha usato per afferrare il mio flute.
“Però hai speso parole affettuose per loro sul palco”.
“Sei idioti che neanche gli piace il biroldo”.
“Il chitarrista, per esempio”.
“Quale? Ne ho due di chitarristi”.
“Quello che suonava i pezzi acustici”.
“Quello è un vecchio fricchettone alcolizzato e comunista. Lo odio”.
“Però suona bene”.
“Forse. Sì. Non saprei”.
“Non sapresti? Perché lo hai scelto, allora?”
“La barba”.
“hai scelto un chitarrista...”
“Per la barba. Esattamente. Tu vuoi una morosa con le tette grosse? Bene. Io voglio un chitarrista con la barba. Per caso hai altre domande altrettanto intelligenti?”
“La scaletta”.
“Quale scaletta?” Robert Plant si sistema nuovamente i testicoli, che ora galleggiano a non più di 15 cm dal mio quaderno.
“Quella del concerto. Scelte coraggiose. Spoonful, per esempio. Il vecchio blues di Howlin’ wolf già cavalcata psichedelica dei migliori Cream e ora magistralmente reinventato con pennellate addirittura di psych-prog”.
“Pennellate di cosa?”
“Psych-prog”.
“Ragazzo mi spieghi una volta per tutte di che cazzo parli?”
“Sto cercando di capire questa cosa del reinterpretare pezzi che erano già cover di pezzi più vecchi. Penso appunto a Spoonful, penso a Babe I’m gonna leave you di Joan Baez, poi degli stessi Zeppelin. Questo ciclico reinventare sembra cercare una risposta generazionale alla grande truffa del rock and roll.
“Truffa di che?”
“La truffa del rock n’ roll. The great rock n’ roll swindle. I Sex pistols. Malcolm McLaren. La personificazione dell'esecuzione. Il rock non può essere altro da sé e, in quanto tale, assurge a sublime forma di marketing”.
“Ragazzo, te lo chiedo per la seconda e ultima volta. Che cazzo stai dicendo?”
“E poi Anche Tin pan valley, con quel richiamo geniale all Tin pan alley, come dire: mettere in discussione tutto l’establishment musicale, da Scott Joplin in poi. Sì, sì. Geniale”.
“Alley, valley? Cosa?”
“Intendo che la tua Tin pan valley richiama sublimenente la Tin pan alley di Steve Ray Vaughan”
“Cazzo!” Robert Plant balza in piedi, afferra il cellulare e compone un numero. “Buddy? Sei tu? Sì. Cosa volevo dirti? Volevo dirti che sei un idiota. Un idiota, sì. Si dice alley, non valley, stupida testa di cazzo fricchettone alcolizzato e comunista”. Robert Plant chiude la comunicazione, sbatte il cellulare nella glacière e si siede nuovamente sul bracciolo, l’altro, però. “Dicevamo?”
“Allora, mi spiegheresti le ragioni di questa scelta?”
“Che scelta?”
“La scaletta”.
“Ah, sì, la scaletta. Il matrimonio di mio nipote”.
“Cosa?”
“Ieri ero al matrimonio di mio nipote”.
“E allora?”
“E allora c’è un tizio che suonava pianobar. Era patetico. Cantava come canterebbe Hulk Hogan coi maroni chiusi in un cassetto, e aveva delle basi che avrebbero fatto vomitare melassa al produttore della Kelly Family”.
“Perché mi racconti tutto questo?”
“Per rispondere alla domanda”
“Quale domanda?”
“Non mi hai chiesto come ho scelto le canzoni?”
“Sì, effettivamente sì”.
“E secondo te come le ho scelte?”
“Be’, se proprio me lo chiedi, e ti ringrazio per averlo fatto, io trovo che il tuo percorso musicale sia interessante per profondità e trasversalità. Da Dreamland in poi...”
“OK, basta così. Ragazzo quando ti ci metti sei più noioso di John Paul Jones. Comunque le canzoni erano quelle che hanno suonato al matrimonio di mio nipote”. Robert Plant si alza in piedi. “Senti io mi faccio una canna. Sai, la marijuana dopo i sessantacinque aiuta a prevenire l’ictus. Tu fumi?”
Robert Plant sparisce nell’altra stanza massaggiandosi i testicoli.
“Progetti futuri?”
“Cos'hai detto?” sbraita lui da di là.
“Ho detto cosa farai dopo”, grido.
“Te l’ho già detto cosa faccio dopo”.
“Me l’hai già detto?”
“Sì, mi rimpinzo di biroldo”.
“Intendo progetti artistici”.
“Ah. Allora... fammi pensare... sì ne ho uno di progetti artistici”.
“Quale?”
Robert fa capolino dall'altra stanza. “Trombarmi nuovamente Alison Krauss”.
“Ma questo non è un progetto artistico”, esclamo io.
“Questo lo dici tu”, risponde lui ficcandomi in bocca uno spinello grosso come una cerbottana.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  17.09.2013 | 12:00
segnora cicera'
 
 

Inti Illimani, 10 settembre 2013, Parco Ferrari, Parma

Io volevo leggere i nomi dei viadotti e delle gallerie ma se stavo seduto sul sedile come voleva la mamma i cartelli apparivano troppo tardi e schizzavano via prima ancora che io finissi di leggerli. Allora mi misi in piedi sul sedile e ora i cartelli li vedevo da lontano e ora sì che riuscivo a leggere i nomi delle gallerie e dei viadotti e in alcuni casi riuscivo anche a leggere la lunghezza. Ero molto contento, ma durò poco. La mamma mi disse che dovevo sedermi perché era pericoloso, e disse anche che ora leggevo lentamente, sì, ma dovevo avere pazienza, che più avavnti avrei letto molto veloce.
Mi sedetti composto e incrociai le braccia. “Ma io voglio leggere i nomi delle gallerie ora, mica più avanti” mugugnai.
Rimasi in silenzio per un po’.
Alla fine la mamma mi permise di stare in ginocchio sul sedile. Così vedevo i cartelli. Non riuscivo a leggere anche le lunghezze, ma riuscivo a leggere tutti i nomi dei viadotti e delle gallerie.
L’anno dopo non solo avrei letto più veloce ma avrei anche imparato a scrivere. Allora avrei fatto un elenco di tutti i viadotti e di tutte le gallerie della Cisa. Si potevano fare delle fotocopie e poi distribuirlo a tutti gli automobilisti che entravano in autostrada. L’idea mi eccitava tantissimo.
La mamma diceva che oltre alla Cisa c’erano tante altre autostrade in Italia. Almeno venti.
Mi girai a guardarla. Stava canticchiando una canzone degli Inti illimani che diceva continuamente segnora cicerà.
“Mamma pensi che un giorno faremo tutte le autosrade dell’Italia?” domandai.

Quando papà tornava, in casa c’era fermento già dal mattino. La mamma cucinava molta roba e spesso c’erano anche i nonni, e a volte gli zii. Io dicevo che non mi importava se tornava oppure no, tanto poi andava via di nuovo. Però la verità è che ero molto contento quando tornava, perché di solito mi portava dei regali belli come il gioco in scatola di Guerre stellari e a volte ci giocavamo anche insieme. Quella volta però sembrava tutto diverso. La mamma aveva cucinato tanta roba, sì, e c’erano i nonni e pure gli zii. Però erano tutti silenziosi e quando papà arrivò a casa invece di urlare “Eeeeeee!” come facevano sempre e stappare le bottiglie di spumante lo avevano abbracciato e basta. La mamma aveva gli occhi luccicanti e sembrava quasi che volesse piangere. Papà aveva portato a casa una radio portatile. Non era proprio un regalo per me, perché la radio era di tutti, però io potevo usarla come gli adulti. La radio era portatile e aveva pure una maniglia ma era pesantissima. Non riuscivo a portarla in giro ma mi piaceva lo stesso perché aveva il dolby, lo stereo, il tasto pausa e persino il tasto rec. “Con quello”, spiegò papà, “puoi registrare tutto quello che succede”.
“Anche le canzoni?” domandai.
“Anche le canzoni”.
Papà aveva portato a casa anche una cassetta musicale degli Inti illimani intitolata Hacia la libertad. Trascorsi tutta la sera ad ascoltarla.
Poi mi mandarono a letto.
Quando andai in sala a dire buonanotte erano tutti vicino alla radio. Papà aveva messo una cassetta però non si sentiva la musica, ma degli spari.
Era cominciata la guerra, diceva papà, ed era cominciata proprio lì dov’era lui.

Io ero rimasto sulla macchina e la mamma era andata a pagare la benzina. Giocherellai con la T e la L di metallo che si staccavano un po’ dal cruscotto. Il cruscotto era di plastica nera ed era formato da righe verticali di materiale più duro alternate a righe di materiale più gommoso che col caldo diventava un po’ appiccicaticcio. La nostra macchina si chiamava Erre cinque ma io non riuscivo a dirlo perché avevo la erre moscia e quindi dicevo qualcosa tipo Eae cinque. Era una Erre cinque della Renò e mi piaceva tantissimo perché era una macchina diversa da tutte le altre. Innanzitutto aveva i fanali di dietro in alto invece che in basso. E poi aveva la targa attaccata al baule e non in basso come le altre macchine. La targa era molto bella perché non era tutta bianca ma aveva RE scritto in arancione e 268636 scritto in bianco. La nostra Erre cinque era marrone ma quando lo dicevo alla gente la mamma mi correggeva sempre e diceva che era color tabacco.
La mamma aprì la portiera e salì in macchina. Aveva in mano una cassetta ottotrac nuova. Le ottotrac erano diverse dalle cassette della radio di papà perché avevano quattro canali invece di due lati ed erano più grandi. Però le ottotrac erano in mono e le cassette invece erano in stereo. Io avevo capito che mono voleva dire che si sentiva con un orecchio e basta, e stereo con due. Secondo me non aveva senso sentire una canzone con un orecchio e basta, quindi io preferivo le cassette alle ottotrac.
La mamma infilò la ottotrac nel mangianastri. “Sono canti andini degli Inti illimani come quella che abbiamo sentito l'altra volta”.
La mamma mise in moto e ripartì.
“Mamma di che colore è il tabacco?” domandai.
“Marrone, perché?”

Io ve lo giuro che quando gli Inti illimani sono saliti sul palco e hanno attaccato Señora Chicera sono caduto all’indietro, in fondo, ma così in fondo che sono arrivato dove nessuna seduta psicoanalitica avrebbe potuto condurmi e i ricordi si sono accesi come fari ed erano talmente vividi e potenti da stordirmi fino alla commozione. Per questa ragione, puramente personale lo riconosco, il concerto degli Inti illimani è stato pura emozione.
Gli altri non so, gli altri forse avranno pensato che le canzoni degli Inti illimani sono noiose proprio come sostiene quel cantautore che fa canzoni così divertenti. Bisognerebbe chiedere a loro.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  22.07.2013 | 09:42
burn down zona roveri
 
 

E' evidente che la missione conclamata dei Wacky Racers è quella di superarsi in ogni circostanza. Qui c'è l'articolo. Questo è Wacky Racer 1 che si gusta il meritato riposo. Ma non durerà a lungo. Nei prossimi giorni i Wacky Racers si recheranno a Roma per incontrare Giorgio Napolitano e Papa Francesco. E quest'inverno invece... ah, quest'inverno vedrete...

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  28.03.2013 | 09:18
litfiba tornate insieme
 
 

18 ottobre 2009
Intercettazione telefonica. Trascrizione.
“Federico”.
“Chi sei?”
“Il tuo commercialista”.
“Cosa vuoi?”
“C’è da pagare la rata del mutuo”.
“Maremmainculata, ma se l’ho pagata il mese scorso”.
“Le rate dei mutui si pagano tutti i mesi”.
“E allora pagala e non mi scocciare”.
“E’ questo il punto”.
“Quale punto?”
“Il pagamento della rata. Non hai più soldi”.
“Maremmainculata”.
“Già, maremmainculata”.
“…”
“…”
“…”
“E quindi?”
“E quindi cosa?”
“La rata”.
“…”
“…”
“Fai come avete fatto di solito, no? Buttate fuori una raccolta. Saranno almeno tre mesi che non esce una raccolta dei Litfiba. Devo proprio insegnartelo io il mestiere?”
“Federico, sono il tuo commercialista, non il tuo produttore. E comunque oggi la gente scarica la musica da internet. Con l’ultima raccolta hai venduto circa 50 copie. Ho ancora tre bancali di cd in garage”.
“E allora piazzateci dentro un cazzo di inedito. Una di quelle stronzate degli anni ottanta. Ne abbiamo a decine”.
“Le abbiamo già usate tutte”.
“Tutte?”
“Tutte”.
“Anche Linea d’ombra?”
“Sì”.
“Anche quella cagata di Elettrica danza?”
“Anche lei”.
“Maremmainculata. E allora facciamo un live retrospettivo”.
“Federico, abbiamo pubblicato più live dei Grateful dead. L’ultimo, quello solo online, l’hanno scaricato in 23”.
“Maremmainculata”.
“Già, maremmainculata”.
“…”
“…”
“Senti, se proprio non c’è alternativa trovami un cazzo di cantante, lo voglio disperato, piglia un disoccupato, un laureato o al limite cercalo nei call center. Assicurati che abbia dei tatuaggi. Adesso vado di là, mi chiudo dentro e tiro fuori una decina di riff. Prenota lo studio per mercoledì prossimo. Voglio l’album fuori entro la fine del mese. Che non si dica in giro che Federico Renzulli è uno che non paga i mutui”.
“Federico, apprezzo lo sforzo. Davvero. Ma sono costretto a ricordarti che quando abbiamo registrato Essere o apparire i soldi che abbiamo fatto non sono bastati neanche per pagare i bolli statali, altro che rata del mutuo”.
“E allora che cazzo facciamo? Trovamela tu la soluzione, Mister Sotuttoìo, no? Sennò cosa ti pago a fare?”
“Veramente sono sei mesi che mi stipendi con le copie invendute di Insidia”.
“…”
“…”
“…”
“…”
“Federico, io, ehm, io forse una soluzione ce l’avrei”.
“Spara”.
“Sono certo che non ti piacerà”.

11 dicembre 2009
Comunicato stampa.
Dopo un doloroso iato durato quasi un decennio, la più importante rock band italiana ha finalmente ascoltato il monito di Stefano Belisari. Piero Pelù e Federico Renzulli saranno di nuovo insieme per un tour e un nuovo album. “Quei due hanno una cosa in comune”, commenta il commercialista di Federico Renzulli. Il commercialista di Piero Pelù non aggiunge niente, ma annuisce.

18 gennaio 2010
Non c’è bisogno di insistere. Tra i miei amici le adesioni sono unanimi e immediate. Si adrà tutti a vedere i Litfiba, come vent’anni fa. Stavolta andiamo al palasport di Firenze. Mancano ancora tre mesi ma io sto già sfrigolando come una salsiccia su una piastra bollente.

23 febbraio 2010
Sto lavando la teglia della pizza quando radio K-rock trasmette per la prima volta il nuovo singolo dei Litfiba intitolato Sole nero. Getto la spugna, afferro la vecchia radiolina Mivar e la scuoto come un distributore di sigarette. La schiuma mi cola lungo il braccio. Riprendo a lavare la teglia della pizza fischiettando il motivo di Sole nero.

Primavera 2010
I Litfiba fanno una tournée primaverile. Le numerose date sono tutte sold out. I commercialisti di Pelù e Renzulli possono finalmente pagare quasi per intero le rate dei rispettivi mutui. Il commercialista di Renzulli restituisce al mittente due bancali di Insida e quello di Pelù restituisce quaranta cartoni di Soggetti smarriti.

Estate 2010
Dopo gli sfavillanti successi primaverili, i Litfiba si imbarcano in una coraggiosa tournée estiva. I due commercialisti si sfregano le mani dalla soddisfazione.

Autunno 2010
Dopo gli sfavillanti successi estivi, i Litfiba si imbarcano in una coraggiosa tournée autunnale. Il sito dei Litfiba precisa che la scaletta sarebbe stata interamente rinnovata. Testimonianze riferiscono che effettivamente Paname e Bambino sono state eseguite in ordine inverso.

Inverno 2010
Dopo gli sfavillanti successi autunnali, i Litfiba si imbarcano in una coraggiosa tournée invernale. Interpellato sull’opportunità di fare quattro tour in dodici mesi, il commercialista di Pelù ha annuito giocherellando con il diamante incastonato nell’anello, quello di Renzulli ha sorriso mostrando la scintillante dentiera d’oro.

2012
Il 17 gennaio i Litfiba pubblicano il nuovo album Grande nazione che subito balza al primo posto della classifica di vendite. Nel corso dell’anno si susseguiranno quattro coraggiosi tour in Italia e nelle principali città europee. I commercialisti di Pelù e Renzulli acquistano rispettivamente una Aston Martin One-77 e una Bugatti Veyron Supersport. I miei amici non devono insistere per convincermi a prendere un biglietto per la data di Verona del 2 maggio.

22 ottobre 2012
“No, no e poi ancora no. Sono stufo di farmi prendere per il culo dai Litfiba”.
“Però la data di Firenze ti è piaciuta”.
“Altroché”.
“E Verona?”
“Devo ammettere che…”
“E allora ti chiedo solo di andare nel sito e leggere la formazione. Poi decidi tu”.
“D’accordo”.
“Promesso?”
“Promesso”.

22 ottobre 2012 – poco più tardi
“Cazzo cazzo cazzo prendi subito un biglietto anche per me. Su-bi-to!”
“Che ti avevo detto?”

24 marzo 2013
I Litfiba, nella formazione Renzulli-Pelù-Maroccolo-Aiazzi, propongono al numeroso pubblico dell’Alcatraz un concerto costruito unicamente sui primi tre album, Desaparecido, 17 re e Litfiba 3. La serata, la terza all’Alcatraz in due mesi è sold-out. Nell’opinione del sottoscriutto il concerto è semplicemente strepitoso.

26 marzo 2013
I Litfiba pubblicano un album live intitolato Trilogia 1983-1989 live 2013. I due commercialisti annunciano a Pelù e Renzulli l’estinzione dei rispettivi mutui.

29 novembre 2013
I Litfiba pubblicato Carta carbone, il loro primo album di cover. In rete il dibattito sull’opportunità o meno di scegliere come primo singolo La locomotiva di Guccini diventerà presto virale. Renzulli commenta in un tweet: “Chi l’avrebbe mai detto che si potevano vendere dischi anche senza scrivere canzoni?”

2014
I Litfiba effettuano tre tour su e giù per lo Stivale registrando ovunque il tutto esaurito. Il commercialista di Renzulli vende la sua Aston Martin One-77 perché ha il portacenere pieno di mozziconi. Nell’autunno uscirà il doppio cd live dal titolo Grazie al cazzo.

2015
I Litfiba si imbarcano in un tour di 260 date negli stadi di tutto il mondo. Il progetto, denominato da Renzulli Symphiba = symphonic Litfiba, prevede l’esecuzione dei più grandi successi della band in chiave sinfonica. In un’intervista alla BBC sul progetto Symphiba Pelù commenta “Ma che cazzo di nome”. Il suo commercialista gli rifila un calcio in uno stinco. Il filmato, subito postato su youtube, raggiunge i 100 milioni di click in diciannove minuti.

18 gennaio 2018
Un fan fa notare a Renzulli che nel tour Trilogia non sono stati eseguiti pezzi di una certa importanza, come per esempio Bambino, Ci sei solo tu, Lulù e Marlene, Pioggia di luce. Nel corso del 2018 i Litfiba porteranno in giro per l’intero sistema solare il tour Trilogia 2.

4 novembre 2018
I Litfiba pubblicano Inciucio, il quarto e ultimo album della trilogia del potere. Un giornalista fa notare a Renzulli che le trilogie sono generalmente fatte da tre cose. Per tutta risposta Renzulli spacca la sua Stratocaster sulla testa del giornalista. Seguirà il tour Trilogia 3, nel corso del quale la band presenterà i brani del nuovo album.

2 luglio 2020
Nel corso delle celebrazioni mondiali per il ventennale di Elettromacumba, i Litfiba, eccezionalmente riuniti nella formazione con il Presidente della Repubblica Gianluigi Cabo Cavallo, eseguiranno per intero l’album Elettromacumba alla cerimonia d’apertura delle olimpiadi di Baku 2020.

25 marzo 2053
Il microchip che emula il cervello di Federico Renzulli invia uno stimolo neurale con hashtag Trilogia. I cinque membri della formazione che nel 2013 eseguì dal vivo lo spettacolo Trilogia 1983-1989 live 2013 annunciano la reunion. Lo spettacolo sarà fruibile esclusivamente in rete e il segnale sarà solo audiofonico per via della la natura incorporea di tutti e cinque i membri della band. Quarantadue millisecondi dopo il termine del concerto sarà disponibile in rete la registrazione dell’evento. L’album, intitolato Trilogia 1983-1989 live 2013 live 2053, sarà trasmesso alla vicina galassia di Andromeda tramite un impulso subspaziale.

Data astrale 11897.42
Durante un incontro romantico sul ponte ologrammi 9, Federico Renzulli suona una serenata al capitano Genaway e poi le ficca la lingua in bocca. Nel diario di bordo il capitano registra che Renzulli “E’ indubbiamente un grande amatore ma suona la chitarra come un ciabattino Klingon”.

Nuova Era codice ZX67GhéKL
Sul pianeta FTgg#§?AQ& due giovani entità Pzlaurhyane fondano una band new wave. Il cantante ha la voce di un lupo chiuso in un’autobotte e il chitarrista suona la chitarra come un ciabattino Klingon. Sono in molti a ritenere che per la band non ci sarà nessun futuro.

Autore: ufj | Commenti 6 | Scrivi un commento

  01.03.2013 | 14:35
famosa rock band italiana. tre lettere.
 
