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  30.10.2013 | 11:08
songs about everything
 
 

Ian Anderson, cantante e flautista dei Jethro tull, introduce la versione live di Dharma for one presente su Living in the past con le parole “This song is about… about everything”.
Ieri, sentendolo, mi è venuto il pallino di capire se Dharma for one assolve davvero alle mirabolanti premesse di Ian. Mi sono chiesto quali sono le caratteristiche di una canzone che parla dell’intero scibile. La durata. Facile. Un po’ più lunga dei beatlesiani tre minuti ma un po’ più corta dell’Anello del Nibelungo di Wagner. La musica. Ah, quella che vuoi. Il testo. Ahia. Ci ho pensato un po’. All’università lessi una frase di Turing che diceva grosso modo “Tutto può essere risolto con una macchina di Turing tranne una macchina di Turing che risolve tutto”. In altre parole Turing sostiene che non puoi scrivere una canzone che parla di tutto, ma se sei molto bravo più scrivere una canzone che parla di quasi tutto. Ma cantare il quasi tutto significa dover scegliere delle parole. Una cosa impossibile per la maggior parte dei cantautori italiani.
Tra i vari artifizi retorici per cantare il quasi tutto il mio preferito è il cosiddetto zapping metapseudoqualcosistico. Ecco alcuni titoli di canzoni che applicano il metodo dello zapping metapseudoqualcosistico.
Beatles – A day in the life
Bob Dylan – Subterranean homesick blues
Prince – Sign of the times
Neil Young – Crime in the city
Fabrizio De André – La domenica delle salme
Lo zapping metapseudoqualcosistico consiste grosso modo in questo: le notizie che John e Paul leggono nel giornale del mattino di Londra diventano, musicate, tutte le notizie di tutti i giornali di tutte le città. Il giorno della vita di un singolo individuo esemplifica tutti i giorni dell’umanità.
Altra tecnica efficace: lo zittismo onnicosmico. Dharma for one, per dire, è uno strumentale.
Ma c’è un cantautore, uno solo, capace di scrivere canzoni about everything senza fare uso di questi miseri artifizi. Un cantautore capace di scrivere una canzone che davvero parla di tutto. Di seguito riporto il testo integrale de Il mutuo, la più bella canzone about everything di tutti i tempi.
Chapeau.

Ringrazio Guido per il termine metapseudoqualcosa e il pub di Dusseldorf per la meravigliosa scultura all'ingresso.

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Se non vuoi che fra di noi succeda una spaccatura di dimensioni internazionali: nextigherl iuondedraisen, che significa smettila di incaponirti nel volere acquistar senza soldi ciò che non puoi. I debiti uccidono, eccome. Diffida di chi ti vuole vendere, specie quando dicono: “non importa se ora non paghi basta mettere una firma sul mutuo” e diventerai un bel padrone del nulla. Aiai lo stress ci consumerà, ma così non va ci dobbiamo fermar. Soltanto così l'Italia si salverà. Serve solo un po' di coraggio per davvero ricominciare e ridare un volto alle città: quartieri e piccoli artigiani su per gli antichi selciati dove l'arte e la cultura affondan le loro radici e se abbiam le scarpe bucate ce li aggiustan per pochi danari. Risorgeranno i calzolai per ricostruire l'incanto violato dai condoni edilizi e i carpentieri che con animo artistico riscoprono la bellezza, il seme di ogni forma di vita lontani da quei loculi quadrati di cemento. La solitudine dell'uomo vive, vive nel marcio di quelle bustarelle comunali che concepiscono quartieri giù infettati ma per cambiare un po' ci costa. Fino a quando noi non ci saremo liberati da una globalità che ama giocare coi nostri guai. Gli Stati invocano la crescita ma l'unica via contro lo Spread per una sana e angelica economia è la decrescita senza abbassare lo stipendio di chi non ci arriva alla fine del mese rinunciando a qualcosa per primi, gli indistriali. Se non lo faranno i padroni ricchi falliranno. E’ inutile poi andar in Cina in cerca di un nuovo profitto. E' solo questione di tempo verrà il giorno che pure la Cina si inceppa e dopo la seconda guerra mondiale ci fu il grande Boom Economico. Le macerie riunirono la gente Come in un solo corpo nell'amor patrio. Ma oggi non è poi tanto diverso. Siamo vittime di un crollo economico mondiale Ma l'unico Boom che ci potrà salvare è solo il Boom, il Boom della bellezza.
E allora l'Italia sarà bella come una volta senza più nessuno che vuole dividerla, spaccarla, invocare la secessione e la gente sarà felice perché avrà qualcosa da amare, qualcosa che è dentro il proprio DNA: la bellezza. La bellezza di un Italia unita, dell'ambiente, di come sono fatte le case, la belleza della gente che si incontra nelle piazze, nei bar, nei piccoli negozi. La bellezza delle cose fatte a misura d'uomo dove la corruzione e la violenza non possono attecchire perché sarebbero troppo esposte. Quella bellezza che è dentro di noi, fin dalla nascita e ci tiene saldamente attaccati alla verità poiché nasce dalla verità e non ci permette di fare cose di cui vergognarsi, perché la bellezza è ovunque: nell'uomo, nelle donne, nei vecchi, nei bambini, nelle pietre. Anche se i partiti e i governi arraffoni di tutto il mondo dopo il famoso Boom economico l'hanno mezza massacrata. Ma noi possiamo ricominciare, e fare le cose da capo, perché lei è lì, è lì che ci aspetta fin dalla notte dei tempi.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  25.09.2013 | 17:37
veltroni
 
 

Robi, Guido e il sottoscritto, assieme a un quarto membro inerte, stiamo scrivendo un'opera letteraria che prima o poi sarà annoverata tra "Le 10 migliori opere letterarie di cui non hai mai sentito parlare". Qualche mese fa scrissi un episodio di cui ero particolarmente soddisfatto e, visto anche l'argomento, lo mandai al quinto membro, Gual, il quale prontamente realizzò questa bellissima illustrazione. Pochi giorni dopo Sara disse: "Be' devo ammettere che tu, Guido e Robi siete ben assortiti. Guido scrive molto bene. Robi scrive molto bene. E tu... be', tu hai un ottimo illustratore".
Ci sono giorni che mi ritengo lusingato di avere amici come quei quattro lì. Specialmente quando portiamo avanti via mail conversazioni come quella che sintetizzo qui sotto. La conversazione è a tre voci. Tre dei cinque. Ma non vi dirò chi. E' un peccato che Veltroni non fosse anche lui nella lista di distribuzione. L'editing c'è, ma è marginale e dovuto a motivi di leggibilità. Per comprendere meglio conviene leggere, se avete tempo, il link su Veltroni. Se ne avete poco non leggete tutto. Bastano un paio di capoversi.

La foto qui sopra è stata scattata questa primavera a Scanno, in Abruzzo. Scanno è senz'altro un luogo ingiustamente bruno.

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“Veltroni è un ottimo scrittore. Leggete qui".

“Ma no, è il che critico non è all’altezza di capire certe sfumature stilistiche. In Alfonso sparò tutte le cartucce, poi tentò l’ultima carta il gioco col falso vezzeggiativo è… è… è ingiustamente bruno. Come dire che Veltroni è uno che ha preso una vendemmia di cazzi e poi pure del cazzone. Ciò che riassume efficacemente, a ben vedere, la sua ipervirgolistica, carriera, politica.”

“Ma tutto ciò che è bruno è ingiustamente bruno, tipo anche i capelli?”

“Conosco un orso polare accusato ingiustamente di essere bruno, o forse accusato di essere ingiustamente bruno”

“Un mio amico si chiama Mario all'anagrafe ma si fa chiamare Bruno da tutti, tradendo la volontà dei genitori. Non credo sia giusto”

“Io invece conosco una città Ceca che si scrive Brno ma i tedeschi la chiamano ingiustamente Bruno.”

“Romano? No, vive a Bari. In giù sta, mente, Bruno.”

“Considerando anche gli ascendenti culturali di John Fitzgerald Veltroni mi sono domandato se la summenzionata non fosse invece una temeraria espressione anglofona. Che Veltroni intendesse dire In joust ham and tea, Brew know?"

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  19.09.2013 | 12:20
forza fagiolo!
 
 

Ieri sera prima di andare a letto mi sono guardato la versione integrale del videomessaggio del principale statista italiano. Poi ho preso il computer e ho raggiunto Sara di sopra gridando “Forza Italia, forza Italia, forza Italia!”
Sara voleva rivedere Caro diario di Moretti. Io detesto Moretti, ma ho pensato, vista la situazione, di accontentarla.
Nel primo episodio il protagonista gira in vespa per Roma. A un certo punto attraversa un quartiere residenziale degli anni sessanta e si domanda per quale ragione i romani trent’anni addietro siano andati a vivere proprio in quel quartiere. Allora scende dalla vespa e pone la questione a un passante. Il passante raccoglie dal sedile dell’auto una videocassetta e chiude la portiera. Non risponde alla domanda. E’ di schiena, ma lo spettatore non fatica a intuire la perplessità sul suo volto. Il passante, poverino, non può capire la domanda del Moretti protagonista. Il passante vuole solo andarsene da lì, vuole attraversare la strada, entrare nella sua misera casa e intrattenere la sua misera esistenza con un misero film in videocassetta.
Questo tema del protagonista preso da un qualsivoglia ragionamento che e un certo punto sente la necessità di un riscontro nel mondo esterno ricorre in molti film di Moretti. Bianca, Palombella rossa, Aprile. Io credo che Moretti, l’autore, sia afflitto dallo stesso problema del suo protagonista. Moretti fa un film su Moretti che deve fare un film. Moretti crede che il suo pensiero, a prescindere dai contenuti, sia arte, a prescindere dalla forma. Moretti fa un ragionamento e poi sente il bisogno di scendere dalla vespa e fare un film. Lo spettatore è di schiena anche lui. Naturalmente, Possiamo percepire la perplessità sul suo volto, poverino, incapace di cogliere la genialità del pensiero di Moretti. Moretti l’autore. Il misero spettatore non apprezzerà il film. Il misero spettatore vuole solo essere lasciato in pace, attraversare la strada e intrattenere il resto della sua misera vita guardando altri miseri film di cassetta, film come Henry pioggia di sangue, per esempio.
Il disprezzo per lo spettatore emerge in numerosi altri momenti del film. Per esempio quando Moretti, il protagonista, dice allo spettatore che vorrebbe fare un film soltanto di case, e poi per alcuni minuti Moretti, l’autore, inquadra delle case romane, in modo da fagli capire meglio il concetto. O nella lunghissima scena iniziale in cui Moretti, l’autore, riprende Moretti, il protagonista che gira in vespa e pensa delle cose su Roma. Quando ho visto quella scena io ho pensato “Ecco Moretti che gira per Roma in motorino in un giorno di sole” e poi ho pensato che due settimane fa ho fatto un giro per Roma in motorino con Sara in un giorno di sole. La straripante esigenza didattica di Moretti, l’autore, nei confronti del misero spettatore pervade anche nelle scene più riuscite del film, come per esempio quella delle telefonate degli adulti ai figli unici di Lipari (o era Stromboli?), o quella in cui l’amico di Moretti corre all’impazzata giù dalla mulattiera verso il traghetto in preda a una crisi d’astinenza televisiva gridando, pardon, spiegando a voce alta, le ragioni del suo folle gesto. Ma non era sufficiente la missiva pro-telenovelas al Santo Padre? La recitazione allucinata del palinsesto televisivo? Non bastava che l’uomo corresse giù gridando semplicemente “Aaaaaaaaaaaa!”?
Nell’ultimo episodio, intitolato “Medici”, la supponenza e il narcisismo di Moretti, l’autore, diventano involontariamente ridicoli. Perlomeno credo che sia involontariamente. Nell’episodio in questione Moretti, il protagonista, dopo aver consultato numerosi dermatologi per via di un prurito insistente, scopre di avere una strana forma di tumore. La pedanteria quasi ossessiva con cui Moretti, l’autore, mette alla berlina questi professoroni “capaci di parlare ma non di ascoltare” (le lunghe inquadrature sulle ricette, le visite mediche ripetute all’infinito) non tiene conto di un dettaglio. Nella seconda scena, quella che apre il flashback, Moretti, il protagonista, decide di autodiagnosticarsi un problema dermatologico e si reca di sua iniziativa nel miglior centro dermatologico di Roma. Poi in un altro, poi in un altro ancora. La domanda che mi pongo è: come può un dermatologo diagnosticare un tumore al polmone? Forse Moretti, il protagonista, avrebbe fatto meglio ad andare dal medico generico, o in ospedale. Coinvolgere in un qualche modo specialisti differenti. Moretti, l’autore, poteva sicuramente giungere alle medesime conclusioni, ma il tessuto narrativo del film ne avrebbe guadagnato qualcosa. Ma in fin dei conti, perché stare lì a perdere tempo a limare simili quisquilie? Dopotutto per lasciare a bocca aperta il misero spettatore ci vuole ben altro che un po’ di coerenza, no?
Al termine del film ho messo via il computer e ho pensato a ruota libera alle cose che più o meno ho cercato di scrivere qui sopra. Poi ho pensato al videomessaggio dello statista e mi sono addormentato pensando “Forza fagiolo, forza fagiolo, forza fagiolo!”

La foto sopra è uno scatto di Sara nel quartire Garbatella di Roma

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  20.02.2013 | 18:09
quad x 100
 
 

non mi dilungherò a spiegarvi che cosa sono le idioziadi, perché sono certo che ne parlerò fin troppo nei prossimi mesi. vi basti sapere che gli autori sono tre, robi, guido e il sottoscritto, e gli episodi saranno 100, come i canti della divina commedia, come le novelle del decamerone.
l'illustratore lo stiamo cercando, ma dalle premesse direi che il buon gual ha già vinto.
qui sotto la versione preliminare dell'episodio 56, intitolato quad x 100. sopra, l'ineffabile contributo illustrato di gual.
per una migliore comprensione sappiate che in un episodio precedente il maestro miyagi, presidente del comitato olimpico, si dedica a insoltie pratiche sessuali con tonja, una professionista in materia. il racconto così com'è non è terminato, nel testo definitivo sarà manomesso dagli altri due autori, e forse non è neanche un vero racconto. e verosimilmente avrà una collocazione differente all'interno del romanzo. ho scritto romanzo?

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“Frau Tonja, rifila subito due scudisciate sulla schiena di questo scocciatore”.
“La prego, Maestro, mi dia retta. Deve venire a vedere coi suoi occhi”.
“Vedere con i miei occhi, Smithers? C’è un problema di parcheggio e il presidente del C.I.O. in persona deve andare a vedere coi suoi occhi? Ma siamo impazziti? Frau Tonja punisci subito questo seccatore”.
“Maestro, una cosa mai vista. La supplico, mi ascolti”.
“Vi avevo ordinato di costruire due parcheggi di venti piani. Uno per le auto e uno per i bus. L’avete fatto?”
“Sì, Maestro, ma…”
“E allora usateli, no? E lasciami in pace una buona volta. Frau Tonja?”
“Ja mein führer”.
“Impartisci a questo impiccione la lezione che si merita”.
“La donna fa schioccare la frusta nell’aria un paio di volte.
L’uomo si getta in ginocchio “Glielo giuro, signore, una cosa incredibile. Glielo giuro sulla barba di Pat Morita”.
“Pat Morita? Hai fatto il nome di Pat Morita?”
“Sì, ho detto Pat Morita”.
“Frau Tonja. Slegami”.
La donna ubbidisce. Miyagi prende un asciugamano e se lo lega attorno alla vita. “Smithers, non hai idea del casino in cui ti stai ficcando”. Miyagi esce in strada, seguito da Smithers e Tonja.
“Per le palle di Shinto!” esclama incredulo. “Ma che diavolo succede?”
“Gliel’avevo detto, Maestro. Ebbene, quella specie di galeone con una sola fila di remi e una testa equina come polena è la squadra idioziaca libanese di lotta assiro-fenicia mentre l’altro galeone, quello con tre alberi, trasporta la squadra castigliana di pelota basca. Il plotone di gondole laggiù è la squadra veneziana di inseguimento al turista, mentre il dragonboat sulla sinistra trasporta la squadra canadese di tiro al salmone. Quelle imbarcazioni là in fondo invece…”
“Ho capito, Smithers, capito. E quelli?”
“Il carro blindato è la squadra dei 110 ostaggi americana, i robot da guerra antropomorfi trasportano la squadra giapponese di sparaté, quegli uomini che annuiscono sugli elefanti là in fondo sono i giocatori della squadra indiana di OK su prato mentre quel gruppo di cammelli trasporta la squadra marocchina di tiro dallo spinello. Quelle diligenze sulla sinistra…
“D’accordo, Smithers, d’accordo”.
“Le mongolfiere lassù sono la squadra francese del lancio della baguette, invece quella specie di tandem alato trasporta la squadra dei Wacky racers e quel puntino luminescente è l’astronave dei Rolling stones. Hanno già chiesto permesso di attraccare tre volte. Stanno ingannando il tempo disegnando ghirigori nei campi circostanti. I contadini sono furibondi”.
“Smithers, basta così, ho detto. Dimmi solo un’ultima cosa. Cos’è quell’affare mostruoso?” Miyagi indica un enorme motocarro dotato di un manubrio cromato lungo sei metri, un serbatoio di carburante delle dimensioni di un tonneau e ricoperto da due casse stereofoniche, una serigrafia recante una donna nuda che uccide un drago con una spada e la scritta Urban dance quad. Sul sellino trova posto un numero imprecisato di sagome barbute e ricoperte di tatuaggi, vestite rigorosamente di cuoio nero.
“Quello, Maestro, è un quad”.
“Un quad?”
“Più precisamente è il quad che trasporta la squadra di headbanging di Reggio Emilia. Sono praticamente invincibili. Gli All blacks dell’headbanging. Non hanno mai perso un concerto”.
L’autista fa le corna col pollice aperto e dice “Diovalser”, subito imitato dai novantanove compagni. Poi preme un tasto sul serbatoio. Pochi secondi e un gh-gh-gh assordante esce dalle casse e incendia l’aria. Cento chiome prendono a oscillare all’unisono, simili a flutti sospinti dal vento.

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  13.12.2012 | 20:18
luca cantarelli - siamo virgole
 
 

Siamo virgole, l’ultimo romanzo di Luca Cantarelli, si sviluppa attraverso quattro differenti voci narranti. I quattro protagonisti si raccontano in prima persona alternandosi, mentre convergono, più o meno consapevolmente, verso un evento delittuoso che si compie all’interno di un supermercato. Un meccanismo che, unitamente a certe anticipazioni, diciamo, suggerite, mi fa pensare, con le dovute distanze, a certa letteratura di genere. I primi che mi vengono in mente, che poi sono anche gli ultimi che ho letto, sono l’hard boiled di Ellroy e l’horror di Stephen King. Ma va detto che per tematiche e stile Luca è sicuramente distante da entrambi. Secondo me, più che lo sviluppo narrativo, originale ma fino a un certo punto, è lo sviluppo dei personaggi a incuriosire il lettore e a indurlo a non desistere dalla lettura, anche se è tardi. I quattro protagonisti si raccontano a tutto tondo. In comune hanno una opprimente insoddisfazione professionale (la parola fallimento sarebbe troppo forte e riconducibile direttamente a uno solo dei quattro), in primo luogo, e personale, in secondo luogo. Non hanno relazioni sociali o sentimentali spontanee e paritarie; si sentono professionalmente inferiori ai loro conoscenti (un amico che ha fatto carriera, una professoressa del liceo, un fidanzato-capo indeciso e pusillanime ); sono, ciascuno a suo modo, dei sognatori. Fa eccezione, ma fino a un certo punto, Rebecca, la smorfiosa, la bellona, la superficiale, capace però più degli altri di lucide analisi sociali e interiori. Rebecca vive di sogni, come gli altri tre. Solo, ne è consapevole.
Luca è emiliano. Se nasci in Emilia devi fare i conti con Guccini, Dalla, i Nomadi e Ligabue. Nel corso della presentazione di domenica scorsa ho chiesto a Luca se lui sta dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando. La risposta non ve la dico, la capirete da soli leggendo il libro. La canzone cui facevo riferimento è di De Gregori, sì, e sì, De Gregori non è emiliano. Sarà per questo che è così antipatico?
Chiudo con i doverosi ringraziamenti a Luca per avermi coinvolto nella presentazione del suo romanzo. La sera prima, alle quattro del mattino, quando sono andato a letto, gli ho tirato due o tre accidenti in vista della levataccia che mi aspettava. Ma a conti fatti sono contento della chiacchierata che abbiamo fatto in pubblico, e spero che ci siano altre occasioni.
Rebecca è il personaggio più interessante del libro. Nel culmine della scena più drammatica, di cui è involontariamente protagonista assieme agli altri tre, in quel momento i suoi pensieri vanno inspiegabilmente al suo pesce Pallino. Forse è per questo che Rebecca e che noi tutti siamo virgole? L’estratto qui sotto è il “sogno di Rebecca”. Non ho potuto leggerlo alla presentazione per questioni di tempo. E’ stato un peccato, un vero peccato. Lo pubblico qui, come sempre, senza autorizzazione dell’autore.

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Forse, e sottolineo forse, potrei aver mentito sulla mia prima volta e sul momento in cui ho capito che gli uomini pensano ad una cosa sola e che per quella farebbero di tutto, anche ciò che non si dovrebbe, fingendo quel che non sono, e che di contro le donne possono avere qualcosa in cambio, anche quando non vorrebbero, ma a quel punto, se devi farlo, capite quel che intendo, tanto vale guadagnarci sopra, giusto? E allora potrei raccontare una storia alternativa di Rebecca, magari vera come le marche delle borsette che i vucumprà ti rifilano in riva al mare o sotto i portici di città prestando attenzione all’arrivo dei vigili, o magari vera per davvero, non sia mai, una storia in cui Rebecca è bambina e in cui uno zio, metti il fratello di tuo padre, si offre di badare a te, qualche
volta, quando c’è bisogno, e ti mostra dei regali, tutti luccicanti di pietre che brillano o pieni di rumori che suonano, ti dice che sono tuoi, sono tutti per te se li vuoi, per niente, anzi no, ci sarebbe una cosuccia, tanto per ridere, gli piacerebbe sbirciare sotto la gonnellina a balze, una specie di scherzo, e “ti dispiace se tocco un po’ qui e un po’ là”, sempre per gioco, tanto per passare il tempo, e il gioco diviene un’abitudine che ti infastidisce, nonostante i regali, che ti fa tremare all’idea e ti procura il mal di pancia, ma non sai come dirlo, non sai a chi dirlo, perché mamma e papà sostengono che tu racconti tante bugie, monella, e poi come si dicono certe cose che ti vergogni solo a pensarle e finisce che ti sgridano di brutto perché é tutta colpa tua, e quando a tavola i tuoi genitori ti annunciano che domani stai con lo zio, “sei contenta vero, ti diverti con lo zio, vero?” il tuo cuore inizia a salire di ritmo, fiori di ghiaccio germogliano sulla pelle e scivolano via, e la notte non dormi, riposi sempre poco da qualche mese a questa parte mentre in precedenza dormivi profondamente, senza neppure la coscienza del tuo riposo, basta che lo nominino, pensa a sentirne i passi che salgono i gradini, la destra che scorre sul corrimano e il dito che pigia il campanello, din
don, “chi è?”, “sono io”, “corri tesoro che c’è lo zio”, baci baci, anzi tre baci perché due portano male, “grazie per essere venuto”, “per me è un piacere occuparmi di Rebecca, le ho portato anche un pensierino”, “ma così tu la vizi”, “è una sciocchezzuola”, “però la vizi lo stesso”, “è tanto carina”, e quando siete soli, tu e lo zio carissimo, lui propone un gioco nuovo, invertendo le parti, e adesso è la tua volta di sbirciare dentro i suoi slip e toccare e via discorrendo, “non così però, devi metterci impegno” dice.

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  13.11.2012 | 09:17
alice nella brughiera
 
 

lo scorso 25 ottobre, a castelleone, in un locale che si chiama alice nella città, è andata in scena una performance di letture, musica e danza. in questo articolo trovate le mie sensazioni di quella serata. qui sotto, invece, incollo senza autorizzazione una mail che ho ricevuto da uno degli autori.

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Com'è andata, dici? Non male, ho fatto un casché ma mi ero dimenticato che non c'era nessuno a reggermi e così tutti sono andati a pagina 7 de "Il riso", dove si spiegano i meccanismi che muovono al riso, e quelli più svegli hanno riso quasi subito.
C'erano così poche persone che noi autori, che eravamo più numerosi degli spettatori, a un certo punto ci siamo confusi e siamo andati a sedere fra il pubblico.
Alla fine ci hanno chiesto perché facciamo tutto questo.
Per promuovere l'arte e gli artisti, abbiamo detto.
Hanno aggiunto: no, visto che è perfettamente inutile, perché fate tutto questo?
Allora noi abbiamo risposto beh ora dobbiamo andare perché è tardi.
Ed effettivamente lo era, anche se sembrava solo una scusa.
E poi ieri sera abbiamo imparato da French una cosa fondamentale: che racconto è diminutivo di romanzo. Mi sembra una definizione stepitosa, e bisognerebbe inserirla nell'enciclopedia Treccani.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.11.2012 | 00:10
chiasmo
 
 

ieri mentre rispondevo a una mail di un amico ho scritto una poesia di cui vado molto orgoglioso. è quattro volte più corta della più corta poesia di ungaretti. s'intitola chiasmo. eccola qui.

chiasmo
orgavare

la foto è stata scattata da sara a urbino.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  17.09.2012 | 19:03
tutti matti per colorno 2012
 
 

anche quest'anno sono andato a colorno al festival del circo di strada. daisy mi ha chiesto una recensione della prima serata, da pubblicare da qualche parte online. volevo linkarla, ma online non la trovo. forse non è piaciuta alla redazione. è piaciuta invece a david dimitri, ciò che mi rende oltremodo orgoglioso. la foto, di daisy, raffigura david nella parte finale del suo show.

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La quinta edizione della Festa Internazionale di Circo e Teatro di Strada Tutti Matti per Colorno organizzata dall’associazione Teatro necessario in collaborazione con il Comune di Colorno si apre sotto auspici metereologici incerti. Sono le ultime ore del pomeriggio di venerdì 31 agosto, e una pioggerella leggera spazza via gli ultimi scampoli di estate e, al contempo, scoraggia gli spettatori più timorosi. E’ il momento dei Giullari del diavolo, indiavolata congrega di saltimbanchi medievali, della compagnia Ca’ luogo d’arte, che quest’anno triplica la proposta artistica mettendo in scena tre spettacoli differenti. Risuonano nell’aria le note eccentriche e molto british del quartetto Classycool.
“La performance in strada è la più diretta tra le forme di espressione artistica”, spiega un’organizzatrice. “Niente palcoscenico, niente platea, nessuna transenna. L’artista e il suo pubblico sono allo stesso livello e condividono il medesimo palco; si studiano, interagiscono fino a diventare un’unica entità”.
Scende la sera. Il pubblico si raduna nello Spazio circo, da due anni il vero e proprio cuore pulsante della manifestazione. C’è il ristorante, che stasera propone un menù tematico dal fantasioso nome Tutti matti per il mare (ma domani e domenica sarà la volta, rispettivamente, di Spiedone lo sbirro e Pasta e basta). C’è il bar, aperto fino a ora tarda; c’è l’installazione Subtropicana degli olandesi De stijle vant, un’esperienza sensoriale davvero sorprendente; c’è il cinema più piccolo del mondo, allestito, pensate, all’interno di un’auto d’epoca marca Alfa Romeo. Ma soprattutto c’è lo chapiteau, quello che ospiterà David Dimitri, l’attrazione principale del festival.
Con il suo nuovo spettacolo, L’homme cirque, David Dimitri ha cambiato una volta per tutte il concetto di circo, proponendo un intero spettacolo circense eseguito da una sola persona: lui medesimo. Dopo aver calcato i più prestigiosi palcoscenici del mondo, come il Cirque du Soleil e Metropolitan Opera di New York, il Signore del filo (la definizione è del New York Times) ha ideato uno spettacolo che allarga l’orizzonte narrativo tradizionale del circo. In scena c’è proprio lui, l’artista, con il suo bagaglio di sogni, di tic, di ossessioni. Ecco quindi la solenne ma esilarante vestizione dell’acrobata. Ecco la frenesia ridanciana del circo, lo spettacolo che deve continuare a tutti i costi, stigmatizzato da un tapis-roulant sempre più veloce e dispettoso. Ed ecco in scena gli animali del circo, rappresentati qui da un unico, donchisciottesco, disobbediente cavallo di legno. Nelle mirabolanti acrobazie funamboliche la fantasia corre nel tempo, indietro, fino alle origini stesse del circo. Si giunge al momento più struggente, quello dell’uomo cannone, l’uomo solo che vola alto nel cielo con l’ambizione di guardare negli occhi Dio, anche solo per un istante. Dimitri racconta l’uomo cannone attraverso la poesia del suo gesto, grazie a una messa in scena surreale che strizza l’occhio a certe invenzioni di Méliès. L’esibizione volge al termine. L’acrobata è solo coi suoi pensieri, lontano dal pubblico, in alto, sempre più in alto, fuori dalla gravità, fuori dal tempo, persino fuori dal tendone, e noi, tutto il pubblico, lì fuori con lui, minuscoli puntolini, il naso all’insù, mentre una sagoma sempre più piccola si staglia contro un cielo che stasera sembra avere lo spessore dell’infinito.
La serata proseguirà fino a notte fonda con la musica e i balli degli scatenati Fiftyniners. Per tutti l’appuntamento si rinnova quest’oggi alle 17.30 con la seconda giornata del Festival Internazionale di Circo e Teatro di Strada Tutti Matti per Colorno.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  10.04.2012 | 22:13
verbale di riunione
 
 

Tra tutti i concorsi indetti da Tapirulan quello di racconti è indubbiamente il concorso più ingrato. Le ragioni sono molte, non ultima il fatto che la giuria si deve sorbire qualcosa come un cinquecentinaio di racconti, una consistente percentuale dei quali di più che discutibile qualità.
poi di tanto in tanto salta fuori una gemma. In quegli istanti la soddisfazione è impagabile.
Il concorso di racconti è anche quello che ha i tempi più lunghi. Dalla pubblicazione del bando alla pubblicazione dell'antologia passa grosso modo un anno. A volte qualcuno si innervosice. Si comincia a dire in giro che la giuria batte la fiacca. Non è così. La giuria lavora, eccome se lavora. E' proprio per dimostrare al mondo intero che la giuria lavora, e lavora sodo, avrei deciso di pubblicare il verbale di una delle riunioni, nella fattispecie la penultima.
Il verbale è stato redatto da uno dei giurati.

