blog.tapirulan.it
 
  03.08.2016 | 09:28
watching you
 
 

sei capitato qui e non sai neanche come. il cadavere di un blog in avanzato stato di putrefazione. foto, articoletti, link ad altra roba. la solita fola. stai per andartene. poi leggi questo post. c'è scritto che le recensioni proseguono con cadenza quotidiana su yastaradio da un anno e più. in fondo quella di sanremo ottantadue non era pessima. niente di che, ma non pessima. pensi che forse vale la pena leggersi un paio delle nuove. poi pensi di no, che non ne vale affatto la pena. esci da questa pagina e te ne dimentichi per sempre. io invece no. io non ti dimentico. ti terrò d'occhio. lo farò sempre. a tua insaputa.

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  09.01.2015 | 15:01
io non sono charlie hebdo
 
 

Ieri ho visto una vignetta che circola in rete così come circolano in rete tante altre vignette di Charlie Hebdo in questi giorni e in questa vignetta c’era un tizio coi capelli lunghi che sembrava Gesù Cristo ed era indubbiamente Gesù Cristo visto che aveva dei buchi nelle mani e nei piedi e aveva anche un triangolo conficcato nel culo con scritto sopra Spirito Santo e lui stesso stava inculando un vecchio coi sandali e la barba e l’aureola in testa e ho pensato che quella vignetta mi faceva cagare e non l’ho pensato perché la vignetta in realtà mi scandalizzasse e io non fossi disposto ad ammetterlo ma soltanto a liquidare la faccenda con un generico “mi fa cagare” o perché mi facesse arrabbiare oppure mi disgustasse o mi generasse qualunque sentimento moderatamente o fortemente negativo oppure positivo, no, quella vignetta mi faceva semplicemente cagare perché non mi faceva ridere e non mi faceva ridere perché non applicava nessuno degli elementari meccanismi della comicità ma si limitava a dissacrare una cosa che per me tra l’altro non è neanche sacra e a questo punto mi sono domandato cosa avrebbe invece pensato una persona per la quale cose come quelle sono in realtà sacre e parecchio importanti e sono arrivato a concludere che quella persona avrebbe provato rabbia e frustrazione non tanto perché si mettevano in gioco gli ideali in cui a torto o a ragione credeva saldamente ma soprattutto perché tutto avveniva gratuitamente, come un insulto da un microfono a cui non puoi rispondere, come uno schiaffo nei denti che non puoi restituire e poi ho pensato che se da un lato il fatto che oggigiorno qualcuno possa ritenersi offeso da una vignetta del genere o da vignette analoghe mi fa pensare che l’uomo è in realtà molto più vicino alla scimmia di quanto creda, dall’altro è pur vero che queste persone esistono e possono essere miti oppure violente e se sono violente possono reagire dissennatamente e compiere orrori che non è mia intenzione né condividere né giustificare né legittimare in modo alcuno e anzi mi indignano più di ogni altra cosa, ma un’altra cosa che mi indigna, che mi indigna un po’ meno dell’orrore in sé ma mi indigna comunque parecchio sono le parole di cui si riempie la bocca chi parla di terrorismo riferendosi a qualcosa che somiglia molto più a un tragico regolamento di conti ma soprattutto mi indigna chi parla di libertà di espressione convinto che la libertà di espressione significhi avere il diritto di dire qualunque cosa senza curarsi che le parole stesse siano o paiano violente o esprimano concetti violenti, di chi parla di tutto questo solo quando vede il sangue sul pavimento e non quando per esempio un presidente del consiglio condannato in primo grado per un reato minore come la pedofilia e salvato in secondo grado solo grazie a un cavillo legislativo introdotto tempestivamente dal sedicente partito della sinistra, quando un presidente del consiglio dicevo uccide sistematicamente per vent’anni le parole e le opinioni di tutti i più importanti pensatori italiani, no, perché dopotutto se non c’è il sangue sul pavimento non c’è neanche il gusto e ti viene quel senso di torpida delusione un po’ come quando hai rallentato per un incidente e quando passi vicino all’ambulanza scopri che il ferito si sta rialzando da solo, ecco, io penso queste cose qua ed è per questo che io non sono Charlie Hebdo, o forse farei meglio a dire che non sono sicuro di essere Charlie Hebdo, perché non sono sicuro che Charlie Hebdo sia soltanto satira e non anche un serbatoio di insulti e parole violente, magari non del tutto consapevolmente, e io sono contrario alle parole violente, a tutte le parole violente, perché credo che ogni gesto violento scaturisca da parole violente pronunciate poco prima, che siano quelle di Charlie Hebdo, di questo o di qualunque altro post in rete o di qualche fanatico predicatore del cazzo.

La vignetta in questione si trova facilmente in rete. Non l’ho messa qui per non negarmi il piacere di descriverla. Qui, invece, un paio di tavole di quel fottuto geniaccio di Cavezzali, giusto per sdrammatizzare un po’. L'immagine sopra è stata rilanciata il 7 gennaio scorso da un account Instagram attribuito a Banksy.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  22.04.2014 | 11:59
cose che si imparano nei corridoi dell'universita'
 
 

C’è una cosa che ho imparato all’università. Una cosa che non mi è stata insegnata in aula né l’ho appresa studiando i libri. E’ una cosa che ho imparato nei corridoi. Era il giorno del primo appello di Fisica 1, il mio primo esame all’università. L’esame consisteva in due prove scritte e una orale. La prima prova era una sorta di soglia. Si trattava di un esercizio, uno solo. Chi lo faceva bene passava all’esame vero e proprio, chi lo sbagliava era fuori. In aula c’era un centinaio di persone circa. Mentre gli assistenti passavano tra i banchi a consegnare il testo dell’esercizio io ero molto teso. Era la resa dei conti dopo un anno di lezioni. Era il momento della verità. Mi domandavo se ce l’avrei fatta. Ero davvero all’altezza di frequentare quella facoltà?
Mi consegnarono il foglio. L’esercizio non sembrava così difficile. Inoltre era praticamente identico a un altro esercizio che avevo fatto la sera prima. Lo risolsi in una decina di minuti e consegnai il foglio. Ero il primo.
Mi accomodai fuori. Ci avevano detto di aspettare, che avrebbero pubblicato i risultati subito. Attesi. Per una mezz’ora buona non uscì nessuno. Intanto io mi angosciavo sempre di più. Lo sanno tutti che consegna per primo finisce sempre segato.
Finalmente uscì qualcuno. Lo intercettai e gli chiesi il risultato dell'esercizio. Mi disse che gli risultava ventidue virgola qualcosa. Io avevo un risultato completamente differente. Il tizio mi fece un sorriso e alzò le spalle. Uscì un secondo studente. Anche a lui veniva ventidue virgola qualcosa. Ne uscì un terzo. Stesso risultato. Mi allontanai e mi sedetti a un tavolo. Mi misi a pensare a come avrei annunciato in famiglia il mio ritiro dall’università. A come l’avrebbero presa. Nel frattempo i tre confabulavano tra loro. Mi lanciarono un paio di occhiate.
Un’ora più tardi – una interminabile ora più tardi – un assistente uscì e affisse i risultati alla bacheca. Erano passati dieci candidati su cento. Io ero tra quelli. I tre furono bocciati. Tutti e tre. Uno di loro mi disse di andare a cagare. Nel pomeriggio feci il secondo scritto e l’orale un paio di giorni più tardi. Alla fine presi trenta.
Quello fu il mio unico trenta su ventinove esami. Fu anche l’ultima volta che domandai qualcosa agli altri studenti.
Perché racconto questa inutile storiella? Perché nel caso che tra i lettori di questo blog ci fossero ragazze in avanzato stato di gravidanza sconfortate dal fatto che al corso preparto tutte le altre future mamme sembravano sapere tutto sulla gravidanza, sulla maternità e su come educare i propri figli almeno fino al primo esame dell’università mentre loro hanno la sensazione che la maternità sarà una cosa difficilissima e pensano di non sapere neanche da dove si comincia, ecco, a quelle ragazze in avanzato stato di gravidanza che leggono questo blog volevo dire di prendere le distanze da tutto questo.
Quando sono nato io le pubblicazioni di puericultura non esistevano, o se esistevano non si usava leggerle, o se si usava leggerle comunque non si usava leggerle a San Polo d’Enza. Quando mia madre è uscita dall’ospedale aveva in mano una cesta di vimini con dentro il sottoscritto e nell’altra un pacchetto con tre pannolini omaggio dell’ospedale. Arrivata a casa ha appoggiato la cesta sul tavolo, il pacco di pannolini lì di fianco e si è seduta a guardare la cesta e il pacco, il pacco e la cesta. Poi a un certo punto si è alzata dalla sedia e ha cominciato a esplorare quella esperienza meravigliosa e totalizzante che prende il nome di “fare la mamma”.

La foto raffigura una delle numerose lettrici di questo blog in avanzato stato di gravidanza.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  07.04.2014 | 18:47
breve guida alla scelta del nome per la nascitura
 
 

La prima cosa che devi evitare è che quando la chiamano si gira la metà dei bambini e quindi ti consiglio di scartare tutti i nomi un po’ modaioli tipo Sofia Ginevra Emma Matilde poi vedi di eliminare tutti nomi generazionali che ora sono generazionali ma fra vent’anni saranno semplicemente nomi da vecchia come Elisa Elena Francesca Barbara Laura Roberta poi devi togliere tutti i nomi di persone che ti stanno sul cazzo e se sei fortunato come sono fortunato io di persone di sesso femminile che ti stanno sul cazzo ce ne sono poche, pochissime, magari soltanto una e questo da un lato è un bene perché vuol dire che anche tu hai rapporti sereni coll'insidioso universo femminile dall’altro no perché vuol dire che il criterio selettivo fa schifo e poi ricordati di eliminare tutti i nomi di persone troppo vicine a te perché se salta fuori per esempio che decidi di chiamare tua figlia Adele finisce che alla tua amica Adele le viene un coccolone come potrà confermarti lei stessa e poi è sempre meglio eliminare tutti i nomi dei parenti perché i parenti vanno sempre a due a due e poi va a finire che uno dei due se ne ha a male a meno che non se lo meriti di rimanerci male e magari lascia perdere i nomi troppo biblici come Abigail o Sefora e tutti i nomi troppo ebraici come Rachele e tutti i nomi troppo catto-taròni come Concetta Immacolata Assunta Benedetta e non scordarti di escludere tutti i nomi composti tipo Maria Carolina o Anna Maria e simili nefandezze e sempre a proposito di nefandezze dimenticati tutti i nomi toponomastici o floreali tipo Italia Asia Viola Margherita Gelsomina Flora Rosa Petunia e anche quelli che generano assonanze grottesche col tuo cognome tipo Carolina Calorosi o associazioni mentali sinistre o più semplicemente curiose come Frida Khalorosi e poi tutti i nomi troppo lunghi come Ermenegilda Giuseppina Emanuela Elisabetta perché quando devi pronunciarli proverai lo stesso fastidio che provi quando chiami il servizio clienti e devi digitare uno per fare una certa cosa due per farne una certa altra e via discorrendo e poi finiscono sempre storpiati in un modo buffo e un po’ cattivello dai bambini più grandi e fetenti e infine ricordati di eliminare tutti i nomi corti sprovvisti di un dittongo e che non iniziano per Z e tutti quelli che non sono menzionati nel titolo di una crime story degli anni novanta diretta da Roger Avary.
Oppure c’è un sistema migliore. Sali in macchina e mentre metti in moto per tornare a casa dall’ufficio pensi: “Zoe. Mi piace il nome Zoe. Credo che chiamerò mia figlia Zoe”.

Oggi però mi torna in mente una storia che ho già raccontato tante volte, però mai in questo blog.
Una volta chiesi a un mio amico: “Pensa, noi ci conosciamo da tanti anni e non so come si chiama tuo padre”.
“Mio padre si chiama Libero”, rispose lui.
“Ma che nome del piffero”, feci io.
“Dunque, mio padre è nato il venticinque aprile del quarantacinque. In un fosso”.
Quando racconto questa breve storiella, sarà per via della terra dove sono cresciuto, sarà per via delle idee che ho nella testa o per il fatto che sono diventato un vecchio sentimentale del cazzo io vi giuro che mi vengono a luccicare gli occhi. Anche adesso, proprio adesso mentre sto scrivendo.
E mentre immagino quella giovane donna tremante rannicchiata a proteggere il suo piccolo da una brutalità senza senso riesco persino a sentire il suono infinito di quelle tre sillabe li-be-ro così come le ha sussurrate lei in quel momento. E allora mi rendo conto che nostra figlia dovrà portare un nome così. Un nome che non è un nome carino, oppure un nome alla moda, oppure un nome alternativo, oppure un nome che suona bene con il cognome. Tutte stronzate. Nostra figlia porterà un nome speciale. Un nome che sarà speciale per lei, per sua madre, per suo padre e per nessun altro al mondo.

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  27.03.2014 | 22:36
un altro post politico
 
 

L'approssimarsi di una nuova tornata elettorale funge da stimolo a nuove, eppure uguali, riflessioni politiche. A questo proposito desidero proporvi questo efficacissimo spot elettorale di chiara matrice destrorsa.


(ringrazio Luca per la segnalazione)

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  12.03.2014 | 10:58
io sono d'accordo al cinquanta per cento
 
 

Io sono d’accordo al cinquanta per cento con quelli (*) che dicono “Va che lavoro hanno messo un fucile in braccio al David di Michelangelo” ma sono anche d’accordo al cinquanta per cento con quelli che dicono “Va che lavoro c’è della gente che si scandalizza perché hanno messo un fucile in braccio al David di Michelangelo ma non ha niente da dire sul fatto che al mondo oggi ci sono sessanta nazioni in guerra con 523 milizie armate operative” (**) ma sono anche d’accordo al cinquanta per cento con quelli che dicono “Va che lavoro c’è della gente che critica quelli che si scandalizzano perché hanno messo un fucile in braccio al David di Michelangelo e che però non hanno niente da dire sul fatto che al mondo oggi ci sono sessanta nazioni in guerra con 523 milizie armate operative e poi magari sono i primi che quando prendono una multa per eccesso di velocità perché facevano i cinquantacinque si lamentano che una volta hanno visto passare una Porsc ai centottanta e la pula non ha fatto neanche finta di corrergli dietro” e poi sono d’accordo al cinquanta per cento anche con quelli che dicono “Ma cosa diavolo sono tutti sti cazzo di asterischi?” e tutto questo lo dico perché non si capisca che alla fine non ho molto da aggiungere in merito alla faccenda del David che imbraccia un fucile se non il fatto che se David avesse avuto un fucile come quello lì invece della sua fiondina del cazzo il Caravaggio avrebbe fatto molta più fatica a dipingere la testa di Golia nel suo quadro e in fin dei conti quando sono andato a Firenze l’ultima volta e ho visto il David di Michelangelo io ho subito immaginato che tenesse in mano qualcosa ma quel qualcosa non era un fucile da assalto Armalite né una frombola o una lancia o qualunque arma di precisione antica o moderna anche se in fin dei conti David era un guerriero ma invece ho immaginato che tenesse in mano una chitarra elettrica tipo Gibson Explorer.
E, a quanto pare, non sono stato l’unico a pensarlo (***).

(*) Tra quelli che dicono così c’è la mia amica Anna che ha scritto o scriverà sull’argomento un post molto più arguto del mio a questo link.
(**) In realtà la definizione esatta è “milizie-guerriglieri, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti”. l'informazione proviene da qui. Se posso dire la mia un anarchico armato ha senso più o meno quanto un giocatore da briscola reggiano che non bestemmia.
(***) L’immagine di destra proviene da una pubblicità del Rock & Roll museum di San Francisco risalente al 1989.

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  10.03.2014 | 12:40
una domanda molto semplice
 
 

E’ un po’ che mi capita di riflettere su una questione che risponde a una domanda molto semplice. Una domanda molto semplice che però al pari di tutte le buone domande molto semplici presuppone una risposta piuttosto difficile. La domanda è la seguente: qual è il momento esatto in cui una vita comincia ad esistere?
L’altro giorno mentre ci pensavo mi sono venuti in mente gli atomisti di Democrito che dicevano che nella bistecca c’erano già gli atomi del verme e quindi per estensione ho pensato che ogni vita esiste da sempre e per sempre, se non in atto, almeno in potenza, negli atomi delle altre persone. Poi mi sono venute in mente le idee iperuraniche di Platone e di Hegel e ho pensato che forse non si tratta di atto oppure di potenza, né di inizio oppure di fine, ma di istanti di transizione tra un luogo e un altro. Poi mi è venuto in mente Cartesio e il suo principo dell’esistenza come conseguenza del fatto di pensare. Non funziona. Conosco gente che di anni ne ha magari quaranta e a pensare qualcosa di suo ancora non ci si è messa. Poi mi sono venute in mente le monadi di Leibniz e subito dopo mi sono ricordato che io le monadi di Leibniz non le ho mai capite quindi ho fatto in modo di scordarmele subito. Poi mi è venuta fame e sono andato a cena.
Mentre cenavamo Sara mi ha spiegato che al settimo mese di gravidanza i bambini hanno un bioritmo di circa tre ore e passano la maggior parte del tempo addormentati. Se scalciano è perché si stirano oppure cercano un’altra posizione. Ha anche detto che sentono i suoni e intuiscono la luce e l’ombra.
Al termine della cena Sara aveva voglia di mangiare delle noci e così le ho allungato lo schiaccianoci. Il nostro schiaccianoci non è uno schiaccianoci a leva come tutti gli altri. Il nostro schiaccianoci è fatto come una specie di mortaio cilindrico. Si mette dentro la noce e poi si spinge con forza il pestello. Si sente un forte SBANG e la noce va in frantumi. Sara ha fatto questa operazione su tavolo, a pochi centimentri dalla pancia. Appena il pestello ha fatto SBANG dall’interno della pancia è venuto un calcio fortissimo.
Allora io ho pensato che il momento esatto in cui una vita comincia a esistere forse non lo conoscerò mai, ma quando quella cosa che hai nella pancia ti tira un calcio fortissimo perché l’hai svegliata di soprassalto rompendo una noce allora vuol dire che quel momento è già passato di sicuro.

La foto è uno scatto di Sara sul treno Manakara-Fianarantsoa. Durata prevista del viaggio: 8 ore; durata effettiva: 21 ore.

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  06.03.2014 | 16:37
il corpo che cambia
 
 

Io quando penso alla canzone Il mio corpo che cambia non riesco a pensarla come la peggior canzone scritta da quella band ormai da molti anni spericolatamente avvezza al pessimo, non riesco a pensarla come quella canzone dotata di una melodia insignificante, di un arrangiamento sciatto, di un’esecuzione all’altezza neppure degli standard bovini di Ghigo Renzulli, di un videoclip imbarazzante per fattura tecnica e artistica. No, niente di tutto questo. Io quando penso alla canzone Il mio corpo che cambia riesco a pensare soltanto alla strofa iniziale che dice “Cos'è cos'è questa sensazione? E' come un treno che mi passa dentro senza stazione. Dov'è dov'è il capostazione?” e mentre canticchio questa strofa mi viene una sensazione come se qualcuno mi stesse osservando con delle intenzioni non tanto chiare e mi vengono in mente delle immagini di vario genere nessuna delle quali neppure marginalmente legata a dei treni composti da carrozze o delle stazioni fatte di pensiline ma piuttosto a dei capostazioni vestiti tutti in un modo che assomiglia al modo di vestire che avrebbe il capostazione di una città il cui sceriffo fosse Victor Willis dei Village People, dei capostazioni dai quali credo che fuggirei a una velocità paragonabile a quella del treno che attraversa Piero Pelù donandogli tutto quell’entusiasmo e mentre scrivo queste scemenze e ridacchio qui da solo in ufficio mi viene in mente che il corpo che cambia di cui volevo parlare in questo post non è il mio né quello di Piero Pelù ma è il corpo di Sara.
La prima trasformazione nel corpo di Sara è stata la mia preferita visto che le sono venute due tettone grosse come due pompelmi e almeno altrettanto dure. Ma anche le altre sono state trasformazioni mica da ridere. Per esempio la pancia stessa e certe difficoltà in certi contesti sono diventati una sorta di stimolo a trovare soluzioni alternative. Come dire un modo per aguzzare l’ingegno, ecco.
Alla fine mi sono reso conto, ci tengo a scriverlo molto chiaramente, che il corpo di una donna incinta non perde assolutamente nulla della sua sensualità.
Anzi.
Diverso, molto ma molto ma molto diverso il discorso che riguarda gli indumenti che generalmente indossa una donna incinta. La composizione qui sopra è stata scattata ieri notte nel corridoio di casa nostra. Traete da soli le vostre conclusioni. Non so voi ma io farei delle leggi apposta per vietare la commercializzazione di roba del genere.

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  01.03.2014 | 09:44
l'uomo della provvidenza
 
 

Lo scorso dicembre, nei giorni in cui Renzi diventava segretario del PD, una sera uscii a bere una birra con alcuni amici. Collocato davanti a me, sopra le teste dei miei amici, c'era uno schermo televisivo. Era un talk show. Qualcuno stava intervistando Renzi. Il volume era troppo basso per capire cosa diceva, ma percepivo le fluttuazioni della sua cadenza fiorentina. A intervalli regolari faceva una smorfia buffa. Allora la regia inquadrava gli ospiti in studio che sorridevano oppure annuivano, oppure sorridevano e annuivano.
Quella notte sognai che andavo a parlare con Renzi per esporgli un mio problema. Il problema consisteva nel fatto che Neil Young faceva un concerto proprio il giorno in cui doveva nascere Fagiola. Renzi mi rispondeva di non preoccuparmi, che avrebbe chiamato subito Neil Young.
Grazie, dicevo io stringendogli la mano. Non c'è dubbio che tu sei l'uomo della provvidenza.
Poi mi svegliai col sogno ancora in testa.
L'uomo della provvidenza.
Renzi.
Ma che razza di stronzata, pensai. Solo a me poteva venire in mente una cosa del genere.

Per fare questa stupida foto nella chiesa di S. Andrea a Orvieto sarò stato lì almeno mezz'ora a provare. Poi quando ho trovato l'impostazione giusta, la luce era cambiata.

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  13.01.2014 | 11:42
le cose che di solito si fanno in bagno al mattino
 
 

Sara e io siamo a Orvieto a trascorrere qualche giorno. Una mattina mi sveglio e vado in bagno a fare le cose che che di solito si fanno in bagno al mattino. Poi sento del trambusto e vado a vedere. Quando esco dal bagno vedo Sara sdraiata di traverso sul letto, la maglia tirata su, che tiene gli auricolari dell’iphone contro la pancia. ha un sorrisetto furbo che è tutto un programma. Mi stropiccio gli occhi per vedere se ho visto male. No, mi sa di no. Mi sa che ho visto bene. Faccio: “Beh??”
E lei: “Ho letto che dal quinto mese sentono quello che succede fuori dalla pancia”.
 “E allora?”, faccio io.
“E allora ho pensato di farle sentire Neil Young”.
“Neil Young?”
“Precisamente”.
Voi che cosa pensereste se mentre siete in bagno a fare le cose che di solito si fanno in bagno al mattino salta fuori che la vostra morosa nel frattempo si è svegliata, ha acceso il cellulare, si è tirata su la maglia e ha messo gli auricolari del cellulare contro la pancia?
Ecco cosa ho fatto io.
Dico: “Ah, Neil Young? Ma che cosa precisamente?”
Unknown legend”.
“Ottimo. Poi prova a vedere se le piace anche Harvest moon”.
Poi torno in bagno e finisco di fare le cose che di solito si fanno in bagno al mattino.
“E comunque il suono degli auricolari ha poca amplificazione”, sbraito da là dentro. “Procurati delle cuffie serie!”

La sequenza sopra raffigura Sara intenta ad affrontare la salita pedonale che va da Orvieto scalo a Orvieto centro.

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  21.11.2013 | 17:38
il calcio nella pancia
 
 

Ieri Sara era tutta agitata perché ha ricevuto il suo primo calcio nella pancia.
Accidenti ho risposto io. Ma chi è stato? Ti sei fatta male? Stai bene?
Poi è saltato fuori che era il primo calcio nella pancia dall’interno.
Ah, ho fatto io.
Poi ho pensato che è un po’ come quando guardi l’orizzonte e pensi che forse pioverà.

Secondo le ultime indiscrezioni pare che Fagiolo sia in realtà una Fagiola. Qui sopra un suo scatto sexy a meno sei mesi di vita.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  22.10.2013 | 11:32
kiss-kiss
 
 

Sono quelle cose che fanno piacere. Ce ne sono altre, magari più gratificanti. Ma anche queste un pochino fanno piacere.
Si parla di qualche anno fa. Ero in macchina con tre o quattro giapponesi. Li stavo portando al ristorante. Davanti all’ingresso c’era un posto, ma era strettissimo. Frenai. Qualcuno disse, in inglese “Lascia perdere, tanto non ci stai”. “Sì che ci sto”. “No che non ci stai”. “Sì che ci sto”. Scommettemmo diecimila lire.
Gli dissi che gli avrei fatto vedere la mia famigerata parcheggiata “bacino-bacino”.
“Bacino-bacino?” domandò qualcuno.
“Kiss-kiss”, e baciai l’aria due volte.
Al termine del parcheggio i giapponesi giravano tutt’intorno all’auto meravigliati. Cioé, avrebbero girato intorno all'auto se ci fosse stato lo spazio per le gambe. Con le diecimila lire che avevo vinto ci pagammo una birra dopo il ristorante.
Ieri sera invece non avevo testimoni, allora ho scattato queste due foto.
L'immagine, e tutto il post, sono dedicati alla mia carissima amica Adele.