 

qui il mio articolo sull'incontro con massimo zamboni dello scorso giovedì 21 febbraio. massimo ha letto l'articolo e sono orgoglioso del fatto che gli sia piaciuto.
qui sopra una foto di gruppo con massimo e i ragazzi della rigoletto records, organizzatori dell'evento. bella serata, bravi.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  24.01.2013 | 19:41
mi sbagliavo
 
 

Quando appresi che Neil Young avrebbe suonato a Correggio il 16 luglio 1993 fu pervaso da un giubilo tanto intenso quanto breve, che si esaurì nell’istante in cui realizzai che il mattino successivo al concerto avevo l’orale di uno degli esami più impegnativi. Ricordo che in quell’occasione esternai ad alta voce le mie opinioni sulle rocambolesche abitudini sessuali della solerte e generosa sorella del professore e della ancor più solerte e generosa figlia del rettore. Mi consolai pensando che dopotutto Neil Young è un iperattivo. Me lo sarei visto di sicuro l’anno successivo. Mi sbagliavo. L’attesa durò otto anni.
Haddaway, il grunge, la morte di Staley e Cobain, lo scioglimento dei Take that. Gli anni novanta scendevano a valle come un tronco in un fiume. Nel 1997 Neil Young portò in giro per l’Europa il tour Year of the horse. Avevo preso i biglietti qualcosa come sei mesi prima. Pensavo che ormai era fatta, che l’attesa era finalmente terminata. Mi sbagliavo. Pochi giorni prima del concerto Neil Young si tagliò un dito mentre faceva un panino e annullò tutte le date rimaste. Le mie esternazioni in quella circostanza riguardarono principalmente una celebre divinità monoteista e una sua creatura molto apprezzata, specialmente sotto forma di insaccati.
Spice girls, Britney spears, Band ohne namen. Gli incipienti anni duemila erano piacevolmente affollati di zoccolette in mutande. Nel 2001 mi procurai i biglietti del nuovo tour con un anticipo geologico. A quei tempi Ticketone ancora non c’era e l’unico negozio fornito di biglietti era il Botteghino di Bologna, dove mi recavo due volte l’anno in treno con un rotolo di banconote. Biglietti alla mano, giorno dopo giorno verificavo rassegnato le condizioni di salute del Nostro su internet. Un’infezione rarissima alle corde vocali causate da un rapanello transgenico, un malandato satellite spia sovietico improvvisamente precipitato in California proprio sul Broken arrow ranch. Mi aspettavo che accasse qualunque cosa. Mi sbagliavo. Non accadde nulla. Due ore prima del concerto Neil Young era proprio dove doveva essere, cioè a Brescia che si mangiava una pizza in strada assieme a Talbot, Molina e Sampedro.
White Stripes, Mars Volta, Dandy Wharols. L’importante è somigliare a qualcun altro. Nel 2003 Neil Young girava l’Europa con un solo tour. Mi aspettavo un concerto costruito su un repertorio prevalentemente folk. Harvest, Comes a time per dirne giusto un paio. Mi sbagliavo. Le prime due ore di concerto consistettero nella esecuzione integrale in chiave acustica di un concept album allora inedito intitolato Greendale.
Arcade Fire, Arctic Monkeys, primo album dei Fleet Foxes. Il rock scopre la noia. All’inizio del 2008 Neil Young suonò al Teatro degli Arcimboldi. Il suo ultimo album, Chrome dreams II riprendeva le sonorità di alcuni album classici come Zuma e Freedom tanto per dirne un altro paio. Mi aspettavo un concerto mid-tempo, semiacustico, con caute virate rock, magari sul finale. Mi sbagliavo. Neil Young arrivò sul palco e spaccò tutto. La scaletta includeva almeno tre pezzi che neppure conoscevo. Io, che millanto sempre di conoscere tutte le canzoni di Neil Young.
Quell’estate, mentre le zoccolette ormai maggiorenni si levavano le mutande e i tormentoni di Giusy Ferreri e Katy Perry imperversavano, Neil Young bissò all’Arena di Verona. Come potevo mancare? Mi aspettavo una replica della tournée teatrale. Mi sbagliavo. Neil Young spaccò tutto anche lì, sì, ma con una scaletta completamente diversa.
Fine anno, tempo di resoconti. Come da trent’anni a questa parte i più venduti del 2012 sono Ramazzotti, Zucchero, Battiato, Rolling stones. Neil Young ha da poco pubblicato Psychedelic pill, uno dei suoi album più ardui e, secondo i detrattori, autocompiaciuti. Ora scopro che sarà nuovamente in tour, assieme ai Crazy horse per la prima volta dopo dodici anni. Farà tappa a Roma il 26 luglio prossimo. Io ci sarò. Cosa mi aspetto? Semplice. Che faccia cagare.

La foto è stata scattata da Barbara a Verona nel 2008.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  29.11.2012 | 10:51
statistiche e autismo
 
 

La mia recensione del concerto dei Calexico dello scorso 14 novembre è online qui. La foto, invece, ritrae WR2, WR3 e WR5 al termine del concerto di Bruce Springsteen lo scorso 10 giugno a Firenze. Una splendida giornata di inizio estate. Nel momento dello scatto Springsteen aveva appena terminato di suonare l'ultimo bis, Who'll stop the rain.
Tornando ai Calexico, qui sotto uno scambio di mail tra il sottoscritto e WR6 all'indomani del concerto.

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WR2

Quello dei Calexico è stato il mio 344-esimo concerto. Naturalmente senza contare i gruppetti che in sottofondo quando vai a una festa della birra per motivi differenti dal vedere un concerto. Secondo i miei calcoli l’anno che ho visto più concerti è il 2011 (31 concerti) seguito dal 2008 (28 concerti). Il famigerato 2001, quello in cui d’estate vedemmo praticamente di tutto, è soltanto decimo a quota 13.

I concerti si sono svolti in 128 posti dfferenti. Ecco la classifica dei più frequentati
Forum – Assago: 17
Alcatraz – Milano: 14
Estragon – Bologna: 12
Palaraschi – Parma: 12
Arena – Verona: 11

E, per province
Milano: 81
Parma: 53
Reggio Emilia: 46
Bologna: 35
Modena: 18

Il mio compagno di concerti più assiduo è Sara. Il mio compagno storico, il Maffo, e solo quinto. Tu sei fuori classifica, 12-esima, a quota 11 concerti.
Sara: 161
Barbara: 71
Maino: 68
Simone: 67
Maffo: 36
Gualandri: 30
French: 20
Mino: 18
Valentina (Maino): 17
Sabrina (Luca): 14

La band che ho visto più volte in assoluto sono i Motorpsyho
Motorpsycho: 7
Anathema: 6
Francesco Guccini: 6
Franco Battiato: 6
Deep purple: 5
Jethro tull: 5
Litfiba: 5
Tre allegri ragazzi morti: 5
Neil Young: 5

E’ accaduto tre volte nella storia che andassi per ben cinque volte nello stesso anno nello stesso posto:
2004 – 5 volte al Calamita
2008 – 5 volte all’Alcatraz
2011 – 5 volte in piazza Castello a Vigevano

Certe riunioni sono davvero micidiali, puoi credermi.

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WR6

Questi però sono i primi segnali del'autismo...

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WR2

Forse, ma non hai idea di che riunioni si fanno certe volte…

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WR6

Tesoro, ti ricordo che ho fatto l'assessore per 5 anni.

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WR2

E allora sentiamo... come sopravvivevi tu là dentro?

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WR6

E' stato terribile. Gli smartphone non esistevano ancora, quindi si lavorava di carta e penna. Quante volte ho sognato di avere una settimana enigmistica per affrontare il dilemma di certi voti in consiglio comunale... Tipo la fusione del consorzio irriguo del mio comune con quello del comune adiacente. Alla Susi le sarebbero venuti i capelli dritti. Per fortuna ogni tanto i consiglieri della lega portavano le loro igeniste dentali. Peccato non aver avuto anche il rappresentante di Grillo, chissá come sarebbero venute bene le parole crociate senza schema...

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento

  28.09.2012 | 10:53
passeggiando tra le particelle dei nostri atomi
 
 

Qui l'articolo di WR2 e WR6 sull'ottava tappa del Wacky race. Il gioco nel testo, se volete farlo, si spiega da sé. Gli oggetti nascosti sono 19 + il titolo. La soluzione è qui sotto. Più sotto, invece, il testo originale di WR6 prima che WR2 si divertisse a strapazzarlo.
L'illustrazione, come sempre geniale, è di WR1.

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"Passeggiando tra le particelle dei nostri atomi" - Clamori
"Ascoltavamo ieri sera un cantante, uno dei tanti, e avevamo gli occhi gonfi di stupore" – Strani giorni
"Che ci condusse in fretta alle porte di Sirio" – Via lattea
"Ciuffi d’isotopi in mano" – Clamori
"Le trombe del giudizio suoneranno per tutti quelli che credono in quello che fanno" – La torre
"Moltitudine, moltitudine, mamma mia che festa" – L’esodo
"Intessendo i suoi pezzi più struggenti come trame di un canto" – La cura
"Suburbani e amminoacidi" – Shock in my town
"Non sopporta i cori russi, la musica finto-rock, la new-wave italiana e il free jazz-punk inglese" – Centro di gravità permanente
"Sulle spine dorsali come dervisci tourneurs" – Voglio vederti danzare
"E per un istante a WR2 ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità" – I treni di Tozeur
"Provinciali dell’Orsa minore vestiti di grigio chiaro (per non disperdersi)" – Via lattea
"La musica contemporanea li butta giù" – Up patriots to arms
"Sul palco sventola bandiera bianca" – Bandiera bianca
"Corriamo nei campi del Tennessee alla ricerca dell’automezzo, sospinti da correnti gravitazionali" – La cura
"Seguono certe rotte in diagonale" – Via lattea
"Traiettorie impercettibili codici di geometria esistenziale" – Gli uccelli
"I viaggiatori anomali in questi territori mistici" – No time no space
"Shock addizionale shock addizionale" – Shock in my town
"Sogni che attraversano il mare" – La cura

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Una piccola delegazione di WR parte alla volta del concerto di Battiato in provincia di Padova.
La pur ridotta delegazione è attraversata da correnti dissidenti e malumori intestini, tanto che due WR su 4 sono stati sottoposti a svariate torture e minacce di privazioni inenarrabili prima di essere caricati a forza sulla vettura in partenza per la pittoresca Piazzola sul Brenta.
Mai ritrosia fu più premonitrice di quella di WR1, preoccupato dalla presenza contemporanea della sua persona e di quella del cantautore catanese nella terra che dette i natali a Flavio Tosi e Sant'Antonio.
Quando poi il primo paese che incontri fuori dall'autostrada si chiama Mancamento non ti puoi poprio aspettare nulla di buono.
Lo spettacolo del mitico Francone si svolge in un'atmosfera irreale, i suoni sono caldi, suadenti, evocano luoghi assolati e solitari, fuori o dentro di noi. Accompagnato dall'orchestra Arturo Toscanini, vanto tutto Emiliano, si esibisce nei suoi pezzi più struggenti per la prima ora di concerto. Poi, galvanizzato dal liquido azzurro che sorseggia nelle pause (forse un angelo azzurro, forse un gatorade gusto puffo) si lancia nelle hit da grande pubblico, Shoking my town, La Cura, Tra sesso e castità, Up patriots, per poi attirare verso il palco fiotte di spettatori estasiati che travolgendo transenne, sedie, buttafuori, idolatrano un Battiato animale-da-palcoscenico mentre le note di Voglio vederti danzare accendono balli scatenati.
Qui dobbiamo dire di aver notato le prime avvisaglie della perdita di WR1, che spiazzato dal sorprendente scatto felino di WR2, non riesce a seguirlo e rimane indietro per godersi il concerto da una posizione più defilata, scambiando guardi d'intesa col buttafuori.
Il finale è un turbinio di grandi classici e di pezzi scritti l'altro ieri (come dite? Povera patria è del 1991? Inneres Auge è del 2009?) per finire con Cuccurucucù, dopo aver liquidato l'orchestra che per loro era troppo tardi e stavano già cominciando a distrarsi fotografando il pubblico con l'ipad.
Torniamo al parcheggio tutti sudati e felici, anche i dissidenti, che già s'immaginavano di correre felici nei campi del Tennessee trasportati da correnti gravitazionali, e riprendiamo la volta di casa.
Se questo blog fosse davvero multimediale in questo momento dovremmo sentire le tipiche note da film horror: due coppie in macchina lungo le stradine di una campagna buia e tenebrosa, lampioni fiochi se non inesistenti, paesi fantasma, benzinai col superego...e ad un tratto, dopo aver percorso 10 km, si ritrovano al punto di partenza, come se una forza oscura li trattenesse in questa terra tanto artistica quanto stronza. E qui, invece di trovare il Mancamento-paese trovano il mancamento-di-WR1. Panico. Non è previsto dal regolamento che un WR possa svenire sul ciglio della strada. Infatti i WR rimasti cercano di accordarsi sul rituale del primo soccorso, dividendosi fra alzatori di gambe e sollevatori di testa, poi per fortuna WR1 si riprende da solo e il viaggio può proseguire. Solo una sosta ad un autogrill di scambisti, del quale non riveleremo l'ubicazione perchè ce lo vogliamo tenere tutto per noi, e poi via verso casa, come idrogeni nel mare.

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  04.07.2012 | 15:44
lettera a cristiano godano
 
 

Online qui a mia opinione sul dibattito Godano/Onorato cui ho assistito ieri sera. Si tratta, pià precisamente, di una lettera aperta a Cristino Godano, leader di una delle migliori live band del passato. L'immagine è un ritaglio della bella copertina del nuovo album dei Marlene kuntz intitolato Canoni per un figlio.

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  18.05.2012 | 22:36
avanguardia pop
 
 

Certe volte mi domando perché devo mettere online insulsaggini come questa.
Però che carina Diana Est in versione peplum-dark...

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  04.05.2012 | 09:49
unicamente per voi
 
 

C’è qualcosa di intrinsecamente clandestino nella radio. Si ha la sensazione che attraverso una radio, e solo attraverso essa, si possano diffondere idee potenzialmente pericolose. La televisione no. Quella è affollata di tetteculi e di mezzibusti. La televisione non è più un mass-media. Da almeno vent’anni. In radio la tua faccia non si vede. Nessuno può disegnarti i baffi finti. Nessuno può distrarre il tuo pubblico mostrando le tette. In radio non c’è la tua faccia, c’è soltanto il tuo cervello. Chi vuole combatterti, deve confrontarsi con quello.
Yastaradio cresce piano piano, un peso sempre più ingombrante collocato tra i coglioni dei predicatori dell’obliterazione. Yastaradio è una T.A.Z., una zona temporaneamente autonoma.
Ho incontrato i ragazzi a Livorno, in occasione del concerto dei Motorpsycho. Questa è la recensione del concerto che ho scritto unicamente per loro.

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  29.02.2012 | 00:59
guarda dove vai
 
 

Tra le innumerevoli recensioni inessenziali che ho scritto in questi anni questa fa un poco eccezione. Non per l'inessenzialità, ma per la direzione vettoriale dello sguardo, per una volta direzionato altrove rispetto al palco. Guarda dove vai in due parti: qui la prima e qui la seconda. Se tutto l'impegno che ci ho messo a scrivere questa recensione servisse anche solo a dissuadere una persona dal recarsi quest'estate all'Arena di Rho, bene, mi riterrò più che appagato.
Nella foto, la Antonio Benassi band alla festa della birra di Bannone. Ebbene sì, l'estate scorsa ho persino visto gli Antonio Benassi a Bannone.

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  08.11.2011 | 11:45
neonazismo, vandalismi, anticristo ecc.
 
 

C’è un tizio a Parma che organizza eventi decisamente inusuali.
Per esempio lo scorso due giugno ha invitiato Jon Spencer a mangiarsi un panino al bar Gianni di Parma. Io ero lì, che guardavo il palco, poi guardavo Jon Spencer che si azzannava il panino e non capivo bene. Mi domandavo perché il palco non fosse coperto dal momento che pioveva da una settimana.
Poi ha organizzato una serata tributo ai Joy division. Ospiti d’eccezione Angela Baraldi e Giorgio Canali. Il pubblico era tre volte la capienza della sala. Io ero lì, che guardavo le porte chiuse e poi la coda di gente e non capivo bene. Mi domandavo cosa ci faceva un evento del genere in una saletta grossa come una prima liceo.
Poi lo stesso tizio ha organizzato un concerto degli Ulver al Teatro Regio di Parma. Gli Ulver sono un po’ come gli Anathema: esordiscono come band black metal e poi, al pari di tutte le anime irrequiete di questo pianeta, un giorno o l’altro decidono di fare dell’altro.
Ancora non so quale astrusa circostanza mi farà perdere anche questo evento. Ma nel frattempo vi segnalo questa deliziosa querelle in corso su Repubblica Parma. Se l’articoletto vi avrà divertito, allora non perdetevi i commenti.
Potrebbe anche fare venti milioni di abitanti come Dacca, ma Parma resterà sempre una città di provincialotti più complessati di un’adolescente con l’acne. Per certi versi non è male viverci.
Sotto, una selezione dei miei commenti preferiti. Mi fa ridere che il primo somigli un po' all'identikit di Angelo Izzo. L'ultimo, invece, deve averlo scritto un reggiano.
Sopra, invece, la copertina del primo album (demo esclusi) dei lupi norvegesi.

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"Non conosco gli altri, ma siccome ci sarò, magari posso tranquillizzare la vostra "signora preoccupata" dal "tipo di pubblico". Impiegato, over 40, padre di 3 figli. Andrò con mia moglie, insegnante."

"Hai ragione Gaia, i metallari sono la rovina di questa città! Vedrai che sfasceranno il teatro e lo riempiranno di sporcizia, di rudo! Ho saputo di vari metallari che si sono persino infiltrati nelle stanze del Comune e l'hanno fatto fallire! O di altri che prendevano le mazzette! Ah guarda Gaia, i metallari son la rovina di Parma!"

"La catastrofe vera sono le migliaia di cuccioli usati per le pellicce delle signore benestanti che solitamente frequentano il Regio."

"pperò : nel genere del black metal molti aderenti hanno avuto a che fare con omicidi, suicidi, neonazismo, satanismi, vandalismi, anticristo, antisemitismo, ecc. Beh, buona scelta culturale profonda per la nostra gioventù,bisognerebbe avere il nome di chi li ha proposti"

"Parma quando ti sveglierai da questo letargo? Non siamo sempre stati vecchi bigotti con la puzza sotto al naso, pronti a giudicare senza nemmeno conoscere... Ho sempre sognato la mia città come riferimento culturale ma finchè ci saranno persone come Livia o Gaia questo non sarà mai possibile. I luoghi di musica vanno "dati" a chi la musica è in grado di capirla e proteggerla, l'essenza stessa dell'arte non può essere per tutti, e di certo non può essere di chi ha strette vedute. E' ora che questo tempio della musica sia aperto anche alle nuove generazioni oltre che ad anacronistici eventi per la Parma "bene". Sto parlando di quella stessa Parma che si è MANGIATA TUTTO compreso il NOSTRO teatro. Noi siamo la musica e non potete toglierci i nostri luoghi."

"Al Regio ha starnazzato persino Ligabue, pertanto gli Ulver vi possono suonare senza problemi."

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  18.10.2011 | 12:02
matteo bosi - note di viaggio
 
 

Matteo è un tipo strano.
Di lui so che da ragazzo ascoltava musica classica. Poi ha scoperto l’heavy metal. Immagino che questa cosa abbia generato nel suo cervello adolescente ancora più confusione di quella che normalmente risiede all’interno di un normale cervello adolescente.
In realtà – ma questa è una divagazione – tra metal e musica classica le similitudini sono parecchie. A cominciare dalla devozione degli appassionati. Pensate all’ultimo movimento del Nuovo mondo di Dvorak e confrontatelo con Stargazer dei Rainbow. Sì, posso già sentire i vostri commenti: “Solo l’ignoranza più abissale unita a ottusa incompetenza può portare a definire Dvorak un compositore classico” e “Porco*io fratello Stargazer non è metal proprio per un cazzo”.
Ma torniamo al Nostro.
L’epifania avviene con Legendary tales. Le orchestrazioni dei Rhapsody e il chitarrismo luminescente di Luca Turilli annodano finalmente tutti i fili scoperti all’interno del cervello di Matteo.
E mi ricordo quella volta al Dulcamara, quando un amico di poco tatto gli disse “Ma dài, i Rhapsody sono degli zappatori”. Ricordo che Matteo non disse nulla. Si limitò a impallidire.
Tutto questo accadeva tempo addietro, e i gusti musicali di Matteo, per ciò che posso interpretare dalla musica che compone, sono cambiati parecchio. I furori sovente pacchiani del metal epico hanno lasciato il posto a un interesse per la musica a trecentosessanta gradi, e si sente.
Ammassati nei venticinque minuti dell’album, i grandi chitarristi ci sono tutti. A cominciare dalla devozione per John Petrucci (l’intro, ma anche il resto di Aspettando le stelle) per terminare giocherellando col blues di Eric Clapton e soci (il finale di Sotto la neve). L’approccio compositivo (ma non le sonorità, beninteso) di ispirazione progressive proviene dall’ascolto attento di nomi come Steve Hackett e Steve Howe (ma, direi, non Robert Fripp né Greg Lake. Mi sbaglio?) e da una forse eccessiva indulgenza nei confronti di gente come Mike Oldfield (tutta 20 agosto).
Pregevole l’artwork (brava Costanza) ma perché usare quel font tremendo per i titoli dei brani?
Tre stelline su cinque. Le stesse che darei a A dramatic turn of events, se solo avessi voglia e tempo di recensirlo.

Se vi interessa, questo è il suo sito. E qui c'è l'album.

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  31.08.2011 | 12:36
meeting people is difficult
 
 

Domenica scorsa io e Sara siamo stati qui.
L’evento era carino, ma non c’era un cane.
Curioso per un evento che si chiama Meeting people is easy.
Non c’era un cane letteralmente.
Mancava persino Iosonouncane.
Per dire.
Peccato.
Ero andato apposta.
L’evento in sé, lo ripeto, è stato carino. Uno spazio gratuito con concerti fin dal pomeriggio. Bancarelle. Buona birra (Forst Premium e Sixtus alla spina!). Cibo discreto.
Doverosi i complimenti a Youthless (qui il loro sito) e alla ragazza gentile coi capelli rossi che mi ha spiegato un po'.
I Cut sono stati una piacevole sorpresa, e il dibattito con Emidio Clementi e Vittoria Burattini dei Massimo volume si è rivelata interessante oltre le premesse.
E’ stato un peccato venire via prima dei concerti della sera, ma c’erano in ballo altri programmi.
Eventi del genere dovrebbero essercene di più.
E dovrebbe partecipare più gente.
Invece che buttare interi pomeriggi a gironzolare come zombi per il Fidenza village.
Per dire.

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  02.08.2011 | 13:34
la sensazione
 
 

mi sono accorto che da alcuni mesi a questa parte blatero soltanto di musica. ci ho pensato su. poi ho concluso che dev'essere perché non leggo un libro da sei mesi ma sono stato a un concerto un giorno sì e l'altro no. questa è la recensione del concerto di jon spencer al bar gianni di parma.
avete capito bene. jon spencer al bar gianni. un evento straordinario.
più o meno quanto avvistare una nave di classe galaxy sorvolare i cieli di parma.

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  29.07.2011 | 12:59
fratelli
 
 

un articolo che scrissi all'indomani del concerto dei blackfield a milano.
l'avevo preparata per tapirelax ma rileggendolo mi rendo conto che non è un granché. tutt'altro, anzi.
d'altro canto mi mi spiace pure tenerlo inedito per un paio di motivi. in primo luogo il concerto dei blackfield mi ha trasmesso emozioni molto intense - emozioni che dubito di essere riucito a trasferire nell'articolo. in secondo luogo perché ho visto il concerto in compagnia di due amici di lunga data che non vedevo da un bel pezzo.
eccolo qui, l'articolo. piano con le uova marce...