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La riunione si teneva a casa di X.
Per primo giunse Y. Finché furono presenti solo X e Y, la discussione si basò su intelligenti domande di Y, tre quarti delle quali imperniate sul colore della parete della cucina (di queste, due quinti circa sull’abbinamento tra i colori di spugne e imbuti e la medesima parete; una, una sola, sull’abbinamento cromatico tra lo spazzolone del cesso e la parete – non del bagno, bensì ancora una volta della cucina).
Arrivò poi Z, recando un dono per la fidanzata di X, ivi presente. Ne seguì una breve discussione sul suddetto regalo, dopo di che si cominciò a discettare di un lungo saggio scritto da Z. Y ne approfittò per fare domande sul colore della copertina del saggio e l’eventuale abbinamento della copertina con pareti, imbuti e spugne di casa X. 
Di seguito giunsero W e J, insieme. J piuttosto acciaccato, W in grande spolvero e in piccolo spolvero (si legga: spolverino).
Da quel momento le interazioni tra i cinque giurati assunsero la seguente struttura:
W che faceva domande a ripetizione a Z sulle sue passate esperienze (a proposito delle quali rimandiamo all’appendice).
Z che rispondeva alle domande di W fingendo ritrosia ma in realtà godendo sia pure solo intellettualmente della situazione attuale di oratore ininterrotto così come del ricordo nostalgico delle situazioni narrate.
J che fissava la bottiglia di liquore attendendo di poter trovare il varco nel monologo di Z, ai fine di proporre una pausa, ingollare il contenuto della bottiglia e dare un nuovo peso (al tempo stesso più ponderato e più leggero) al flusso di Z.
X che ascoltava annoiato conoscendo già le passate esperienze di Z (come tra l’altro W, il quale però provava gioia nell’istigare Z al racconto), evidentemente intenzionato a spostare il discorso su altri temi, ma sotterraneamente preoccupato che il dialogo monologico virasse verso l’analisi dei racconti del concorso, sui quali non poteva definirsi preparato avendone letto solo uno, scritto tra l’altro da lui stesso dietro pseudonimo pretenzioso (Alex Manzoni).
Y che spostava lo sguardo tra parete e liquore, molto indeciso su quale dei due oggetti fosse maggiormente meritevole di attenzione.

Appendice
Z - No, quella lì invece l’ho conosciuta su ***, non come quella che invece l’ho conosciuta su ***, e praticamente quando l’ho conosciuta prima **********, dopo mi ha ********, e praticamente mentre guardavo ****** lei *******, e c’era anche *** che *********, ma poi quando l’ho rivista ********, allora ho pensato che se lei diceva **************** allora per forza doveva ***********, invece pensate un po’ lei se ne esce con **********************, che secondo me era una stronzata, anche perché ********* e **************, infatti dopo un mese ****************************, quindi ditemi voi se può essere che ***********. Eh? Che ne dite?
J – Si può aprire il Glenfiddich invecchiato 65 anni, X?
X – Sì, basta che non mi chiedi nulla sul racconto che è piaciuto solo a te e  a W.
Y – Ma le presine di che colore sono?
W – E quell’altra volta che poi voi avete **********************************************************************  **********************************************************? Com’è che era andata quella volta?

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  22.01.2012 | 14:20
un giorno nella vita
 
 

A day in the life è una delle canzoni più importanti dei Beatles per molte ragioni.
Una di queste consiste nel fatto che si tratta dell’unica vera collaborazione Lennon/McCartney. Non sto qui a disquisire su quanto e come Lennon e McCartney si siano influenzati l’uno con l’altro per quasi un decennio, non sarei in grado, ma è storia che per comporre A day in the life i due abbiano programmaticamente deciso di costringersi a contaminarsi.
Causa diserzione di numerosi Wacky racers l’articolo sull’inaugurazione della mostra Privacy racconta, ma soprattutto nella sostanza è, l’incontro tra due soli Wacky racers, entrambi dotati, a mio parere, di straordinario talento. Forse non quanto Lennon e McCartney, o forse sì. Starà a loro dimostrarlo nei fatti, a John racer 1 e Paul racer 10.
La chiusura di A day in the life è un vorticoso cluster generato da un’orchestra di 40 elementi. Ogni musicista suona tutte le note del proprio strumento dalla più bassa alla più alta. In fase di produzione, al termine di questa vertiginosa apocalisse sonora, fu inserito il suono, o meglio, l’ultrasuono, di un fischietto per cani.
Analogamente, al termine di Un giorno nella vita (online qui), troverete una riga che vi sembrerà vuota ma che in realtà contiene un testo scritto con caratteri ultravioletti. Volete sapere che cosa dice?

Per concludere questo post nell'unico modo sensato devo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente ringraziare Guidodevo assolutamente…

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  12.01.2012 | 19:09
tette e culi per tutti
 
 

Qualcuno in giro dice che la mia è la prima generazione che non ha mai fatto una rivoluzione. Come dargli torto? Posso aggiungere che un conto è fare una specie di rivoluzioncella pseudoculturale a base di canne, sveltine nelle classi occupate e una vaga infarinuatura di marxismo, un altro conto è vedersela con dei tedeschi un po’ stronzi che ti puntano una mitraglietta in faccia prima di rivolgerti la parola.
Si dice anche che la mia è una generazione di videodipendenti. Vero anche questo, ci mancherebbe. Ma pure qui non siamo da soli.
Per la generazione dei sessantenni la televisione ha significato informazione e cultura alla portata di tutti. Una conquista enorme. Ma la vera dipendenza è arrivata successivamente, negli anni ottanta. Più o meno quando sono arrivate le tette e i culi. Difficile resistere alle tette e a i culi. La mia generazione ha sviluppato la videodipendenza quando sono arrivati Drive in e Colpo grosso. La videodipendenza tetteculistica è talmente inebriante che per tutta gratitudine ci siamo fatti governare vent’anni da quello che ce li trasmetteva. Sia mai che venissero a mancare tette e culi per tutti.
E la nuova generazione?
Reality, talent show, grandi fratelli. E comunque il piccolo schermo gli sta largo, alle nuove generazioni. Preferiscono il piccolissimo schermo, quello degli smartphone. Internet, chat, Facebook. Connessione interattiva, informazione real-time. Minimo sforzo, totale reperibilità.
Massima tracciabilità.
Se tanto mi da tanto quelli si faranno governare vent’anni dagli emissari del Grande Fratello.

Questo racconto apparso qualche giorno fa su Tapirelax vuole giocherellare più o meno con questo concetto. La foto, invece, l’ho scatta a Lubiana nel 2008.

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  02.11.2011 | 17:09
una recensione mediocre
 
 

Già lo dicevo qualche post addietro. Se vivi da queste parti, con Ligabue i conti prima o poi devi farceli.
Per quanto mi riguarda sono stato al Campo volo nel 2006 e ci ho scritto su un racconto cinque annni più tardi. Mi sembra più che sufficiente.
Il racconto è stato pubblicato con sublime tempismo sul quotidiano Qui Parma all’indomani del Campo volo 2.011.
E’ una storiella leggera senza tante pretese, ma fervida di contenuti personali. C’è il resoconto di quella giornata a modo suo straordinaria. C’è il ricordo di un’amica che non vedo da parecchio tempo. C’è, infine, il saluto a un nuovo amico. Si tratta di Gianluca (Morozzi), al quale ho successivamente inviato il racconto. Mi ha fatto piacere sapere che si è divertito a leggerlo.
La storia è online in due parti su Tapirelax. Qui la prima parte e qui la seconda.

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  08.09.2011 | 11:52
indiavolata
 
 

E’ da quando la conosco che Sara desidera andare in India.
E’ andata più o meno così. Però immaginate che questa conversazione abbia il respiro di circa un decennio.
Mi porti in India?
No.
Mi porti in India?
No.
Mi porti in India?
No.


(Io e Sara siamo stati separati per un paio d’anni)
Poi:
Mi porti in India?
No.
Mi porti in India?
No.
Mi porti in India?
No.
Mi porti in India?
OK.
Cos’hai detto?
E allora quest’estate ci siamo fatti un breve giro dell’India. Delhi, Rajastan, Agra, Varanasi. Poco più di due settimane.
Ogni anno, quando torno da un viaggio, mi riprometto di scrivere un diario prima di dimenticare quelle sensazioni. Poi una sera fuori, un concerto, una grigliata e una riunione a Torino, alla fine passano tre mesi e il diario non lo faccio più. Stavolta mi sono impuntato. Stavolta mi sono chiuso in casa e sono uscito tre giorni dopo, a diario ultimato. Il risultato è un ibrido tra consigli pratici, una cronologia e qualche pensiero buttato lì alla rinfusa. Andrebbe riletto mille volte, limato, editato e impaginato un po’ meglio di così. Ma ho addosso la fregola di farvelo leggere. Cliccate qui. E tornate a scrivermi i vostri commenti, ci tengo.
La foto è di Sara

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  01.09.2011 | 15:19
tolentino arrandom
 
 

Immagino che nessuno di voi possa vantare tra le proprie amicizie nientemeno che un Direttore Artistico.
Io sì.
E sono onorato di avere avuto l’opportunità di presenziare alla sua consacrazione, il 21 luglio scorso, in quel di Tolentino.
C’erano i Wacky racers, collettivo cui fieramente appartengo, c’era la Banda Osiris, c’era la RAI e, evidentemente, c’era anche qualche penna iberica in incognito.
I Wacky racers raccontano così la loro Biennale. Questa, invece, è l’autorevole opinione del giornalista de El Pais. Le parole che mette in bocca al direttore artistico suonano grosso modo così: “Molte sono le esposizioni di opere incomprensibili, come se gli artisti fossero carbonari che parlano un codice comprensibile solo a essi stessi”. Di Gualandri rivelano la sua personale filosofia dell’arte più di quanto egli stesso sia disposto ad ammettere.
Respect.

(La foto sopra ritrae Wacky racer 2, Wacky racer 1 e Wacky racer 3. Lo scatto è di Wacky racer 6)

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  21.03.2011 | 18:24
silloge
 
 

Da circa tre anni il quotidiano di Parma “L’informazione” dedica settimanalmente una pagina alla narrativa breve di narratori (più o meno) dilettanti. L’iniziativa, simpatica e lodevole, mi ha attirato fin da subito. Mi piace l’idea che alcuni dei i miei racconti possano essere pubblicati su un quotidiano della mia città. Mi piace l’idea di andare in un bar, per esempio il Dulcamara, ordinare una birra e mentre aspetto che venga sera accorgermi che di fianco a me c’è qualcuno anche lui con la birra davanti che tira sera leggendosi il mio racconto. Non è mai successo, ma mi solletica l’idea che avrebbe potuto succedere. La rubrica, intitolata “Il racconto delle domenica” mi ha ospitato ben nove volte, incluso lo scorso 6 marzo. Di cotanta clemenza nei confronti delle mie sciocchezze ringrazio qui la redazione della Luna di traverso che cura la rubrica e in particolar modo Silvia.
Volevo linkare qui la pagina del giornale col racconto ma pare di capire che il sito dell’Informazione sia offline da diverso tempo. Probabilmente qualcosa a che vedere col recente cambio di testata (ora il giornale si chiama “Parma qui”). Il racconto è online anche su Tapirelax, qui. La foto sopra è di Daisy. Non è quella scelta dalla redazione di “Parma qui” a corredo del racconto, ma l’altra, quella che hanno scartato (e che, naturalmente, preferivo).

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  18.10.2010 | 11:37
bibliodays 2010
 
 

Sabato scorso ho avuto il piacere di partecipare a “Bibliodays”, un evento che coinvolge alcune biblioteche della provincia di Reggio Emilia. Nel mio caso, sono stato invitato a leggere nel corso di una maratona di lettura (con aperitivo) che si è svolta nelle sale della biblioteca comunale “Carlo Levi” di di Quattro Castella.
Per la cronaca, ho letto “Tanto per fare” di Guido Casamichiela e “Ho rapinato una banca” di Andrea Cirillo, due racconti di Souvlaki.
A Bibliodays c’era un po’ di tutto. C’erano gli appassionati, c’erano i curiosi, c’erano gli imbucati, interessati principalmente al lauto aperitivo, c’era il gruppo di lettura “Lettrici volontarie”, gli organizzatori e persino l’assessore alla cultura di Quattro Castella.
Personalmente trovo che iniziative come questa siano lodevoli per numerose ragioni. Fare conoscere i libri alla gente, mettere a contatto gli appassionati. E poi portare persone nelle stanze della biblioteca, sempre così vuote e silenziose, inospitali, fredde. Per una sera fregarsene e fare rumore con le sedie, sbriciolare in giro, leggere a voce alta, battere le mani, ridere tutti insieme.
Dicevamo con Sara (a dire il vero, lei lo diceva mentre io annuivo) che è bello il fatto che ancora in certi comuni le iniziative coinvolgano i cittadini, i quali diventano al contempo protagonisti, organizzatori e spettatori. In certi altri comuni non troppo distanti, invece, le iniziative arrivano dall’alto come regie elargizioni, come dire “ecco, divertitevi, poveri sciocchi” e si buttano all’aria vagonate di milioni per autentiche stronzate come questa. O come questa.

Al termine della mia breve esibizione l’assessore alla cultura, la sig.ra (leggo da internet – mi auguro di non fare gaffes) Marinella Cavecchi mi ha stretto la mano e mi ha fatto complimenti per la lettura. Con questo mio umilissimo post desidero ricambiare i complimenti alla signora Cavecchi per la piacevole iniziativa.

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  05.10.2010 | 12:07
dott. mag.
 
 

Dopo otto e passa anni di tentennamenti decisi che era venuto il momento.
Il primo passo fu il più difficile. Quando mi presentai in segreteria per verificare se i miei esami erano ancora tutti validi mi tremavano le gambe e sentivo il tum-tun del cuore tuonare nella testa. Mi dissero che sì, i miei esami erano ancora tutti validi, ma ancora per poco. Aggiunsero che la tesi era ancora registrata – perché non avrebbe dovuto esserlo? – e che il relatore era ancora in forze nell’organico dell’università di Parma.
Espletai un po’ di burocrazia e pagai una quota d’iscrizione che prosciugò le mie finanze, ma alla fine ero nuovamente uno studente dell’Università degli studi di Parma.
Andai dal professore.
Bussai.
“Avanti”, disse.
Quando entrai mi studiò per qualche secondo. Si portò una mano al mento e guardò all’ insù, come a chiedere un aiutino al cervello.
Agitai la mano nell’aria. “Eh, tanti tanti anni fa”, dissi.
“Ah, ecco, mi pareva”, e mi fece accomodare. “Mi rinfreschi la memoria”.
Gli raccontai della tesi iniziata dieci anni prima e mai terminata. “Era sugli algoritmi di compressione mp3”, aggiunsi.
“Mmmh, mp3, quindi”.
“Sì, mp3”.
“Ma lei lo sa che è uscito da un po’ l’mp4?”
Sorrisi. Sì, lo sapevo.
Il professore fu molto comprensivo e accettò di permettermi di terminare il lavoro iniziato a suo tempo.
Portai a termine il grosso della tesi nel corso dell’estate del 2009. Poi, in inverno, feci gli ultimi ritocchi nei ritagli di tempo.
Ad aprile di quest’anno il lavoro era terminato e giudicato positivamente dal professore. Fissammo la data: il sette luglio. Sessione estiva.

Quel giorno mi svegliai alle cinque in punto. Ero fresco come se avessi dormito dieci ore e il discorso nella mia testa filava diritto e sicuro come un’autostrada appena asfaltata. Arrivai in università con largo anticipo rispetto alla convocazione. Consultai l’elenco dei laureandi. Ero dodicesimo o tredicesimo. Il penultimo prima di pranzo. Sarebbe stata una lunga mattinata, pensai.
Non fu così: con mio sommo stupore più della metà dei candidati previsti prima di me non si presentarono affatto. Erano neanche le dieci e trenta quando toccò a me. I miei amici dovevano ancora tutti arrivare. M’incamminai alla postazione. Nei primi banchi i membri della commissione sfogliavano pigramente il mio lavoro, qualcuno – suppongo Sara – scattava foto in continuazione. Mia madre in fondo all’aula stemperava la tensione camminando avanti e indietro senza sosta.
Io ero tranquillo.
Semplicemente andai là, feci il mio discorso, ascoltai la domanda del professore, risposi qualcos’altro e mi congedai con una stretta di mano.
Andò tutto liscio, insomma.
Poi gli amici, la proclamazione, le foto, le parole di congratulazioni, l’aperitivo e tutto il resto. Avvenne tutto molto in fretta.
Poi mi crollò addosso tutta la stanchezza di quei tre giorni di tensione.
Ritornai a casa e dormii tutto il pomeriggio.
Alla sera Sara mi aveva organizzato una festa a sorpresa con tutti miei amici.
Fu una serata bellissima.
Il giorno dopo ero di nuovo in ufficio, nello stesso cubicolo che occupo oramai da otto anni e mezzo, davanti allo stesso pc, a parlare nello stesso telefono con le stesse persone delle stesse inutili cose.
Nella mia vita non era cambiato assolutamente nulla. A parte che avevo addosso un bel Dott. Ing. Malditesta.

Le tesi sono tutte noiose, specialmente quelle in ingegneria, specialmente quelle scritte da quasi-quarantenni ravveduti e troppo vecchi e stanchi persino per potersi considerare dei fuoricorso di lusso. Se qualcuno la pensa diversamente, se qualcuno davvero intende leggersi la mia tesi per qualche ragione a me oscura, ebbene, allora cliccate qui per scaricarla.
A quel qualcuno mi permetto di consigliare la lettura – se non degli altri – almeno del primo capitolo. Ci troverà una manciata di curiosità stuzzicanti, quali per esempio la storia del post-it, o il titolo della prima canzone convertita in mp3, oppure la spiegazione perché si dice floppy disk con la K ma compact disc con la C.
Che roba, eh?
Del fatto che la mia tesi, dopotutto, contenga alcuni elementi di immotivato interesse è inequivocabile testimonianza la foto qui sopra, scattata da qualcuno con la mia digitale.
Ringrazio Fabio, tra le altre cose, per aver accettato di ospitare questo pretestuoso file sull’affollatissimo server di Tapirulan.

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  07.06.2010 | 14:26
un pianeta di parole
 
 

Quando Enrico mi propose un’intervista per il settimanale Zerosette (anche online, qui) accettai entusiasta. “Ha detto un’intervista?”, pensai, “proprio a me?”
Gli dissi di mandarmi la lista delle domande via mail, che gli avrei risposto entro ventiquattr’ore.
“No, no – fece lui – facciamo una vera intervista con le domande e il microfono e tutto il resto”.
Ci incontrammo al Dulcamara pochi giorni dopo. Enrico mi disse “Pronto?” e io “Sì, certo”. Allora lui accese il registratore e mi fece la prima domanda. Mi bloccai. Guardavo Enrico che guardava me, guardavo il registratore, guardavo la sala del Dulcamara stranamente semideserta. Mi guardavo tutt’intorno ma non dicevo nulla. Non che non avessi niente da dire, soltanto mi sembrava troppo strano parlare dentro un registratorino. Non so come altro spiegare.
Poi a un certo punto le parole presero ad uscire e in pochi minuti l’intervista si fece da sola.
Martedì 18 maggio è uscito il numero di Zerosette con la mia intervista. A pagina 36 ci sono io. A pagina 44, Rocco Siffredi. Non oso immaginare il cambiamento nella mia vita se l’impaginatore avesse erroneamente invertito le foto.
Qui sotto il testo di Enrico pubblicato dal giornale. Rileggendolo oggi lo trovo un po’ asciutto, come dire, impersonale. Probabilmente ne è causa il limite tassativo delle 2200 battute. Ma le cose ci sono più o meno tutte.
Doveroso qui ringraziare Enrico per la bella opportunità.

Ora che sono famoso siete pregati di cominciare a darmi del lei.

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Responsabile della sezione racconti dell’associazione culturale Tapirulan, Alberto Calorosi scrive da sempre. Nel 2005, la svolta: “Ho provato a leggere i miei vecchi racconti come non fossero miei. Erano orribili. Ho capito quanto fosse diverso scrivere per me o per qualcun altro”. Considera la scrittura un’esperienza ‘gravitazionale’. “Nasce da ciò che mi succede, che ho letto o che mi hanno raccontato. Dopo aver recepito il mio cervello dimentica. Poi, a un certo punto, le ‘particelle’ cominciano ad agglomerarsi. Avviene generalmente nei momenti meno poortuni: metre chiacchiero con amici o durante un’intervista. Nella mia testa si genera un pianeta di parole che sento l’esigenza di esprimere. Appena posso, perché c’è anche la vita contingente, mi metto lì e scrivo”. Il suo blog nasce per scherzo, “ e uno scherzo continua a essere. Volevo mettere online qualcosa che riflettesse la mia persona scritta. Ogni post contiene una sfaccettatura delal mia personalità”. Nel 2008 pubblca il fumetto “30 senza lode”. E’ andata così: “Ho scritto di getto una toria d’amore (e di sesso) tra due giovani studenti del Dams di Bologna e l’ho inviata al mio amico Andrea Gualandri, disegnatore di grande talento. Mi ha subito proposto di trasformarla in immagini. La storia si adattava bene, perché era quasi tutta dialogo. Da profano del fumetto, ho pensato: facile, Andrea disegna e io riempio le nuvolette. Quando poi ho inserito i dialoghi mi sonoa ccorto che la storia era diventata verbosa. Mi sono reso conto a mie spese che il linguaggio del fumetto e quello della narrativa sono molto differenti. Ma dovevamo stampare. Ho dovuto riscrivere tutto il fumetto in 48 ore”. Ora ha in mente un nuovo fumetto, sempre con Gualandri: “Sarà una storia noir, iperrealista e cattivissima”. Però gli piacerebbe anche proporre a un editore una selezione delle sue cose. “Un giorno lo farò. Ma starò alla larga dal solito editore a pagamento che stampa 50 copie in digitale per gli amici. Mi proporrò a una casa editrice vera. Se il libro piace, bene. Se non piace, fa lo stesso. Esistono altri canali per diffondere le mie storie”.

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  27.04.2010 | 13:11
for sale baby shoes never worn
 
 

Durante la presentazione di Souvlaki di sabato scorso, mentre intervistavo uno degli autori, ho proposto la seguente questione: Hemingway ha scritto un racconto di sei parole che dice "Vendesi, scarpe da bimbo, mai usate ". Ebbene: quant'è il numero minimo di parole affinché un racconto possa definirsi tale? (nota: l'autore era pubblicato con un racconto di non più di una quindicina di righe). Nel corso della presentazione sono stati in molti a dire la loro.
Gli amici del C56 hanno fatto altrettanto.
Questa che segue è - più o meno - la mia opinione.
L'immagine sopra è Summer interior di Edward Hopper

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Prendete un racconto di Carver. Prendete un qualunque racconto di carver. Ce n’è uno qui, nel mio blog. Non è il migliore, era solo il più corto, il più comodo da trascrivere.
I racconti di Carver si sviluppano attorno a un episodio insignificante. Un frigo rotto, una torta non consegnata, un piattino d’argento usato come posacenere. In Carver c’è così tanta profondità e consapevolezza narrativa che quella pagina e mezza che parla del posacenere riassume tutta la vita di un uomo, la sua inestinguibile disperazione.
Che c’entra Carver? Niente. Assolutamente niente. E’ che Hemingway non l’ho mai letto. Mi serviva un altro scrittore alcolizzato, tutto qui.

Prima di tutto il testo esatto: “For sale: baby shoes, never worn”.
Allora: si tratta di un racconto? Ma certo. Mille volte certo.
Innanzitutto l’ambientazione. Dunque. E’ sicuramente un racconto grottesco. Dico, chi mai metterebbe in vendita le scarpine di un bimbo mai nato? Un’ambientazione chiaramente metafisica. Quell’annuncio sta dentro una testa. Come? Vediamo.

Primo mattino.
L’uomo sbatte la porta e barcolla fino al divano. Le prime sere soleva far tardi insieme agli amici, diceva che era il suo modo di reagire. Ora tira mattina da solo. Si accascia sul divano senza levarsi i vestiti. Sdraiato così, il soffitto gli gira intorno. Ha un conato e fa per alzarsi. Ricaccia giù tutto. Al lato opposto del divano, sull’altro bracciolo, le scarpe sono chiazzate di vomito. Con la mente ritorna indietro a quando era ragazzino, e sua madre lo sgridava perché aveva sempre le scarpe sporche di fango. Ripensa a com’era diversa la vita quando ancora tutto questo non era successo. Sorride, e si assopisce.
Una camera da letto, un letto matrimoniale. Sfatto. Penombra. Serrande abbassate. Nella stanza c’è un odore stantio. La porta è aperta. La donna giace supina nel letto, avvolta in una camicia da notte stropicciata. Non si alza da giorni, forse da settimane. Singhiozza. Le scarpine sono ancora nella scatola, incartate con carta regalo, lì, sul comò. C’è un grosso fiocco rosa. Improvvisamente un pensiero assurdo balena nella testa della donna. Ha la forma di un annuncio commerciale. La donna sghignazza.
Fine.

Obiezione: sì, ok. Ma Hemingway tutto questo non l’ha mica raccontato. Lo stai facendo tu.
Risposta: davvero? Ne siete proprio così sicuri?

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  01.03.2010 | 17:56
la sorella dello sposo
 
 

C’è un momento che senti che non stai più scrivendo le tue cazzate per te stesso ma lo fai per qualcun altro. Per qualcuno che le legga. Per un pubblico. Più o meno ampio, non ha importanza.
Poi c’è un momento altrettanto cruciale ma un po’ più evanescente, più difficile da spiegare. Significa il raggiungimento di un certo livello di consapevolezza del proprio testo. Un certo livello, sì. Non so essere più preciso. Io me ne sono accorto quando editavo le mie storie. Ogni volta che rileggevo, aggiungevo sempre delle cose. Alla fine la storia era molto più lunga e, diciamo, polposa. Poi un bel giorno mi sono accorto che, rileggendo, era più quello che toglievo di quello che aggiungevo.
Inconsapevolmente mi ero reso conto che la cosa veramente difficile quando si scrive un racconto non è trovare le cose da dire, ma capire che cosa lasciare fuori.

Mi piace editare racconti. Mi piace la sensazione di sapere che l’autore capisce e condivide il mio intervento. Che trova il suo racconto diverso, migliore, eppure ancora suo, tutto suo.
Mi piacciono i racconti di Anna. Mi piace editarli. Stavolta però ho fatto qualcosa in più. Gliel’ho rubato.
E’ che… la storia mi piaceva. Parecchio. Trovavo che avesse un grande potenziale, ma… ma… non so, c’era qualcosa che…
La storia di Anna è qui. E sotto, invece, la prova schiacciante del mio scippo.
Porgo le mie scuse all’autrice per aver osato tanto.

Il dipinto è “Morning sun” di Edward Hopper.

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Sono la sorella dello sposo. No, non quella. Quella è Chiara, la sua testimone. Carina, vero? Inutile che mi cerchi sull’album, tanto io non ci sono. No, nemmeno nella foto dei parenti. Non mi piace essere fotografata. Lo evito. Diciamo che non sono fotogenica. Diciamo così. Quello è mio fratello. Non trovi che sia bellissimo in quella foto?

Sono la figlia dell’avvocato Migliorati. Quella adottata, aggiungono sempre quando si riferiscono a me. Ecco perché non assomiglio a mio fratello. Lui è arrivato dopo. Una sorpresa benedetta, proprio l’anno successivo al mio arrivo. Benedetta. Come me. Dicono che alle volte succede. Dicono un sacco di cose. Per esempio dicono che sono stata fortunata a venire adottata da una famiglia benestante che ha saputo prendersi cura di me e del mio problema.
La mia madre biologica non mi ha nemmeno dato un nome, figurarsi un cognome. Non mi ha voluto riconoscere. Forse è per questo che qualche volta mi sento come se fossi trasparente. Un’infermiera mi ha dato nome Benedetta. Un augurio, o forse uno scherno. Non saprei.
La mia madre naturale era minorenne. Sapeva che sarei nata cieca. Dicono che è stata coraggiosa. Avrebbe potuto abortire. Be’, un po’ mi ha abortito lo stesso, a conti fatti. Ma sono cose che è meglio non dire. Sono cose a cui non dovrei pensare. Non trovi che questo primo piano sia davvero intenso?

Mi chiamo Benedetta, sono stata adottata dalla famiglia Migliorati e sono la sorella dello sposo. Se non fossi sua sorella, credo mi sarei innamorata di lui. A dire il vero, sono sempre stata innamorata di lui. Ma lui è mio fratello, e ora si è pure sposato. Però ho scattato delle gran belle foto al suo matrimonio. Dicono che sono un’ottima fotografa.
Mio fratello ha dieci decimi. Non trovi che abbia degli occhi stupendi?

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  29.01.2010 | 12:16
128 battute
 
 

lorena mi segnala questo concorso letterario indetto da feltrinelli.it, che un po' somiglia a quest'altro indetto da corriere.it un paio di annetti or sono.
racconti, aforismi, poesie non più lunghi di 128 battute. e che ci vuole?
ho aperto il mio file intitolato "genialate.doc" dove conservo tutte le spiritosate che mi vengono in mente e che poi finisco per non sviluppare. ne ho tirati fuori otto, anche se temo che il 6 non sia farina del mio sacco. proprio non ricordo.
se v'interessa, il mio preferito è il 3.

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1) Queste scarpe fanno schifo. Ora ci piscio sopra e faccio finta di lucidarle.

2) Mordillo, ragazzi, è un fottutissimo metallaro.

3) Il mio collega ha una suoneria che quando riceve un SMS si sente un gatto che miagola “Ho fame”. Ora vado di là e lo ammazzo.