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  14.10.2013 | 11:32
in cina
 
 

“Siediti, devo dirti una cosa”, dice Sara.
“Sono già seduto”, rispondo io senza alzare gli occhi dal computer.
“Allora ascoltami bene”.
“Ti sto già ascoltando bene”.
“Sono incina”.
“Eh, cara, come ti capisco. Pure io sono ancora in Cina. La Grande Muraglia. L’esercito di Terracotta. Le risaie, la gola del Salto della Tigre. Hong Kong. Che ricordi. Ce li ho ancora tutti piantati qui”. E mi picchio la fronte con un dito.
“Ho detto che sono incina”.
“E allora se sei in Cina vaglielo a dire a quelli del Comune, che sei in Cina. Digli che non puoi andare in ufficio perché sei ancora in Cina. Digli così. Che sei ancora in Cina. Io ci ho provato, sai? Ma non ha mica funzionato”.
“Non mi stai ascoltando. Ti ho detto che sono incina”.
Sto per rispondere qualcosa tipo “Non ti affliggere dai. Vedrai che ci torneremo presto in Cina. Magari in uno dei prossimi viaggi che faremo”. Ho già aperto la bocca e cominciato a pronunciare la prima enne che per qualche ragione mi torna alla mente una mail che ricevetti due o tre anni fa. C’era un breve testo in inglese. Raccomandavano di leggere il testo e contare le T. Alla fine il conto risultava errato perché il cervello riesce a notare le T che stanno all’inizio delle parole e quelle che stanno alla fine. Ma non quelle nel mezzo.
“Ho fatto due test. Uno stamattina e uno giusto adesso. Non ci sono dubbi. Sono incina”.
Dopo credo di aver perso i sensi.

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Abbiamo utilizzato questa specie di raccontino per annunciare la gravidanza di Sara alla sua famiglia. Le reazioni sono state affettuose e piuttosto divertenti. Soprattutto ho trovato buffo il fatto che le donne di famiglia (mamma, nonna, sorella) hanno capito al volo mentre gli uomini no.
Non è una regola generale, ma per esempio l’altro giorno eravamo da Gualandri a cazzeggiare un po’. C’erano Gualandri, Chiara, due loro amici: Elisa e Andrea detto affettuosamente Il Minchia, e c’eravamo Sara e io. Si parlava della nostra prossima vacanza a Praga insieme e a un certo punto ho detto che c’era una novità. La novità consisteva nel fatto che a Praga veniva uno in più. Gualandri mi ha chiesto chi era l’uno in più. Ho risposto che ancora il nome non lo sapevamo. Immediatamente le ragazze si sono girate verso Sara e hanno cominciato a fare i soliti complimenti che le ragazze fanno alle altre ragazze quando scoprono che una di loro è incinta. Il Minchia ha tentennato un po’ e poi si è aggregato alle ragazze. Gualandri no. Gualandri ha osservato la scena per un po’ poi mi ha afferrato un braccio e ha domandato torvo. “Si può sapere chi cazzo è che viene a Praga?”
Dopo un quarto d’ora buono s’è alzato dalla sedia, ha fatto le corna col pollice aperto, ha esclamato "DIONIMEL" e mi ha abbracciato con affetto.

L’immagine qui sopra è la prima foto in assoluto di Fagiolo. E’ stata scattata un mesetto fa. Allora Fagiolo era lungo circa quattro millimetri. Queste settimane sono state un po’ difficili per lui perché secondo i dottori Fagiolo non era attaccato tanto bene. Ora è lungo quasi cinque centimentri, ha le manine, le dita e forse pure un pochino di unghiette.
Volevo dirgli una cosa, a Fagiolo. Volevo dirgli di non fare scherzi e di usarle, quelle unghiette, e di restare attaccato con tutte le sue forze.
Forza Fagiolo, forza Fagiolo, forza Fagiolo!

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  08.10.2013 | 11:57
in un posto che neanche somiglia al jack rabbit
 
 

Quentin osserva le labbra di Uma appoggiarsi alla cannuccia e succhiare rumorosamente. Il fatto che le labbra di Uma occupino per intero il campo visivo di Quentin non sfugge a Quentin stesso.
“Questo posto non ha niente a che vedere col Jack Rabbit”.
“Delusa?”
“Anzi”.
“Anzi?”
Sorride. “Sei un artista, dico bene?”
“Ho una memoria prodigiosa, tutto qui”.
“Nient’altro?”
“Tu cosa pensi?”
"E tu?"
Quentin pensa ai bottoni della camicetta di Uma che sfiorano il petto di lei.
“Penso che hai dei bottoni bellissimi”.
La donna si china in avanti. Sussurra qualcosa.
Quentin legge il labiale. “Tu non sei Mia e questo non è il Jack Rabbit” risponde
“Appunto”.
“Appunto”.
Qualcuno mette una moneta nel juke box. Parte un pezzo di Buddy Holly. Quentin Tarantino muove la testa come a seguire la traiettoria di una mosca. “Sai, si parla di Cannes”, dice infine schiaffeggiando lo schienale del divanetto.
“Sei sorpreso?”
“A dire il vero no. A sorprendermi è stata l’Academy”.
“L’Academy?”
“Cannes non saprei, ma vincerai l’Oscar, Uma”.
“Il merito sarà soltanto tuo”.
Quentin scuote il capo. “Verresti a cena con me, Uma?”
“Stiamo già cenando, Quentin”. La dona schiocca le ditta. “Ragazzo! Due Rocky Marciano, uno con ketchup e uno senza!” Poi di nuovo a lui. “Devi dirmi qualcosa, Quentin?”
“Tu che ne pensi?”
“Non trovi irritante chi risponde a una domanda con una domanda?”
“Secondo te?”
“Secondo me hai un progetto”.
Le unghie dipinte di nero di Uma sono lunghe e bellissime. Quentin deglutisce. “Un film”.
“Pensi di sorprendermi dicendomi che farai un film?”
“Un film con te”.
Uma si schiaccia i capelli dietro l’orecchio. Le orecchie di Uma sono sottili e bellissime.
“Io protagonista? Fantastico! Arti marziali?”
“Veramente pensavo a qualcosa sulla guerra. Nazismo, tradimenti, sangue. E tanto cinema. Brad Pitt, Samuel Jackson, magari Daryl Hannah, lei è così… tedesca. E Tim Roth”.
“Una Mia Wallace ninja”, prosegue lei. “Mi piace, mi piace, mi piace!” Uma batte le mani. Le macchie dipinte di nero nere sulle unghie danzano nell’aria. “E poi tanti cattivi da ammazzare. Una specie di vendetta da consumare a freddo”.
“Io avevo in mente un film corale, dopotutto sono le mie sceneggiature migliori. Sto pensando a un soggetto forte, calato nella Storia, quella con la S grande, capisci?”
“Lei ha subito un torto, un torto gravissimo. Forse le hanno ucciso il marito. Oppure un figlio. Sì, le hanno ucciso il suo bambino. Ma loro non sanno che lei è la donna più pericolosa del mondo. Coltelli, katane, stelline, mosse ninja mortali! Serpenti! Un film che duri almeno tre ore, anzi, quattro! Oh Quentin, Quentin, come sono eccitata!” Uma si alza di slancio e afferra tra le mani la faccia di Quentin. Gli schiocca un bacio sulla bocca.
“Uma, rifletti. Il tema della vendetta è trito. E non ci sono serpenti in Giappone. Non possiamo mica fare un film di tre ore con una donna ninja che va avanti e indietro ad ammazzare della gente, ti pare? Ti ricordo che io non sono Sylvester Stallone”.
Il problema però è che Uma è eccitata per davvero e i capezzoli bucano la camicetta bianca come lame di katana. Quentin si pulisce la bocca col tovagliolo poi prende il cellulare, si scusa ed esce fuori dal locale. Uma si accende una sigaretta e sorride tra sé.
“…sì… sì… no… ma che vuol dire trito?... ma sì, riempio con le citazioni, no?… ma che dici?... forse avranno rotto le tue di palle, ma vedrai che la gente … no… tra tre settimane… ma no, per ora solo il soggetto, poi la sceneggiatura vediamo… sì, una donna ninja… katane, stelle ninja, serpenti mortali… ma che c’entra?... ma sì, lo so anch’io che non esistono serpenti mortali in Giappone, ma troverò il sistema, vedrai, cazzo sono io lo sceneggiatore o sei tu?… d’accordo… ma cosa?... cosa?… no, solo un anticipo?... sì, be’ no, per ora soltanto la protagonista… Uma Thurman… no, non è un film corale… sì, lo so che i film corali mi vengono meglio ma stavolta volevo fare qualcosa di diverso… ok… no… no… senti… ma che vuol dire?... un bell’amico… sei proprio un grande amico… e allora sai che ti dico? Che ce li metto io i soldi, capito? E vaffanculo!”
Quentn chiude la comunicazione e sbatte in terra il cellulare per la stizza.
Cammina avanti e indietro per un po’. Nella vetrina il riflesso della sua faccia si sovrappone alla sagoma di Uma girata di schiena. “Ora entri, paghi il conto, chiami un taxi per lei e uno per te, poi vai in casa, ti fai una bella sega e non ci pensi più, OK?”
OK.
Quentin entra nel locale. Si siede al tavolo. Uma si umetta il labbro superiore con la lingua.
“Ho parlato con la Miramax. Il film si fa. La pre-produzione partirà l’anno prossimo. Ho già alcune idee sui cui lavorare. Sai, Uma, io credo che tu abbia una schiena davvero bellissima”.

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L'immagine qui sopra ritrae il burbero Marrabbio, al quale si è ispirato senza dubbio Quentin Tarantino per creare il riuscito personaggio Hattori Kenzo.

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  27.08.2013 | 17:17
toponomastica cinese
 
 

Siete capitati a un concerto di Ronnie James Dio e siete di quelli che al concerto devono sempre urlare le parole per far vedere intorno che conoscono a memoria tutte le canzoni. Il problema è che non conoscete a memoria le canzoni di RJD. Neanche una. Non conoscete We rock, né Holy diver, neppure Killing the dragon. Addirittura non conoscete Heaven and hell, Stargazer, Master of insanity e persino Temple of the king non la sapete tutta tutta. Detto tra me e voi fareste meglio a vergognarvi. Comunque. Ora al concerto ci siete e dovete restarci fino alla fine e per di più due file avanti c’è una giovane metallara che prima vi ha sorriso mentre faceva le corna proprio durante Sacred heart. Così ora il vostro tenero cuoricino borchiato trabocca di bruciante passione metallica. Dovete assolutamente fare colpo su di lei. Però c’è sempre quel problema delle parole delle canzoni. Così vi producete in un satanico ed estenuante headbanging. Se muovete forte la testa è sottinteso che avete il diritto di tenere chiusa la bocca. Ma i vent’anni sono lontani e dopo otto minuti e quarantacinque avete la sensazione che la vostra testa si sia staccata e ora stia rotolando in mezzo alla zona del pogo.
Adesso, con la testa ferma e sommariamente avvitata sul collo, si vede benissimo che non sapete le parole. Per di più la metallara si è girata, ha sorriso di nuovo e ha fatto il dito medio. Che fare, che fare, che fare? Poi vi balena un’idea. Un’ottima idea. Iniziate a muovere la bocca urlando frasi a casaccio, ispirandovi ai nomi dei templi che avete visitato nella vacanza in Cina dell’estate scorsa. Cose del tipo “The hell of the dragon in the temple of the flame” o “The heart of the warrior and the power of the sword” o ancora “The king of the princess is the wizard of the emperor”. In quell’istante la giovane metallara si gira a guardare per la terza volta.
Ora state facendo sesso nella famigerata posizione del Custode delle Sette Chiavi mentre lei urla come Halford nel finale di Painkiller.
Pensate: gran bella cosa, la toponomastica cinese.

Qui sopra la copertina dell’album che avevo in mente di incidere assieme a Ronnie James Dio se le cose non fossero andate in modo tragicamente differente. Si sarebbe intitolato The Great Wall of hell.
Long live, Ronnie.

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  14.06.2013 | 17:04
sto sudando
 
 

Sto sudando come una zecca attaccata alla pancia di un terranova che corre.
Sto evaporando come una goccia di sudore che scivola lungo il cratere di un vulcano.
Sto sudando come un ghiacciolo sulla superifice del sole nell’ora del mezzodì.
Sto sudando come clistere di peperoncino.
Sto sudando come un cappero su una pizza che cuoce in un altoforno per piastrelle.
Sto sudando come uno yeti sdraiato sotto il sole di Lampedusa avvolto nel domopak.
Sto sudando come una zanzara che atterra sul culo di un brontosauro di lava.

Il fotogramma qui sopra è tratto dal film Barbwire, interpretato da Pamela Anderson. Io l'ho visto tutto. Vi sconsiglio di imitarmi. Ma i titoli di testa non sono niente male. Cercate la versione DVD.

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  03.06.2013 | 12:51
l'insostenibile leggerezza dei mass-media
 
 

Una delle mie barzellette preferite quand’ero bambino recitava così: un moscerino corre dalla mamma mosca e dice: guarda, mamma! C’è papà sul giornale!
Quando ero bambino il grdiamento o meno di una barzelletta era legato alla mia capacità di comprenderla attraverso una funzione piuttosto complessa. Se una barzelletta la capivo subito allora mi piaceva poco. Se non la capivo naturalmente non mi piaceva. Se la capivo, sì, ma solo dopo un certo sforzo mentale, allora mi piaceva tantissimo. Ricordo che trascorsi un pomeriggio intero a domandarmi cosa ci fosse tanto da ridere sul fatto che una mosca era finita sul giornale. Poi quella sera entrai nella cucina dei miei nonni. Il nonno stava bestemmiando mentre cercava di spiaccicare una zanzara con una copia de l’Unità arrotolata. Immediatamente la barzelletta mi risultò talmente divertente che persino oggi mi viene voglia di raccontarla di nuovo.
Ma c’è un’altra ragione. Una ragione che mi riporta alla mente una seconda barzelletta.
La maestra dice alla classe: “Ragazzi, ditemi una frase che contenga la parola probabilmente”.
Serena alza la mano. “Dimmi, Serena”, fa la maestra.
Serena si alza in piedi e declama “Ieri sera ho guardato fuori dalla finestra, ho visto il cielo scuro di nuvole e ho pensato che probabilmente sarebbe piovuto”.
La maestra si complimenta. “Brava Serena. Qualcun altro?”
Pierino alza la mano”. “Dimmi, Pierino”, fa la maestra.
Pierino si alza in piedi e declama “Ieri sera ho guardato fuori dalla finestra…”
“Ma Pierino, la tua frase è uguale a quella di Serena!” lo interrompe la maestra.
“No, no, mi faccia continuare. Dicevo, ieri sera ho guardato fuori dalla finestra e ho visto mio nonno col giornale sottobraccio”.
“Ma Pierino, la tua frase non contiene la parola probabilmente!” lo interrompe di nuovo la maestra.
“Mi lasci finire, ho detto. Allora, ieri sera ho guardato fuori dalla finestra e ho visto mio nonno col giornale sottobraccio e visto che mio nonno è analfabeta ho pensato che probabilmente stava andando a cagare”.
Fin da bambino ho sempre avuto una sorta di venerazione per la carta. Mi piaceva il fatto che la carta si possa utilizzare in infiniti modi. In particolare, mi affascinavano gli usi alternativi della carta, come per esempio quando il macellaio incartava il pesto nella pagina di Gazzetta del giorno prima.
E poi c’è un’altra ragione che ha a che vedere con questioni più, diciamo, ideologiche. Si tratta della mia crescente repulsione nei confronti degli strumenti di informazione di massa, che considero superficiali e, quel che è peggio, servili e in malafede.
Per questa ragione ritengo che pulirsi il culo con un pezzo di giornale si un gesto estremamente eversivo, oltre che meravigliosamente vintage. Ho anche scritto un racconto a riguardo. Un pessimo racconto, per la verità.
Nel 1986 assieme ad alcuni compagni di classe facemmo una vacanza studio in Inghilterra. Al nostro ritorno qualcuno sulla Gazzetta trovò un breve trafiletto sul nostro viaggio. Appresi così che il sottoscritto si era “tuffato nella gelida Manica per uscirne subito intirizzito”. Chi mi conosce anche solo un po’ sa quanto poco verosimile sia questo stupido gesto.
Poi nel 1998 sono finito sullEco di Treviso. In prima pagina. C’era un articolo a tutta pagina sull’Ombralonga. La foto centrale ritraeva alcuni ragazzi abbracciati intenti a fare bisboccia. Al centro c’erano Ste, di fianco la Fede e Magnum. Poi si inravedeva una mano in un angolino della foto. La mano era la mia.
In tempi recenti ho fatto una presentazione di Souvlaki alla biblioteca Guanda di Parma. Sulla Gazzetta è comparso un articoletto completo di foto. La foto ritrae in primo piano lo scrittore che stavo intervistando al momento dello scatto. Da dietro il suo corpo spunta un braccio. Anche in questo caso il braccio è il mio.
Poi ci sono le notizie di merda punto e basta. Se cliccate su questo link ne conoscerete una. Preparatevi a sconvolgere una volta per tutte le vostre opinioni. Il titolo è “attenti al cane, anzi al cavallo”. Nella foto numero 2 qualcuno potrà riconoscere la casa di Sara. Potete girare al lei l’ovvia domanda che vi state ponendo in questo momento. Nel frattempo, se questo cielo plumbeo dall'odore ossidrilico non mette paura neppure a voi, canticchiate con me.
Attenti al cane
Attenti al cane
Attenti al cavallo
Attenti al cavallo
Non dice niente non si lamenta
Nitrisce soltanto
Dovresti vederlo sulla chiappa gli hanno impresso una erre rovesciata

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  14.05.2013 | 15:22
ah, ecco...
 
 

...ora è tutto chiaro (la fonte è qui)

PS - Recentemente un amico mi ha accusato di essere "infarcito di grillismo". Si tratta di una accusa probabilmente fondata, ma sicuramente avvilente considerando quanto (evidentemente a torto) sono sempre andato fiero della mia indipendenza di pensiero. L'interrogativo al quale vado cercando una risposta è il seguente: è possibile avere un pensiero proprio e al contempo ritrovarsi allineati a un'ideologia politica, religiosa, o più in generale a una qualche filosofia di vita?
Fra qualche giorno il Movimento Cinquestelle depositerà un disegno di legge sulla prossima legge elettorale. Ancora non si sa nulla, se saranno per il proporzionale o il maggioritario, per l'uninominale a turno singolo o doppio, o per qualche astruso meccanismo misto. Ecco cosa vorrei io: uninominale secca, turno singolo, nessun recupero proporzionale, obbligo del candidato di ripresentarsi nello stesso collegio. I candidati devono essere incensurati e possono ricandidarsi massimo per tre mandati. Se qualcuno mi darà del grillino per questo, be', fa fede la data di questo post.

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  10.05.2013 | 16:24
gli italiani son felici
 
 

Camminavo per borgo Giacomo Tommasini e sono passato vicino a un baretto. C’erano due signori attempati che parlavano di politica. Uno diceva sì però l’hanno votato nove milioni di persone. L’altro diceva sì però è un delinquente lo stesso. Il primo diceva sì però secondo me ce l’hanno con lui visto che l’hanno condannato a quattro anni per una robetta da niente. L’altro diceva allora vuol dire che l’hanno condannato anche per quello che non sanno. Il primo diceva di non sparare cazzate e di guardare le cose come stanno.
Avrei voluto avvicinarmi e spiegare che in realtà non è vero che lo hanno condannato anche per quello che non sanno, ma al contrario lo hanno condannato anche e soprattutto per quello che sanno, dal momento che l’accusa iniziale era di frode per quattrocento milioni di euro via via scesi a poco più di sette milioni attraverso una gragnuola di leggi ad personam poi dichiarate incostituzionali a prescrizione avvenuta.
Avrei voluto ma non l’ho fatto perché avevo voglia di mangiarmi un panino e Sara mi aspettava.
Dopo il panino abbiamo fatto una passeggiata in via Farini. A un certo punto siamo passati davanti a una gelateria chiamata Gelateria Emilia. Secondo me i gelati della gelateria Emilia fanno cagare e la gente li mangia solo perché i gusti dei gelati sono scritti con quel carattere tra il corsivo e il rustico che poi è lo stesso carattere che usava Nonna Papera per scrivere “Auguri Zio Paperone” sulla torta di compleanno per Zio Paperone. La gente fa la fila dentro al negozio e pure in strada. A ogni ora del giorno. Di fianco alla gelateria Emilia c’era un’altra gelateria che si chiamava Sottozero. Due anni fa la gelateria Sottozero aveva la fila dentro al negozio e pure in strada. La settimana scorsa ha abbassato la saracinesca per l’ultima volta. Anche il gelato della gelateria Sottozero secondo me faceva abbastanza cagare, ma faceva comunque meno cagare del gelato della gelateria Emilia.
Ho allungato il passo. Per qualche ragione mi sono messo a cantare a voce alta una vecchia canzone degli Skiantos il cui ritornello dice “Gli italiani son felici / quando fanno i sacrifici / gli italiani son contenti / se gli tagli gli alimenti”. Io però ho cantato una strofa inventata che dice “Se il locale va di moda / i parmigiani fan la coda / se il gelato fa cagare / i parmigiani lo vanno a mangiare”.
Una signora s’è girata a guardarmi.
Così è cominciato il mio venerdì pomeriggio.

Nella foto qui sopra, scattata dal sottoscritto a Reggio Emilia, è raffigurato un segnale stradale collocato nel parcheggio del cinema Rosebud.

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  22.04.2013 | 19:03
d?-da-da'
 
 

Sara mi segnala questo articolo. Pare che due linguisti abbiano pubblicato una sorta di “breviario di cose da non dire e di errori da non fare” intitolato Piuttosto che.
Non è del libro che desidero parlare. Non parlo mai di libri che non ho letto. E’ per questo che non parlo mai di libri. Ma l’articolo sì, quello l’ho letto. E ho trovato esilarante il fatto che un articolo sull'importanza della buona scrittura fosse scritto così male. A parte le virgolette, sparse in giro per il testo come si fa col formaggio sui tortelli, a parte i periodi troppo arzigogolati per non ricordare costruzioni di artisti informali eseguite col lego, oltre alla passione per le frasi che cominciano con la “e” unitamente a una inspiegabile insistenza nel qualificare “famoso” il modo congiuntivo, l’articolo mi diverte per l’errore contenuto nel periodo “all'uso improprio dell'accento sulla terza persona del verbo dare, mentre sulla seconda persona dell'imperativo che vorrebbe l'apostrofo (da' retta a me) si mette erroneamente l'accento”. E’ evidente che l’autrice dimentica che l’apostrofo nell’imperativo del verbo dare è sacrosanto, ma pure l’accento sulla terza persona presente indicativo è lecito secondo molti dal momento che evita l’ambiguità con la preposizione semplice. L’autrice dell’articolo si contraddice da sola poche righe più sotto quando scrive “A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso si è diffuso un terzo uso di piuttosto che, che dà a questa espressione  lo stesso valore che ha la parola o” usando essa stessa l’accento".
Ora, se proprio vogliamo tirare fuori i cotonati, rampanti, disimpegnati anni ottanta, allora forse l’autrice farebbe bene a riascoltarsi uno dei capolavori musicali di quegli anni. La band si chiamava semplicemente Trio. Il titolo del singolo è lo stesso di questo post.

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  13.03.2013 | 17:10
forcaiolo
 

In genere a vent’anni le posizioni radicali sono le più affascinanti perché appaiono le più lontane dal compromesso e dalla imperfetta e mutevole natura umana. Sovente, attorno ai trent’anni, arrivano disillusione e precariato. Quando poi si approda ai quaranta nella mente ahimé già campeggia la cosiddetta filosofia della mediazione, altrimenti detta cerchiobottismo o meglio “si salvi chi può”.
A me succede il contrario. A vent’anni ero affezionato alle mie ideologie, ma ero anche convinto che il confronto fosse un momento essenziale perché dalla mediazione scaturisce una sintesi del meglio tra le posizioni contrapposte. Al limite, un avversario politico andava sconfitto sul piano politico, mai personale. Quello venga pure in parlamento, pensavo vent’anni fa. La sgradevole evanescenza delle sue idee si dissolverà come una loffetta a un convegno di fisica quantica.
Adesso ho quarant’anni e sono diventato forcaiolo. Non so se mi perdonerete, ma proprio non ne posso più. Toglietemelo di torno. Usate una legge, un decreto, un processo, rapitelo con un’astronave, buttatelo dal terrazzo, iniettategli qualcosa ma levatemelo dal cazzo. Oppure mi date un furgone, gli passo sopra, faccio retromarcia, scendo e sputo in faccia al cadavere di quel maiale.
Poi forse starò meglio.
Sapete, quando l’altro giorno ho visto tutti quei delinquenti che spingevano per entrare in tribunale per un istante ho pensato a una sorta di redenzione collettiva. Ancora non ho capito perché li hanno lasciati uscire.
Volevo mettere una foto qui sopra, ma a quanto pare se lo faccio commetto il reato di istigazione a delinquere. Sono sicuro che a me mi schiafferebbero in gabbia immediatamente.

In ogni caso concordo con voi che questo post di Zumba, che affronta più o meno lo stesso concetto, è scritto con tutt'altra classe.

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  12.03.2013 | 18:22
cioccolatini
 
 

“Tu mi hai rubato tutti i cioccolatini”.
“I tuoi cioccolatini sono stati utilizzati per il corretto funzionamento democratico dello stato. Dovresti essere grato alla nazione, dovresti. Cosa ti credi? Che siam qui a piegare la stagnola dei gianduiotti?”
“Tu mi hai rubato tutti i cioccolatini”.
“Il nostro partito è favorevole a una nuova stagione di riforme. Siamo intenzionati e pronti a rivedere l’erogazione di cioccolatini, dentro a norme che riguardino anche essenziali garanzie di trasparenza e di democrazia nella loro vita interna. In una democrazia costituzionale una formazione politica che si presenta alle elezioni per governare dovrà pur dare qualche garanzia democratica. Nei nostri otto punti programmatici per il rinnovamento da condividere con le altre forze politiche, al punto 3 puoi leggere chiaramente Legge sui cioccolatini con riferimento all'accesso alle candidature e al finanziamento. Si tratta di una proposta concreta, progressista e democratica”.
“Nell’aprile 1993 c’è stato un referendum per abolire l’erogazione di cioccolatini. Cionondimeno, tu mi hai rubato tutti i cioccolatini”.
“In ottemperanza alla volontà popolare già nel 2008 il nostro partito si era impegnato a ridurre del 50% l’erogazione di cioccolatini ai partiti”.
“Dal dicembre 1993, quando l’erogazione di cioccolatini è stata prontamente ripristinata, al 2008 i cioccolatini pubblici sono più che decuplicati. Risultato: mi hai rubato tutti i cioccolatini”.
“Be’ allora sappi che i tuoi cioccolatini fanno cagare. Pezzente. Noi mangiamo cioccolatini svizzeri, tedeschi e francesi”.
“Tu mi hai rubato tutti i cioccolatini”.
“Il nostro partito è per il rinnovamento”.
“Tu mi hai rubato tutti i cioccolatini”.
“L’abbiamo fatto per te, coglione. Hai il diabete”.