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Blackfield - DNA tour 19/04/2011 – Milano, Magazzini generali

“Uuuu, ma che gran figo”, commenta Sara con una strana luce negli occhi.
“Quello lì sarebbe un gran figo?”, ribatto io.
“Eccome!”
Poi mentre la gente sfolla e si spintona sbatto contro un tizio.
Gli chiedo scusa.
“E questo ti piace?” dico a Sara, indicandoglielo,
Il tizio ha i capelli a tendina, castano-biondicci, un po’ unti, schiacciati sulla testa e annodati in cordine verso il fondo. Ha il mento a punta, il naso a punta, la faccia a punta costellata di foruncoli e bianca come un foglio di carta. Ha degli occhiali con montatura dorata, una t-shirt dei Queensryche, la corporatura esile e l’andatura dinoccolata nonostante la statura decisamente non imponente.
Sara fa una smorfia. “E secondo te dovrebbe piacermi un affare del genere?”
“Be’, quell’affare è identico a Steve Wilson”.
Sara ci pensa un po’.
“Sì ma Steve Wilson è una rockstar”.
“Una rockstar? Scusa ma tu hai mai visto una rockstar con gli occhiali?”
Sara ci pensa un altro po’.
“John Lennon” dice.
Touché.
“Anche Lucio Dalla”, ribatto, tanto per dire qualcosa anch’io.
Comunque, se volete farvi un’idea dei gusti di Sara in termini di uomini sappiate per esempio che le piacciono, tra gli altri, Giovanni Lindo Ferretti e Manuel Agnelli. Ma soprattutto, si dichiara innamorata del sottoscritto. Se proprio volete sentire la mia, di opinioni, secondo me Steve Wilson è uno di quelli a cui è andata di lusso, ma molto di lusso. Gente come Come Nick Cave, per esempio, o Thom Yorke. Personaggi che se non fossero diventati rockstar probabilmente non avrebbero fatto sesso neanche con appresso una valigia di bigliettoni.
Steve Wilson però è il leader non di una ma di ben due band, entrambe, a loro modo, di culto. E la seconda, i Blackfield, è appena salita sul palco.
Conobbi i Blackfield due anni dopo il loro album d’esordio, nel 2007. Ero nel mio negozio di musica prediletto – il Music Mille di Parma – per acquistare Fear of blank planet. L’album era esaurito, però il negozio era vuoto. Iniziai a chiacchierare col commesso, anch’egli – appresi – appassionato dei Porcupine tree.
“Ma tu li hai mai sentiti i Blackfield?”, disse a un certo punto.
Io detesto quando qualcuno mi nomina una band che non conosco. Mi stizzisco subito.
“Lo credo anch'io, ma credo che difficilmente possano ambire a somigliare ai Porcupine tree. I Porcupine tree sono inimitabili”, chiosai.
“Vero, ma i Blackfield non cercano affatto di imitare i Porcupine tree, anzi, secondo me procedono in direzione decisamente opposta. Sono un side-project di Steve Wilson. Ora te li faccio sentire”.
Uscii dal negozio stringendo in mano la mia copia di Blackfield.
Non vedevo l’ora di farli sentire a qualcuno. E così feci, dico bene Cesare?
La fascinazione non è stata effimera, dal momento che quattro anni più tardi siamo qui davanti in attesa che cominci il loro show.
Wilson entra in scena con una t-shirt nera e degli occhiali attaccati al naso con l’Uhu. Aviv veste un giubbotto luminescente come un’insegna da bar, ha dei brillantini in faccia, un trucco attorno agli occhi piuttosto vistoso e delle movenze da supercheccona. Impossibile immaginarsi due personaggi più diversi. Eppure le dichiarazioni di stima reciproca sono molteplici nelle interviste e anche stasera, sul palco, i due si abbracciano spesso e si chiamano “brothers”.
Lo show – per ciò che ho potuto intuire, vista l’acustica da mercato del pesce che da sempre affligge i Magazzini generali – è ben congegnato e molto ben suonato. Nessun virtuosismo nelle esecuzioni, ma una grande attenzione alla melodia e alla funzionalità degli arrangiamenti. Il minimalismo maestoso di Wilson e Aviv acquista, pure in questa latrina di locale, una profondità e un calore straordinari.
Una ventina di canzoni selezionate dai tre album pubblicati dalla band in sei anni. Quasi due ore di concerto. Date un’occhiata a youtube. Magari End of the world, Hello o Where is my love?. Ma qualunque altra va bene. Poi mi direte.
Mi congedo in fretta dai miei compagni di concerto. Io e Sara siamo a Milano per il secondo concerto consecutivo e questa doppietta lunedì-martedì ci ha un po’ segnato le occhiaie. Per rimediare, permettetemi - per una volta - di chiudere questo articoletto con dei saluti. Vi spiace? No, vero? Allora ecco che saluto Cesare e Monica, che non vedevo da un bel pezzo (a dir la verità dalla sera prima, ma prima della sera prima era un bel pezzo…) e Sara, che anche stavolta mi taccerà di Godanismo. O meglio (e fa differenza) di tardo-Godanismo.
(Per chi desideri saperne di più sul tardo-Godanismo suggerisco di leggersi il testo, per esempio, di Oasi, ma qualunque canzone di Ricoveri virtuali e sexy solitudini dei Marlene kuntz può andare altrettanto bene).

Avevo fatto delle foto, ma proprio non riesco a capire dove siano finite. Questa qui sopra è scaricata dalla rete.

Setlist:
Blood
Blackfield
Glass House
Go to Hell
On the Plane
Pain
DNA
Waving
Rising of the Tide
Once
The Hole in Me
1,000 People
Miss U
Zigota
Epidemic
Oxygen
Where Is My Love?
Dissolving with the Night

Encores:
Hello
End of the World
Cloudy Now

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  12.07.2011 | 14:26
l'uomo senza braccia e...
 
 

Nel florilegio di concerti cui mi sto sottoponendo in questi giorni, uno è giunto piacevolmente inaspettato. Si tratta della serata Anathema / Gamma ray / Dream theater dello scorso 5 luglio, al castello di Villafranca. La mia recensione è qui. La foto, di Barbara, ritrae il sottoscritto mentre domanda a Daniel Cavanagh degli Anathema come mai il volantino che mi ha appena messo tra le mani pubblicizzi in realtà un album di Steve Wilson.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  05.07.2011 | 13:20
io non sono iosonouncane
 
 

Alzati, andiamo, non fare il cretino, non fare il bambino. Ti porto a casa, ti porto in braccio. Tornando a casa ci fermiamo a fare colazione, un cappuccino, le paste alla crema, una sigaretta. Andiamo a casa, cosa vuoi fare? Vuoi stare lì tutta la notte sull'asfalto? Vuoi riposare? Non lo senti il maestrale? Che umidità. Mi spezza le ossa, mi sento male. Andiamo a casa, lasciati andare, ti tengo forte. Ve l'ho detto mille volte di rallentare, andiamo, non ci pensi a tua madre?
Non ci pensi a tua madre?
Ci sta aspettando, ha appena preso la pensione. Ma pensa a tua madre. E’ rimata lì inchiodata, crocefissa sul portone di casa in bella mostra in mezzo alla strada. Attenti al cane!
Attenti a tua madre! Non dice niente non si lamenta, sospira soltanto. Dovresti vederla sulla pancia con lo spray le hanno scritto JUVE MERDA. Coi piedi coperti di fiori si guarda la pancia, la scritta intendo, e lo sa meglio di me, lo sa meglio di te che per un figlio appena dato uno nuovo tale e quale è ricevuto. Me l’ha chiesto balbettando di prendere in ostaggio il direttore di una qualche agenzia di viaggio. Ma gliel'ho detto: non c'ho le palle, non c'ho il coraggio.
Alzati, andiamo. E’ quasi mattino. Mi sto addormentando. Pulisciti il viso, mi fa impressione, mi stai spaventando. Andiamo, lasciati sollevare. Che pensi di fare? Se pensi di fare qualcosa di originale ti stai sbagliando. Non c'è niente di più scontato, di più normale. E’ molto meno originale di quelle scarpe che - detto tra me e te davvero - le ho viste ai piedi di almeno trecento persone. Andiamo, torniamo in paese. Dovresti vedere cos'è successo, ma non sei un po' curioso? Ma te lo giuro, sembra di stare in un posto nuovo.
Dopo trent'anni abbiamo vinto le elezioni, te lo giuro! E’ stato proprio un colpo duro per loro. Mia madre ha pure pianto ed io ho fatto lo stesso. Si respira un'aria nuova, c'è un bell'entusiasmo. E da quest'anno si balla in un chiosco appena aperto sulla spiaggia. Tutti i giorni, tutti a bere sulla sabbia. E i balli di gruppo, i latinoamericani, poi fino all'alba con la tecno. E stiamo già organizzando un bel torneo di pallavolo, di calcetto, di biliardo, la caccia al tesoro. La sagra del pane, del pesce, del maiale. E se ti perdi tutto questo sei proprio un fesso
Allora, hai deciso? Sei proprio convinto di fare qualcosa di originale: non vuoi tornare. Ma sai che ti dico? Sei proprio un cretino. Non ci stupisci, non mi sorprendi. Stammi ad ascoltare un pochino: quelli come te, lo sappiamo, stanno al mondo solo perché c'è spazio. Mani strappate all'Enalotto le tue.
Quelli come te, lo sappiamo, sono stati vivi solo quando sono morti. Mani strappate al voto di scambio le tue.
Ma lasciati abbracciare, ti riporto a casa, ti riporto da tua madre. Ma guardami in faccia, non mi riconosci? Andiamo a casa, non farmi disperare.
Non so che cosa fare, ormai non mi rispondi, hai deciso, sei testardo, sei convinto. Ascoltami bene, ti stai sbagliando.
Ascoltami bene.
Ti stai sbagliando.
La verità sta nei dettagli e allora te li elenco, ti regalo altri minuti del mio tempo.
Stada provinciale. Centosessanta. In lontananza un pezzetto di mare. Notte fonda. Cielo sereno. L'estate alle porte. Un leggero maestrale. Fiat Punto nera del duemila. Trecentomila i chilometri percorsi. Cerchi in lega da quindici pollici, un impianto stereo davvero eccezionale. Il corpo steso sulla schiena di un trentenne, sull'asfalto, ha già smesso di respirare. Abbigliamento sportivo, curato,
costoso, nella norma. Niente di originale. Nelle tasche cinque euro e pochi spicci, un mazzo di chiavi, due cellulari. Sul braccio destro un tatuaggio tribale e sulle mani calli e vesciche profonde da muratore.

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Vorrei tanto avere scritto io queste parole. Ma non è così. L’autore è invece un certo Jacopo Incani, sardo, nome d’arte Iosonouncane. In rete scomodano Dalla, Gaber, De André. Dalla sicuro, sì. Aggiungerei Rino Gaetano, Bersani, il primissimo Vasco e Beppe Grillo. L’album d’esordio è notevole, ma nessun pezzo è al livello di questo indiscutibile capolavoro. La canzone s’intitola Il corpo del reato e io ce l’ho in testa ininterrottamente da ormai un mese. Si vi garba, ascoltatela cliccando qui.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  21.06.2011 | 11:44
autoironia
 
 

Succede di rado, troppo di rado. Ma qualche volta per fortuna succede.
Eppoi Mario è un ospite speciale per una serie di ragioni talmente lunga che richiederebbe un blog dedicato. Una su tutte: ho scritto proprio insieme a lui, a quattro mani, la mia prima (e ad oggi unica) pubblicazione. Tiratura molto, molto limitata. Direi limitatissima. Quindici copie, se non ricordo male. Una per ciascuno dei nostri amici.
Parliamo di dodici, tredici anni addietro.
Erano giorni che di tempo ce n’era, ah se ce n’era. Scrivere, ricopiare, correggere, rivedere. Tra i tanti, ricordo un intero pomeriggio infrasettimanle in un bar di Modena, fuori un caldo di canicola, dentro un tavolino largo così con sopra una pila di fotocopie che non ci vedevamo in faccia, cento boccali di birra e un’insaltiera stracolma di mozziconi. Si poteva fumare, allora, nei bar di Modena.
Oggi sia Mario che io siamo un po’ più indaffarati di allora, e forse un giorno faremmo bene a domandarci se sia un bene oppure no. Sta di fatto che, indaffarato o meno, Mario ha trovato il tempo e la voglia, uno, di andare a un concerto e, due, di scrivere una recensione. La pubblico qui sotto con onore e gratitudine.
Impietosa la foto, proveniente dal sito ufficiale della manifestazione.

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Gran pregio l'ironia!
La vera autoironia poi (non quella palesemente fasulla, simulata per accattivarsi il prossimo) l'ho sempre ammirata.
Se dovessi sintetizzare con una parola il gruppo dei Ridillo, ascoltati l'altra sera in concerto al Lesy in festa di Lesignana (MO), li definirei proprio autoironici.
Per un gruppo che nella seconda metà degli anni novanta ha sfiorato il successo nazionale non dev'esser facile ritrovarsi dopo 15 anni (e ben 20 di carriera!) alla festa di Lesignana (detto con tutto il rispetto per un'iniziativa onestamente organizzata molto bene) a suonare e cantare (BENE) davanti a poche decine di persone, con le bambine che ballano e i grandi che, almeno inizialmente, si tengono a debita distanza. Il frontman Bengi invece ci invita subito a non essere timidi e ad avvicinarci al palco, cosa che peraltro facciamo. Presenta alcuni pezzi del loro nuovo disco (Playboys, 2011) e li alterna ai successi radiofonici tra il '96 e il '98 (Mondo Nuovo, Festa in Due, Figli di una Buona Stella, Mangio Amore) e a cover dei Bee Gees (How deep is your love), Mina (Cartoline) e Tom Jones (It's not unusual). In mezzo a tutto questo, finge di battibeccare con il tecnico audio, scherza con gli irriducibili fan (pochi anch'essi ma con maglietta) informandosi su quante copie del loro nuovo cd in vendita poco più in là sono state vendute e riprendendoli se si sono allontanati un momento mentre lui ha appena inziato l'attacco di una delle hit! Tra una canzone e l'altra c'è anche il tempo di fermarsi tutti e guardare in su per cercare di intravedere tra gli alberi l'eclissi lunare. Le canzoni, cover a parte, sono tutte simili ma ugualmente orecchiabili e con testi semplici eppure divertenti che non sentono mai il bisogno di sconfinare nella volgarità. Più o meno come i Ridillo medesimi.
Fedeli a loro stessi, al genere di musica che amano fare e che continuano imperterriti a presentare a distanza di vent'anni.
Chiusura con il bis Sempre il Solito, prima traccia del nuovo album, una cover di Supermarket, già presente nell'album Hello! e Arrivano i nostri (Sarà quel che sarà) che, dice Bengi dopo aver ricevuto un bigliettino dal pubblico, devono suonare per forza se no la fan Giorgia gli toglie l'amicizia su Facebook.
Ragazzi simpatici i Ridillo.... e soprattutto autoironici.

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  30.05.2011 | 18:30
godetevi lo spettacolo
 
 

Filippo è l'unico essere umano su questo moribondo pianeta che annuisce quando sostengo che The final cut è il mio album preferito dei Pink floyd. Che dice "pure io" quando affermo di aver ascoltato The pros & cons of hitch-hiking più volte di The wall, e Amused to death più volte di The dark side of the moon.
Io e Filippo siamo le uniche persone al mondo più watersiane di Roger Waters - ma la watersianità di Roger Waters è recentemente crollata ai livelli minimi seguito della sorprendente riconciliazione con Gilmour e il conseguente storico abbraccio davanti alle telecamere (ma Gilmour ha compiuto il gesto con una certa indifferenza, con un braccio dietro la schiena e con in faccia l'espressione di chi ha appena scoperto che il cellulare gli è cascato in un cesto di scarafaggi, con realtivo incremento del livello di watersianità del medesimo).
Be', dicevo, io e Filippo siamo entrambi molto watersiani. Non è strano che alle 23.25, cinque minuti dopo il termine del concerto, Filippo abbia sentito l'impulso di telefonarmi. Io sarei andato alla replica dell'indomani. Non volevo sapere nulla per non rovinarmi la sorpresa. Gli dissi quindi: "Sintetizza in tre parole".
La risposta fu: "Goditi lo spettacolo".
Filippo non poteva trovare parole più azzeccate per descrivere questo The wall live.
Godetevi lo spettacolo, quindi, se avrete la fortuna di andare a squagliarvi alle repliche di luglio. Oppure godetevi la recensione se cliccate qui.
La foto sopra è di Barbara, che ringrazio sempre e comunque.

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  02.05.2011 | 16:40
quattro funerali e un matrimonio
 
 

all'inizio dell'anno gli amici di yastaradio mi chiesero un articolo sui migliori album del 2010, secondo il mio gusto. un articolo da pubblicare nel loro sito. accettai di buon grado, ma quando presi in mano la penna mi resi conto che nel 2010 non avevo ascoltato un bel niente.
che fare?
dapprincipio pensai di declinare l'incarico, poi scrissi questo articolo.

l'instant painting (o commcazz si dice) è stata realizzata da gualandri/moschetti nel 2009. dovessi mai incidere un album, quasta sarà la copertina. si intitola "epitaph".

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  20.04.2011 | 16:27
giorni copernicani
 
 

L’altro giorno sono lì che traffico coi miei mp3 e mi salta fuori un vecchio master di Elvis che canta Proud Mary. Ma come? La canzone simbolo dei Creedence clearwater revival?!? Il giorno successivo il Maino mi chiama tutto allarmato e mi dice “It’s beautiful day, Bombay calling. Resterai di stucco”. Allora io apro youtube, clicco qui e poi qui e rimango veramente di stucco.
Vuoi vedere, dico io, vuoi proprio vedere che adesso va a finire che che Kashmir in realtà l’ha scritta proprio Puff daddy?
Giorni copernicani.
Nel macroscopico, ma anche nelle quisquilie, viviamo giorni copernicani.

L’illustrazione qui sopra, scaricata da questo bel sito, è la copertina del primo album omonimo degli It’s a beautiful day. Ora sono proprio curioso di ascoltarlo.

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  13.04.2011 | 13:43
controsensi
 
 

Pochi soldi, tante idee, ogni primavera i ragazzi di Controtempi riescono a mettere in piedi una bella rassegna di sette-otto serate sul rock: la storia, l’eredità. Incontri, dibattiti, filmati, concerti.
Ho sempre pensato che il team di Controtempi porti avanti da quasi dieci anni un lavoro più che pregevole.
Poi lo scorso 30 marzo si è svolta la serata su Neil Young.
Neil Young, accidenti. Non potevo mancare.
Certo che…
Certo i filmati…
A parte un paio di eccezioni, la selezione di filmati sa di sommaria e affrettata selezione da Youtube, effettuata senza logica né continuità. Pessimo audio e riprese meno che amatoriali. Solo noia per i fan che speravano nella chicca a sorpresa, una gran voglia di darsela a gambe, metaforicamente parlando, per il novizio curioso. Un plauso speciale a chi ha messo giù la pagina di autorun del DVD, che preannuncia inediti e rarità dai titoli esotici quali Out on thr weekend (sic!), Journey true the past (sic!!), Souther man (sic!!!), I shall be relased (sic!!!!), Rokin’ in the free world (sigh!!!!!)…
Out on the weekend è una versione solo pre-Harvest piuttosto singolare, in realtà, ma perché non tagliare la lunga scena del cambio dell’armonica in Journey through the past? Altrettanto interessante il protopunk di For what it’s worth / Mr. Soul targato Buffalo springfield (la quasi-spallata che Neil rifila a Stills per accaparrarsi il microfono e sbraitarci dentro la sua Mr. Soul riassume da sola quarantacinque anni di conflitti stilistici e personali). Ma perché etichettare “Neil solo”  la I’ve been waiting for you eseguita nel 2001 coi Crazy horse? E perché quella imbarazzante Sugar mountain con un Willie Nelson di cartapesta e un crocchio di pellerossa saltellanti e impiumati come fossero drag-queen? Perché includere una canzone di Dylan in cui Neil Young non fa che starsene sul palco a trincarsi una pinta al gargarozzo e poi fare il cascamorto con Joni Mitchell? Perché? Perché? Perchéééé?
Certo che il dibattito…
Il moderatore, un certo Enzo Gentile, dichiara ogni dieci minuti il suo amore spassionato per Neil Young e poi mostra di saperne quanto una pagina di Wikipedia scritta in maltese. Elenca le collaborazioni di Neil Young: i Crazy horse, appunto (collaborazione?), Crosby, Stills e Nash (collaborazione???), i Buffalo springfield (collaborazione?????) e dimentica, oltre al resto, gente del calibro di Pearl jam, Booker T e Daniel Lanois.
Certo che anche l’ospite speciale Omar Pedrini…
Prima esordisce raccontandoci che ha iniziato a strimpellare la chitarra proprio suonando Harvest, wow, poi fa su tre minuti di misturotto tra Sleeps with angels, Harvest moon e Kurt Cobain e infine si congeda sostenendo che in fin dei conti quando c’è un assolo di Neil Young lui preferisce farsi un giro al bar e pigliarsi un caffè (a Pedrini suggerirei di sentirsi uno qualunque dei suoi album e a seguire l’assolo centrale di Cowgirl in the sand sul Live at the Fillmore East 1970, pubblicato nei NY live series nel 2006).
Certo che...
Certo che anche i tombini sanno che Cobain scrisse un frammento di My my hey hey su un foglietto prima di farsi saltare le cervella, ma magari un dibattito appena decente dovrebbe investigare il perché. Perché il nuovo "Seattle sound", postumamente e orrendamente rinominato grunge, adotta proprio Neil Young come epigono? Quali album, quali canzoni? Quali aspetti del suo stile chitarristico e di songwriter? Abbiamo dei filmati? Non è curioso che proprio in quegli anni i Sonic youth all’apice della loro carriera si ritengano onorati di aprire i concerti americani di Neil Young? E che proprio in quegli anni, tra l’uscita di Nevermind dei Nirvana e quella di Superunknown dei Soundgarden il Nostro pubblichi Harvest moon, uno smaccato ritorno alle radici folk di vent’anni prima? Come mai in quegli anni i cui persino i barboni nelle metropolitane suonano grunge, Harvest moon diventa l’album più venduto di Neil Young?
Certo che l’esibizione finale di Pedrini…
Sono certo di sintetizzare efficacemente sostenendo che ha cantato meglio di come ha suonato la chitarra. Il fonico (che poi somiglia mica tanto a Pete Townshend) ci mette del suo e strapazza la slide guitar di Strapazzon facendola suonare come una mucca in preda a un attacco di mastite. E perché, tra le quasi mille canzoni scritte da Neil Young, proporre di nuovo Out on the weekend dopo che avevamo appena visto il filmato? Era forse una sfida?
Sono certo che…
Sono certo che i ragazzi di Controtempi sapranno riconoscere il passo falso e trarne beneficio migliorandosi. Anche perché peggio non si può.
Ad maiora.