4) Io, mia cara, ho un’infinità di limiti.

5) Ma che medico e medico. Fai come me, Non ci andare, dal medico. Tanto è sempre colpa delle cose che abbiamo in tasca.

6) In mancanza di meglio, i bambini disegnano sulla sabbia, i carcerati scrivono sui muri e i turisti firmano i monumenti.

7) Quando sono uscito di casa ho messo in mano a mio padre la cassetta del mio porno preferito. Questa è emancipazione.

8) Vorrei tanto sapere cosa cazzo significa “All’ombra dell’ultimo sole”.

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  22.01.2010 | 19:34
radio scarzara
 
 

Yastaradio è la mia Radio Londra. La ascolto di nascosto, piratescemente, a volume basso, quando nessuno si aggira nei paraggi. Eh, sì. Ascoltare cinque minuti di Yastaradio nel mio 1/4 di ufficio qui a Parma (Scarzara, per essere precisi), tra una telefonata in Giappone e un e-mail di lavoro è il mio gesto eversivo, la mia rivoluzione personale. Impalliditi, vero? Altro che sessantotto.
Fatto sta che la radio mi piace davvero, sì. Credo che trasmetta ottima roba, e il sito è ricco di recensioni, forum, news, opinioni. Tanto entusiasmo e poche lire in tasca, dico bene caro Dalse? Come sempre, del resto, ogni volta che uno ha la zucca piena di buone idee.
L'altro giorno Dalse mi ha chiesto una classifica dei miei top 10 album del 2009. Ci ho pensato un minuto e mi sono reso conto che quest'anno avrò sentito dieci album in tutto. Sì e no. Mi sono vergognato come un bandito. Ma ho deciso di scrivergliela lo stesso, a Dalse, la mia top 10 del 2009. Glielo dovevo un articolo tutto per lui, dopo due anni di taglia e incolla. Così gliel'ho scritta, la mia top ten. Ma naturalmente a modo mio. Se volete leggerla cliccate qui. S'intitola "Un pugno di consigli nell'attesa che il Duca di Toscana vi fotta la morosa". Spero vi strappi una risata.
Colgo l'occasione per ringraziare Dalse e il team di Yastaradio per l'ospitalità e i ripetuti attestati di (immeritata) stima nei miei confronti.
Ad maiora.

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  21.12.2009 | 13:14
una puntata di tom & jerry
 
 

Ci sono momenti che ti guardi intorno e ti sembra che la realtà si sia presa un giorno di ferie e sia stata sostituita da degli attori; che nascosta nelle pliques o tra le azalee o nello spumante ci sia una microtelecamera che sta riprendendo tutto. E dall'altra parte, da qualche altra parte, milioni di spettatori che si fanno beffe di te e trangugiano pocorn.
Mi è successo a Madrid, in Plaza del Sol, la piazza centrale della città. C'era un caldo dell'ostia, quel giorno e la piazza era un formicaio di turisti. Assiepati sulle panchine, tutti cercavano un po' di refrigerio: un'ombra, un gelato, un ventaglio, una birra. E al centro della piazza c'era una cassa. E tutti che le passavano di fianco ignorandola. Ero stanco e accaldato. Mi ci sedetti sopra. Dopo circa un minuto dall'interno giunse un urlo: "AYUDAAA!". Balzai in piedi e guardai la cassa. Di nuovo quel grido: "Ayudaaaa!". Mi guardai intorno. Nessuno sembrava notare la scena. Mi defilai a gambe levate.
OK, OK, è stato un atteggiamento stupido, lo so. Ma sul momento non mi venne in mente di meglio. E' per questo che le candid camera fanno così ridere.
L'altro giorno sono andato al duplice concerto dedicato a John Cage. Non posso dire che non mi sia piaciuto. Anzi. Solo che a tratti mi sono sentito come quel giorno a Madrid. Questa recensione cerca, se possibile, di raccontare quella sensazione.
La foto è un mio scatto col cellulare durante l'esecuzione di Imaginary landscapes 4. Non è un granché, lo so. Ma vi suggerisco di guardarla con attenzione prima (eventualmente) di leggervi la recensione.

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  10.11.2009 | 11:59
cocci
 
 

silvia, la sorellina di sara, ha iniziato da pochissimo le superiori. qualche tempo fa venne da me tutta eccitata a mostrarmi il suo diario nuovo.
mi chiese di scriverle una dedica.
la mandai via in malo modo dicendo qualcosa tipo: "figurati se alla mia età mi metto lì a scriverti una dedica sul diario. quella è roba da adolescenti".
poi pensai a quando anch'io facevo il liceo. i miei compagni di classe avevano tutti il diario pieno di dediche e scritte varie, mentre sul mio c'erano solo i compiti e qualche testo di canzone che avevo pazientemente ricopiato a mano. nessuno ci aveva mai scritto niente, sul mio diario.
allora dissi a silvia che avevo cambiato idea e, sì, le avrei scritto una bella dedica. doveva solo propormi un argomento.
scelse "l'amicizia".
solo che io non sono tanto capace di scrivere dediche.
ma qualche volta mi riesce di scrivere una storia.
ne pensai una, brevissima, e gliela dedicai.
silvia mi ringraziò, e mi domandò candidamente da dove l'avessi presa.
"dal mio cervello", risposi.
mi scrutò: "da dove?"
"niente, niente, lascia perdere - dissi - dimmi piuttosto se ti sembra in tema".
mi rispose di sì, azzeccatissima.
in realtà la storia non parla esattamente di amicizia. ma silvia, suppongo, se ne accorgerà soltanto fra qualche annetto.

la foto l'ho scattata al metelkova di lubiana lo scorso aprile.

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Le ombre gocciolano nel Tamigi generando bave di luce. La notte ruggisce di silenzio, nel divenire imminente della sconfitta.
Silvia siede sulla riva dissestata, le braccia strette intorno ai ginocchi. I braccialetti tintinnano. Silvia trema. Silvia strappa ciuffi d'erba e li scaglia nel fiume. Dondola la testa su e giù, assecondando le increspature elicoidali dei suoi pensieri.
Appoggiata al lampione mi accendo l’ennesima sigaretta. Stanotte avevo deciso di smettere. Stanotte avevo deciso di fare molte cose. Stanotte attendo soltanto che Silvia si giri, e mi noti.

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  26.10.2009 | 10:44
vacca che roba
 
 

di ritorno dal rock en seine ho cominciato a rodere. possibile che gli altri sappiano fare tutto meglio di noi? sempre? puro senso dell'esotico oppure italiani brava gente? in casi del genere il canna è solito sostenere che "l'erba del vicino è sempre più buona". senza nessuna pretesa di fare luce sull'argomento ho scritto questa recensione per tapirelax. parla dei faith no more, sì, ma anche di altro.
per la cronaca, quel giorno assistemmo pure alle performance di offspring, the horrors e danananakroyd. un giorno magari tiro fuori due righe anche su di loro.
la foto proviene da qui. buttate un occhio: niente male 'sto tizio, niente male.

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  21.09.2009 | 16:58
spigolature
 
 

Ma che blog noioso.
Libri, libri, libri. Sempre e soltanto libri.
Che due maroni.
No, dico, ma sei convinto di leggerli solo tu, i libri?

Il fatto è che i libri mi rilassano. Prima non era così. Prima, se avevo un paio d’orette libere, mi guardavo un film o mi ascoltavo un disco. Forse perché non sentivo il bisogno di rilassarmi. Più probabilmente, prima non ero stressato. Oggi la lettura espleta la duplice funzione, quasi antitetica, di svagarmi e al contempo di stimolarmi, indurmi a riflettere. C’è una parola che definisce perfettamente questo concetto, ma in questo momento non mi sovviene. Eppoi lo dicono tutti che leggere fa bene.
Sempre più spesso, nel corso dell’ennesima giornata escrementizia, piena di affanni e vuota di soddisfazioni, mi ritrovo a desiderare il momento in cui mi spaparanzerò sul divano, una Edelstoff gelata sul tavolino (gran birra, la Edelstoff), a leggermi un libro o un giornale o, che so, le Spigolature della Settimana Enigmistica. Ottime per cagare, tra l’altro, le Spigolature. Le Spigolature e Focus. Provate provate, se non mi credete.
Ecco, nel frattempo m’è venuta in mente la parola di prima: ‘fantasticare’.
Recensirli – se recensioni possono davvero definirsi le mie ordinarie quattro chiacchiere da bar Primavera – è un modo come un altro per archiviare con un certo ordine le sensazioni, intense ma sovente sfuggenti, generate dai libri. Lo faccio, al pari di molti altri, tramite un blog, nell’illusione indolente che dall’altra parte ci sia davvero qualcuno intenzionato ad ascoltarmi.
Che poi: dall’altra parte di cosa? Di una strada? Di un filo? Del mondo? Dall’altra parte del discorso? Per molti, scrivere in un blog, significa dialogare con l’altra parte di se stessi.

A proposito di spigolature: qualche giorno fa ero a cena da amici. Nel corso della serata ho assistito, divertito, alla seguente conversazione:
Amico #1: “Gloup, meravigliosi. Ma vengono anche questi dal tuo orto?”
Amica #2: “Che cosa?”
Amico #1: “I pomodori. Sono davvero squisiti”.
Amico #3: “Veramente i pomodori dell’orto sono finiti da due settimane”. E guarda perplesso l’amica #2.
Amica #2: “E’ così, infatti. Questi provengono dal campo di R*****. Sono andata stamattina presto a spigolare un po’”.
Amico #3: “Spigolare? Ma se R***** non ha ancora iniziato a raccogliere!”
Amica #2: “Embé?”
Amico #3: “Secondo me prelevare pomodori da un campo prima dell’inizio della raccolta non può definirsi propriamente ‘spigolare’”.
Amica #2: “Perché no? Vedila come una sorta di spigolatura preventiva”.
Spigolatura preventiva. Un concetto rivoluzionario.
Quella sera, dopocena, rifiutai l’invito a restare fuori fino a tardi. Non avevo voglia gironzolare per i bar, né di spendacciare in drink. Ero appagato così. Desideravo, più di altro, di tornarmene al mio divano e spaparanzarmici sopra, di dedicarmi al mio libro. Leggere fa bene, lo dicono tutti. Fa bene anche al portafogli.
Mi congedai dagli amici in fretta e attuai le mie intenzioni. Tornai a casa più presto del solito e, per questa ragione, trovai persino da parcheggiare sotto casa. Ero raggiante.
L’indomani, quando scesi in strada per andare in ufficio, mi ritrovai l’auto smontata. Dapprincipio paventai un atto di vandalismo. Avvicinandomi, poi, mi resi conto che qualcuno mi aveva semplicemente asportato (coscienziosamente, ammetto), alcune parti dell’automobile. Salii in auto e misi mestamente in moto. Era l’inizio di un’altra giornata di merda. Mentre guidavo, pensai che dopotutto la ‘spigolatura preventiva’ è una pratica molto più diffusa di quanto ci s’immagini.
E che leggere non sempre fa così bene al portafogli.

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  25.08.2009 | 11:34
preghiera
 
 

Siamo spighe mature. Siamo insetti sul muro. Inseguiamo un destino volteggiando con ali di cera.
Esistono agonie che ti fanno gridare. Alzare gli occhi e gridare “Qualcuno mi deve delle spiegazioni”.
Talvolta sono terrorizzato al punto che vorrei nascondermi sotto il letto, gli occhi strizzati fino a fare uscire le lacrime, i pugni serrati, le nocche bianche.
Ora Ti penso. E’ tardi, lo so.
Ora Ti penso, e prego che Tu abbia finalmente abbracciato la pace, dovunque essa si trovi.

Fai buon viaggio, se c'è un viaggio.

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  09.07.2009 | 18:51
convivenza
 
 

tra le varie cose, sarebbe pure emerso che io al mattino faccio dei versi strani.
bah.
non mi risulta.

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Sara si stropiccia gli occhi.
Ha le gambe ingarbugliate nelle lenzuola e i capelli dappertutto.
Strizza gli occhi e arriccia le guance ma attraverso la nebbiolina del sonno non distingue bene.
“Cos’è?” farfuglia.
“E’ per te. Un regalino” fa Alberto agitandole davanti al naso la grossa scatola. Sara sorride e afferra il pacco.
“Posso aprirlo ora?”
“Certamente”.
Sara toglie il coperchio e guarda dentro la scatola. Dall’interno, un fracasso demoniaco le doma la criniera e inonda la stanza facendo tremare i vetri. Le ante dell’armadio scricchiolano e il lampadario tintinna. “BAARAGGHHAAAAHH!!!”
Sara fa un urlo, butta per aria la scatola e si nasconde sotto il cuscino.
Alberto fa un sorriso tutto denti. “Buongiorno amore, io andrei in ufficio, allora” esclama.
Una vocina da sotto il cuscino. “Buon… gio… rno…”
Sara sbircia fuori con un occhio.
Vede una sagoma a forma di Alberto che esce dalla porta.
Pensa a quanto si sente felice.
E pensa che a questa cosa, però, proprio non le riesce di abituarcisi.

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  04.06.2009 | 13:19
olbers' brightest sky
 
 

sound like i do have friends visiting my blog living on the other side of the world. i learn with great pride and honour. this short tale i dedicate now to taichi-san and to all old and new japanese friends.

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Hours were passing by, and I could not sleep because of some recurrent thoughts. Somehow I found myself playing with Olbers paradox.
According to Olbers, supposing universe dimension to be infinite and, as well, number of stars, then the nightsky should be white instead of black. Why? In Olbers’ opinion it would be enough to imagine a hypothetic line from here towards any direction outside, so that sooner or later a star should be waylaid. A very fascinating theory. Say, universe is a huge lamp switched on for humanity.
For some reasons I was pushed back to twenty years ago. It was August 13th, Tsukimi day. Mariko and myself, we spent all night lying in a field, my head against her head, watching the stars above us. The sky was bright and the stars were shining like silver stings. Mariko pointed her finger to each constellation and explained me the history of its name. I felt like a survivor in the sea of her words. My heart went boom, boom, boooom! I was scared it would definitely jump out of my chest oozing red blood like a fountain. We were counting shooting stars. She soon reached ten, but I could count only three, and one was maybe an aircraft. We spent the whole evening laid it the field, head against head, underneath the immense sky. Then, at a certain point Mariko told me she wanted to go back home. Suddenly my heart stopped booming, stopped beating, stopped doing anything. Of course, I said, but I felt so deep blue inside. Did we really see all stars of the sky? Did we really talk about all constellation? All of them? I could not believe. All in all, night breeze started blowing, and the sky was getting cloudy.
We gathered all our stuff and we went back home. Just before jumping off the car, Mariko put a gentle kiss on my cheek and stared at me. Here eyes were deeper than a whole universe, and brighter that one thousand constellation. Brighter than the sky itself, brighter than Olbers brightest sky.
Next week Mariko had a brand new boyfriend. A guy called Alberto attending physics university, third year, fond of science fiction and astronomy. No, it wasn’t me. Myself I was just a rookie at engineering university and about stars, myself… ah, goddamit!
It is true that Olbers paradox was originally formulated by Kepler. I finally fell asleep wondering how many times in a lifetime things that should belong to you finally fall in sombody else’s hands.
And why.

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  26.05.2009 | 10:27
il paradosso di olbers
 
 

per quanto maledettamente potente fosse la roba che si fumava olbers, non è niente in paragone a ciò che si sparano questi tizi.

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Non riuscivo a prendere sonno per via di alcune cose che insistevano nell’essere pensate. Decisi pertanto di giocherellare un po’ col paradosso di Olbers, così da distrarmi un po’.
Secondo Olbers, presupponendo che l’universo sia infinito nelle dimensioni e così pure, nel numero, le stelle, allora il cielo notturno dovrebbe essere tutto bianco invece che nero. Perché basterebbe tirare un’ipotetica linea da un punto qualunque della volta celeste verso fuori e prima o poi si finirebbe coll’intercettare una stella. Una stella messa lì di proposito, per illuminare esattamente quel punto. Una teoria indubbiamente affascinante, sì. Ma anche un poco presuntuosa. Come dire che il cosmo è un immenso lampadario acceso messo lì a uso e consumo di noialtri.
Per qualche ragione fui sbalzato indietro di quasi vent’anni: ritornai con la mente a quel 10 agosto. Io e Marika avevamo trascorso tutta la sera a guardare le stelle sdraiati in un prato, su a Guardasone. Il cielo era terso e le stelle scintillavano come aculei d’argento. Marika mi indicava le costellazioni una a una e mi spiegava l’origine del loro nome. Io ascoltavo e non dicevo nulla. Avevo il cuore che prendeva a calci le costole per uscire, boom, booom, cataboooom! Ero terrorizzato che a un certo punto quell’affare potesse schizzare fuori dal torace e finirle dritto addosso sbrodolando sangue. Pensa che figuraccia. Contavamo le stelle cadenti. Facevamo a gara a chi ne vedeva di più. Lei era arrivata in breve tempo a dieci. Io ero rimasto a tre, e se la memoria non m’inganna avevo barato su una. Eravamo rimasti così tutta la sera, testa contro testa a contemplare le stelle, finché a un certo punto Marika mi aveva chiesto se potevamo rincasare. Immediatamente, il cuore aveva smesso di scalciare. Aveva smesso di battere.  Aveva smesso di fare tutto, insomma. Certamente, avevo risposto, facciamo come desideri. La accontentai, ma mi sentivo molto triste. Possibile che lassù in quel casino di puntini non ci fossero più costellazioni da guardare? Neanche una? Possibile che avessimo già visto tutto? Ma faceva freddo, effettivamente, e il cielo si stava rannuvolando. Lo maledissi.
Raccogliemmo i nostri teli e facemmo ritorno a casa. Prima di scendere dall’auto Marika mi baciò una guancia e mi guardò negli occhi. I suoi occhi erano più neri di un intero universo, e brillavano più di mille costellazioni. Brillavano più di quanto avrebbe brillato il cielo medesimo se pure avesse dato retta a Olbers e si fosse fatto tutto bianco di stelle.
La settimana successiva Marika aveva un nuovo fidanzato. Un certo Alberto. Un tizio che faceva il terzo anno di Fisica, appassionato di stelle e di fantascienza. No, non ero io. Io ero matricola di Ingengeria e di stelle io… ah, maledizione.
E’ un dato di fatto che il paradosso di Olbers in realtà fu formulato da Keplero. Mi addormentai domandandomi quante volte nella vita le cose che dovrebbero essere tue finiscono in realtà nelle mani di qualcun altro. E perché, poi.

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  13.05.2009 | 18:33
arial does times new roman
 
 

Ero al bancone del Dulcamara intento a terminare la mia seconda birra. Ma la prima insisteva per uscire. Malvolentieri, decisi che era opportuno farmi un giro di là. Mentre attendevo il mio turno vidi nel tavolino lì vicino gli amici della 'Luna di Traverso'. Mi sedetti a fare due chiacchiere.
“Che state facendo?” domandai.
“Stiamo decidendo il tema del prossimo bando”, rispose Enrico.
“E’ sarà?”
“Times new Roman”.
“Cosa?”
“Times new Roman”.
Avevo capito giusto. “Che cazzo di tema”, pensai. Dissi invece: “Oh, originale”, e gli sorrisi come si sorriderebbe a un dentista con un trapano in mano.
“Sapete cosa? Vi manderò un racconto erotico intitolato ‘Arial does Times new Roman’” sghignazzai.
Sghignazzarono anche gli altri.
“Ti prendo in parola” disse Federica.
Mentre rilasciavo la prima birra ci riflettei su. Interpretai il tema a modo mio: un racconto che parla della scrittura, dell’atto di scrivere, insomma. Messa così mi parve una bella idea. Tirai l’acqua. Tanto più che avevo già qualcosa di pronto. Un raccontino agrodolce intitolato 'Q W E R T Y'. Dovevo soltanto ricordarmi di cambiare il nome della protagonista da Manuela a qualcos’altro. Il fatto è che a Sara vengono le fiamme agli occhi ogni volta che sente pronunciare quel nome. Figuriamoci vederlo scritto.
Tempo dopo incontrai Federica. Stava tagliando del salame. Aveva una grande pancia e sbuffava per la fatica.
“Allora, ci sono novità?” domandò.
“Sono io che lo chiedo a te” e guardai la pancia.
“Intendevo ‘Arial does Times new Roman’”.
Le sorrisi come si sorriderebbe a un dentista con un trapano in mano. Ma che diamine stava dicendo? Ah, il racconto, sì. Cavolo. Me l’ero scordato di brutto.
Andai a casa e lo scrissi di getto. Come sempre il racconto uscì differente dalle intenzioni – per esempio non era più erotico, e il titolo era mutato semplicemente in 'Arial' – ma era carino, dopotutto. Sì. Poteva andare. Il giorno dopo lo inviai ai ragazzi della 'Luna' con dedica a Federica.
Sono passati alcuni mesi da allora e il racconto è stato pubblicato lo scorso 19 aprile su ‘L’informazione di Parma’ (qui).
Alla ‘Luna di Traverso’ inviai per errore la versione di ‘Q W E R T Y’ con il nome originario. Il racconto fu pure pubblicato sulla rivista. Recentemente ho notato che Sara mi guarda con uno strano riflesso igneo negli occhi. Inizialmente congetturavo che fosse la primavera.

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  06.04.2009 | 10:51
sempre quelle facce - parte 2
 
 

barcellona, 27-29 marzo 2009. addio al celibato di filippo.


(...)

La prima serata è sempre quella dell’entusiasmo. Quella dove solitamente la gente si perde di vista e succedono le cose bizzarre.
Questa, naturalmente, non fa eccezione. La prima tappa è un locale affollato, con musica alta, tapas tutto sommato edibili e vino di sconfortante qualità. Bisogna tenere in tasca gli stecchini dei tapas e poi consegnarli diligentemente alla cassa e pagare in proporzione. Potete immaginare noi italiani. Nel locale, un caldo rancido di aliti e sigarette che c’è da stare in apnea. Restiamo lì, in piedi, mangiamo, ci scrutiamo gli uni cogli altri, gettiamo in terra gli stecchini, annuiamo e ammicchiamo alla serata che sta per cominciare. Un’attitudine, questa, socialmente identica agli sbadigli, epperò opposta nei contenuti, se ci pensate.
Esco dal locale e faccio quattro respiri profondi. Lì c’è Marcello, che ansima pure lui. Facciamo quattro chiacchiere in attesa che giunga il momento di cambiare zona.
Il secondo locale è molto più piccolo, molto più caldo e molto più affollato del primo. Sulla porta c’è un buttadentro che ti proibisce di bere in strada. Un bresciano con la faccia a forma di cazzo e simpatico più o meno quanto un bresciano. La faccia spiaccicata contro il muro e il culo sul naso di una tizia poco tranquilla seduta lì sul divanetto, trangugio il mio mojito nei primi trenta secondi di permanenza. Nei successivi trenta, lo butto fuori attraverso le ascelle. Anche qui non restiamo a lungo. Potete figurarvi il motivo.
Il terzo locale è da un’altra parte. Ci vogliono i taxi. Entriamo: una discoteca vera e propria, a due piani. Lì dentro un po’ ci disperdiamo. Qualcuno balla, qualcuno è già stanco e si annichilisce sui divanetti. Qualcuno preferirebbe rincasare. Ma… dove diamine s’è cacciato Mario?
Mario… MARIOOOOO!
No, qui non c’è. Qui neanche. Qui nemmeno. Fuori, forse?
Di là dalla strada c’è uno scooter. Nuovo di pacca. Di quelli piccoli, da cinquanta cc.. Tipo lo Zip di una quindicina d’anni fa, presente? Sopra, abbarbicato come un’edera, verde come un’edera, Mario sonnecchia e di tanto in tanto emette borborigmi ovattati.
Alza la testa e mi guarda. “Behutohroppho”, biascica. Poi si accascia di nuovo faccia sul manubrio. Lo scooter ondeggia. Filippo e io incrociamo mentalmente le dita. Lo scooter si stabilizza.
Filippo tace. Io aspetto. Mentre aspetto decido di fumare. Mentre fumo, solitamente penso.
Penso che quando hai diciotto o vent’anni bevi e strabevi finché non stai male. Poi tiri su, e poi ricominci oppure ti addormenti. A trentacinque il risultato assomiglia ma l’approccio è opposto: che starai male è assodato, lo sai già in partenza. Così l’unica cosa che ti resta da fare è cercare di trincare più roba possibile nel periodo compreso tra quei due luoghi temporali che prendono il nome di ‘proprio adesso’ e ‘belli, ci vediamo dall’altra parte’. Riuscite a immaginare una metafora della vita più azzeccata di questa?
Broooosshhh!
BROOOOOOOOOOASSHHHHHH!!!!
Improvvisamente Mario produce due getti fluidodinamici color tramonto e poi guarda in basso sghignazzando di soddisfazione. Il filo che gli cola dal naso si ricongiunge con quello che gli penzola dalla bocca giusto in prossimità delle scarpe. “Huarda. Sololihuido. Mansjatouncasso”. E chiede di portargli un bocadillo.
Lo scooter, si diceva più su, sarà mondato nottetempo per mano della onnipotente pietà del Capo Lassù.
Di lì a poco siamo tutti fuori dal locale. Qualcuno si occupa di recapitare Mario nel letto. Noialtri decidiamo di cambiare aria.
Saranno le tre passate. Le quattro, forse. Siamo rimasti in pochi: il festeggiato, il Tex, Marcello e il sottoscritto. E Richi. Già, c’è pure Richi. Ci guardiamo negli occhi. Decidiamo di cercare il Bagdad, uno dei locali più loschi e gnoccamente generosi della città, nell’opinione autorevole di Gnoccatravel. Il capo chino per la stanchezza, ci addentriamo nel Barrio Chino. La buona notizia è che riusciamo a raggiungere il Bagdad senza finire tramutati in succulenti doner kebap, ma la cattiva è che il biglietto d’ingresso costa quanto una coperta calda in un night di lusso. E poi, diciamo la verità: nessuno ne ha realmente voglia. E poi comincia di nuovo a piovere. Si torna indietro.
Lungo la Rambla ci sono soltanto spacciatori di stupefacenti e di lattine calde di Estrella. Cammino di passo lesto, gli occhi bassi, zuppo fino al prepuzio. Le mignotte sono dappertutto e mi s’incollano addosso come magneti di carne. Le smarrisco tutte, una dopo l’altra.
Sono le cinque passate, sono sfinito e ho un’emicrania fastidiosa come un’aureola stretta. Siamo tutti attorno al tavolo del soggiorno che fumiamo, sbevazziamo e attendiamo che il mattino ormai prossimo a giungere ci porti consiglio assieme al meritato sopore.

Della sera successiva serberemo tutti imperitura memoria del Casbah, un buco di cinque per cinque situato in prossimità del porto. A dirla tutta il locale non è che un Le Morin senza panche, strabordante gente. Siamo stretti come viti, lì dentro, e tutt’intorno c’è più sudore che in uno spogliatoio di rugby . Per di più l’unica birra che servono è la Budweiser a cinque cucuzze la bottiglietta da trentatré. Per non dire della musica, un dozzinale tunzetetunz antiquato e strappatesticoli.
Il fatto è che nelle vicinanze, per qualche ragione invero di scarsa importanza, qualcuno deve aver scaricato un container di figa. E sono tutte lì dentro, schiacciate le une contro le altre e soprattutto contro di noi. Bionde, alte, culi duri che dondolano, tette grosse come poponi sballonzolanti a tempo di musica. Non sai dove guardare. Dimentichi dei trentacinque anni suonati, del mal di schiena e della digestione ancora in corso cominciamo tutti a saltare all’unisono così da sfregarci un po’ contro cotanto ben di Dio. La figa, a una certa età, si assume soprattutto per osmosi.

Domenica qualcuno riparte presto, qualcun altro gironzola per una Barcellona imbibita di acqua piovana, trascinandosi smadonnando i pesanti trolley oltre ad alcuni organi interni in odor di secessione.
Alla fine il sole tramonta. Si ritorna.
I saluti al casello di Parma con Mario e Filippo sono forzatamente frettolosi per causa del clima e dell’ora più che tarda. “Statemi bene”, dico, e li bacio entrambi.
Salgo in auto e riparto.
Sbadiglio. Mi faccio coraggio: dài, è l’ultimissimo tratto di strada. Ancora pochi chilometri e poi finalmente il cuscino. Nell’autoradio, Guccini a palla in modo da non ammucchiarmi contro un lampione.
Ripenso a questi tre giorni insieme.
Filippo, Magnum, Cesare, Gio, Richi, Lupo, Mario, Tex. Vent’anni. Mezze vite accanto, già. E ancora sento nitide le vostre voci. In un modo o nell’altro siamo ancora tutti qui. Beh, quasi tutti.
Chi l’avrebbe mai detto?
Vent’anni.
Guardatevi un po’. Vent’anni e ancora avete addosso quelle facce.
Dio scannabés.

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  05.04.2009 | 10:50
sempre quelle facce - parte 1
 
 

barcellona, 27-29 marzo 2009. addio al celibato di filippo.


                                                                                                           a Davide

Guardo in basso attraverso il finestrino. Visto da qui, questo brandello di Catalogna non è che un Molise più verde. Perché il Molise, dite? Perché non c’è un cazzo, in Molise. E non c’è un cazzo neanche qui, a Girona, nel profondo nord Catalano.
In alto il cielo si fa gravido e minaccioso. “Azzardatevi a muovere un dito, figli di puttana, fate soltanto che uno di voi osi ficcare il naso fuori da quella cazzo di supposta volante e ne viene giù talmente tanta, ma talmente tanta che per andarvene in giro vi serviranno le branchie”.
L’aereo atterra puntuale, raccattiamo le nostre masserizie, scendiamo e c’incamminiamo alla volta del terminal fendendo un’aria secca e talmente dielettrica che pare sfrigolare. Mi sento come un elettrone che attraversa un condensatore. Scusate, tre elettroni: Mario e Filippo hanno viaggiato insieme a me.
“Io vi avevo avvisato, stronzetti”, tuona Qualcuno da lassù.
Lo ignoriamo. Abbiamo altro a cui pensare. Per esempio raccattare Marcello.