La foto qui sopra è del fotografo William Miller. Una sua slideshow è qui.

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  26.02.2013 | 15:56
acufeni
 
 

La Doppio Zero guidata da quella simpatica canaglia di Dick Dastardly è il mezzo più potente e tecnologicamente avanzato del Wacky race. E’ dotata di una carrozzeria forse un po’ sinistra, ma indubbiamente accattivante. E’ superaccessoriata e ha un motore potentissimo a turbo iniezione. Lontano da tentazioni tecnocratiche alla Pat Pending, dai facili cielodurismi alla Rufus Ruffcut, umanamente, l’equipaggio della Doppio Zero non è ineccepibile, ma non è neanche quella manica di galeotti di Clyde e la sua banda.
Insoma, sulla carta la Doppio Zero è l’equipaggio da battere. E infatti, puntualmente, la Doppio Zero è saldamente al comando della corsa fino a pochi chilometri dall’arrivo.
Poi, a un certo punto, Dastardly decide di mettere in atto qualcuna delle sue idee balzane. Dastardly potrebbe limitarsi a tirare dritto, amministrare il vantaggio, come talvolta consiglia il suo saggio copilota Muttley. Io da bambino tifavo per loro e pensavo “Ma no, Dastardly, cosa fai?!? Hai la corsa in pugno, acccidenti, se ti fermi magari gli altri ti raggiungono!”
Niente da fare. In ogni gara, giunto a pochi chilometri dal traguardo, Dastardly scendeva dal mezzo, e con un’ostinazione esemplare metteva in pratica una delle sue idee assurde. Ogni volta il risultato era disastroso e al contempo esilarante.
Tutto questo mi è ritornato alla mente giusto ieri pomeriggio, mentre ascoltavo i risultati elettorali. Leggevo le percentuali e in fondo, proprio in fondo a un orecchio, quasi impercettibile, avevo l’impressione di sentire la risatina di Muttley. Ho controllato su internet. Si chiamano acufeni. Vengono con l'età.
Mi auguro che l’immagine non risulti offensiva agli elettori del partito in questione. E’ evidente che non è destinata a loro.

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  07.02.2013 | 12:51
bombeiros 451
 
 

E’ da un po’ che ho in mente di scrivere qualcosa sulla presentazione di Bombeiros, ma i ricordi di quella mattina alla caserma dei pompieri di Cremona sono piuttosto frammentari. Il viaggio di andata con Morozzi, quello me lo ricordo, entrambi dotati di uno zainone di sonno appeso alle palpebre e la Cremona-Brescia sempre diritta nel lunotto che non finiva mai. Ricordo che c'era del fumo nella sala congressi, sì, del fumo in una caserma dei pompieri; ricordo Morozzi con un casco da pompiere calcato in testa che racconta cose spiritose; ricordo alcune domande di Robi e di Guido, ma solo alcune; ricordo la risposta monosillabica di Alessandro alla mia prolississima domanda; ricordo il gustoso pranzo nella mensa, specialmente le lasagne.
E ricordo anche il motivo per cui non ricordo altro. Il motivo è che quel pomeriggio c'era il Bixio Oktoberfest, la festa della birra di via Bixio, a Parma.
Ci vado tutti gli anni, al Bixio Oktoberfet. Be’, sarebbero due in tutto. Naturalmente non ci vado per le numerose bancarelle di ciabatte di balsa, reggiseni imbottiti coppa C e inutili carabattole di metallo allineate lungo la strada a strozzare il passaggio. No. Ci vado perché sparsi in giro ci sono i chioschi dei produttori artiginali di birra. Io vado matto per la birra artigianale. Sfortunatamente quest’anno le birre nel complesso non erano un granché, ma comunque ho avuto modo di fare due scoperte davvero interessanti. Una è “La Tosta”, aromaticissima e liqueriziosissima stout del microbirrificio Beerbante. L’altra è una pils superluppolata di un birrificio di cui naturalmente non ricordo il nome. Però ricordo che faceva pisciare tantissimo.
Nella foto qui sopra, pubblicata nel sito della Gazzetta di Parma alla faccia di minchia della privacy, è possibile individuare sul dorso della mia mano il simbolo della setta satanica dei Bombeiros 451. Per i neofiti, il simbolismo satanistico dei Bombeiros 451 è sinistramente riconoscibile nel manicotto dei pompieri disegnato arrovescio. Le altre foto sono qui. Io sono ritratto nelle foto n. 7, 11, 12, 13, 14.

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  20.01.2013 | 12:23
io dico no ai no no tav
 
 

Sarà il momento storico, saranno i quarant'anni suonati, ma in questi giorni sento il bisogno di punti fermi. Ho bisogno di definire il mio centro di gravità permanente.
Io dico no alle carote cotte
Io dico no alle pizze sbruciacchiate sotto
Io dico no alle pozzanghere quando devi scendere dalla macchina
Io dico no ai Radiohead
Io dico no alle interruzioni pubblicitarie durante i film e prima dei filmini di youtube
Io dico no ai dissuasori del traffico tunisini
Io dico no al cocco, bleah
Io dico no alle sigarette accese al contrario
Io dico no agli starnuti dove esce un po' di catarro
Io dico no al nuovo batterista dei Dream theater
Io dico no ai chiodi che si piegano quando li pianti
Io dico no ai parenti che telefonano alle otto del mattino di domenica per sapere come stai
Io dico no alle tette passe
Io dico no alle buche nell'asfalto in via Traversetolo
Io dico no all'arena concerti di Rho
Io dico no al capello del cuoco nel piatto degli anolini
Io dico no al Gavanasa
Io dico no alle temperature sotto zero
Io dico no a tutti quelli che inchiodano quando il semaforo diventa arancione
Io dico no all'ultimo strappetto del rotolo di carta igienica quando ti accorgi che ormai è troppo tardi per andare a prendere un altro rotolo
Io dico no alla reunion dei Soundgarden
Io dico no alla sveglia dei Blackberry che suona sempre quando non deve
Io dico no a quelli che hanno il bigliettino ma si infilano comunque nella corsia solo Telepass
Io dico no alla birra sgasata
Io dico no ai no no tav
Se qualcuno pensa avventatamente che farei meglio a dire no, che so, all'inceneritore, o al malaffare dilagante dell'amministrazione pubblica, alla malavita organizzata, al tessuto sociale ormai lacerato dappertutto, al futuro di merda che aspetta tutti noi. Se qualcuno davvero pensa così allora farebbe meglio a guardare questo video. Potete saltare i primi 36 secondi, se lo desiderate.

La foto qui sopra è stata scattata a Reggio nell'Emilia.

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  11.01.2013 | 11:39
rivoglio i miei ricordi
 
 

Tra il 2000 e il 2001 lavorai in una fabbrica di trasformazione del pomodoro. Ero operaio semplice. Facevo i turni. Una mattina, mentre cercavo da posteggiare nel piazzale antistante lo stabilimento, sentii aprire una portiera. Nel momento in cui mi accorsi che cosa stava succedendo la ragazza era già salita e aveva chiuso la portiera. Era una prostituta di colore. Voleva che la accompagnassi a casa. Si sarebbe sdebitata in un modo facile da immaginare. Io dovevo attaccare a lavorare, ma la ragazza era tutta infreddolita e tremava. La portai a casa, rifiutai la prestazione e ritornai in fabbrica con un’ora di ritardo.
Nel 2006 scrissi un racconto che si apriva con quella scena. Nel racconto romanzai l’episodio, aggiungendo per esempio che io e la ragazza avevamo anche fatto colazione insieme.
Ora, quando scrivo un racconto generalmente lo faccio frettolosamente. Non mi dilungo a cercare le parole giuste perché ho urgenza di terminare la storia per vedere se sta su. Poi rileggo e rileggo, anche venti o trenta volte. Elimino i refusi, sistemo la sintassi. Metto a posto i tempi dei verbi: qualche volta comincio al passato remoto e finisco al presente. Difficile che accada il contrario. Spesso capita che ritocco la scenografia. Per esempio mi domando se i due fanno colazione al bancone, o in un tavolino vicino all’entrata, o in fondo al locale, oppure se è ininfluente. Sono costretto a proiettarmi nella testa il filmino della scena molte volte.
Poi magari capita che dopo qualche mese riprendo in mano il racconto. A quel punto, il ricordo dell’episodio reale del 2001 s’è sovrapposto al filmino del 2006, più recente e rivisto più volte. Alla fine faccio confusione e non ricordo più cosa è reale e cosa è inventato.
Questa cosa di attingere il materiale dai miei ricordi li sta sterminando.
Rivoglio indietro i miei ricordi. Ma come?

La foto qui sopra l’ho scattata io, vorrei tanto sapere dove.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  27.12.2012 | 14:45
faziosita'
 
 

Un ritaglio preso dal sito d’informazione Repubblica Parma il giorno 12 dicembre poco dopo le ore 20. Il titolo: Sigarette elettroniche, a Parma il primo ricovero.
Il primo ricovero a Parma. Il primo ricovero a Parma. Il primo ricovero a Parma. La frase mi gira nella testa. L’epidemia sta arrivando. Come accadde anni addietro per la BSE. Come accadde per l’aviaria, come accadde per l’AIDS. L’epidemia sta arrivando. Anzi, è già arrivata a Parma. Se non ci fossi già credo che correrei a chiudermi in casa. Epidemia? Ma quale epidemia? E’ scritto nel titolo. Sigarette elettroniche velenose. Faccio un sospiro di sollievo: io le sigarette elettroniche non le uso. Allora sono fuori pericolo. O basterà inalarle? Niente occhiello, leggo velocemente il catenaccio. Una donna assume una dose, un luminare condanna la pericolosità di queste sostanze, un consigliere del Movimento Cinquestelle implicato nel losco traffico. Pezzi di merda, penso. Prima ci fanno una testa così con l’inceneritore che fa male di qua e ti viene il cancro di là e poi ammazzano la gente con le sigarette elettroniche. Bravi, bravi davvero.
Poi apro l’articolo e leggo meglio. Scopro che nelle sigarette elettroniche è necessario inserire una fiala di una soluzione più o meno ricca di nicotina, scopro che la soluzione deve essere inalata tramite un atomizzatore contenuto nella sigaretta, scopro infine che la signora è finita all’ospedale perché la fiala invece di fumarla se l’è bevuta. Questo c’era scritto anche nel catenaccio, è vero, ma io non avevo colto subito per via della mia ignoranza in merito di sigarette elettroniche. Nell’articolo il primario specificava che la sostanza è velenosa, ma solo se utilizzata in modo improprio. So che non c’entra niente, ma mi viene da pensare che anche il coltello per il salame che sto usando ora per tagliare il salame potrebbe essere velenoso se utilizzato in modo improprio. Quanto al coinvolgimento del consigliere Cinquestelle posso solo ipotizzare che nel dubbio tra aprire una tabaccheria o un negozio di sigarette elettroniche, piuttosto che vendere sigarette cancerogene, gratta e vinci, videopoker e estrazioni del lotto ogni quindici minuti il consigliere abbia preferito mettersi a vendere un prodotto nuovo che, per quanto controverso, si pone come alternativa a un male indubbiamente peggiore.
Nei siti di informazione come Liberoquotidiano.it, che seguo regolarmente, il qualunquismo pecoreccio di questa destra che scambia le scoregge con l’ascella per informazione mi fa sorridere. I ragazzi sono fatti così, bisogna portare pazienza. Ma la faziosità ottusa del principale sito di informazione di aperte le virgolette sinistra chiuse le virgolette, invece, mi fa incazzare.
Chi mi conosce, conosce anche la mia simpatia per il Movimento Cinquestelle. Per questa ragione si può rilevare una certa faziosità nei rari post politici di questo blog. Ma questo è ciò che puoi aspettarti leggendo un blog del cazzo scritto da un pirla qualunque. I toni sono quelli, da blog del cazzo scritto da un pirla qualunque. E’ un gioco, no? Forse avrete la benevolenza di perdonarmi. Il fatto però che anche Repubblica.it da un po’ di tempo a questa parte si sia messa a usare toni da blog del cazzo scritto da un pirla qualunque, ecco, questo mi sembra un pochino più preoccupante. Se non ci fossi già credo che correrei a chiudermi in casa.
Due pistolotti uno dopo l'altro. Durante le feste, poi.

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  20.12.2012 | 14:45
il tumultuoso oceano di nesquik
 
 

la lista dei link amici qui di fianco, da qualche giorno ne contiene uno in più. qui trovate il blog di guido, di cui sono assiduo frequentatore da quasi una settimana. se non altro, posso dire di avere lasciato il primo commento in assoluto. la considerazione qui sotto è molto meno di poco di più di una risposta al suo post odierno.
no, non utilizzeremo i nostri blog per ribattere l'uno con l'altro come fanno i rapper americani nelle canzoni. o forse sì? potrebbe essere divertente. o forse no.

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Anni addietro per un po’ di tempo ho lavorato presso un’azienda di trasformazione del pomodoro. Ho iniziato come tutti gli studenti, facendo la stagione estiva. Poi però, dato che i miei studi ristagnavano ben oltre il buonsenso e la tolleranza di chi mi manteneva, mi sono visto costretto da una sorta di primitivo senso del pudore a proseguire la mia carriera in fabbrica per un anno intero, fino alla successiva stagione estiva. In quei 15 mesi da operaio semplice ebbi il piacere di incappare in una sorta di tornata elettorale per costituire un comitato interno in qualche modo legato a un sindacato molto di sinistra. I comizi si tennero in sala mensa, in concomitanza con la pausa pranzo. Il personaggio che prese più voti era un volto relativamente nuovo – non arrivava ai trent’anni – dotato di una calvizie incipiente, grossi bicipiti tatutati e una predilezione per la cocaina o per il raffreddore perenne. Era un meccanico. Il suo programma ruotava attorno a un ideale molto sinistrorso di fratellanza e armonia. Trovava profondamente ingiusto che lui, solo perché era meccanico, avesse diritto alla casacca con le maniche lunghe e gli operai semplici invece avessero diritto solo alla casacca con le maniche corte. Dopotutto l’inverno è inverno per tutti, no? Ricevette un applauso fragoroso. Qualcuno addirittura batté la forchetta contro il bicchiere. Io continuai a masticare, ma alla fine lo votai ugualmente. Fu eletto. Dopo un mese e mezzo accadde in fabbrica quello che accadeva (e forse tuttora accade) a cadenza trimestrale: il panico da scadenza contratto. Essendo tutti stagionali, gli operai trascorrevano l’ultima settimana di lavoro col ragionevole terrore di venire lasciati a casa. I meccanici no, loro avevano il contratto a tempo indeterminato.
Tutto questo per dire che, anche concedendole la buona fede, molta sinistra italiana soffre di questa leggera tendenza, come dire, di cercare di pulire la caccola nel fazzoletto mentre annega in un tumultuoso oceano di merda. O, se preferisci, di Nesquik digerito.

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  05.12.2012 | 17:11
il pirata
 
 

Ieri sera stavo navigando su internet alla ricerca di qualcosa che ravvivasse un po’ il mio rapporto con Sara. Ho trovato un sito di pratiche sessuali bizzarre e ce n’era una in particolare che mi piaceva. La pratica si chiama Il pirata e consiste in questo: “Il maschio eiacula in un occhio della propria partner e sferra un calcio nello stinco opposto all'occhio. La partner di riflesso si porterà il palmo della mano sull'occhio accecato e saltellerà sulla gamba non ferita gridando "argh!". Ecco il nostro simpatico pirata”.
L’ho memorizzata bene e poi sono corso di sopra per metterla in pratica.
Sara dormiva.
Peccato.

Il sito che parlava di codeste pratiche è qui. Se qualcuno vuole mandare una foto in cui mette in atto uno di questi giochetti sarò lieto di metterla al posto della piratessa qui sopra.

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  26.11.2012 | 22:07
''f'' for fake
 
 

se conoscete gualandri probabilmente sapete di cosa sto parlando. se non lo conoscete peggio per voi perché non ve ne parlerò. vi basti sapere che la sua personale "f for fake" sarà allestita al rosebud di reggio emilia a partire dal 7 dicembre e durerà un mesetto circa. andate al rosebud, guardate i poster di gualandri, leggete le sinossi. questi film sono più reali di nanni moretti, potete credermi. qui sopra c'è uno dei magnifici diciassette, sotto la (meno magnifica) sinossi che ho scritto per il film. se vi piacciono chiedete pure, ne abbiamo altre sedici pronte per voi.

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Il nuovo film di Fresno Bob racconta le vicende di un regista di scarso talento (Jerry Mamola nei panni di Fresno Bob) intento a girare un film sul mondo del cinema interpretato da un attore caduto in disgrazia (James Spezzafuoco nei panni di Jerry Mamola) e prodotto da un malavitoso redento dedito alla munificenza (interpretato dallo stesso Fresno Bob). Impantanata nel metamarasma narcisistico-referenziale non emerge la scialba interpretazione del giovane attore afro-coreano Lee Tuttobene decisamente fuori fuoco nei panni di se stesso. Se questa sera non avete voglia di andare al cinema e preferite starvene a casa, la buona ragione auspicata dal titolo del film è il film medesimo.

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  19.11.2012 | 16:55
quella cosa
 
 

Lo scorso weekend ero in quella città, quella molto grande con un sacco di monumenti, sporca, sbruffona, inquinata, soffocata dal traffico e dal malaffare, quella città che una volta era la capitale del mondo mentre oggi è popolata da gente che trascorre le giornate a spennare turisti esclamando “anvedi quello”, ero là a fare quella cosa che si fa sempre prima di un matrimonio e che non è un sacramento, ero là con un certo numero di amici che vengono da quella città emiliana con la Bonissima, il Dòm e la Ghirlandina, quella stessa città che ha quella squadra di calcio che una volta era anche abbastanza forte ma adesso fa un po’ cagare, quella squadra che negli anni sessanta aveva come inno una canzone scritta apposta da Francesco Guccini che parlava di un canarino, e ci siamo andati col treno, che non era un treno vero e proprio delle Ferrovie dello Stato, ma sembrava più una navetta spaziale della Federazione dei Pianeti e faceva lo stesso rumore dell’Enterprise quando entra nella Velocità Curvatura e le porte scorrevoli facevano lo stesso sguish delle porte scorrevoli che si aprivano quando passava il capitano Kirk e questo treno aveva dei tavolini e a un certo punto qualcuno ha pensato “ora ci pianto la faccia, sul tavolino, e dormo fino a destinazione” ma non aveva fatto i conti con l’oste, quel qualcuno, perché l’oste c’era veramente, su quel treno, in quella carrozza, e a un certo punto del viaggio che coincideva più o meno con la prima periferia di quella città emiliana famosa per essere da sempre un covo di comunisti chic ma che recentemente è stata amministrata da una giunta di centrodestra e poi commissariata proprio come l’altra città emiliana, quella dove hanno il prosciutto buono e dove attualmente risiede l’autore di questa spiritosaggine, a un certo punto del viaggio questo oste ha estratto tre bottiglie di quel vino rosso frizzante che si produce in grande quantità in quella zona dell’Emilia compresa tra la città commissariata, la città con la ghirlandina e l’inno di Guccini e l’altra città commissariata, e poi ha estratto delle schiacciatine e delle merendine e mentre tutti dicevano cose del tipo “ma che stronzata è bere del vino alle 9:30 del mattino”, mentre dicevano così si versavano il vino e mangiavano la schiacciatina e mentre dicevano “ma che stronzata è bere del vino alle 9:30 del mattino” in realtà lo dicevano macchiandosi la maglietta di vino e sputacchiando le briciole masticate, poi un tizio che doveva essere in combutta con l’oste ha estratto una bottiglia di liquore, quello famoso con l’uovo, quello che ha un nome palindromico, e qualcun altro ha ideato una specie di quiz dove il festeggiato, se sbagliava a rispondere alle domande che gli venivano poste, doveva bere un goccetto di quel liquore lì, quello con l’uovo che si usa bere al termine di una giornata sciistica, e il festeggiato beveva, beveva, e intanto rispondeva alle domande, e a un certo punto era completamente sbronzo e a una domanda il cui senso era pressappoco “qual è il significato dell’universo?” lui ha risposto prontamente: “centodue” e a quel punto nella carrozza tutti si sono zittiti, e per un po’ si sono sentiti solo dei bisbiglii e un rumore come di gente che si gratta la testa, e alla fine qualcuno ha detto a voce alta che la risposta era corretta e nel frattempo eravamo già arrivati alla stazione di quella città famosa nel mondo per aver dato i natali ai Litfiba e così il treno ha rallentato e io mi sono buttato fuori dal finestrino e ho cominciato a correre come inseguito da un’orda di klingoniani omosessuali e ho comperato altre tre bottiglie di vino saltando la coda alla cassa e risalendo sul treno che stava per ripartire sempre attraverso il finestrino e il gioco è ricominciato e poi quando siamo arrivati in città, quella che dicevo all’inizio, quella con tutti i monumenti, abbiamo travestito il festeggiato come se fosse un imperatore di quella città e poi abbiamo raggiunto lo stadio e assistito a una partita di rugby tra l’Italia e quella squadra tutta vestita di nero che non è la nazionale degli arbitri e mentre guardavamo la partita abbiamo bevuto esattamente centodue birre e così conciati siamo andati a ballare in un posto lì vicino che si chiama terzo tempo e alla fine considerando che avevo pisciato nove volte in tutto ero convinto che fossero le tre del mattino ma invece erano soltanto le otto e mezza, e forse era per via della birra ma avevo la sensazione che il tempo scorresse come una pallina in un flipper, e il mondo mi sembrava di vederlo attraverso il vetro di un acquario, tanto che di quei momenti, così come del ristorante, della scarpinata sotto la pioggerella, della corsa in taxi per raggiungere i paraggi di quel monumento che somiglia all’Arena di Verona ma che in realtà non è situato in quella città scaligera di cui non ricordo il nome, poi del locale notturno e di tutto ciò che è successo là dentro conservo una memoria lacunosa ancorché molto vivida, e così pure del giorno successivo, del pranzo, della passeggiata in giro per la città piena di monumenti e del ritorno con quel treno che somigliava a quello che avevamo preso all’andata e a questo punto credo sia il caso di venire al sodo, cioè ai ringraziamenti a tutti i miei compagni di viaggio, ché ci sono stato bene con loro, molto bene, a cominciare dal festeggiato, e poi l’oste, quello senza il quale nessuno avrebbe dovuto fare i conti, e poi vorrei ringraziare il suo aiutante, quello che si lamentava continuamente del caldo e suonava continuamente il campanellino della reception senza accorgersi che la ragazza della reception gliel’avrebbe ficcato su per il culo volentieri, il campanellino della reception, e poi quelli in camera con me, a cominciare da quello che nel cuore della notte, che poi era mattino inoltrato, ha gesticolato e per tutta risposta io gli urlato che non sentivo un cazzo perché avevo i tappi nelle orecchie ma intanto urlando ho svegliato anche l’altro compagno di stanza, quello che aveva messo la sveglia alle 7:15 per motivi molto poco chiari ma difficilmente diversi dalla volontà esplicita di venire pigliato a ciabattate, e poi volevo ringraziare quello che viene dal profondo sud e vorrebbe tanto andare a visitare il profondo nord per vedere se anche la ‘nduja è buona come giù, quello che vorrebbe andare a fare il macchinista sulla trombonave che va da Stoccolma a Helsinki, quello che vorrebbe scrivere un libro intitolato “101 buoni motivi da raccontare a tua moglie”, quello che si è addormentato dopo l’antipasto e si è svegliato giusto in tempo per pagare i 40 euro del ristorante, quello che dopo dieci minuti era già talmente sbronzo che dovevi andare in giro tenendolo per mano come farebbe un padre col figlio o un gay closet case con il nuovo amichetto, quello che di professione riduce le molecole di gasolio in molecole di gasolio più corte e poi allunga tutto con acqua, lime e una spruzzata di seltz, quello che ha inaugurato il treno che non era esattamente delle Ferrovie dello Stato annaffiando se stesso e il treno medesimo di prosecco, quello che ha cercato di darmi uno schiaffo mentre ero affacciato al finestrino della stazione di quella città con la ghirlandina e l’inno di Guccini ecc. ecc. e mentre ci provava si è fracassato il coccige, quello che è originario della stessa città degli altri però vive nella città di fianco, quella dove hanno inventato il tricolore e la parola dimondi, vorrei ringraziarli tutti, insomma, e dire che sono stato molto bene con loro lo scorso weekend a fare quella cosa che, ora come ora, non ricordo più cos’era.