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  24.03.2011 | 12:47
lettera del compagno lazlo al colonnello valerio
 
 

L’estate scorsa ero a Ferrara a una specie di festival cui partecipavano grosso modo tutti i gruppettini italiani che ho imparato a detestare in questi vent’anni. Gli headliner erano i Tre allegri ragazzi morti, tanto per intenderci. Io ero lì per due motivi diversi e a loro modo entrambi validi. Uno si chiama Sara, l’altro si chiama Giorgio Canali.
Non ci provo neanche a cercare di descrivere la rabbia che scarica Canali quando imbraccia una chitarra e sale sul palco, o il senso di insopportabile compressione che ti pompano dentro le sue canzoni per giungere alla catarsi finale che esplode ineluttabile e violenta come un’eruzione. Posso solo consigliarvi di andarlo a vedere, una volta nella vita, Giorgio Canali.
Come di consueto il concerto è stato breve: poco meno di un’ora. Poi Giorgio è tornato sul palco e ha presentato come bis un brano inedito. Le sue parole: “Questa canzone doveva essere dentro a Materiale resistente, ma alla fine fu esclusa perché a nessuno piaceva come suona ‘sta cazzo di armonica”. E poi ha attaccato con questa roba qui. Se vi è mai capitato di vedere Canali dal vivo potete immaginarvi cos’è successo sul palco in quei cinque minuti. Se avete poca fantasia potete dare un’occhiata qui.
Il colonnello Valerio cui è indirizzata la missiva è un certo Walter Audisio. Chi mastica di storia lo conoscerà certamente. Io ho dovuto usare Wikipedia.

Be', ogni volta che ascolto questo pezzo mi si drizzano i peli delle braccia. A voi no?

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  28.01.2011 | 12:36
niccolo ammaniti - che la festa... / come dio...
 
 

Niccolò Ammaniti - Che la festa cominci / Come Dio comanda

La copertina è tutta blu. Una foto scattata a pelo d’acqua. Nella parte superiore emerge il profilo di un ippopotamo, lo sguardo feroce, pronto per attaccare. Gli ippopotami sono animali territoriali, molto aggressivi.
Al centro c’è il titolo: “Che la festa cominci”. Un titolo territoriale, molto aggressivo. Il lettore impugna il libro e percepisce l’adrenalina. Accetta la sfida. “Coraggio”, pensa “fatevi sotto. Vi aspetto”.
Non chiedevo di meglio.
Iniziai a leggere.
Le prime cento pagine sono impeccabili. Pura narrazione. Magistrali nel fomentare quell’aspettativa sfrigolante che si percepisci da quando ti trovi in mano il volume la prima volta.
Poi comincia la festa. E il romanzo si squaglia. Letteralmente.
Divi, celebrità, vip e starlettes. I tanti vizi (e le poche virtù) di quest’italietta in sberluccicante parata. Poi il senso di tragedia si fa incombente. Ma Ammaniti, ahilui, non è Palahniuk e finisce per sbruciacchiare molta della succulenta carne messa al fuoco. Alcuni  personaggi mutano presto in macchiette, talune situazioni diventano incoerenti ed emergono buchi narrativi un po’ dappertutto.
Per esempio. Al ritorno della battuta di caccia i protagonisti trovano davanti ai loro occhi una tragedia già consumata. Perché? Che cos’è successo? E come spiegare l’improvvisa follia Scarfaciforme del “buon” patron Sasà Chiatti? Ma soprattutto perché dettagliare una spiegazione pseudo-scientifica alle strane creature che prendono la scena nel pasticciato pre-finale? Basta riflettere pochi istanti per accorgersi che si tratta di una mera vaccata. In circostanze del genere l’autore non deve spiegazioni. Il lettore se la beve così. Punto e basta.
Insomma, mano a mano che le pagine scorrono, Ammaniti annoda i fili della trama con crescente fretta e annega il tutto in un finale catartico piuttosto facile è un po’ qualunquistico.
Non originalissima, ma comunque aprezzabile l’idea di questa casta di superborghesi gonfi e strafatti al punto da non riuscire nemmeno a prendere coscienza della propria tragica imminente estinzione (fisica e metaforicamente morale). Ma Ammaniti, ahilui, non è Ballard e finisce per affondare il tutto con un paio di uscite un po’ troppo sopra le righe.

Tutt’altra storia per l’altro titolo protagonista di questa chiacchierata. “Come Dio comanda” è un romanzo che ho letto con addosso la medesima furia con il quale si svolge. C’erano un paio di cosette che non mi convincevano, sì, ma non sto neanche a sforzarmi di ricordarle. “Come Dio comanda” sono cinquecento pagine che si ingoiano in una notte intera, senza tregua, una notte rannicchiati sotto le coperte, i tuoni che percuotono le tapparelle, lo scroscio della pioggia incessante. E l’alba che giunge ben prima del sonno.
Non mi capita da quando, vent’anni fa, divoravo i tomazzi di Stephen King in un weekend.
Ammaniti, ahilui, non è Stephen King, ma è abbastanza evidente che ambisce a diventarlo. Non lo biasimo, considerando l’entità del di lui conto in banca.

Tornando a “Che la festa cominci” devo ammettere che i quattro satanisti pasticcioni mi hanno conquistato fin da subito. L’autore ce li introduce così:

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“Maestro, ti dovremmo parlare... Avremmo pensato una cosa sulla setta...” lo spiazzò Edoardo Sambreddero detto Zombie, il quarto del gruppo, un tipo allampanato che non poteva ingerire aglio, cioccolata e bevande gassate. Soffriva di esofagia congenita. Aiutava il padre a montare gli impianti elettrici a Manziana. “Tecnicamente noi, come setta, non esistiamo”.
Saverio aveva intuito dove voleva andare a parere l’adepto, ma fece finta di non capire. “Che vuoi dire?”
“Da quand’è che abbiamo fatto il giuramento di sangue?”
Saverio sollevò le spalle. “Saranno un paio d’anni”.
“Su Internet per esempio non si parla mai di noi. Dei Figli dell’Apocalisse tantissimo”, sussurrò Silvietta con una vocina così bassa che nessuno la sentì.
Zombie puntò il grissino contro il suo capo. “In tutto questo tempo, che abbiamo combinato?”
“Delle cose che avevi promesso, che abbiamo fatto?” si unì Murder. “Sacrifici umani non se ne sono visti, e avevi detto che ne avremmo fatti un casino. E i riti di iniziazione con le vergini? E le orge sataniche?”
“Intanto il sacrificio umano l’abbiamo fatto, eccome se l’abbiamo fatto”, precisò Saverio irritato. “Non sarà riuscito, ma l’abbiamo fatto. E pure l’orgia”.

A novembre dell’anno prima Murder aveva conosciuto sul treno per Roma Silvia Butti, una studentessa fuori sede della facoltà di psicologia. I due avevano parecchio in comune: l’amore per la Lazio, i film dell’orrore, gli Slayer e gli Iron maiden, insomma il buon vecchio heavy metal degli anni Ottanta. Avevano cominciato a chattare su msn e a vedersi a via del Corso al sabato pomeriggio.
Fu Saverio ad avere l’idea di sacrificare Silvia Butti a Satana nel bosco di Sutri.
C’era solo un problema: la vittima doveva essere vergine.
Murder aveva dato la sua parola: “Ci ho fatto di tutto, ma quando ho provato a scoparmela, non c’è stato verso”.
Zombie aveva cominciato a ridere: “Non ti ha sfiorato l’idea che forse non ci vuole scopare con un ciccione come te?”
“Imbecille, ha fatto una scelta personale di castità. Quella è vergine al cento per cento. E poi, scusatemi, se per caso non lo fosse, che cosa succede?”
Saverio, maestro e teorico del gruppo, era preoccupato. “Be’, è abbastanza grave. Il sacrificio sarebbe inutile, o peggio, potrebbe addirittura rivoltarcisi contro. Le potenze infernali, non soddisfatte, ci potrebbero attaccare e distruggere”.
Dopo ore di discussioni e ricerche su Internet, le Belve avevano concluso che l’illibatezza della vittima non era un problema sostanziale. A quel punto avevano studiato un piano.
Murder aveva invitato Silvia Butti per una pizzata a Oriolo Romano. Lì, a lume di candela, le aveva offerto supplì, filetti di baccalà e una birra gigante in cui aveva disciolto tre pasticche di Roipnol. Alla fine della cena la studentessa si reggeva in piedi a malapena e farfugliava cose senza senso. Murder l’aveva caricata di peso in macchina e con la scusa di andare a vedere l’alba sul lago di Bracciano l’aveva portata nel bosco di Sutri. Lì, le Belve di Abaddon, con dei blocchi di tufo, avevano innalzato un’area sacrificale. La ragazza, semincosciente, era stata spogliata e stesa sull’altare. Saverio aveva invocato il Maligno, aveva mozzato al testa di una gallina e spruzzato il sangue sul corpo nudo della studentessa e poi se l’erano fatta tutti. A quel punto avevano scavato una buca e l’avevano seppellita viva. Il rito era stato consumato e la setta aveva intrapreso il suo viaggio negli oscuri territori del Male.
Il problema si era presentato tre giorni dopo. Le Belve erano appena uscite dal cinema Flamingo dove avevano visto “Non aprite quella porta – l’inizio” e si erano trovate davanti Silvia. La ragazza, seduta su una panchina dei giardinetti, si mangiava una piadina. Non ricordava molto della serata, ma aveva la sensazione di essersi divertita. Aveva raccontato che quando si era svegliata sottoterra aveva scavato fino alla superficie.
Saverio l’aveva arruolata come sacerdotessa ufficiale della setta. Qualche settimana dopo si era fidanzata con Murder.

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  07.12.2010 | 11:45
fuck!
 
 

la mia recensione di... di... di cosa?
a dire il vero non lo so.
bah, qualunque sia l'argomento, eccola.

la foto qui sopra è stata scattata dal maffo nel quartiere messicano di san francisco, nel quale abita da alcuni mesi. piuttosto kitsch, nevvero? era il 2 novembre 2010. el dia de los muertos. altre foto da qualche parte nel suo sito.

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  10.11.2010 | 18:15
anarchia d'autunno
 
 

dopo una anno e passa trascorso a prendere acari e spiders sugli scaffali elettronici della redazione di tapirelax, la mia recensione del concerto dei living colour vede finalmente la luce del display. la trovate qui. ho sempre pensato fosse una delle mie recensioni più azzeccate. speriamo che parlare dei living colour ora sia di buon auspicio e che i nostri si facciano rivedere presto da queste parti.
la foto qui sopra è di una certa milena simonato. l'ho trovata in rete e incollata qui senza naturalmente chiederle il permesso. la ragazza ha talento. online ha messo un intero book relativo a quella serata. chi fosse interessato può dare un'occhiata qui.

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  14.09.2010 | 16:36
dal basso
 
 

la mia recensione del concerto dei rammstein per tapirelax qui.

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  24.05.2010 | 12:29
niente di altrettanto rock
 
 

Litfiba 17/4/2010 – Firenze, Nelson Mandela Forum

La mia recensione del concerto per Tapirelax è qui. Lo so, lo so, ne ho scritte di migliori.

La foto qui sopra, una volta tanto, è mia.

Setlist
Proibito
Resta
Cangaçeiro
Paname
Bambino
Il volo
Sparami
Lulù e Marlène
Dio
Spirito
Tex
Ferito
Fata Morgana
Animale di zona
A denti stretti
Cuore di vetro
Gioconda
Ritmo #2
Ci sei solo tu
Maudit (encore #1)
Dimmi il nome (encore #1)
El diablo (encore #1)
Lacio drom (encore #2)
Lo spettacolo (encore #2)

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  08.03.2010 | 18:44
con permesso
 
 

erano parecchi anni che desideravo vedere dal vivo i black heart procession. per un motivo o per l'altro saltava sempre fuori qualche cazzo dell'ultimo momento. ora li ho finalmente visti. e li rivedrò ancora, e ancora e ancora e ancora...
qui la mia recensione. l'immagine proviene da un videoclip dei b.h.p.. perdonate, ho già dimenticato quale.

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  23.11.2009 | 11:24
indiscrezioni aggiuntive sulla vita privata di...
 
 

ricevo da elena il seguente commento (qui): "certo che poveracci... gli hai appioppato dei nomi assurdi... e lars frocionazzen non mi sembrava frocissimo... povero, mi ha fatto pure la dedica e me lo sminuisci cosi!!!!".
in ottemperanza al fatto di ritenere che i gusti sessuali di frocionazzen dovrebbero essere argomento di discussione da parte esclusivamente di frocionazzen e, eventualmente, il suo/la sua partner, non replico a elena. mi limito a mettere online un'altra foto della serata, sempre uno scatto di elena. si tratta di un momento del concerto, stavolta, che ritrae proprio lui, frocionazzen. se non riuscite a contare il numero di code di cavallo che gli scendono dalle braccia non allarmatevi, potete sempre consolarvi contando il numero delle corde del basso che sta suonando.

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  18.11.2009 | 11:23
la recensione del concerto dei d-a-d
 
 

nel recensire i d-a-d per tapirelax (qui) sono stato lapidario anche se, devo ammetterlo, i ragazzi non meritavano tanto. da un lato l'ho fatto per mere esigenze di copione, dall'altro perché mi piace contraddire fabio ogni volta che ne ho occasione. in realtà non conosco i d-a-d se non per una manciata di canzoni ascoltate frettolosamente nei giorni antecedenti il concerto su stimolo, appunto, di fabio. lui considera i d-a-d la sua band preferita in assoluto; io non credo che mai giungerò a tanto. ma devo ammettere che il loro ultimo "monster philosophy" (l'unico che ho ascoltato con un po' di attenzione) è un album tutt'altro che banale, che oltre ai soliti riff/coretto/scaracchio-di-batteria lascia intuire una certa dimestichezza con sonorità ben più sofisticate. al punto che, in diverse occasioni, mi hanno fatto pensare a certe cose degli altrettanto nordici deus.
sta di fatto che io a vedere un concerto con quelle due non ci vado più. nossignore. men che meno di lunedì. sono ormai troppo vecchio per cose del genere.

la foto ritrae elena assieme a jesper binzer, il cantante della band

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  19.10.2009 | 17:40
l'equivoco
 
 

l'immagine di questo post proviene da un filmino amatoriale di scarsa qualità realizzato con un telefonino in occasione di una delle serate del tour estivo di cristiano de andré (non quella di parma, però). ne sono rimasto istintivamente affascinato. chi, come me, ha gli anni sufficienti da potersi vantare di aver assistito a un concerto di fabrizio de andré ne capirà facilmente la ragione. la mia recensione del concerto, scritta per tapirelax, si trova qui.

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  30.07.2009 | 13:26
shane mcgowan mi deve sette pinte
 
 

Quando l'ho saputo mi sono incazzato un casino. I Faith no more, no dico, i FAITH NO MORE, unica data, in una latrina del genere? Maledetti. No, fanculo. Non ci vado. Andrò poi a Parigi a vederli, al Rock en seine. Sissignore. E i Pogues? Tira e molla tira e molla alla fine non ho resistito. La mia recensione per Tapirelax ha generato qualche polemica. Ne sono lusingato.
Ah, la foto è di... beh, c'è scritto bello grande.

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  16.07.2009 | 10:24
a occhi chiusi
 
 

Patti Smith 7/7/2009 - Parma, cortile della Pilotta

Non mi ascoltate, eh, stavolta. Non mi state a sentire.
Perché sono inviperito.
Dico, faccio la coda in quel cazzo di chiosco strabordante fighettine abbronzate e, sapete?, la birra viene sei Euro la bottiglietta.
Sei Euro? Valà.
“Evabene – tiro fuori un biglietto dal venti e intanto sbircio nella scollatura della cassiera – che birre ci sono? Ce l’hai la Moretti?”, faccio.
“No, c’è solo la Tourtel”.
“Cosa?”
“La Tourtel” e mi agita davanti la bottiglietta.
La Tourtel? Dico, ma siamo matti? SOLO LA TOURTEL? Sei Euro una boccetta da trentatre di piscio gassato perdipiù analcolico?
Inaudito.
Ricordo che l’unica altra volta che m’era successa una roba del genere ero al palasport di Modena, nel quale precauzionalmente non ho più messo piede, in occasione del concerto degli Skunk anansie. Ma quella volta posso anche capire: erano praticamente tutti minorenni.
Ritorno al mio posto con le pive nel sacco e una certa secchezza delle fauci.
Poco più tardi inizia il concerto.
Il primo a venir fuori, chitarra al braccio, è Lenny Kaye, il compagno di merende di P.S. da una vita. Ma che tipo. Lo guardo stranito. Mai visto nulla del genere. Immaginatevi uno scopettone in giacca e camicia che dondola come un’alga nel mare per tutto il tempo del concerto. Ostenta una checcaggine tale che a confronto Jon Anderson pare un grezzo metallaro omofobo e birromane. In quanto alla chioma, qualcuno che dovrebbe farsi un po’ di più i cazzi suoi spergiura che è pettinato proprio tale quale me. A me non sembra proprio, veh.
Contemporaneamente esce lei, la poetessa maledetta del rock, stivali, jeans, una t-shirt impadellata e una giacca nera sfilacciata che ha la forma (e probabilmente l’odore) di una tovaglia della festa dell’Unità.
Due o tre pezzi che non riconosco, poi esce Jesse Smith, la figlia di Patti, e si siede al piano. Capelli graziosamente raccolti, un’ombra di trucco sul viso, golfino carino sulle spalle, un vestitino verde un po’ scollato, mica tanto. Una tipica fighettina parmigiana da aperitivo del giovedì sera, al barino. Uguale uguale. Lancia fulminee occhiatacce alla madre a ogni suo gesto sguaiato, palesando un evidente complesso adolescenziale ancora lontano dal risolversi. Post-adolescenziale, direi, giacché la graziosa vira ormai per i trenta.
Il quarto e ultimo viene fuori soltanto verso la fine. Faccio un’ovazione interiore. Direttamente da Sacramento, California, ecco a voi Frangia, il nono figlio della famiglia Bradford.
Li guardo strimpellare per un po’.
Non ho mai visto una band così scalcinata.
Forse i Supertramp nel 2001.
No, no. Questi son peggio.
A ogni canzone Patti fa ciao con la manina come una vecchia babbiona all’ora del tè, di quelle che popolano i libri di Foster o i film di Ivory; inciampa nei fili, le casca il microfono, scende tra il pubblico e perde la strada, di tanto in tanto scatarra sul palco, si scorda i testi e pure gli accordi. Una presenza scenica paragonabile a quella di Ozzy Osborne, col quale evidenzia pure una sinistra somiglianza somatica.
Insomma: un spettacolo desolante.
Sono spiacente di annunciarvi che la poetessa maledetta del rock è entrata in menopausa. E’ così, signore e signori. Rassegnatevi. Dopotutto doveva succedere, prima o poi.

Per un po’ mi agito sulla sedia. Delusione? Sete? Non so bene che fare.
Poi mi viene un’idea.
Semplice. Ma come ho fatto a non pensarci prima?
Chiudo gli occhi.
E cogli occhi chiusi dondolo il capo e mi lascio cullare da quella voce misteriosa e potente, inimitabile oggi così come allora. Ecco Ghost dance, allora; ecco Dancing barefoot, ecco People have the power, ecco Because the night. E cogli occhi chiusi finalmente mi commuovo nell’incanto di quel pugno di canzoni – perdonate, non ho altri aggettivi – semplicemente perfette.
Rimane il fatto che servire Tourtel a un concerto rock è un crimine al cospetto di Dio oltre che una violazione della convenzione di Ginevra.

Setlist
Beneath the Southern Cross
Pissing in a river
Grateful
Birdland
My blaken years
Redondo Beach
Kimberly
Ghost dance
Dancing barefoot
People have the power
Because the night
Wing (encore)
Gloria (encore)

La foto è di Sabrina, che ringrazio.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  19.06.2009 | 13:25
grazie, depeche mode
 
 

Depeche mode 18/6/2009 - Milano, stadio San Siro

Sarà che sono scomodo sui gradini. O che l’omunculo delle bibite ogni volta che passa mi sbatte la cassetta delle bibite contro l’orecchio. L’orecchio mi fischia poi per dieci minuti. O il fatto che il tizio seduto di fianco si sarà fumato settecento canne e considerando un ragionevole rapporto di uno a duecentotrentacinque ne ho tirate su circa tre pure io, soltanto per osmosi. O che le casse penzolanti dal soffitto hanno la medesima resa sonora di un megatarzanello afono.
In due parole: non sento un cazzo.
Quattro. Quattro parole.
S’aggiunga che là in fondo, sul palco, Dave Gahan è statico come un… uh, mi viene in mente una cosa successa nel novantaquattro. Ero a Modena, alla Festa dell’Unità, per vedere i Pink floyd. A un certo punto un mio amico s’avvicina e mi fa: “Gilmour è in forma strepitosa stasera”.
Tengo d’occhio Gilmour per un po’, poi domando al mio amico: “Te come fai a dirlo?”
“Beh, sta battendo un piede a ritmo di musica”.
Ecco, Gahan sul palco è fermo come Gilmour nel novantaquattro.
Nei maxischermi (due affari delle dimensioni grosso modo del mio vecchio Blaupunkt a tubo catodico) Martin Gore somiglia a un Andy Warhol fuori stagione. No, scusate, alla statua di cera di un Andy Wahrol fuori stagione. Di Martin Fletcher, là dietro, nessuna notizia.
Dopo un’ora di concerto mi sto rompendo il cazzo. Mi alzo e decido di procurarmi un’altra birra. Lì in coda, sbotto: “Ne ho avuto abbastanza di queste ex-band multimiliardarie che vengono qui, si ciucciano cinquanta banane, accendono un po' di luci colorate e fanno i compitini! Basta! Avete montato una passerella in mezzo al pubblico? Non chiedo molto ma, cazzo, almeno camminarci sopra. E il suono. Possibile che ’sti tre stronzi coi milioni che gli zampillano dal culo a ogni scorreggia non riescono manco a tirare fuori un straccio di suono da stadio?” Mi guardo intorno. Nessuno mi sta ascoltando. “Sapete una cosa? Ho idea che i Depeche mode dal vivo fan cagare punto e basta!”
Il tecnico del suono dev’essere quello davanti a me nella coda delle birre perché arraffa il bicchiere e fila via come se gli stessero correndo dietro i Motörhead coll’uccello di fuori. Giusto il tempo di smorzare nel nulla una lofia In your room (o era Policy of truth? Non ricordo) e quello arriva trafelato in consolle, schizzi di schiuma da tutte le parti, e dà un bel giro alla manopolona del volume. I feel you erompe epica, imponente, ineluttabile. Gahan e Gore, risvegliati dal torpore, cominciano a esplorare guardinghi il palco. Da lì in poi, complice un pubblico in evidente visibilio, le canzoni più classiche sono un crescendo di energia. Gahan corre e fa roteare il microfono: la voce è sempre quella, calda, sicura, inimitabile. Gore muove il piede e financo la testa, Fletcher si leva finalmente gli occhiali da sole e accende la tastiera.
Never let me down again, Enjoy the silence, Strangelove. Brani che ho semplicemente adorato a cavallo dei… beh, vent’anni fa. Belli tondi. Anzi, qualcuno in più. ’Codìo.
Numerosi e generosi i bis, tra cui una vigorosa Master and servants, una corale Personal Jesus e una inutile Waiting for the night in versione ‘nuda’.
Due ore e passa di show.
Ebbene, adesso lo posso dire: grazie Dave, grazie Martin, grazie Andy.
Ho temuto per tutta la sera, davvero, poi al calar del sipario ho tirato un bel sospirone di sollievo.
E ora vi ringrazio, Depeche mode. Vi ringrazio con tutto il cuore.
Vi ringrazio per avermi risparmiato quella incommensurabile, inimitabile, immarcescibile cagata che risponde al titolo di Just can’t get enough.