L’ultima volta che l’avevo visto, Marcello, giaceva disteso sul pavimento di casa Roncassaglia. Era dieci anni fa. Due occhi talmente gonfi che sembravano tre, la faccia del colore della cera sciolta, stracotto come una casöla. Aveva fumato qualcosa come cento canne poi s’era cercato un posto dove dormire. Non trovando un letto libero, aveva ripreso a fumare fino a dimenticarsi persino del fatto che stava fumando. Per quanto ne sapevo, Marcello era ancora là steso sul pavimento.
Scopro invece che Marcello oggi abita a Roma, si occupa di post-produzione cinematografica e… beh, il resto lo potete anche chiedere a lui, se proprio v’interessa.
Un autobus sferragliante e scomodo come uno scoglio ci conduce in un’oretta circa alla stazione dei bus. Da lì pigliamo un taxi fino all’appartamento. Volete sapere quanto costa un taxi in Spagna? Ve lo dico io. Cinque chilometri, dieci minuti, venti Euro. Un Euro ogni duecentocinquanta metri. Grosso modo il costo di una Formula 1. Però attenzione: non c’è solo la tariffa a chilometro. Eh, no. C’è ben altro. C’è la chiamata, poi c’è l’aggiunta per il bagaglio e infine il supplemento coglione che, essendo in quattro, va a incidere per l’80% sull’importo complessivo. Doveste mai pigliarvi un taxi a Barcellona, valutate bene con chi state viaggiando e tenete sempre a mente che, diceva Gaber, i coglioni sono molto più di due.
Prendere possesso degli appartamenti rappresenta un’attività relativamente breve nonché marginalmente gradevole. Ci sono dei ruoli e dei compiti ben precisi. Vado a enumerarli.
     1) Mario. Discutere telefonicamente sul prezzo, contratto alla mano, con la proprietaria della baracca per causa del bidone collettivo last-minute perpetrato da parte di una porzione di (non) compagni di viaggio. Qualcuno sostiene che i summenzionati abbiano segretamente presenziato al contro-addioalcelibato rigorosamente diurno a base di cappellini di carta, trombette e caldarroste organizzato da Davide Grisi in località Pizzighettone centro, provincia di Cremona (e successivamente spostato per maltempo in quel di Milano, zona Navigli);
     2) Tex. Sedersi sul divano, infilare una mano in tasca facendo finta di giocherellare col fazzoletto e furtivamente carezzare la criniera della bestia contropelo contemporaneamente figurandosi la locataria apparecchiata in una qualsiasi posizione gli permesse (al Tex) di mantenere buona parte della coccolatissima e (ormai) semiturgida bestia collocata per metà all’interno di uno dei suoi (della locataria) orifizi contigui, e per l’altra metà nelle immediate adiacenze.
     3) Alberto: contemplare l’espressione molto scarsamente intelligente del Tex, alacremente indaffarato nella succitata attività contemplativa, emettendo (Alberto) commenti pregevoli e di rara arguzia quali ‘Io glielo schiafferei direttamente nel culo senza passare dal via’ o ‘Dovesse anche solo avvicinarsi a un metro dal mio uccello farebbe bene a procurasi un ombrello’ e via discorrendo;
     4) Tutti gli altri. Gironzolare per le stanze con passo agile e le mani penzoloni lungo i fianchi simili a zombi incocainati, mugugnando uhmmm uhmm senza in realtà pensare a un cazzo di niente tranne, forse, a quanto gli aggraderebbe (a tutti gli altri) estrarre dalla locataria la coccolatissima e molto ipotetica bestia (del Tex) e, eventualmente, infilarci succedaneamente la propria.
Mezz’ora dopo siamo a Barceloneta a tracannare cerveza. Tre quarti d’ora dopo, sono sbronzo.

Gironzolare per Barcellona è come gironzolare in una qualunque altra città, ma un po’ meglio.
Una buona ragione per passeggiare lungo le viuzze di Barcellona invece che, ad esempio, per Dublino, consiste nel clima perennemente primaverile barcellonese. Esso consente agli uomini, tra le altre cose, di deambulare senza necessariamente pezzarsi come vacche della Milka e odorare come grizzly in letargo dopo soli duecento metri di scarpa, e alle donne di ostentare con mignottesca voluttà cosce, scollature, polpacci, tatuaggi, vitebasse, righedelculo, pirsingnellombelico e via discorrendo.
A meno che non siate con dei milanesi.
Il miglior consiglio che posso fornirvi qualora intendiate andare via con dei milanesi è quello di lasciarli a casa. Se proprio non vi è possibile, procuratevi ombrelli e pantaloni da bufera. Vi torneranno utili. I milanesi amano la loro città al punto che quando partono ficcano nel trolley un brandello del clima di casa. Fateci caso. Mentre scendono dalla scaletta dell’aereo, tutti i milanesi a un certo punto fanno finta di scoreggiare e ridacchiano come quel cane dei cartoni, Muttley mi pare si chiamasse. Poi con un gesto veloce aprono due dentelli della cerniera e dal trolley PFFFF, ecco le nuvole e la pioggia e l’umidità e la nebbia.
Una volta conobbi una milanese. Mi piaceva abbastanza. Dopo un po’ di insistenze stava quasi per darmela, poi a un certo punto le dissi: “Guardo i tuoi occhi e vedo il sole”. Mi mollò un ceffone e scese in fretta dall’auto. Non la rividi mai più.
E’ per questo quindi, perché c’erano dei milanesi, che di giorno abbiamo combinato molto meno di un cazzo, trascinandoci da un bar a quell’altro, trangugiando chimicissime fette di torta marchiate Novartis, caffè saporiti quanto sciacquature di caffettiere invero leggermente aromatizzati al gusto Mastro Lindo, birre sgasate e succhi di frutta all’arancio che dell’arancio avevano soltanto il fatto di essere prodotti in stabilimenti costruiti su terreni una volta coltivati ad agrumeti. Quel che si dice il DOCG.
Per questo, eh, perché pioveva. Mica perché franavamo in branda alle sette di mattino pieni come vecchi barriques, fumati, doloranti come catapecchie.
Sì, di giorno l’acqua tamburellava e lavava via le merde di gabbiano dalle strade e i pezzetti di vomito dagli scooter, ineluttabile, necessaria come un’umida catarsi. E, se mai ce ne fosse stato bisogno, raffreddava ulteriormente i nostri già tiepidi ardori turistici. Estraggo dalla memoria, così, alla rinfusa: un’estemporanea incursione nel mercato coperto del Barrio Chino, un transito più o meno casuale davanti a un paio di edifici progettati da Gaudì, un affrettato giro del parco costruito dal Medesimo, un giro della Cattedrale durato non più a lungo di un segno della croce ben fatto, di quelli con genuflessione per intenderci. Insomma: quello che un turista assennato riesce a fare grosso modo in un’ora e tre quarti.

(continua)

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  30.03.2009 | 17:27
pausa sigaretta
 
 

ero in piazza ormai da parecchi minuti. chiamai il canna. "ma dove cazzo sei? sarà mezz'ora che ti sto aspettando".
"a casa mia".
"che diamine ci fai a casa tua? dovevamo mica fare l'aperitivo?"
"sono uscito ma... sono dovuto rientrare in casa di corsa".
"santo cielo, e, di grazia, perché?"
"perché c'era troppa figa in giro".
caviglie, polpacci, scollature, cosce, tatuaggi, trasparenze. se per qualcuno la primavera è la liberazione - finalmente - da sciapre maglioni, guanti, felponi, per qualcun altro invece si tratta dell'inizio di una lunga e dolorosa agonia ormonale. la mia storiella pubblicata giorni addietro su tapirelax parla più o meno di questo.
la foto qui sopra è piuttosto nota agli internettari e documenta un curioso caso di cronaca accaduto un paio d'annetti addietro (qui).

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  22.01.2009 | 13:06
autori vari - l'orrore dietro l'angolo
 
 

Ero al telefono con Manuela. Le stavo dicendo che io ho una fantasia talmente sviluppata che sarei capace di tirar fuori un racconto partendo da qualunque spunto.
“Dimmi una parola, una qualsiasi e io ti scriverò una storia che comincia con quella parola”.
Rise, poi disse: “OK, vediamo… la parola è ‘nulla’”.
La mia era una smargiassata, naturalmente: non sarei mai riuscito a tirare fuori storie da parole come ‘adiabatico’, ‘gallina’ o ‘eucarestia’. Ma ‘nulla’ mi stimolò. Scrissi veramente quella storia e la intitolai, indovinate un po’? Bravi: ‘Nulla’.

C’era una piccola casa editrice chiamata ‘Magnetica’ che indiceva un concorso per scrittori esordienti. Il tema del concorso era l’horror di genere. Talmente di genere che era addirittura necessario specificare l’elemento orrorifico nel modulo di iscrizione. Il concorso era gratuito e il premio consisteva nella pubblicazione del racconto all’interno di un’antologia.
Decisi di partecipare e lo feci a modo mio: inviai ‘Nulla’ e specificai che l’elemento orririfico era… beh…
Il racconto piacque e fu incluso nell’antologia. Per essere precisi apriva l’antologia. Ne fui parecchio lusingato.
Ricevetti una copia omaggio del libro. S’intitolava ‘L’orrore dietro l’angolo’.
Per essere una produzione indipendente, il libro mi parve di buona qualità. L’unica pecca, a mio modo di vedere, consisteva nell’editing affrettato. Al punto che la mia storia, che aveva sicuramente ampi margini di miglioramento, era stata messa dentro così com’era, senza neanche cambiare una virgola.
Di lì a poco persi entusiasmo per le antologie dedicate agli scrittori emergenti e mi dimenticai in fretta della faccenda.

A distanza di quasi due anni mi sono chiesto che ne è stato di quel libro. Ho digitato il titolo dentro ‘Google ecologico’ (www.blackr.it – provatelo) e ho guardato che succedeva.
Ho scoperto innanzitutto che la ‘Magnetica’ ha chiuso i battenti circa sei mesi fa e che il libro non è più in vendita neanche su IBS. Insomma, è introvabile.
Poi ho trovato alcune recensioni nei siti specializzati: Scheletri.com (il quale, se non ricordo male aveva patrocinato la pubblicazione a suo tempo), Hyperreview.com, Horror.it (che contiene anche una accesa polemica portata avanti da un lettore, il quale sostiene che il libro faccia cagare punto e basta), Horrormagazine.it, La tela nera e infine Progetto Babele.
C'è chi, al pari mio, sottolinea qualche carenza nella fase di editing, ma in linea di massima i commenti sono positivi.
Qualcuno recensisce l’antologia nel suo complesso, soffermandosi più sugli aspetti editoriali che artistici, qualcun altro invece dice la sua sui singoli racconti. Nessuno menziona il mio tra i suoi preferiti, anzi, soltanto in un caso mi dedicano un commentino. Si tratta di Progetto Babele, che scrive di me: “Differente per stile (lirico e spezzato) e ambientazione è invece ‘Nulla’ di Alberto Calorosi. Sul quale non mi dilungo perchè è difficile parlare di questo racconto breve ed intenso, che mi ha ricordato il recente Sixth Sense ed il cinema di Alejandro Amenabar, senza rovinare l'effetto sorpresa”.

Rileggendolo ora, ‘Nulla’ non mi soddisfa per niente. E’ scritto male: prolisso, ridondante, pieno di incertezze stilistiche. Credo che oggi saprei fare meglio. Ma trovo che l’idea di fondo sia potente e meriti un’altra possibilità. Sapete che faccio? Lo riscrivo da capo. Sì. Appena ho un minuto di respiro lo faccio a pezzetti e lo riscrivo da capo.
Nulla.
Mmmh.
Però, ripensandoci… anche ‘adiabatico’ e fico.
Sì, sì.
Davvero fico.

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  11.12.2008 | 15:10
berlino, 30/4/2006 4:00 am
 
 

nel centro di bologna, sostiene qualcuno, non si perde neanche un bambino. le cose son ben diverse per un adulto alle prese con la periferia di berlino.

verso la fine della mia breve vacanza in quell'affascinante città mi beccai il consueto accidente e mi vidi costretto a starmene nel letto per un’intera giornata, febbricitante, a stilare una classifica delle cinque madonne più tonanti in lingua teutonica. al quinto posto, ricordo, c'era 'dio chitarrista dei kraftwerk'. le altre quattro, perdonatemi, non mi sento di riportarle qui.
sul comodino, a portata di mano, un certo numero di sostanze psicotrope per sconfiggere la noia. nella fattispecie: un cartone di berliner a temperatura ambiente (equivalente in tutto e per tutto a piscio gassato), un portatile che suonava in autorepeat ‘on the beach’ di neil young, un quadernetto per gli appunti. trascorsi l’intera giornata a scriverci dentro, oltre alle madonne, un mini-diario personale, sbattendo assieme ricordi sbiaditi e vividi deliri da febbre in una maionese impazzita di parole.
da quel diario trassi, mesi dopo, ‘pro fumo’, il racconto di cui parlavo qualche post addietro e, poche settimane avanti, un articolo per tapirelax intitolato ‘berlino, 30/4/2006 4:00 am’. le due storie furono pubblicate quasi contemporaneamente, quella su ‘la luna di traverso’ e questa su ‘cyclette’ (oh, non vi ho mai parlato di ‘cyclette’?).
l’illustrazione – davvero magistrale – che accompagna la storia nel libro è opera di un autentico genio del male, che spennacchiotto in confronto gli fa ’na pippa. chiamatelo pure andrea gualandri, chiamatelo guallarmé, chiamatelo se volete ‘fottuto storpio di merda sempre in mezzo ai maroni’, si girerà comunque.

qui sotto, la storia nel suo edit finale per ‘cyclette’ e, sopra, l’illustrazione di gualandri.

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Sono nuovamente in strada. Ho lasciato la cartina a Mario pertanto dovrò fare affidamento esclusivamente sulla mia creatività. Là in fondo c’è una U-bahnof. Bene. Salgo. Aspetto. Il treno arriva pochi minuti più tardi. Alla stazione di Eberswalderstrasse scendo per la coincidenza. Ma la U2 non passa. Lavori in corso. Già: lavori in corso alle quattro del mattino di domenica trenta aprile. I tedeschi! Scendo in strada pensieroso sul da farsi. Sono stanco, ho sonno. E sono pure febbricitante. Escludo di farmi un chilometro e mezzo a piedi, e anche di prendere un taxi per farmi portare cento numeri civici più in là. Attraverso la strada e mi siedo ad aspettare un autobus, sì, questa mi pare proprio un’ottima idea. La faccia affondata nei palmi, le ciglia corrucciate e pensose, la fronte aggrottata per il freddo: con quell’espressione, la giacca di velluto marrone, la maglietta nera, gli occhiali e i jeans sporchi di tutta Berlino somiglio a un esistenzialista in ferie.
“Aghswaldenshörrenhüberwalzenkopffershtaub?”
“Eeeh?”
Una ragazza in piedi giusto di fronte a me indica qualcosa alla mia destra.
Ruoto la testa: a un centimetro dal mio piede una melmosa pozzanghera rosa scuro dentro cui galleggiano solidi brandelli bruni, e qualcuno chiaro. La superficie ondulata, frustata dal vento, riflette le opalescenti luci del locale gay al di là della strada. Sembra proprio che qualcuno m’abbia appena tritato di fianco un intero succulento Barbapapà.
“Agh-swal-den-shörr-en-hü-ber-wal-zen-kopf-fer-shta-ub?” ripete pazientemente la ragazza, sillabando.
Mi giro verso di lei. Occhi chiari, capelli biondi, pelle bianca, gote rosse. La tipica crucca. Bassina, bei fianchi, due grosse tette. Venticinque/ventisette anni. Tra lo ‘scopabile’ e il ‘carino’, direi. Mi guarda e muove le labbra al rallentatore, come se mi fossi vomitato anche un po’ di cervello, oltre che la cena. Nel frattempo dondola avanti e indietro tenendo le braccia staccate dal busto per stabilizzare l’equilibrio precario. Ho il chiaro sentore che mi produrrà un bel Barbamamma sulle scarpe entro pochi secondi. E’ con due amici, i quali si guardano la scena a una manciata di metri. Ridacchiano e si palpeggiano con trasporto.
“No spreche deutsch. Speak english?” replico.
“Heavy drink or heavy food?” ribatte pronta, invero sorprendendomi. Ride. Cerco di spiegarle che non è roba mia: io sono appena arrivato. E che, qualunque cosa sia quella, io non ho mai ingurgitato né mai ingurgiterò niente di simile. Mai e poi mai.
Un rumore metallico lacera il silenzio. L’autobus giallo luminescente mastica la notte come una gigantesca dentiera sferragliante. Salgo. Sale anche lei. Salgono pure i due amici senza smettere di palpeggiarsi.
Heike, così si chiama la ragazza, continua a parlare in un inglese piuttosto impastato. Mi parla della DDR, della sua infanzia vissuta in una Berlino Est crudele e anacronistica. Mi parla di sé, del nuovo lavoro da parrucchiera che rende due lire ma chissà, un giorno… Le chiedo informazioni sui locali notturni dei paraggi. Mi snocciola una serie di nomi incomprensibili e comincia a sbracciarsi per indicarmeli tutti assieme. Unico risultato fare sballonzolare un po’ di più queste due belle tettone alle quali le mie pupille sono irrimediabilmente appiccicate ormai da alcune fermate.
Gli amici salutano e scendono. Dicono qualcosa in tedesco alla ragazza attraverso la porta. Risponde con un tono che suona di insulto scherzoso.
Chiedo a Heike dove abita, un po’ per fare conversazione, un po’ speranzoso che ricominci a sbracciarsi. Oltre Pankow, risponde, a quattro-cinque chilometri da qui. Pankow è ancora una brutta zona, dice, e non le piace tanto andare sola a quest’ora.
A pensarci bene io non ho poi così tanto da fare se non ritornarmene in camera e sentirmi per otto ore i rantoli e le scoregge di Mario.
“If you want… I can come with you”, dico.
Sgrana gli occhi e mi guarda dubbiosa. Sta caracollando persino seduta. L’autobus fa una curva. Heike mi frana letteralmente addosso. La afferro prontamente e la sorreggo un po’. Beh, dato che ci sono do anche una tastatina alle tette, per vedere come sono. Sode, piuttosto sode.
“Just bring you home and talk. Nothing more”, aggiungo.
Spiego poi che in quelle condizioni potrebbe anche perdersi in giro.
Heike pare non chiedersi come posso aiutarla a non perdersi dal momento che uno: non so dove abita e due: non sono mai stato a Pankow. A lei la spiegazione pare convincente e accetta.
Scendiamo. Prendiamo un altro autobus. Scendiamo di nuovo. Ne prendiamo un altro ancora. Quando comincio a pensare che questa abiti a Danzica invece che a Pankow balza in piedi e suona il campanello per scendere. Schizza fuori in strada e si gira a guardarmi. “Schnell, schnell!” dice.
Camminiamo alcuni minuti per la periferia della periferia di Berlino Est lungo grandi strade malamente asfaltate e marciapiedi sconnessi che sembrano scavi archeologici. I palazzi sono cubici, grigi, alti cinque piani e senza balconi. I vetri del primo piano sono in genere tutti rotti, oppure scritti o graffiati. I muri sono una schizofrenica successione di poster e graffiti di ogni tipo, tranne che osceni. Non un’anima per la strada. Non un locale aperto. Più precisamente: non un locale affatto. Heike svolta in una stradicciola e perde l’equilibrio di nuovo. Anche stavolta la afferro in tempo, circondando veloce la vita con un braccio. Riprendo a camminare senza lasciare la presa. Si appoggia a me, anche lei mi cinge la schiena. Incediamo così, in silenzio, per un’altra manciata di minuti, abbracciati come una coppietta di fidanzatini a solo pochi passi dalla scopatina della buonanotte.
“It’s here!” Heike si arresta, si libera della mia presa e cerca in tasca la chiave. Apre il portone.
“Goodnight and thank you”, mi bacia una guancia e fa un passo indietro. Mi guarda.
La guardo.
Non entra: è ferma sulla soglia, appoggiata allo stipite per non dare giù. Abbassa lo sguardo.
“Goodnight”, rispondo.
Alza di nuovo gli occhi. Sorride.
“Goodnight”, ripete. Rimane sempre ferma dov’è.
Ricambio il sorriso: “Goodnight and good luck”.
Giro i tacchi e mi incammino da dove sono venuto.
Sento chiudere la porta alle spalle, in cielo sento gracchiare una gazza. Mi guardo attorno: le case sembrano un’infinita sequenza di immense scatole di fiammiferi; gli alberi bruni e spogli paiono infernali zolfanelli. Guardandola bene la fetta di cielo che intravedo non è più nera nera: l’orizzonte ora è frastagliato di un blu molto scuro. Mi guardo dietro: una luce soltanto è accesa, al terzo piano della scatola n. 19847345. Sarà il bagno di Heike? Sarà corsa a vomitare? Sarà la cucina? Avrà pensato di farsi un paio di würstel? Che starà facendo, Heike, ora?
“Bah…” dico a voce alta. Infilo in tasca una mano, trovo una sigaretta e me la accendo. Accelero il passo.
“Bah, bah, bah…” continuo a ripetere a voce sempre più alta, inspirando ed espirando il fumo della sigaretta. Sì: sbuffo, cammino e rumoreggio proprio come una locomotiva a vapore in partenza. In partenza, bah, bah, per casa mia.
Gli edifici sfilano lenti, pigri e massicci. Heike sarà già a letto, che belle tette che aveva. Il cielo schiarisce pian piano, le gazze sembrano dirmi all’unisono qualcosa che non riesco ad afferrare. Mani in tasca, sigaretta in bocca, sto tornando a casa.
Mi arresto all’istante. Mi guardo attorno di nuovo.
Già, sto tornando a casa.
Ma prima vorrei tanto sapere dove cazzo mi trovo ora.

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  01.12.2008 | 11:26
la prima messa di don carlo
 

raccontare le barzellette è una cosa che proprio non mi riesce di fare. sbaglio i tempi comici, mi scordo il finale, sovente mi metto a sghignazzare a metà. per quanto mi sforzi… niente. devo soltanto prenderne atto e ammettere la mia resa.
le barzellette, però, mi piacciono. le considero la forma più elementare di umorismo, la più immediata e, conseguentemente, di maggiore presa. come la torta in faccia, o pestare una merda.
ti fa ridere anche se non vuoi. soprattutto se non vuoi.
‘la prima messa di don carlo’ non è propriamente una barzelletta ma una mini-storia. la ricevetti via mail alcuni anni fa. da allora, ogni volta che la rileggo, rido fino alle lacrime. vorrei tanto averla pensata io, ma purtroppo non è così. io mi sono limitato a riscriverla in una forma che mi aggradasse.

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Quella sera, se ce ne fossero stati, i fedeli in preghiera avrebbero udito un rumore nervoso di passi echeggiare all’interno della piccola chiesa di Pontenovo. Don Carlo, il nuovo parroco, camminava solitario su e giù per la navata, deciso nel passo ma non sul da farsi.
Alla fine si risolvette a chiedere consiglio al saggio don Dionigi.
L’anziano vescovo sospirò e battè sulla spalla del giovane: “Figliolo caro, non immagini quanto mi ricordi me stesso quarant’anni fa! Ricordo il giorno della mia prima messa come se fosse oggi stesso. Ero nervosissimo. Allora la mia fede era tanta, e la mia determinazione persino di più. Ma né l’una né l’altra poterono sedare la mia agitazione. Mi sentivo vicino a Dio come mai lo ero stato nella mia (allora) breve vita, ma sembrava che neppure lui potesse fare alcunché per farmi passare la tremarella. Mi venne in mente quel vecchio adagio: ‘aiutati che il ciel t’aiuta’. Un poco pagano, forse, ma sicuramente veridico. Bene, è ciò che feci: mi aiutai. Misi di nascosto due gocce di vodka nell’acqua benedetta…”
Gli strizzò l’occhio.
“Ma don Dionigi… io, ecco… l’alcol è… è peccato, e io sarei astemio”.
“Figliolo, due gocce non ti faranno certo finire all’inferno, dammi retta”.
Il giovane prete ringraziò e si ritirò in canonica. Il giorno successivo seguì il consiglio del vescovo.
Funzionò. Don Carlo si sentiva così intrepido che avrebbe potuto fare la predica in mezzo a mille guerrieri saraceni.
Venuta la sera, Don Carlo fece ritorno in canonica orgogliosissimo di sé. Sul tavolo c’era una lettera di don Dionigi. La aprì. Diceva:

“Caro don Carlo
sono molto felice di constatare che hai seguito il mio consiglio, ma, in relazione alla messa che hai celebrato quest’oggi, sono costretto a farti qualche piccolo appunto.
Innanzitutto io ti avevo detto ‘due gocce di vodka nell’acqua’ e non ‘due gocce d’acqua nella vodka’. E chi ha mai parlato di ‘offrire un secondo giro a tutti’? E soprattutto, cosa ti è venuto in mente di mettere limone e zucchero sul bordo del calice?
Inoltre:
- ci sono 10 comandamenti e non 12;
- ci sono 12 apostoli e non 10;
- non ci si riferisce a Gesù Cristo e ai suoi discepoli come ‘GC and the band’;
- non ci si riferisce a Giuda come ‘quel figlio di puttana’;
- il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono ‘il Vecchio, Junior e Colombo’;
- Berlusconi non è il Santo Padre;
- quella ‘casetta di legno tanto carina’ era il confessionale e non la toilette;
- le ostie vanno distribuite ai fedeli per la comunione e non servite come aperitivo;
- se decidi di non indossare mutande sotto la tonaca, fai pure, ma in tal caso, per favore, evita di rinfrescarsi tirando su il vestito;
- l’idea di chiamare il pubblico a battere le mani è stata lodevole, ma ballare la macarena e fare il trenino tra i banchi mi è parso un po’ esagerato;
- la messa deve durare circa un’ora e non due tempi da 45 minuti;
- quando muoiono, i peccatori finiscono all’inferno e non ‘a farsi fottere’;
- quello nella croce era Gesù Cristo e non ‘il Che’;
infine, ti faccio presente che quella ‘vecchia checca in gonna rossa’ che avevi seduto di fianco… ero io!
Un saluto cordiale
Don Dionigi”

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  10.11.2008 | 12:10
la lanterna di born
 
 

'la lanterna di born' è una delle numerose riviste culturali piene di idee che operano sottoterra, senza soldi, senza visibilità e con un piccolo pubblico di accaniti lettori faticosamente conquistato col passaparola. la rivista è oggi distribuita via e-mail tramite mailing list anche se, assicura orgoglioso il suo fondatore matteo fontana, saranno presto su web con un sito dedicato.
li ho conosciuti tramite un amico comune. matteo ha sfogliato un po' il mio blog, mi ha inviato gli arretrati della sua rivista e mi ha proposto una pubblicazione. ho accettato e ho inviato tre racconti.
'come ti senti, amico fragile?' è la riscrittura di 'arrestate uosdwis 'f jewoh' pubblicata su 'bufanda' e, in versione leggermente diversa, su questo blog. quando la redazione di 'bufanda' decise di pubblicare 'arrestate...' io ritenni il racconto troppo autoreferenziale e lo limai. la redazione preferì l'originale e si tenne quella. io invece considero questa versione un po' più 'racconto' e meno 'divertissement'.
'la rosa nera' fu pubblicata sulla rivista letteraria 'la luna di traverso' un annetto fa.
'il colpo' è inedita. si tratta, a mio umile modo di vedere, di una delle mie storie migliori e ringrazio la 'lanterna' per avere avuto il coraggio di sostenermi, pubblicandola integralmente. beh, sì, in effetti i contenuti sono un po'... un po' molto...
mi farebbe molto piacere che questo post raccogliesse i commenti dei lettori della rivista.
chiunque desideri ricevere la rivista gratuitamente o entrare in contatto con la redazione per qualunque ragione può scrivere a lanternadiborn@libero.it.
alla 'lanterna di born' inoltro da qui la mia gratitudine e un grande in bocca al lupo per il futuro.

sotto, la presentazione dei miei racconti scritta da matteo fontana.

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Tra Bukowski e ‘Pulp fiction’

Quello che vi presentiamo su questo quarto fascicolo della ‘Lanterna di Born’ è uno scrittore davvero interessante, la cui figura introduciamo con una divertente intervista che troverete nelle prossime pagine. Prima di gettarvi nella lettura dei tre racconti che abbiamo scelto di sottoporvi, il consiglio (se un consiglio possiamo permetterci di darvi) è proprio quello di dedicare qualche minuto all’intervista, per entrare in contatto con l’Autore, che molto gentilmente si è prestato alle nostre pignole domande. Cosa dire di Alberto Calorosi? Io direi solo: leggere per credere! La sua figura, poliedrica e auto-ironica, sfuggente, è, come lui stesso ammette, ben ‘nascosta’ nelle pieghe del mondo contemporaneo e, al contempo, capace di spiccare per arguzia e per ‘spiritaccio’, come forse avrebbe detto Carducci.

A questo punto, mostro sacro per mostro sacro, scomodiamo anche Foscolo, e diciamo: c’è uno ‘spirito guerrier’ che rugge dentro Alberto Calorosi! Uno spirito che si incanala nei racconti e nei generi più diversi, e proprio questo abbiamo voluto fare con questa piccola antologia, proporvi tre testi molto diversi, pervasi a volte da un’ironia graffiante che induce al sorriso e all’immedesimazione coi personaggi, altre volte da un’atmosfera di dolce ricordo, di indugio nel bozzetto d’una volta e, infine, da una virulenza davvero ‘eccessiva’, tanto eccessiva da risultare, forse, puramente stilizzata, al di là dei clichés di genere e degli autocompiacimenti (come dice lo stesso Autore nell’intervista).