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  30.10.2012 | 00:56
il cosiddetto punto di non ritorno
 
 

Ieri sera ho sognato una mia amica. Io e lei ci conosciamo da quasi trent’anni, eppure scommetterei che era la prima volta che mi capitava di sognarla.
Eravamo in una scuola elementare. C’erano bambini dappertutto. Io e lei eravamo gli unici due adulti. Per un disguido burocratico il nostro esame di quarta elementare non era mai stato reso ufficiale. Dovevamo rifarlo. Era una cosa non da poco: nel sogno l’esame di quarta elementare era l’esame più difficile di tutta la carriera scolastica. Seicento domande a scelta multipla. Eravamo entrambi nervosi. Cominciarono a succedere tutte quelle cose assurde che succedono generalmente nei sogni. Prima non riusciamo a trovare l’aula, poi le seggioline dei bambini erano troppo piccole per noi, la biro non scriveva, continuavo a sbagliare a mettere le crocette. Cose del genere.
Poi con quell’incoerenza sublime tipica dei sogni la scena mutò. Ora eravamo soltanto io e la mia amica. Sembrava che stessimo aspettando qualcosa. Forse l’esito dell’esame. Lei mi girava la schiena nuda e mi chiedeva di grattarla al centro, sotto il gancio del reggiseno. Io obbedivo e grattavo per un po’. Poi lei si girava e mi chiedeva di fare altrettanto, però davanti. La mia amica non ne avrebbe bisogno ma dato che c’ero, nel sogno, le avevo messo una taglia o due in più. Grattarla in quel punto non era facile. Continuavo a sfregare le nocche contro le tette che ballonzolavano su e giù. A un certo punto la mia amica faceva una faccia che significava più o meno ma cosa devo fare io con te, dimmi, cosa devo fare?, mi prendeva per i polsi e si posava le mie mani sulle tette. Per qualche secondo gliele palpeggiavo di gusto. Poi però entrava in scena Sara, piazzava le mani sui fianchi e diceva con una voce molto stridula: “Alberto, si può sapere cosa stai facendo?”
In quell’istante mi sono svegliato.
Dalla finestra entrava un po’ di luce, ma non tanta. Sara dormiva di fianco a me girandomi la schiena. Faceva finta di niente. Le ho mollato uno schiaffo sul sedere.
Sara ha sobbalzato e poi mi ha domandato se per caso ero impazzito.
Le ho raccontato il sogno.
Sara mi ha domandato di nuovo se per caso ero impazzito. Poi si è rimessa a dormire consigliandomi di non riprovarci.
Ebbene, da un lato concordo con voi che il sogno era tutto mio e Sara non aveva fatto niente, ma se io sto sognando di smanacciare le tette di un’amica molto prosperosa e Sara interviene nel sogno a domandarmi cosa sto facendo, ecco, allora forse Sara non ha fatto niente quella sera lì, ma in generale qualcosa alla mia psiche ha fatto. Qualcosa collocato a metà tra il gravissimo e il cosiddetto punto di non ritorno. Non vi pare?

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  12.06.2012 | 18:40
cattedrali
 
 

Qui in Emilia sono venti giorni che ci trema il culo.
In Italia le calamità naturali sono come il calcio. Uniscono le coscienze. Quando c’è una partita gli italiani si trasformano in cinquantasei milioni di commissari tecnici. Adesso abbiamo cinquantasei milioni di esperti di terremoti che dicono la loro. Secondo voi potevo esimermi?
Le più interessanti sono le prese di posizione politiche. La sinistra moderata fa da subito ciò che le riesce meglio: si divide in due correnti di pensiero e comincia a litigare. Da una parte il pensiero moderato-umanista dei catastrofisti, più o meno mistici, più o meno darwiniani, che sparano anatemi tettonici che farebbero preoccupare Montezuma. Dall’altra il moderato sciacallaggio ideologico dei complottisti, gli indici ben puntati contro cinquant’anni di normative edilizie scellerate. I miei complimenti, come sempre, per il moderato tempismo. Per l’immediato futuro è facile prevedere che le due fazioni continueranno a contrapporsi fino a quando capiranno che stanno dicendo più o meno la stessa cosa. Dopodiché cominceranno a litigare moderatamente per decidere chi l’ha pensata prima.
A destra anche la lega fa ciò che le riesce meglio: sparare spiritosate, mentre il PDL pensava di mandare le crocerossine in topless e i vigili del fuoco con l’uccello di fuori. Non aiuterà un granché, ma i reportage dei telegiornali avranno certamente un’impennata di audience.
Persino Grillo, spiazzato, finisce per dare la parola a un luminare eterodosso in odor di cialtroneria che propone metodi previsivi a dir poco futuristici.
La solidarietà. Una volta giunto in loco, l’ex dirigente del PCI Giorgio Napolitano viene svegliato da un funzionario e gli domanda se sa la formazione dell’Italia. Di contro, l’associazione "di promozione sociale" di estrema destra Casa Pound, oggi così come tre anni fa a L’Aquila, è tra i primi a portare in loco volontari e beni di prima necessità. Qualcuno ha scritto in rete che piuttosto che farsi aiutare da un fascista se ne sta sotto le macerie. Io credo che in circostanze del genere non servano fascisti o comunisti, ma braccia e tempo. Secondo me quel tizio diceva così perché sotto le macerie non c’era mica lui. Alemanno si fa fotografare che da una mano anche lui, e, sapete, mi ha ricordato il Benitone quando si faceva vedere a trebbiare insieme ai contadini. Stessa retorica, diverso appeal. Il ministro del lavoro afferma: “Non possono crollare edifici a ogni scossa”. Possono, caro ministro, possono. E’ esattamente ciò che succede. Oggi ho scoperto che chi ha la casa inagibile ha il diritto di pagare l’IMU soltanto per metà.
E che dire delle iniziative di acquisto solidale del parmigiano? Alcuni centri commerciali hanno deciso di abbassare il prezzo del parmigiano e domare ai terremotati un Euro al chilo. Lodevole, vero? Di primo acchito ho pensato di sì. Se non fosse che in questo modo entrano in aperta (e sleale) concorrenza con quei caseifici danneggiati che stanno cercando di vendere il loro formaggio in ottica di filiera corta. Se cliccate su questo articolo, domandatevi che significa quel "parte del prodotto in vendita". Cari supermercati, vi prego di non spacciare per solidarietà il vostro sciacallaggio.

La settimana scorsa ero al telefono con un collega giapponese. “Sai, qui in Italia stiamo diventando un po’ come voi. Per via dei terremoti, intendo”, dissi.
“Ho sentito. Interi paesi cancellati. Ma che razza di terremoto c’è stato?”
“Mica uno. Tante scosse. Decine. E belle grosse. 5,8 barra 6 gradi scala Richter”.
“Oh, di quelli, qui a Furukawa, ne abbiamo uno a settimana”.
Ho riattaccato e mi è salito il nervoso. Ho pensato che forse dovremmo provarlo questo metodo di misurazione delle scorregge al radon del pianeta. Mettiamolo alla prova, il metodo del professor Giuliani. Magari funziona davvero. Ma non mettiamoci in testa che annusare il culo del pianeta per sapere se starnutirà sia la soluzione. L’allarme continuo. No. La soluzione è che terremoti di questa entità dovrebbero rappresentare un’emergenza pari a quella di un grosso temporale. In Giappone è così da un po’. Facciamoci almeno dire che marca di cemento usano per fare i palazzi.

Vorrei che questo post fosse anche un saluto a Mario, Lisa e a tutti coloro che come e più di loro si trovano a vivere questo momento di grande difficoltà. A loro dedico questo pensiero che ho trovato stamane gironzolando per la rete.
“Gli Emiliani-Romagnoli sono così. Devono fare una macchina? Loro ti fanno una Ferrari,una Maserati e una Lamborghini. Devono fare una moto? Loro costruiscono una Ducati. Devono fare un formaggio? Loro si inventano il Parmigiano Reggiano. Devono fare due spaghetti? Loro mettono in piedi la Barilla. Devono farti un caffè? Loro ti fanno la Saeco. Devono trovare qualcuno che scriva canzonette? Loro ti fanno nascere gente come Dalla, Morandi, Vasco, Ligabue, Zucchero e la Pausini. Devono farti una siringa? Loro ti tirano su un'azienda biomedicale. Devono fare quattro piastrelle? Loro se ne escono con delle maioliche. Sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, e utile per tutti... Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali”.

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  25.05.2012 | 09:54
l'origine del mondo
 
 

Ricevo da un collega la seguente mail: “Al museo d'arte moderna questa opera varrebbe centinaia di migliaia di euro. Si chiama L'origine del mondo”. In allegato c’era questa foto scattata da lui medesimo nell’ufficio qualità della nostra azienada.
Ci sono giorni più duri di altri. Cercate di capire.
Al mio collega ho risposto se avesse mai visto questo quadro di Gustave Courbet.
Nel corso delle mie approfondite ricerche, stamane ho scoperto che figa è, oltre al resto, un comune della Slovacchia e il terzo nome della ambasciatrice spagnola presso la Santa Sede, tal María Jesús Figa López-Palop.
Per dovere di cronaca, ecco mail di risposta che il mio collega ha inviato mentre scrivevo questo post: “Minchione lo so chi è e cosa ha fatto. L’origine del mondo è una delle mie opere preferite”.
Sottoscrivo.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  20.05.2012 | 20:28
la padania si sta staccando
 
 

il signor stefano venturi è consigliere comunale di rovato.
perlomeno lo era quando ha scritto questa frase.
ora, io sfortunatamente non conosco nessuno a rovato, ed è un vero peccato. per caso qualcuno dei lettori di questo blog abita a rovato? sì? caro potenziale lettore di rovato, me lo faresti un piacere? il giorno che vedi passare per strada il signor stefano venturi gli daresti un calcio nel culo da parte mia? non fargli troppo male, sai che sono un non-violento. dagli un calcio di magnitudo 5 virgola 9, 6 al massimo. non strafare. magari fai in modo che ti veda il maggior numero di persone. poi mi scrivi un commento in questo post dicendo "missione compiuta". nient'altro, solo "missione compiuta". io capirò. a quel punto lascerò lì quello che sto facendo, mi metterò le scarpe, piglierò la macchina e verrò apposta a rovato a stringerti la mano personalmente. poi dato che ci sono magari ci beviamo una bella bottiglia di franciacorta.

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  10.05.2012 | 10:30
il gioco del programma
 
 

Non vi sarà sfuggito che Parma è l’unico capoluogo di provincia con un candidato Cinquestelle al ballottaggio. Ha sfiorato il venti per cento dei consensi al primo turno. Un po’ i casini degli ultimi mesi, un po’ l’impresentabilità dei candidati istituzionali, un po’ che i parmigiani quando aprono un nuovo locale ci si schiacciano dentro in massa, tutti e duecentomila, fino al weekend successivo, quando migrano nel nuovo locale che inaugura.
Sta di fatto che ho seguito la scalata del buon Pizzarotti (soltanto omonimo dell’industriale) con un entusiasmo secondo soltanto a quando Pantani tagliò il traguardo braccia al cielo a Les Deux Alpes, nel novantotto.
Non sono qui per convincere nessuno, ci mancherebbe. Non voglio e non sono capace. Vorrei solo proporvi un gioco. Il gioco consiste in questo: cercatevi in rete il programma di Cinquestelle. Poi cercatevi il programma del Pd. Poi leggetevi il programma di Cinquestelle. Poi leggetevi il programma del Pd.
Ecco il mio score:
- Trovare in rete il programma Cinquestelle: 15 secondi
- Trovare in rete il programma del Pd: 10 minuti
- Leggere il programma Cinquestelle: un quarto d’ora
- Leggere il programma del Pd: piantato lì alla seconda pagina
Tutti coloro che parlano di antipolitica e di qualunquismo dovrebbero fare questo semplice giochetto. Poi ciascuno tragga le sue conclusioni.

Avrei dovuto scegliere dalla rete un’immagine in argomento, ma la stesura di questo post mi ha riportato alla mente le emozioni di quel giorno epico.

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  19.02.2012 | 00:28
un pezzo d'italia
 
 

Sono poche le volte che mi scappa di dire qualcosa sull’attualit? mondiale. La ragione ? che di solito non la conosco, l’attualit? mondiale, e se la conosco non l’ho capita, e se l’ho capita difficilmente ho qualcosa da aggiungere. Ma in questi sette giorni sono accaduti eventi talmente gravi e poderosi da costringermi qui davanti. Penso per esempio alla scivolata di Madonna al Superbowl e solo pochi istanti pi? tardi il dito medio di Mya che ha scandalizzato l’America. Penso alla farfallina di Belen, posizionata, guarda caso, esattamente dove l’avrei messa io. Infine Celentano.
Sapete, Celentano ? stato talmente qualunquista che persino Scalfari, nel dargli del qualunquista, mi ? sembrato qualunquista (guardatevi il curioso video di Scalfari-Sledgehammer qui?- dai 4:25?min. in poi). Ho visto il primo intervento di Celentano su youtube. Un tizio ha commentato: “La cultura e l’intelligenza di quest’uomo mi sorprendono ogni volta di pi?”. Sottoscrivo. Pochi minuti fa mi sono visto su raitv.it il secondo intervento. A un certo punto, mentre Celentano fingeva di pensare a qualcosa e Morandi fingeva di commuoversi per qualcos’altro, a un certo punto un tizio s’? alzato in piedi e ha urlato “Siete un pezzo d’Italia”. Sottoscrivo anche questo.
Sapete come hanno reagito i due al commento del tizio in piedi?
Hanno sorriso.
Ve lo giuro.
Hanno sorriso e si sono abbracciati.
Sono cose che fanno male.

?

In tema di qualunquismo, mi sia concesso esternare che secondo me la signorina Ivana Mrazova ? un gran pezzo di topa.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  12.02.2012 | 23:54
ancora cattivo gusto
 
 

Non ne avete avuto abbastanza?
Allora vi segnalo alla rinfusa un'altra manciata di facezie di conclamato cattivo gusto con le quali potete eventualmente sollazzarvi:
- Gli auguri di Natale che ho ricevuto l'anno scorso da un amico esperto di nanotecnologie (qui)
- Un divertente tutorial per tutti coloro a cui vengono a mancare le parole quando succede che gli si chiude la vena (qui)
- La versione in maltese di Felicità di Al Bano e Romina (qui). La lingua maltese, non me ne abbiano gli autoctoni, possiede un non trascurabile livello intrinseco di cattivo gusto (chi non mi creda si ascolti questo tutorial)
- Il videoclip (egregiamente sottotitolato) di Wrong hole di DJ Lubel (qui) (grazie Stefano)
- Certi luoghi un po' troppo bizzarri del pianeta google-terra (qui)
- Un sito interamente dedicato alle migliori scene di sesso nei videogames (qui)
- Uno strepitoso twin-drum magistralmente eseguito sulle note di Tik tok di Kesha (qui). Se proprio non ce la fate saltate i primi due minuti ma, mi raccomando, arrivate in fondo. Quello del drum covering di brani pop è un vero e proprio universo, e i video di Simone Morettin sono un buon filo d'Arianna per esplorarlo (Qui, per esempio, c'è il drum covering di Paparazzi di Lady Gaga)
Siete sazi o no?

L'immagine qui sopra è una outtake della campagna pubblicitaria Esselunga di qualche annetto fa.

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  31.01.2012 | 23:05
cattivo gusto
 
 

Amo il cattivo gusto.
Lo amo come amo quella riga di alghe bruna e frastagliata che divide la spiaggia dalla battigia. Come amo stare nel cinema dopo la fine del film a leggere i titoli di coda dei film d’azione e dire a voce alta i nomi più bizzarri. Lo amo come amavo, bambino, portare a casa i ritagli quando facevo i collage a scuola, portarli a casa a comporre con essi delle figure appuntite.
Mi sta sulle palle il trash, mi stanno sulle palle tutti quelli che parlano del trash, quelli che si proclamano espertoni di trash. Detesto il loro snobismo, la loro disonestà intellettuale, la loro ottusità. Non sopporto che dichiara di apprezzare ciò da cui al contempo prende le distanze.
L’immagine qui sopra è la copertina del quarto album degli Scorpions, intitolato Virgin killer. La potete trovare ai primi posti di tutte le classifiche delle peggiori copertine della storia del rock (ne trovate una molto carina qui). Difficile dar loro torto. Ma, sapete, a me la copertina di Virgin killer piace. Sì. Mi piace questo tentativo elementare, ingenuamente simbolico, metallaro, sbagliato, di solleticare i nervi orripilatori. “Per capire la copertina dovete ascoltare il testo della canzone”, commentò anni dopo un membro della band. Personalmente vi sconsiglio di farlo. Un autorevole ente britannico ha recentemente cercato di chiudere la pagina di Wikipedia che la espone adducendo motivazioni relative alla pubblicazione di materiale pedopornografico. Che pensino ciò che vogliono, soltanto mi permetto di ricordare all’Autorevole Ente Britannico che la pornografia insegue l’empatia con il fruitore laddove il cattivo gusto invece ambisce a suscitare repulsione. Davvero vi sentite attratti da questa fanciulla? Se la risposta è sì, allora, caro Autorevole Ente Britannico, il problema è soltanto vostro.
Ecco, un’altra cosa che detesto è chi cerca di mischiare il cattivo gusto con la pedopornografia.
Chi ama i lietofini sappia che la fanciulla della copertina è la figlia di uno dei produttori dell'album. Oggi adulta, si ritiene una donna sessualmente normale e si dichiara orgogliosa di aver posato per quella foto.
Se vi va di vedere un’altra copertina molto divertente ma dotata di una dicreta carica di cattivo gusto potete cliccare qui.

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  03.01.2012 | 13:19
banda bassotti in concerto
 
 

A me il rap mi fa cacare, va bene?
Sì, sì, percepisco l’importanza antropologica, sociologica e culturale di uno stile musicale talmente radicato nella cultura afroamericana da arrivare persino a identificarvisi. Riconosco l’assoluta rilevanza di un genere che al contempo è continuazione di una tradizione musicale che trae origine addirittura dal blues dei campi di cotone e arriva fino all’RnB (aggiungendo, nelle parole e nei fatti, una sola, clonatissima, cifra ritmica); di un genere, dicevo, al contempo creativo e versatile, incline alla contaminazione – spesso con ottimi risultati. Penso ai miei favoriti Rage against the machine, ma anche ai Beastie boys, ai Massive attack, i Limp bizkit e, in buona sostanza, a tutta la musica popolare germinata dai vituperati anniottanta (ma se volete farvi due sonore risate ascoltatevi Cough up the bucks di Neil Young, Illusion of power dei Black sabbath ma soprattutto Il seme del rap di Adriano Celentano).
Comunque, rimane il fatto che a me il rap mi fa cacare.
Nonostante ciò, razzolando dentro la scatoletta dove tengo i biglietti dei miei concerti (sapete, ne ho compiuti trecento il mese scorso), mi rendo conto che per un motivo o per l’altro ho visto dal vivo tutti i principali rapper italiani. Jovanotti (primo tour, era il 95), i Sud sound system (ero lì per altre ragioni), Frankie hi-nrg (per insistenza di Sara),  Alborosie (ma come fanno a piacerle degli scalognati del genere?), i 99posse (per la reunion al Leoncavallo, questa fu un’idea mia), Caparezza (nel prato dietro casa mia, a Parma, non più tardi di tre mesi fa; ammetto: gran bel concerto).
Ecco, non ho mai visto dal vivo la Banda bassotti. Dovrei rimediare, secondo voi?

Mentre pensate al testo del commento in cui m'insulterete perché la tal band in realtà non ha mai suonato rap o il taluno cantante con le treccine che parla solo in bergamasco in realtà secondo voi non è affatto scalognato, o che la talaltra canzone che doveva far così ridere in realtà fa soltanto pena, ecco, mentre siete lì che pensate a tutto questo guardatevi meglio la vignetta qui sopra, disegnata da un certo Enrico Faccini e apparsa su Topolino n. 2316.

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  05.12.2011 | 13:43
team difesa terra
 
 

Ieri sera ho mangiato una pizza parecchio farcita e mentre venivo a casa ho ascoltato il primo album degli Offlaga disco pax.
Nottetempo, ho fatto un sogno bizzarro.
Facevo parte di una squadra speciale chiamata Team Difesa Terra o qualche cialtronata del genere. Eravamo in quattro. Oltre a me c’era Massimo, un tizio nativo di San Polo d’Enza, il paese in cui ho trascorso la mia infanzia. Io e Massimo eravamo i più bravi del paese ai videogiochi del bar. Gli altri due tizi non li conoscevo, ma avevano quell’aria un po’ assente che caratterizza tutti gli esperti videogiocatori di questo mondo.
Non eravamo in incognito, anzi, indossavamo tute bianche parecchio vistose. I caschi, le maschere, i respiratori ci rendevano molto simili a dei palombari. Ci portavamo appresso dell’attrezzatura bellica dall’aspetto piuttosto minaccioso.
Eravamo appostati dietro la statua di Garibaldi, qui a Parma. Scambiavamo poche parole. Più che altro ispezionavamo l’attrezzatura.
Il pericolo era invisibile, eppure imminente.
Attendevamo.
Ad un certo punto il cielo si oscurò. Era lei. Ci apparve in tutta la sua imponenza.
Era l’astronave da trecento punti di Space invaders.

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  27.11.2011 | 13:24
la tecnologia e' di chi gli serve
 
 

Ogni volta che sento dire che l’uomo si è evoluto per via del pollice opponibile mi scappa da ridere. Non perché non lo ritenga vero, ma perché mi viene in mente la scena iniziale de La pazza storia del mondo di Mel Brooks. Mi viene anche in mente la scena iniziale di 2001 odissea nello spazio, ma quella ammetto che fa meno ridere.
Io non sono né un sociologo né un antropolgo ma mi piace credere che, a livello evolutivo, la principale differenza tra l’uomo e l’animale consista nella prerogativa di trasmettere la conoscenza. E' così che siamo potuti passare dalla clava al mouse. E' il progresso - se è stato progresso - che avanza nei millenni in maniera più o meno omogenea, più o meno cruenta.
Poi nel secolo scorso è arrivato Mr. Copyright. Un signore con le braccia molto lunghe e tantissimi occhi che tutela il diritto di tenere soltanto per sé (o, a discrezione, di vendere a caro prezzo) una cosa utile per il mondo intero. Per un periodo sovente superiore a quello della vita stessa. Io credo che buona parte degli squilibri sociali mondiali provenga dall’inspiegabile accettazione di questo concetto assurdo.
E quindi mi dispiace per il povero Steve Jobs. Davvero. Ma al di là della pietà per la sua tragedia umana posso soltanto augurarmi che la sua prematura dipartita, piuttosto che a una veloce santificazione mediatica, conduca a una generale riconsiderazione sulla gestione mondiale della tecnologia.
Mi sono letto il famoso discorso ai laureandi dell’università di Stanford. Personalmente l’ho trovato agghiacciante. Agghiacciante per autoreferenzialità, aneddotica e retorica bieca. L’ennesima agghiacciante autocelebrazione del self-made man americano che prima dormiva sul pavimento e oggi possiede milioni a palate.
D'accordo, ce l'ha fatta. Ma forse è venuto il momento di domandarsi come.
E perché.
Non ho alcun dubbio sul fatto che Steve Jobs sia stato uno dei migliori imprenditori del mondo, laddove “migliore” significhi “di maggior successo”. Ma penso anche che la conoscenza dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e non rinchiusa in una custodia di plastica sottile, colorata e luminescente.
Sì, sì. Basta così.
Perdonate il pistolotto.

Il discorso di Jobs integrale in italiano potete trovarlo dappertutto. Io me lo sono letto qui.
Qui sotto invece mi permetto di sforbiciarne uno stralcio.
[Il corso di calligrafia] non sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Macintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono.

Nel film Il postino c’è una scena in cui Massimo Troisi, reduce da una recente delusione amorosa, rimprovera un allibito Neruda/Noiret sbattendogli in faccia che “La poesia non è di chi la scrive ma di chi gli serve”.
Più o meno in argomento, la foto qui sopra è stata scattata l’anno scorso dal sottoscritto a Ouazazade, nel sud del Marocco.

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  19.11.2011 | 13:31
lo giuro!
 
 

Sara era stata molto chiara. “O comperi gli scaffali del garage, o stanotte dormi nel garage”. Le parole somigliavano molto a quelle che Marsellus Wallace dice a Butch dopo la morte di Zed.
E così mi trovavo al Bricocenter nel reparto “scaffali per il garage”. C’era uno scaffale enorme sul quale erano posizionati gli scaffali in vendita. Ce n’erano di tanti tipi, diversi per materiale, foggia e dimensioni. Avrei dovuto concentrarmi per decidere quale fosse lo scaffale più adatto al nostro garage, ma non riuscivo a smettere di pensare invece allo scaffale che conteneva gli scaffali. Mi domandavo da dove venisse. Probabilmente esiste una ditta che produce scaffali per esporre scaffali. Mi domandavo se questa ditta possiede uno showroom. Mi domandavo se nello showroom hanno uno scaffale per esporre i vari tipi di scaffali per esporre scaffali. E forse questo scaffale…
Squillò il cellulare.

Due corsie più in là Sara mi vide riattaccare. “Chi era?”
“Valentina”.
“Valentina chi?”
“Valentina, il presidente del Centro Fumetto Andrea Pazienza”.
“Mmmh, e cosa vuole?”
“Fanno un concorso di fumetti. Mi ha proposto di entrare in giuria”.
“…”
“…”
“…”
“Che c’è?”
“Niente, non c’è niente”.
“Non ci credo”.
“C’è che non è giusto, ecco! Tu non sai niente di fumetti. Sono io quella che ha letto un casino di fumetti, non tu”.
Le sopracciglia di Sara da parallele diventarono perpendicolari.
“Questa, mia cara, si chiama invidia”.
In fondo alla corsia trovammo uno scaffale di plastica nera. Era molto resistente e facile da montare. Comperammo quello. Per tutto il tempo Sara aveva sulla testa una di quelle nuvolette nere che lasciano presagire fulmini e saette.

Del concorso provinciale “Floriano Soldi” per fumettisti esordienti in realtà non sapevo molto, così mi documentai in rete (qui il bando della dodicesima edizione). Oltre al resto, trovo pregevoli e distintive le due principali caratteristiche del concorso. La prima: la circoscrizione ad autori esordienti. E non poteva essere altrimenti, visto l’impegno assiduo da parte del Centro Fumetto nella promozione e divulgazione di giovani talenti. La seconda: la territorialità. Affatto limitante, secondo me, ma anzi giustificata dalla contestualizzazione all’interno del festival cremonese più importante dell’anno, il Festival del Torrone.

Ecco, il senso di questo post, oltre a informare che io e Sara abbiamo finalmente messo in ordine il garage, è di ringraziare Valentina innanzitutto per la considerazione e Margherita, Stefano e Michele per il pomeriggio semplicemente straordinario (...e un augurio di pronta guarigione ad Alessandro).
Eh, chiacchierare di fumetto non è esattamente come vendere bruciatori per barbecue. Questo è poco ma sicuro.

La cerimonia di premiazione si svolgerà questo pomeriggio alle 15.30 presso il Salone dei Quadri del Palazzo Comunale di Cremona.
La foto della giuria "al lavoro" è di Michele. Qui il suo blog.