Setlist
In chains
Wrong
Hole to feed
Walking in my shoes
It's no good
A question of time
Precious
Fly on the windscreen
Little soul
Home
Come back
Peace
In your room
I feel you
Policy of truth
Enjoy the silence
Never let me down again
Stripped (encore #1)
Master and servant (encore #1)
Strangelove (encore #1)
Personal Jesus (encore #2)
Waiting for the night (encore #2)

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  02.03.2009 | 10:48
quintessenza
 
 

Lordi 26/2/2009 - Milano, Rolling stone

Siamo al sesto, settimo pezzo, o giù di lì. Mr. Lordi somiglia più a un elemento scenografico a basso budget che al frontman di una metal-band. Ma c’è da capirlo. La temperatura del Rolling stone è nell’ordine di grandezza della caldera di un vulcano. E Mr. L., oltre al resto, indossa una pelle d’orso che ha tutta l’aria di essere parecchio esoentropica, le fauci spalancate della bestia a mo’ di copricapo, un cinturone di contenimento che Hulk Hogan a confronto pare un paninaro con la sua El Charro.
Una forza della natura, eh, Mr. L., intendiamoci. Un portento. Quello lì ha la voce di chi nei polmoni ha spazio soltanto per il catarro. Si sgola che pare cantare in una marmitta, invece che nel microfono.
Parte l’assolo del chitarrista. Un certo Amen Ra. Niente più di tre o quattro scale accompagnate da una frondosa gestualità metal-ortodossa di movimenti pelvico-fallici. I padiglioni auricolari rabbrividiscono. Il Nostro ci sta dando dentro, non c’è dubbio, ostentando invero un’imperizia, a dir tanto, canina. Arriccio il naso e incrocio lo sguardo di Gualandri. Gli faccio: “Oh, per dire, io non sarei capace, eh. Mai preso in mano una chitarra. Ma secondo me in una settimana...”
Annuisce: “Sì, certo. Ma appunto. Tu infatti sei qui nel pubblico. E’ lui che è là sul palco”.
“Il che rende la cosa un pochino paradossale, se consideri che per essere qui ho cacciato 22 banane e mi sono sparato 200 km.. E tu anche, mio caro”.
“Doppiamente paradossale, se aggiungi che ci stiamo pure divertendo un casino”.
Taccio.
Gualandri ha ragione.
Mi sto divertendo un casino.
Il mio professore di filosofia un giorno ebbe l’ardire di tentare una definizione del concetto di arte. L’arte – disse – è la facoltà di trasmettere sensazioni altrimenti ineffabili. All’epoca, i Lordi, andavano ancora all’asilo.
Sul palco, la band prosegue per la sua strada. A suon di cadaveri, bava, organi interni, motoseghe che sputano fiamme. Braccia mozzate usate per grattarsi i maroni. Giuro.
Le canzoni? Tanto per inquadrare. Gli stessi arrangiamenti dell’album metal più venduto di sempre: Hysteria dei Def leppard. E le stesse melodie della miglior band palindromica del pianeta: gli Abba.
Tra tutte, mi permetto di segnalare l’attacco di Girls go chopping e il ritornello strappa-reggiseni di Haunted town. E, naturalmente, il bis Hard rock hallelujah, canzone feticcio della band, trionfatrice dell’Eurofestival 2006 – si dice col miglior punteggio di sempre. L’Eurofestival, sì. La medesima competizione canora che sancì il successo di Toto Cutugno con Insieme 1992 e, in pieni anni settanta, degli stessi Abba.
Rivolgo la mia attenzione nuovamente verso il chitarrista. Anubi, doveva chiamarsi, altro che Ra, visto come suona.
E di nuovo mi domando: com’è che mi sto divertendo così?
E penso che forse una vera ragione non c’è. Che la differenza tra arte e intrattenimento sta tutta qui, nel sudore della gente che mi salta attorno e fa le corna con le mani, nel bambinetto di tre anni che non si leva d’in mezzo ai coglioni e agita il culo tutto il tempo convinto di ballare, nelle teste mozzate appese sul palco, nei fumi di scena horror-giallognoli, nei plasticoni, nelle catene, nella vernice rossa che gocciola dalle tastiere, nell’orripilante assolo di un cazzo di finlandese con appiccicato il nome di una divinità egizia travestito da zombi che maneggia la chitarra come fosse una ramazza da cortile.
Concludo che se l’arte è la facoltà di trasmettere sensazioni ineffabili, allora l’intrattenimento non è che una forma di arte in seconda visione.
Qualcuno molto fico una volta disse che il rock non è altro che la banalizzazione del blues, che a sua volta è la banalizzazione del jazz
Il tizio molto fico non sbaglia.
Pensateci.
Il rock, tutto quanto il rock, si basa su un principio di fondo.
La ripetizione.
Ripetizione nei costrutti musicali, negli atteggiamenti macho-rutto-sessuali, nella ciclicità (20-ennale) degli orientamenti sonori e soprattutto nel look.
Quello stesso senso di ripetizione che induce mia nonna, novant’anni suonati, a pianificare l’intera giornata attorno alla puntata quotidiana di Beautiful, e i figli del Sacco a non staccarsi dai Teletubbies per cinque ore di fila senza far fermate, neanche per pisciare.
Signori, ecco il punto. E’ questo che vogliamo. Esattamente questo.
Telenovele, sòpopere, serial, grandi fratelli, sequel, alicicooper, kiss, mani-nel-pacco, are-you-readyyyyy?
Ci affezioniamo.
In questo senso i Lordi rappresentano la quintessenza del rock. I Lordi sono i Teletubbies del metal.

Saluto Gualandri, saluto gli altri. Sono quasi le due e ho addosso un metro cubo di sonno. Risalgo in auto e riparto. Maledetti, penso. Tirano giù il miglior live club di Milano. L’unico in zona con un’acustica un po’ più che decente.
Bah.
Stronzi.
Spengo lo stereo. Mi metto a cantare Armageddon it a squarciagola. Saranno stati vent’anni che non mi veniva in mente quel pezzo. Cazzo quanto mi piaceva.

[grazie a Elena per la bella foto]

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  16.02.2009 | 08:54
figaroquaaa figarolaaaaa
 
 

poiché non sono riuscito a convincerli a intitolare così lo spettacolo, mi consolerò con questo post.
chi non conosce il 'teatro necessario' può continuare a ignorarli. in alternativa può cliccare qui. oppure, meglio ancora, andarsi a vedere un loro spettacolo. non ne resterà deluso.
il loro nuovo 'barbieri' (che pessimo titolo, nevvero?) è stato presentato in prima nazionale lo scorso 1° febbraio. mi sono divertito un casino. qui sotto la mia recensione per l''informazione di parma' (qui - pag. 20).
la bella foto appartiene al papà di daisy.

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Teatro Necessario, prima nazionale 'Barbieri' 1/2/2009 – Teatro al Parco

In sala qualcuno si schiarisce la voce, qualcuno trattiene il fiato, a qualcun altro sfugge una risatina nervosa. Sul palco, impassibili, i tre barbieri attendono il loro primo cliente. Leggono il giornale, danno sfogo ai numerosi tic, attendono. Si annoiano. Esiste una barriera invisibile tra la platea e il palco, tra l’oscurità della sala e il bianco cangiante delle divise, un ‘limen’ che divide la realtà e la finzione. La prima spassosissima scena di Barbieri si apre solleticando il sottile confine che separa l’attore dallo spettatore, entrambi coinvolti in un reciproco gioco di attesa.
I tre ragazzi del Teatro Necessario (Leonardo Adorni, Jacopo Maria Bianchini, Alessandro Mori) coadiuvati da fido regista Mario Gumina, già al loro fianco nel recente ‘Tête à tête’, mettono in scena una commedia efficace e ben equilibrata che affonda le radici nel fervido humus del teatro di strada, al quale i tre rimangono indissolubilmente legati in virtù del loro spettacolo più noto ‘Clown in libertà’.
Non c’è da sorprendersi, allora, che in ‘Barbieri’ ci sia la musica, tanta, e le acrobazie, naturalmente, e quella giocoleria stralunata collocata esattamente dove confluiscono la gestualità introversa del mimo e la dirompente voracità gestuale del clown e che rappresenta, a conti fatti, una sorta di paradigma, per i tre.
Naturalmente.
Ma a meglio guardare c’è qualcosa d’altro. C’è l’imprevedibilità di oggetti di scena improvvisamente e improvvidamente inaccessibili, di corpi che disegnano movimenti impossibili, di volti mutevoli che esprimono sensazioni ineffabili. In ‘Barbieri’ il gioco della realtà è una corda che si tende fino al limite, al ‘limen’, e poi lo strappo, e poi lo schianto e infine la finzione che erompe in una scintillante pioggia di coriandoli.
Presentato ieri in prima nazionale presso il Teatro delle Briciole, all’interno della rassegna Weekend al Parco, Barbieri ha conquistato un pubblico di tutte le età fin dalle prime battute: la magia della finzione che incanta i bambini, il paradosso della realtà che appassiona gli adulti. Un pirotecnico crescendo di gag, musica e acrobazie che ha saputo strappare ripetuti applausi a scena aperta, fino alla fragorosa, meritatissima, ovazione finale.
Nei mesi a venire Barbieri sarà riproposto in varie città del nord Italia dopodiché, a maggio, la compagnia si trasferirà in Spagna per una breve tournéee.

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  03.02.2009 | 11:21
un muro nella testa
 
 

Ivano Fossati 1/2/2009 - Cremona, Teatro Ponchielli

Percepire un cielo che mulina di bianco, erigere un ponte tra noi e il Ponchielli.
La notte è una donna che suona, la notte colleziona brutte ballerine. Il respiro giallo della sala ci carezza la testa, trasferisce il dolore ermetico delle persone euristiche. Dalle crinoline, il buio si libra come iati sui nostri ricordi, è la costruzione di un silenzio sbandato che plana piano sulla cornice di mille futuri. Ivano Fossati indossa noi tutti, e una camicia bianca. E dei jeans, mi pare.
Sono le note che ci girano intorno, una musica leggera da sfrondare, e questo tempo che scorre lieve tra le pendici di un pianoforte. Sono novelle sensazioni, il pallore dinoccolato delle canzoni.
Mi astraggo un istante. Davanti a me, i capelli dei ricordi hanno il dolore dell’assenza.
Vergogna, ora basta, vuoi tagliarti quei rasta?
Con questo muro che scivola in corpo, con questo amore che si sbraccia piano, la consistenza di un aroma umido. Abbattiamola insieme questa giovinezza di altari, prima che il tempo noleggi un grattacielo.
Il nostro amore è un secchiello di speranza. Domiamo presto questi glicini in fiore, respireremo il profumo della stella che colsi per te. Dammi la mano, percorriamo questa strada che vibra, negli angoli della bellezza l’amore è una notte di seta.
Ora basta, vergogna, mi sono preso la rogna.
E’ tardi amore mio, è giunto il momento di riporre le nostre ametiste in uno scrigno del color dell’inquietudine. Guarda, ancora il cielo mulina di bianco.
Sara giocherella con un desiderio d’inverno. “I testi di Ivano Fossati”, dice, “sono bianche farfalle che si librano sui pistilli della sensazione”.
Annuisco. “Raccogliamo il libro della conoscenza, e costruiamo un ponte che sia me, che sia te. Che sia noi”, replico.
“Sì, ma come fare con questa musica che gorgoglia durante il fiume?”
Il mio sospiro è una danza.
“Hai ragione, mia cara. Il ricordo sarebbe una strada che vibra nel calore”.
Sara annuisce. “A proposto di calore. Vorresti mica alzare un altro pochetto, così che il mondo che indossiamo si faccia per noi un cicinino più adiabatico?”

[la foto proviene da qui]

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  28.01.2009 | 10:06
una specie di unplugged
 
 

questa recensione, già online su tapirelax da qualche tempo, è dedicata a barbara, fida compagna di concerti per - santocielo - sono ormai diciassette anni.
mi domando: ma si potrà dedicare a qualcuno una recensione? avrà senso?
bah, io lo faccio lo stesso e...
e dato che ci siamo ti auguro pure, da qui, un felice trenta***esimo compleanno.

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Jean-Michel Jarre 6/11/2008 – Milano, Teatro degli Arcimboldi

Perlomeno l’altra volta c’erano raggi laser, luci stroboscopiche, ologrammi e faretti colorati di ogni genere e specie. Rumori, borborigmi, campionamenti, fuochi d’artificio. Fiamme che uscivano dalle tastiere. Perlomeno c’era stato del casino sul palco. Perlomeno per due orette buone, il Nostro, aveva ripercorso le tappe di una carriera lunga e a modo suo luminosa. Perlomeno il biglietto era costato soltanto trentamila lire, effettivamente tante, allora, per le mie tasche smunte, ma tutto sommato oneste.
Perlomeno.

Alle nove e cinque minuti, mentre prendo posto nell’ultimo seggiolino dell’ultima fila dell’Arcimboldi, su in piccionaia, le luci si spengono e Jean-Michel Jarre fa il suo trionfale ingresso sul palco. Capelli lunghi, tinti, un po’ unti – o sarà il riflessante? – cappotto nero e una forma invero invidiabile per i suoi sessant’anni.
Prende un microfono.
Uh? Ma che ci fa Jarre con un microfono in mano?
Che ci fa? Ecco: chiacchiera.
Dice che questa sarà una serata speciale, che farà un concerto speciale per un posto davvero speciale. Guardate, e fa un ampio gesto col braccio, guardate: nessun computer sul palco, niente effettacci luminosi. Un concerto, diciamo, ‘intimista’. A modo suo, una specie di unplugged. Questa sera JMJ suonerà soltanto strumenti originali, esattamente gli stessi coi quali incise Oxygène qualcosa come trenta e passa anni addietro.
Un fragore di applausi.
«Questi strumenti sono delicati e bizzosi come vecchie signore. Devo fare attenzione con loro – sorride – dovrò sfiorarli in punta di dita».
Attorno a lui, in cerchio, una decina di sintetizzatori di ogni tipo. Begli attrezzi, non c’è che dire. Ce ne sono almeno un paio che sembrano trafugati dal set di Spazio: 1999. JMJ li accende uno dopo l’altro e li prova con grande prosopopea, ottenendo applausi a ogni strumento. Poi esegue per intero l’album Oxygène. Poi esegue due estratti da Oxygène 7-13 – il dignitoso sequel uscito nel 1997. Poi se ne va. Un’ora e cinque minuti, compreso il solito andirivieni pre-bis. Quarantacinque Euro. Settanta centesimi al minuto. Grosso modo, il prezzo di una telefonata intercontinentale. «Halo? Oui? Je parle avec Jean-Michel Jarre? Oui? Bien. VA-FAN-CU’» . Clic.

Ché per tutto il tempo, quello, non ha fatto altro che ruotare in tondo come un faro per navi, plin-plin-plin, schiacciando un tasto qua e uno là, annuendo, alzando i pugni e spargendo forfora intorno.
Sfiorando in punta di dita le sue vecchie bizzose elettrobaldracche.
Cielo, a vederlo sembra proprio che stia facendo tutto lui.
Poi, a un certo punto, abbandona la postazione e si piazza davanti al theremin. Ah, che figata il theremin. Io l’ho suonato, sapete? L’ho suonato una sera che ero al Calamita per vedere i Dwomo. Apriva il concerto la band di un mio amico. Lui era il cantante e tastierista. Alla fine dell’esibizione quello fa al tecnico: “Spegni tutto”. Ma no! Balzo sul palco e urlo verso il mixer: “Non t’azzardare!”, e prima che qualcuno possa dire qualcosa o fare alcunché io sono lì davanti, sul palco, che mi sbraccio davanti al theremin di Rivara come assalito da uno sciame di api. Ueeeeouw mmweoouww wowowow wooooauh. Che figata, il theremin. Dovreste provare.
Beh, insomma, JMJ ha abbandonato le elettrobaldracche al loro elettrodestino è se ne sta lì davanti a fare il farfallone col theremin. Moriranno di dolore, penso, le e-baldracche, senza il loro stronz-ex-machina. E invece no. I suoni sintetici vanno avanti esattamente come prima. E allora mi viene da domandarmi: che cosa faceva, di preciso, JMJ, fino a pochi istanti fa?
Ecco che cosa faceva: non faceva niente. Perché, signori, il concerto è unplugged per davvero. I fili sono tutti staccati, le vecchie tastiere sono spente e anche se le carcasse giacciono indecorosamente ammonticchiate su un palco, le loro anime sonore fluttuano da qualche parte all’interno di un paradisiaco cosmo elettromagnetico. JMJ schiaccia salme di tasti e muove cadaveri di rotelle, ma i suoni sono tutti generati dai tre figuri supercomputerizzati e circumtastierizzati ammassati al buio in fondo al palco.
Sono incazzatissimo.
Certo, da un concerto di musica elettronica non potevo aspettarmi sangue&sudore, strumenti sfasciati e reggiseni sul palco. No. Per questo ci sono i Mötley crue. Diciamo che mi sarei forse accontentato di sentire qualche suono, qualcuno soltanto, che fosse generato sul palco per davvero. Chiedevo troppo?
Sapete, alle volte penso che con l’età sto diventando, mio malgrado, un fottuto vecchio perbenista del cazzo.

Setlist
Oxygène 1
Oxygène 2
Oxygène 3
Oxygène 4
Oxygène 5
Oxygène 6
Oxygène 7
Oxygène 13 (bis)

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  19.11.2008 | 12:58
metallo non metallo
 
 

la recensione di sara del concerto degli anathema, già pubblicata su tapirelax e su yastaradio.
la signorina finge di non ricordare che mentre i system of a down tiravano giù il filaforum con l'ultima data del loro toxicity tour, quello stesso fottutissimo giorno io ero all'alcatraz a vedere quei frocetti degli strokes, in quel momento la band più indie-emo-stronz-alternative dei miei spiaccicatissimi coglioni.
la foto l'ho rubata agli amici di yastaradio. ascoltateli!

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Milano, Rolling stone, 25/10/2008 - concerto Anathema

Alle 6 di un giovedì qualsiasi uscite dal lavoro e invece di una corroborante birra vi bevete 2 ore di coda in tangenziale e, ciò che è peggio, Symphony X e Dream Theater in sequenza stretta al Filaforum?
Già. Capitato anche a me.
Il più caldo week-end di giugno coincide sempre con il vostro ciclo e la due-giorni all’Arena Parco Nord all’insegna del metallo pesante? Naturale. Mai visto un Gods of metal sotto i 40°.
Credevate di farvi un narghilè alla mela in un localino del reggiano e vi trovate davanti il testone pelato e sudato di Paul Di’Anno special guest al Vampyria? Ho visto più di una coppia sciogliersi quel giorno.

Ma avere un fidanzato metallaro ha anche i suoi lati positivi. Non ci credete?
Beh...
Se amate la birra e i jeans schiariti con candeggina potrete farne largo uso. 
Soprattutto, se la vostra chioma è lunga e pettinata allo sfibramento lui diverrà un pupazzo (di carne) nelle vostre mani.

Io per me amo la birra e il reggae che mi fa portare i capelli arruffati. Amo anche, ahimè, un metallaro sfigato. Per questo mi sono lasciata convincere. Per questo mi trovo al Rolling Stone in mezzo a capelloni con giubbetto di pelle a spalle larghe e donzelle strizzate in corsetti di pizzo nero. Sono numerosi. Se si accorgono che non mi frega un cazzo degli Anathema sono finita.
Entriamo e il gruppo di spalla ha già suonato. Ohh, che sfiga. Grazie Dio.
Giro magliette, birra, bagno e qualche chiacchiera. Gli Anathema escono puntuali. Bueno, così ci leviamo dalle palle alla svelta.
Il primo impatto è quasi positivo. Salgono sul palco tranquilli, sottofondo una bella voce femminile campionata, intro, scopro, di uno degli ultimi album [A natural disaster, album di svolta del 2003]. Niente corna, inni o altre amene stronzate. Sono vestiti come una qualsiasi band alternative dei nostri tempi, giacca nera e camicia bianca. Cazzo, tre su cinque hanno pure i capelli corti.
Iniziano a suonare e rimango letteralmente a bocca aperta. Il cantante, voce limpida e al contempo profonda, una faccia a metà tra Robert Smith e Ugo Cattabiani, tiene bene palco e pubblico. Le canzoni, molto più new wave di quanto avessi mai osato sperare, mi fanno ondeggiare assieme ai capelloni e ai corsetti di cui sopra. Poco spazio al metal becero e grande attenzione alle derive dark di un suono che, tocca dirlo, ricalca a tratti i Pink Floyd fine ’70. Pezzi vecchi e nuovi, riconoscibili dal maggiore o minore impeto nei cori. Pezzi strumentali e incursioni elettroniche. Pezzi tirati da togliere il fiato e pezzi sussurrati da volare via. Tutti godibili anche per orecchie pop come le mie.
Per quanto mi riguarda, la forma perfetta di canzone è racchiusa nei pochi minuti di Everything is ending here; quando i Pavement componevano piccole gemme per farci guardare la punta dei piedi, sognando. Eppure gli Anathema mi fanno ondeggiare. Sta a vedere che mi piace il metal e neanche lo sapevo.

Da una settimana non ascolto altro; mi son pure scaricata la scaletta di Milano. Una ventina di canzoni in due ore e passa molto intense. A natural disaster rivisto quasi per intero. Con variazioni sul tema tanto per far capire che nessuno sta facendo i compitini. Deep e Closer aprono splendidamente, qualche traccia dolente da The silent enigma, aperture in punta di plettro con furenti esplosioni da Judgement e Alternative 4 (Anyone, anywhere sopra tutte), canzoni nuove che, debolmente per carità, richiamano perfino i primi Motorpsycho; la sola chitarra sul palco per una Are you there acustica e intimista; i cavalli di battaglia, con qualche stacco un po’ tamarro per i seguaci della prima ora: Angelica, A dying wish e Fragile dreams. Delirio. Saluti, grazie Milano, niente bis. Tutto molto naturale. E molto bello.