In ogni caso, cari lettori, come al solito il giudizio ora passa a voi. Noi siamo sempre alla ricerca di si scrittori e personaggi interessanti, e Alberto Calorosi lo è di sicuro: il suo lavoro induce a riflessioni sulle meccaniche della vita d’oggi, a considerazioni dolci-amare (nel senso di: mai del tutto dolci, mai del tutto amare!) su temi complessi come la solitudine, la violenza, il sesso, il nichilismo, il ricordo… Ma il suo lavoro è anche, sempre, una riflessione sui generi che esso attraversa e percorre con passione, anche col coraggio di portarli alle estreme conseguenze (è il caso de ‘Il colpo’). Una riflessione, dunque, ampia e variegata che, chissà, magari in futuro, su queste stesse pagine, si arricchirà di ulteriori capitoli…

Autore: ufj | Commenti 8 | Scrivi un commento

  23.10.2008 | 17:52
30 senza lode
 
 

ho fatto un fumetto.
per essere più precisi ho scritto una storia, l’ho mandata a gualandri e lui mi ha chiamato per dirmi ‘faremo un fumetto’. ho già elogiato numerose volte da queste pagine il suo indubbio talento di illustratore, ma voglio ribadire che mi onora il fatto che egli abbia deciso di fumettare proprio un mio racconto.
nei giorni scorsi mi sotto rotto la testa per cercare di mettere a posto i dialoghi e le didascalie: si trattava della mia prima volta e ho proceduto, come dire, a tentoni.
andremo in stampa fra un giorno o due, giusto il tempo per dare gli ultimi ritocchi.
e la settimana prossima saremo a 'lucca comics' con tapirulan per provare a promuoverlo un po'.
qui sopra, la prima copertina disegnata da gualandri e poi scartata dal nostro prepotentissimo ‘art director’ french. sotto, la postfazione che il tiranno mi ha commissionato, naturalmente all’ultimo momento, e che ho scritto questa mattina in orario antelucano. il capoverso finale su duchamp è comprensibile soltanto leggendo il fumetto.

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Durante il mese di agosto, il centro di Parma si trasforma in un incrocio tra un bagno turco a cielo aperto e un immenso fast-food per zanzare.
Tre loschi figuri passeggiavano quella sera per i vicoli deserti, le mani in tasca, il naso per aria, alla ricerca di una fresca birra ristoratrice e di un posto aperto dove tracannarsela. Non trovando di meglio, finirono per accontentarsi di Piazzale della Pace. Tre Moretti da sessantasei al baretto lì di fianco e poi seduti a gambe incrociate nell’erba. Nessuno dei tre sapeva bene che cosa aspettarsi da questa improvvisata serata di niente.
E forse fu proprio l’afa tutt’intorno, o il ronzio sordo delle zanzare, o il fatto che non c’era assolutamente niente da aspettarsi, o fu per chissà quale altra imperscrutabile circostanza che le singole storie divennero in breve tempo un inarrestabile fiume di parole. L’Accademia, le disavventure coll’altro sesso ai tempi dell’università – ed erano tante – e poi l’arte, la filosofia, il senso stesso della vita.
Le tre del mattino giunsero alfine repenti come un peto.

Due giorni dopo uno di loro disse: “Ho una storia da farvi leggere”.
Tre giorni più tardi il secondo rispose: “Abbiamo un fumetto da realizzare”.
Altri quattro giorni e il terzo domandò: “E io che cazzo faccio?”
Avevano un modo piuttosto rilassato di comunicare, quei tre.

Oh, che maleducato. Vi chiedo scusa. Ora ve li presento.
Quello pelato coi pochi capelli appoggiati sulle spalle alla Hulk Hogan è Andrea, il disegnatore. Di lui sappiamo che s’è laureato all’’Accademia di Belle Arti’ di Bologna, che nel 2005 ha vinto la ‘Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte’ di Tolentino e che dietro quella faccia da coglione calpestato da un tacco nasconde un’intelligenza sciabordante. Quello più alto, lo direste mai?, è il presidente di un’associazione culturale chiamata Tapirulan. Si fa chiamare French perché una volta s’è scopato una ragazzina francese dietro una siepe, e da allora vive nel taumaturgico ricordo di quel celestiale momento nell’attesa di un secondo avvento invero ben poco trascendente. Nella vita di mestiere fa il grafico. Il piccoletto là in fondo, quello che trafuga la birra dal bicchiere degli altri due ogni volta che si distraggono, quello è Alberto. A chiunque glielo domandi, risponde che di professione fa tutt’altro. Generalmente la gente lo guarda con aria interrogativa per qualche secondo, dopodiché scuote il capo e mormora ‘Ah, capisco’. Considera la scrittura una forma di terapia.
La loro comune ambizione è di sconfiggere Darth Fener, trombarsi Leila possibilmente tutti insieme e trasformare la Morte Nera in una casa di tolleranza multirazziale democraticamente governata da un triumvirato costituito naturalmente da Loro Tre. Dopodiché, muoveranno il loro eserciti verso la Terra di Mezzo coll’unico scopo di prendere a calci nel culo quei frocetti della Compagnia dell’Anello.
Un’ambizione difficilmente concretizzabile con un fumetto.

Appassionati di arte moderna, perlomeno a parole, tutti e tre ritengono che pisciare nella ‘Fontana’ di Duchamp sarebbe un gesto irresistibile, nonché artisticamente irreprensibile. Un gesto parecchio Duchamp-esco, a conti fatti.

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  29.09.2008 | 12:48
voglia di gridare
 
 

ai tempi della guerra in vietnam, durante un suo concerto, frank zappa intravide nelle prime file un certo numero di marines un po' su di giri. allora si procurò delle bamboline gonfiabili, invitò i giovani energumeni a salire sul palco e disse loro: 'immaginate che siano viet-cong, che gli fareste?', e attaccò a suonare star spangled banner o qualche altro canto patriottico americano. lo spettacolo che ne conseguì è facile da immaginare, ma fu invece piuttosto difficile da digerire per il pubblico e per la stampa di allora. frank zappa fu tacciato, pensate, di interventismo. in realtà frank zappa, ancora una volta, aveva tracciato una linea di demarcazione tra conformismo e genialità.

con le dovute distanze, la storiella qui sotto intende raccontare un aneddoto avvenuto qualche annetto fa durante uno show di daniele silvestri. il testo che ne é scaturito rappresenta per me una sorta di esperimento: l’idea era di ricreare in qualche modo la musicalità lineare e il ritmo a tratti funky della canzone. non sono bravo in questo genere di cose e il risultato mi lascia piuttosto perplesso. che si tratti semplicemente di un’emerita porcheria...?

ho partecipato, con questo racconto, al concorso ‘un’emozione provata durante un concerto’ proposto dal sito piemonte dal vivo per MITO settembre musica (qui) e anche stavolta non ho vinto. oh, il racconto premiato effettivamente è carino, ma nove aggettivi dimostrativi nelle ultile sei righe sono davvero troppi.
invidioso? io? macché...

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E allora tre, due, uno, via.
Sopra le mani alzate risuona un ritmo house, niente fronde di note solo tunzetetunz.
Un prato di teste ondeggia piano, bandiere che sventolano a tempo col sound.
La gente ascolta, si sbraccia, si diverte, ride, si accende una paglia, respira, attende.
Finalmente arrivano le note basse, sono quelle che trascinano e che spaccano le casse.
Daniele Silvestri alza i palmi e ammicca, parla di musica funky e di anni ottanta.
Ci fa divertire, fa finta di niente. Ma ha in mente qualcosa, è più che evidente.
Basta vederlo lassù, dondolare nel mentre.

Immagina uno slogan detto da una voce sola
è debole, ridicolo, è un uccello che non vola
ma lascia che si uniscano le voci di una folla
e allora avrai l'effetto di un aereo che decolla

Daniele ci sussurra parole discrete, ci ha quasi distratti e il ritmo cresce, cresce.
Continuiamo a saltare, alziamo la voce. Attendiamo il ritornello, che arrivi veloce.
La gente che grida parole violente non vede, non sente, non pensa per niente.
Daniele alza le braccia, è venuto il momento. Gridiamo insieme a gran voce che la violenza è atroce.

Non mi devi giudicare male
anch'io ho tanta voglia di gridare
ma è del tuo coro che ho paura
perché lo slogan è fascista di natura

Daniele porge il microfono, è tutto per noi. Tocca a voi, tocca a voi, sù, dài, tocca a voi.
LO SLOGAN È FASCISTA DI NATURA! gridiamo ancora
LO SLOGAN È FASCISTA DI NATURA! sì, sì, certo
LO SLOGAN È FASCISTA DI NATURA! tutti insieme, braccia al cielo
LO SLOGAN È FASCISTA DI NATURA!

Daniele sorride.
Ci ha fregati, maledetto.

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  28.08.2008 | 10:12
vacamadona
 
 

fatto lo zaino, comprato i biglietti, prenotato l'ostello. tutto a posto insomma. ora ho solo voglia di farmi una doccia e sbattermi a letto.
occcazzarola, le sigarette!
devo ancora comperare le sigarette per il viaggio...

la foto proviene dal bellissimo blog 'umarells' (qui); buttateci un occhio.

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Intravedo l’insegna del ‘24 ore’. Tiro un frenone e accosto sgommando. Scendo. Davanti a me, a cavallo di una Graziella molto più simile a un mucchio di tubi che a un velocipede, un tizio di mezz’età in canottiera e ciabatte, le guance rubizze, la pinguedine di tutt’una vita di dedizione alla birra, sulla testa una manciata di ricci radi come lapidi dentro un cimitero, della stessa sinistra colorazione merdadipiccione.
Una di quelle persone che commentano tutto quello che fanno, presente?
Scende dalla bicicletta, poggia una mano sui lombi: “L’a m’lèsa stèr brisa c’la schina d’merda, vacamadóna”.
Ha in mano un triangolino di carta unto e stropicciato quanto una pagina di giornale con dentro un culatello. Sono cinque euro. “M’i a dé al p’chèr ierdlà, vacamadóna”. Li infila nella fessura. Pochi istanti e la macchinetta, naturalmente, li sputa. “Co’ gh’ani che vàn mia bén, vacamadóna” e sferra un calcione alla macchinetta. “Adésa t’vèd che t’ia ciàp, vacamadóna”. Infila nuovamente la banconota. Stesso risultato. “Vacamadóna”. Infila la mano in tasca per cercare degli spiccioli. “E guardi sa g’ho dal monédi, vacamadóna”. Li trova. “I’ én chi, vacamadóna”. Li infila nella macchinetta, uno per uno. “Von, du tri e quater, vacamadóna”.
Schiaccia maldestramente il bottone delle Marlboro rosse. “Chi bagai chi a son pù picén dal me dii, vacamadóna”. Si allunga verso la fessura per afferrare il pacchetto ma il salvagente di adipe fa da spessore. “E fèrla pù in élta, vacamadóna”. Inspira profondamente. Scende dalla bici e si china nuovamente. “Pòvra pòvra la me schina, vacamadóna”. Infila la mano nella fessura, ma non trova il pacchetto. “Mo’ ’ndo él andè, vacamadóna”. Finalmente lo trova. “A l’o catè, vacamadóna”.
Sempre dettagliando, si risiede sulla bicicletta, apre il pacchetto, getta in terra la stagnola, afferra una sigaretta coi denti, gli cade, scende dalla bici a raccattarla, la infila i bocca arrovescio, la gira, infila la mano in tasca alla ricerca dell’accendino.
Si arresta.
Si guarda intorno spaesato. Ci siamo soltanto io, un rave di zanzare attorno al lampione e qualche chilometro cubo di umidità.
“Gh’et da pièr?”, chiede.
“T’al po’ dir, vacamadóna”, e gli allungo l’accendino.
Sorride a labbra strette per non far cadere la sigaretta. La accende e mi restituisce l’accendino. Soffia fuori una densa nuvola di fumo. Mi appoggia una pacca sulla spalla. “Adésa e stàg mèi”, dice. Sale in sella e faticosamente riparte. Qualche metro e si gira verso di me. “CHE CHÈLD, VACAMADÓNA”, sbraita, e mi fa l’occhiolino.

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  16.07.2008 | 12:17
entomoaracnomachia - 2 'crepuscolo'
 

un secondo mail di sara. mi propone un aperitivo post-ufficio.

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Il generatore tossisce, lo schermo sfarfalla. Sara si sporge dalla finestra. In alto, un sole livido penzola dal cielo come un inutile bottone. Laggiù, venti piani più sotto, le ombre grigie si agitano simili a minacce cinematiche. Gli orologi al quarzo sono fermi da chissà quando, quelli a lancette segnano l’ora giusta non più di due volte al giorno. Sara trae un profondo sospiro, inalando pulviscolo tossico. Contrazioni compulsive del diaframma. Tossisce. Si affretta a rientrare e abbassa il vetro rigato da crepe.
Ammassa le scrivanie contro il muro, afferra un pennarello rosso e disegna un numero imprecisato di righe sul pavimento, davanti alla finestra.
Siede a gambe incrociate, ora, al centro della meridiana improvvisata. Attende. A un certo punto un tenue raggio le illumina il volto.
Balza in piedi.
“Finalmente le fottute cinque e mezzo!”, sbotta. “Che sete stramaledetta. Ora vado proprio a farmi una birra gelata giù al Dulcamara!”
Aggira i tornelli semiliquefatti, scavalca il cumulo di calcinacci misto ai resti della porta antipanico e corre giù per la scala oramai priva di ringhiere.

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  15.07.2008 | 08:52
entomoaracnomachia - 1 'dominazione!'
 
 

sara ritorna in ufficio dopo una settimana di vacanza. quattro ore più tardi mi scrive che già non ne può più. in quel preciso istante - accidenti - mi accorgo che ci sono non una ma ben due formiche che zampettano sulla mia tastiera.
(immagine: http://www.fabiovettori.com)

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Polvere sulla tappezzeria, finestre rotte, sabbia sulle autostrade. Rampicanti negli aeroporti, gramigna ovunque, qui e lungo le piste d'atterraggio. Gli ultimi sopravvissuti si sono già rifugiati nelle grotte più lontane dalla superficie del pianeta, ma il cibo è poco e l'acqua è contaminata. L'estinzione sembra inesorabilmente vicina.
Imenotteri giganti danzano sulla scrivania, si accoppiano e schiacciano i tastini del PC con frementi zampette. I generatori sono ormai prossimi allo spegnimento, ma i display sono ancora accesi. Inspiegabilmente, i mouse ancora funzionano. Nel monitor si compone una scritta sfarfallante. Dice: DOMINAZIONE!
Dalla cima l'enorme falena spiega le ali, le lunghe antenne percuotono l'aria, le poderose ali abbattono gli alberi in fiamme. Spicca il volo. L'ombra scivola lungo le strade deserte, scala veloce le facciate dei grattacieli diroccati, oscura le finestre.

Dal suo cubicolo Sara guarda all'esterno attraverso la finestra. Gli occhi imbambolati incrociano per un istante lo sguardo feroce della bestia.
'Sono stata in ferie decisamente troppo' pensa lei, e riprende a picchiettare sui tasti.

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  01.07.2008 | 17:46
che cazzo fai
 
 

un’amica mi segnale il sito piemonte dal vivo (qui), un progetto patrocinato dalla regione piemonte orientato all’organizzazione/promozione di eventi culturali e festival sul territorio regionale. il sito organizza anche piccoli concorsi letterari di storie brevissime a tema, mettendo in paio, di volta in volta, premi inerenti ai festival in questione.
il tema di qualche tempo fa, da sviluppare in 15 righe, per il festival lettraltura (qui), era un'emozione vissuta in montagna o grazie ad uno spettacolo ad essa dedicato. eufoniche a parte, l’idea mi piacque. decisi di partecipare.
come sempre, lo feci a modo mio, inviando una storiella intitolata ‘che cazzo fai’. naturalmente non ho vinto nulla, ma l’importante, come dicono tutti i perdenti, è partecipare. sotto, la storiella, e qui (html - pdf) tutti i miei compagni di sconfitta.
eh, riproverò.
il vincitore (qui) ha fatto però un errore di grammatica alquanto madornale... hi hi hiiiii

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Appoggio gli sci alla rastrelliera e attraverso il terrazzo claudicando. I miei amici sono già tutti lì, attorno a un tavolone di legno, le guance arrossate, le chiome scarmigliate. Ridono, rumoreggiano e si rimpinzano di capriolo con polenta.
Qualcuno mi fa un cenno.
Ordino un boccale di Forst. Ricambio il saluto dei miei amici ma rifiuto l’invito. Afferro il bicchiere e mi siedo nella neve, da solo, al limitare del bosco.
Le cime dei monti, là davanti, sono una frastagliata perfezione di luce; un deserto bianco cangiante digrada immobile lungo le pendici. Nel cielo, i cumulonembi avanzano simili a minacciosi guerrieri di panna. Mi lascio cadere di schiena nella neve e inspiro profondamente. Le montagne, la neve, la luce, ogni singola molecola d’aria che mi entra nei polmoni e sfrigola negli alveoli sono, in quest’istante, l’imperscrutabile equilibrio di infinite forze cosmiche in perpetua tensione.
Un’epifania.
Manca qualcosa.
Appoggio il bicchiere e mi tuffo nella neve fresca. Ci scompaio dentro fino alla vita. Cammino faticosamente descrivendo un ampio cerchio.
Una voce dal gruppo: “Alberto, si può sapere che cazzo fai?”
Non rispondo e continuo a nuotare nella neve.
“Ehi! – fa Simone – Aspetta un secondo!”
Si alza dal tavolo e si tuffa nella neve esattamente dov’ero io poco prima. S’incammina in direzione opposta alla mia. Ci congiungiamo trenta metri più a valle.
Ci abbracciamo e per qualche minuto ci spruzziamo in faccia la neve ridendo. Ritorniamo al rifugio grondanti sudore.

Il sole scompare oltre l’orizzonte con la lentezza di un cetaceo che s’inabissa. Gli ultimi raggi tingono le nuvole con colori di fiamma.
Siamo pigiati all’interno della funicolare. Ultima risalita. Ultima pista prima di ritornare, ahinoi, ai nostri consueti formicai di cemento.
“Guardate là!” dice qualcuno.
All’unisono tutti si girano. Dal fianco della montagna opposta, striato da un cono di luce arancione, penzola un enorme cazzo scavato nella neve con tanto di schizzo. Una risata risuona dentro la cabina.
“Chi sarà stato?” domanda una voce.
Un’occhiata a Simone: “Altro che Nazca” commento.
Mi strizza l’occhio. “Eh, già. Altro che Nazca”.

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  09.06.2008 | 09:23
ottomenocinque
 
 

dedicata a g*** e d*** con affetto.
sono curioso di vedere se dopo questa mi rivolgeranno ancora la parola.

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Ooorgh… un SMS.
Cosa? Che… COSA? Bidonaro a me? No, dico, ho letto giusto? BIDONARO A ME??? Ma sentile, che facce da tungsteno. Io lì ad aspettare tutta sera, che per colpa vostra mi sarò scaraffato cento birre almeno e voi mi date del bidonaro? Veh, belle, che ho guardato persino dietro i quadri, ieri sera. Ma di voi due neanche l’ombra.

O forse sì, forse invece c’eravate e io per qualche ragione non vi ho visto. O forse vi ho visto e non vi ho notato, forse vi ho notato ma non vi ho riconosciuto, o vi ho riconosciuto ma ho dimenticato. Cazzarola, siano maledetti questi anni che incedono pachidermici, trabalzando come un trattore in una carraia, senza tregua, inesorabili come scoregge, le fitte al ginocchio ogni santa volta che piove, e cazzo se piove, il maldischiena se sto troppo seduto, o troppo in piedi, o troppo a metà tra seduto e in piedi, eppoi davanti quest’affare floscio che mi pare una quaglia impallinata, due coglioni penduli come orecchie di cocker e dentro non più di dieci o quindici spermatosauri, la coda bianca e irrigidita dall’artrosi, lividi, vitali come capperi andatiammale, e per finire tre catorci di amici che mi pigliano per le chiappe che secondo loro sarei ugualeuguale a quel vecchietto alcolizzato ch’è appena entrato caracollando MACCHEDDIAMINE, VI SIETE MAI VISTI VOI TRE? attorno al tavolino zitti come cadaveri, mezza birra calda davanti, a sfogliare la gazzetta dello sport, e guardatevi: uno zecchino d’oro per disabili mentali, sembrate.
O magari ci siamo visti davvero, sì, e ‘ciaocomestai’ e ‘iobenevoinvece’, un bacio di saluto, ci siamo seduti al tavolo e chiacchierato per alcuni minuti, ah, chi si ricorda, e avevate fretta, sì, avete insistito per andare, questo me lo ricordo, che volevate a tutti costi farvi un’intera notte di sesso a tre a base di giochetti sadomaso, latex, cera calda e cumswapping, e alla fine, esauste eppure felici, mi avete sussurrato frasi del tipo ‘E’ stato bellissimo’ e ‘Saremo le tue schiave per sempre’, e nonostante la pioggia insistente il dolore al ginocchio un po’ s’è attenuato, mal di schiena, ma quando?, e un doveroso ringraziamento alla Congrega dei Senescenti Spermini, capaci di vivere il loro imperituro momento di gloria con solenne dignità balzando alti, altissimi come i delfini del circo, un guizzante canto del cigno prima di spiaccicarsi onorevolmente contro il soffitto, e al termine di tutto, mi ricordo, vi siete slinguate languidamente, nude, sul letto, l’espressione corrucciata, ‘Ci consoleremo così – avete detto strusciandovi l’una contro l’altra – nell’attesa che tornerai presto da noi’ e io ‘Mah, valuterò, voi intanto attendetemi lì’.

Di nuovo quel rumore insistente, assordante, che pare l’allarme antincendio dell’inferno. Apro gli occhi, tiro un diocane e guardo la sveglia. Ottomenocinque. Non sono ancora uscito dal letto che già sono in un ritardo strastronzo. Mi alzo, mi accendo una sigaretta, la spengo, mi lavo i denti, la riaccendo, piscio, mi vesto e mi scaravento in strada. Tiro su la tapparella del cervello e do un’occhiata didentro. Niente di nuovo, figuriamoci, a parte uno strano odore che aleggia come di corpi sudati. Non lo definirei sgradevole, anzi, tutt’altro. Che cosa sarà successo lì dentro, stanotte? Mah, chi si ricorda più.
Devo cominciare a prendere appunti.

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  13.05.2008 | 09:28
autointernet
 
 

quest’oggi apro google e chissà per quale misteriosa ragione digito ‘berlusconi’. risultato: 13 milioni di pagine. praticamente una per ogni elettore.
‘prodi’? soltanto 12,4 milioni di pagine. buffo vero?
e poi: ‘veltroni’ (meno di 3 milioni), ‘bossi’ (3 milioni e mezzo), ‘di pietro’ (3 milioni e mezzo), ‘napolitano’ (5 milioni e mezzo), ‘casini’ solo 3 milioni (ma ‘casino’ ben 201 milioni).

di conseguenza, mi metto in testa di scoprire qual è la parola più comune sul web.

proviamo a guardare più in là: ‘putin’, per esempio, 100 milioni (ma ‘figlio di putin’ solo 120 mila); ‘wojtyla’ soltanto 2 milioni (ma 42 milioni come ‘john paul’ e 297 come ‘wojtylaccio’); ‘clinton’ 133 milioni (570 mila ‘clinton blow job’); gandhi 19 milioni; ‘hitler’ 38 milioni; ‘mussolini’ solo 6; ‘stalin’ 13 milioni; infine ‘churchill’ batte ‘roosevelt’ al fotofinish: 28,5 milioni a 28 milioni.
‘bush’ sembra piazzarsi primo coi suoi 251 milioni di pagine, di cui però soltanto 26,5 milioni ‘george bush’ e addirittura giù a 8,5 milioni con ‘george w. bush’.
e il capo là in alto? vediamo: eh, beh... ‘god’ totalizza i suoi fottuti 513 milioni.
che sia questa la parola più comune sul web? dio? proprio lui?

attori famosi? ‘sylvester stallone’ 6 milioni, come ‘al pacino’ e ‘robert de niro’; ‘brad pitt’ 21 milioni; ‘johnny depp’ 22 milioni; ‘tom cruise’ primo con 25 milioni. ‘pamela anderson’ prima tra le attrici: 24 milioni, come ‘bill gates’. bah. briciole, patatine.

provo a generalizzare di più: ‘tutto’ 157 milioni, ‘niente’ 34 milioni; ‘mamma’ 36 milioni, ‘papà’ 97 milioni (ma google non vede l’accento e ci mette dentro anche il santo padre); ‘vita’ 120 milioni, ‘morte’ 43 milioni; ‘sesso’ 26 milioni, ‘amore’ più del doppio: 55 milioni.
ah, ma forse dovrei... certo, che stupido, da quando in qua internet parla italiano?
infatti, guarda qua: ‘sex’ 751 milioni, ‘microsoft’ 767 milioni, ‘sell’ 774 milioni, ‘usa’ 1 miliardo e 250 milioni, ‘buy’ 1 miliardo e 750 milioni, ‘love’ 1 miliardo  e 840 milioni, ‘life’ addirittura 1 miliardo e 850 milioni!

di più, di più: ‘one’ 4 miliardi di pagine, di cui la prima è il video dell'omonimo pezzo dei metallica e la seconda il testo di ‘one’ degli u2. ‘be’ 5,6 miliardi.
e se andassi oltre? vediamo un po’...
‘i’: 9 miliardi di pagine. ‘a’ – caspita – oltre 16 miliardi di pagine!
‘s’, prima delle consonanti, 7 miliardi, come ‘e’.
più di così...
ma, un momento, mi sa che sto uscendo dal seminato. come succede sovente nei giochi dei bambini. sto barando. d’accordo: ‘i’ significa ‘io’, ma possiamo davvero considerarla una parola? e le altre lettere dell’alfabeto? sono parole, quelle?

rileggo quello che ho scritto finora. non ci trovo nulla di sensato. penso che cestinerò tutto. ma, aspetta... ‘microsoft’ 767 milioni??? così tanto? più di ‘sex’? non ci credo. ora riprovo.
cazzarola, sì. ma allora... vediamo un po’...
‘windows’ 1,2 miliardi.
‘internet’ 2,3 miliardi.
‘google’? qualcuno s’è mai preso la briga di digitare ‘google’ dentro google? 2,2 miliardi di pagine. bah, pensavo sinceramente di più.
ma ‘web’ 4 miliardi, ‘site’ 4,5 miliardi, ‘http’ 5,8 miliardi!
‘com’ 21 miliardi!
rullo di tamburi: vince ‘www’ 24,5 miliardi di pagine!!!
24,5 miliardi di pagine (e, pensate, ‘w’ soltanto 3,6 miliardi). cristo santo.

pensavo che internet, con tutti i suoi infiniti difetti, fosse una piazza libera di libere menti. pensavo fosse un luogo di informazione e di scambio nella sua più ampia accezione. vita, sesso, politica, spam, amore, morte, siti porno. consideravo internet una pietra miliare, un punto di arrivo, una grande conquista dell’umanità.
sì, certo, internet è anche questo, come no. e molto, molto altro.
ma, soprattutto, internet è un pachidermico cervello autoreferenziale composto da qualche sbirillione di neuroni ipertestuali, un’entità suprema, occupata principalmente a pensare se stessa pensante, a defecare un ignoto universo virtuale non so da quale inconcepibile creatura percepito.
chiudo la finestra di google angosciato. mi sento in pericolo.

Autore: ufj | Commenti 6 | Scrivi un commento

  05.05.2008 | 11:55
pro fumo
 
 

credo si possa affermare senza tema di smentite che 'la luna di traverso' è la miglior rivista letteraria della nostra città (in contraddizione, forse, col fatto che mi hanno pubblicato non uno ma addirittura due racconti...).
'la luna di traverso' è anche la prima rivista letteraria della nostra città.
e l'unica.
quando uscì il bando di 'profumo', circa un anno fa, decisi che avrei partecipato.
non avevo mai mandato niente di mio in giro: sentivo la necessità di confrontarmi con qualcuno.
'profumo', pensai, è un tema piuttosto evocativo. il profumo di qualcosa di speciale: una persona, un luogo, un istante; un tema legato prevalentemente alla memoria. evocativo e anche difficile, o perlomeno poco adatto al mio modo di scrivere. decisi di provarci ugualmente. la storia che ne risultò raccontava un incontro, sì, un ricordo. ma l'elemento olfattivo era reale, persistente e... piuttosto scomodo.
faticai parecchio a darle una forma che mi soddisfacesse: la riscrissi e taglia-e-cucii numerose volte prima di pervenire a qualcosa di leggibile. al termine del lavoro le perplessità erano ancora tutte lì. la inviai ugualmente, convinto che sarebbe stata scartata.
non fu così: la storia piacque e fu pubblicata. nel mio piccolo si trattò di una iniezione di fiducia di notevole entità. ne approfitto per esprimere, da qui, la mia gratitudine a 'la luna di traverso' e a tutta la sua redazione.
e in bocca al lupo per la vostra generosa ed encomiabile dedizione.