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  17.11.2011 | 11:20
ecco, lo sapevo
 
 

Lo sapevo.
Aveva ragione Gaia.
Il concerto degli Ulver ha radunato all'interno del Teatro Regio orde di metallari buzzurri, vandali e figlidimignotta. Repubblica Parma parla di scampato pericolo e la butta a tarallucci e vino. Non fidatevi. Io c'ero. Non è andata così. Guardate per esempio cosa succedeva poco prima del concerto nientemeno che nel palco reale.
Inammissibile.
Davvero inammissibile.

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  20.10.2011 | 13:14
si sta come d'autunno
 
 

Campi elettromagnetici era il più insulso dei ventinove insulsi esami che ho sostenuto all’università. Per non deprimermi troppo avevo deciso di fare una full immersion. Mi ero dato tre settimane per prepararlo, non un giorno di più. E poi via. Quello che prendevo prendevo. Il problema è che ogni ora di studio durava più o meno diciotto mesi.
Per stare lontano dalle distrazioni decisi di andare a studiare a casa dei miei amici. Là non c’erano TV, computer, fumetti, film.
Un pomeriggio sono lì che smadonno da tre ore su questo stramaledetto sesto teorema di chissacheccazzo e intanto fumo continuamente delle Gauloises.
Entra Emanuele: “Che cosa studi?”
“Che cosa vuoi che studi? Campi”.
“Ah, campi?”
“Sì, campi. Sono diciannove giorni che non faccio altro che studiare campi”.
“Ah, è vero. Senti, vuoi che ti presti i miei appunti?”
“No, grazie, ormai ho studiato sul libro”.
“Ma i miei appunti sono scritti bene”.
“Sì, lo so che i tuoi appunti sono scritti bene, ma io ormai ho studiato tutto sul libro”.
“Però magari se dai un’occhiata puoi integrare coi miei appunti”.
“Lele, per favore, non ho tempo, dai. Fra due giorni ci ho sto stramaledetto esame e non ho intenzione di integrare un bel niente. L’unica cosa che farò da qui a due giorni sarà riversare nel mio cervello il maggior numero possibile di pagine di questo stramaledetto libro coll’unico scopo di strappare un diciotto e dimenticare il tutto non più tardi della sera stessa. Sono stato chiaro? Adesso lasciami studiare che già non ne ho voglia”.
“Però se ti do i miei appunti magari…”
“ECCHEPPALLE!” Sbuffai. “Va bene, se prendo i tuoi appunti poi mi lasci in pace?”
“Hai la mia parola”.
Chiusi il libro e spensi la sigaretta. Emanuele mi condusse in camera sua.
Si fermò al centro della stanza. Mi fermai anch’io lì vicino. Ci guardammo.
“E quindi?”
“Sono lì”. E indicò un’anta dell’armadio.
“E quindi?”
“E quindi prendili”.
“Li prendo io?”
“Li prendi tu”.
Afferrai la maniglia e aprii l’anta. Dentro l’armadio c’era il Dede nudo che sventolava l’uccello.
I due si misero a ridere fino alle lacrime.
Questi sono gli amici a casa dei quali andavo a studiare per stare lontano dalle distrazioni.

Sono anche gli amici senza i quali non avrei mai terminato l’università.

Qualche giorno fa uno di loro mi manda una mail intitolata "poesia". Mi scrive che vuole proprio vedere se la metto su Tapirulan.
Lo accontento subito. La poesia dice:
Si sta come d’autunno
Tra le chiappe un riccio di castagna
Sono le parole con le quali mi va quest'oggi di salutare Emanuele, Sandro e il Dede.
Che l'autunno sia con voi.

Nella foto sotto, del 2011 ci siamo tutti e quattro. In quella sopra, del 1998, solo due su quattro. Ma chi? Uno dei due è facile da riconoscere. L’altro un po’ meno…

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  09.10.2011 | 12:19
parliamo di tette
 
 

Dico una stronzata delle mie e subito mi viene lo scrupolo di controllare su Wikipedia se ho ragione. Vado nel sito. Dapprincipio non capisco. Poi leggo meglio: la Wikipedia italiana è oscurata (qui il comunicato di Wikipedia del 4 ottobre). Il parlamento in questi giorni sta cercando di approvare una legge bavaglio palesemente e smaccatamente contraria ai diritti fondamentali dell’uomo e a qualunque buon senso. Una volta approvata, renderebbe di fatto impossibile la sopravvivenza di qualunque organo di informazione online, e non solo. Do una letta al testo di legge ma non è che si capisca tanto. Due cose mi rimangono impresse: la pena fino a sette anni di reclusione per chi pubblica stralci di intercettazioni telefoniche provenienti da atti processuali (e per questo già pubbliche per definizione) giudicate “irrilevanti”. Sette anni di carcere. E chi giudicherebbe l’irrilevanza? Forse l’imputato? E poi: chiunque si ritenga per qualche ragione diffamato da un organo di informazione ha il diritto chiedere una adeguata rettifica entro 48 ore. Come dire che se io scrivo in questo blog che una tizia secondo me ha una bella scollatura e questa tizia invece ritiene di avere delle tette orribili, allora se io non voglio finire in galera devo rettificare entro quarantott’ore e scrivere che secondo me la tizia ha delle tette orribili. “Adeguata” significa che io devo utilizzare un font che sia almeno delle stesse dimensioni del font che ho usato per scrivere che la tizia ha delle belle tette.
Già. Parliamo di tette, che è meglio.
Vado su Repubblica.it per saperne di più su questa nordcoreanata e trovo in un angolo un rettangolino con una foto di una tizia decisamente in forma. L’articolo dice che la procace Cinthia Fernandez, durante una trasmissione televisiva argentina di sport, ha scandalizzato la nazione con un balletto dai contenuti troppo erotici. Il presentatore, imbarazzatissimo, ha interrotto la performance scusandosi coi telespettatori. Tutto questo in un orario in cui i bambini sono ancora davanti alla tv.
Che vergogna.
Però mi viene voglia di dare un'occhiatina.
Trovo il filmato qui.
Vacca che roba.
Cinque stelline su cinque. Magna cum laude.
Però devo ammettere che vista la circostanza i contenuti erotici sono un po' espliciti.
Faccio una piccola indagine. Scopro che la trasmissione non era una trasmissione sportiva ma uno show musicale. Al termine di ogni puntata c’è un balletto strip dai contenuti più o meno analoghi e tutte le volte il presentatore finge di incazzarsi. In un altro video per esempio lo vedo distruggere la scenografia a calci. E’ stato trasmesso alle 23, con una specie di bollino antibambini.
Morale: la notizia di Repubblica.it era sbagliata perché semplicemente non c’è nessuna notizia.
Allora secondo me se Repubblica.it vuole mostrare due zinne in homepage farebbe meglio a scrivere semplicemente “Cliccate qui e guardate che supertopa” come fanno i siti porno, invece che inventarsi una notizia che non esiste.
Però io credo che questo modo tutto italiano di fare informazione, tra i mille evidenti difetti, abbia un pregio considerevole. Vi ricordate i napoletani con la cintura di sicurezza disegnata sulla t-shirt? Era una bufala, lo so. Ma ciò che conta è che tutti ci hanno creduto perché era verosimile. Perché gli italiani sanno di essere così. Ecco, analogamente io credo che nessuna legge di nessun parlamento potrà mai imbavagliare i giornalisti italiani, perché i giornalisti italiani in ventiquattr’ore esatte troveranno il sistema di aggirarla nello stesso fantasioso modo in cui per convenienza, missione o semplice ottusità sanno aggirare la realtà dei fatti.
Ritorno su Repubblica.it il giorno successivo. La scandalosa legge bavaglio è ancora lì, ma le foto scandalose della procace Cinthia non ci sono più. Un vero peccato.

Il tizio qui sopra è Larry Flynt. Un altro cui da sempre piacciono molto sia la gnocca che la libertà di stampa. Lui, a differenza mia, ha le sue buone ragioni.

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  04.10.2011 | 16:56
mundo paralelo
 
 

I first met Joao in Cremona for the Tapirulan’s exhibition of illustrators. It was around one year ago.
We invited him to come Cremona because he won the first prize in Tapirulan’s contest for illustrators. Myself, I had the honor and pleasure to be the one to inform him of such nice piece of news. Although he lived quite far, Joao was very excited to come to Italy in order to take the prize personally.
When we left, he invited me to come to Portugal.
“I will go”, I said.
Actually I kept my word. During September this year I spent a one week holiday in Portugal with Sara. Joao invited me to his new exhibition in Cascais, close to Lisbon. We made a short detour and joined to the vernissage inaugurating the exhibition.
I believe Joao is an extraordinary artist and I love su much his work (you can take a look at his website here). Each of his illustrations tell a story. Funny, sad, astounding, tragic or comic. Like mankind is. Look at Joao’s little people. They always find themselves in some strange kind of trouble. Half curious, half astonished, but never scared.
“They are like me”, said Joao. “They watch the world with my own eyes”.
I don’t know how many people who read this blog live close to Cascais. I believe very few. But if any of you eventually pass there, don’t miss Joao’s exhibition.
Thanks, Joao, for your kind hospitality.
See you soon.

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  29.09.2011 | 11:42
aiuta un amico
 
 

Dicevo: “Ma che Facebook del cavolo. Se qualcuno mi cerca, be’, può trovarmi qui, al Dulcamara, in carne e ossa”.
E anche: “Se un tale non l’ho frequentato per vent’anni ci sarà un motivo”.
Ma sostengo anche che di coerenza siano piastrellati i cimiteri, quindi lo scorso febbraio mi sono creato un account su Facebook. Volevo giocare un po’ col social network. Volevo metterci due o tre foto, ritrovare qualche amico lontano, scrivergli due spiritosaggini. Ero convinto che Facebook fosse stato ideato per questo.
In pochi giorni ho contattato e scambiato l’amicizia con un pugno di amici. Nella maggior parte dei casi, gente che vedo con regolarità.
Da allora la mia homepage è diventata una babilonia di annunci, link a youtube, kommenti pieni di “k” al posto della “c” dura e faccine di gente che non conosco. Si aggiornano al ritmo indiavolato di un post al minuto. Ogni giorno ricevo due o tre richieste d’amicizia da fanciulle piuttosto carine. Sono stato “taggato” un centinaio di volte, qualcunque cosa ciò significhi. Ricevo quotidianamente una quindicina di mail che mi informato che il tale ha fatto la tal cosa. C’è un sacco di gente che compie gli anni, ultimamente.
I miei amici sostengono che il problema sono io. Che non sono capace di usare il network come si deve. Sarà certamente così.
Ma io non temo Facebook. Io credo che nonostante tutto Facebook soccomberà in fretta. La vera next thing non è questo inutile magma di parole e immagini. Nella rete c’era già tutto, senza bisogno di replicarlo all’infinito. La vera next thing sarà quando la rete imparerà a selezionare e filtrare per noi.
Solo allora comincerò ad avere paura davvero.

Questo post è anche un annuncio personale. Vedete, Facebook mi ha aiutato a capire che in realtà sono molto solo. E allora vorrei che mi aiutaste voi a trovare degli amici.
L’immagine qui sopra è una istantanea scattata dal profilo Facebook della mia unica amica Sabrina, che naturalmente ringrazio di cuore.

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  29.08.2011 | 13:04
annulla
 
 

Certe volte hai l’impressione di essere in balia del destino, la formica sotto una zampa di pachiderma, la foglia che entra danzando in un gorgo.
Certe altre sei certo di stringere salde in mano le redini del tuo destino.
Giungiamo a dei bivi, operiamo delle scelte. Ma quante di esse sono reali?
Quest’immagine è un’istantanea del mio desktop. A differenza di ciò che potete pensare non è stata modificata in alcun modo (a parte rimuovere i nomi delle due aziende menzionate nel documento). Il messaggio di errore è autentico.
Autentico come buona parte delle decisioni che sono convinto di avere preso in questi anni.

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  09.05.2011 | 20:02
italiano medio
 
 

Fatevi un giro in un aeroporto qualsiasi. Fatevi un giro e date un’occhiata ai passeggeri seduti in attesa del volo. La maggior parte di coloro che non lavorano con un computer la troverete intenta a leggere un libro o intrattenere i propri figli. Tranne gli italiani. Gli italiani li riconoscerete perché se per caso leggono qualcosa quel qualcosa è la Gazzetta dello sport e se giocano con qualcosa quel qualcosa è il loro cellulare, che vista la circostanza non sarà certamente in modalità silenziosa ma al contrario emetterà insistenti e fastidiosissimi bip-bip.
Quando sono all’estero in albergo talvolta accendo la TV perché mi aiuta a svegliarmi al mattino. CNN, telegiornali, approfondimenti. I sottotitoli vanno così veloci che neanche riesco a leggerli. La TV italiana: chiappe, zinne, televendite, forum e resdore analfabete che cucinano sformati. Sugli altri canali satellitari: karaoke iraniani, salmi in arabo, Al-jazeera.
Un individuo che trascorre il suo tempo a leggere la Gazzetta dello sport e sbirciare chiappe e zinne in TV: sintesi perfetta dell’italiano medio. Non c’è da meravigliarsi che a rappresentarlo sia un tizio che possiede una squadra di calcio, una emittente che trasmette chiappe e zinne, un tizio che ama sollazzarsi organizzando orgette private con giovani ex-minorenni (tra i tanti, ho trovato questo articolo particolarmente gustoso). Non c’è da meravigliarsi che un popolo che si fa togliere le multe dall’amico carabiniere sia capeggiato da un tizio che promulga leggi ad personam. Quel tizio è tutti noi (me compreso, beninteso: ne è riprova ciò che si sostiene qui). Quel tizio racchiude in sé la quintessenza dell’italianità.

Quest’anno, per via del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, tutti se ne vanno in giro col tricolore sulla spalla. Quello stesso tricolore che fino al centoquarantanovesimo anniversario usciva dagli armadi solo quando vinceva la Nazionale. Io diffido di gente del genere, come diffido di chi va a messa solo a Natale o di chi attacca l’arcobaleno con la scritta “pace” e poi, con la coscienza alleggerita, compie veri e propri atti di guerra come un pieno di benzina alla Esso. Questa gente si trasforma, si mistifica.
Piuttosto preferisco quelli che urlano che col tricolore si puliscono il culo. Perlomeno posso riconoscerli, posso misurare la distanza tra me e loro. (in effetti dubito che quella gente si sia mai pulita il culo con qualcosa.)
Lo scorso 17 marzo gli organizzatori della manifestazione in piazza a Parma hanno invitato i cittadini a portare con sé una copia della costituzione. Sara è andata in agitazione e ha messo sottosopra la soffitta di Botteghino. Mentre gli ospiti si alternavano al microfono, in piazza c’erano molte facce solenni che annuivano e sventolavano il libello. Ma io avrei voluto chiedergli: dato che ce l’avete in mano, la costituzione, l’avete aperta? L’avete letta?

Se il popolo italiano compie davvero centocinquant’anni, allora forse è il caso di levarsi le braghette corte e asciugarsi la candela del naso. E' ora di levarsi di torno quella oscena reputazione di bambocci ignoranti, individualisti, frignoni, menefreghisti e superficiali che ci si incolla alla schiena non appena varchiamo in confini nazionali. Non fraintendetemi. Non ce l’ho con la mia nazione. Ancora credo di credere a quegli ideali di democrazia e libertà sui quali l’Italia è stata prima fondata e poi ricostruita col sudore colato dalle tempie dei nostri nonni. No, non mi vergogno dell’Italia.
Mi vergogno di essere italiano.
Qui non si tratta di destra o sinistra, di premier erotomani, di ministresse soubrettes, raccomandazioni e favoritismo, di politica o di ideologie buone o cattive. Se non vogliamo colare a picco c’è rimasta una sola cosa da fare. E va fatta subito. Dobbiamo cominciare dall’asilo. Solo così di qui a quarant’anni forse vedremo qualche risultato.

Trovo che questo videoclip dei Talking heads datato 1988 descriva mirabilmente la situazione politica italiana. Non perdetevi l'inatteso finale "kubrickiano"

Devo ringraziare il buon Silvio per avermi fornito, nel corso di una interessante chiacchierata avvenuta quasi dieci anni or sono, le illuminanti parole “Cominciare dall’asilo”. Non credo esista modo migliore per sintetizzare il suo pensiero. E a conti fatti pure il mio.
Qui sopra ho riprodotto le copertine di due celebri album di musica italiana. Non dovrebbe essere difficile riconoscerli.

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  14.02.2011 | 13:14
il tartufo bianco alla mensa dei poveri
 
 

Qualche tempo fa lessi una notizia piuttosto curiosa. Un tizio delle Langhe aveva trovato un tartufo bianco da record. Pesava circa un chilo. Ma la notizia curiosa non è questa. La notizia curiosa è il fatto che questo tizio invece di farsi un risotto coi controcazzi decise di regalare la prelibatezza al Papa. Questi, a sua volta, la donò a una mensa della Caritas romana per il pranzo della domenica (qui).
“Ma che bel gesto”, pensai di primo acchito. Quello del Papa, intendo.
Poi pensai che non doveva essere poi questo gran sforzo regalare a quei poveracci qualcosa che, nel caso, avrebbe potuto ricomperarsi senza difficoltà l’indomani. Pensai che era un modo alquanto plateale e pacchiano per far sentire quelle persone ancora più miserabili; per far cadere l’elemosina della Chiesa ancora più dall’alto.
Poi pensai che gli avventori avrebbero comunque apprezzato. Dopotutto non c’è niente di realmente cristiano nel cosiddetto “santificare le feste”. Anzi, è una delle espressioni più basilari della umana necessità di trascendere. Di essere qualcos’altro, di tanto in tanto, o solo una volta nella vita. E magari proprio mangiandosi un risotto col tartufo bianco.
Poi pensai che un capo spirituale che predica l’umiltà e se ne va in giro ricoperto d’oro come una tenutaria di bordello forse farebbe meglio a donare qualcosina di più di un tartufo da un chilo che perdipiù neanche ha pagato.
Poi pensai che in ogni caso era molto di più di ciò che faccio io per i poveri. Cioè niente di niente.
Infine pensai che tutto ciò sarebbe stato un buono spunto per un post del mio blog.
Poi cambiai idea.

L’immagine qui sopra è un’illustrazione di Marco D’Agostino intitolata “Primo e secondo...”. Ha vinto la prima edizione del concorso di illustrazione Magnefut (qui), concorso in qualche modo “gemellato” con Tapirulan. Non c’entra niente con ciò che stavo dicendo, ma l’illustrazione mi piace molto. Sta di fatto che farei meglio a smettere di scrivere i post prima di pranzo.

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  31.01.2011 | 18:46
sturm und daitarn
 
 

Quando visito un castello prima o poi finisco nella stanza dei ritratti.
In genere la stanza dei ritratti è un salone oblungo col soffitto molto alto e una illuminazione sovente inadeguata.
Allineati alle pareti, imprigionati in grosse cornici dalle fogge pacchiane, qualche decina di generazioni di signorotti e cortigiane sparpagliati su quattro o cinque secoli di storia locale. Di solito la gente butta un occhio veloce e tira diritto. Io invece mi soffermo un po'. Sguardi austeri, posture innaturali, i volti pallidi sono macchie lattiginose circondate dal nero degli indumenti e dello sfondo. Occhi infossati, guance grinzose e assurdamente rubizze, orbite profonde come crateri. Immagini di ectoplasmi. Non posso credere che quella gente fosse davvero in vita al momento del ritratto.
O forse è vero il contrario. Forse quella gente vive ancor oggi, e bevono vino e giocano a tressette e ciapanò e suonano ghironde e si rincorrono gli uni cogli altri con l’uccello di fuori sghignazzando e agitando catene e spostando oggetti a caso, così, tanto per ammazzare il tempo, mentre i loro ritratti avvizziscono, screpolano, invecchiano e infine muoiono.
Un modo migliore di altri per uscire dal tempo e diventare epica.
Adesso prendiamo Gualandri e capovolgiamo il discorso. Diamo un calcio nel culo a mille anni di ritratti morti di gente ancora più morta. e pensiamo a dei ritratti che siano un cicinino più vivi. Ecco quindi che gli ignari protagonisti dei ritratti di Gualandri vengono strappati una volta per tutte al fondamentalismo anime ortodosso e reazionario e, una volta decontestualizzati, riconsegnati loro malgrado al tempo. A questo tempo in divenire così gravido di incertezze, così prossimo a una fine.
I quadri sono fichissimi, anche se io avrei osato un pelino di più. L’autore sa bene che cosa intendo. Chi fosse interessato può ammirare alcuni dei ritratti di Gualandri nello stanzone oblungo del Fuori orario. Saranno lì fino a un imprecisato giorno di febbraio. Se leggete i nomi delle opere avrete modo di capire anche il titolo di questo post.
Quanto alla faccenda dei ritratti che invecchiano al posto degli uomini, ripensandoci trovo che sia uno spunto davvero fico. Un giorno o l’altro mi sa che ci scriverò un racconto.
Ringrazio Daisy e il suo nuovo insostituibile telefonino per la foto qui sopra.

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  11.01.2011 | 13:28
viaggi organizzati
 
 

Mattina presto. Io e Omar eravamo seduti sul fianco del monte a chiacchierare fumando una sigaretta. A un certo punto la guida mi disse che faticava a comprendere la ragione per cui noi occidentali spendiamo un sacco di soldi per cose del genere: dormire all’addiaccio, mangiare male e starcene ore e ore a saltellare su malandati fuoristrada. Lui, che al posto nostro se ne starebbe tutto il tempo a crogiolarsi negli agi.
Ricordo che risposi qualcosa di piuttosto banale sul senso di evasione insito nella natura umana.
A distanza di tempo mi ritorna in mente quella conversazione.
E mi fornisce lo spunto per un’idea assolutamente geniale.
Volete sentirla?
Aprirò un’agenzia turistica.
Sì, proprio io.
Organizzerò escursioni per africani abbienti.
Il programma? Eccolo.
Primo giorno: otto ore qui in ufficio a scrivere mail tutte uguali e rispondere al telefono a gente perennemente incazzosa. La sera, aperitivo al Dulcamara con le solite facce e a seguire mezz’ora di tangenziale in coda seduti nella mia confortevole auto aziendale. Cena vegetariana e, immediatamente a seguire, lavaggio piatti sotto l’occhio vigile di Sara. Il giorno successivo, escursione in giornata al Fidenza village per aver modo di apprezzare e acquistare i prodotti artigianali locali.
Niente male, non è vero?
La prima sortita sarà una sorta di première di lusso alla quale saranno invitati capi di stato e personaggi eminenti del calibro di Johnny Clegg.
Penso che inviterò anche Omar, la guida.
Sarà l’occasione giusta per chiarirsi reciprocamente le idee a questo riguardo.

La foto è un mio scatto di qualche giorno fa a Erg Chigaga, nel sud del Marocco. Ora mi è chiaro come è venuta a Lucas l’idea per gli AT-AT de L’impero colpisce ancora.

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  19.11.2010 | 18:20
ora siete liberi
 
 

Non parlatemi di satira. Non ne voglio sapere.
Perché saranno vent’anni ormai che la satira annaspa. Altro che edonismo, ma quale crisi dell’ideologia? Non prendetevela col drive-in, ma che c’entra il bagaglino? La satira se l’è pappata in un sol boccone Silvio Berlusconi nel novembre del 1993. Sono diciassette anni che non si parla d’altro. Poi finalmente Benigni appare in TV e ha il coraggio di esternare ciò tutti già pensano. E supplica Berlusconi di non mollare. Per il bene, appunto, della satira italiana.
Per tutta risposta, dal divano del suo salotto Forattini tuona “la sinistra non sa fare satira”. Ma chi gliel’ha chiesto? Comunque sottoscrivo.
Poi Chiara (che ringrazio) mi segnala questo blog e il mio nichilismo finalmente vacilla. La satira esiste ancora. E’ sufficiente guardare nel posto giusto.

Ora guardate la vignetta qui sopra. E’ stata pubblicata su un periodico svizzero il giorno della liberazione di San Suu Kyi. L’autore è un certo Patrick Chappatte. Guardatela bene. Io ho fatto come voi. Ho fatto un sorrisetto stiracchiato e poi mi sono occupato di altro. Poi, lentamente, ho cominciato a sentire una sensazione di caldo, come un brodo che esonda da un piatto. Mentre il cervello oltrepassava il facile meccanismo dell’inversione mano a mano percepivo la furia dirompente, la disarmante semplicità di questa vignetta.
Questa vignetta esprime praticamente tutte le cose in cui credo. “Ora siete liberi”. Mi fa accapponare la pelle a guardarla.
Che dite, esagero?
Ma la volete sapere la cosa più sconvolgente? Che l’ha disegnata uno svizzero.
Uno svizzero, capite?
Lezioni di satira da uno svizzero.
Da non credersi.

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  17.11.2010 | 13:59
senza siesta
 
 

A posteriori un po’ mi sono vergognato.
Perché a conti fatti l’unica attività di cui mi sono occupato è stato passare a prendere le magliette rosse dello staff, tra l’altro brangognando per via del fatto che mi sarebbe toccato svegliarmi alle 10.30 invece delle 12.
Quindi, quando ho visto coi miei occhi il lavoro incredibile che i volonterosi membri dell’associazione hanno fatto per questa esposizione – tre giorni di lavoro senza sosta, anzi, viste le circostanze direi "senza siesta" – quando ho visto tutto ciò, dicevo, un po’ mi sono vergognato di indossare anch’io la maglietta rossa dello staff nel giorno dell’inaugurazione. Ho pensato che forse non ne avevo il diritto, ecco.
A mio parere quella di sabato scorso è stata una bellissima festa. C’erano molti illustratori, venuti persino dal Portogallo, c’era un folto pubblico, c’erano praticamente tutti i membri dell’associazione, c’era l’immancabile Centro Fumetto Andrea Pazienza nelle persone di Valentina e Michele – che saluto. C’era il presidente di giuria Guido Scarabottolo, che si è intrattenuto con noi fino a tarda serata. Date un’occhiata alle fotogallery linkate in homepage per farvi un’idea. Scorrete le foto dei partecipanti. Se guardate attentamente vedrete che mancano soltanto due cose: la prima è il sottoscritto, completamente nascosto dietro la lavagna a fogli mobili, estemporaneo gobbo a beneficio dell’impallonato cerimoniere. L’altra cosa che manca è il Comune di Cremona, con grande rammarico da parte dello staff dell'associazione.
Chiacchierando con me, Fabio si interrogava – giustamente – sulle ragioni del disinteresse da parte delle istituzioni per un evento di tale portata. Personalmente credo che non si tratti esattamente di disinteresse. Le amministrazioni comunali hanno piacere a organizzare le loro cose con le loro persone, pagando profumatamente eventi traballanti e mal realizzati. Questi politicanti trafficoni e i loro amici degli amici degli amici amano spartirsi la torta tra di loro, leccandosi la panna dai polpastrelli e rubandosi le briciole dal piatto. Chi invece fa le cose per bene, e per di più gratuitamente, a questa gente, gli da molto fastidio.
Magari sbaglio a generalizzare, considerando che della realtà cremonese a dire il vero non so nulla, ma ciò che succede a Parma è sotto gli occhi di tutti. Per chi ne fosse ancora all'oscuro è disponibile questa illuminante trascrizione dall'Espresso del 4 novembre scorso.
Per avere un'idea concisa del degrado e della corruzione che dilagano nel nostro vituperato stivale vi suggerisco un piccolo esperimento: andate nel traduttore di google e digitate la seguente frase: "berlusconi silvio non ha vinto le elezioni". Leggete la traduzione. Pensate si tratti di un errore di sistema? Io credo di no. Io credo che Google traduca correttamente. Ringrazio Sara per la divertente segnalazione e Luca per la foto qui sopra (là in alto a destra c'è anche la mia testa che spunta dalla lavagna a fogli mobili).