Setlist
01- Deep
02- Closer
03- Far away
04- Angels walk among us
05- A simple mistake
06- Anyone, anywhere
07- Empty
08- Judgement / Panic (medley)
09- Shroud of false
10- Lost control
11- Regret
12- Hope
13- Temporary peace
14- Flying
15- Are you there?
16- One fast goodbye
17- Angelica
18- A dying wish
19- Sleepless
20- Hindsight
21- Fragile dreams

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  30.10.2008 | 08:52
a meta' strada
 
 

il fatto è che quel cazzone di gualandri mi aveva promesso un'illustrazione. ecco perché ho aspettato così a lungo prima di mettere online qui e su tapirelax questa recensione.

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Blue öyster cult 17/9/2008 – Trezzo d’Adda, Live club

A metà strada tra i Judas priest e gli Uriah heep; a metà strada tra quell’hard rock inglese un po’ prog-intelligentone e quello americano un po’ hair-scoreggione. A metà strada tra Milano e Bergamo, dove per raggiungere il Live devi guardare le frecce e andare scrupolosamente dall’altra parte, e quando sei convinto di esserti perso vuol dire che ti sei proprio perso, e occhio al finestrino ché le zanzare là in fondo hanno in zampa coltello e forchetta, il tovagliolo attorno al collo e la Cavalcata delle Valchirie nel walkman.
A metà strada tra gli ZZ tops e Cochi & Renato, tra Angus & Malcolm Young e il Duo di Piadena, tra Simon & Garfunkel e i fratelli Slug, Eric Bloom e Buck Dharma, voce e chitarra dei Blue öyster cult, occhiali da sole, pantaloni di pelle, T-shirt nera e buzza da birraioli impenitenti, salgono sul palco alle 22.30 di un mercoledì qualunque, davanti a un’audience a metà strada tra il sold out e l’a n’gh’è un càn.

Silenzio. La band attacca la spina.
I gemellini Bloom&Dharma gigioneggiano a metà strada tra il come eravamo e il guardate: ce la possiamo ancora fare; il bassista, già membro di WhitesnakeOzzy, Dio e molti altri, fa più salti in alto che giri di basso; il batterista muove le bacchette nell’aria come se avesse uno zanzarone intorno, presente?, molta concentrazione ma poco ritmo. E il tastierista? Là nell’angolo, dietro un grande tastierone multipiano trafugato dal bidone della spazzatura posto davanti alla villa di Jean-Michel Jarre, lì dietro c’è un certo Pasquale Strappaloculo, o qualcosa del genere, siciliano, un ometto tozzo e sgraziato provvisto di una polposa frangia da bobtail a metà strada tra School of Rock e il venditore di fumetti dei Simpson. Ma che ci sta a fare sul palco di un concerto rock un botolo del genere?

Poi, a un certo punto, quando sto per finire le sigarette e finanche la pazienza, parte dal niente una roba che identificheremo col nome in codice di Last day of May. Bloom, il cantante, si defila, anzi, proprio si nasconde dietro la tastierona e per quindici minuti non fa più un cazzo di niente. In compenso, Gaetano Staccacappella imbraccia la chitarra e ci fa un a-solo che, Cristo, vale da-solo i 32 € del biglietto.
Da lì in poi il concerto è un vero crescendo. I due distratti fanti del ritmo trovano il passo giusto e si trasformano in leggiadre cavallerizze; i gemellini B&D si svegliano dai torpori asfittici dell’andropausa e trovano finalmente il fiato giusto; Salvatore Cazzodicuoio saltella sulle gambette come se gli avessero infilato un intero ampli di duracell nel sederone e non pago fa pure la voce solista nell’ultimo pezzo, sfoderando un’ugola a metà strada tra un Joe Lynn Turner appena mollato dalla morosa e un Bob Seger cui hanno levato le adenoidi col trinciapollo.
Due concerti in uno, il primo men che mediocre, il secondo più che strepitoso, e il pubblico, noi, lì a metà strada, indecisi se incazzarci e lanciare sul palco bicchieri e piatti vuoti o pigliarci un’altra birra che stasera, ziocane, si fa tardi saltando, proprio come facevamo una volta.

Setlist
Summer of love
Before the kiss
Burnin’ for you
The red and the black
Harvest moon
Joan Crawford
Me 262
(false start) I love the night
Buck’s boogie
Last days of May
Godzilla (bass + drums solo)
Intro/ Don’t fear the reaper
Encore: See you in black
Second encore: Hot rails to hell

Band line-up
Eric Bloom: vocals/guitar/keys
Buck Dharma: guitar/vocals
Richie Castellano: keys/guitar
Rudy Sarzo: bass/vocals
Jules Radino: drums

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  16.10.2008 | 08:17
ascolti ancora guccini??!
 
 

io qua in giappone a farmi venire i maroni a mandorla e sara al concerto senza di me. fanculo.
sotto, la sua appassionata recensione. la foto proviene da qui. la fotogallery della gazzetta di parma è qui.

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Parma, Palaraschi, 10/10/2008 - concerto Francesco Guccini

Lasciai Sandro nell’estate del ’98, a Manchester, con una frase di Radici e gli occhi umidi.
Dieci anni dopo, in attesa che mamma e sorella si preparino per il concerto, cazzeggio su Facebook giusto per capire come cristo si carica una foto.
Un nuovo amico. E chi cazzo è lo sfigato al computer alle 8 di venerdì sera? Gomitolo nello stomaco: Sandro P.. Questa volta ci scappa la citazione più appropriata della storia.
Come speravo, narra dieci anni in poche frasi. Replico con un saluto. ‘Ascolti ancora Guccini??!’, chiede.

Gli occhi ancora sorridenti carico il parentado sulla Multipla e mi dirigo al palazzetto dello sport. E’ brutto proprio come lo ricordavo, ma stasera c’è un bel movimento composito di gente. Liceali in uniforme: maglia del Che, kefia e bottiglia. Mamme e papà con prole, toast e biglietto in mano. Vecchi nostalgici, barba bianca giù al petto e occhiali spessi.
Incontriamo gli amici e ci dividiamo, per convenzione: mamme sugli spalti e giovani trentenni, ahimè, seduti a terra davanti al palco.
Concerto che è come timbrare un cartellino. Il sesto in tredici anni; l’ultimo, due anni fa, così deludente che sono qui soltanto per ciò che è stato in passato.
Poi esce Francesco, grande e grosso più di prima. E ho la pelle d’oca.

Ahia... il Nostro ha mangiato e bevuto pesante: poco fiato e voce impastata. Qualche battuta su Parma e le ultime tristi vicende cittadine, ammiccamenti a Flaco, Ellade Bandini, Vince Tempera [rispettivamente chitarra, batteria e tastiere ] e si comincia: Canzone per un’amica, di rito.
La voce ancora c’è, si sta scaldando. Le sei/sette canzoni successive mi ricordano per ché sono qui, seduta a terra con pozzanghera di birra sotto al culo, giovincelli che premono per conquistare centimetri, schiena da nervo sciatico del giorno dopo. Nessun cartellino.
Il tema, L’atomica cinese, Canzone delle osterie di fuori porta, Vedi cara, Canzone quasi d’amore, Incontro... niente oltre il ’76. Francesco scazza i dischi di provenienza ma narra le sue storie, possente e dolce come a malapena ricordavo.
Le chiacchiere fra una canzone e l’altra non mancano, ennesimo omaggio alla tradizione. Certo, non è più il genio minore e mordace di quei giorni là, ormai andati. Ma le dichiarazioni di Berlusconi fan ridere da sole, figuriamoci messe in bocca al Guccio.
Seguono un paio di canzoni nuove, Su in collina e Il testamento del pagliaccio, che presto dimenticherò. Grande attesa e cori stonati per i nuovi classici, Don Chisciotte e Cirano, con levata del pubblico anzi tempo: i fondoschiena ringraziano, i puristi da locomotiva meno.
Il resto è... Eskimo. Centinaia di parole una in fila all’altra mormorate tra i denti, un omaggio che è un manifesto. Il vecchio e il bambino, Auschwitz, Dio è morto. Più che canzoni, il nostro imprinting emiliano. Nessuna Avvelenata ma non si levano proteste.
Infine, naturalmente, comincia piano ‘non so che viso avesse, neppure come si chiamava’... il tempo passa e il mio pugno dà segni di cedimento già alla sesta strofa. Mal di braccio e occhi lucidi. Sì, ascolterò ancora a lungo Guccini.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  25.07.2008 | 17:57
pulsazione
 
 

sovente accusati da orde di fans delusi e amareggiati di aver apparecchiato il culo al dio pecunia, al contrario, i metallica, sono la band che più di ogni altra al mondo, nel bene o nel male - molto spesso nel male - fa quello stracazzo che le pare.
e allora 'venduti, dove diamine è il thrash dei primi due album?', dicono, davanti al capolavoro master of puppets. 'sì, ma non sanno suonare' e quelli sfornano ...and justice for all. 'load e reload sono album pop', e sarà anche vero, ma stasera ti suonano una bleeding me che sembra provenire direttamente dal centro della terra. e 'ODDIO persino l'album con l'orchestra, dio!', e giù fino all'indifendibile st. anger passando per il poco ispirato garage inc. e per quella i disappear che rappresenta - a mio umile modo di vedere - il loro fondo del barile.
oh, se preferite, potete andarvi a vedere i rispettabilissimi ac dc, capaci, in 25 fottuti anni di carriera, di sfornare 25 album fottutamente identici.
i metallica no. i metallica fanno quel cazzo che gli pare.
forse è proprio questo che dà così fastidio.

vorrei raccontare le sensazioni della serata di martedì scorso ma preferisco quest'oggi lasciare la parola alla mia compagna di viaggio alessandra. la foto proviene da qui

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Bologna, Arena parco nord, 22/7/2008 - concerto Metallica

E’ un pezzo di carta semplicissimo ma è anche la chiave d’accesso al mondo delle pulsazioni che ti catapultano le emozioni più recondite dell’anima, quelle indicibili…

E’ l’accesso al campo di battaglia del 2000……..
Ed eccomi già sul terreno alle ore 18… il sole di luglio è ancora caldissimo… il palco è grande, nero, la fossa è gia pullulante di figure scure, di polvere, di luce, di olezzo umano e di profumo di cannabis, di marijuana……..
I Down cominciano a suonare.
Le file cominciano a comporsi…
Io sono vestita di grigio come un arcangelo,  white devil, ma la mia anima ha già sfoggiato la sua parte più oscura, nera.
In realtà sono solo un metafalco, sono ciò che voi saprete immaginare, vi dirò solo ciò che vorrei essere, un viaggiatore per vocazione, osservatore per natura, un sognatore, un impavido cavaliere con una corona anche troppo reale sul capo.
Non posso salire sulle sponde ai lati, l’istinto continua a portarmi in avanti, verso il palco, anche Fabio vuole andare…….. forse sentiamo l’istinto primordiale della rabbia della lotta,  gli altri ci lasciano li ritroveremo sulle scarpate dell’anfiteatro alla fine di tutto….
Il sole cala ma i raggi ci colpiscono come lame taglienti bagnate di sangue caldo, l’odore di cannabis e di marijuana non si mescolano, anche loro rimangono scissi, fulminei, come lance nell’aria e a seconda di dove ti posizioni ti colpiscono, ti inebriano…
La massa comincia a premere.
Hanno cambiato batteria sul palco.
Prendo il mio cellulare, la pressione diventa potente, sale l’adrenalina, siamo a dieci metri dal palco, Fabio mi urla di riporre il cellulare ma non posso...
I Metallica salgono, parte la prima nota, loro escono, la fossa urla, comincia a scalpitare, parte la battaglia, tutto il campo umano diventa un onda, non si respira, non so come, la mia cassa toracica diventa gigante le mie braccia si fanno spazio.
Fabio mi sostiene ai lati e mi schiacciano, tutti urliamo….. tutti spingiamo, siamo tutti pigiati, appiccicati gli uni agli altri, le urla diventano un boato unico.
Se mai dovessi cadere mi calpesterebbero, mi ucciderebbero… non riesco a cadere……….. la bolgia mi sorregge... è fantastico, è adrenalina pura, nessun corpo può scalfirmi…….
Le canzoni continuano a vorticare, a pulsare…. tutto succede, ma la dimensione temporale sparisce.
Pian piano i corpi si staccano la rabbia si placa possiamo saltare, gioire.
Le note sono un delirio, un incanto.
La pelle pulsa, il cuore rimbalza, sussulta. Ogni muscolo reagisce alla batteria, segue il basso... il cervello non ragiona sulle parole, (ora per me è possibile), non controlla il fisico.
Lo schermo non ti fa trasalire se non la potenza della voce e delle note… poi gli spari, i fuochi d’artificio, è un sogno.
 La battaglia è terminata ed ora solo il sapore dolce della vittoria………… qui non c’è nulla di amaro.
L’anima ti permea di se e la consapevolezza di quello che sei, è fortissima.
Dopo due ore forse ho qualche livido ma non è importante.
Ho vomitato quello che sono, ma ciò che mi nutre mi distrugge ed io so che quello che sono, mi piace, i miei difetti sono la parte migliore di me stessa, sono io.

Setlist
creeping death
for whom the bell tolls
ride the lightning
harvester of sorrow
bleeding me
the four horsemen
...and justice for all
no remorse
fade to black
master of puppets
whiplash
nothing else matters
sad but true
one
enter sandman
so what?
motorbreath
seek & destroy

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  02.06.2008 | 12:41
plotter!!
 
 

in contemporanea con tapirelax metto online questo... chiamiamolo 'resoconto' del concerto di kiss scaturito dal cervello malandato del caro fottutissimostorpiodimerda e ignobilmente sofisticato dal sottoscritto.
senza offesa per i veneti, eh, s'intende.
l'illustrazione, naturalmente, non l'ho toccata.

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Verona, Arena, 13/5/2008 - concerto Kiss

Un tiepida giornata di primavera rideva agli abitanti della pianura padana, un energico olezzo di merda incorniciava tra due raggi di sole le chiassose cazzate di una piccola canea di stronzi.

“Ma dove cazzo l’hai messa la macchina? La prossima volta ti veniamo a prendere direttamente a casa” disse l’ansiolitico French.
“Eeeeeh Vabbbbeh! Arvete deviato di soltanto tre km. in questa amena campagna…”
“Sì, beh... tre chilometri ‘sto cazzo”. Proferì Ufj. Inspirò profondamente. Uno zirillione di molecole di monossido di merda si insinuò nelle sue narici costernate. “E amena ‘sto cazzo! – aggiunse – e chiuse il finestrino. Ma d'altronde, che cosa vuoi aspettarti da un Fottutissimostorpiodimerda?”
“Ok, ok, ho capito. Sembra che qualcuno, qui dentro, abbia i coglioni girati, eh? Allora: da capo! Ve lo chiedo con calma, c’è qualche rottinculo che oggi ha avuto una giornata di merda?”
Tutti gli indicatori digitali dell’auto puntarono verso una sola persona e, a dargli man forte,  passò pure un camionista magiaro il quale, dopo aver affiancato la navicella spaziale a quattro ruote, col suo bel alluce indicativo, indicava, appunto, un pirla corrucciato su se stesso, il French. Incominciò a rompere i maroni con questioni tipografiche, con rotture di plotter, formati incompatibili, piangendo lacrime in quadricromia formato A0.
Nessuno avrebbe ascoltato la sua geremiade di tre ore su questa mostra già bell’e che pronta andata a monte per colpa di una banale rottura di plotter e bla bla bla e strabla!
“Ma non ci rompere il plotter” sbottò alfine uno scoglionato Fottutissimostorpiodimerda. Il risultato fu inaspettato. Prostrato da un impetuoso accesso di narcolessia triste, il nostro, letteralmente, si spense.
Tombola! Ogni volta che il French rompeva troppo i maroni, l’equipaggio aveva tra le mani un’arma più deflagrante di un’intera gerla di stelle shinobi: bastava dire ‘plotter’ per vederlo spegnersi come se qualcuno – dotato peraltro di parecchio fegato – gli avesse estratto le duracell dal culo.
Affianco al Fottutissimostorpiodimerda la quarta compagna di viaggio, Simone Loraine, la stella della Senna in persona dotata dell’inconfondibile maschera da eroina francese, si chiedeva come potesse un tempo l’Amica di Porthos (che più tardi rincontreranno) sopportare un viaggio intero in compagnia di questi tre tettografi pirloidali. La risposta tardava a venire e il Veneto con lei.
Da buon navigatore più esperto di Hikaru Sulu, Ufj pensava bene di farsi tutte le uscite autostradali da Modena a Verona alla ricerca di Twisted Sister of French sperduta, per causa del polemico fratello, nelle lande mantovane. Fortuna e merito del grande timoniere Hikaru Ufj riuscirono a traghettare la giovine sul vascello all’altezza di Nogerolle Rocca, localizzato anche P.K. Dick oltre i bastioni di Orione. Immediatamente la povera sorella si pentiva di essere salita a bordo in compagnia di quell’insulso equipaggio. Troppo tardi. Sulu aveva già raggiunto velocità warp.
Il caldo non cedeva la sua morsa e l’insopportabile French mordeva i coglioni perché avvertiva un prurito alla gola. Sete? Voglia di rompere la minchia? Ufj e Fottutissimostorpiodimerda si guardarono negli occhi. “Plotter!” dissero all’unisono.
Per alcuni minuti regnò la pace.
Ma il viaggio era lungo e il French, non totalmente domato dall’alcol, si ripropose con insistita intolleranza disarcionando dalla minchia nell’ordine: il pilota Ufj, l’allergico Fottutissimostorpiodimerda, Simone Loriane, Twisted Sister of French e persino Don Dokken in persona. Era venuto nuovamente il momento di attivare il ctrl-alt-canc.
“PLOTTER!!!”
La meta si avvicinava ma un muro di automezzi raccontava l’attesa che li divideva dalla loro meta, l’iperspazio quel giorno non funzionava, come il plotter del resto, e i quattro si sorbirono un’infinita coda di lamiera, caldo e – quel che è peggio – veneti in fila.
Dopo sette o otto secondi di coda il French sbottò: “Ma se uscivamo a Verona sud… lo dicevo io che era me…”
“PLOTTER!!”.
Tornata la pace, la fila si diradò, Verona si riappropriò del suo originario significato estetico, impunemente abbruttito da un incontinente Ufj al contempo urinante in un’aiuola in pieno centro e baldo combattente contro un gatto nazi-fascista.
Dopo aver imprecato la metà delle bestemmie di un padovano, utilizzando tutti i vocaboli noti a un vicentino, si fece vivo anche un parcheggio contestualmente a un divieto di sosta che i quattro ignoreranno con l’ignoranza di un trevisano. Coesi nel dividere l’eventuale multa, Simone Loriane e T.S.O.French si diressero verso l’arena.
Giusto il tempo di lasciare una trentina di diottrie appiccicate ai due culi di altrettante pulzelle più mignotte di una veneziana che, giunti finalmente all’Arena si appoggiavano le terga sui posti che il buon Undertaker assieme all’Amica di Porthos, avevano protetto per noi con la caparbietà di Lyga e Fuga.

Abbioccati come gibboni sui rami, l’attesa si faceva letargica ma… un guizzo: T.S.O.French si gira verso il Fottutissimostorpiodimerda: “Ma l’hai vista???”
“Chi?”
“Quella con le tette grosse!”
Tette grosse? Il Fottutissimostorpiodimerda e il French si alzarono di scatto con occhi a periscopio e cazzo a manovella. Le tette più tette dell’universo a tribordo! Sulu, già attivo da tempo, aveva ordinato a Undertaker di fotografare l’avvistamento.
La risposta di Undertaker “La sto filmando”, meritò la standing ovation dell’intera Arena.
Maschi arrapati e fighe invidiose si scotennarono per mettere le mani su quei due avamposti di libido.
Tutto passa, tutto finisce. Si fece buio, iniziò il concerto dei Kiss!
Beh, sì ma… Kiss-enefrega!

Finito lo show qualcuno si alzò, altri se ne andarono, c’era chi diceva che gli era piaciuto, qualcun altro meno. Undertaker e l’Amica di Porthos concordarono sul fatto di alzare i tacchi; gli altri: Ufj, la Stella della Senna, il Fottutissimostorpiodimerda, T.S.O.French, tutti, insomma, avrebbero voluto andarsene a casa, visto l’orario. Giusto il tempo di una maglietta, insomma… e via andare. Ma una voce disse, insinuosa e stronzeggiante: “…e adesso che ne dite di una bella piz…”
Dall’intera piazza si levò un coro all’unisono: “PLOTTER!!!”
E fu pace, gioia e figa per tutti.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  08.11.2007 | 09:57
fuori dai coglioni - parte 3
 
 

(...)

Le sorprese in un ‘greatest hits show’ sono generalmente poche e saggiamente centellinate. La prima consiste nell’esecuzione di uno dei miei pezzi preferiti: Truth hits everybody. Piuttosto grezza la versione su Outlandos d’amour, il brano viene qui guarnito di quella rotondità sonora che caratterizza il tardo Police-sound. Un pezzo che, suonato così, vedrei bene, per esempio, sul lato B di Synchronicity, magari tra Every breath you take e King of of pain.
Nella seconda parte dello show qualcosa nelle ditina dei tre pare smuoversi: dapprima tentano di impastrocchiare Wrapped aroud your finger aggiungendo qualche sberleccata esoticheggiante; poi si cimentano in una interessante Invisible sun appena rallentata, leggermente aromatizzata grunge (piano con gli insulti, eh: ho detto ‘leggermente’); Walking in your footsteps (o era Can’t stand losing you? Proprio non ricordo…) diviene il pretesto per una lunga jam…
Siamo al finale: a differenza di quanto malignavano in molti, il sottoscritto in primis, Sting non incespica negli acuti di Roxanne. Nel finale veloce di So lonely invece – si tratta forse dell’unico momento difficiolotto dello show – i tre si incasinano e vanno per sprelle. La chiusura dello show spetta naturalmente ad una agiografica Every breath you take. Luci accese, giù il sipario: i tre abbandonano il palco in uno scroscio di applausi dopo un’ora e mezza di show.
Eh, che dire… il compito più difficile è stato proprio quello toccato a piacione Sting, costretto a confrontarsi con brani per lui ostici in virtù di una timbrica vocale che non gli appartiene ormai da vent’anni. Summers e Copeland si sono limitati a stare a ruota con cipiglio cicloturistico. A chi sostiene che in realtà i Police non hanno mai suonato così bene risponderò che sì, è vero, effettivamente i Police hanno sempre suonato peggio.
Ehi ma… il palco si illumina all’improvviso. I tre sono nuovamente lassù e tirano fuori dal cilindro un’indiavolata Next to you che pare non voler mai terminare. Il pubblico è in visibilio: i settantamila saltano e gridano all’unisono “All I want is to be next to you”, me compreso. Un’esecuzione semplicemente grandiosa: il trailer di ciò che avrebbe potuto essere questo concerto se soltanto quei tre stronzi avessero avuto voglia di suonare.