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A Berlino raramente la primavera giunge puntuale.
Seduto in balcone contemplo distratto le persone rincorrersi nella piazza sottostante: il portamento eretto ed indaffarato, lo sguardo vacuo eppure minaccioso, cinematica metafora dei fradici nuvoloni che si addensano nel cielo livido. Mi accendo una sigaretta.
A 17 anni dalla riunificazione, di Berlino Est non esiste quasi più traccia. Attorno alla piazza negozi di souvenir, centri commerciali, uffici dappertutto e un noleggio bici. E poi polvere, calcinacci, recinzioni, operai, rumore di trapani, una sensazione olfattiva acre, di cantiere, miscelata con l’inconfondibile odore elettrostatico della pioggia.
Suona il campanello. Rientro in casa ed armeggio un po’ col citofono ma… niente: sono qui da tre giorni e ancora non riesco ad aprire. Scendo le scale. Con la mano destra m’ispeziono i gioielli, con l’altra mi massaggio la nuca. Ho un maremoto nella pancia: devo andare a cagare al più presto. Apro il portone: davanti a me una giovane ragazza. È Sylvia, la precedente inquilina. Sorride e mi tende la mano. Allungo la mia, augurandomi non si accorga di dove stava fino a pochi secondi fa. Vorrebbe entrare a prendere un po’ di roba sua, dice. «Of course… you are welcome», e mi sposto per farla entrare.
Sylvia gironzola per la casa scansando ogni mio tentativo di attaccare bottone. Rinuncio: mi siedo in tinello e m’accontento di guardarla andare e venire. Ad ogni passaggio mi intriga sempre di più.
Ha impilato un po’ di cose davanti alla porta. «Done… I can go», dice infine. Dopodiché, inaspettatamente, mi si siede di fronte e attacca a chiacchierare.
«Do you smoke?». Le porgo il pacchetto. Mi spiega che sì, fuma, ma ora che è incinta…
Incinta? Con quel corpo lì, saresti incinta?
Non ho il tempo di pentirmi per la mia insolenza. Sylvia si alza dalla poltrona e mi passeggia davanti civettuola. Solleva la maglietta e mi mostra la pancia. L’ombelico riluce di un microscopico brillante incastonato a mo’ di piercing. Mi afferra una mano e se la appoggia addosso. Davvero non si vede?, dice sfregandola su e giù.
Le rispondo che, secondo me, lei è talmente carina che non si noterebbe neanche se avesse una pancia da ottavo mese con dentro tre gemelli.
«Ha haa he hehe, thank you, thanks, you are a gentleman!»
Molla la mano, mi bacia una guancia e scheggia fuori in pochi secondi. Le corro dietro: ha le mani impegnate, pertanto le tengo aperto il portone di ingresso. Esce, si gira: «Byyyeeeee!» e mi manda un bacio nell’aria schioccando le labbra.
Sorrido. Solo quando la sua auto svolta sulla strada principale mi rendo conto di essere ancora lì impalato a carezzare la pioggia con la mano.
Salgo in casa e corro finalmente a cagare. Ripenso a Sylvia, pervaso da una impalpabile sensazione di appagamento. Non mi sono sovvenuti i soliti quattro pensieri sconci, non me la sono spogliata con gli occhi come faccio ogni volta che… beh, un po’ il culo gliel’ho guardato, lo ammetto, ma vi garantisco che l’avrebbe sbirciato persino Ray Charles, quel culetto. No, stavolta è stato diverso. Ho inalato per pochi minuti la bellezza, la spontaneità, la freschezza di questa giovane sconosciuta interiorizzandone il contrasto con l’ariaccia malsana e stantia che soffia dalla mia anima verso fuori, questo vento di sentimenti marci e corrotti che sembra spirare direttamente dalla burella dell’inferno.
Beh, tanto non la rivedrò mai più, Sylvia. Pazienza. Però, Cristo santo, ma cosa diavolo c’era nella cena di ieri sera? Qua dentro c’è un odore di carogna che mi sembra di essere seduto nell’esatto centro di un universo di merda…
Driiiiiin, ancora il campanello. «Un momento!», strillo.
Mi pulisco il culo di fretta, tiro l’acqua e balzo fuori dal bagno. Apro la porta. È Sylvia.
Faccio un passo verso di lei, cingo l’esile vita con un braccio, appoggio le labbra alle sue e ci abbandoniamo in un lungo bacio appassionato. La prendo per mano, chiudo la porta con un calcio, la conduco in camera e faccio sesso con lei tutto il pomeriggio.
«I forgot one thing, sorry».
Riavvolgo il film e la faccio rientrare. Si dirige in cucina e mi chiama. Mi spiega una cosa sulla pressione dell’acqua della caldaia. Devo fare qualcosa?, chiedo. No, no, sa cavarsela da sola. Voleva solo spiegarmi per la prossima volta.
Si dirige verso il bagno. C’è un po’ di… odore, mi sento in dovere di commentare.
«Oh, I don’t care», e si mette in piedi sulla tazza, traballando. Comincia a trafficare coi rubinetti.
Qualche minuto. «Mission accomplished», dice. Si puntella sulla mia spalla e salta giù.
Mi sorride: «Alberto», aggiunge, «what the fuck did you eat yesterday?», e mi sfila lesta di fianco. La seguo fuori, indeciso se rispondere alla domanda.

La sagoma scura di Sylvia avvolta nel tenue fruscio della pioggia si confonde tra le auto parcheggiate. Esce così dalla mia vita, questa volta per sempre. La primavera non arriverà ancora per qualche giorno, penso.
Chiudo la porta e corro di nuovo in bagno. Effettivamente, qua dentro c’è un odore che non si sta. Ho un’idea: estraggo un’altra sigaretta dal pacchetto e l’accendo. Dovrebbe mitigare un po’.
Lo sguardo vagola per la stanza: oggetti dappertutto, panni sporchi, peli, capelli, barattoli vuoti, pieni e a metà. Un fermacapelli di Sylvia. Il vetro della finestra è una favela di ragnatele. Il muro completamente coperto di scritte, disegni e graffiti di ogni genere.
L’aria satura di tabacco bruciato è più respirabile, ora. Gran cosa il fumo, penso, aspirando l’ultima fragrante boccata. Getto il mozzicone nella tazza. Per terra, incastrato tra il muro e il supporto del lavandino noto un pennarello. Ma che ci fa lì? Lo raccolgo e ci giocherello un po’. Poi comincio a scrivere una frase sul muro, ridacchiando.
Contemplo soddisfatto la scritta. Dice: ‘Meglio fumare in bagno che cagare in tabaccheria’.
Il primo atto della mia personale campagna pro fumo.

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento

  21.04.2008 | 12:25
pubblicazioni - parte 3
 

in tempi recenti altri due miei racconti sono stati pubblicati su carta. si tratta di ‘l’era della ghisa’ su ‘l’informazione’ di parma del 9 dicembre scorso (qui - pag. 25) e di ‘arrestate uosdwis ‘f jewoh’ su ‘bufanda’, la seconda antologia di racconti illustrati edita da tapirulan. qui è disponibile una precedente versione di quest’ultima, a suo tempo già pubblicata in questo blog.
sotto, ho l'onore di riportare una recensione d’eccezione de ‘l’era della ghisa’. l’autore è il sempre più bravo robirobi. fa venire voglia di leggersi la storia, nevvero?

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Ho letto "L'era della ghisa" e mi sono piaciuti i due mondi: quello ufficiale, politico, in continuo fermento, dove tutto succede e non succede - perché le storie nostre ufficiali non lasciano traccia, la storia si ricicla da sé, con successo - e quello di tutti i giorni, un'aiuola che si vorrebbe uguale, una parte di te che non vorresti cambiare e che invece viene rifatta come una plastica al seno. E su quell'aiuola corrono storie di gente comune, diffidenze razziali, tentativi di conciliazione e di comunione sospesi all'ora del pranzo.
Pavese, quando tornò al suo paesello, si meravigliò di come tutto era cambiato eppure uguale. Per noi sembra che le piccole cose intorno scompaiano in un vortice - e questo ci rende più insicuri - mentre le grandi storie della politica e dell'economia ben si adattano alla meraviglia di Pavese. E questo ci rende ancor più insicuri.
Quel paletto di ghisa era servito a qualcosa, certo. Qualche "giovinastro" voleva rompere il circolo vizioso, scolpire il mondo con gli occhi dei suoi sogni, ma una volta che ha avuto il potere si è chiesto da che parte cominciare. Perché non c'era un inizio per rifare il mondo, non c'era una fine, per poter ammirare un nuovo corso di cose, ma tutto programmato, prestabilito, uguale, continuo, cifrato, protetto da password, tutto brevettato, stampato, come quel paletto di ghisa che nelle intenzioni voleva significare qualcosa, ed ora è inservibile, perché il suo utilizzatore si è subito arreso, e nello spazio di un minuto è diventato grande.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  08.04.2008 | 09:44
south maffo
 
 

la distanza è uno stato mentale.
l'ultima volta che mi sono visto col maffo era sotto natale. aveva meno capelli, più pancia, un naso nuovo e gli occhi rossi come semafori. da londra ha portato a ciascuno di noi un regalo. per me, un paio di enormi guantoni da boxe gonfiabili. "per risolvere le tue beghe con la belva senza spargimenti di sangue", ha spiegato. la belva sarebbe la mia fidanzata, detta 'la belva' in virtù dell'espressione da grizzly a digiuno che assume ogni volta che mi appropinquo a un essere di sesso femminile, fosse pure una tortora.
il canna non c'era. mi sono offerto di prendere il pacco destinato a lui e consegnarglielo quando lo vedo.
a fine serata il maffo si è congedato con un 'a presto'.
"figuriamoci", ho risposto.
tre mesi dopo mi chiama dall'inghilterra per chiedermi se il canna ha gradito il regalo.
"hai chiamato per quello?"
"perché?"
"sì, ha apprezzato. c'è altro?"
"ecco... per pasqua torno a parma, c'è qualcuno o siete tutti via?"
"pasqua di che anno?"
"vaffanculo".
l'evidenza dei fatti dimostra che la domanda non era del tutto inutile.

col maffo ci vediamo domani per una birra a milano. a parma-milano per una birra? sì, certo. beh, magari anche quattro o cinque. il numero non conta: la birra è uno stato mentale.
sarà l'occasione per restituirgli un po' dei suoi libri e per chiedergli quanta benzina gli è rimasta. a giudicare dal suo south-o-ritratto, direi poca.

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  04.04.2008 | 10:14
buon viaggio
 
 

oggi manuela compie trentaq*** anni. manuela è una persona straordinaria per molte ragioni, ciò che mi fa considerare un privilegio l’averla conosciuta. a lungo ho pensato che il suo continuo schizzare da una parte all’altra di se stessa e del mondo circostante scaturisse da una qualche forma di fretta esistenziale. oggi penso che non sia affatto così. oggi penso che il suo desiderio di costruirsi attorno qualcosa sia secondo soltanto alla volontà di distruggerlo non appena si concretizza.
di manuela, di tutto quello che è stato tra noi, nel bene e nel male, serbo un ricordo vivido.
quest’oggi mi preme soltanto salutare una persona che è stata importante per me, una persona costantemente all’inseguimento di una ipotetica rotta mai tracciata, come se nella fuga stessa, e soltanto lì, potesse trovare sollievo. buon viaggio, manu, e in bocca al lupo dovunque tu vada.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  03.04.2008 | 12:44
south french
 
 

south french secondo il porkettaro.
più che french mi ricorda satomi dei bee hive - a parte il ciuffo rosso.
come? chi sono i bee hive? ossantocielo...

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  13.03.2008 | 18:51
monitor
 
 

quest'oggi ho decisamente lavorato troppo.

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Sette e venti. Basta, non ne posso più: per oggi la chiudo qui e me la svigno.
Addosso una stanchezza possente, megalitica. Una stanchezza oplitica. Il senso di sconforto, di ineluttabilità, di esasperazione, il senso di questa spossante, spersonalizzante giornata di lavo… ehp!
In questo momento nel monitor del mio PC sono sparite tutte le lettere, le icone, le finestrelle. Tutto, insomma. Ed è comparso il volto di un vecchio. La faccia scavata, una irregolare lanugine bianca, la pelle color dell’autunno, gli occhi sperduti dentro orbite lontane, la fronte rugosa sotto i capelli radi: la mia faccia, a sessant’anni.
Un pensiero: sarò ancora seduto qui davanti?
Monitor deriva dal latino moneo.
Ommerda!

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  03.03.2008 | 12:24
un raduno di icosaedri
 

il due novembre dell'anno passato mi capitò di essere alla mostra internazionale del fumetto di lucca assieme a french, gualandri e un paio di altri amici. al ritorno french mi chiese di scrivere un articoletto sull'evento da pubblicare dentro tapirelax. lo feci, e come sempre, trascesi. presentai l’articolo a french e quello commentò: 'ma non possiamo pubblicare dentro tapirelax una roba del genere! sei d'accordo?'. quando gli ricordai che l’editore di tapirelax ero io la risposta fu ‘non t’azzardare, eh?’.
non mi azzardai, naturalmente, ma mi sono affezionato a questo articolo. doveva finire da qualche parte. ho pensato così di mettergli su quattro pennellate decise di trucco, in modo da mascherare il peggio.
ma anche così il linguaggio, vi avviso, è piuttosto ‘farcito’.

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Lucca , 2/11/2007. Mostra internazionale del fumetto

Al termine del concerto la ragazzina coi dread mi afferra un braccio: “Per caso ne avresti un’altra?” chiede sorridendo. Le allungo una seconda cartina. E’ tutta sera che me la divoro cogli occhi. Ogni volta che la guardo è più fica di prima. Mi prende per mano e comincia a tirare: “Dài, vieni a fumare con me, ti va? Eddààài”.
Per alcuni minuti cammino al suo fianco nella notte, ma in realtà non sto esattamente camminando: i piedi sono entità motili indipendenti, come se ci stessi pattinando sopra, ecco. Dietro l’angolo, un grosso albero con una falce di luna rossa incastrata tra i rami. Là in fondo il mio orizzonte di metallo, un guard-rail accartocciato a forma di svincolo. Lontano, i palazzi della città galleggiano come pianeti di cemento. Il prato e la bruma tutt’attorno oscillano sincroni con il mio respiro. La ragazzina coi dread appoggia la schiena al tronco, getta in aria la cartina, mi cinge il collo con le braccia e mi bacia con trasporto. Pochi secondi più tardi sono dentro di lei, spingo, spingo, un senso di calore, ansimo, le oscillazioni del prato si amplificano, onde psichiche, le finestre degli edifici si avvicinano come centinaia di occhi curiosi, il sangue di luna che cola dall’albero, i dread della ragazzina stormiscono nel vento come aerei serpenti, come…
Un infernale pigolio. Per qualche istante nel mio cervello una sorta di tiro alla fune tra sogno e realtà. Guardo la sveglia: sono le 8:15 e non mi sto scopando nessuna ragazzina coi dread. In compenso fra mezz’ora devo essere da French e Gualandri.
Maledizione.

French ha addosso parecchi quadretti ma non la cravatta. Gualandri indossa invece due stampelle nuove fiammanti. E’ felice di vedermi e le agita nell’aria come fossero pistole. Avrà modo, a fine giornata, di rimpiangere quelle energie mal spese. L’equipaggio si completa di due personaggi dall’aspetto più losco di una periferia che chiameremo coi nomi fittizi di David e Marco.
Stiamo andando all’esposizione internazionale del fumetto. Già, proprio così: del fumetto. Ma che ci vado a fare, io, all’esposizione internazionale del fumetto? Che cazzo ne so io di fumetti, di illustrazioni e di simile paccottaglia, io, che i fumetti li leggo soltanto due volte l’anno, Topolino a Natale e La clinica dell’amore a Pasqua, invece della messa. Mi sento ignorante, inopportuno, piccolo: un misero segmento a un raduno di icosaedri.
All’autogrill French intravede due vecchi amici (che menzioneremo in questa sede con gli pseudonimi surrettizi di Topus e Foggio) e armeggia impaziente con la portiera per scendere e corrergli incontro. Ma davanti c’è Gualandri che incede faticosamente, stampellando. “Maledetto fottuto storpio di merda, – strepita French – possibile che ti si debba sempre avere in mezzo ai maroni?” e lo spintona con la portiera. Gualandri alza minacciosamente la stampella: “Mi chiedevo se infilarti questa su per il culo – ribatte – può considerarsi la stessa cosa che pestare una merda con una scarpa. Che dici, porterà fortuna?” Mi disinteresso ai due ed entro in autogrill. Reparto riviste. Mi guardo intorno: nessuno in vista. Bene. Con un gesto rapido e disinvolto estraggo il calendario 2008 di Max dal cellophane e mi accingo a sfogliarlo rapito.
Qualche minuto, una voce: “E smettila di spippettarti. Muoviti, andiamo!” Appoggio nolente il calendario e li seguo fuori. Si riparte.
Al fine di mantenere un conveniente livello intellettuale tra i membri dell’equipaggio, all’interno dell’abitacolo si decide di parlare esclusivamente di figa. Per essere più precisi esclusivamente di figa con le tette grosse. I culisti che se ne vadano in treno. E pure a fare in culo, dal momento che evidentemente gli piace. Gualandri, che d’ora in poi chiameremo con l’agile pseudonimo di ‘fottuto storpio di merda sempre in mezzo ai maroni’ sostiene che ogni volta che vede la Xxxx in fotografia gli scappano tirate quattro seghe, mentre quando la vede di persona gli viene voglia di andarsi a riprendere tutto il suo sperma e infilarselo nuovamente dentro i coglioni attraverso il taglio del cazzo. A mio modo di vedere, dichiaro, le dimensioni ottimali di una tetta non sono quelle di una coppa di champagne ma quelle di un boccale di birra da Oktoberfest. Qualcuno aggiunge di gradire invece il formato secchiello del ghiaccio o, in alternativa, il secchio da pittore.
Le manovre di avvicinamento alla città sono rallentate da un traffico palermitano e dal fatto che il fottuto storpio di merda sempre in mezzo ai maroni non si ricorda per un cazzo la strada. Decidiamo di non decidere: seguiremo la massa, vorrà dire che perlomeno guarderemo un po’ di figa passare. Abbasso il finestrino e mi accendo una sigaretta. Mi guardo attorno. Una giornata primaverile: il sole, il cielo terso, gli alberi, i prati verdi attorno alle mura della città e neanche un brandello di figa, inteso anche soltanto come ‘buco della’, senza fare i difficili, insomma: meno di sessant’anni e possibilmente più di dodici, meno di centoventi chili e almeno 36 gradi di temperatura corporea. Il fottuto storpio di merda sempre in mezzo ai maroni mi informa che sarà parecchio difficile trovare qualcosa di degno in codesto luogo: il fruitore medio di una mostra di fumetti, dice, assomiglia in tutto e per tutto al fumettaro dei Simpson, grasso, capelli lunghi unti come pinzimoni raccolti in una coda sfilacciata, culo enorme ma piatto, portafogli con la catena, brache corte o jeans lisi a seconda della stagione, scarpe da ginnastica in genere nere e grosse come zampogne, t-shirt del concerto degli Helloween, faccia da icosaedro, pizzetto più o meno diserbato, i più ardimentosi un orecchino a forma di clitoride di Peline oppure un tatuaggio di Ratman che schizza in faccia a Lamù.
Beh, essendo mezzogiorno inoltrato pare brutto cominciare proprio ora, vi pare? Il comitato decide all’unanimità che per venire incontro alle limitate facoltà motorie del fottuto storpio di merda sempre in mezzo ai maroni le modalità di consumo del pranzo verranno mutate dall’originario ‘toast al volo’ a ‘pizza seduti con birra caffè amaro sigaretta e possibilmente pompino per bocca della camerierag’. Finiremo col perdere un po’ di tempo e vedere qualcosina in meno, ma vuoi mettere?
La pizzeria assomiglia a un discopub di Pristina nell’arredamento e negli odori, la cameriera sembra una mignotta di Pristina e il titolare invece un pappone di Pristina. Il tavolo è grande quanto un tabellone del Monopoli, siamo stretti come viti, la birra sembra piscio gassato e la pizza ha l’aspetto e il sapore di uno zerbino di Pristina. French, che ha recentemente trovato il coraggio di lamentarsi per la qualità del servizio pizze del Gods of metal, ci satura i maroni di piagnistei. La maggior parte di noi, però, lo ascolta col salvaschermo dal momento che la mignotta di Pristina sfodera un culo che, ai voti, ottiene un eccellente otto virgola seiseisei periodico.
(...)

Il pomeriggio si inoltra come un’e-mail e le fighe si moltiplicano come fattori. Il sottoscritto attacca a macinare i maroni ché se non s’è al Cavallino bianco di Polesine alle nove in punto gli esplodono all’unisono tutti i mitocondri. Si è costretti a tornare.
Uscire da Lucca si dimostra impresa oltre l’impossibile. I cinque si inventano un itinerario alternativo nella forma di una stradicciola talmente tortuosa che farebbe vomitare a vederla sulla cartina, ma la mossa si rivela azzeccata: da dietro una curva spunta chissà come l’autostrada, e da lì in poi il ritorno fila liscio come il pube di una minorenne. I saluti a Parma sono convintamente eterosessuali e necessariamente frettolosi, perlomeno una volta rimosso dall’abitacolo il fottuto storpio di merda sempre in mezzo ai maroni. Alle nove e qualche minuto le ginocchia mie e di French sono miracolosamente infilate sotto uno dei tavoli imbanditi del Cavallino bianco, con buona pace dei miei mitocondri.
Ah, dimenticavo, alla mostra c’erano parecchi fumetti. Qualcuno ha dato un’occhiata in giro veloce.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  07.02.2008 | 13:39
si puo' scrivere un romanzo in 6 parole?
 

se ci penso trenta secondi mi viene da dire che la differenza principale tra prosa e poesia risiede nel ruolo giocato dalla parola (dove altrimenti?): denotazione contro connotazione, descrizione contro evocazione. la parola assurge a entità singola nella poesia, parte di un tutto musicale; mero elemento, atomo di un universo-contesto, nella narrativa.
luoghi accidentati, questi, per me, e probabilmente ho già sparato quindici o sedici stronzate almeno. ma mi chiedo, e vengo al punto: qual è il ruolo della lunghezza (in termini spicci: il numero di parole) in tutto ciò? esistono numerosi esempi di poemi interminabili, ma è possibile definire un estremo inferiore al di sotto del quale il racconto degenera in qualcos’altro?
ernest hemingway, si dice per scommessa, scrisse un racconto di sei parole: ‘for sale: baby shoes, never worn’. il sito del ‘corriere della sera’, mi segnala il porkettaro, propone un’analoga iniziativa (qui). ho partecipato anch’io, inviando alcuni mini-racconti pensati sul momento. qui sotto due dei miei. sei parole sono davvero poche per proporre qualcosa che si possa definire vero e proprio racconto e non semplice aforisma. pertanto mi è toccato barare. cioè, non proprio barare ma… essendo le parole a disposizione così poche, allora è necessario sfruttare tutto lo sfruttabile: maiuscole, spazi, punteggiatura…

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Sciagura nei cieli

Cielo.
Aereo    oereA.
AereoereA.
Boom!
Cielo.


Storia d'amore

"E' finita".
Era bellissima: "Così morirò!"

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  17.01.2008 | 08:57
polvere di star
 
 

ok, ora lo posso dire: al concorso di poesia ho partecipato anch’io. in qualità di socio la partecipazione per me era gratis e io, ve lo ricordo, sono genovese di nascita. ma non sono un poeta e ciò che ho inviato non erano propriamente poesie, pertanto la giuria ha visto bene di scartarmi (qui). un giudizio inappellabile e soprattutto ineccepibile.
qualcuno mi ha chiesto di leggerle, così, tanto per curiosità. in effetti è un po’ ormai che penso di metterle online qui dentro. il fatto è che sono riluttante e… beh, la ragione è tanto semplice quanto disarmante ai miei stessi occhi. mi vergogno. sì, proprio così, mi vergogno un casino. quella stessa sensazione di inadeguatezza… tipo come quando si sogna di essere nudi in chiesa, presente?
vabbé, tredueuno evvai, eccole qui, allora, tutt'e tre. vi imploro clemenza nei commenti.

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Una pioggia di sensazioni (scritta il 25/8/2006)

una pioggia di sensazioni
congelata da parole crudeli
ghiaccioli dal cuore
penzolano come spade
di damocle


Come naufrago (scritta il 5/5/2007)

nell’orbita cieca di un cielo come privo di luna
nebulose sensazioni in sospensione nel freddo piazzale
impazienti volute di fumo di sigaretta tutt’attorno
come mulinelli di luce disciolti nell’oscurità
eccola, arriva

grappoli di parole superficiali come schiuma nel mare
nella danza di sguardi una percezione cedevole
una inebriante sensazione di ineluttabilità
come naufrago tra i suoi flutti
ecco, è tardi

immagini fiammeggianti in selvaggia parata
due occhiate balenano come traiettorie scalene
un parossismo meccanicistico autodistruttivo
io non… non resisto
come? ma… come…

come chiave che gira coni di insetti cambio che gratta
come scuotere il capo per scacciare la nebbia
come cadaveri di falene imbevuti di cera
la mano carezza l’aria come una gelida sconfitta
ecco, ricambia il saluto

vivida memoria d’istanti fossili come dentro una teca
cocci di tempo in rotazione caleidoscopica realtà
soltanto una tra le infinite meravigliose realtà
che non sono né mai saranno
come molto altro dopotutto, ma peggio


Sollievo (scritta il 28/5/2007)

spalanco gli occhi
settemmezza del mattino
bottiglie di birra
odore acre di tabacco combusto
madore corporeo
bagliori sgargianti
un telegiornale
satura l’aria una solitudine atroce
l’unico pensiero cosciente
‘cazzo è lunedì’

spalanco gli occhi
settemmezza del mattino
un istante di arcano terrore
la mano scorre il lenzuolo
tepore di un corpo
indumenti femminili
sollievo
un singhiozzo sommesso
satura l’aria una fragranza consueta
aroma di caffè

Autore: ufj | Commenti 15 | Scrivi un commento

  20.11.2007 | 18:53
insetti
 

quando scrissi 'insetti' sara era là fuori da qualche parte, irraggiungibile, impossibile. l'elementare simbolismo di questa storiella riflette la sensazione di allora, la persistente consapevolezza che nonostante l'evidenza dei fatti i conti con lei ancora non erano del utto chiusi.
oggigiorno non ci sarebbe motivo, se non fosse che mettendo online questo post mi levo un sassolino dalla scarpa. un sassolino parecchio piccolo, in verità. a dire il vero più che un sassolino piccolo lo definirei un granello di sabbia grosso.
'insetti' è in realtà l'incipit di una storiella autobiografica (ma che cosa, in realtà, non lo è?) intitolata 'satiriasi'. una di quelle storie che non darò mai a nessuno, nemmeno sotto tortura.
i nomi sono fittizi, naturalmente.

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Incedo a fatica sull’acciottolato reso scivoloso dalla bruma e dagli insetti morti. Ce ne sono a milioni. La casa è lì davanti a me. Tutt’attorno non c’è nient’altro, a parte la notte. Mi avvicino e silenziosamente schiudo una persiana. Intravedo la sagoma di Sara nel letto. Sta dormendo.
“Ti aspettavo, entra”.
Sobbalzo. No, non sta dormendo.
Apre la finestra e mi lascia entrare. Il suo corpo nudo di fronte a me è bianco come latte, a meno di un piccolo triangolo sull’inguine e un ombrello nero di capelli arruffati.
“Devi proprio farlo?”
Estraggo la pistola. “Mi spiace. Perdonami”.
BLAMMMM!
Sara si accascia sul pavimento. Nella pozzanghera scura galleggiano pezzi di intestino e organi interni.
E’ giorno, ora, e io corro lungo il selciato. Corro disperatamente per lasciarmi alle spalle la colpa.
“Stronzo! Stronzo! Sei uno stronzo! STRONZO!” grida una voce dentro.
“STRONZOOOOOOOOOOO!” La voce non viene da dentro. Viene da…
Mi arresto e guardo di fianco. Una testa. La testa di Valentina, soltanto quella, saltella in mezzo alle erbacce come un vivace nanetto da giardino. “Stronzo, stronzo, STRONZO!” continua a ripetere. Mi avvicino, alzo lo stivale e la spiaccico come una lattina vuota.
La guardo, saturo di soddisfazione. Floscia così sembra una di quelle maschere in lattice che usano i ragazzini per carnevale, o i rapinatori nei film polizieschi. Fletto la gamba per calciarla lontano.
“Mavvaffanculo!” esclamo e…
…e mi sveglio, lo sguardo fisso sul soffitto rigato dal sole. S’è aperto un minuscolo buco lassù. Un lungo filo sottile di fine sabbia color ambra cade a formare sul pavimento una piccola duna domestica che s’ingrossa pian piano. Nel silenzio della stanza ne percepisco il tenue fruscio.
Mi guardo intorno: nessuna traccia di insetti, per fortuna.

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  09.10.2007 | 17:10
pubblicazioni - parte 2
 


apprendo con grande piacere che altre due mie storielle sono piaciute e sono state / saranno pubblicate su carta. si tratta di ‘anacardi’ su ‘l’informazione di parma’ del 9 settembre scorso e di ‘la rosa nera (una leggenda sampolese)’ su ‘la luna di traverso’, rivista letteraria per scrittori emergenti. benché diversissime tra loro scrissi le due storie una dopo l'altra, rispettivamente il 29/12/2006 e il 2/1/2007. ispirazione? brutto tempo? o semplicemente niente di meglio da fare a capodanno?
come di consueto, due brevi estratti.

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da ‘anacardi’
pubblicato su ‘l’informazione di parma’ del 9/9/2007 (qui la storia completa - pag. 31)

I due ragazzi di fronte a me sono qui per il mio stesso motivo: sta scritto nel loro carrello. Quattro pacchi di patatine San Carlo classiche da mezzo chilo, due pacchetti più piccoli di Rodeo presi apposta per l’amico rompiscatole che non gradisce le classiche, due confezioni da sei di bitter Campari, un cartoccio di succo di pera, due bottiglie di Pampero, tre di prosecco Valdobbiadene, sei di rosso, un pacco da dieci chili di carbonella, tre baguettes, una ciabatta, popcorn, anacardi…
Buoni gli anacardi: devo ricordarmeli.
Arriva il terzo e molla nel carrello quattro luganighe arrotolate, dodici spedini e una pila di confezioni di bistecche. S’innesca un concitato battibecco sulla quantità di carne da comperare, che andrebbe ridimensionato secondo i due dal momento che quasi nessuna delle ragazze ha ancora confermato. Nessun dubbio sugli alcolici, tanto nemmeno una di quelle galline beve.
Ad un certo punto i tre, schiena contro schiena, cominciano a guardarsi intorno spaesati, come fossero gladiatori in un aeroporto. Anch’io frequento poco i supermercati: conosco quella sensazione. Incrocio lo sguardo di uno di loro: «Scansia numero 11», dico,  «tra l’alcol denaturato e gli zampironi. Cercate bene: è un po’ nascosto».
«Cosa? ». Mi guarda perplesso.
«Il ‘piccolo fuochista’», replico. «Non vi manca quello?»
«Beh… sì».
«Lo trovate dove ho detto».
«Ah, grazie… grazie». Un sorriso di circostanza.
«In cambio mi diresti dove diavolo sono gli anacardi?»
(…)



da ‘la rosa nera (una leggenda sampolese)'
pubblicato su ‘la luna di traverso’ n. 18: ‘trasformazioni’ (qui)

Ai miei ingenui occhi di bambino, Ermete Bolondi appariva vecchissimo. La personificazione del tempo. Dita grosse come salsicce, lunghe braccia penzoloni, schiena ricurva eppure massiccia, irregolare lanugine bianca sulle guance scavate, pelle scura del color dell’autunno. E in fondo alle orbite, due occhi lontani brillavano come azzurre ametiste incastonate in grotte profonde. La bocca era un tumultuoso crepaccio. Le poche parole parevano terremoti. Dentro, tre o quattro enormi denti coi quali avrebbe un giorno masticato ed ingoiato il mondo intero.
Da sempre Ermete era il custode del cimitero di San Polo.
(…)

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  03.10.2007 | 15:32
trash
 
 

nelle pagine virtuali del nostro sonnacchioso rotocalco umoristico 'tapirelax' si è recentemente consumata una stimolante polemica sul significato e i contenuti del trash. la polemica mi vede protagonista poiché il lettore accusava di trash-ismo la mia storiella 'la stessa cosa' (riportata qui sotto). nel commento egli snocciolava una lista di cose a suo modo di vedere 'trash'. eccola:
- 'reign in blood' degli slayer
- il b-movie 'repo man'
- l'episodio di south park con sesso ai danni dei polli
- i giornali di donne nude
- le trasmissioni della de filippi

io mi limitai a replicare con la mia personale trash-lista:
- 'corna vissute'
- 'trash' di alice cooper (nomen omen)
- 'polyester' di john waters
- 'sukia'
- 'from enslavement to obliteration' dei napalm death
- er monnezza
- un qualunque album degli anal cunt
- 'automan' e 'supercar'
- nonna abelarda
- la carrà, baudo, la cuccarini e tutta la sottocultura televisiva di mamma rai da maicbuongiorno a oggi compreso
- e per finire, aggiungo qui (con affetto), il nickname del caro lettore in questione, certo 'porkettaro'

qualcuno dei frequentatori di questo blog ha in mente qualcos'altro che possa essere considerato inequivocabilmente trash?