La mostra rimane aperta fino al 16 gennaio 2011. Se passate da Cremona, ma anche se dovete andarci apposta, fateci un salto. Ne vale certamente la pena. L’ingresso è gratuito. E visto che non pagate per entrare, dovesse venirvi un languorino, vi suggerisco di farvi un tramezzino nel vicino Ugo grill. Per arrivarci chiedete. In città lo conoscono tutti.

Per finire, desidero ringraziare e dare un grosso bacio a Lorena. Lei sa bene perché.

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  13.10.2010 | 18:46
dimmi la verita'
 
 

Dove sta la verità?
I primi filosofi greci definirono la verità come “ciò che è innegabile”.
D’accordo. Ottima sortita. Bravi.
Ma che cosa possiamo negare con certezza? Ben poco, direi.
Questo significa che nella maggior parte delle circostanze la verità è qualcosa di totalmente sconosciuto.
Serve un piano.
Alla ricerca della verità.
La verità divenne ben presto il centro dell’investigazione scientifica e filosofica. La gnoseologia, il metodo empirico, il positivismo.
Alla ricerca della verità l’umanità ha perpetrato i crimini più feroci.
Andava parecchio di moda, qualche secolo fa, la verità.
Oggigiorno no.
Oggigiorno ci sono il principio di indeterminazione, photoshop e le macchinette per clonare i bancomat.
Tutti i meccanismi di sicurezza informatica mondiale sono congegnati sulla base della congettura di Riemann che, lo dice la parola, non è che una congettura.
E quindi al diavolo.
Al diavolo la verità.
Non è forse meglio galleggiare sospesi in questa gradevole ovattata gnoseonebbia priva di divinità, certezze, crociate e verità Riemaniane?
I primi filosofi greci, d’altronde, non disponevano di Wikipedia.

A proposito di Wikipedia (e verità) vi suggerisco caldamente di dare una sbirciata alla biografia ufficiale di Briatore (qui) e alla medesima pagina di Wikipedia (qui). Perché proprio Briatore? Leggete, leggete pure. E capirete. Ringrazio il Sacco per l’arguta ed esilarante segnalazione.

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  08.10.2010 | 12:37
in vitro
 
 

il 4 ottobre 2010 l'accademia reale svedese delle scienze assegna il premio nobel per la medicina all'ottantacinquenne robert edwards. la motivazione ufficiale è molto chiara e concisa: "per lo sviluppo della fecondazione in vitro".
immediatamente il vaticano insorge: "premio eticamente inaccettabile". il vaticano ribadisce che l'unico metodo di fecondazione ammesso dalla chiesa è quello tradizionale.
forse dimenticano com'è venuto al mondo gesù cristo.

la battuta sfortunatamente non è mia. devo a malincuore riconoscerne la paternità a luca bottura, curatore e speaker di "lateral", una piacevolissima rassegna stampa su radio capital tutti i giorni alle 8:20 del mattino. ve la consiglio.

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  12.07.2010 | 13:11
grazie a...
 
 

Avrei molto da dire sulle ragioni per cui ho impiegato dieci anni a terminare questa tesi, ma finirei col rendere soltanto molto noioso un post che già di suo pare piuttosto noioso. E pure sulle controverse sensazioni di quei momenti, un giorno o l’altro, aggiungerò un paio di cose.
Quest’oggi mi preme solo dire grazie a tutti coloro che mi sono stati vicini in questi giorni / mesi / anni di improvvida gestazione.
Di seguito i ringraziamenti che ho incluso nella tesi. Premetto che avevo a disposizione poche righe e la raccomandazione di essere il più istituzionale possibile.

“C’è qualcosa di intrinsecamente anacronistico nel capitolo dei ringraziamenti, tradizionalmente posti a principio di una tesi e sovente scritti al termine della stessa. Viene istintivo viaggiare a ritroso nel tempo, vagolare con la memoria, ripensando a quella formula che proprio non voleva uscire, a quel capitolo scritto e riscritto mille volte, a quell’intuizione notturna che fa sobbalzare e correre ad accendere il PC.
E’ ciò che faccio ora, viaggiare, nel profondo di questa notte sferzata dalla pioggia e dal vento che agita i ricordi come lenzuola di fantasmi. Chiudo gli occhi e mi abbandono contro lo schienale. Chiudo gli occhi e navigo nella notte. Con me ci sono tutti i miei amici. Li saluto con un’occhiata. I miei amici, quelli che hanno saputo soffiare a pieni polmoni nelle mie vele sgonfie in occasione dei (numerosi, ahimè) momenti di bonaccia creativa. Vi ringrazierò uno per uno, statene certi. Ma non qui. Lo farò di persona, a tempo debito. In questa sede mi limiterò a menzionare le tre persone che più di chiunque altro hanno desiderato che terminassi questo percorso lungo e accidentato: mamma, papà e Sara. Non lo nascondo: senza di loro, quella dei ringraziamenti sarebbe l’unica pagina di questa tesi.
Ringrazio infine il professor Agostino Poggi per tutto ciò che è fattivamente legato ai contenuti di questa tesi, ma soprattutto per la sua straordinaria capacità di fornirmi, nei momenti di difficoltà, stimoli rapidi e risolutori. Senza i quali, alla pagina dei ringraziamenti, verosimilmente non sarei mai arrivato.”

Non mi era concesso, in codesta sede, di elencare i nomi di tutti coloro che in questi anni hanno avuto la perseveranza di supportarmi e la pazienza di sopportarmi. Eccoli, quindi, in rigoroso ordine casuale. Grazie a Dalse, Sarto, Monia, Denis, La Zavatta, Bibo, Marina, Saffo, Ramona, Monica, Francesca, Mauri, Sara, Zeronovantanove, Yuri, Betta, Ferro, Linda, Sundro, Emanuele, Dede, Il Principe, Maino, Vale, Sacco, Manu, Mino, Betta, Maffo, Canna, Michi, Daisy, Leo, Gaia, Titti, Robbi, Andrea, Barbara, Simone, Robirobi, Fabio, Elena, Lalla, Gual, L’Assessore, Zino, Arianna, Roberta, Mario, Lisa, Solci, Richi, I Milanesi, Marco, Franci, Paolo, Raffi, Valentina, Adele, Manufadda, Sabri, Bea, Alessio, Barry. Chissà quanti ne ho dimenticati. E poi Luca, Sabrina, Manola, Claudio, Nonnopiero e Nonnabianca, Silvia e Sara, per innumerevoli ragioni. E i miei cugini, i miei zii, i nonni e infine la adorata mamma.
L’ultimo ringraziamento è per colui che che più di tutti ha desiderato questo momento. Volevo dedicarle la tesi, a questa persona, ma poi mi sono detto che questa tesi è stata un sasso nella scarpa durato dieci anni, un maldidenti su un pianeta senza dentisti, un post-sbronza durante una riunione senza fine. Una bella scocciatura, insomma. Mi sono detto che questa tesi è una pietra sul passato finalmente poggiata, ma male, traballante e oltremodo in ritardo, al di là di qualunque buonsenso. E allora perché dedicargliela, una tesi del genere? Così ho deciso che gli dedico tutta la laurea, a questa persona. La stretta di mano col presidente della Commissione, la discussione in aula P, la tesi (anche quella, ma certo) e tutti gli esami, tutte le ore di lezione, i libri che ho studiato, gli appunti che ho preso, le ore che ho cazzeggiato nei corridoi. Dedico a lui le innumerevoli sensazioni che ho provato in quelle aule, gli incontri che ho fatto, gli amici che ho conosciuto e che hanno preso parte ai momenti importanti della mia vita. In sostanza, gli dedico tutto ciò che sono stato e che sono oggi.
Sarebbe bello se davvero potesse leggere queste righe. Chissà se ce l’hanno la connessione internet, là dove sta ora questa persona.

Non me ne voglia la prestigiosa Commissione che mi ha esaminato, ma ho la sensazione che di questa giornata a suo modo campale ricorderò, ancor più che la proclamazione stessa, il momento immediatamente successivo, cioè la seconda proclamazione avvenuta per mano (e toga) delle illustrissime Brigate Bacchi (nella foto).

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  11.05.2010 | 15:20
digiunus in citta'
 
 

Sono le 12.45 e il cielo ha il colore minaccioso dell’antracite. Il grande forno al centro dello stand è spento e un signore coi capelli bianchi e l'aria piuttosto soddisfatta sta passando lo straccio su un tavolone. Gli domando quando pensa che inizieranno. Mi risponde che hanno già finito. Iniziato alle 9 e finito verso le 12. “Comunque ce l’abbiamo fatta, il gnocco più grande del mondo è nostro!”, aggiunge strizzandomi l'occhio.
Inizio ore nove? Ma che pirla che sono. Gli sorrido e tiro fuori di tasca il programma ufficiale del Cibus in città.
Ecco, mi sembrava: l’ora non c’è scritta.
Vabe’. L’attrazione principale è senz’altro la kermesse street-food di via Verdi. E’ proprio grazie a quella che sono riuscito a smuovere una decina di amici parmigiani e no. “Venite in centro in bici”, gli ho detto “chissà quanta ressa”. Io sono in anticipo e gironzolo tra vicoli e piazze semideserte. Il cielo ha un colore più chiaro, ma sempre piuttosto minaccioso.
Ore 12.50. In via Verdi non c’è niente di niente.
Mi guardo intorno perplesso. Una vocina tremula fa: “Guardi che il mercato bio è mica qui. L’hanno spostato in Pilotta”.
Guardo la vecchina: “No signora, sto cercando lo street food. Nel sito del Comune dicevano che…”
Allunga il dito adunco: “Guardi che il mercato bio è mica qui. Vada là, in Pilotta”.
“Va bene, va bene”. E mi congedo.
Ritorno in piazza Garibaldi. Ci sono una decina di persone in più di prima. Sono i miei amici, che nel frattempo si sono radunati e scrutano il cielo con aria perplessa.
Bancarella Eisman. I tre tizi dietro il banchetto continuano a chiacchierare ignorandomi. Stessa scena alla Plose. Gustosa la focaccia, ma al secondo pezzo che chiedo mi guardano in tralice. Da Rosi, i pochi astanti degustano cibo mentre l'oste si sfrega le mani degustandosi gli euro che gli sfilerà di tasca.
E così via.
Devo mandar giù la focaccia. Niente di meglio di un buon bicchier d'acqua (del rubinetto) targato Enia, dico bene? Tranne che manca il bicchiere. Eee vabe'. Userò le mani.
Alle 13.25 molliamo la spugna. Il cielo è ancora un po’ più chiaro, ma continuo a credere che pioverà.
Qualcuno brontola che ha una fame dell’ostia.
A qualcun altro brontola lo stomaco perché anche lui ha una fame dell’ostia.
Impietosito dai nostri discorsi, il ragazzo della Loacker ci allunga un assaggino. Lo sgranocchiamo mentre raggiungiamo Frank Focaccia. Le prime gocce scendono pasciute dal cielo.
Ora siamo lì, in dieci e passa, assiepati sotto il gazebo di Frank a strafogarci di focaccia e birra alla spina e il pomeriggio scorre via volentieri, tra le inevitabili prese per il culo nei confronti di certo modo di amministrare la città.
I miei sinceri complimenti, quindi, all'amministrazione per la coinvolgente iniziativa. Sarei proprio curioso di sapere quanto hanno speso per questa genialata.
Allora? Quanto? Sù, non siate timidi.
Volete che cominci io? Io da Frank ho speso Dieci Euro e quaranta per due panini e una media.
E voi?
Dài, sparate...

La foto sopra proviene da Repubblica online. Potete valutare voi stessi l'impatto mediatico dell’impresa da Guinness. Qui c’è l’entusiatico articolo della Gazzetta online (noterete che uno dei commenti somiglia molto a questo testo) e qui il PDF del programma. Qui, infine, uno dei numerosi link che ancora parlano della kermesse street food (ma nel sito del Comune, più nulla). Qui, invece...
Ringrazio Luca per le segnalazioni.

Autore: ufj | Commenti 6 | Scrivi un commento

  21.04.2010 | 18:28
e chi se ne frega
 
 

Quando iniziai a parolare qui dentro decisi che non avrei mai postato cose del tipo: “Uuuaaa va’ ’sta roba. E’ una figata pazzesca”, linkando poi pixellosi filmini di youtube, power point di donnine molto scomodamente svestite e agghindate in pose genitalmente plastiche – indipendentemente dal loro tasso di passeraggine – , siti strampalati, blog di nevrotiche attricette estremorientali da un milione di visitatori al giorno. No. Niente di tutto questo. Qui ci sarebbe stato spazio per me soltanto, per me e per tutto ciò che mi riguarda. Un geyser settimanale di egocentrismo.
Poi do un’occhiata alla mia cartella chiamata “minchiate” e scopro che dentro ci sono 10 gigabytes di – appunto – minchiate.
Dieci gigabytes sono quasi settemila floppy disk. Ne deduco che l’internettenimento è indubitabilmente parte di me.
E allora ecco i miei favoriti tra gli Nmila che compongo i dieci più inutili gigabytes di questo hard disk. Agli occhi di un internettaro tutto ciò parrà visto e rivisto. E chi se ne frega.

Il filmino più visto di sempre su youtube. Ci sarà una ragione. Evolution of dance di Judson Laipply (150 milioni di visite). Come diventare celebri postando un video su youtube. Carino anche l’altrettanto stravisto filmino sui gatti (26 milioni di visite). Io odio i gatti ma il micino che mette in fuga l’orso è grandioso.
L’inversione. Una delle più semplici forme di comicità. La città degli stuntman in realtà è uno spot pubblicitario. Talmente divertente da essere inefficace come spot. Provate, a fine filmino, a ricordarvi cosa pubblicizza. Tutt’altro discorso, quanto a efficacia, per questo splendido (e censuratissimo in America) esempio di pubblicità comparativa.
Per causa delle sue frequenti sortite pubbliche, qualcuno pensa che Rémi Gaillard appartenga a quel plotone imperversante di presenzialisti alla Paolini. Questo filmato delinea efficacemente il confine tra questi e quello. Esiste (cercatelo), un sequel altrettanto esilarante. Quanto a Paolini, è un peccato che abbia tolto le sue foto coprofile dal sito: difficile, anche in rete, vedere uno stronzo che ne mangia un altro.
Il wedcast è una pratica sempre più diffusa tra gli internettari. Tra i tanti, il migliore è e sempre sarà Don Mauro. Dovessi mai sposarmi, sarà lui a officiare.
Della gnocca? Come no! Dopotutto sette dei dieci gigabyte del mio HD appartengono alla categoria. Una sola, su tutte: la meravigliosa Sabrina Salerno. Guardate la data del filmino e verificate su Wikipedia. La pulzella aveva (allora) sedici anni. Portati bene, vero?
Possiamo chiudere canticchiando? Sì? Allora alzate il volume delle casse. E chi se ne frega. Marco Masini. E’ tutto vero, ho controllato. Ma credete: la cosa più divertente non è la canzone, né il video. E’ Masini che riferisce pubblicamente di avere ricevuto i complimenti da James Hetfield in persona (e scusate se non linko, ma ero talmente sbigottito che ho perso il sito).

La foto qui sopra proviene da un altro sito cult per gli internettari. L’autore dello scatto è un tale Christophe Gowans. Giù il cappello.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  08.04.2010 | 18:02
il mio corpo che cambia
 
 

Tutti i giorni, durante la pausa pranzo, vado a mangiare dalla mia mammina.
Ieri lei non era in casa, ma io sono andato ugualmente. Non coll’idea di pranzare, non avevo fame, ma per schiacciare un corroborante pisolino.
Sono entrato, mi sono aggirato per le stanze buie fino al letto. Mi sono levato le scarpe e mi sono coricato nella mia posizione preferita, cioè a pancia in su. Tempo pochi secondi e ronfavo come un raduno di motoseghe. A volte mi sveglio da solo, da tanto che russo forte.
Al risveglio però un po’ di fame ce l’avevo. Sono andato in cucina e al buio ho trovato la scatoletta del cioccolato. L’ho aperta, ne ho preso un pezzo e l’ho mangiato. Poi ho notato sul pianale una piccola scaglia e ho mangiato pure quella. Quando mi sono accorto che: uno era amarissima e due sicuro che non era cioccolato, era già troppo tardi. L’avevo ingollata.
Da quelle parti del pianale mia madre spesso tiene le medicine che deve prendere nel corso della giornata.
Che cosa avrò ingurgitato?
Da ieri pomeriggio sto tenendo sotto stretta sorveglianza il mio corpo. Attento a ogni minimo sintomo. La voce è leggermente più roca di ieri, più da trans, ma credo si tratti del raffreddore che è finalmente scoppiato. Poi mi sento lo stomaco un po’ gonfio, ma lì credo sia stato per via delle quattro birre di ieri sera. Il resto sembra tutto a posto.
A parte che sono andato a cagare quattro volte.
Che fosse una purga?

Sempre in tema di corpi che cambiano, si appropinqua il nostro weekend fiorentino. Di solito, quando propongo delle buone idee, i miei amici tintognano: maaaa, vediamooo, non sapreiiii e poi finisce che non si fa un cazzo. Invece quando mi vengono delle idee idiote quelli aderiscono sempre col massimo entusiasmo.
Ebbene: sabato 17 aprile in quel di Firenze assisteremo al concerto della reunion Ghigo/Pelù nei Litfiba. Ce n’era davvero bisogno? Per noi sarà l’occasione, l’ennesima, di sbevazzare un po’ e abbuffarsi in qualche osteria.
Vent’anni fa i Litfiba erano una live band stratosferica e Pelù una furia sul palco. Nel 1993, appesantiti da birra figa e tortellini, i ragazzi cominciavano a deludere. Quando li vidi, gratis, alla festa dell’unità di Reggiolo nel 2001 con Cabo alla voce pensai che erano davvero pronti per la naftalina.
E ora?
La foto qui sopra ritrae la band nel 1982. Tre anni prima dell’uscita di Desaparecido. Niente male, vero?

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  24.03.2010 | 15:07
dark side of the mood
 
 

Vi rivelerò una cosa.
Ogni volta che passano in radio The great gig in the sky mi viene da pensare a che roba che sarebbe andare a letto con Clare Torry.
Come minimo farei schiattare d'invidia il vicino.
Più o meno in argomento, vi segnalo questa Bohemian rhapsody interpretata dai Muppets.
Quest'oggi non mi viene in mente altro.

L'immagine qui su l'ho presa un po' in fretta dal web. A ben guardarla fa proprio cagare.

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  15.01.2010 | 16:10
to yuki and art
 
 

some say travelling is the easiest way to escape from yourself. some others say it's just a state of mind.
myself, i do believe travelling is somehow connected to human urge to watch the sun setting behind some different skyline from everyday's. being, in my case, the geometrical horizon created by the row of sheds i see from outside my office window.
one of the funniest things i did during my recent trip to syria and jordan was running downhill from a red sand dune in wadi-rum desert.
the two guys in above picture are not sara and myself - we were faster - but yuki and art.
travelling is, above all, an excellent opportunity to meet new friends.
see you soon, yuki and art. maybe in japan, maybe in italy. or... what about somewhere in mongolia next winter?

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  14.12.2009 | 15:32
buone letture
 
 

vanità a parte, credo che ogni essere umano gongoli ogniqualvolta riceva dei fiori. donne e uomini. deve trattarsi di qualcosa di arcano. qualcosa legato al desiderio di donare un pezzettino di sé, della propria anima. ma come fare? sai, l'anima è invisibile, impalpabile. l'anima è da qualche parte, sì, ma dove? ecco, secondo me il fiore, o il mazzo di fiori, non è che il veicolo di questo gesto.
banale? forse.
qualche giorno addietro, in occasione del suo compleanno, un'amica ha ricevuto tre dozzine di rose rosse donate da un anonimo estimatore. le sono state recapitate in ufficio. testimoni affermano che l'amica in questione non ha capito un cazzo per il resto del giorno. sballata, gasata, completamente fusa. si aggiugna che altrettante, poi, se le è ritrovate davanti a casa, la sera, da parte dello stesso anonimo estimatore.
io dico che l'anonimo estimatore ha ferma intenzione di trombarsi la mia amica.
come dite?
volete sapere com'è?
se è affettuosa oppure acida? simpatica? generosa? se è focosa o se s'addormenta durante? se cucina bene? se ha le tette grosse?
mi spiace. non vi dirò nulla di lei.
no, anzi, una cosa ve la dico.
vi dico che si dedica senza dubbio a ottime letture. ne è inequivocabile testimonianza la foto qui sopra.

prima di chiudere desidero unirmi all'anonimo estimatore e fare, da qui e in ritardo, i miei auguri di buon compleanno all'amica in questione.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  09.12.2009 | 12:06
non con questa nebbia
 
 

certe volte accuso la troppa pressione sul lavoro, certe altre lamento una eccessiva staticità. viene da dire che non mi va mai bene niente. che poi, a conti fatti, fuori dall'ufficio la nebbia neanche c'era.
la riflessione qui sotto, se tale può definirsi, in realtà proviene da un mail che inviai giorni addietro a un'amica. forse dovrei scusarmi per aver reso pubblici pensieri originariamente dedicati a lei. non so bene il perché, ma sono certo che non è educazione.