E’ davvero la fine. La band ringrazia, intasca l’incasso e taglia la corda. Mentre la marea umana fluisce soddisfatta verso il parcheggio penso che tutto sommato sono felice di essere venuto qui stasera. Il ricordo delle vacanze in Inghilterra, quella sensazione come sentire la vita friggerti attraverso che nemmeno ricordavo più; il viaggio a Torino con la R*** e la T*** che chissenefrega se non me la daranno mai, in fin dei conti sono vent’anni che gli voglio bene, a quelle due, e con tutta ’sta fretta mai che ci sia modo di fare due chiacchiere in santa pace. E il concerto, pure, perché no? E bravi i Police che sono tornati a suonare per noi dopo ventitré anni. Sì, bravi. Però ora, per favore, fuori dai coglioni per altri ventitré, OK?

Setlist
Message in a bottle
Synchronicity II
Walking on the moon
Voices inside my head / When the world is running down…
Don’t stand so close to me
Driven to tears
Truth hits everybody
Hole in my life
Every little thing she does is magic
Wrapped around your finger
De do do do de da da da
Invisible sun
Walking in your footsteps
Can’t stand losing you
Roxanne
King of pain
So lonely
Every breath you take
Next to you

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  07.11.2007 | 12:32
fuori dai coglioni - parte 2
 
 

(...)

Driven to tears, Walking on the moon, Every little thing she does is magic.
Dentro sento crescere ora una certa rabbia. Sul palco, là in fondo, tre impeccabili professionisti ricchi sfondati snocciolano a un pubblico adorante il loro compitino da media inferiore. ‘Bravi, bravi!’ gridano entusiasti i settantamila attorno a me. Ma bravi a far che? Sono a un concerto: ho fatto trecento chilometri, ho freddo e sono seduto da due ore sui piedi del tizio qua dietro che per tutta risposta non fa che scenerarmi in testa. Avrei potuto starmene a casa in poltrona, davanti al camino, in mano un whiskino e nello stereo un CD dei Police a palla. Pretendo una buona ragione per essere qui, e la pretendo da loro. E sentire i Police che suonano esattamente come il Greatest hits dei Police, mi spiace, non è una ragione sufficientemente buona.
Le cose devono essere andate grosso modo così.
Membro dei Police #1: “Ragazzi e se facessimo un tour mondiale?”
Membro dei Police #2: “Ma pianta lì di sparar stronzate e ordina ’ste cazzo di pizze che ho una fame della porcamadosca”.
Membro dei Police #1: “Eddai pensateci bene: venti date in Europa, non una di più. Soltanto gli stadi più grandi. Creiamo l’atmosfera del grande evento, un farewell tour o qualche stronzata del genere. Quant’è che non si suona insieme, noi tre?”
Membro dei Police #3: “Ah, saranno almeno vent’anni”.
Membro dei Police #2: “Se non abbiamo suonato per vent’anni ci dev’essere una ragione, ci hai pensato? E fai portare pure della birra, che abbiamo finito anche quella”.
Membro dei Police #1: “IL FAREWELL TOUR DEI POLICE DOPO VENT’ANNI! Pensateci: è perfetto. Faremo i biglietti a un occhio della testa e diventeremo ricchi sfondati”.
Membro dei Police #3: “Noi siamo già ricchi sfondati”.
Membro dei Police #1: “E sai quante ragazzine adoranti? Quant’è che non ti scopi una groupie, eh, sentiamo: quanto?”
Membro dei Police #2: “Io c’ho sessant’anni e non mi tira più da quasi dieci. Che me ne faccio di una groupie secondo te? Io voglio una pizza, non una groupie”.
Membro dei Police #1: “Insomma, tagliamo corto: si fa o non si fa?”
Membro dei Police #2: “Mmmh, evabé, se proprio insisti”.
Membro dei Police #3: “E quando si farebbe?”
Membro dei Police #1: “Ah, anche subito”.
Membro dei Police #3: “Subito? E, scusa, quando proviamo?”
Membro dei Police #2: “Proviamo a far che?”
Membro dei Police #3: “Proviamo le canzoni. Si usa così, no, prima di andare in tour?”
Membro dei Police #1: “Provare, ha haaa! Ha ha ha HHAAAAAA! Ma sentilo: provare, dice!”
I membri dei Police #1 e #2 si sbellicano dalle risate per qualche minuto, dopodiché il membro dei Police #1 ordina finalmente tre pizze da asporto, una cassa di birra e un Nabucodonosor di champagne per festeggiare.

Don’t stand so close to me, un medley Voices inside my head / When the world is running down you make the best of what’s still around, De do do do de da da da.
Canzonette da hit parade diventate silenziosamente degli evergreen. Ma un po’ fa sorridere sentire ’sti tre sessantenni canticchiare “Du-du-du da-da-da è tutto ciò che voglio dirti, du-du-du da-da-da non ha senso ed è tutto vero”.
In scena emerge il carisma da performer consumato di Sting, cinquantasei anni giusto oggi. Sorrisini, mossette, ammiccamenti: le inquadrature nel maxischermo sono quasi tutte per lui. Gli altri due, a confronto, paiono idraulici capitati accidentalmente su un palco.

Continua (...)

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  06.11.2007 | 09:52
fuori dai coglioni - parte 1
 
 

erano giorni che volevo scrivere due paroline sul concerto dei police dello scorso 3 ottobre. come al solito mi sono fatto prendere la mano e ho finito col dilungarmi e parlare di tutt'altro. ho tagliato il post in tre parti; questa è la prima.
Le foto sono scaricate da www.excite.it (qui)

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Police 3/10/2007 – Torino, Stadio Delle Alpi

Uno stadio gremito è sempre un colpo d’occhio d’eccezione. Il Delle Alpi, poi, aggiunge un certo effetto sorpresa per via del fatto che, essendo interrato di una buona quindicina di metri, si sbuca dall’alto senza rendersene conto. Gironzoliamo avanti e indietro con rassegnazione crescente in cerca di un posto con una visuale decente. Ma sono le otto e mezza, oramai… ma forse… aspetta… ehi, di qui, venite, presto! Finiamo col sederci in tre su un gradino che sarebbe stretto per un culo solo. In aggiunta ogni dieci secondi un passante ci calpesta le mani o gli zaini e ci rovescia un sorso di birra sulle ginocchia. Oh, non è certo la prima volta, per carità. Se non altro, da qui, qualcosina vediamo.
La T*** e la R*** riprendono a ciaccolare di quanto è difficile chiudersi una porta alle spalle e ricominciare tutto da capo, specialmente a trentacinque anni suonati. Gli anni di convivenza ti cambiano, ti segnano, ti marchiano a fuoco, dicono. Ti prosciugano. Vorrei rincuorarle. Vorrei dire loro che l’età è l’ultima cosa che conta, che a trentacinque anni una donna è all’apice del proprio fascino, che io per esempio me le scoperei tutte e due, la T*** e la R***, possibilmente insieme. Ma no, non servirebbe. Perché loro stanno parlando di un’altra cosa. Stanno parlando di un orologino biologico che io semplicemente non possiedo. Un affarino tondeggiante piazzato da qualche parte tra il pancreas e i reni simile a quegli ovetti di plastica con le tacchette nere a segnare i minuti tutt’intorno, che suonano quando è ora di colare la pasta. Driiiiiiin! A trentacinque anni, per la T*** e la R***, e inequivocabilmente venuta l’ora di colare la pasta.
Decido di tacere, rimuovo dal mio cervello l’immagine di loro due, nude, che mi si strusciano contro, e mi distraggo riflettendo sulla ragione per cui sono venuto qui.
Si trattò di una fascinazione improvvisa. Da adolescente le passioni sono tanto intense quanto effimere: il Maffo mi prestò una cassetta dei Police, la misi nel walkman in un tiepido pomeriggio di inizio giugno 1987 e la estrassi soltanto tre mesi più tardi consumata, praticamente inutilizzabile. Dovetti ricomprargliela.
Quel nastro rappresenta la colonna sonora dei miei quindici anni.

Cala la sera e si leva il sipario. Non mi ci vuole molto per rendermi conto che i tre sono cotti come manicaretti. Che i Police fossero una ex-band è risaputo: sta scritto nella storia del rock, ma ciò non significa che debbano necessariamente fare un ex-concerto. In primo luogo perché in questi ventitré anni di separazione tutti e tre i membri della band sono in qualche modo rimasti attivi sulla scena musicale. In secondo luogo… beh, per suonare le canzoni dei Police non servono certo i Dream theater o i Mothers of invention.

Message in bottle
, Synchronicity II, Spirits in the material world.
Contemporaneamente, nel cinema del mio cervello, si spengono le luci e parte il filmino dei ricordi: nello specifico, la vacanza in Inghilterra coi compagni di classe. Il tale che si innamora perdutamente della fanciulla svedese dell’aula di fianco; le squinternate pseudolezioni in una classe ben presto ribattezzata ‘mongoland’ dai noi stessi studenti; il giorno della fuga, il treno, la metro fino a Wimbledon per poi trovarsi là come fagioli, neanche un soldo in tasca e tutti gli incontri sospesi per pioggia; ore e ore davanti alle slot-machines; il tizio che racconta a tutti di avere fatto sesso la sera prima con un’inglesina; le uscite serali clandestine al pub ché non c’era verso di farsi servire una birra neanche pagandola il triplo e allora si stava lì ugualmente, la musica altissima, impossibile parlare, né che ci fosse poi molto da dirsi; una ragazzina di cui nemmeno ricordo il nome con un visino minuto e grandi occhi a palla che mi piaceva da morire, cui non riuscii a rivolgere la parola per tutta la vacanza. Piccole emozioni in elegante parata, distorte, sbiadite eppure amplificate dalla bizzarra lente del tempo, colorate da un entusiasmo posticcio eppure così naturale a quella strana età.

continua (...)

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  18.09.2007 | 09:24
albergo europa (concorso 'culturexpress')
 

dovesse a qualcuno fregare qualcosa, ho pensato di partecipare alla 3° edizione del concorso di narrativa ‘culturexpress’ con una storiella intitolata ‘un vecchietto niente male’. pure stavolta mi sono letto i numerosi vincitori degli anni passati. mi sono reso conto di quanto difficile sia scrivere un racconto sul viaggio che non diventi in qualche modo il resoconto di un viaggio. c’è riuscito, forse, ‘albergo europa’, di andrea benei (qui), menzione speciale nel 2006. un estratto.

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(…) e quella volta ci stava quel matto dello spagnolo alla camera sopra, suonava la sera al teatro, e la zia che non so dire il nome dice che c’aveva dentro una musica come una pioggia calda, e c’aveva un uomo con lui, un uomo che però faceva la femmina, e anche lui mi piaceva perché mi regalava le gomme americane. E lo spagnolo mi ha insegnato a dire: ama a tu projimo como a ti mismo, che nella lingua nostra vuole dire che bisogna volersi bene. Questo è molto importante, secondo me, sempre che non ci sia qualche scassascatole come quella vecchietta che diceva che voleva viaggiare perché al suo paese non c’era mai nessuno. Aveva sempre un cappottone di pelo che sembrava una bestia viva, e diceva che il suo paese era famoso per il silenzio e per le montagne che scendevano dritte dritte in mare, senza neanche un poco di pianura. E diceva che lì c’era freddo, ma ancora più freddo c’era più in su, su un’isola che era tutto un vulcano. Anche noi qua c’abbiamo le isole che sono tutte vulcano. Alla fine il mondo non è che dev’essere molto diverso. Il mondo è come la pasta, dice mia madre, sempre la stessa, solo che cambia il sugo.
(…)

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  27.08.2007 | 09:57
deep purple - perihelion
 
 

La fuoriuscita di Richie Blackmore dai Deep purple sortisce molteplici effetti.
Naturale la transizione verso un chitarrismo di altra natura: Steve Morse, ormai lontano dall’hard-prog americano che lo ha amorevolmente cullato per almeno un paio di lustri, si rivela un esecutore persino più ‘metal’ di Blackmore nel diteggio à-la Brian May (non sempre, beninteso). Ma non solo questo: l’intero Purple-sound si rinnova, come testimonia la brusca virata del 1996 – sono in molti coloro che ancora non riescono a credere che Slaves and masters, The battle rages on... e Purpendicular siano usciti uno dopo l’altro. Lasciato da parte quell’hard-rock-a-tutti-i-costi così caro Blackmore – prima, naturalmente, che una senile visione della gnocca da vicino gli otturasse la vena dal libero arbitrio consegnandolo anima e corpo alla causa del ‘medieval-rock ’ (parole sue).
Ebbene: Purpendicular, primo album del dopo-Blackmore è semplicemente un capolavoro. Rappresenta, a mio umilissimo modo di vedere, la miglior prova in studio dai tempi quel Fireball uscito ben 25 anni prima.
In Purpendicular l’hard-rock rimane filo conduttore di un album incredibilmente variegato, sia che si tratti di puro riff (Ted the mechanic, A  castle full of rascals) oppure di contaminazioni funky (Hey Cisco), blues (Purplendicular waltz), senza ovviamente tralasciate la ballad (Loosen my strings, The aviator e soprattutto quella struggentissima Sometimes I feel like screaming che forse identifica più di ogni altra il dopo-Blackmore).
Dal vivo, gettati alle spalle il rigore e i capricci Blackmoriani, un rinnovato affiatamento Glover/Paice nella sezione ritmica, un Gillan che può finalmente gigioneggiare con armonica, tamburello, bonghi vari (l’avesse fatto Joe Lynn Turner, sicuro che Blackmore gli usava i coglioni come plettro), una trazione, ora, esclusivamente Lord-iana. Chiare testimonianze sono il Live at the Olympia ‘96 (una su tutte: Cascades: I’m not your lover) e il DVD eufemisticamente intitolato Perihelion, successivo di cinque anni eppure anch’esso curiosamente incentrato più o meno ulla medesima scaletta. Le performance dei Deep purple versione terzo millennio, di cui Perihelion rappresenta una più che onesta testimonianza, si concretizzano in una (si perdoni l’ossimoro) rodata miscela di queste nuove tendenze. Le cose cambieranno – in peggio, sfortunatamente – soltanto un paio di anni più tardi, con la sostituzione di Jon Lord da parte del mestierante di lusso Don Airey.
Perihelion testimonia questa convinta ricerca di nuove sonorità, anche a scapito del virtuosismo (pochi gli assoli, praticamente uno a testa tutti concentrati nel bis Black night), o perlomeno un redivivo desiderio di riverdire quelle suggestioni prog che sovente animarono certe composizioni primi-70, prima che Blackmore Rainbow-izzasse se stesso in primis e l’intera band in secondis.
E così, in Perihelion, sorprenderà, nel bene o nel male, la presenza in scaletta di Fools – esecuzione a mio modo di vedere soltanto parzialmente riuscita: l’intro soft, quasi psichedelica lascia presagire una rivisitazione ottimamente pensata, ma tutto crolla nell’assolo centrale; quell’assolo rarefatto, ipnotico, esemplarmente eseguito su album viene qui banalizzato, quasi che nessuno avesse bene idea di che fare in quei cinque minuti; certo da fare non erano quei quattro accordi d’organo da ‘andateinpace / rendiamograzieaDio’ né quella lunga schitarrata aggraziata come un un elefante in una cristalleria.
Sorprenderanno – magari non troppo – le atmosfere funky di Lazy e Hey Cisco. Sorprenderanno una divertita Mary Long e una (inspiegabilmente) monca No one came per il semplice fatto di essere presenti in scaletta. Ma soprattutto sorprenderà l’esecuzione di Perfect strangers, in primo luogo da parte di chi si ricorda le esecuzioni della MK2 mid-90
Eh, già, la differenza dei Deep purple con Steve Morse rispetto alla formazione con Blackmore sta pressappoco tutta qui. Bartali o Coppi? Duran o Spandau? Blackmore-iani e Morse-iani probabilmente se le daranno di santa ragione per un altro paio di generazioni, ma se Morse non potrà mai neppure avvicinarsi al rigore Blackmoriano nel superfinale di Highway star è altrettanto vero che la sua When a blind man cries supera emotivamente certe scialbe esecuzioni del blasonato predecessore.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  25.06.2007 | 13:07
hai visto chi?
 
 

è sempre più raro, mano a mano che gli anni passano e il numero di concerti cresce - è sempre più raro, dicevo, provare quella sensazione palpitante, quella vibrazione che resta dentro per giorni e giorni dopo un concerto speciale. mi è capitato due volte quest'anno, vicine temporalmente e... beh, pure in analoghe condizioni metereologiche: i concerti di 'heaven and hell' e 'who'.
la foto è di simone 'the undertaker'
behind blue eyes, bellissima ballad dei nostri (1971), è anche una cover di successo dei limp bizkit (2003).

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Mi chiama il Canna: “Dove cazzo sei?”, chiede.
“A Verona, all’Arena a vedere un concerto”.
“Che concerto?”
“Gli Who”.
“CHI???”
“Esatto!” gli faccio, e gli chiudo in faccia.
Ripongo il cellulare. Guardo per aria, qua mi sa che…

L’arena si riempie lentamente, simile a una pozzanghera umana. Noi, squallide entità non-numerate, da tempo gremiti, scomodi e festanti; dei ricchi fascisti e borghesi, di sotto, nemmeno l’ombra. Arriveranno sull’imbrunire, lenti come lumache, il naso per aria, spocchiosi, adiposi, silenziosi come sfighe, convinti di essere loro i fan più accaniti. Come dargli torto, dopotutto? Chi c’è sotto il palco, eh? Io o loro?
Qua davanti un crocchio di ragazzini sui diciotto. Saltellano sulle note di “Are you gonna be my girl?” dei Jet. Un classico del rock, per i loro timpani verginelli. Li squadro con una certa sufficienza: ma che ci fanno qui dentro, oggi, codesti imberbi pischelli? Una biondina strepita “Io voglio ‘Behind blue eeeeeyes’”. Ecco, appunto.

Cala la sera e si alza – puntuale – il sipario. E’ il tempo degli hit mid-70 (’I can see for miles’, ‘Who are you?’) ed un paio di pezzi del nuovo album. Nonostante i sessant’anni suonati il duo Townshend-Daltrey ostenta una forma a dir poco smagliante.
Mi rimangio tutto, e con piacere: il manipolo di pischelli non si concede tregua. Conoscono tutti i brani a memoria, saltano, si sbracciano, si sgolano incessantemente fottendosene bellamente del gerontostrepitio dietro di loro. Un fricchettone sulla cinquantina con la chioma di Gillan, la barba di Daolio, la panza di Crosby e la faccia di Alice Cooper sulla maglietta mi scansa e urla inviperito “SEDETEVI PORCO D**!” Il ragazzino si gira “Seduto a un concerto degli Who? Ma tu ci sei mai stato, a vedere gli Who?” e riprende a saltare. Certi fricchettoni sarebbero dovuti morire prima di diventare vecchi, penso.
Mi sento lentamente pervadere da quel senso di compiutezza che provo – invero sempre più raramente – quando azzecco il concerto. Sarà un concerto coi controcazzi, questo, ne sono più che certo. Uno di quei concerti che ti vibrano dentro per un bel pezzo. Speriamo solo che…

Venti minuti e succede davvero di tutto. Madonna che acqua. Il palco squassato dal vento, la band che taglia la corda, microfoni che cascano, friggere di fili, le gradinate come cascatelle, il parterre allagato, annegate, ANNEGATE BASTARDI FASCISTI!
Madonna che acqua.
I più cercano rifugio sotto, nei corridoi. Io non faccio in tempo. Rassegnato, immergo il culo nel ruscelletto che mi scorre tra i piedi e tento invano di accendermi una sigaretta. I pischelli non smettono di saltare, inneggiare agli Who e strusciarsi impudicamente contro le loro fidanzatine. Alla mia destra Simone detto ‘Undertaker’ è la personificazione del silenzio.
“Di’ qualcosa, eh” dico.
“Trentacinque anni. Dico: trentacinque”.
“Eh, già…” come dargli torto? Gli Who non suonano in Italia da 35 anni e va’ che macello.
“E quindi?” incalzo.
“E quindi sarà meglio che taccio. Se apro la bocca mi escono soltanto cancheri”.
Alla mia sinistra un inglese sui quaranta, calvo, brache corte, maglietta e camicia di flanella, se ne sta impettito, le mani in tasca, diritto come un parafulmine, fradicio fino al midollo. Si guarda intorno da alcuni minuti, svagato, come se su di lui non stesse piovendo affatto. Ad un certo punto si china verso di me: “Where shall I get a fucking beer?” chiede.
Il suo amico di Padova va e viene come una pendola imbizzarrita, dice a tutti di essere lì in moto, *iocàn. Tira bestemmie che pare uno sparapalle da tennis; per ogni saracca Dio gli risponde con fiamme dal cielo. Mai visto lampi del genere. Sembra d’essere finiti in un film su Nikola Tesla.
Passano le ore. La band è nuovamente sul palco, ora ‘Tutto a posto – dicono – possiamo riprendere’. Parte ‘Behind blue eyes’. Neanche a metà canzone Daltrey si ferma, scuote il capo “My voice has gone, sorry” dice, e se la svigna per la seconda volta.

Sarà forse il contesto, il normale che diventa eroico: diecimila persone zuppe fradicie lì per il tuo medesimo motivo, a prendersi la tua stessa acqua, alla ricerca della tua stessa emozione, tutti a gridare ‘Who! Who! Who! Who!’ all’unisono, bandiere, fischi, inni a Townshend e Daltrey… Oh, guarda, là in fondo il solito gruppo di sardi che sventola i quattro mori… sono dappertutto, malleddettialloro.

Saranno forse questi due sessantenni ricchi sfondati che al loro N-millesimo concerto tornano fuori per la terza volta e dicono ‘Noi siamo gli Who e SUONEREMO PER VOI!’
Ad ogni costo.
Anche se piove a secchiate, anche se ormai è mezzanotte, anche se la voce di Daltrey sembra corteccia grattugiata, anche se…
…e mantengono la parola. Altroché.
Accordi economici? Penali? Soldi? Desiderio di rivalsa? O semplicemente volontà di mandare diecimila persone a casa contente?