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“Allora, come è andato il weekend al mare?” fa il Canna.
“Bene, benissimo. Ci siamo divertiti un casino. Ah, c’era una strafiga…” una mano sulla fronte come a significare una disperazione nera.
Riprendo: “Alta, un corpo scolpito. Bellissima. E poi così dolce…” Prendo il boccale e lo vuoto metà.
“Anch’io, sai ? – replica il Canna – Anch’io ne ho visto una così ieri sera all’Esselunga”.
“All’Esselunga? Ma che c’entra? Lei era con noi. Intendo: del gruppo. Eravamo insieme, capisci?”
“Anche noi eravamo insieme: era davanti a me in coda”.
Alzo la voce: “Sì, ma io ci ho parlato, cazzo, è diverso! Era seduta di fianco a me e ho chiacchierato con lei per tutta sera!”
“Anch’io le ho parlato: le ho chiesto dove aveva preso le acciughe”.
Sbotto: “Vuoi dirmi che è la stessa cosa? Va bene, allora. E’ la stessa cosa. Contento? E’ LA STESSA IDENTICA COSA!”
Serafico: “Insomma Calo, te la sei scopata?”
“Beh… no”.
“Vedi? Nemmeno io”.
Il Canna ha ragione. Tutto sommato è esattamente la stessa cosa.

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento

  10.09.2007 | 12:30
il manzo e la gallina
 
 

il 17/9 michela compirà trent'anni. in molti ci chiediamo se per quel giorno si sarà già trasferita a genova oppure no, se tornerà, se davvero se ne andrà. qualche tempo fa le dedicai una storiella che apparve anche su ‘tapirelax’ col titolo ‘i coglioni sono molto più di due’. la storiella, successivamente intitolata ‘il manzo e la gallina’ e marginalmente rimaneggiata, è qui sotto. michi, questa è la mia afasica vocina telematica che ti augura ‘cento di questi giorni’ e ‘in culo alla balena’. mi mancherai, belìn.

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Michela… Michela… Conobbi una Michela, una volta. Uhm… uhmmmm… fammi pensare… ecco, sì, ora ricordo: mi presentai a questa tizia.
“Ciao, Alberto”, dissi.
“Michela”, rispose.
La guardai pensieroso: un volto stranamente familiare. “Ehi – dissi con voce impostata, come da doppiatore – ti ho già visto da qualche parte, ci conosciamo già?”
Mi sganciai col pensiero da lì. A volte succede, non posso farci niente. Nella mia testa iniziarono ad aggregarsi concetti, pensieri, frasi senza senso come ioni su un elettrodo. Brandelli di memoria e fantasia accrocchiati nel centro del mio cervello a formare una storiella da niente.

Una di quelle scenette da discoteca in cui il manzo s’avvicina alla gallina in esposizione, tira dentro la pancia, chiede da accendere: “Ehi – dice con voce impostata, da doppiatore – ti ho già visto da qualche parte, ci conosciamo già?”
Breve occhiata ‘ma chi è ’sto scemo?’, pensa lei.
“No, non credo, arrivo or ora dalla Nuova Guinea”, risponde secca.
“Nuova Guinea, gran bel posto. Ah l’Africa, l’Africa…”
“La Nuova Guinea non è in… – sorride, scuote la testa – ah, lascia perdere”, dice.
Fa per incamminarsi, vuole raggiungere l’amica. Un cretino in più sulla terra, un aneddoto in più da raccontare. ‘Già dove diavolo sarà finita, quella? Sicuro che sta troieggiando in giro da qualche parte. Ora la vado a cercare’.
S’arresta. Trattiene il fiato. Un’epifania, sì, proprio in questo preciso istante. La gallina vede se stessa riflessa nello specchio della discoteca. L’immagine di lei fra vent’anni, spennacchiata, zampe rugose, coda pendula, culo grosso e cadente. Non fa neanche più l’uovo: la menopausa alfine è giunta puntuale come un’artrite.
Pensa.
Pensa.
Pensa che sì, è vero, gli uomini sono tutti degli imbecilli, capaci solo di raccontarsi gli uni cogli altri quanto ce l’hanno lungo e duro salvo poi piagnucolare come poppanti appena la febbre gli sale sopra i trentotto e chiedere continuamente quando è pronta la colazione ché non possono far tardi in ufficio, come se ci dovessero arrivare solo loro, puntuali, in ufficio.
Poi pensa che dopotutto cosa importa se confondono l’Africa con l’Oceania, neanche c’è stata, lei, in Nuova Guinea, ne mai ci andrà. Perché fra vent’anni quel culo grosso e cadente sarà seduto attorno ad un tavolo con due figli un cane un gatto un criceto e un marito. Un marito che non sarà proprio una cima ma è dolce e affettuoso, la porta al cinema e si ricorda gli onomastici e gli anniversari. E pensa che forse non c’è poi molto altro… e chissà, potrebbe davvero cominciare così, con una sigaretta accesa e una gaffe sulla Guinea… dopotutto aveva un viso pulito, un bel sorriso, vestito elegante ma non troppo fighetto, occhiali sottili, capelli corti ben pettinati.
La gallina si gira e torna sui suoi passi.
Torna indietro dal manzo, dirà: “davvero ti piace l’Africa?”, poi: “Che sete, andiamo al bar?”
Il manzo non c’è più. Beh… pazienza.
In effetti, pensandoci, ha sete davvero.
Arriva al bancone, ordina un kaipiroska alla fragola.
Vede dall’altra parte l’amica: ha in mano un bicchiere. Ride.
Il manzo è là, vicino a lei. Molto vicino. Le sta bisbigliando qualcosa nell’orecchio.
E lei ride, ride di gusto…

Rientrai in me stesso: davanti a me la ragazza parlava.
“…i giorni”.
“Eh? Cos’hai detto?”
Sgranò gli occhi, sorrise: “Ho detto che faccio la cameriera da tre anni nel locale che frequenti tutti i giorni”, ripeté.
Ricambiai il sorriso, emisi tre puntini di sospensione solidi come la cera. Mi immersi tra le scartoffie del mio cervello.
Annaspai, alla ricerca di qualcosa di intelligente per rispondere.
Pensai.
Pensai.
Infine dissi: “Ah, davvero?”

“La madre degli stolti è sempre incinta”, mi disse tempo dopo Michela.
Ad occhio mi parve un insulto, benché non mi fosse ben chiara la contingenza.
“I coglioni sono molto più di due” risposi di slancio, inducendo nello spazio tra noi un reciproco senso di antinomica perplessità.

Autore: ufj | Commenti 5 | Scrivi un commento

  03.09.2007 | 10:45
l'abbraccio
 
 

lasciai sara il primo febbraio 2005. le cose tra noi andavano male, parecchio male. fu comunque una decisione… diciamo… avventata. sono passati due anni e mezzo da allora. due anni e mezzo in cui ho avuto modo di riflettere e rendermi conto di quanto grande e importante fosse la storia che mi ero gettato alle spalle.

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Quattordici agosto. Nel silenzio afoso della stanza i pensieri turbinano come mosconi. Sono sdraiato sul letto da questa mattina. Mi mancano le forze per alzarmi. Mi manca la VOGLIA di alzarmi.
I dottori sono stati chiari: non ho nulla di patologico. “Esaurimento nervoso”, hanno sentenziato.
“Esaurimento nervoso? A ME???”
“Sì a te, perché?”
“Niente… niente” mi sono rivestito e sono uscito lesto di lì, tutto sommato rinfrancato dalle loro parole sicure. Si sono raccomandati: ‘riposo assoluto’ hanno ripetuto più volte. Le vacanze imminenti sono capitate a fagiuolo, come si dice.
Ho rifiutato una manciata di inviti vacanzieri ed ora me ne sto qui, sdraiato sul letto, la serranda abbassata, la luce fioca dell'abat-jour, ad ascoltare il mio malessere, a chiedermi ‘se davvero non ho niente, com’è che sto così male?’
Il cellulare vibra: un messaggio. Mi alzo e corro a leggerlo. Un po’ di compagnia è proprio quello che ci vuole, penso.
Mittente: Sara. Testo ‘torno ora da w-end in Abruzzo. Mare sole e solita ciotola serale’. D’istinto premo il tasto ‘richiama’ ma no, no… che sto facendo mai? E chiudo la comunicazione. Mi distendo nuovamente sul letto a soffrire me stesso sofferente.
Quattro ore dopo, sotto sera, un secondo messaggio di Sara: ‘ci 6 stasera?’ Richiamo subito. “Sì ci sono”. “Fattoria?” “Fattoria”. “Alle dieci?” “Alle dieci”.
Mi alzo finalmente dal letto e corro a lavarmi. Il tremore e il senso di soffocamento si sono attenuati, forse addirittura spariti.
Dieci meno un quarto, ora di andare. Sono emozionato, parecchio emozionato.
In fattoria Sara è con un paio di amici. Delusione: mi aspettavo un’uscita a due, io e lei. Però, visto che sono qui, gli intaso le orecchie con una manciata di cazzate in velocità. Un po’ ascoltano, un po’ no. Dieci minuti e slegano i cavalli. Bene.
Rimango solo con lei. Ci sediamo a un tavolino e attacchiamo a chiacchierare. Una conversazione fluida, priva di imbarazzi, di silenzi, priva di quella sensazione spiacevole di disagio latente che ti fa sobbalzare: ‘oddio, vuoi vedere che qua m’è scappata una parola di troppo?’
Una serata normale, assolutamente speciale. Come mille altre in passato.
Già, in passato.
Vengono le due in un momento. Dice: “Andiamo?”
Il parcheggio è praticamente deserto, ci sono soltanto la polvere e le nostre due auto parcheggiate una vicina all’altra. Apre la portiera. Mi avvicino: “Buonanotte”, dico e le appoggio un bacio sulla guancia e uno sull’altra.
“Buonanotte” risponde.
La guardo. Non sale in auto. Se ne sta lì, immobile, lo sguardo basso sugli alluci, come un marmocchio durante una ramanzina.
In quell’istante nella testa mi esplode un concerto dei Marduk: non riesco più a ragionare. Le carezzo una guancia, giro i tacchi e salgo in auto. Metto in moto, ruoto la testa a guardare attraverso il finestrino. Sara è ancora lì, impalata, l’espressione statica e triste di uno spaventapasseri circondato d’asfalto.
Il concerto si articola in parole distinte: “SeiunidiotaidiotaIDIOTA!!” ripete la voce didentro. Mi sento mancare. Che mi succede? Mi rendo conto che sono in apnea da un paio di minuti. Espiro e cerco una sigaretta. Quante volte ho fantasticato che accadesse? Quanto a lungo ho atteso? Mi ero dato tempo: ‘ci sarà un solo approccio – mi dicevo – al momento giusto’. Ebbene: quello era il momento giusto. Ce ne saranno altri?
Stanotte tremerò parecchio, penso, fanculo.

Salgo in casa, amareggiato, stanco e deluso da me stesso. Tolgo dalle tasche il portafogli, le chiavi, il cellulare e li getto sulla scrivania con un gesto stizzito, come se fosse colpa loro.
Nel telefono vedo un messaggio. Di Sara. ‘Mi aspettavo un ‘abbraccio’’, dice. La parola ‘abbraccio’ è tra virgolette. Si riferisce a una frase de ‘L’abbraccio’ dei Marlene kuntz: ‘un giorno o l’altro io prendo il coraggio e ti abbraccio’. Gliel’avevo scritta in un mail giusto una manciata di giorni prima.
“IDIOTAAAAA!”
E ZITTO UN ATTIMO! Fammi pensare. Dunque… Oh, sì. Trovato.
Raccatto la mia roba e ritorno in strada. Rispondo immediatamente al messaggio: ‘non ho avuto il ‘coraggio’. Troppo tardi ora?’
Dieci interminabili minuti. Arriva la replica: ‘che devo rispondere?’
E io: ‘rispondi no ed esci’.
Una luce s’accende, un’ombra bianca: è Sara in camicia da notte che gironzola per il cortile come un fantasma.
Io sono lì che attendo, nel vialetto di casa sua. Varco il cancello, le gambe rigide come tralicci, il cuore che cerca di evadere scavandosi un tunnel tra le costole, il respiro convulso di un asmatico in crisi anafilattica. Sono davanti a lei, ora. Trattengo il fiato e… la abbraccio.
Il resto, beh…

Dice che è molto confusa, che però il tempo trascorso con me è straordinario, che ha paura, che anche lei ha atteso a lungo questo momento. Che non sa, che deve pensarci su, che non vuole pensare affatto, che finalmente è successo, che è tutto sbagliato e che, che, che…
Io?
Io non ho nessuna voglia di lavorare, tremo un po’ meno di prima, inganno il tempo scrivendo questo post nell’attesa che giunga presto stasera così da poterla finalmente rivedere.

Non c’è altro, mi spiace, nient’altro. Che vi aspettavate?
Nient’altro che il desiderio di rivedere Sara stasera e il terrore che un giorno tutto questo possa finire di nuovo. Tutto qui.
Delusi?

Autore: ufj | Commenti 8 | Scrivi un commento

  02.08.2007 | 16:03
arrestate UosdwiS 'f JewoH - parte 2
 
 

quel pomeriggio avevo giusto comperato il mio primo modem. un aggeggio grosso così e caro come l'accidente, che sudai sette camicie per incastrare dentro il pc (dovetti segar via un pezzetto di pcb) e che scomodai l'intero valhalla per far funzionare. il giorno successivo - era una domenica - mi misi in testa di crearmi un account di posta elettronica. scartai subito i tristi alberto72, alberto.calorosi, calorosi.a e simlia. digitai iwillfuckyoursister ma, che ci crediate oppure no iwillfuckyoursister@libero.it esisteva già. mentre la testa vagolava alla ricerca di qualcosa di carino mi sovvenne la scenetta della sera prima e...

links:
la puntata - una tra le più belle, a mio avviso - è questa http://en.wikipedia.org/wiki/Mother_Simpson
la storia della foto è anch'essa disponibile su wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Cerne_Abbas_giant

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(...)

AF >> MILENA, SEI FIDANZATA?
Era giunto il momento di scaldarlo un po’.
UfJ >> SONO LA PECORA SONO LA VACCA CHE AGLI ANIMALI SI VUOL GIOCARE SONO LA FEMMINA CAMICIA APERTA GROSSE TETTE DA SUCCHIARE.
AF >> PICCOLE TETTE…
UfJ >> GROSSE, GROSSE, FIDATI. E AL DIO DEGLI INGLESI NON CREDERE MAI.
AF >> COSA DAREI PER VEDERLE…
Si stava arrapando.
UfJ >> VEDERLE? PERCHÉ INVECE NON CAREZZARE QUESTO MIO PRESENTE DI SENI ENORMI?
Niente, poi:
AF >> DAI… DIMMI COME SEI FATTA FISICAMENTE.
La bava sgocciolava dal monitor.
UfJ >> TUTTI S’ACCORGONO CON UNO SGUARDO CHE NON SI TRATTA D’UN MISSIONARIO.
Non ci stava più dentro: ancora qualche scambio così dopodichè si fece avanti.
AF >> SEI LA RAGAZZA PIÙ STRAORDINARIA CHE IO ABBIA MAI INCONTRATO. DEVO CONOSCERTI ASSOLUTAMENTE…
UfJ >> REGINA SENZA CORONA E SENZA SCORTA BUSSERÒ UN GIORNO ALLA TUA PORTA.
AF >> TI PREGO SII PRESTO QUELLA REGINA. TI SEGUIRÒ SENZA UNA RAGIONE COME UN RAGAZZO SEGUE L’AQUILONE.
Finalmente una scintilla. Era ora.
UfJ >> CORRI. QUEL CHE ANCOR NON SAI TU LO IMPARERAI SOLO QUI FRA LE MIE BRACCIA.
Insomma, per farla breve quello salutò e lesto si catapultò in auto. Ravenna-Parma: partenza ore 1:00, arrivo previsto ore 3:00. Appuntamento in piazza Garibaldi, sotto al monumento. Non una sciarpa né un giubbotto di un certo colore: per farsi riconoscere avrebbe tenuto in mano una foto di De André. Era una mia idea, naturalmente. Un poco bastardo, nevvero?
Il Sacco disattivò la connessione e chiacchierammo d’altro. La valenza delle comunità virtuali, il loro moltiplicarsi sotto la spinta di una sempre più impellente necessità di aggregazione; di trovare un senso di appartenenza, ancorché simulato, in questa nuova società solipsistica composta esclusivamente di schermi giganti e minuscoli cubicoli, da una borbogliante moltitudine di indistinte solitudini: milioni e milioni di Raffaeli Cervetti. Dappertutto.
Improvvisamente tornò alla carica: “Ma che cazzo di nick è ‘UosdwiS ’f JewoH?” chiese.
“E dàgli”.
“No, davvero: non ho mai sentito un…”
“Una delle puntate dei Simpsons che mi sono visto oggi. Quella in cui Homer incontra la madre. Beh, per qualche ragione Patty e Selma sono convinte che Homer sia morto e, raggianti, fanno subito fare una bella lapide con scritto ‘Homer J. Simpson’. Poi salta fuori che quello è ancora vivo e deluse trasformano la stele in un tavolino da salotto. Winchester si trova lì perché deve arrestare Homer. Ma Homer non c’è. Winchester parla poi nel portatile, impartisce qualche ordine. ‘Arrestate… arrestate…’ dice tentennante. E a Selma ‘Chi è che devo arrestare?’ Selma: ‘E’ scritto lì’. Winchester guarda sul tavolino e legge la scritta, ma è dall’altro lato. Dice: ‘Arrestate UosdwiS ’f JewoH. Sì, sì… e cominciate dal quartiere greco’. ‘Commissario sta parlando nel suo portafogli’ fa l’appuntato. Si guarda in mano. Lo rimette all’orecchio ‘Sì, e sequestrate anche mezzo chilo di olive’ Poi gli cascano tutte le carte di credito”.
“E allora?”
“E allora… niente, ti ho semplicemente risposto. Non fa ridere la scenetta?”
“Forse, ma raccontata da te…”
Il Sacco da sempre misconosce le mie indiscusse doti di affabulatore. Fatto sta che erano le tre passate e io ero lì in bici. Mi congedai.
Svoltai in via Repubblica diretto verso casa. Guardai l’ora: le 3:39. Un pensiero: aspetta, chissà che… Invertii la marcia. Destinazione: beh… sono sempre stato uno di quelli che devono per forza scrivere un finale in tutte le storie.
Avvolta nella foschia, una sagoma scura percorreva con nervose falcate la piazza deserta. In mano stringeva un pezzo di carta. Una foto, probabilmente. Appoggiai la bici lì vicino e mi comprai un pacchetto di sigarette all’automatico dietro la statua. Poi m’avvicinai al tizio e gli chiesi da accendere.
“NON FUMO” barrì.
“Scusa… non volevo…”
“No, scusa tu. E’ che…”
“Che?”
“Che… che… che puttane! Che le donne sono tutte puttane, ecco! PUTTANE!”
Inutile precisare che aveva in mano una foto di De André. La infilò rapido in tasca.
“Perché, che ti è successo? Sempre se non sono troppo… indiscreto”.
Mi soppesò con lo sguardo. Aprì la bocca. La richiuse. La riaprì: “Niente… niente, lasciamo perdere. Senti… non è che avresti una sigaretta?”
“Hai mica detto che non fumi?” e gliela allungai. Accesi la sua e pure la mia. Inspirò. Tossì. “TROIE MALEDETTE! Tutte le donne!” ringhiò. Sospirò.
Espirai una densa nuvoletta di fumo. Annuii: “Eh, già, come darti torto? Ma non solo loro – commentai – eh, no, credimi, non solo loro”.
Non disse più nulla: continuava a camminare su e giù per la piazza vuota fendendo la nebbia come un tergicristallo, scuotendo il capo, fumando e tossendo.
“Beh… ciao”. Mi allontanai verso la bici fischiettando la melodia di ‘La ballata dell’amore cieco’.
Mi sentì. Pochi secondi, poi: “Ehi, EHI!” disse.
Flapp, flappp: rumore di passi sul lastricato bagnato. Salii lesto in bici. “Ehiii!!!” Mi girai a guardarlo: correva verso di me. Mi issai sui pedali e presi a mulinare più forte che potevo.
Il rumore dei piedi che sbattevano al suolo. La bici prendeva velocità. I passi più vicini: stava guadagnando terreno.
“Ehi, EHIIII, brutto pezzo di merda! Vieni qui!”
Schiaffeggiò l’aria varie volte. Non riuscì ad afferrarmi per pochi centimetri.
“VIENI QUI! Grandissimo figlio di PUTTANAAAAA...AAAA...AA...A...A...A...!”
Il grido strozzato dalla rabbia risuonò alto lungo la strada deserta, incanalandosi veloce tra le mura dei palazzi, rimbalzando contro le saracinesche dei negozi, le persiane serrate, gli usci chiusi, fino ad avvilupparmi completamente mediante invisibili dita sonore.
Arrivai a casa madido di sudore. Erano le 4:06. Lacrimavo dal ridere.
Estemporaneamente, così come avevo cominciato, quel giorno smisi per sempre di chattare.
Ho fondati motivi per credere che Raffaele Cervetto, oggi quarantaduenne, abbia fatto altrettanto.

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  29.07.2007 | 15:43
arrestate UosdwiS 'f JewoH - parte 1
 
 

sempre più spesso qualcuno mi chiede l'origine del mio bizzarro (e scomodo) nickname. naturalmente nacque par caso, come il panettone, come la penicillina, come il post-it. al pari - generalizzando - della maggior parte di noi. nacque per caso in una serata di niente trascorsa con il sacco (che qui saluto) davanti al suo pc. ecco, più o meno, come andarono le cose.

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Alla quinta puntata consecutiva dei Simpson spensi annoiato il televisore. Non sapevo che cazzo fare. Chiamai il Sacco. “Che stai facendo?” chiesi.
“Sto chattando”.
“Stai… che?”
“Chattando. Sai quella cosa…”
“Sì, sì, so cos’è. Tu che chatti?!? OK, allora, ci vediamo lì fra dieci minuti”.
“Ma…”
Riattaccai. Era evidente che anche il Sacco non sapeva che cazzo fare. Gli serviva supporto.
Poco più tardi salii da lui e mi sedetti davanti al computer. Di fronte a me una finestrella colorata grande quasi quanto il monitor. E frasi che scorrazzavano dappertutto, in assoluta libertà. Quest’affare farebbe la gioia di Marinetti, pensai. Era come se lì dentro ci fossero centinaia di persone che parlavano tutte assieme, senza che mai nessuno ascoltasse.
In basso, una cornice rossa racchiudeva la scritta ‘drago72’ ed un cursore lampeggiante.
Diteggiai la tastiera: “Ora li mando tutti quanti affanculo” esclamai, e digitai qualcosa di ingiurioso.
“Aspetta!” Il Sacco afferrò il mouse e cliccò su un grosso rettangolo anch’esso rosso con la parola ‘logout’. La finestrella piccola scomparve. Quella più grande continuò ad eruttare vocaboli: la sceneggiatura virtuale di una nuova perniciosissima forma di idiozia umana.
“Beh?” chiesi sorpreso.
“Non si può scrivere insulti qui dentro” spiegò.
“No? E perché?”
“Mai sentito parlare di netiquette?”
In effetti no, ma la parola mi suonò autoesplicativa. “Ma che ti frega? Lì sei soltanto un soprannome, chi ti conosce? Sei indistinguibile. Sarebbe come se ti vietassero di scorreggiare in ascensore. Voglio dire: è il suo bello, non trovi?”
“Sì ma… mi conoscono in molti, lì dentro, con quel nickname e…”
Non terminò la frase. Guardò in basso. Gli chiesi se per caso stava scherzando. Mi rispose che no, non stava affatto scherzando. “Comunque possiamo crearne un altro – aggiunse – ci vuole un istante”.
Trafficò qualche secondo. S’aprì un’impertinente finestrella che non la smetteva più di farsi i cazzi miei: nome, cognome, titolo di studio, occupazione, età e sesso. Eccoli, dunque: Milena Bertolini, diploma superiore, studentessa, 21 anni, femmina. Finito? Macché: domande sui miei hobby, letture, viaggi, amicizie, film canzoni libri e sport preferiti, perfino gusti sessuali. Infine mi chiese di inserire il nickname. Scrissi la prima cosa che mi passò per la testa: ‘UosdwiS ’f JewoH’.
“Che razza di nick del cazzo è?” chiese il Sacco.
“Taci, va’, ‘drago72’”.
C’erano centinaia di stanze di conversazione divise per argomenti. Scelsi la più popolosa: 246 utenti. Argomento: ‘sesso’.
La testa si sovraffollò immediatamente di soprannomi che spaziavano dai banalotti ‘sperminator’, ‘ingooooooio’ e ‘il quarto porcellino’ per arrivare a vere e proprie genialate come ‘cappuccetto rotto’ e ‘mary pompins’. C’era persino uno che si firmava… vediamo se riesco a… qualcosa come ‘8=====Ð~’. Mi domandai quanto doveva esserci stato su a pensare.
La maggior parte degli utenti era intenta a dettagliare in che modo, quanto a lungo e soprattutto dove di preciso avrebbero fatto degna festa all’una o all’altra soubrette, attricetta, velina o pornostar. Uno sosteneva di essersi masturbato dodici volte in un’ora e tre quarti davanti ad una foto di Alessia Merz. Un altro diceva che con cinquecentomila lire era possibile scoparsi P***. Effettivamente questo l’avevo sentito dire pure io. ‘Com’è?’ chiese qualcuno. ‘Dà anche il culo’ fu la laconica risposta. Un tizio di Fucecchio sosteneva di aver elargito un passaggio in auto a Brianna Banks. Chiaramente Brianna lo aveva ringraziato con un pompino. Seguiva descrizione. Nessuna spiegazione di cosa diamine ci facesse Brianna Banks a Fucecchio. Un altro, infine, era certo di avere fatto sesso su un divanetto in discoteca con Cameron Diaz prima che diventasse celebre. E via di questo passo: le scritte scorrevano verso l’alto simili a scontrini della spesa, le conversazioni si intrecciavano superficiali come volute di fumo. La finestra intera ribolliva di un borbottante magma di fonemi.
Dopo pochi minuti ne avevo già a sufficienza: decisi di cambiare stanza. Scelsi ‘amici tra amici’: 19 utenti soltanto. Entrai. Per qualche minuto rimasi ad ascoltare le chiacchiere degli altri. Esiste anche un termine apposta: lurkare.
Si parlava di amicizia, sentimenti, amore, dolore, morte, il tutto corredato da una folta coltre di micragnosa pedanteria, le parole pesanti come macigni, i concetti solenni come piramidi. Neanche un briciolo di ironia.
C’era un tizio, un certo ‘amico fragile’ che starnazzava della sua insopportabile solitudine. Sosteneva di essere talmente solo da non trovare nessuno con cui chiacchierare neppure in chat. In effetti era proprio così. Mi feci avanti.
UfJ >> CIAO AMICO FRAGILE, SE VUOI POTRÒ OCCUPARMI UN’ORA AL MESE DI TE.
AF >> IL TUO SALUTO È UN’EMOZIONE INTENSA CARO UOSDWIS ’F JEWOH. A PROPOSITO: CARO O CARA?
UfJ >> PUOI LEGGERE I MIEI DATI ANAGRAFICI: NON SONO RISERVATI.
Qualche secondo, poi:
AF >> ALLORA… CIAO, MILENA, IO SONO RAFFAELE.
Raffaele. Guarda il caso: mi balenò un’idea.
UfJ >> UN SALUTO A TE PURE… UOMO SCELTISSIMO E IMMENSO…
AF >> UOMO SCELTISSIMO E IMMENSO? NON CAPISCO…
UfJ >> …A QUELL’UOMO SCELTISSIMO E IMMENSO IO CHIEDO CONSENSO: A DON RAFFAÈ.
Altro silenzio: me lo immaginai pensoso davanti al monitor.
AF >> AH! ANCHE TU DEVOTA AL GRANDE FABER?
UfJ >> IN MANIERA OSTINATA E CONTRARIA: SÌ.
AF >> STAI… HO CAPITO! QUESTA È… È… SMISURATA PREGHIERA!
Mi guardai il suo profilo: Raffaele Cervetto, geometra, rappresentante di laterizi, 36 anni, maschio. Interessi: il calcio, il bricolage, pescare, la musica, i film di Spielberg e i libri di Richard Bach. Eterosessuale.
Chiaro che se Milena Bertolini, 21 anni, in realtà era Alberto C., anni 28, allora poteva benissimo darsi che Raffaele Cervetto, 36, fosse una qualunque Eleonora X, quindicenne, intenta a divertirsi nel medesimo modo. Ci riflettei: da come si poneva mi parve improbabile. Ritenni la cosa insignificante per i miei scopi.
Attaccò piagnucolando della moglie che lo aveva lasciato. Scrissi: ‘ILLUDITI ANCORA CHE LEI RITORNI, LIBRO DI DOLCI SOGNI D’AMORE, APRI LE PAGINE SUL SUO DOLORE’.
La solitudine: ora, senza di lei, era dura… Ed io: ‘TU VEDRAI UNA DONNA IN FIAMME E UN UOMO SOLO, E UNA LETTERA VERA DI NOTTE FALSA DI GIORNO’
L’alienazione, il lavoro, nessuna soddisfazione. Tagliai corto: ‘QUELLO CHE NON HO È QUEL CHE NON MI MANCA’ .
Insomma, credo d’aver reso l’idea. Quando non mi veniva in mente un cazzo piazzavo una strofa a caso tratta da ‘Via della povertà’ o da ‘Via Paolo Fabbri 43’ di Guccini: si equivalgono. Funzionava comunque.
Gli diedi tutta la corda di cui ero capace: in breve tempo ‘amico fragile’ si rivelò l’essere più noioso, pesante e superficialmente pessimista che avessi mai avuto la ventura di conoscere.
AF >> MILENA, SEI FIDANZATA?
Era giunto il momento di scaldarlo un po’.

(continua)

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  30.05.2007 | 09:19
la strada della frutta
 

quando rileggo una storia appena terminata generalmente mi sovviene uno tra questi tre pensieri: 'uhm... carina' o 'questa fa proprio cacare' oppure 'bah'. è proprio quest'ultima la riflessione più pericolosa: si corre il rischio di affezionarsi ad autentiche porcherie.

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la strada della frutta è interminabile
specialmente da fermi ed il naso sugli alluci
ricordo uno sguardo pervicace
microsensazioni dardeggiavano come neri fotoni
io prigioniero, lei mia secondina
ma se ne appallottola, ilona
“scendi dalle mie tende!” esclamò invece
strattonandomi come uno sdrucciolevole palliativo

la scrivania è sbronza da ieri
il televisore sbadiglia
la radio è corsa a pisciare
pensieri flottanti come anemoni antropomorfe
il radiatore della corteccia fumante fuliggine
gocciola silenzioso il mio occhio stanco
e affranto da dentici madidi e proditori
basta!

un cielo cervellotico simile a un cubo di rubik
inalo energia come aloni elettrostatici: l’ologramma d’ilona
nel palmo astringo uno scampolo della sua tenda. che altro?
spogliarmi forse di queste fragole fradice di clorofilla
tirare il cuoio fuori di cantina e tinteggiarlo di iuta
ma in fin dei conti mi mancano i barattoli
la vernice non è più fresca come una volta
e il pennello è duro di croste

blandamente brandisco il brandello di tenda
lo rendo repente ad ilona, che se lo mangi il suo dromedario
strabuzza distratta e s’occulta spigliata in un loculo
mi sfugge un tricheco sommesso
poi prendo la porta e la infilo nella grondaia
un fragrante sollievo mi solleva sulla sommità del lampione
m’illumina storto, non gli è lampante perché m’abbottono
per ululare alla luna

ripercorro a traffico limitato la strada della frutta
affiorano circospette teorie di rotaie sordide e sapide
da qui paiono distanti, eteree, due grissini in un merdaio
guardo in basso, rumore di clacson: il pennello è ancora lì
svolto in un viatico, e mi lascio la strada della frutta alle spalle
una volta per tutte

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  21.05.2007 | 15:34
astinenza
 

da un lato è opinione comunue che l'astinenza da certe pratiche ne comprometta gli automatismi. dall'altro c'è chi afferma "una volta che s'è imparato a stare in bici, non si scorda più". questa breve storiella, nel suo piccolo, intende fare luce sulla questione.

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Suono il campanello. Si apre la porta.
“Albi!” mi si butta al collo.
La guardo: M. indossa solamente un perizoma poco più spesso di un crine.
“Che bello vederti – dice – finalmente! Come stai?”
E’ un mese e mezzo che non ci vediamo perché M. deve fare ‘sto cazzo di esame.
“Basta chiacchiere” e la afferro sottobraccio come fosse un cuscino.
Colle gambette scalcia l’aria, con le mani mi cinge la vita, solleva la maglietta e attacca a leccarmi attorno all’ombelico.
La sbatto sul letto carponi e faccio per sbottonarmi i pantaloni. Mi arresto. Buio. Corrugo la fronte in un’espressione comicamente pensosa. E adesso? Infilo una mano in tasca ed estraggo un foglietto tutto spiegazzato.
M., davanti a me, si volge a guardarmi perplessa.
“No, così non capisco” e lo giro sottosopra.
“Dunque, qui dice: ‘introdurre la protuberanza A nella cavità B’”. Infilo una mano nelle mutande ed estraggo l’uccello. “Questa dovrebbe essere la protuberanza A”.
Afferro il perizoma di M. e lo strappo con uno strattone. Lo getto sul pavimento. Mi avvicino come un numismatico ad una moneta. “E questa dovrebbe essere la cavità B…” commento stuzzicandole la carraia con le dita.
Mi libero dei pantaloni e m’inginocchio dietro di lei.
“AHIA! – esclama – quella non è la cavità B. Quella è la C!”
Faccio finta di niente e comincio a stantuffare ignorando le sue proteste. Dopotutto è soltanto colpa sua se ho finito per scordarmi come si fa.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  15.05.2007 | 15:20
pubblicazioni!
 

con mio immenso (e, credetemi, sincero) sbalordimento tre mie storie hanno trovato la strada della pubblicazione cartacea. si tratta di "berlino 30/4/2006, 4:00 am" su cyclette, la prima antologia di racconti illustrati di tapirulan; di "pro fumo" su "la luna di traverso", rivista letteraria per scrittori emergenti ed infine di "nulla" sull'antologia horror "scheletri" edita dalla magnetica edizioni.
tre brevi estratti.

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da "pro fumo"
pubblicato su "la luna di traverso" n. 17. Tema: "profumo"
http://www.mupeditore.it/page.asp?IDCategoria=1325&IDSezione=5813&IDOggetto=328&Tipo=PRODOTTO

(...)
Salgo in casa e corro finalmente in bagno. Ripenso a Sylvia, pervaso da una impalpabile sensazione di appagamento. Non mi sono sovvenuti i soliti quattro pensieri sconci, non me la sono spogliata con gli occhi come faccio ogni volta che… beh, un po’ il sedere gliel’ho guardato, lo ammetto, ma vi garantisco che l’avrebbe sbirciato anche persino Ray Charles. No, stavolta è stato diverso. Ho inalato per pochi minuti la bellezza, la spontaneità, la freschezza di questa giovane sconosciuta interiorizzandone il contrasto con l’ariaccia malsana e stantia che soffia dalla mia anima verso fuori, questo vento di sentimenti marci e corrotti che sembra spirare direttamente dalla burella dell’inferno.
Beh, tanto non la rivedrò mai più, Sylvia. Pazienza. Però, Cristo santo, ma cosa diavolo c’era nella cena di ieri sera? Qua dentro c’è un odore di carogna che mi sembra di essere seduto nell’esatto centro di un universo di merda…
Driiiiiin, ancora il campanello. «Un momento!», strillo.
(...)



da "berlino 29/4/2006, 4:00 am"
pubblicato su "cyclette", ed. tapirulan
http://www.tapirulan.it/cyclette.php

(...)
«Aghswaldenshörrenhüberwalzenkopffershtaub?»
«Èeeh?»
Una ragazza in piedi giusto di fronte a me indica qualcosa alla mia destra.
Ruoto la testa: a un centimetro dal mio piede vedo una melmosa pozzanghera rosa scuro dentro cui galleggiano solidi brandelli bruni, e qualcuno chiaro. La superficie ondulata, frustata dal vento, riflette le opalescenti luci del locale gay al di là della strada. Sembra proprio che qualcuno m’abbia appena tritato di fianco un intero succulento Barbapapà.
«Agh-swal-den-shörr-en-hü-ber-wal-zen-kopf-fer-shta-ub?» ripete pazientemente la ragazza, sillabando.
Mi giro verso di lei.Occhi chiari, capelli biondi, pelle bianca, gote rosse. La tipica crucca. Bassina, bei fianchi, due grosse tette. Venticinque/ventisette anni.Tra lo scopabile e il carino, direi. Mi guarda e muove le labbra al rallentatore, come se mi fossi vomitato anche un po’ di cervello, oltre che la cena. Nel frattempo dondola avanti e indietro tenendo le braccia staccate dal busto per stabilizzare l’equilibrio precario. Ho il chiaro sentore che mi produrrà un bel Barbamamma sulle scarpe entro pochi secondi.
È con due amici, i quali si guardano la scena a una manciata di metri. Ridacchiano e si palpeggiano con trasporto.
«No spreche deutsch. Speak english?» replico.
(...)



da "nulla"
pubblicato su "Scheletri", ed. magnetica (il volume uscirà nell'autunno 2007)

(...)
“Manu – farfuglio – che mi succede? Dove sei, Manu? Ti prego… dove sei?”
“Qui, Albi, che c’è?”
Scatto a destra: “MANU!” Un balzo: l’abbraccio con tutte le poche forze rimaste. “Manu! Dio, Manuuu! Che bello che sei qui, Dio, Dio! Manu!”
Il suo corpo tra le mie braccia, le lacrime scendono copiose ad irrorare di sollievo e di gioia le guance, i vestiti e i capelli di Manuela.
“Manu!” la stringo per le spalle, ora, e la scuoto come un distributore di sigarette.
Afferra i miei avambracci. “Calmati adesso. Su, da bravo”.
“Sì… sì” e la lascio. “Ohhh Manu!” e la abbraccio più forte di prima.
“Per favore, Albi… per favore”.
Respiro profondamente. La commozione mi cola giù dal cervello come sciroppo sopra il gelato.
“Che… che mi succede? Manu, io…”
Una mano tra le sue: “Davvero non lo sai?”
“No, no… prima il comodino, poi l’armadio. Tutto, Dio, tutto! Guarda laggiù. Lo vedi? LO VEDI!”
Paziente: “Che cosa devo vedere?”
“IL NULLA!”
(...)


Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  02.04.2007 | 18:40
televisione
 

Due ore e mezzo a litigare al telefono col cliente. Riattacco: “Ora vado in pausa” penso.
Stanzetta del caffè. Mi siedo. Destra: nessuno. Sinistra: nessuno.
SFRATAKRATAKRANG! Tiro una scoreggia portentosa.
Sogghigno soddisfatto: non vedo l’ora di controllare lo stato delle mutande.
Guardo in basso.
SANTISSIMO CAZZO!
Per un istante cari colleghi siete stati tutti ad un passo dalla morte.
Ero seduto su quarantotto bottiglie di alcol denaturato.
E’ così che si finisce in televisione.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  20.03.2007 | 11:14
una rivoluzione privata
 

non guardo la TV e non leggo i giornali. mai.
quelle rare volte che mi capita di fare un'eccezione, mi torna subito in mente il perché.
questa storia risale ai primi di settembre del 2006. ai tempi si parlva dal grande attentato terroristico a heathrow sventato dai solerti servizi segreti. erano anche i tempi della missione di pace italiana in libano.
questa storia è dedicata a giangi, lui sa bene il motivo.

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'La politica è come cercare d’incularsi un gatto'
Charles Bukowski


E’ sera. Seduto comodamente in poltrona, sigaretta in mano, sto leggendo il giornale. Una sera come tante, solo un poco più calma. Ma non può durare: mia moglie tace da troppo tempo.
“E SPEGNI QUELLA SIGARETTA! STAI IMPUZZOLENTANDO TUTTA LA CASA!”
Che vi dicevo? Vi presento mia moglie Roberta.
Ritorno al giornale ignorandola: mi sto facendo quattro grasse risate da solo. Come? Semplice: ‘La repubblica’. Talvolta fa molto più ridere del ‘Vernacoliere’
C’è questo intelligentissimo servizio segreto che ha sventato un attentato supercazzutissimo. In mezzo alla pagina tre tizi dall’aria losca: barba lunga, occhi infossati, ciglia spesse come fioriere. Hanno dei nomi che sembrano anagrammi di bestemmie. Tipacci: uno pare che abbia lanciato una volta una lattina vuota di Arab-cola contro una macchina dei carabinieri, l’altro si dice abbia toccato una chiappa in autobus a una turista americana. Il terzo… sembra che fosse a casa di uno dei due quando sono entrati per arrestarli. Hanno sequestrato i PC. Dentro c’era Windows 3.11 invece di XP. Una cosa da niente, dite voi. UNA COSA DA NIENTE??? Ma lo sapete che quelli passavano le notti davanti a ‘campo minato’ invece che a ‘campo fiorito’? Gente così sarebbe da rispedire subito a casa, ve lo dico io.
Comunque l’aeroporto più grande del mondo è in tilt. Niente più bagaglio a mano: il giornale spiega che con tre detersivi comunemente disponibili sul mercato in Pakistan si può miscelare un esplosivo capace di far saltare un Boeing 747. Hanno uno sporco ben resistente là in Pakistan, penso.
Fra un paio di settimane sarò a Heathrow per affari. Nonostante tutto, lo confesso, ho un certo terrore. ‘La repubblica’, perlomeno quella di oggi, è un giornale indubbiamente terrorista.
E soprattutto ho il terrore che qualcuno mi prenda il PC e ci trovi quei tre filmettini porno che mi guardo di nascosto quando mia moglie non me la dà. Vedo già la mia faccia in prima pagina e il titolone centrale: ‘FINALMENTE PRESO IL MOSTRO DI VIA PARADIGNA’. Pensa che vergogna la domenica successiva a pranzo dai miei…
Giro pagina: l’ONU sta organizzando la missione di pace in Libano. Al centro una foto con un cingolato carico di ragazzini armati fino ai denti: missione di pace. Giro ancora: qualcosa su Silvio Berlusconi. Finalmente! Poverello, ridotto ormai a tre colonne a pagina nove. Arrivo in fondo al giornale: trenta fogli così. Un albero abbattuto per niente.
Per un istante mi sento idealmente vicino a mio nonno.
Mio nonno era analfabeta e quando attraversava il cortile col giornale sottobraccio era perché stava andando a cagare.
In effetti m’è passata la voglia di ridere. Però m’è venuta voglia di cagare.
‘La repubblica’ m’ha stufato, ‘Focus’ l’ho già finito, uhmmm, ‘Donna moderna’ no. Ecco: il catalogo dell’Ikea.
Mi siedo sulla tazza e lo sfoglio rapito. Tutti voi avrete sfogliato un catalogo dell’Ikea una volta nella vita pertanto non sto a dilungarmi. Ciò che più mi colpisce è l’estrema cura posta dal redattore nel personalizzare i prodotti. Letti da trenta euro, cucine da cinquanta, piatti da dieci cent ma tutti, dico tutti di design. E vicino, in piccolo, la foto del designer.
Nel paginone centrale c’è lo staff al completo: tutte le fototessere una di fianco all’altra. Uomini e donne ordinari, mezz’età, vestiti in blu, grigio, gessato o tailleur. Ma… un momento… e questa in mezzo chi è? CHE FICA!
Una sventola bionda con un viso da bambola. Venticinque anni neanche. L’hanno fotografata da appena più lontano: non è un primo piano come gli altri ma quasi un mezzobusto. Un etereo vestito rosso fuoco, spalline sottili, una scollatura generosa. Madonna che tette!
E questa… che cosa disegna? Letti, sicuro che disegna letti. Vado a controllare.
No.
Allora disegna piatti, bicchieri, stoviglie insomma.
Niente.
Articoli per il bagno? No. Lenzuola, asciugamani, teli da spiaggia? No, no e poi no.
Cosa cazzo fa ‘sta topona?
M’impunto.
“Robi… ROBI!”
“Eh, che c’è”.
“Mi porteresti una matita?”
“Una che?”
“Una matita!”
“A che ti serve una matita? Stai cagando”.
“Amore, non discutere sempre tutto. Per favore portami ‘sta matita, dai”.
Non sposatevi, datemi retta: avete presente quella dolce splendida creatura che sospirava di piacere ogniqualvolta le sfioravate la schiena con una mano? Scordatevela: tempo un anno e vi ritrovate sposati con Nonna Papera.
“ALLORA, ARRIVA ‘STA CAZZO DI MATITA???”
Entra mia moglie, mi allunga la matita: “Diosanto, ma che è? Che odore!” e scappa.
“Sono le tue stramaledette cipolline del cazzo!” rispondo seccato alla porta ormai chiusa.
Ricomincio da pagina 1 e ogni faccia che vedo la segno con una X nel tabellone centrale. Alla fine le ho depennate tutte tranne una, che evidentemente non fa un cazzo. Indovinate? Proprio lei: la figona.
Mi torna alla mente di nuovo mio nonno, prigioniero in Africa poi disertore dell’esercito fascista, partigiano e comunista tesserato dal 1946. Ed io, per inesorabile contrasto, trentacinque anni, di sinistra ma moderato, mantenuto fino a ventisette, qualche lavoretto in fabbrica d’estate per pagarmi le vacanze e per sentirmi un po’ proletario anch’io, impiegato commerciale da qui alla pensione. Anch’io, involontario archetipo ISTAT dell’italiano medio, voglio fare un gesto eversivo. Voglio fare la mia rivoluzione. Sì, proprio ora.
Strappo la pagina centrale del catalogo dell’Ikea e tento di pulirmici il culo.
Niente da fare: queste pagine patinate non sono buone neanche per quello. Mi sono soltanto sparso la merda in giro per le chiappe e per giunta mi sono anche imbrattato una mano.
Appoggio rassegnato il voluminoso listino. Tiro lo sciacquone e mi siedo sul bidet.
Scuoto il capo. No, la mia generazione non è capace di fare le rivoluzioni, penso. Fossi stato un partigiano m’avrebbero accoppato entro mezz’ora.
Una cosa su cui dovremmo tutti riflettere.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  09.03.2007 | 09:18
puttana!
 

qualunque riferimento a fatti o persone realmente esistite è puramente casuale. pertanto se qualcuno ritiene di aver indetificato nella storiella qui sotto eventi a lui familiari sappia che semplicemente si sbaglia. ho detto SI SBAGLIA! chiaro?

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Il rapporto tra Massimo e Gaia stava prendendo una piega strana. Come sempre l’inizio era stato sfolgorante, quasi che il tempo non fosse mai abbastanza. Poi ad un certo punto, di colpo, tutto era cambiato. Si continuavano a vedere, certo. Scopavano, sì, eccome. Ma c’era qualcosa in lei… qualcosa…una specie di impazienza, ecco. Non sembrava che stesse trascorrendo una serata col suo fidanzato; pareva più comportarsi come se stesse accompagnando giù il cane a pisciare.
Un giorno, mentre camminava per Parma immerso con tanto di bombole e pinne nel tumultuoso oceano dei cazzi suoi, Massimo incrociò Gaia abbracciata ad un tizio. Il tempo si cristallizzò per una frazione di secondo. Gaia fece un passo avanti. Guardò Massimo. Guardò il tizio. “Lui è mio cugino”, disse imperturbabile.
I due si guardarono un po’ storto. “Piacere, Marco”. “Massimo, ciao”.
“Scusaci, Massi, dobbiamo… abbiamo fretta. Ciao, eh, ciao…” Gaia riprese il braccio di Marco e lo strattonò via.
L’idea era far credere a Marco che Massimo fosse il cugino, e viceversa. Eppure nella testa di Massi la perplessità continuava a crescere, ineluttabile come un conato. Quella sera decise di sbronzarsi, in modo da vederci più chiaro.
Naturalmente non approdò a nulla, ma la mattina successiva si sentiva come se avesse ingoiato un intero termitaio. S’inventò una scusa per non andare in ufficio.
Nel pomeriggio stava un po’ meglio. Però le termiti s’erano trasferite tutte di sopra, nel cervello. Concluse che avrebbe dovuto chiarirsi con Gaia. Ma non al telefono. Di persona.
Per farsi coraggio s’era già fumato quattro o cinque sigarette passeggiando avanti e indietro, lanciando occhiate furtive al portoncino di ingresso. Sì, aveva deciso: avrebbe suonato. Proprio ora. Sì. Gettò a terra il mozzicone e s’avvicinò alla porta con lunghe falcate, la testa vuota, il braccio teso, l’indice puntato diritto davanti a sé. Nell’istante in cui fece per premere il campanello il portone si aprì. Era Martina, la co-inquilina di Gaia. Gli sorrise: “Ciao Massi!” e gli sfilò svelta di fianco. Pareva animata da una certa fretta. Massi ricambiò il saluto e s’infilò dentro prima che scattasse la serratura. Pochi gradini e si sentì strattonare per un braccio.
“Massi, MASSI! Ascolta…” Era Martina. Pallida, scompigliata, occhi sgranati come un bambolotto. Aveva il terrore tatuato sul volto.
“Che c’è Martina? – sogghignò – Ti sta forse correndo dietro Freddy Krueger?”
“Massi, ascolta, devo dirti una cosa!” Continuava a stiracchiarlo.
“Sì, ma ora devo…”
“NO! Devo parlarti adesso!” squittì. Un altro strattone.
Massimo s’arrestò sul pianerottolo. La squadrò. Un pensiero gli razzolava per il cervello, ma porcatroia non gli riusciva di afferrarlo. “OK, che c’è?” chiese.
“Ecco… io… vieni di sotto, dài, ne parliamo giù al bar”.
“Ora non posso, Martina, devo parlare con Gaia. E’… importante. Cerca di capire”.
Martina rimase in silenzio per qualche secondo. Poi gli si avventò addosso e fece per baciarlo. In quel preciso istante Massimo agguantò il pensiero malandrino. La respinse. Disse gelido: “Forse era meglio se stavi di sotto ad avvisarla al citofono, non trovi?” S’incamminò nuovamente su per le scale ignorando le sue suppliche.
Quando entrò nella stanza Gaia era sempre abbracciata a suo cugino Marco. Però stavolta erano orizzontali invece che verticali e nudi anzichè vestiti. “Intuisco che siete parenti molto stretti” disse, ed uscì sbattendo contro Martina che accorreva allarmata.

Quella sera, seduto al bancone con me, Nicola e Franco, Massi ci raccontava la sua storia e intanto beveva tutto quello che gli capitava a tiro sopra i trenta gradi di alcol. Serata speciale: avevamo il Chinaski tutto per noi. Era la festa di laurea di Nicola. Saremo stati una quarantina. “Puttana, puttana! PUTTANA!” sbraitava Massimo e intanto sbatteva il bicchiere vuoto sul bancone. Il barista recepì il messaggio e gli versò un altro whisky, spillandogli l’ennesimo pezzo da dieci.
Noi annuivamo, bevevamo e fumavamo con lui. Eravamo ubriachi duri tutti e quattro. Potrà parere poca cosa, eppure si tratta della massima forma di solidarietà maschile di cui un uomo è capace, in circostanze come queste.
“Eccone un’altra!” fece Franco compiaciuto. Ogni volta che il barista si girava lui si allungava e fotteva una bottiglia di spumante. La stappò, tossendo in modo da mascherare il rumore. Era la sesta che ci scolavamo in tre. Massi no, lui quella sera andava soltanto a superalcolici.
La porta del locale si aprì. Mi girai a guardare. “Ommerda!” dissi. Era Gaia.
“Puttana! – esclamò Franco – Puttana!”
Massi mi afferrò il braccio: “No, no… non… ti prego, no…” biascicò.
Brutta bestia il whisky. Disperso com’era nella nebbia alcolica che gli ottenebrava il cervello, a Massi non riuscì di rendersi conto che mentre lui s’affaccendava a zittire il già silenzioso sottoscritto, Franco s’era alzato in piedi e, bicchiere in mano, saltellava al centro della stanza con tutti i suoi cento e passa chili.
“PUT-TA-NA! PUT-TA-NA! PUT-TA-NA! PUT-TA-NA!” cantilenava muovendo le braccia nell’aria come un direttore d’orchestra. Stava rovesciando lo spumante addosso a tutti.
Qualcuno sapeva qualcosa di Massi e Gaia, ma la maggior parte della sala si unì a lui in un unico coro istintivamente, per puro senso di appartenenza: “PUT-TA-NA! PUT-TA-NA! PUT-TA-NA!” gridavano all’unisono, le braccia alzate come tifosi allo stadio.
“PUT-TA-NA! PUT-TA-NA! PUT-TA-NA!”
Per qualche secondo la ragazza rimase come impietrita. Poi girò i tacchi ed uscì dal locale sbattendo la porta.
Franco smise di dirigere la sua personale sinfonia, si girò verso di noi e sorrise gongolante. Massimo era di fianco a lui, ora, inutilmente aggrappato al suo braccione, zuppo di spumante. “Volevo dire una cosa… ehi, EHI! ASCOLTATEMI!” prese a sbracciarsi fino ad ottenere l’attenzione di tutti.
“Ecco – proseguì – niente… volevo soltanto informarvi che quella era Eleonora, la sorella maggiore di Gaia”. E si risedette.
Non credetti alle mie orecchie. Due gocce d’acqua. Neanche fossero gemelle.
Per alcuni anni, ancorché soltanto di rimando, mi sentii in qualche modo debitore di qualcosa nei confronti del destino. Poi l’anno scorso ebbi una fugace storia proprio con Eleonora. Il conto è stato saldato, ora. Posso confermare che Franco non s’era affatto sbagliato. Pure Eleonora è puttana. Davvero una gran puttana.

Autore: ufj | Commenti 7 | Scrivi un commento

  21.02.2007 | 17:53
fretta
 

Periodicamente mi capita di andare a Torino in riunione con i miei clienti.
C'è chi sostiene che lavorare sia altro.
E forse, dopotutto, ha anche ragione.

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Una giornata di afa. Sono sudato, stanco e incazzato. Ritorno da Torino: tre ore di auto. Lavori in corso, autostrada, camionisti assassini, sorpassi da destra, code, vigili, traffico intenso. Autoradio spenta. Vivavoce inarrestabile: clienti, richieste, cinesi, lamentele, prezzi troppo alti, scarsa competitività, siamo i fornitori peggiori.
Afa-lavori-cinesi-code-clienti-camionisti-ancoralavori-siamoifornitoripeggiori.
I fornitori peggiori.
Ho fretta.
Otto e mezzo di sera, la cravatta come un cappio, la camicia una vergine di ferro, l’emicrania una garrotta che preme, preme. Non ne posso più.
Ancora pochi chilometri.
Lì davanti un paio di ragazzini in bici, affiancati, chiacchierano e, senza fretta, pedalano. Uno dei due tiene sottobraccio il pallone, l’altro ha uno zaino sulle spalle. Stanno occupando l’intera corsia.
Levo la mano dal cambio e la appoggio al centro del volante.
Per un istante il ricordo di quei pomeriggi di niente, ai tempi del liceo, a bighellonare per il centro, in bici a due a due, scambiandosi parole futili finalizzate solamente a tirare sera, ché bastava una panchina e una birra per sentirsi il mondo tra le mani, l’effimera sensazione di essere onnipotenti. Più o meno vent’anni fa.
Premo. Hoonk, hoooooonk! “E LEVATEVI DI TORNO, TESTEDIMINCHIA!”
Contemporaneamente la sensazione, insinuante e crudele, di qualcosa irrimediabilmente perduto.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  20.02.2007 | 09:06
un firmamento di stalle
 

Ritengo doverosi i ringraziamenti alla redazione di Tapirulan per avermi messo a disposizione questo spazio. Vorrei pertanto esprimere tutta la mia gratitudine. Lo faccio a modo mio: dedicando loro questa storiella.

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Sono in giro con questa fica che vorrei tanto scoparmi.
E’ tutta sera che mi parla di poesia.
All’inizio un po’ me la cavicchio con De André, ma adesso sono tre ore che me ne sto zitto a tracannare birra. Sono ubriaco fradicio.
‘Devo fare qualcosa’ penso al quinto boccale. Le declamo tutta ‘Subterranean homesick blues’.
“Bella – commenta – Neal Cassidy vero?”
Fuochino: “Fred Allen Zimmerman”.
C’incamminiamo verso casa. Ha queste due enormi tette stritolate in una canottiera più angusta di una cella: non riesco a smettere di guardarle sballonzolare.
Oh, cacchio, sta ancora parlando: “...sei iscritto?”
“Eh?” Faccio uno sforzo per guardarla in faccia.
“A che circolo culturale sei iscritto?” ripete.
“Non... nessuno”.
“Non dirmi che non fai parte di nessuna associazione!”
“Ho... la tessera ARCI”.
Mi squadra con una certa sufficienza: “Ma no, intendo reading, incontri, happenings, cose del genere... niente?”
Sapete una cosa? Ha anche un gran culo. Mi sta venendo duro.
M’invento qualcosa: “Anni fa fondammo un circolo di poesia rurale. Raccoglievamo poesie scritte nell’immediato dopoguerra da vecchi contadini induriti dal sole e dalla fatica. Versi grondanti rabbia e sudore. Parole dure come pietre scagliate contro una condizione di disillusa povertà, contro questo miracolo italiano mai vissuto. Angoscia, dolore: più che ‘Novecento’ direi una ‘Germania anno zero’ padana. Il circolo si chiamava ‘Un firmamento di stalle’”.
Sgrana gli occhi: “Interessaaaante...”
Mi sforzo per non ridere. Che gnocca! Ormai ho una cappella che sembra la casa di un puffo. Sto per esplodere.
“Senti – riprende – vorrei tanto invitarti su da me ma... sto finendo un sonetto e...”
“Capisco – rispondo – quando sale è inarrestabile...”
“Sale?”
“L’ispirazione”.
“Già... scusa, eh, scusami. Sono un animo poetico, io, che posso farci?” Si congeda.
Ritorno a casa di corsa. Le tette sono evase di prigione e il culo ce l’ho proprio lì davanti, al centro esatto del mio cervello, piegato a novanta pronto ad accogliere degnamente il mio cazzo ansimante.
M’infilo una mano nelle mutande. Me medesmo meco mi masturbo.

Autore: ufj | Commenti 9 | Scrivi un commento