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oooo tiro finalmente il fiato dopo una settimana che… uhff lésastèr.
cinque minuti in pace per farci due chiaccDRIIIIN!!!!
la cornetta danza minacciosa nell'aria come le telefonate di paperone a paperino.
ECCHECCAZZO!
là.
staccato il telefono, spento il cellulare, spostato la rotella del cervello da AGISCI a PENSA.
scricchiola, la rotella, sai. sarebbe da darci un goccio d’olio.
bene, allora, qui è da lunedì sera che…
prelevailcapoallaeroporto/failsimpaticonelviaggioinmacchina/portaloacenaeraccon-
tacoseinteressanti/vaialettomasvegliatiprestochedomanisoncazzi/driiinquestaèla
sveglianoniltelefono)/fattilabarba/bravocoglionetiseitagliato/giacca/cravatta/che
nododimerda/rifaiilnodo/ugualeaprima/fanculorestacosì/riunione/riunione/riunio-
ne/riunione/riunione/riunione/break/riunione/riunione/chevogliadifarmiunapaglia/
riunione/riunione/riunione/riunione/cena/inventatidellecazzatedadire/letto/epoi
cosìlindomani/elindomaniancora/epureilgiornodopo.
l'altra sera ho sognato che ero dentro un carillon e dovevo correre intorno al ritmo di una musica e la musica era, indovina… sempre più frenetica? no, sbagliato. il contrario. la musica andava sempre più piano, ma lo stesso io dovevo correre e correre e correre.
io credo che in costarica le auto aziendali non servono. e neanche i blackberry. non prendono. io dico che in costarica non c'è campo. in tutto il costarica, intendo. in costarica se hai qualcosa da dire a qualcuno prendi su il tuo culo e lo porti sul divano di quel qualcuno. in costarica hanno sicuro un sacco di problemi però fanno dell'ottimo rum.
non mi lamento, sai? non pensarlo. mi sta bene così. nessun desiderio di evasione da trentenne apatico sfigatlone (ciò che peraltro non posso certo definirmi - trentenne, intendo), sai, tipo ragazzi-perché-non-si-va- in-costarica-tutti-assieme-e-apriamo-una-piadineria? no, no. non fa per me. io qui ho più radici di un baobab.
è che a volte mi sembra davvero tutto così surreale, posticcio. come se il mondo girasse intorno alla maniera di un carillon, con la sua musica che non si sente e la sua enorme chiavetta piantata nel buco del polo.
ma io ho un alibi, sai?
io DENTRO sono... ah, io dentro sono immenso.
per esempio io dentro sono, sta bene a sentire:
1) ANARCHICO MA ATTENZIONE NON QUALUNQUISTA
2) PACIFISTA
3) HO UN FORTISSIMO SENSO DELL'AMICIZIA
4) RADICALE
5) INTEGERRIMO
6) TUTTI HANNO IL DIRITTO DI DIRE LA LORO, CI MANCHEREBBE
7) NO GLOBAL
8) ANTIRAZZISTA
9) ANTIFASCISTA
10) FORTEMENTE CONVINTO DEL FATTO CHE IL MONDO DOVREBBE ESSERE UN CICININO MEGLIO DI COSI'
11) PROGRESSISTA
12) FAREI FUORI TUTTI GLI STRONZI CHE INFETTANO IL MONDO INFILANDOGLI LE LORO MITRAGLIETTE NEL CULO
13) VARIE ED EVENTUALI
dentro, però.
perché fuori è diverso.
fuori me ne sto lì impettito davanti a un computer aspettando che squilli il telefono per poi incazzarmi quando succede, lì, con le ascelle dentro la giacca e la cravatta che indica l'uccello e la ciotola da mendicante in mano. una volta al mese chino il capo e ringrazio.
e fuori, ma sia chiaro, soltanto FUORI sono:
1) CAZZO MI SONO PERSO GLI ALICE IN CHAINS PER COLPA DELLA RIUNIONE
2) IN GENERALE MI PIACE MOLTO ANDARE AI CONCERTI ROCK
3) BERE LA BIRRA
4) DIRE CAZZATE CHE FACCIANO RIDERE CHI MI ACOLTA
5) EGOISTA
6) EGOCENTRICO
7) NON VEDO PERCHE' DOVREI FARMI UNA FAMIGLIA
8) FARE UN VIAGGIO E GUARDARMI INTORNO CON LE MANI IN TASCA E IL NASO PER ARIA
9) BERE I VINI DELLE LANGHE IN BICCHIERI GRANDI COL PIEDE
10) SCRIVERE DEI RACCONTI ARGUTI CHE METTANO BENE IN CHIARO QUANTO SONO ARGUTO
11) IL CARRELLO DEI BOLLITI CON LA MOSTARDA
12) IL MIDLETON
13) PACE? QUALE PACE? IO HO SOLTANTO DETTO CHE DEVO FARE BENZINA. LE CARTE DI CREDITO LE HANNO INVENTATE APPOSTA
ecco, in due parole si tratta di questo.
non del merdoledì padano, perdonami, né dell'ora antelucana che mi son tirato su ieri. né del fatto che, pensandoci bene, di divani in costarica devono essercene ben pochi.
di questo si tratta, di questo che ho detto e forse, ma non so, forse qualcosina d'altro.
qualcosa che mi sfugge, che non ci arrivo. ci vado vicino ma non ci arrivo, mannaggia. no.
non a quest’ora.
non con questa nebbia.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  03.11.2009 | 19:32
cori da stadio
 
 

Non amo il calcio.
Non amo il fatto di correre dietro a qualcosa.
In generale non amo l’attitudine umana a correre dietro qualcosa. Genera violenza. L’egoismo è un cavallo in corsa, l’idealismo una biga. Nel migliore dei casi.
Eppure mi è capitato di vedere partite di calcio allo stadio. Al termine in genere sono piuttosto frustrato. Di solito mi perdo i gol, non capisco mai com’è andata nei falli, non vedo i fuorigiochi  e la maggior parte del tempo la trascorro a cercare il pallone in giro per il campo. Sarà che sono distratto. Sarà che trovo di gran lunga più affascinante la commedia umana che si sviluppa sugli spalti.
Non fa eccezione quel pomeriggio di tre e passa anni addietro. Per motivi che mi conviene tralasciare ebbi modo di assistere alla partita di Serie A Parma-Palermo. Ero in curva nord, tra gli ultrà.
Nel bel mezzo degli ultrà.
Ero circondato da un manipolo di ragazzini brufolosi con le mani alzate e le ciglia aggrottate. Inveivano disordinatamente contro qualcuno. Di rado si accapigliavano tra di loro. Qualcuno mandava SMS col cellulare. Alcuni agitavano in aria la sciarpa gialloblù, altri la tenevano al collo. Davanti a noi, le spalle al campo, il loro capo. Un tizio sui quarant’anni piuttosto corpulento, specialmente in zona pelvica, lì dove l’organismo metabolizza la birra, per intenderci. Il capo ultrà collegò delle spine e accese un impianto di amplificazione a megafoni messo in dotazione, suppongo, dalla società Parma Calcio. Nei minuti antecedenti il calcio d’inizio il capo ultrà utilizzò il megafono ricevuto in dotazione dalla società Parma calcio per insegnarci i nuovi cori, e istruirci sul quando.
Iniziò la partita. Per la maggior parte del tempo il capo ultrà ci diresse come una vera e propria orchestra. Facevamo cori ingiuriosi verso la squadra e la città di Palermo, e verso i palermitani in generale. Di tanto in tanto si cantava “Reggio merda – Reggio Reggio merda”. Vai a capire il perché.
Ma la filastrocca più frequente recitava: “Barone – tu sei – un figlio di puttana”. Lo dicevamo praticamente tutte le volte che Barone toccava palla. Mi fu spiegata la ragione: Barone aveva lasciato Parma per andare a giocare col Palermo. Risposi che be’, non mi pareva una cosa così grave. Il tizio scosse il capo e si dedicò nuovamente alla partita.
Per quello che ebbi modo di vedere attraverso le bandiere sventolanti, la partita fu emozionante. Mano a mano che il tempo passava i palermitani erano sempre più puzzoni e la mamma di Barone sempre più esperta nel mestiere di cui sopra. Gli ultrà erano sempre più carichi.
Al termine della partita ci intruppammo verso l’uscita. Dietro di me un gruppo di ragazzini brufolosi che continuavano a ripetere “Barone – tu sei – un figlio di puttana” e qualcosa che suonava come “Palermo Palermo merda”. Sinceramente non so quanto realmente pensassero quelle parole, o quanto invece gli fossero semplicemente rimaste nelle orecchie. Un po’ come il ritornello di “Laura non c’è". L'ho canticchiato per anni, quello, mio malgrado. Non riuscivo a farne a meno. Per dire che a volte le cose ti sembre di pensarle, ma non è così. Be’, dicevo: dall’altra parte della strada notai un altro gruppetto di ragazzi. Avevano vent’anni anche loro, avevano i brufoli, e una sciarpa rosa invece che gialla e blu. Si corsero incontro. Io mi dileguai in fretta. Avrei voluto restare a vederli fraternizzare ma dovevo incontrare un’amica per l’aperitivo. Lei e anche il suo fidanzato, un ragazzo di origine palermitana.
Io e la mia amica arrivammo puntuali. Il suo fidanzato ritardò un’ora e passa. Era andato allo stadio anche lui, nel settore ospiti, in curva sud. Per evitare disordini l’avevano trattenuto lì per un po’, in attesa che i parmigiani si disperdessero.
Alla fine fui felice di conoscerlo: era un bel tipo.
La mia amica non la vedo da un po’. So che si è poi sposata col ragazzo palermitano e aspettano un figlio. Un figlio che difficilmente se ne andrà in giro con una sciarpa al collo strillando “Barone – tu sei – un figlio di puttana”.

Leggo nel blog di un’amica questo post e cliccando di palo in frasca trovo questo ennesimo momento di giornalismo fracassone (corriere e youtube). Non commenterò un fatto (gravissimo) di cui conosco a malapena le generalità; mi limiterò a insinuare un dubbio. Non a parole, stavolta, no, ma con l’immagine qui sopra, presa quasi a caso dalla rete. Un’immagine che trovo parecchio simile a un coro da stadio.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  28.09.2009 | 16:30
nel cuore della notte
 
 

nel sito, il cheese è definito come una "rassegna europea del formaggio di qualità". si svolge a bra ogni anno dispari verso metà settembre. per un intero weekend, il centro della cittadina si popola di piccoli stand che promuovono (e vendono) formaggi, latticini e prodotti alimentari affini. bellissimo: andateci.
noi abbiamo gironzolato per un giorno intero, e comperato un bel po' di formaggi. per smaltirli abbiamo organizzato una cena-degustazione da me.
il mattino dopo ho scritto una mail a tutti i partecipanti per ringraziarli di essere venuti numerosi (16 adulti, 3 bambini e un cane). pubblico qui il testo della mail, leggermente modificato, nella convinzione che forse farà sorridere anche chi non c'era.

ah, dato che ci sono vi metto pure una outtake: mentre scrivevo, avevo pensato di inserire in qualche modo un mini-resoconto del'intero weekend piemontese. poi desistei. l'incipit doveva essere: "nel pomeriggio ci dedicammo al museo egizio di torino. 'dalle alpi alle piramidi', pensai entrando".
geniale, vero?

la foto l'ho trovata con google. ho digitato "cheese bra" e...

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Nel cuore della notte ebbi un sussulto.
Constatata la situazione, mi alzai di slancio, come un vampiro da una bara.
I formaggi.
Tentai le ciabatte, ma rinunciai subito. Chissà dov’erano finite. Circumnavigai caracollando il letto, rifilai un calcione alla colonna coll’alluce sinistro e uno alla porta col destro. Esclamai due volte “Dio strachintunt!” e mi infilai nel corridoio. Il tempo stringeva. Trovai la maniglia del bagno, mi catapultai dentro, mi abbassai le mutande con un gesto molto poco erotico e mi sedetti finalmente sulla tazza.
Oh, là.
Guardai sul ripiano della lavatrice di fronte a me. La storia dei Velvet underground e il ricettario della Slow food, quello con la copertina blu. Sempre i soliti. Decisi di lasciar perdere le letture. Non era il momento. Appoggiai la fronte all’oblò e, come spesso succede in siffatte circostanze, mi misi a riflettere.
Mi domandai perché tutti dicono “nel cuore della notte” e mai “nel fegato della notte”, “nello stomaco della notte”, “nell’intestino crasso della notte”. A ben guardare, la notte ha molto più a che fare con questi organi, piuttosto che col cuore.
Mi domandai poi che testa ci vuole a piastrellare un bagno tutto blu elettrico, che basta soltanto pensarla, una goccia d’acqua, e quello si macchia.
E mi domandai per quale ragione quando parlo, parlo sempre di figa e di cacca, come se avessi soltanto quei due argomenti in testa. Ve l’immaginate un ingegnere che progetta solo parchi giochi e discariche? La stessa identica cosa.
Parchi giochi e discariche. He hee, ma che arguto che sono. Ridacchiai un po’ tra me e me, poi mi ricordai che si trattava di una vecchia barzelletta.
E infine mi ripromisi che l’indomani avrei scritto una mail ai miei amici per ringraziarli di essere venuti. Tutti: cani, bambini e adulti. Che gli avrei scritto per scusarmi se gli ho fatto bere lo Champagne caldo, ma soprattutto per dire che mangiare i formaggi tutti insieme dà un senso migliore al fatto di comperarli.

Nel frattempo all’interno del bagno si era diffuso un intenso odore merdorinato. Là didietro, i formaggi continuavano a uscire uno a uno, con un criterio che i miei logistici chiamerebbero FIFO, first in first out. Dal caprino al Montébore, dal Manzanare al Reno.
Il Manzanare. Pensa cosa mi viene in mente.
Ma dove cazzo sta il Manzanare?
Sai che non lo so.
Domani, pensai. La prima cosa che faccio domani come arrivo in ufficio è guardare su Wikipedia.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  07.09.2009 | 12:17
renato ama verena
 
 

Arriva il momento in cui devi prendere una decisione, a modo suo, importante. Una decisione determinante per le successive, diciamo, ventiquattr’ore.
Hai fatto un aperitivo in grande stile. Ti sei rimpinzato di stuzzichini, bruschette, tultres e salamini di cervo. Non hai lesinato col Lagrein. Poi c’è stata la cena. Una cena da matrimonio, eh, con un sacco di roba da mangiare. E hai continuato col Lagrein. Ora la cena è finita e ti senti appesantito e un po’ su di giri. Rifiuti anche la fetta di torta nuziale. Sai che potrebbe esserti fatale. Vai a ballare e naturalmente dopo trenta secondi ti viene sete. E’ il momento di fermarsi qui. Dovresti ordinare un’acqua frizzante magari con una fettina di limone. O, al limite, un radler da zerodue.
Ma gli altri, attorno a te, si dimenano e cantano e si abbracciano e paiono divertirsi un casino.
Acqua frizzante?
Fettina di limone?
Al diavolo, pensi.
E ti procuri una grappa.
Poi un’altra e un’altra ancora.
A fine serata sai già tutto.
Sai che l’indomani ti sveglierai con un cavatappi piantato nella testa e una sensazione come se t’avessero sostituito le budella con dei cactus.
Poi, l’indomani, quando ti svegli, ti accorgi che le cose stanno esattamente così. Nessuno sconto di pena.
Cavatappi e cactus.
E lame di luce attraverso la tenda.
Solo che a trentasette anni i tempi si sono un po’ allungati e il tragico epilogo si verifica un po’ più tardi del previsto. Nella fattispecie, a pomeriggio inoltrato, sul viadotto di Bolzano nord della A22.
Poi ti spaparanzi sul sedile del passeggero, la bolla al naso e un sapore in bocca come di un cadavere al sole, e mentre Sara ti riporta a casa scancherando ti viene da riflettere. Per come puoi. Pensi che a trentasette anni non dovresti ridurti ancora in questo modo. Dico: non hai ancora imparato? Basta fermarsi quando il cicalino si mette a suonare. Poi ripensi a tutti gli altri che ballavano e cantavano e saltavano. Cos’era che non ci si trovava così in tanti su a San Vigilio?
Al diavolo, pensi.
Se Parigi valeva una messa, San Vigilio val bene una ciotola.
Col fatto, poi, che in questo modo abbiamo vinto noi ancora una volta. Emilia vs. Resto del mondo due a zero.
E vadaviaiciapp.

Ci sarebbe molto altro da dire. Pesco a caso nel mucchio.
- Il prete che durante la cerimonia annuncia promiscui retroscena in questa torbidare lazione. Cito testualmente: “Renato ama Verena, Verena ama Stefano”. Gli sposi saltano sullo scranno e si guardano allibiti. Ce la mettono davvero tutta per non ribaltarsi dal ridere. In chiesa, ci guardiamo intorno perplessi. Renato? Quale Renato?
- Il Gallo che si fuma la centesima sigaretta sul terrazzo dell’Emma magnificando il panorama. “Va’ che meraviglia - dice con la sua strascicata cadenza da cummenda - I monti, i boschi, il cielo. Che spettacolo! Si vede un cazzo. Tutto nero. Mica come Milano. C’è anche un cervo laggiù, lo vedi? Ci sta guardando. Proprio a noi. Lo vedi? No? Per forza, pirla, è nero”.
- L’amico scatasciato di Davide che mi presenta la sua compagna. “L’ho presa giovane, io, altroché. Sono un dritto. L’ho presa di dieci anni più giovane. Era quaranta chili, allora. Dovevi vedere: un bocconcino. Ora sarà sugli ottanta. Va’ che roba. Non si guarda”.
- Gli sguardi prima perplessi poi compassionevoli del parentado nell’istante preciso in cui entro in chiesa in all-star, jeans e t-shirt. V’è mai capitato di aprire la valigia e realizzare che vi siete scordati a casa il vestito del matrimonio? No? Beh, fino all’altro giorno neanche a me.
- L’ospitalità squisita di Verena e Stefano (per tacer di Renato), che saluto e abbraccio da qui, ancora una volta. E che, doverosamente, ringrazio con tutto il cuore. E saluto e ringrazio pure tutti coloro che ho avuto il piacere di rivedere, ancora una volta insieme in quel San Vigilio, dopo così tanti anni. Più passa il tempo più m’accorgo che parlo come Guccini. Vacca d’un cane.

L’immagine qui sopra è la scansione di un trafiletto pubblicato su ‘La usc di Ladins’ del 5/9/2009. Stefano è quello vestito di rosso. Renato, non saprei.
Sotto, invece, 'L'amore' di Sant'Agostino. Era la (bellissima) seconda lettura della cerimonia. Così spirituale ma al contempo così, come dire, carnale.

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Giovane amico, se ami per la prima volta
questo è il miracolo della vita.
Entra nel sogno con gli occhi aperti e vivilo con amore fermo.

Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo.
Ama la tua donna senza chiedere altro all'infuori
dell'eterna domanda che fa tremare di nostalgia i vecchi cuori.

Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire.
Guardala negli occhi affinché l'anima tremi
e le veli di una lacrima la pupilla chiara.

Stringile la mano affinché le dita si svincolino
con il disperato desiderio di riunirsci ancora,
e le mani e gli occhi dicano sicure promesse del vostro domani.

Ma ricorda ancora che se i corpi si riflettono negli occhi
le anime si vedono nelle sventure:
non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiede.

Non crederti superiore, poiché solo la vita
dirà la vostra diversa ventura.
Non imporre la tua volontà a parole ma soltanto con l'esempio;
ed anche questa sposa tua compagna
di quell'ignoto cammino che è la vita,
amala e difendila poiché domani ti potrà essere di rifugio.

E sii sincero, giovane amico: se l'amore sarà forte
ogni destino vi farà sorridere.

Amala come il sole che invochi al mattino,
rispettala come un fiore che attende la luce del mattino,
sii questo per lei e, poiché questo lei deve essere per te
ringrazia Dio che ti ha concesso la grazia più luminosa della vita.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  23.07.2009 | 18:20
la mia fidanzata sorride con un uccello in mano
 
 

i comici non mi fanno ridere. niente, nada, niet. neanche uno.
qualcuno mi ha detto che sono un fottuto snob. qualcun altro che non sono abbastanza intelligente per capire certe finezze.
avessi la facoltà di decidere dove sta la realtà, sceglierei la seconda senza esitare.

due o tre cose a caso tra quelle che recentemente mi hanno fatto ridere.
mi ha fatto ridere la mail che ho ricevuto qualche giorno fa da uno dei miei spacciatori di stronzate. s'intitolava "grande maiala tutta bagnata si fa prendere da due uomini". aprii immediatamente l'allegato. trascorsi il resto della giornata a lacrimare. la foto in questione si trova facilmente digitando in google il titolo summenzionato. per esempio, si può trovare qui.
mi ha fatto ridere la strofa "gli italiani son felici / quando fanno i sacrifici / gli italiani son contenti / quando pagan gli alimenti". mi ha fatto ridere freak antoni l'altro giorno al mu, quando ha osservato che tra scatologia e escatologia c'è una sola lettera di differenza. freak antoni non è un comico.
mi ha fatto ridere anche bergonzoni, l'altra sera, a velleia. neanche bergonzoni è un comico.
mi ha fatto ridere gualandri quando gli ho domandato come mai i friulani smadonnano tanto e lui mi ha risposto "secondo te qual è l'anagramma di codroipo?"
ma più di tutti mi fa ridere sara. sempre, in ogni momento che trascorro con lei. soprattutto quando le rinfaccio che prima di conoscermi non aveva mai sentito parlare dei tool e dei dire straits. s'incazza in un modo! diventa tutta rossa, come un peperone. dovreste vederla. uno spasso.
dedico a lei questo post. naturalmente, con stima e affetto infiniti.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  20.07.2009 | 10:48
l'amico di laura
 
 

Pensavo ieri sera prima di addormentarmi.
E’ noto che tutte le cellule dell’essere umano si rigenerano, ad eccezione di quelle cerebrali. I neuroni, insomma. Suppongo che la ragione sia che l’essere umano, nella maggioranza dei casi, i neuroni non li usa affatto. O li usa a modo suo.
Ho un collega che lavora nella logistica. Lavora sodo, si applica ed è pure un tizio simpatico, davanti a una birra. Ma è discalculiaco. Non distingue una spedizione di 186 pezzi da una di 816. il nove luglio e il sette settembre per lui sono lo stesso giorno. Lavorarci insieme, credete, richiede pazienza e determinazione.
La moglie di un mio caro amico parla correntemente quattro lingue, tra cui il giapponese. Eravamo in birreria e a un certo punto, a fine serata, s’è alzata in piedi, ha sventolato il portafogli e ha detto: “Non ho contanti, pago tutto io col ventilatore”. Proprio così. Ha detto: “Col ventilatore”. Lei è fatta così: parla perfettamente quattro lingue quattro, ma di tanto in tanto le capita di aprire il cassetto sbagliato.
Ammetto che io non sono da meno.
Mi capita sempre più spesso di incontrare gente che non riconosco. Non mi è del tutto chiara la causa: forse conosco più gente di prima perché sono diventato molto più simpatico? Oppure sono solo un poco più rincoglionito?
In ogni caso, ho sviluppato uno stratagemma tutto mio.
Di solito il tizio si avvicina, mi tende la mano: “Ciao Alberto, che piacere. Come stai?”
Farfuglio un “bene” atono e gli agito la mano come se fosse l’estremità di una fune.
Mi guarda perplesso. Capisce. “Ti ricordi, vero, di me?”
Ecco il mio stratagemma. Rispondo: “Certamente. Tu sei l’amico di Laura”.
Voglio dire: chi non ha un’amica di nome Laura?
Mentre quello riflette, ché gli sembra parecchio strano avermi conosciuto proprio tramite Laura, aggiungo lesto: “Solo non mi ricordo il tuo nome. Posso offrirti una birra?”
A quel punto la faccenda si fa seria. C’è in ballo una birra. Il tizio difficilmente risponderà qualcosa come “Emerita testa di cazzo, guarda che ci siamo conosciuti sabato scorso al Gatto azzurro”; più facilmente accetterà la birra e vi ripeterà il suo nome.
In linea di massima funziona.
La settimana scorsa, però, è successo un piccolo imprevisto.
Ritorno con la birra e la consegno al tizio. La afferra e ringrazia. Alza il bicchiere e brindiamo alla nostra.
C’è molto caldo e facciamo tutti e due una bella golata lunga.
“Sai com’è andata poi quella faccenda dell’affitto?” domanda poi il tizio.
“Che cosa?”
“Laura. Quel problema col contratto d’affitto. Sai come s’è risolta?”
Penso un po’.
“Affitto? Laura? Ma chi cazzo è ‘sta Laura?”, gli faccio infine.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  17.06.2009 | 15:45
le mille e una noce 2009
 
 

anche quest'anno non potevo perdermi il festival degli artisti di strada organizzato da daisy e i suoi. davvero, vado matto per queste iniziative. questo è l'articoletto sull'evento che ho scritto su commissione per la gazzetta di parma. un po' sdilinquito, nevvero? uh, troppo?
sta di fatto che la gazzetta alla fine non l'ha pubblicato.

la bella foto di sebas è stata scattata da daisy.

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Un vento impertinente spolvera Piazza Garibaldi e le strade del centro storico di Noceto. Chi ha un cappello in testa se lo tiene ben calcato, i volantini volteggiano nell’aria e gli organizzatori guardano insù malcelando preoccupazione. Si è formato un crocchio di spettatori attorno alla prima esibizione del pomeriggio, quella che vede in azione i bergamaschi “Circo polenta”. Seduti in fila a gambe incrociate, lo sguardo rapito dalla scena, i bambini ridono a crepapelle. Alle loro spalle, i genitori non sono da meno.
Comincia così la terza edizione de “Le mille e una nòce”, il festival internazionale di teatro di strada voluto dall’assessore Stefano Mori e organizzato dall’associazione culturale “Teatro necessario”. Anche quest’anno dal tardo pomeriggio fino a notte inoltrata la piccola, elegante Noceto si trasforma in un grande palcoscenico all’aperto dove le esibizioni dei più celebri artisti di strada di tutto il mondo si susseguono a ritmo incalzante.
Quello del pomeriggio è un itinerario pensato per i più piccoli. Si prosegue con l’elegante esibizione dei ginnasti cileni “Tobarich”, capaci di catalizzare l’attenzione del pubblico con una performance mozzafiato di acrobalance. Infine lo stralunato Sebas ci accoglie tutti nella sua piccola baracca ricolma di inutili carabattole e improbabili meccanismi, dove nulla è ciò che sembra eppure tutto, inspiegabilmente, funziona.
E’ il momento della pausa cena. La piazza si è ora riempita di gente e i bar del centro sono indaffarati a servire panini e bevande ai numerosi avventori. Impazienti, i bambini scorrazzano dappertutto. In programma ci sono gli interludi musicali del duo “Attacchi di swing”, degli inglesi “Sheelanagig” e delle “Malasangre”, cinque avvenenti ballerine, musiciste e cantanti che propongono una indiavolata miscela di musiche e danze andaluse.
A Noceto scende la notte, quella nòce spagnola che sa evocare suggestioni e magie. E’ forse soltanto un caso che tre delle sette compagnie provengano proprio dalla Spagna? Ricominciano gli spettacoli: ecco il maestoso “Circo de la Sombra”, ecco il pungente Peter Weyel, ecco un romantico e lunare “Lago dei cigni”.
Toccherà nuovamente alle scatenate “Malasangre” chiudere la serata con uno spumeggiante bis.
“Il teatro di strada non è soltanto un’arte ma una filosofia di vita”, spiega Daisy Vanicelli. “Niente palcoscencio, niente platea, nessuna transenna. C’è soltanto l’artista che si esibisce e il pubblico intorno in cerchio che lo applaude”. E questa sera, intorno al pubblico, senza transenne, c’è pure il contesto magico di Noceto e della sua magnifica rocca. E, lassù, un cielo finalmente terso e puntellato di stelle. Un cielo da mille e una notte. Anzi, da mille e una Nòce.

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  27.04.2009 | 17:56
duecentocinquanta storie
 
 

Avevo cinque minuti e volevo dare un’occhiata che c’era di nuovo. Aprii un sito di informazione. Uno dei più comuni, tipo il corriere, la repubblica o ansa punto it. C’era una foto con delle macerie, e un tizio in tuta che teneva tra le braccia un corpo minuto. Una bambina, supposi.
Il titolo recitava: “Tragedia Abruzzo, 250 morti”.
Poveracci, pensai, e azionai il mouse per leggermi le altre notizie.
Cliccai inavvertitamente sulla pagina sbagliata. Era l’elenco delle vittime del terremoto. Nomi, cognomi, età. Di colpo mi sentii malissimo. Duecentocinquanta morti sono una tragedia, certo. Ma là in fondo, lontana. Duecentocinquanta nomi e cognomi invece erano proprio lì davanti, sfilavano uno dopo l’altro in funesta parata. Li lessi tutti, uno a uno. Udivo le loro voci, duecentocinquanta voci che raccontavano duecentocinquanta storie che non sarebbero state. Sentii gli occhi gonfiarsi di lacrime.
Con gli occhi liquidi e quelle voci che gridavano nella testa non riuscivo a combinare niente. Andai nel sito della protezione civile e feci una piccola donazione per l’emergenza terremoto.
Immediatamente le voci si placarono. L’Abruzzo era di nuovo in piedi.
Avevo fatto i miei cinque minuti di SOLIDARIETÀ e ora ero a posto. Avevo fatto il mio dovere di bravo cittadino. Sicuro.
Ora potevo dedicarmi nuovamente ai concerti, ai cazzo d’aperitivi e ai miei raccontini idioti.
All’inferno.

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  20.04.2009 | 11:12
una malinconica nota jazz
 
 

il mio articoletto su 'lucca comics and games 2008'. l'anno precedente l'ho messo online ai primi di marzo. quest'anno, se era possibile, sono riuscito a fare ben di peggio.

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Lucca , 1 e 2/11/2008. Mostra internazionale del fumetto

L’appuntamento sarebbe nel parcheggio scambiatore dell’autostrada.
Perché ‘sarebbe’? E’.
E’ che quando arrivo Elena è già là che mi aspetta. Ci salutiamo senza nessuna voglia di salutarci. Tre baci e un grugnito. Abbiamo occhi grandi e sguardi fissi. Muoviamo il collo a scatti come i tacchini. Vorremmo entrambi essere altrove. Possibilmente nei nostri rispettivi letti a dormire diciamo altre tre o quattro ore filate.
Partiamo. Il cielo ha lo stesso colore dell’asfalto che scivola lucido sotto le ruote, pioviggina e i pensieri palleggiano stolidamente da una parte all’altra del cranio con un movimento lento e circolare, lo stesso dei tergicristalli sul lunotto.
Io guido, Elena sonnecchia.
Però, che due maroni.
“GRAZIE DELLA COMPAGNIA, EH, TE!” sbraito a un certo punto.
Elena sobbalza. “Ooorgh... ce l’hai mica una copia del fumetto?”
“E’ didietro”.
Elena lo piglia, se lo mette davanti al naso e ci dorme dietro per un po’. Di tanto in tanto emette un rantolo che dovrebbe suonare come una risata, così da dissimulare la sua criminosa attività.
Ha fatto le tre, ieri sera.
Beh, io pure.
Usciamo dall’autostrada e ci addentriamo nella Garfagnana. In qualche modo la stanchezza ha lasciato il posto a uno sfrigolante ottimismo. Proprio così, amici: non vediamo l’ora di arrivare. Elena ruota continuamente la cartina che ha tra le mani e bofonchia qualcosa che suona come “Mumble... mumble...”. Ha in mano una cartina grossa come un’icona del desktop e nella zucca il senso d’orientamento di un fiocco di neve in una spiaggia cubana.
Ci perdiamo immediatamente.
Percorriamo la strada tutta tornanti che dovrebbe condurre all’agriturismo tre, quattro, cinque volte, facendoci largo tra la colorita fauna umana locale. Ciclisti attempati, nonnetti strafatti e vigilesse sado-maso, allettanti ‘fiere del tordello’ e osti a dir poco sconcertanti.
Giungiamo finalmente all’agriturismo. Il padrone di casa è un Aldo Busi con la pancia, che ci accoglie con una cordialità tutta toscana. Ci stritola la mano, ci fa accomodare, cerca gli occhiali de’ la su’ mamma, ci indica la strada breve per Lucca, quella più lunga ma meno trafficata, ci mostra la stanza da letto, il bagno e il soggiorno, i piatti, le tazze, le posate e i detersivi, ci parla della ‘fiera del tordello’ di Camaiore e pure del traffico autostradale di ieri, oggi e domani, ci consiglia i migliori ristoranti della zona. Tutte queste cose contemporaneamente, andando e venendo per la stanza con la frenesia di un metronomo a un concerto dei Napalm death, infarcendo il monologo con una lattiginosa costellazione di ‘diohane’.

Poca gente, molto fango e nel cielo un sole bianco che avrebbe più voglia di noi di tornarsene a letto: ‘Lucca comics and games’ si spalanca davanti ai nostri occhi come una malinconica nota jazz in sordina. Parcheggiamo e ci incamminiamo verso il centro. E’ autunno un po’ dappertutto e i marciapiedi sono scivolosi di foglie marce e fango puzzolente.
Gli altri sono già tutti là, chi da giovedì sera, chi da venerdì. Siamo più di dieci.
Noi, io e Elena, buoni ultimi.
Si tratta della prima volta di Tapirulan a Lucca comics. Siamo qui per vedere se qualcuno ci nota. Tra le cose, presentiamo un fumetto autoprodotto, scritto da un certo Alberto Calorosi che sarei io, disegnato da un cert’altro Andrea Gualandri, che sarebbe quello là mezzo pelato, e prodotto da French. Nessuno sa bene che cosa aspettarsi da questa iniziativa. Venderemo il fumetto? Piacerà? Raccatteremo consensi? Pioverà?
Il cielo si apre e da qualche cartoonesco limbo pagano piove in strada una folla di curiosi, molti dei quali azzimati in maniera alquanto bizzarra. Tutine aderenti, latex, scollature generose. Bella cosa il cosplay, a conti fatti.
Anche nella self-area dove siamo parcheggiati noi i curiosi non mancano.
La star naturalmente non sono io. Voglio dire: avete mai sentito parlare di uno sceneggiatore famoso? Di uno sceneggiatore che non sia diventato famoso come regista, intendo. Negli anni cinquanta, in quel di Hollywood, per dire che un’attrice non avrebbe mai sfondato si era soliti dire: ‘Quella? Figurati che per fare un po’ di carriera ha dovuto darla a uno sceneggiatore’. E così la star è Gualandri, il quale fuma, autografa e disegna tutto il tempo. Per lui, orde di ragazzine adoranti e concupiscenti. Toccherà a Elena e me, al termine della due-giorni, l’ingrato compito di estrarlo in fin di vita da sotto un totem di reggiseni di pizzo profumati alla vaniglia.
Giunge la sera e con essa un discreto freschino. Sbaracchiamo in fretta e ci autoinvitiamo tutti a cena da Gualandri.

Dopocena vorrei tanto andarmene a dormire, ma il destino vuole diversamente. Pare che da qualche parte qua vicino ci sia una festa superfica. “Eddài, siamo cotti come manicaretti. Lasciamo perdere e filiamo a letto, dài”, insisto io. In quel momento squilla il cellulare.
Fanta e Faso c’hanno una cartina che risale alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente e un ferrovecchio che ha lo stesso numero di cavalli di una quadriga. Appena gli nomino l’Esselunga fanno “Che cosa?”
“L’Esselunga, quella dove si fa la spesa”.
“Messere trovasi forse codesta Esselunga al di là del vallo che testé circumnavigammo?”
Sono sbronzi.
Sono le tre passate quando si fanno finalmente vivi, preceduti da un dotto abbecedario di madonne. Non era mica l’Esselunga porcoqui porcolà. Era un’altra roba, che ci somiglia.
Evabé.
Noi siamo lì fuori che ciondoliamo perché la festa è davvero mesta e se decidiamo di fare un altro giro di birra è soltanto in onore dei compari appensa arrivati. Poi tutti a letto, eh? Quattro birre: una per Faso, una per Fanta, una per me e una quarta per lo Zino, impegnato da alcune ore a tenere su il muro. Fanta annuisce, Faso annuisce, io annuisco. Arriviamo tutti insieme, quattro birre ciascuno. Dodici in tutto. Al termine delle quali persino la festa mesta non sembra essere poi così male…

Domenica è l’ultimo giorno. Al momento di chiudere bottega siamo stanchi ma soddisfatti. Il fumetto è piaciuto e, seppure nei nostri numeri men che modesti, qualcosa ha venduto.
Ma io ho dentro uno strano senso di incompiutezza: la sensazione che la cosa, ancorché carina, si sia limitata a esistere per se stessa. Siamo andati là per farci vedere, d’accordo, e qualcuno in effetti ci ha visto. E ora? Che fare? Abbiamo davvero imparato qualcosa? Forse siamo cresciuti un po’? O abbiamo soltanto perso una buona occasione? E ora? Ora non so.
Guido silenzioso nella notte assorto in codesti pensieri. ‘Ragged glory’ di Neil Young in autorepeat fa quello che può nel tenere lontano la spossatezza. Elena, di fianco a me, è pure lei assorta in qualche cosa di molto ma molto remoto. Fa lunghi sospiri.
“Tutto bene?” domando.
“Sì, sì. Tutto bene, grazie. Tutto bene”.
A un certo punto interrompe il silenzio. Mi afferra il braccio e stringe forte. Sobbalzo. Mi lancia un’occhiata solenne. “Ma te lo sapevi – dice in un fiato – lo sapevi che l’anno prossimo butteranno giù il ‘Rolling stone’?”

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  16.03.2009 | 09:57
un'idea da ripetere l'anno scorso
 
 

il 28/2 si è svolta a cremona la premiazione del concorso per illustratori 'calendario duemila9' contestualmente all'inaugurazione della mostra 'gli illustratori di tapirulan'. questo è il mio articolo su maidireblog. il titolo di questo post fa riferimento allo strafalcione del gran cerimoniere french che ha divertito in modo particolare il nostro presidente di giuria nonché ospite d'onore silver. divertito al punto che...

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  22.09.2008 | 18:36
kumkapi, istanbul
 
 

se non fosse per il fatto che ci è costato un botto di soldi, sarei più che grato all'onnipotente per aver macchinato le cose in modo da farci perdere l'aereo. a dire il vero chi conosce la successione degli eventi sa che avrei ben poco da recriminare nei confronti del vecchio lassù e molto di più in quelli della mia testadicazzaggine.
sta di fatto che la vacanza è durata due giorni in più. uno dei quali, trascorso a camminare tra i vicoli di kumkapi col naso per aria. kumpkapi è a dieci minuti di cammino da sultanahmet, il fulcro turistico della città. ma è come se distasse almeno duemila chilometri...
da buon pessimo fotografo quale che sono ho intasato la memoria della macchina con centinaia di scatti più che inutili, ma in mezzo alla rumenta talvolta salta fuori - per caso, eh - salta fuori qualche piccola gemma. questa che metto online ora senza ritocchi né ritagli è, a mio umile modo di vedere, una di quelle.

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  08.09.2008 | 16:21
ataturkenplatz
 
 

dalla turchia torno a casa con molti ricordi e uno scrigno colmo di sensazioni preziose. ancora sto riordinando le oltre 2000 foto che rappresentano il mio personale souvenir di quei giorni che già sento addosso quest'impellente necessità di evadere nuovamente, al più presto.
tra le mie foto preferite c'è questo 'instant shot' che scattai a selçuk in un afoso pomeriggio estivo. sara accelerava il passo attirata dai luccichii del mercato rionale; io girovagavo col naso per aria, finché non vidi quei due vecchietti laggiù...
il titolo, 'atatürkenplatz' scherza sulla somiglianza con le immense piazze desolate e rigidamente simmetriche marchiate ddr, quando il muro non era ancora diventato un mucchietto di calcinacci senza ideologia. pur non trattandosi di una foto propriamente 'turistica' l'ho inviata al concorso fotografico 'fotovacanze' indetto dalla 'gazzetta di parma' preferendola alla vendemmia di tramonti, templi, moschee et similia che affollano le altre 1999 foto del mio viaggio. qualcuno magari desidera vedersele tutte quante?

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  11.07.2008 | 08:57
totilah
 
 

se c’è freddo, beve birra, se c’è caldo beve birra e intanto suda. se invece il tempo è così così, si beve una birra nell'attesa di sapere come andrà a finire. io e lui costituiamo da soli il quaranta per cento del fatturato del dulcamara.
la prima volta che ci siamo parlati però eravamo da un’altra parte. si parlava di farsi un viaggetto a tallin insieme. l’idea è sfortunatamente abortita quando s’è scoperto che il battistero di tallin non è il più grande del mondo.
qualche tempo fa, abbiamo trasformato una sera in notte fonda in piedi davanti alla saracinesca chiusa del dulcamara. mi ha raccontato una gran quantità di storie di paese, su in montagna, dalle sue parti. ne ho ricavato uno dei racconti di cui vado più orgoglioso (o, in alternativa, di cui mi vergogno meno), una storia che parla di ciclismo e seconda guerra mondiale. per sdebitarmi, la prima volta che lo vedo, gli offrirò una birra.
filippo, alias totilah è un amico, ora. e ha un blog linkato qui a fianco. dateci un occhio se volete farvi quattro risate. sotto, un estratto dal post del 23 giugno.

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Abbigliamento di Filino
Breghi curti, cavì long, scarpi vèci, majeta sportiva, barba longa (si va bene me la farò ricrescere visto che così sembro un bambino)
Fanculo io ho un caldo della madonna, eter che bali!

A San Giovanni si mangiano i tortelli...
Centinaia di animali della terra nelle vie davanti ai bar ad aspettare di mangiare dei tortelli che probabilmente condividevano l'1% degli ingredienti originali della tradizione Parmense..
Un tavolo pieno di bionde svedesi che aspettavano di mangiare i tortelli al ristorante indiano....
.....
!!!!
Il tipo che da piccolo è caduto nella bronza del Trip e che si crede Vasco e si fa chiamare Blasco che infesta Via D'Azeglio e che ieri sera armato di microfono deliziava la platea con il suo repertorio.. VASCO

I miei monti...
Non vedo già l'ora di tornare su, per vedere il verde delle selci, prendere il fresco e far prendere il coccolone agli escursionisti che non mi sentono arrivare perchè ormai mi muovo silente come un lupo e a volte capita che sento "AAAAAAAAAAAAAAAAH AJO CIAPE' PAURA.. VACA MADONA!" come domenica quando il pensionato alzando lo sguardo ha visto uno con trecce, bastone e cappello da contadino sul costone che lo osservava..
Si mi serve il campanellino..

Al bèsti ag vol insgnè!!
Il giovane Senior aveva ricevuto l'ordine come ogni giorno di andare a prendere le uova nel pollaio..
..ma quel giorno il gallo aveva altri piani e non appena il piccolo Senior entrò nel pollaio venne ripetutamente beccato..
Non potè far altro che correre dalla nonna e lei rispose "Al bèsti ag vol insgnè" prese il gallo per il collo lo fece roteare  6 - 7 volte per insegnargli che non doveva beccare il nipote..
ed Inspiegabilmente il pennutò spirò.. e fu così che Senior mangiò un gallo di 5 kg tre mesi prima del previsto...

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  01.04.2008 | 09:30
south pork
 
 

...e questo è il porkettaro.
qualcun altro vuole cimentarsi?
il sito è linkato due post più sotto. un sito analogo è qui.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  01.04.2008 | 09:21
south sara
 
 

ieri sera, sara non voleva uscire con me. niente da fare. non c'era verso di convincerla.
'senti qua - diceva - senti come sono calda. IO HO LA FEBBRE!'
'ma che febbre e febbre. sarai soltanto un po' stanca. ti pigli una tachipirina come fan tutti e...'
'...eppoi c'avrei una cosa importante da fare'.
'una cosa importante? e che cosa?'
'niente... niente. ciao, eh, ci vediamo. ciao'.
'ma...'
sblamm. rumore di porta sbattuta.
ecco cos'era la cosa importante: CAZZEGGIARE.
cazzeggiare davanti al pc.
mi chiedo da chi avrà mai imparato.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  25.03.2008 | 18:03
io visto da me
 
 

tema: l’artista che guarda se stesso.
svolgimento: il pittore raffigura se stesso soltanto quando si ‘autoritrae’ o in tutta la propria opera pittorica? in che misura lo scrittore racconta e in che misura, invece, si racconta? quale romanzo non è realmente autobiografico? cosa canticchiava, mozart, sotto la doccia?
la cappella di san brizio del duomo di orvieto è affrescata da luca signorelli, un gigante della pittura rinascimentale. nella sua famosa ‘apocalisse’ il signorelli raffigura se stesso di fianco al beato angelico. un cameo. niente di strano, dico bene? anche hitchcock dopotutto amava apparire nei propri film. ma si può andare oltre: si può essere ancor più autobiografici senza per forza spennellare la propria faccia su di un muro. come? il signorelli impiegò parecchi anni per terminare la cappella di san brizio. anni di duro lavoro, dall’alba fin oltre il tramonto. niente festività, niente ferie, permessi, vacanze. niente di niente. il signorelli era arrivato a orvieto con la fidanzata. una donna giovane, bella, irrequieta, piuttosto incline alla noia. insomma, sola una sera, sola quell’altra, sola la terza, la giovane pensò bene di farsi infilare da qualche aitante signorotto di zona. il signorelli scoprì il misfatto e sapete che fece? dipinse il volto della fidanzata tra le meretrici in attesa del giudizio divino. puttana per una sera, puttana per sempre. la forza dell’arte.

scusate la divagazione. comunque: io non sono né un pittore né uno scrittore. non sono un artista e men che meno un intellettuale; inoltre, a differenza del signorelli, non ho ragione per prendermela con nessuno di mia conoscenza. ma posso comunque cercare di vedere me stesso coi miei occhi. che cosa vedo?
ecco: maglietta nera da concerto, birra alla mano, sigaretta in bocca. spettinato, una irregolare lanugine incolta in giro per la faccia. occhi assonnati, occhiaie, pelle pallida che da tempo non intercetta un raggio di sole.
come dite? l’aureola? quella m’è venuta a furia di sopportare quella piattola della mia fidanzata. sant'alberto da parma.
se volete cimentarvi pure voi, cliccate qui.

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento

  27.01.2008 | 12:44
l'immanenza di michela
 

dopo mesi di silenzio ricevo da michela una mail. una di quelle catenelle del cesso di santantonio. dice che se leggo le frasi una dopo l’altra, e faccio questo e quello, ed esprimo un desiderio quando mi dicono di esprimerlo, e inoltro subito questa mail ad almeno centotrentaquattro esseri senzienti miei pari, allora ecco che tempo venti minuti e arriva una telefonata che concretizza il mio desiderio.
michela è a genova da qualche mese e forse s’annoia, forse ha avuto un dispiacere, magari ha battuto la testa sotto un carrugio o semplicemente lo iodio, filtrando attraverso le orecchie, le ha condito una bella omelette di cervello. ma anch’io non sto messo poi molto meglio e finisce che il giochino per qualche ragione lo faccio. naturalmente il mio desiderio non s’avvera, ma dopotutto chissenefrega di scoparsi l’arcuri, dico bene? il pretesto è però buono per scrivere un doveroso mail di insulti a michela. la sua risposta, sotto, certamente fugherà ogni dubbio nell'opinione di quei pochi che ancora ne avevano qualcuno.
a chi non conosce michela suggerisco di dare un'occhiata al post qui.

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Per quanto mi riguarda la chiamata l'ho ricevuta davvero. Erano i Leninisti che mi invitavano alla conferenza sulla seconda guerra mondiale. Le cose sono due: o il gioco non funziona e fin qua nulla di strano, o i miei reali desideri, apparentemente celati sotto spoglie sessuali decisamente terra-terra, sono in realtà molto più idealistici e grandi di ciò che immaginavo.
In sostanza: leggo la mail inviatami da Mario, esprimo il mio desiderio che nulla ha a che fare con la salvezza dell'umanità ma che ha certamente a che vedere con il perpetuarsi della specie… e invio la mail della speranza ad altri amici.
Attendo 20 minuti… e, incredibile, squilla il telefono!
Numero genovese sconosciuto. Vuoi vedere che funziona veramente? Ma no, no…
“Pronto?”
“Ciao compagna! Sono Giovanna del circolo operaio, volevo invitarti alla riunione di venerdì... blablabla... abbiamo bisogno di te... blablabla...”
E mi dico che no il gioco non funziona affatto. Poi ci ripenso e mi convinco, forse per consolarmi, che invece funziona davvero… Che forse i miei reali desideri sono molto più profondi di quanto io stessa possa immaginare. Comincio a sentirmi come uno stalker della macchia mediterranea. Se nel film di Tarkovskij la ricerca del desiderio più nascosto mette a nudo la meschinità umana, qui in riviera purtroppo non mette a nudo me. D’altronde non si può avere tutto dalla vita. Già che sono un'immagine divina di questa realtà.
Deciso: fanculo ai leninisti. Finisco col trascorrere una piacevole serata gironzolando per i vicoli, bevendo rum e giocando a calcetto. Sì, ho giocato di merda come al solito. Contento?
E tra un goal e l'altro che prendo, misto agli insulti del mio compagno di stanza sanremese, un pensiero: ma non era mica meglio essere un po’ più immanente e meno trascendente?
Dieci minuti dopo mi chiama il Canna.

Autore: ufj | Commenti 6 | Scrivi un commento

  29.10.2007 | 18:01
senza cravatta
 

ricevetti il mail sottostante una manciata di giorni addietro. il maffo, ricorderete, è il mio spacciatore di letteratura. della sua esperienza londinese, iniziata alcuni mesi or sono, mi ha sempre detto poco o nulla.
poi ho ricevuto il suo mail.
mi sono permesso di cambiare il finale e di correggergli la punteggiatura, che lui da sempre sparge in un testo come fosse origano su una pizza. mi auguro che non s'offenda per la sofisticazione.

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da qui non si vede il cielo. so che esiste e che bastano pochi piani di ascensore o scale, su o giù non importa, per vederlo. ma da qui proprio non si vede. attorno a me soltanto rumore: la stampante che parte, i passi di un collega nel corridoio, le parole di una lingua sconosciuta. la differenza tra un collega che parla e lo scoiattolo che squittisce nel mio giardino consiste solo nelle frequenze usate. posso indovinare cosa vogliono da me: lo scoiattolo vuole un'altra noce, il collega vuole sapere come sto oggi.
sopra il mio giardino passa un aereo ogni 3 minuti e 20 secondi, sotto il mio ufficio (4 piani sotto) parte o arriva un treno ogni 30 secondi. per la prima volta dopo anni, passo il mio tempo a far passare il tempo; staziono in un desk assegnato automaticamente dal chiosco appena fuori l'ascensore ogni mattina quando arrivo in ufficio.
l'ascensore mi porta al mio piano, non esistono scale dal piano terra, solo dal primo piano in su; lo prendo dopo aver strisciato un badge nei sensori dei tornelli all'ingresso; la luce verde, le lastre di vetro che scorrono per qualche secondo prima di richiudersi su passi affrettati.
il marmo nero ti inghiotte già prima di oltrepassare le lastre di vetro, già prima che una fontana di marmo larga 5 metri ed una colonna dorica del diametro di 3 entrino nel tuo quotidiano.
appena fuori, la strada e la casa di kipling ed il ponte per arrivare.
la vista del ponte mi tranquillizza, ho ancora qualche minuto prima del marmo nero; la vista dal ponte mi regala un orizzonte di vetro e cemento, di acqua sporca e cielo grigio. fino alla fine del ponte, io sto bene.
alle volte il cielo grigio ed i cavi bianchi che sostengono il ponte non sono altro che una continuazione dei tubi bianchi che sostengono il cielo di vetro sopra la stazione, un pezzo di una volta di vetro sporco buttata al di là della strada, sopra al fiume.
la stazione con i suoi odori ti rimane addosso anche dopo l'uscita, nella strada, sul ponte, davanti alla casa di kipling, davanti al marmo nero.
la stazione mi vomita fuori con un unico getto, dalle porte del treno all'uscita, assieme a migliaia di pendolari come me: solo il tempo di mostrare il biglietto al quasi nero in fondo al binario. mi vomita fuori da un viaggio di 30 minuti e di 4 fermate, di ipod e giornali gratuiti
oggi britney ha fatto pace con sua madre, oggi la birmania è scivolata a pagina 2, quella che nessuno legge, grondando più morti che parole sul fastidio di fare l'ennesimo viaggio in piedi con la borsa di qualcuno che mi preme sulla schiena e l'odore del bagno chimico a cancellare il sapore di caffè dalla mia bocca.
un ultimo sorso, ormai freddo, prima di uscire.
un caffé preso in piedi davanti alla porta-finestra. là fuori, un alberello spoglio al centro di un paio di metriquadri di verde, una siepe sfrondata, un muricciolo diroccato: il mio giardino. oltre il muretto, la grande stazione centrale, il ponte, i cavi, la casa di kipling laggiù in fondo, il cielo color cemento, lassù, e poi il grigio-cemento delle case, della gente, dei muri, la stramaledetta fontana di marmo nero, le lastre di vetro scorrevoli, i sensori, l’ascensore, la roboante scia sonora di un aereo in transito, o di un treno magari, un desk casuale, un pc portatile acceso, un cursore che lampeggia inerme, una minuscola sagoma umana in abito e camicia ma senza cravatta che attende.
dall’alberello occhieggia lo scoiattolo. mi fissa. squittisce: vuole che gli lanci una noce.
o forse vuole soltanto sapere come mi sento quest’oggi.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  03.07.2007 | 09:57
almost cut my hair
 
 

si tratta di una foto scattata una decina di anni or sono nel greto del fiume nure, località ponte dell'olio. ai tempi... beh, circolavo conciato così. a differenza del protagonista della canzone che dà il titolo a questo post io i capelli li tagliai davvero. era il 7 febbraio 2002. ancora non lo sapevo, ma per molti versi si trattò del cosiddetto 'primo giorno del resto della mia vita'.

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  11.05.2007 | 15:41
amore sacro e amor profano
 
 

l'interno dell'autobus bulgaro che ci condusse da rila di nuovo a sofia.
questo scatto, a dire il vero, è del mino, il mio compagno di viaggio.

...e con la Vergine in prima fila
e Bocca di Rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano

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  10.05.2007 | 15:34
immobilismo
 
 


se vi recate in bulgaria non pensate di trovare una nazione in espansione desiderosa di dimenticare gli errori e gli orrori di cinquant’anni di comunismo disumanamente immobile. se ne sta ancora tutto lì: i palazzi, le strade, le lada, le facce pigramente sfiduciate, arrugginite e scrostate, della gente per la strada. barba di ieri, sigaretta in bocca e una borsina di plastica gialla contenente feta, birra, pollo e un po’ di burro pr cucinare. simbiotici eppure scettici nei confronti dell’ideologia socialista, il comunismo reale ha rappresentato per i bulgari un’utopia reale: un sogno a occhi aperti. o meglio: una veglia a occhi chiusi. quindici anni fa la bulgaria s’è bruscamente riaddormentata, senza fare rumore. laggiù la rivoluzione non russa più.

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  19.02.2007 | 15:26
primo post
 

Mi chiamo Alberto, 34 anni. Questo è il mio blog.
Da domani vi rimpinzerò di stron parole fino alla nausea.
Oggi no.
Credo che i dolori più grandi non siano esprimibili se non tramite il silenzio.
Io vorrei farlo cosi, lasciando metaforicamente una riga vuota.

Questa riga vuota è dedicata a Fede e a Lupo. Il mio umile modo di sentirmi vicino a voi.
Ci tenevo che questo fosse il mio primo post.


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