O sarà invece che ho compiuto 200 concerti giusto quest’anno, vent’anni di onorata carriera davanti a palchi di ogni genere e specie col sole che strina, la gente che spinge, col fango, la merda, la grandine, alle volte davanti, altre invece là in fondo che non si vede un cazzo di niente, e la coda per uscire dal parcheggio, e farsi trecento chilometri e domattina fanculo sarò una merda, e che tutto mi sembra ormai la replica della replica della replica. Eppure sono ancora qui, lo stesso k-way ormai diventato una tovaglia di macchie, lo zaino Invicta giallo e blu, la maglietta dei Dire straits senza più forma né colore, il panino salsiccia e cipolla che va su e giù da tre ore, i polpacci duri come tralicci… Perché? Semplice: per scrivere un pezzettino di storia. Non quella con la S maiuscola, naturalmente. Soltanto un piccolo rigo della mia insignificante storia personale.
E stasera… sì, per causa della pioggia. Ma soprattutto per merito degli Who.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.06.2007 | 14:16
deep purple - live a parma 7/3/2007
 
 

metto online la recensione del concerto scritta da b. (alias 'amica di porthos').
...che serva a farla ricredere sul suo proponimento di ieri?
la foto è di mauro, che ringrazio.

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Fuori spioviggina, dentro il palazzetto si riempie. Ogni volta che entro lì dentro maledico il comune che non ha ancora creato uno spazio adatto ai concerti. Mi siedo in alto, al caldo, in linea d'aria diretta con Gillan, poche file sotto i potenti proiettori. Come faccio a sapere di essere in linea d’aria con Gillan, dite? Presente quando il Nostro è finito in ombra verso la fine di Smoke on the water? Ecco… quello è il mio profilo;-P
Un inizio strepitoso (e più che puntuale: ore 21.28) con Pictures of home. Gillan si presenta sul palco scalzo, con un paio di jeans vagamente a zampa e una bella camiciola bianca con sopra dei grandi fiori rossi. Fa sempre la sua porca figura, anche se la camicia è fuori dai pantaloni a coprire le magagne dell'età! Gli altri, invece, si presentano sul palco in modo molto rock.... Roger Glover con l'immancabile bandana nera, completamente vestito di nero; Steve Morse indossa un paio di jeans e una camiciola tinta unita, non perde istante per mettere in mostra i capelli biondi e i muscoli delle braccia; Don Airey invece pare uscito da un un film sui moschettieri: pizzetto e baffetti, messimpiega fresca fresca e camicia; su Ian Paice poco da dire, se non che somigliava a una (brutta) donna – davvero orrendo quel tremulo di ciccia nelle braccia che esibiva negli assoli di batteria. Gaaaaaakkkkkkk! I DP continuano con con Things I never said: Gillan è sempre Gillan, ora incita la platea ad agitare le mani, infine parla po' con il pubblico. Dimenticavo: all'inizio del concerto qualcuno/a ha lanciato sul palco un tanga rosso fuoco che Ian si e premurato di controllare bene, non si sa mai che pensasse di trovarci anche il contenuto! E ora una delle mie preferite: The battle rages on; picchiano duro i ragazzi, grandioso Gillan grandioso Morse e grandioso Glover.... ma la mia attenzione viene rapita da una vocina dietro di me che strilla a più non posso le parole della canzone. La solita ragazzina fanatica, penso. Mi giro: un bimbetto sui 7 anni, biondino e magro, accompagnato dal papà sulla 40ina. Si sgola come un matto per cantare la canzone. Tra le mille magliette nere relative a concerti più o meno datati di questo o quel gruppo, lui indossa la sua magliettina grigio melange con stampato sul petto un Qui (o Quo o Qua...) piccolo piccolo e dai jeans gli spuntano le mutandine coordinate con tante faccie di paperotti, tirare sopra la maglietta fino a metà pancia dal padre maldestro che deve averlo accompagnato al bagno mezz'ora prima dell'inizio del concerto... Grandioso, voglio un figlio così! Intanto là sotto Gillan continua a cantare mentre gli altri fanno i Musicisti con la M maiuscola. Passa Strange kind of a woman e il pubblico rumoreggia; gli assoli indimenticabili di Morse, che non sarà Blackmore ma ne è degno erede, i duetti Morse-Glover-Morse-pubblico e le rullate di Paice sono emozionanti. Questo è il mio quarto concerto dei DP, lo metto secondo soltanto alla performance con l'orchestra (e special guest Dio) del 99. Rapture of the deep, che Gillan dedica all'amico Manny (o Danny), e giù uno scroscio di applausi e di mani alzate quando parte Fireball poi via con Wrong man che si chiude con uno stupendo assolo di Morse. Morse, dicono i giornali, pare abbia sorriso tutta sera al pubblico. I toni si calmano e la voce di Gillan irrompe: è il turno di When a blind man cries; il pubblico accompagna. Spero tutta sera in Child in time ma su questo Ian mi delude. Al suo posto una bella Lazy, spumeggiante e distratta, poi Kiss tomorrow goodbye anch’essa dall'ultimo album salutata da un tripudio sopratutto dalla parte giovane del pubblico, e ancora mani che si alzano e osannano gli assoli del tasterista che si cimenta in tutto ciò che gli passa per la testa: dal Guglielmo Tell a La donna è mobile terminando in Perferct stranger, la canzone preferita da Glover, come dirà egli stesso in un’intervista alla Gazzetta - e si vede: ci mette l'anima e non solo quella. E’ la volta di Space truckin' e Highway star: la gente continua a cantare e alzare le braccia e loro sono sempre più carichi…
Ma come si fa a descrivere un concerto a parole? Un concerto è musica, suoni, colori, un concerto è anche odori, a volte pure sgradevoli (vedi i vari GoM o i concerti estivi....).
Siamo alla fine: parte Smoke on the Water e il palazzetto esplode. Telefonini accesi, fotografie a non finire… sono grandi, i DP, non c'è che dire. Il bimbetto di prima naturalmente conosce a memoria anche tutta Smoke on the water e si agita come un fossennato con addosso la sua magliettina Disney! Mi alzo in piedi a cantare e… oscuro Gillan :-P (non ho resistito).
Tutto termina. Nel buio del palazzetto iniziano i cori di Black night: li rivogliamo fuori i nostri dinosauri del rock! Ritornano, ecco Hush, che conquista anche i più anziani, quelli che ancora non si erano schiodati dalle poltroncine, quelli con i capelli bianchi e tante rughe; tutti in piedi il palazzetto ribolle di vita e di musica ma sopratutto di rock! Black night conclude la serata e i grandi se ne vanno, non senza ricevere una parte dei lunghi applausi che gli vengono tributati. L’ultima immagine, Glover si attarda sul palco intento a disseminare plettri a destra e a manca… va anche lui. Ora è davvero tutto finito.
Un’altra bella esperienza da portare dentro il cuore! Oggi mi sono letta un po' di recensioni al concerto e pure la scaletta, se non col cavolo che mi ricordavo tutto a memoria… Si dice che Gillan non fosse in perfetta forma: pare abbia avuto un piccolo malore nel pomeriggio. Chissà… magari fosse stato al 100% ci sarebbe stata Child in time?
A proposito: Child in time la sto sentendo proprio ora. Oggi mi sono comprata l'ultimo CD dei Blackmore's night e sopra c’è una versione di Child in time cantata da Candice e suonata da Ritchie! Che dire? Preferivo l'originale ;o)
Ebbene, caro UfJ, questo è il mio resoconto, scritto a spizzichi e morsi nel pomeriggio tra un contratto e l'altro; l'ho fatto perchè volevi sapere cosa pensavo del concerto. Vuoi sapere cosa penso? Penso che ti sei perso un gran concerto! Ma c'est la vie! ora sui DP siamo pari: 4 a 4.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  05.06.2007 | 08:53
sospeso tra paradiso e inferno
 
 

3/6/2007: secondo giorno del gods of metal - milano, idroscalo. imminente la photogallery su tapirulan. la foto è di simone.

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Estraggo dallo zaino del Maino un altro sacchetto di plastica e lo appoggio cautamente per terra, nel fango. Inclino la testa di lato e col palmo della mano mi picchio la tempia ripetute volte nell’intento di far fuoriuscire dall’orecchio non tanto l’acqua accumulata nella giornata di ieri quanto soprattutto i sessantaquattro milioni di semibiscrome che ci hanno conficcato dentro i Dream theater. Un concerto speciale nelle promettenti parole di LaBrie: stasera i DT suoneranno integralmente il loro Images and words. Non sono nuovi ad exploit di questo genere: qualche annetto addietro salirono sul palco di non so quale festival rock ed eseguirono interamente Master of puppets, il capolavoro del Metallica, tra lo sconcerto generale. Senza entrare troppo nel merito, semplicemente sentitevi il bootleg e a seguire l’album originale: scambierete i Metallica per la cover band e i DT per i Metallica.
Sono in tanti a non apprezzare la ridondanza, la prolissità e i virtuosismi-per-forza di questa controversa band: come tutti i grandi, i DT hanno molti nemici in giro. In effetti, Images and words a parte, io stesso devo sforzarmi per ascoltare un loro album tutto di fila. Ma su una cosa concordano tanto i fan quanto i detrattori: dal vivo sono sbalorditivi. Perché? E’ molto semplice: i DT sono semplicemente la band più dotata tecnicamente del pianeta.
E hanno appena finito di suonare.
Mi guardo attorno. Nel cielo limpido il sole picchia senza tregua nonostante il pomeriggio inoltrato: ho le braccia rosse come aragoste. Soltanto ieri in questo medesimo luogo ha piovuto per dieci ore incessantemente, o quasi. Tutt’attorno un’infinita distesa di fango, un coacervo marrone rigurgitante bicchieri di plastica, cicche, volantini di qualche imminente festival black-metal in Slovenia, bottigliette, pezzi di salsiccia, cartacce varie. Un intenso afrore di cadavere che pare emanare direttamente dall’inferno. Una miliardata di anni fa da una specie di maxipozzangherona di similmerda analoga a questa scoccò fortunosamente la scintilla della vita. Nel pomeriggio di oggi, in questo escrementizio brodo primordiale, si saranno sviluppate almeno un centomigliaio di nuovi organismi monocellulari; il 30 giugno, per Ozzy, se siamo fortunati, vedremo emergere i primi ardimentosi gasteropodi.
Aaaahh… mi passo una mano sul collo e l’altra sui lombi: sono incriccato ovunque, starnutisco, scatarro. Rumoreggio – io da solo – quanto un intero reparto infettivi.
Perdipiù le orecchie fischiano come bollitori.
Un ricordo affiora dal passato- Giusto tre giorni fa erano vent’anni dal mio primo concerto: 30 maggio 1987, Sting, ‘…nothing like the sun tour’, Modena. Lo stesso fango di oggi, diverso entusiasmo, molti ma molti meno acciacchi.
Là in fondo un crocchio di ragazzine dall’abbigliamento indescrivibile che saltellano scalze e scarmigliate, gridano, si abbracciano l’una con l’altra. Ad ogni balzo affondano fino al tallone. Inarrestabili. Avranno si e no diciott’anni. Viste da qui sprigionano più energia loro di un’intera centrale termoelettrica. Questo posto, questo momento, per loro, è il paradiso, o qualcosa del genere. Le sbircio con tutto l’odio di cui sono capace. Un momento, a chi voglio darla a bere? Altro che odio: si tratta di banale, sincera invidia.
Ripenso a questa lunga giornata trascorsa qui dentro ad arrostirmi gli avambracci e deflorarmi i timpani. Agli Anathema, le cui numerose suggestioni elettroniche, fin new wave, hanno rappresentato la sorpresa più gradita; ai Symphony X, quaranta minuti di power metal senza un briciolo di cervello – degli ‘zappatori occasionalmente saliti su un palco’ come li ha giustamente definiti il Maino; ai Porcupine tree… eeh magari… hanno tirato pacco ‘sti maledetti, al loro posto i trascurabili Dark tranquillity, sonorità a metà tra death metal trito e dozzinale goth; ai Dimmu borgir, Dio! Ma come diamine sono conciati? Nessuna acrimonia nei confronti del black metal, per carità, ma cosa darei per prenderne uno a caso e schiaffarlo forte contro un albero: hanno così tante borchie addosso che sicuro quello ci rimane attaccato; infine ai teutonicissimi Blind guardian, tutto sommato gradevoli nel loro ostinato essere o-così-o-niente. E poi il maremoto sonoro dei Dream theater.
E fra pochissimo saliranno sul palco gli Heaven and hell, vale a dire i Black sabbath nella formazione storica con Ronnie James Dio.
E mentre gli ultimi raggi di sole filtrano benevoli tra gli alberi donandomi finalmente quell'effimero sollievo che vado cercando grosso modo dalle 12 di quest'oggi, mentre lo sguardo vagola soffermandosi sul duemilionesimo culo che mi sfila davanti, mentre la calca di persone mi circonda sciaguattando nel fango prodiga di entusiasmo e schizzi melmosi, mentre tutto questo – e non solo – mi danza attorno al cervello in un caleidoscopio di sensazioni, mi sovviene improvvisamente un pensiero semplice, banale, di poco conto: sto aspettando questo concerto quindici anni. Eh sì: quindici tondi. Una vita.
Ragazzi, è ora. Mi isso faticosamente in piedi, raccolgo le mie carabattole, mi accendo una sigaretta e plotch-plotch, mi incammino verso il palco.
S’inizia fra meno di cinque minuti. Sono emozionato. Era un po’ che non mi capitava, per un concerto.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  06.03.2007 | 16:25
autori vari - festival di sanremo, 1/3/2007
 
 

Annientato da un febbrone che non molla da giorni me ne sto nel letto supino, tremante, coperto da un intero emporio di panni vari, in attesa di tempi migliori. Una miscela esplosiva: pensieri, sogni, deliri e festival di Sanremo. Eggià: giovedì 1° marzo 2007 mi sono pappato tutte le quattro e passa ore di festival con 39 di febbre. Un’esperierienza psichedelica, nell’accezione primigenia del termine.
La memoria rigetta le immagini soltanto ora, con discontinità, come borborigmi mentali. Bolle di realtà. Più probabilmente bolle soltanto, visto com’ero conciato.
Gli Zeroassoluto? Ma chi cazzo sono? Ospite: Nelly Furtado. NELLY FURTADO??? Io che ridevo quando appresi che nel settantasei i Led zeppelin aprirono un concerto dei New trolls ed ora Nelly Furtado che fa da spalla agli Zeroassoluto? Non so proprio come trasmettere il mio sbigottimento. Sarebbe come… come se Umberto Eco scrivesse sul mio blog, ecco.
Daniele Silvestri, ostia com’è diventato brutto. Silvestri secondo me è semplicemente il migliore in circolazione da una decina d’anni a questa parte. Per l’intelligenza dei testi, le melodie sempre originali, gli arrangiamenti mai banali. Un vulcano. Un vero artista. Ho ancora in mente quell’anno – credo fosse il 1999 – in cui eseguì Aria. La ascoltai impietrito. Al termine avevo i brividi lungo la schiena. Aria è indubbiamente una delle canzoni più ispirate della storia del musica. Arrivò ultima. Il brano di quest’anno s’intitola Paranza. Sono curioso. Inizia la canzone: un ritmo latino piuttosto elementare, direi una salsa. Ritornello: ‘La Paranza – è una danza – che si può effettuare anche con la panza’. Ciascuno tragga le proprie conclusioni.
Apro gli occhi. Orghh… mi sono assopito un attimo, ma chi… ma… ehi, ma quello… quello è OZZY OSBOURNE! Grande Ozzy a Sanremo!!! Ma che strano… sta cantando in italiano e con una timbrica impastata che ricorda un po’ i farfugliamenti di Vasco Rossi. Guardo meglio. E’ Nada.
Roby Facchinetti col figlio Francesco. Un evento mediatico. Vi ricordate Giucas Casella che faceva annodare le dita attraverso la TV? Pippe. Esce in televisione DJ Francesco e venticinque milioni di italiani – l’intera popolazione maschile – si chiedono contemporaneamente la medesima cosa. La sublimazione del concetto Warholiano di celebrità, in un certo senso. Cambiando discorso, i doverosi omaggi ad Anggun la cui bellezza a dir poco diabolica si perpetua nel tempo con una naturalezza sconosciuta da queste parti di mondo.
Tarda serata: i caschi blu mercenari sprigionati dal febbrifugo hanno subito una sconfitta a tutto campo da parte dei ribelli, i quali tengono saldamente sotto controllo i centri nevralgici del mio corpo. Leucociti morti in ogni dove. Odore di cadavere per le vene. Febbre ben oltre i 39. Esce sul palco Al Bano. Il brano, scritto da Renato Zero, esordisce in sordina, invero sorprendendomi. Ma… oddio, senti che ritornello! Immenso, Al Bano! I Blind guardian che eseguono Italia. Un Mino Reitano che chiude con Noldor la sua esibizione al Gods of metal. Ah, io sarò là, l’ho già detto? Sempre se mi ripiglio per tempo.

http://www.sanremo.rai.it/R2_HPprogramma/0,,1067026,00.html

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento

  05.03.2007 | 09:35
rainbow - live in munich 1977
 
 

Intro
Mentre getto i vestiti in giro per la stanza mi cade l’occhio su Live in Munich 1977 dei Rainbow, un DVD che ho lì da chissà quanto. In quell’istante mi sovviene che probabilmente si tratta del modo migliore per trascorrere questa inutile serata.
Per un fanatico di Deep purple e Black sabbath come il sottoscritto i Rainbow rappresentano una preziosa anomalia. Inutile descriverli: chi li conosce li conosce. Chi non li ha mai sentiti nominare… beh, sicuro che su MTV non passano. Credo di poter affermare senza tema di smentite che i Rainbow sono di gran lunga la band più ‘out’ del pianeta.
Il DVD è la registrazione integrale del concerto tenuto dalla band il 20 ottobre del '77, nel quintetto formato dal trio Blackmore / Dio / Powell rintuzzato da Bob Daisley al basso e David Stone alle tastiere. Cronologicamente posizionabile tra il secondo album Rising (1976) e il terzo Long live rock n’ roll (1978) questo concerto ricalca nella scaletta abbastanza da vicino il live On stage (1977) uscito su doppio vinile soltanto una manciata di mesi prima. Entrambi curiosamente incentrati sul primo album Ritchie Blackmore’s Rainbow (1975).
Per un fan come il sottoscritto i Rainbow dal vivo sono grandiosi, irraggiungibili, impareggiabili. Per un profano, insopportabili.
Insopportabili gli atteggiamenti vanesi di Ronnie James Dio (al secolo Ronaldo Padovano, naturalmnte di origine italiana), i suoi vocalismi ‘a tutti i costi’ (la Deep-purple-iana Mistreated che diventa epicheggiante con le buone o con le cattive, ma anche qualche gargarismo di troppo in Catch the rainbow); insopportabili i continui siparietti chitarristici di Blackmore in apertura, in chiusura e talvolta a centro canzone, talvolta congrui (Still I’m sad) ma spesso fini a se stessi (l’eterna intro di Sixteenth century greensleeves); insopportabile, infine, l’aura di continuo autocompiacimento di cui la band pare circondarsi nota dopo nota.

Il concerto
Niente montaggio serratissimo microfono-tette-chiappe stile MTV, niente effettacci, siparietti, pubblico che salta, promo di qualunque natura ed entità. Semplicemente un concerto con una band sul palco che suona. Meno male.
Una Mistreated à-la Rainbow a tratti sorprendente, eppure priva di quelle pennellate sado-blues che solo una manciata d’anni prima sapeva donarle il buon (neanchepoitanto)vecchio David Coverdale.
Catch the rainbow: una canzone talmente meravigliosa e perfetta su album che dal vivo andrebbe soltanto fotocopiata; eppure i cinque si ostinano ad eseguirla (qui come in On stage) come se fosse la loro Child in time. Il brano ne risulta sfrangiato, sminuzzato, triturato ed infine imbevuto di due assoli peraltro vertiginosi di Blackmore.
Man on the silver mountain, a detta di alcuni capostipite dell’intero genere epic-metal, viene qui presentata in una versione leggermente velocizzata. Oppostamente a quanto accade per Mistreated i toni solenni sono appena smorzati, in favore di un hard-rock un po’ più americano – preludio di una svolta stilistica imminente, concretizzata nell’era post-Dio.
Energia, coinvolgimento e dietro le quinte una tecnica invidiabile: i brani più corti finiscono per essere i più convincenti. Kill the king e Long live rock n’ roll dall’allora inedito Long live rock n’ roll, Sixteenth century greensleeves, il bis Do you close your eyes?, l’unico brano di Rising, che si chiude con la miglior sfuriata Blackmoriana della serata (ma c’è proprio bisogno, nel 1977, di sfasciare ancora chitarre?).
Tutto quanto detto sopra ed anche qualcosa in più è sintetizzato nel pot-pourri Still I’m sad. Semplicemente venticinque minuti di quintessenza-Rainbow.
Per la cronaca il DVD include anche i tre videoclip Long live rock n’ roll, Gates of Babylon e L.A. connection, brani tratti dall’album Long live rock n’ roll, alcune interviste e un certo numero di fotografie dell’epoca.

E poi?
Scioltisi ufficialmente nel 1986, anno in cui esce la solita antologia di ritagli (l’ultimo insipido album risale al 1983), dopo una fugace reunion (album + tour) 1995 con una formazione completamente rinnovata (tranne ovviamente Blackmore) più nessuna notizia. Da una decina d’anni Blackmore, a sessant’anni suonati, circola per le sagre paesane di tutt’Europa conciato da paggio a suonare musichette rinascimentali assieme alla sua compagna Candice Night. L’ultimo album dei Blackmore’s night è disgraziatamente in testa alle classifiche new age di tutto il mondo e il duo approderà presto in Italia per una serie di concerti. A vostro rischio.
Nella speciale classifica delle donne più nocive della storia del rock Candice Night è buona seconda, subito dietro a Yoko Ono e davanti a Courtney Love.
Ronnie James Dio  fuoriesce dai Rainbow nel 1978 per unirsi ai Black sabbath di Tony Iommi e Geezer Butler un paio d’anni più tardi. La missione di far dimenticare Ozzy Osbourne si compie tra il 1980 e il 1982 con la realizzazione di tre album (due in studio e un live) uno più ispirato dell’altro. Dal 1984 una lunga carriera solista iniziata con quell’Holy diver che in tanti considerano il suo capolavoro. Nel 1992 una reunion coi Black sabbath (album + tour). Nel 1999 in tour con Deep purple e orchestra verrà fischiato mentre duetta con Ian Gillan in Smoke on the water. Nel giugno 2007 Iommi / Butler / Dio / Appice si esibiranno come headliner al Gods of metal 2007 con il nome di Heaven and hell. Io sarò là.


Tracklist
Kill the king
Mistreated
Sixteenth century greensleeves
Catch the rainbow
Long live rock n’ roll
Man on the silver mountain
Still I’m sad
Do you close your eyes?


Band
Ritchie Blackmore (chitarra)
Ronnie James Dio (voce)
Cozy Powell (batteria)
Bob Daisley (basso)
David Stone (tastiere)

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento