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  08.10.2012 | 20:33
takes?
 
 

Alcuni anni fa decisi di partecipare a qualche premio letterario. Fino a quel momento avevo scritto pagine e pagine di diari e racconti ma non avevo mai preso in considerazione che in mezzo a quel guazzabuglio ci fosse qualcosa che potesse risultare fruibile a un lettore che non fossi io stesso. Misi da parte l’imbarazzo, pagai la quota di iscrizione e inviai un racconto a un concorso. Non fui selezionato. Be’ pazienza, pensai. Partecipai a un altro concorso. Il risultato fu il medesimo. Al quinto o sesto concorso il risultato fu diverso. Ricevetti una mail che mi informava che il mio racconto era stato selezionato per l’antologia. Nei fui lieto. No, di più. Ero raggiante. In realtà non si trattava di un vero e proprio concorso perché non c’era un vincitore. Non c’era neanche una presentazione. Alcune settimane più tardi ricevetti un pacchetto. Era una copia del libro. Il mio racconto apriva l’antologia. Non era stato editato. C’erano ancora dei refusi, tipo i doppi spazi dopo una virgola, qualche maiuscola dimenticata e via discorrendo. Erroneamente avevo inviato il racconto in corsivo invece che stampatello. Fu pubblicato così, tutto in corsivo. Nel complesso la veste grafica era approssimativa e le fotografie che accompagnavano il volume dozzinali. Mi sentii avvilito. Quelli non avevano fatto un libro. Avevano preso il mio racconto e lo avevano incollato in un file più grande contenente anche gli altri racconti e un certo numero di foto e poi avevano dato tutto alle stampe. Il volume non era distribuito e si poteva acquistare solo online nel sito della casa editrice. A parte un sito amatoriale, in rete non esistevano recensioni del libro. Che senso aveva tutto ciò? Decisi che non avrei più partecipato a concorsi di racconti.
Nei due o tre anni successivi una manciata di racconti mi furono pubblicati dalla rivista La luna di traverso. I ragazzi della redazione fanno una rivista letteraria con cadenza più o meno quadrimestrale. Mi piacciono i contenuti e lo spirito dell'iniziativa. Le iscrizioni sono aperte a tutti e sono gratuite. Non voglio soffermarmi sulla questione venale, convengo che una quota di iscrizione di dieci, quindici euro non sarebbe tanto, ma la pubblicazione gratuita testimonia a mio avviso una voglia di fare per pura passione, al di là dell’interesse economico. A onore di cronaca la stessa redazione mi ha pubblicato un’altra manciata di racconti sul quotidiano locale L’informazione di Parma.
Recentemente mi è venuta voglia di raccogliere tutti i miei racconti in un volume. L’editoria a pagamento non mi piace e non mi interessa. L’idea di pagare per essere pubblicato mi suona un po’ come dare dieci euro a una ragazza per sentirmi dire che ho il pisello grosso. L’editoria on demand in genere produce libri scadenti. Allora se devo pagare ho deciso che il libro me lo faccio io, come voglio io. Naturalmente, con l’aiuto determinante dei miei amici. Sì, il libro lo faremo noi cinque: io, Guido, Robi, Fabio e Gual. Se qualcuno vorrà acquistarlo allora bene, vorrà dire che rientrerò un po’ nelle spese, altrimenti lo regalerò ai miei amici.
Magari un giorno ne manderò qualche copia agli editori veri. Se gli piacerà, allora chissà, magari diventerò famoso. In caso contrario, be’ pazienza.

Qualcuno potrebbe chiedersi come mai organizzo un concorso di racconti se in realtà li disprezzo. Secondo me il punto è che la maggior parte dei concorsi letterari, non tutti, intendiamoci, però molti, serve a fare girare dei soldi sotto forma di quote di partecipazione e/o sovvenzioni statali, comunali o private. Nel caso di Tapirulan, e l’ho detto anche ieri durante la presentazione di Bombeiros, il concorso letterario non è che un mezzo. Importante, indispensabile, sì, ma comunque un mezzo. Il fine ultimo è il libro, e l’unica cosa che conta è che sia il migliore possibile per forma e contenuti.
A onor del vero io non sono più l’organizzatore del concorso perché sono dimissionario. Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che vedere con la mia ferrea convinzione dell’assoluta eccellenza delle pubblicazioni di Tapirulan.

Il titolo di questo post è anche il titolo provvisorio dell’antologia. Sapete che la take è una ripresa cinematografica di una scena di un film o una seduta di registrazione musicale? Vi piace come titolo?
L’immagine qui sopra è un graffito attribuito a Banksy. Mi sono domandato anch’io quale meccanismo mentale me l’ha fatto scegliere a corredo di questo post. Mah.

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  26.04.2012 | 12:42
이발소
 
 

Quando i ragazzi del Teatro necessario approntarono il loro nuovo Barbieri, una manciata di annetti addietro, mi chiesero di scrivere una presentazione dello spettacolo. Lo feci di buon grado.
Poi qualche mese fa i ragazzi hanno portato Barbieri in Corea del Sud. Di seguito il testo integrale della presentazione in coreano (grazie, Daisy). A beneficio di coloro che avessero qualche difficoltà con la lingua allego sotto la traduzione del primo capoverso (grazie, Google).
In Corea del Sud ci sono stato pure io. Per ben due volte. Questo è uno scatto del palazzo imperiale di Seul, il Kyongbok-kung. Era un giorno di celebrazioni e c'era in giro una processione. C'erano anche molte scolaresche di bambini che si rincorrevano per le stanze del palazzo. Ricordo che le maestre erano tutte giovani e molto carine.

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오늘날 지방의 영세한 이발소에는 세월의 흔적으로 뿌옇게 장방형 거울과 삐걱거리는 의자, 녹슨 이발도구 등이 남아있을 뿐이다. 그렇지만 불과 반세기 전만 해도 이발소는 마을 사람들이 자유롭게 관심사와 사상을 토론하는 최적의 사교 장소였다. 그곳에는 음악이 흐르고, 커피와 같은 음료도 있고, 무엇보다도 믿음직한 이발사가 들려주는 기이한 이야기들이 넘쳐났다. 간단히 말하면 이발소는 마을의 가장 핵심적인 장소라 있었다.

공연에 숨어있는 아이디어는 이처럼 그리 오래지 않은 시절, 이발사가 머리카락을 자르고 면도를 하는 것은 물론, 노래하고, 음악을 연주하고, 음료를 서빙하고, 조언을 던지고... 마디로 손님을 즐겁게 해주던 바로 그런 분위기를 되살리는 것이다. 무대는 명의 야심만만한 이발사가 생기를 불어넣는 이발소가 되고, 칸막이된 객석 앞쪽 특석은 커다란 대기실이 된다. 관객들 모두 처음에는 무대와 객석 공간을 구분해서 인식하지만, 나중에는 모두들 공연의 일부로 통합된다

연은
손님을 기다리는 시간에 시작된다. 이발사는 손님을 기다리며 서로 가지씩 재주를 선보이면서 손님을 가로채기 위한 경쟁을 펼친다. 관객 또한 자기 차례를 기다리며 어떤 일이 펼쳐질지 온갖 궁리를 하는데, ‘최악의 상황을 피하고 싶은생각 뿐이다. ‘배우가 되는 관객을 맞이하는 의미하듯 이발사가 되는 손님을 맞이하는 의미하므로, 기다리는 과정에서 점점 관객들도 스스로 차례를 기다리는 손님처럼 생각하게 된다.

술사나
의사들처럼 진짜 이발사는 여러 가지 로션의 배합으로 머리에 생긴 모든 문제를 말끔히 해결하듯이, 공연의 이발사이자 연주자들은 그들이 몸짓으로 있는 온갖 재능들을 자랑스레 보여줌으로써, 손님이 깨끗하고 부드럽게 손질된 얼굴과 다시 태어난 활기찬 몸과 기분 좋은 느낌으로 이발소를 떠나게 것임을 확신한다. 관객들 또한 공연이 끝나면 기분 좋게 이발을 마친 느낌으로

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Oggi, le tracce di tempo del locale barbiere youngsehan nuvoloso con uno specchio rettangolare e una sedia cigolante, bobble le teste e arrugginito rimangono. Tuttavia, solo mezzo secolo fa, il barbiere di quel paese, le persone si sentono liberi di discutere i problemi e le idee sono il posto migliore per socializzare. Qualora i flussi di musica, bevande come il caffè e, sopra tutte le storie meravigliose raccontate da un affidabile barbiere traboccato. In poche parole, i barbieri della città potrebbe essere il jangsora più critico.

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  08.03.2012 | 13:28
guido casamichiela - sformato di fango
 
 

Una volta discorrevo con un amico su un concetto per sua natura piuttosto ostico. Parlavamo, in parole povere, del senso della vita. Curiosamente ci trovammo d’accordo nel definire l’esatto istante in cui la vita ha inizio, ma discordavamo sulla liceità da parte dell'essere umano di disporne a piacimento.
Un po’ più semplice domandarsi quando nasce un’antologia.
Si potrebbe pensare che l’antologia nasce nel momento in cui il libro esce dalla tipografia. Qualche nostalgico di gnoseologica classica, appassionato della vecchia storiella dell’albero che cade ma nessuno lo sente e pertanto non fa rumore, quel qualcuno potrebbe addirittura sostenere che l’antologia esiste nel momento in cui c’è un pubblico che la legge. Sarebbe come se avessi detto al mio amico che secondo me un bambino esiste da quando inizia ad avere consapevolezza di sé e di conseguenza memoria, cioè attorno ai tre o quattro anni.
Sulla questione della vita ho molti dubbi e nessuna certezza, ma sulla questione dell’antologia ho la mia da dire. Io credo che l’antologia nasca ben prima di uscire dalla tipografia, io credo che nasca prima ancora di entrarci, in tipografia, prima di essere editata, corretta, impaginata. L’antologia nasce prima che Guido e Alberto trascorrano due mesi due ad azzuffarsi come capponi su ogni singolo sintagma. L’antologia nasce prima che Guido concepisca il pensiero di fare un’antologia, prima ancora che Guido termini di scrivere i racconti. L’antologia nasce nel momento in cui a Guido succede qualcosa e questo qualcosa entra nel cervello di Guido e per qualche ragione si trasforma in qualcos’altro.
Ecco, quello è il momento in cui nasce l’antologia.
Ebbene, quando leggerete Sformato di fango, non sempre, ma solo in certi momenti, sentirete una sensazione strana. A stimolarla non sarà lo stile narrativo di Guido, sovente impeccabile, né saranno le cose che vi racconta, che vi piacciano o no, né quelle che intende soltanto insinuare sotto la vostra cute. La sensazione sarà molto più primordiale e impalpabile, direi indefinibile. Ci rifletterete. Alla fine vi sembrerà di aver assistito a quel preciso istante. A quel microcosmico big bang emotivo avvenuto dentro Guido.
Il volume, edito on-demand da Tapirulan, è stato egregiamente curanto da Fabio, egregiamente scritto da Guido e maldestramente pasticciato dal sottoscritto.

Uno dei racconti più straordinari di Guido si intitola Pezzetti. In realtà Pezzetti non è un racconto e per questo motivo sono riuscito a dissuadere Guido dall’includerlo nell’antologia. Ma forse ho fatto male, dal momento che Pezzetti funziona egregiamente anche come racconto.
Pezzetti è di fatto una outtake. La trovate qui, divisa in quattro polposissime parti (uno, due, tre, quattro).

L'illustrazione della copertina è di Sara Stefanini.

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  20.07.2011 | 10:54
il biglietto maledetto
 
 

Forse per il fatto di vivere da queste parti, forse per il semplice fatto di essere tutti un po' così, in un modo o nell'altro con Ligabue una volta all'anno bisogna averci a che fare. Io per esempio ci ho scritto un racconto che è stato pubblicato con straordinario tempismo su Parma qui del 17 luglio scorso. Molte persone di mia conoscenza (quasi tutte ragazze) hanno invece pensato di compiere un gesto un po' più concreto e presenziare al "Campovolo 2.011". Tra queste c'era Barbara. Di seguito il suo resoconto e, qui sopra, un suo scatto.

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Liguabue, 16/07/2011 - Campo Volo di Reggio Emilia

Sabato mattina di febbraio, fa freddo, siamo in giro, io e Marina per Reggio. La locandina della Gazzetta di Reggio titola “Ligabue farà un altro Campovolo a luglio”. Non ci pensiamo due volte. Uno sguardo ed è deciso: noi ci saremo!!!!
Compro i biglietti via internet tramite il fan club per essere sotto il palco. Siamo a metà marzo. Il concerto ci sarà il 16 luglio. Il 18 Marina farà 40 anni. Un bel regalo anticipato…, anche se le ho fatto lo stesso regalo l’anno scorso, a San Siro. Ma va bene così ….

Peccato che l’ennesima sua presa di posizione mi faccia chiudere la vena e di conseguenza tutti i rapporti con lei poco prima di Pasqua. Ovviamente non le ho dato il biglietto…anche se sa che l’ho comprato proprio per lei! Sono bastarda???? Sì!! Ma mi immagino che questa la pagherò cara…

Chiedo per tempo a Nadia se vuol venire e mi dice di sì, ok. Rimpiazzata Marina!

Peccato che Nadia non sia affidabile: mette sempre il lavoro prima del piacere, o meglio da quando si è rintanata sui monti è peggiorata, complice anche il fatto che ormai sono due anni che non ha un lavoro stabile... Fatto sta che dieci giorni prima del concerto, e dopo che gliel’ho ricordato, mi dice che non riesce perché la domenica deve essere al lavoro nel ristorante alle 8. Vabbè, l’avevo messo in conto… infatti avevo già allertato Lisa.

Le mando un messaggio e lei accetta, ma dopo tre giorni mi manda questo sms: “Ba cazzo mi son scordata che è il compleanno del mio moroso, se me ne vado se ne va anche lui, ma per sempre… ma cazzo mi sa proprio briga…. “

Dentro di me inizia ad insinuarsi un dubbio…

Vabbè, ci sono mio fratello e la Dona, a loro Ligabue piace da morire… sicuro che uno dei due viene. Il concerto è sabato…oggi è giovedì! Andrea mi dice: "Domani partiamo per le ferie. Staremo via tutto il week end… ma prova a sentire Luca, lui ci va di sicuro".

Il dubbio scende ancora più in profondità…

Sento Luca. Va con dei colleghi e mi prende su. E' fatta!!!!

Solo che ho ancora il secondo biglietto, mi spiace sprecarlo. Mi è rimasto di chiedere alla Micol, ma non so se va ai concerti o se le piace Ligabue. Vabbè io ci provo. Poi allerto anche mia cugina Elisa, non si sa mai, basta che non si tratti di tirar fuori dei soldi e lei c’è!

Micol, mi dice di sì, ma è convinta di andare a vedere una tribute band alla sera, non ha capito che si tratta del Campovolo, di 110.000 persone, che si parte in tarda mattinata e si sta via fino a notte fonda. Lei lavora fino alle 2 in comunità! Chiede ad una collega il cambio per poter partire due ore prima ma la collega rifiuta. Anche Micol non può!!!!!

Il dubbio inizia ad avere le sembianze della certezza…

Comunque il concerto è salvo. C’è sempre Luca! Lui col Liga c’ha pure fatto un film, quindi…

Sabato 16 luglio ore 01.14 SMS da Luca: Ba purtroppo ho preso una mezza bronchite, pensavo di pezzarla con qualche medicina, ma alla seconda tachipirina non sto ancora bene, devo mollare!!! Mi spiace…..

Ma NOOOOOOOOOOOOOO…. Quella me la sta proprio tirando!!!!

Elisa!!! c’è rimasta solo lei: le mando un messaggio nella notte, un altro al mattino, un messaggio su Facebook, provo a chiamarla diverse volte ma il suo telefono è irraggiungibile. NIENTE. Nemmeno fosse in coma etilico persa in un altro mondo!!!!!

Ecco, e ora son da sola di nuovo….. mannaggia li pescetti!!!!!

Il biglietto è maledetto, lo sapevo…me l’ha tirata!!!! E' stata lei….

E ora cosa faccio????? La vocina buona mi dice di chiamare Marina, fare pace ed andare al concerto con lei, ma quella cattiva ha il sopravvento e mi urla che piuttosto il biglietto lo brucio e al concerto ci vado da sola!!!!!!

Passo in rassegna tutti quelli che conosco: Simone e Alberto sono a Brescia a vedere i Jethro tull, Luca e la Ci al mare, Giovanna a Cuba, i colleghi di lavoro… nooooooooo non ce la posso fare!!!

Poi mi viene in mente che Micol ci sarebbe venuta era solo un problema d’orario il suo…. Tra partire in tarda mattina oppure a metà pomeriggio che cosa cambia? Tanto siamo nell’area Pit??? L'importante è esserci!!!!

Alle tre sono sotto casa sua. Lei è già pronta. Partiamo. A Reggio ci facciamo un po’ di coda in tangenziale, ma l’avevo messo in conto…
Parcheggiamo abbastanza vicino ed entriamo al CAMPOVOLO 2.011. Sono le 5 e mezza e il meglio deve ancora venire….

Alla facciazza di Marina e del biglietto maledetto, sono dentro il Campovolo a pochi metri dal palco e mi godo per tre ore di canzoni del Liga, bello carico, in tutto il suo splendore di cinquantenne… Uno dei pochi che invecchiando (e soprattutto con l’aiuto di un buon look maker) ha acquistato fascino, scrollandosi di dosso un po’ il tauro rocker padano che era all’inizio (e non si poteva vedere).
Ogni sua ruga trasuda testosterone e dice “trombamiiiii!!!!” come ha sentenziato la Littizzetto!!!! E io sono pienamente d’accordo!!!

Sono talmente carica che non me ne frega niente se rimango imbottigliata in mezzo a migliaia di persone per uscire dal Campovolo, se attraversando a piedi la tangenziale, rotolo giù per una scarpata e mi riempio di lividi e graffi, se per fare 200 metri nel parcheggio impiego 3 ore e mezzo, se per tornare a casa passo da Campogalliano per far prima… Io stasera c’ho il Liga nel sangue!

Mentre riaccompagno Micol a casa vedo che tutti i lampioni del viale sono spenti e mi chiedo se per caso sia venuta a mancare la corrente elettrica. Micol mi guarda e mi dice: "Ba, è l’alba!!! C’è chiaro…"

Già, sono le 5 e mezza del mattino, e certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei, e certe notti somigliano ad un vizio che non vorrei smettere, smettere mai….

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  19.05.2011 | 18:34
pier vittorio tondelli - altri libertini
 
 

Un altro libro che si divora in un pomeriggio.
Di Tondelli s’è detto talmente tanto, e viceversa io so così poco, che mi pare giusto limitarmi a incollare uno stralcio del racconto che mi è parso il più rappresentativo dell’opera: Viaggio. Un racconto che ho riletto numerose volte e che ogni singola volta mi fa venir voglia di piantar lì, uscire fuori e mettermi a correre senza una meta.
Nelle recensioni in giro si parla di neorealismo, di viaggio interiore, di frustrazione, pulsioni autodistruttive, desidero di morte. Al contrario io credo che l’elemento dominante della poetica di Tondelli – o perlomeno, di questo suo Altri libertini – sia una irrefrenabile, strabordante, esilarante, folle, disperata voglia di vivere.
Leggete, leggete. Poi ditemi se ho torto.

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Mario mi raggiunge con un tuffo che si fa anche male povero Mariolino, a gettarsi in quel modo, però siamo vicini e ci stringiamo per i capelli e lui mi scuote la testa e dice che gli sembra di stare in un film di Lelouch tanto si sente rosa, di dentro. Chiacchieriamo e a me piace starmelo a sentire con quella sua bella parlata fiorentina e quel suo modo di gesticolare nemmeno fosse un ragazzo di Napoli. Poi mi suggerisce una cosa per il ritorno e io mugugnerò un poco, però dirò sì e anche Gigi lo farà. Infatti non è stato difficile. Abbiamo trovato quasi subito a chi vendere i biglietti di ritorno. Gigi sputtana immediatamente le centocarte che abbiamo raccolto e ci compra dieci quartini. Io mi incazzo quando lo vedo tornare senza soldi e Mario s’incazza pure lui, dicendo che di noi non ci si può fidare e che è cosa da grulli esser così scasinati perché ci fregheranno sempre. Allora prendo le bustine che Gigi ha avuto il pudore di far rimanere al di fuori del suo braccio e torno al Dam. Contatto solo gli italiani, dà più fiducia ad entrambi. Riesco a piazzare cinque dosi a quindici carte l’una a dei ragazzi calabresi appena arrivati e contenti del prezzo che qui, per quanto caro, è sempre enormemente inferiore che da noi. Una la divido con del bicarbonato e ne faccio tre che mi spariscono dalle mani appena propongo il prezzo di un deca. Le tre restanti le tengo come fondocassa. Telefoniamo ad Haarlem per dire che non torneremo e che si partirà l’indomani da Amsterdam. Così la sera ci vediamo al Rokin con Ibrahim che è venuto per dirci addio ed è una sera un po’ piagnona perché sembra che non ci si debba mai più rivedere, campassimo pure centanni, gli indirizzi si perderanno fra i cassetti e gli inchiostri svaporeranno e le voci si scorderanno e tutto il resto si scioglierà piano piano, per cui sappiamo che sono gli ultimi momenti, però chissà. Così giriamo per Amsterdam tutti ubriachi e fumati e Ibrahim mi itiene un braccio e dall’altro c’è il Mario che così sembriamo la pariglia del can-can. Poi viene l’ora che c’è l’ultimo treno per tornare e Ibrahim deve portarsi alla stazione anche se fatica a distaccarsi perché sono stati tempi belli. Allora in stazione succede che me mi tiene per ultimo all’abbraccio e quando ci salutiamo mi da un bacio in bocca e dice se lo so che mi amava e io dico che lo sapevo vecchio mio Ibrahim, certo che lo sapevo. Poi il treno gialloazzurro parte e noi ce ne andiamo con Gigi che dice che sono proprio un finocchio nato e sputato e io gli dico di sì, che la mia voglia di stare con la gente è davvero voglia e che non ci posso fare un cazzo se mi tira con tutti. Mario assiste divertito scuotendo la testa ricciolona. Dopo, salutata la donna di Rennes, partiamo anche noi.
Col Gigi ci lasciamo a Francoforte, poco più avanti dell’aeroporto, dopo un litigio furioso, in mezzo all’autostrada tre pazzi italiani gesticolanti e bestemmianti al cielo del Nord. Gigi che scavalca lo spartitraffico e si mette in direzione inversa e urla che ne ha piene le palle di questo ritorno bislacco con due finocchi che non fanno altro che metterselo nel didietro e lui davvero non ne può più e non è assolutamente possibile che ci siano ancora dopo quattro giorni che siam partiti quelle tre dosi, che cazzo si tengono lì, mica faranno dei figli o si moltiplicheranno. E allora io torno con voi a patto che mi ridiate le dosi, ma noi siamo inflessibili, soprattutto Mario, e Gigi lo lasciamo su una BMW che risale al Nord, saprà cavarsela, ma è da sconsiderati bruciare le uniche nostre risorse tutte d’un colpo. Non ci carica nessuno, ormai è un’ora che attendiamo appoggiati al guard-rail e ai nostri zaini Invicta, Gigi sarà ormai lontano un centinaio di chilometri, poco più poco meno... Finalmente una Benz attacca i fanalini rossi dello stop, un attimo dopo averci sorpassati; raccogliamo la nostra roba e corriamo e Mario ride, io chiedo perché e lui dice stringendo gli occhi che mi piaceva da morire a quell’età i ragazzi che per ridere stringevano gli occhi, e lui dice allora “Aspetta e vedrai”. E quando raggiungiamo la Benz vedo, e mi metto a ridere anch’io perché davanti, seduto come un pascià, c’è il Gigi che non ci guarda nemmeno e dice sprezzante “forza finocchi che andiamo” e poi al guidatore “Battista...” e quello non capisce ma se la ride con questi matti di italiani e così si riparte e quando ci scarica, verso Monaco, ci facciamo i tre quartini rimasti, uno per uno e vaffanculo.

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  03.04.2011 | 17:58
edward bunker - cane mangia cane
 
 

Gironzolando per la rete mi rendo conto che praticamente tutti coloro che cianciano di Edward Bunker esordiscono con un ampio preambolo sulla sua “precedente vita” di fuorilegge. Solitamente non condivido questo modo di recensire: un conto è l’artista e un conto la sua arte. Punto. Ma nel caso di Bunker potrebbe avere un senso. Voglio dire: quello scrittore che decide di scrivere un romanzo d’avventura ambientato nella giungla indiana non deve necessariamente averci trascorso dentro vent’anni, no? Bastano un paio di puntate di Quark e al limite un libello illustrato sugli elefanti. Al resto si sopperisce con un po’ di talento e tanta fantasia. Ma chi si mette in testa di indagare la personalità di certi criminali, di entrare nella testa di personaggi così deviati e lontani dal senso comune, ecco, forse averci vissuto insieme parecchi anni può aiutare.
Le note di copertina del romanzo parlano di una prosa cinica e glaciale, quella di Bunker, priva di certi romanticismi noir alla Chandler. Procedendo per archetipi si potrebbe rispondere al tizio delle note di copertina che un noir è un noir mentre un hard-boiled è un hard-boiled. E’ come dire un film di Tinto Brass e un porno. In realtà, pensandoci qualche minutino in più, trovo che i tre personaggi di questo Cane mangia cane siano a modo loro estremamente passionali. Se non il cane sciolto Mad dog, il personaggio meno nitido dei tre (e la lite con la moglie nella scena che funge da prologo al libro contrasta un po’ con il fatto che egli abbia trascorso un certo numero di anni al suo fianco…), certamente l’amicizia che lega Diesel e Troy (il quale s’interroga sulle sorti dell’amico nel momento di massima tregenda) ma soprattutto i contrastanti sentimenti di Troy nei confronti di Mad dog. Infine, lo stesso Troy è amico del Greco “come solo due ladri sanno essere amici”. Alla fine Cane mangia cane, sì, certo, ma a quale prezzo.
Grandioso nel dare vita ai tre protagonisti, il romanzo ha qualche caduta di tono qua e là, come nell’estratto sotto che davvero non rende giustizia alla bravura di Bunker, e un finale forse un poco annacquato. Elementare, infine, l’elemento di critica sociale così apprezzato da certuni: giovani teppistelli senza scrupoli vs. ladri galantuomini di una volta; carcere creatore di pazzoidi criminali vs. carcere come strumento di reinserimento sociale; oh ma quanto è sbagliata la legge americana del “third out”!
Sta di fatto che una volta preso in mano Cane mangia cane me lo sono bevuto tutto in una volta. Un otto abbondante glielo do.

Dieci e lode invece per l’altro romanzo dell’illustrazione qui sopra. Ritratto di un uomo che affoga è certamente meno cruento di Bunker, ma infinitamente più angosciante. Di fronte a libri così mi mancano le parole per recensire. Un romanzo grandioso. La miglior crime story che ho letto nella mia vita. Tutto qui.
Che altro aggiungere?
Leggetelo.
Punto.

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Centotrenta chilometri all’ora erano una velocità accettabile, anche per i tratti di strada vuoti e rettilinei. Una velocità più spinta rischiava di attirare l’attenzione della polizia di pattuglia dell’autostrada. Centodieci era anche meglio, se appena ci fosse stato un po’ di traffico. Procedere sulal corsia veloce e mantenere la distanza di sicurezza. Centodieci era una sorta di linea di demarcazione: più veloci si rimediava una multa, più lenti si perdeva tempo. Si ricordò di averlo letto da qualche parte un bel po’ di anni prima. Era ancora vero oggigiorno? Chissà, l’avrebbe visto.
– Com’è che guido? – domandò a Diesel.
– Niente male, considerando da quanto tempo non lo fai.
– E’ come scopare. Una volta che l’hai imparato non te lo scordi più.
– Amico, chi è quella fica che ho intravisto?
– Una con cui Gigolo Perry mi ha organizzato una botta.
– Me la comprerei proprio un po’ di fica, con lei.
Troy si sorprese di sentire un lampo di possessività e di rabbia causato dalla battuta casuale di Diesel. Era un nonnulla, in quel loro mondo. Non si trattava né di una moglie né di un’amante, e la battuta di Diesel non poteva neppure dirsi una frecciata offensiva secondo il codice dei ladri di strada. Dopotutto la ragazza si vendeva da vivere vendendo la passera. Se George non avesse fatto quell’osservazione sagace sulle cose della vita, Troy avrebbe potuto chiedersi se non fosse già mezzo innamorato. Stare con quella ragazza era indubbiamente piacevole, e lui avrebbe potuto rivederela una volta ritornato a L.A.. Era così incantevole che avrebbe potuto averla al suo fianco andando a cena in tutti i posti chic.

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  07.03.2011 | 08:50
les claypool - a sud del capanno
 
 

Mi sono accorto che nel giudicare un romanzo uso due differenti misure.
Se si tratta di scrittori professionisti gli spalanco il culetto. Cerco la smagliaturina nella trama, la minima incoerenza, il dialogo appena sopra registro. Cerco il cosiddetto tarzanello nel letamaio. Sono implacabile. Dev’essere invidia.
Se si tratta di dilettanti, allora sono l’esatto opposto. Cerco il personaggio ben fatto, l’elemento di originalità della trama, il capoverso ben scritto. Sovente soprassedendo sul resto. Cerco qualcosa per cui valga la pena che almeno un’altra persona oltre al sottoscritto si degni di leggere quel racconto – o romanzo.
Nel caso di Les Claypool né l’uno né l’altro.
Nel caso di Les Claypool ho dovuto prima di tutto combattere la mia diffidenza – la diffidenza di chi teme da sempre cabarettisti che diventano primi ministri, eredi al trono che fanno i cantanti, geniali bassisti che scrivono romanzetti pulp. Ho dovuto combattere, dicevo, e ho perso.
Due fratelli e un amico stronzo (il personaggio migliore del libro) escono a pesca per ricucire un passato invero molto presente. Conflitti irrisolti, speranze disilluse, attrito, tragedia.
Rilevo molta voglia di imitare certa letteratura e tanta, tanta ingenuità. “Deve molto a Steinbeck”, leggo nelle alette di copertina. A partire dalle scuse, mi sento di aggiugnere.
I primi cinque capitoli sono assolutamente inutili, il finale è affrettato e oltremodo pasticciato. Una su tutte: l’entrata in scena di un personaggio chiave più o meno verso la penultima pagina. Capisco l’intento ma questo, narrativamente parlando, significa barare. Barare maluccio, dal momento che il lettore se ne accorge.
Carino il garbuglio dopotutto e, in misura minore, la sua soluzione. Sta di fatto che le scaramucce verbali tra il sudista razzista e il figliol prodigo progressista di città sono da voltastomaco per banalità e mala scrittura. Vi passo questa sull’omosessualità e vi risparmio quella sul razzismo, lunga nientemeno che tre capitoli.

Les Claypool l'ho visto in concerto un mesetto fa all'Estragon. Grandioso!

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[Ed disse] “Non c’è nulla di male a farsi qualche canna quando capita. Se cali qualche acido, funghi, magari dell’ex”.
“Ex?”, ripetè Donny confuso.
“Ecstasy”.
“Ah, amico, ho sentito che è roba da froci”.
“Ed scosse la testa e si spaparanzò di nuovo sul sedile. I tre rimasero in silenzio per un lunghissimo istante prima che Donny aprisse di nuovo la bocca. “E senti un’altra cosa, Ed. Ti dico la verità. Ho sempre pensato che eri una checca”. Fece una pausa, guardandolo dritto negli occhi, e chiese: “Ci sei mai stato con una donna?”
“Sono sposato”.
“Con una donna?”
“Sì”.
“Be’ cazzo, che ne so. Al giorno d’oggi. In questa cazzo di California. Maschi che si sposano con altri maschi. Fiche che sposano fiche. Adottano bambini. Stronzate assurde”. Donny si fece un’altra sorsata di birra e prese una sigaretta dalla camicia.
“Non c’è niente di male se una coppia gay adotta un bambino”. Nel momento in cui le parole gli uscirono di bocca, Ed si pentì di aver parlato. Perché non poteva starsene a sedere col becco chiuso e basta? Cercare di intavolare un dibattito con un tipo come Donny Wowdy era un’impresa senza senso.
“Ma vaffanculo, Ed”. Abbaiò Donny. “Ma lo senti, Earl?”
“Non ne voglio sapere niente”. Earl si alzò per dare un’altra controllata alla sua esca.
“Be’, vaffanculo, Ed”.
“Senti, vaffanculo tu, Don. E allora dimmi cosa c’è di male”. Ed era passato alle offese, e insultare Donny era una bella sensazione.
“Non è una cosa giusta”.
“Perché?”
“Non è giusta, cazzo!”, ripeté Donny. “Pensa a quel povero ragazzino”.
“Povero ragazzino? Perché sarebbe un povero ragazzino?”
“Ti piacerebbe andare a scuola e raccontare a tutti che i tuoi genitori sono una coppia di froci?” sbottò Donny con gli occhi spiritati. “Ti dico questo. Se una cosa del genere la dicevi a scuola mia, ti prendevano a calci in culo per tutta la vita”.
Ci sono un sacco di ambienti con la mente aperta, liberali, dove la gente non ci fa nemmeno caso”.
“Certo, dove?”
“Berkeley, San Francisco…”
“La centrale dei Freak”, lo interruppe Donny.
“Non c’è niente di male in due gentori affettuosi che tirano su un bambino insieme. Non importa se sono gay o etero. C’è un sacco di ragazzini che sarebbero strafelici di avere una casa qualsiasi tipo dove magari c’è un po’ di stabilità”.
“Stabilità? Ma sentilo il signorino universitario raffinato. Stabilità”.
“Molte coppie gay, o molti gay in genere, di solito sono istruiti, gentili, altruisti, te lo dico per esperienza”.
“Già, ci scommetto che c’hai un sacco, di esperienza”, fece Donny col tono da presa per il culo.

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  23.02.2011 | 12:33
ti s'fogliamo noi
 
 

Qualche tempo addietro Anna mi mandava i suoi racconti al ritmo di due o tre per settimana. Sovente anche di più. Io li leggevo e poi le scrivevo il mio parere. Mano a mano che cresceva la nostra reciproca confidenza i miei pareri erano sempre più dettagliati fino a diventare veri e propri editing. Anna apprezzava le mie antipaticissime correzioni e mi incoraggiava di volta in volta. Scopri poi che si trattava di un inganno vero e proprio: a mia insaputa stavo editando la sua prima antologia di racconti “Storie di pasta s’foglia”.
Poi mi chiese se mi andava di presentare il suo lavoro in quel di Soncino, il suo paesello (paesello mica poi tanto, a giudicare dalle dimensioni e dalla bellezza dei vicoli e soprattutto della rocca). Ne fui onorato: quella non era una presentazione qualsiasi. Quella era LA presentazione. Quella che conta di più, quella che fai a casa tua, con tutti i tuoi amici che vengono a sentire.
La serata è stata molto bella. Bella la lettura delle “Suggeritrici” (e in particolare il decolleté di una di esse). Nondimeno piacevole la performance di action painting di Davide e Danya. Interessante, mi auguro, la chiacchierata tra Anna, Robi e il sottoscritto.
A dire il vero io non ero per niente in forma: mi sentivo deconcentrato; l’ingranaggio girava male, come se avesse avuto bisogno di un’oliatina. La mia mini-lettura non mi ha soddisfatto per nulla. In prima battuta ho pensato bene di incolpare l’emicrania che mi torturava dal pomeriggio, ma in coscienza so che non è vero. Sono già parecchi giorni che sono svagato. Vorrei poter dire che ho altro a cui pensare ma non è così. Ho semplicemente la testa vuota, ecco tutto. Fortunatamente mi è stato detto che dal pubblico questo non si percepiva. Che ero persino meglio di Morandi a Sanremo.
La foto sopra me l’ha inviata Anna. Credo trasmetta un po’ del clima divertito che abbiamo cercato di ricreare nel corso della nostra chiacchierata.

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  17.01.2011 | 17:31
scripta volant
 
 

Qualche annetto addietro ricevemmo un’interessante proposta da uno degli illustratori ospitati su Tapirulan. Il progetto, coordinato da questo illustratore, consisteva nella pubblicazione di una dozzina di libelli di sessantaquattro pagine, uno al mese, dedicati a dodici differenti generi letterari (giallo, rosa, favole, horror ecc.) e illustrati dall’illustratore medesimo.
Il libri avrebbero composto una collana chiamata “Corti di carta” e sarebbero stati pubblicati da una piccola ma intraprendente casa editrice, specializzata in fumetti e illustrazione, ma desiderosa di aprirsi a nuove forme editoriali. A Tapirulan spettava il compito di redazione per il capitolo “favole”.
Misi insieme una miniredazione e accettai di buon grado. Mi stimolava, più che il progetto in sé, il fatto di lavorare per la prima volta con una vera casa editrice. Avrei potuto imparare molte cose.
In realtà i contatti diretti con la casa editrice furono sporadici. La mia unica interfaccia era l’illustratore. I rapporti con lui si deteriorarono in breve tempo. Era una di quelle persone che scrivono lunghi mail con tante maiuscole e molti punti esclamativi, di quelle persone che parlano in primo e unico luogo di se stessi e leggono le mail degli altri frettolosamente e mai fino in fondo. Ciò che generò, alla lunga, parecchi malintesi.
Il concorso non fu ciò che definirei esattamente un successo, dal momento che nella nostra sezione partecipò un solo concorrente. Se da un lato ciò rese enormemente semplice il compito della redazione, dall’altro pose alcuni interrogativi sulla sensatezza di un progetto del genere.
Pochi giorni dopo la scadenza del bando ricevetti un comunicato dal’editore in cui si leggeva che nella sezione favole il vincitore era quell’unico partecipante, che per mera comodità d’ora in poi chiameremo Robirobi.
Non essendo in diretto contatto con l’editore, espressi via mail la mia perplessità al tizio che parlava molto di sé, sottolineando che a mio modo di vedere l’input doveva venire dalla redazione verso l’editore, non viceversa. Mi fu risposto che la fola era molto semplice: essendoci un solo partecipante, l’editore avrebbe pubblicato lui. Punto.
Replicai che in ogni caso il testo avrebbe potuto non essere all’altezza, forse l’editore non era interessato alla qualità di ciò che pubblicava? Fossi stato in lui, nell’editore, avrei comunque tenuto conto dell’opinione della redazione. Mi fu risposto di piantarla con queste cazzate, che il concorso è roba dell’editore, che l’editore pubblica chi gli pare e se ci va bene allora OK, citeranno il nostro nome come redazione, altrimenti che quella era la porta.
Dal momento che ritenevo comunque valido il testo, come associazione acconsentii a mettere il nome di Tapirulan. Personalmente, invece, ritenni di prendere la porta.
Ma è risaputo che ogni porta malchiusa prima o poi si riapre con una folata. Fu così che un annetto più tardi (era il 2009) trovai il banchetto dell’editore alla Fiera del Libro di Torino. Tutto sommato ero curioso di vedere com’erano venuti questi “Corti di carta”. Mi appropinquai. Dei “Corti di carta” neanche l’ombra. Il tizio al banchetto mi mise in mano un’altra pubblicazione e fece di tutto per convicermi che si trattava di un “Corto di carta”. Il “di tutto” consisteva eminentemente nel ripetermi cento volte “no, no, questo è proprio un Corto di carta” a ogni mia obiezione. Alla fine decisi di passare da coglione, annuii e comperai il primo libro che mi mise in mano, per ragioni nelle quali preferisco non dilungarmi.
Di ritorno da Torino, pensai di indagare un po’. Feci una mini-inchiesta.
Nel sito dell’editore non c’era traccia dei libri.
Contattai le redazioni, l’illustratore che parla molto di sé e pure la casa editrice.
Ecco alcuni dei i riscontri delle redazioni:
Degli altri Corti non so nulla, però quello che ci competeva è uscito regolarmente a giugno 2009.
Per quanto mi riguarda so che il libro vincitore della sezione è stato sicuramente presentato al Salone del Libro di Torino. Non c'è traccia di vendita sul sito e nemmeno ho ricevuto risposte su dove trovarlo. Avrei sperato almeno di riceverne una copia gratutita ed invece non riesco ad averla nemmeno acquistandola.
…poi non so perché da un momento all'altro sono stata mesi in attesa senza che nessuno mi dicesse niente. Dopo ripetute richieste di spiegazioni e chiarimenti via email [l’illustratore che parla molto di sé] si degnato di rispondermi (dopo 4 mesi) dicendomi che era stato tutto bloccato, che [l’editore] non faceva più iniziative del genere. In poche parole non se ne faceva più niente. E nessuno si era preso la briga di avvertirmi pur avendo preparato io stessa pagine di regolamenti, pubblicità e banner sul mio sito e su siti amici. Sinceramente tutto questo non mi ha dato prova di grande responsabilità e professionalità.
…non siamo contenti della gestione di Corti di carta. Il progetto non è stato portato avanti seriamente, il coordinamento e le informazioni ricevute sono state davvero scarse. Noi, come associazione, abbiamo lavorato molto per la pubblicazione del corto e anche l'autore del libro vincitore, ha dedicato molto del suo tempo per la sua buona riuscita.
Ho abbandonato il concorso Corti di carta ormai da molto tempo, per motivi che ora sarebbe troppo lungo spiegare. Non ho più avuto notizie per cui mi dispiace ma non posso rispondere alla tua domanda. Dovresti chiedere a qualche altra “redazione". Ti auguro miglior fortuna.
Dimostrando correttezza, anche l’illustratore che parla di sé rispose alla mia mail. Ecco le sue parole: Ho girato la mail alla casa editrice (che ci legge in copia) la quale a breve ti aggiornerà mettendo la mail a conoscenza di tutti. Risponderei io in prima persona ma le stampe e tutto quello che concerne le edizioni è stato totalmente gestito [dall’editore]. Io stesso non sono in possesso delle opere prodotte, ho avuto difficoltà per riceverle e per motivi personali non lavoro più come illustratore per loro. So che hanno pubblicato i Corti sui gatti, il fantasy ed altri ma tutti sotto un’altra collana. Il mio ruolo era quello di portare acqua al [loro] mulino, da lì in poi avrebbero gestito loro il tutto e quindi a breve delucidazioni su tutto arriveranno direttamente dalla sede.
L’editore, più volte sollecitato, non ha mai risposto.
Infine ho sentito l’autore “vincitore” della sezione favole, che per comodità e coerenza continueremo a chiamare col nome fittizio di Robirobi. Ecco la sua risposta: Sono stato contattato in marzo per copertina e illustrazioni. Per il resto, nulla.

Siamo tutti dilettanti, qui, e questo significa a volte poca professionalità ma comunque tanta passione. Eppure l’impressione è stata opposta, di una certa professionalità da parte dei dilettanti, mentre i professionisti non ci hanno messo niente, neanche la passione.
Pubblico questo post nel mio blog invece che sul sito in aperto contrasto con la redazione di Tapirulan che ritiene inutile, anzi, dannoso per l’associazione riparlare di una esperienza negativa a distanza di così tanto tempo.
Forse.
Ma io la penso diversamente. Sbagliando s’impara, si dice, e ammettere i propri errori è indubbiamente segno di maturità. Da tempo sostengo che Tapirulan può trovare buone occasioni di crescita attraverso la collaborazione con altre associazioni e altre case editrici, e quindi l’esperienza, per quanto negativa, ci ha insegnato parecchio.
In chiusura mi preme ribadire qui ciò che già dissi a suo tempo all’illustratore che parla molto di sé. Il mini-romanzo scritto da quell’autore che per comodità e coerenza continueremo a chiamare Robirobi è un lavoro eccellente. Mi auguro con tutto il cuore che un giorno o quell’altro un editore lo noti e lo pubblichi. Un editore, stavolta, serio, professionale e motivato.

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  24.12.2010 | 14:21
alberto grossi - il cane lupo alla pompa di benzin
 
 

Leggevo e intanto mi domandavo che cos'era esattamente questo libro. Un romanzo? No, certamente no. Una silloge di racconti? Può darsi, sì. Ma non proprio. Che altro? Uno zibaldone di pensieri o, in termini più consoni a questo nuovo millennio, un blog però cartaceo? Qualunque cosa fosse, di certo sortiva il suo effetto, perché divorai il libro in un paio d'ore.
Non sapevo come introdurre il discorso.
Poi pensai: se questo era il primo interrogativo che mi ero posto io, probabilmente sarebbe stata la prima risposta che avrebbe voluto sentire il pubblico. Decisi quindi di aprire così la presentazione de "Il cane lupo alla pompa di benzina" di Alberto Grossi: semplicemente domandandogli che cos'era il suo libro. Mi rispose che una trama non c'è, certo, è evidente. Ma c'è un ordito, c'è un filo invisibile che tiene unite queste cento microstorie e appunti di vita a comporre quella che, rubacchiando un po' dalla quarta di copertina, si potrebbero definire una sorta di anti-epica personale. E soprattutto c'è il linguaggio: gergale, paratattico, molto gradevole. Come se il libro, anzichè farsi leggere, stesse chiacchierando con te.
Nei contenuti, "Il cane lupo alla pompa di benzina", è una sorta di riflessione su certe piccole cose che non ci sono più, sui locali da ballo di una volta, su certi tic moderni. Riflessioni scanzonate, ironiche a volte amare.
Il miniracconto qui sotto forse è poco rappresentativo dei contenuti del libro, ma in fin dei conti è quello che mi è piaciuto di più. Nel corso della presentazione l'ho letto e l'ho abbinato a una domanda piuttosto tosta. La domanda era: "Secondo te, che cos'è il male?" Purtroppo però eravamo in chiusura. L'autore mi è venuto dietro per un po', ma poi ci siamo accorti che il pubblico rumoreggiava e adocchiava impaziente le bottiglie di vino e gli snack del rinfresco. Nei giorni successivi il dibattito è proseguito in forma privata. Roberto, imprescindibile co-autore delle nostre presentazioni, ha scritto una bellissima e-mail in cui porta la sua opinione sull'argomento. Mi piacerebbe che Roberto mi autorizzasse a incollarla qui sotto come commento. Ne sarei onorato. Quanto all'estratto, eccolo. Questo, naturalmente, senza autorizzazione da parte dell'autore.
I ringraziamenti. A Roberto, ad Alberto, al pubblico inaspettatamente numeroso. Grazie a Michele che ci saluta così. E' stata una bella serata. Peccato essere dovuto scappare così di corsa.

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Maria nella bottega d'un falegname
di De André racconta di un falegname rinchiuso nel silenzio della sua officina a produrre stampelle, protesi, arti finti. Un dovere sociale ingrato, che riparare in fondo è occultare. La retorica ufficiale dello stato che nega e negherà sempre. Lo scempio va fermato, pensa il falegname, solo croci farò da oggi, croci per disertori, croci per chi insegna a disertare. Quando ascolto questa canzone penso al potere, all'organizzazione del potere, mi viene alla mente Adolf Eichmann, quello del processo, quel piccolo funzionario nazista che lavorava con zelo e che cercava il compiacimento dei superiori, quello che in Argentina osannava il terzo reich e si lasciò scovare e catturare, quello che inorridì quando gli mostrarono i morti le cui schiere contribuiva a ingrossare. E' banale riflettere su quella banalità del male, lo è meno se quei concetti li trasportiamo sulla società di oggi. Magari la mia è una riflessione semplicistica, perà penso che come lui siamo anche noi, siamo degli Eichmann che vogliono vivere tranquilli, senza troppe rotture, adulando in segreto chi sta sopra di noi. In fondo, quella normalità lì siamo noi.

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  01.12.2010 | 13:37
in parole povere
 
 

Ricevetti una mail da Anna. Diceva: “E’ uscito il mio nuovo libro di poesie”.
Risposi: “Ah, bene”.
Un’altra mail. “Vorrei fare una presentazione”.
“Ah, bene”.
“Vorrei che fossi tu a presentarmi”.
“Ah, bene”.
Dopo un po’ scrissi una seconda mail. Diceva “Io che COSA?!?!?!?!?!?”.
“Sì, presenterai tu”.
“Io non ho mai letto poesie”.
“La poesia non si legge, si vive”.

Il dialogo qui sopra me lo sono inventato di sana pianta (annotazione: verificare l’etimologia dell’espressione di sana pianta) ma esprime bene il senso di inadeguatezza che ho sentito addosso.
Però, a conti fatti, sono molto contento di avere accettato. Ho rivisto un paio di amici, che non guasta mai, e poi le paste della sorella di Anna erano niente male, bella la performance delle Suggeritrici, e infine piacevole l’atmosfera calda e rilassata della serata intera. Che poi l’abbiamo spremuta per bene, io e Robirobi, la cara Anna, altroché! E ci ha saputo tenere testa, la fanciulla, e ci ha pure rifilato due lunghezze sul gran premio della montagna – che sarebbe, fuori metafora, la domanda trabocchetto di uno spettatore sulle analogie tra Parole povere e i crepuscolari (o era invece una stilettata al sottoscritto, che soltanto dieci minuti prima aveva definito Anna una futurista estirpata e collocata nel 2010?). Anche quando a un certo punto le domando qual è il processo di vinificazione delle sue poesie: prima sgrana gli occhi, poi risponde pronta. “Sono parole novelle”, dice, “approdate alla carta dopo un breve naufragio, sospinte da onde emotive.”
Parole povere è per l’autrice (ora scopiazzo da La provincia di Cremona) “Un blocco di appunti, stenografia della realtà. Segni di carta che vorrebbero essere poesia, ma che non sono niente senza l’azione poetica della vita. Il mio promemoria per ricordarmi di vivere”.
In questo momento fuori nevica, e sarà per questo che ripensando alle poesie di Anna me le immagino oggi come pupazzi di parole. C’è un un vecchio cappello qui, una carota là, e una scopa, dei bottoni. Oggetti comuni. Parole povere. E i fiocchi di parole compressi in poesia.

Nella foto sopra si possono vedere (o meglio, intuire) da sinistra, Marco Federzoni (chitarra), Marcella Pezzarossa (voce), Anna Martinenghi, Nevia Marten (voce).
Il testo sotto è Vie di fuga. La poesia che ho (indegnamente) letto durante la presentazione e per pura combinazione riproposto soltanto pochi giorni più tardi a un’adunanza poetica. Ma questa è un’altra storia.

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Ho percorsi di formiche nelle gambe
e ragnatele di rimmel fra le ciglia.

Un ragu’ di pensieri
cuoce a fuoco lento
nella mia mente,
mentre cerco
una fuga nelle piastrelle.

Fotocopie di giorni
si affastellano
sgranando
l’originale.

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  02.11.2010 | 15:14
nick hornby - tutta un'altra musica
 
 

Il termometro digitale continua a segnare trentacinque e cinque ma io mi sento i tizzoni dentro la testa. Lo getto via stizzito.
Suono alla vicina e le chiedo se per caso non è che ha in casa uno di quei termometri di una volta, graduati, di vetro, con dentro quella tossicissima colonnina di mercurio che sale e che scende cpn la temperatura.
Ce l’ha.
Bene.
Me lo metto sotto l’ascella e inizio a scrivere questa recensione.
Quando la febbre è troppo alta per alzarsi da letto e vivere decorosamente, ma non troppo alta per delirare, tremare e spaventare il resto della famiglia; quando oscilla diciamo tra i trentasette e cinque e i trentotto e due, ecco, quello è momento giusto per tirare fuori l’ultimo romanzo di Nick Hornby.
Leggere un libro di Hornby è come infilare il cervello dentro una comoda pantofola sformata. O forse dovrei dire dentro un vecchio cappellino di lana. Esattamente ciò che ci vuole, quando hai un po’ di febbre.
Una scrittura semplice e priva di acrobazie formali. Una storia lineare, cronologica, niente equivoci, misteri o indagini di sorta. Pochi personaggi ben caratterizzati, gli stessi di sempre: ormai conosciamo le loro abitudini, i loro vezzi, le angosce, i vizi, le ossessioni, il loro modo così english di autocommiserarsi.
Nick Hornby: una tachipirina letteraria.
Non tanti anni addietro mi entusiasmai letteralmente per “Alta fedeltà”, un romanzo che reputai eccezionale per molte ragioni, tra cui la assoluta originalità narrativa nonostante la straordinaria ordinarietà dei protagonisti. Dieci anni e “Tutta un’altra musica” è esattamente la stessa musica. Non so, forse sono diventato più esigente, forse sono invecchiato, oppure è soltanto la febbre che non vuole mollare, ma non riesco più a entusiasmarmi per romanzi del genere. No.
Su “Tutta un’altra musica” e sui romanzi di Hornby in generale ho speso alcune linee di temperatura corporea e alla fine ho trovato un aggettivo che li qualifica meglio di qualunque altro.
I romanzi di Hornby sono “carini”.

Tolgo il termometro da sotto l’ascella. Trentasette e otto. Forse è un po’ troppo per scrivere recensioni sensate. La chiudo qui, allora.
La chiudo qui e filo di sopra. A cercarla bene, dovrebbe esserci in giro una copia di “Tutto per una ragazza”.

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  22.10.2010 | 15:08
roald dahl - tutti i racconti
 
 

C’è tutta una umanità da mettere alla berlina nelle pagine di questo libro. Una umanità gravida di bassezze, grossolane vendette, raggiri, ripicche, deliranti scommesse (una delle quali molto cara nientemeno che a Hitchcock prima e a Tarantino poi). Una umanità ignorante, avida, meschina, piccola.
Noialtri, insomma.
Nessuna redenzione, laica o cristiana. Nessun disegno cosmico, nessuna traccia di divinità. L’universo è una beffa infinita, e i racconti di Dahl altro non sono che microistantanee.

Il libro unisce le quattro antologie di racconti di Dahl, assieme a una manciata di inediti.
Kiss kiss raccoglie le storie a mio parere meglio riuscite e più dahliane. Racconti frizzanti e tutti squisitamente perfidi (due su tutti – ma sicuro che faccio un torto agli altri – Il diletto del pastore e Pappa reale). Struggenti (eppure bellissimi) i racconti di guerra raccolti in Over to you, altalenanti quelli (blandamente) erotici di Switch bitch (ma il finale de Lo scambio è grandioso). Un po’ acerbi invece alcune delle storie di Someone like you. E’ proprio da uno dei racconti meno riusciti che ho preso l’estratto qui sotto. Dahl era una di quelle persone che devono sempre prendere tutti per il culo tutti. L’avreste mai detto?
L’estratto proviene da Lo scrittore automatico.

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"Ascolti, Mr. Bohlen. Chi al mondo vorrà più comprare dei racconti artigianali quando può avere quelli dell’altro tipo a metà prezzo? E’ una teoria ragionevole, non le sembra?”
“E come intende venderli? Chi dirà che li ha scritti?”
“Fonderemo una nostra agenzia letteraria, attraverso la quale li distribuiremo. E per gli scrittori, ci inventeremo tutti i nomi che vogliamo”.
“Non mi piace, Knipe. Per me puzza d’imbroglio, non le sembra?”
“C’è un’altra cosa, Mr. Bohlen. Una volta iniziato, c’è la possibilità di un sostanzioso indotto. Prenda la pubblicità, per esempio. I fabbricanti di birra e altra gente del genere saranno felici di pagare denaro sonante se dei famosi scrittori presteranno il nome ai loro prodotti. Santo cielo, Mr. Bohlen! Non stiamo parlando di un gioco da bambini. E’ un affare colossale”.
“Adesso non sia troppo ambizioso, figliolo”.
“E’ c’è ancora una cosa, Mr. Bohlen. Non c’è ragione per non firmare alcuni dei migliori racconti con il suo nome, se lo desiderasse”.
“Oddio, Knipe. E perché dovrei desiderarlo?”
“Non saprei, signore, a parte il fatto che alcuni scrittori in questo paese vengono tenuti in grande considerazione… come Mr. Erle Gardner o Kathleen Norris, per esempio. Ci servono dei nomi, e pensavo di usare sicuramente il mio perlomeno all’inizio, per un racconto o due”.
“Diventerei uno scrittore, eh?” disse pensosamente Mr. Bohlen.
“Be’, di sicuro quelli del mio club resteranno di sasso leggendo il mio nome sulle riviste… sulle riviste importanti poi”.
“Senza dubbio, Mr. Bohlen”.
Per un momento negli occhi di Mr. Bohlen brillò uno sguardo remoto e sognante. Sorrise. Poi si riscosse e cominciò a sfogliare i progetti aperti davanti a lui.
“C’è una cosa che proprio non capisco, Knipe. Da dove uscirebbero le trame? Una macchina non può inventarle”.
“Gliele forniremo noi, signore. Nessun problema. Ce ne sono tre o quattrocento scritte nella cartelletta alla sua sinistra. Le collochiamo dritte nella sezione ‘memoria trame’ della macchina”.
“Continui”.
“Sono previste anche molte altre piccole raffinatezze. Mr. Bohlen. Le vedrà quando studierà il progetto nei particolari. Per esempio, è previsto un espediente che usano quasi tutti gli scrittori, quello di inserire in ogni racconto almeno una parola lunga e incomprensibile. Questo fa pensare al lettore che l’autore sia molto dotto e intelligente. Perciò la macchina farà automaticamente lo stesso. Avremo un intero stock di parole lunghe memorizzate appositamente per questo scopo”.
“Dove?”
“Nella sezione ‘memoria parole’”, rispose epesegeticamente Knipe.

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  19.07.2010 | 08:46
carlo lucarelli - almost blue
 
 

Tre protagonisti, (quasi) tre voci narranti e noi spettatori delle loro ossessioni. Spara alto, altissimo, Lucarelli. “Voglio vedere”, dicevo dopo cinquanta pagine, “voglio proprio vedere adesso come se la sbriga”.
“Voglio proprio vedere la torta finita”.
Mi sbagliavo. Nessuna torta, niente ricetta, niente di niente. “Almost blue” è una ciotola pisichica con dentro non più di tre o quattro ingredienti. Cucinare? No. Al limite stare lì a vedere che succede.
Una reazione chimica. Altro che torta.
Una reazione che scalda, che fa schiuma, che fischia e fa fumo. Una reazione cui è impossibile sfuggire, che evolve in verticale fino al botto finale.
Botto finale che non c’è.

Lucarelli scrive dannatamente bene e l’idea è dannatamente buona. Viene da dire geniale. Ho ingoiato questo romanzo leggendo le righe a due a due per arrivare in fondo prima che mi venisse sonno. Poi ho chiuso il libro e spento la luce. Del sonno, neanche l’ombra.
Ombre, sì, tante. Inquietudine.
Mi sono addormentato a un certo punto, ma ho dormito male. Sentivo dei suoni. Come delle campane. Inevitabili. Un sogno? Suonavano per me, lo sapevo, ma non volevo che succedesse.
“Almost blue” è così. Un romanzo che non vuoi che succeda, ma sai che è inevitabile.
Il mattino dopo ho riposto il libro sullo scaffale.
Impeccabile, “Almost blue”.
Solo, avrei una domanda.
Prendo il cellulare. “Pronto? Sono Alberto, sì, bene, bene. E tu? Senti, ho una domanda per te. Mi chiedevo la ragione di quell’happy ending piazzato lì, appicciato in coda. Come dici? L’editore? Eh, già. Lo sospettavo”.

Altri difetti: qualche nodo dipanato in modo un po’ frettoloso; la conflittualità del rapprto di Simone coi genitori viene meno nel corso del romanzo; il modo brusco e secondo me immotivato in cui Grazia sostituisce Vittorio a Simone. La stessa femminilità problematica di Grazia sarebbe stato terreno fertile da approfondire. Difettucci davvero minori, se messi a confronto con la bellezza di pagine come questa.

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Il suono del disco che cade sul piatto è un sospiro veloce, che sa appena un po’ di polvere. Quello del braccio che si stacca dalla forcella è un singhiozzo trattenuto, come uno schioccare di lingua, ma non umido, secco. Una lingua di plastica. La puntina, strisciando nel solco, sibila pianissimo e scricchiola, una o due volte. Poi arriva il piano e sembrano le gocce di un rubinetto chiuso male e il contrabbasso, come il ronzio di un moscone contro il vetro chiuso della finestra, e dopo la voce velata di Chet Baker, che inizia a cantare Almost blue.
A starci attenti, molto attenti, si può sentire anche quando prende fiato e stacca le labbra sulla prima a di almost, così chiusa e modulata da sembrare una lunga o. Al-most-blue... con due pause in mezzo, due respiri sospesi da cui si capisce, si sente che sta tenendo gli occhi chiusi.
Per questo mi piace, Almost blue. Perché è una canzone che si canta a occhi chiusi.
Io, con gli occhi chiusi, ci sto sempre, anche se non canto. Sono cieco, dalla nascita. Non ho mai visto una luce, un colore, un movimento.
Ascolto.
Scandaglio il silenzio che mi circonda, come uno scanner, uno di quegli apparecchi elettronici che spazzano l’etere a caccia di suoni e di voci e si sintonizzano automaticamente sulle frequenze occupate. So usarli benissimo, gli scanner, quello che ho dentro la testa da venticinque anni, fin da quando sono nato, e quello che tengo in camera mia, accanto al giradischi. Se avessi degli amici, se ne avessi, di sicuro mi chiamerebbero Scanner. Mi piacerebbe.
Io di amici non ne ho. Per colpa mia. Perché non li capisco. Parlano di cose che non mi riguardano. Dicono lucido, opaco, luminoso, invisibile. Come in quella favola che mi raccontavano da bambino per farmi dormire, in cui c’era una principessa così bella e con una pelle così fine che sembrava trasparente. Ci ho messo tanto, tante notti sveglio a pensare, prima di capire che trasparente voleva dire che ci si poteva guardare dentro.
Per me significava che le dita ci potevano passare attraverso.
Anche i colori per me hanno un altro significato. Hanno una voce, i colori, un suono, come tutte le cose. Un rumore che li distingue e che posso riconoscere. E capire. L’azzurro, per esempio, con quella zeta in mezzo  è il colore dello zucchero, delle zebre e delle zanzare. I vasi, i viali e le volpi sono viola e gliallo è il colore acuto di uno strillo. E il nero io non riesco a immaginarmelo ma so che è il colore del nulla, del niente, del vuoto.. Però non è solo una questione di assonanza. Ci sono colori che per me significano qualcosa per l’idea che contengono. Per il rumore dell’idea che contengono. Il verde, per esempio, con quella erre raschiante, che grata in mezzo e prude e scortica la pelle, è il colore di una cosa che brucia, come il sole. Tutti i colori che iniziano con la b, invece, sono belli. Come il bianco o il biondo. O il blu, che è bellissimo.
Ecco, ad esempio per me una bella ragazza, per essere davvero bella, dovrebbe avere la pelle bianca e i capelli biondi.
Ma se fosse veramente bella, allora avrebbe i capelli blu.
Ci sono anche colori che hanno una forma. Una cosa rotonda e grossa è sicuramente rossa. Ma le forme non mi interessano, non le conosco. Per conoscerle bisogna toccarle, e a me toccare non piace, non mi piace toccare la gente. E poi con le dita sento solo le cose che ho attorno, mentre con le orecchie, con quello che ho dentro la testa, posso arrivare lontano. Preferisco i rumori.

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  14.06.2010 | 12:58
autori vari - l'irlanda nel cuore
 
 

Tema libero.
Il terrore dei liceali.
Io no, io ci godevo col tema libero. Mi mettevo lì e cominciavo, e scrivevo, e scrivevo, e scrivevo quel cazzo che mi pareva per due ore. Che libidine. Neanche il caso di ricopiare in bella. Non c’era tempo. Poi prendevo cinque, sì. Ma restava il fatto che avevo scritto quel cazzo che mi pareva per due ore.
Ci stiamo pensando, a Tapirulan, di introdurre un tema per il prossimo concorso. Chissà, forse rende le cose più facili agli autori, forse rende le cose più facili a noi che dobbiamo giudicare.
Forse no.
Beh, alla fine non ho altro da dire.
Perché allora mi sono ficcato in questo discorso?
Ah, sì, l’Irlanda.
“L’Irlanda nel cuore”, l’antologia pubblicata dall’associazione culturale Cooltura, è il risultato di un concorso letterario a tema. Il tema: l’Irlanda.
Non date mai come tema un luogo, anche metafisico. Datemi retta. Non vi arriveranno racconti, ma solo qualche centinaio di resoconti di viaggio. Ciò che è capitato in questo concorso. Forse era proprio ciò che volevano gli organizzatori, forse no. Ma tant’è.
Ho comperato l’antologia e me la sono letta.
Non sarò io a giudicare il lavoro di una redazione che non conosco. Lascerò parlare i racconti. Proprio così. Ecco gli incipit di alcuni dei racconti inclusi nell’antologia. Si dividono in due categorie ben distinte: i becpekers e i bodlèrs. Vai!

I becpekers
1) Apro la porta e scopro che sta piovendo. Appena venti minuti fa il sole faceva capolino tra qualche nuvola dall’aria innocua e mi era salita la voglia di un giro in centro nel mio tempo libero.
2) Mi chiede, con un velo di preoccupazione nella voce: “Ma sei sicura che siamo giuste?” La voce e la preoccupazione appartengono a Matilde, la mia compagna di viaggio. E’ lei alla guida. La guida alla rovescia. A lei spetta il compito di cambiare le marce e girare il volante di una macchina noleggiata a Dublino e che ora sta viaggiando, apparentemente da sola e a caso, lungo una strada a corsia unica.
3) Seduta per terra, appoggiata al muro della casa, lo zaino da un lato e il cane dall’altro, guardavo il sole spegnersi all’orizzonte sull’oceano e mi chiedevo chi me l’aveva fatto fare di venire in questo angolo sperduto dell’Irlanda, Inis Mor.
4) Tanto per restare in tema la sveglia suona in stile Irish, alle otto e venti in una tiepida mattina d’estate a Dublino guardo fuori della piccola finestra su Lord Edward street, un’occhiata alla Christ Church Cathedral prima di svegliare anche Jacopo. Colazione, zaino in spalla con le poche cose per la giornata. Non manca mai il mio impermeabile blu.

E i bodlèrs
5) La Ka mangiava la strada sterrata e solitaria. Dai finestrini entrava odore di prato e leggende, le stesse che avevo ascoltato ogni sera negli ultimi dieci giorni.
6) Sogno carezzato dal vento, perso nella nebbia del tempo, effimero come bruma celtica e solido come una lapide posata sopra il tempo passato.
7) La bruma marina si dirada lasciando passare le prime deboli luci dell’alba. Lente le onde sospingono a riva alghe dorate. Un raggio di sole scivola soffice sui tuoi capelli attraverso il vetro della finestra. Dormi ancora, raggomitolata sotto il piumone, mentre io ascolto il vento accarezzare l’erba verde  dal sapore salmastro che cresce rigogliosa attorno al rifugio che hai affittato per noi.
8) Il sentiero s’inerpicava leggermente.

Non ve lo nascondo: l’8 è il mio preferito.

Come dite? Cattivo? Sono stato cattivo? Un po’ cattivello sì, lo ammetto. E volete sapere perché? Perché ho partecipato pure io, al concorso “L’Irlanda nel cuore” e non mi hanno selezionato, ecco perché.
La dico con Max Collini degli Offlaga disco pax.
Brutta bestia l’invidia.

Onore al merito, c’è un racconto che a mio parere emerge tra gli altri. Si tratta di “Il precario” di Fabrizio Squillace (qui). Non ha vinto, ma comunque è tra i selezionati. Bravo Fabrizio. Per quel che vale, ti faccio qui i miei complimenti.

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  31.05.2010 | 14:35
ian mcewan - bambini nel tempo
 
 

Scrivere bene è maledettamente difficile.
Sei lì che ti rigiri per la testa questa scena che di per sé non sarebbe neanche ’sto granché, ma tu hai pronti lì per abbellirla cinque, dieci, venti aggettivi limpidi e meravigliosi, maestosi, che sgorgano carsici dalle tue meningi e...
E invece no, c’è qualcosa dentro, una voce che insiste che ce ne vuole uno solo, di aggettivi, anzi, sai cosa? Niente aggettivi, che è meglio, neanche uno. Meglio una di quelle immagini asciutte, lapidarie, che rigano il cervello del lettore come una chiave su una portiera.
Sì, ma quale?
E quella frase così splendidamente compiuta, florida di immagini e stratificata di subordinate come un era geologica? Edita e sfronda, sfronda ed edita sono rimasti un predicato, due complementi e un cazzetto di pronome a far da soggetto.
Maledizione.
Scrivere bene significa che ogni parola che scriveresti è sbagliata, sì, sbagliata, e non ti resta altro che startene lì davanti come un coglione a spremerti e rispremerti finché non esce quella giusta.
Qualcuno sostiene che non sia così per tutti. Si dice che certi scrittori si limitino ad attaccare l’interruttore sinaptico e fffffshh, le parole fuoriescono da sole come molecole di scorreggia.
Mah.
Un allievo chiese un giorno a Proust. “Maestro, che ha fatto oggi?” Egli rispose, orgoglioso: “Oggi, mio caro, ho aggiunto una virgola”.
Ciascuno interpreti l’aneddoto come gli pare, sta di fatto che Proust non era certo uno che si rifugiava nelle scorciatoie.
Cosa sono le scorciatoie, dite? Sono quando decidi che va bene così, anche se sai che non è vero, perché non hai abbastanza tempo o voglia o fegato o talento per stare lì davanti come un coglione per tutto il tempo che ci vuole, siano minuti ore o giorni interi, finché non salta fuori la parola, l’unica giusta.
Ian McEwan, “Bambini nel tempo”, pag. 48, capitolo 3 (un capitolo, cambiando discorso, estremamente sbilanciato). L’uomo sta per incontrare nuovamente la ex moglie dopo una separazione oltremodo dolorosa. Ci sono pagine di descrizione, questo viaggio procede lento, così lento, e c’è la nebbia che cancella gli alberi oltre i finestrini del treno rigati di ragnatele, e c’è la pioggia sottile che inzuppa i vestiti e inumidisce i pensieri, e c’è il tempo che si contrae e si dilata e pulsa, quasi, mentre nel lettore si genera questa tensione sempre crescente finché, a un certo punto, l’uomo “superò un supermercato con un affollatissimo megaparcheggio”.
Un “affollatissimo megaparcheggio”?
Un AFFOLLATISSIMO MEGAPARCHEGGIO???
Lasciamo perdere la cacofonia di “superare un supermercato”, di cui McEwan è certo incolpevole. Lasciamo perdere il resto del libro, che avrei tanto “affollatissimo megaparcheggio” voluto recensire se non fosse che “affollatissimo megaparcheggio” ci sono queste parole “affollatissimo megaparcheggio” che continuano a rimbalzarmi “affollatissimo megaparcheggio” contro la corteccia “affollatissimo megaparcheggio” generando un “affollatissimo megaparcheggio” fastidioso “affollatissimo megaparcheggio” effetto flipper.
Un affollatissimo megaparcheggio.
“Lontano, uno scintillio di luci s’innalzava verso il cielo simile a un lapillo divino, cancellando l’orizzonte ormai bruno, mentre tutt’intorno, a perdita d’occhio, mandrie di metallo brucavano l’asfalto ronzante di silenzio”.
OK, è una scemeza, lo so. Io non sono Ian McEwan.
Io non sono uno che scrive bene.
Ma, con rispetto parlando, questa non è una scorciatoia.
Giusto ora mi viene in mente un post di Robirobi che dice più o meno la stessa cosa, ma con ben altra classe. Leggetelo. Eccolo qui

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  17.05.2010 | 13:12
come cucinare un souvlaki
 
 

Era un mercoledì d’estate di quattro anni fa. Via D’Azeglio pullulava di polpacci e scollature e cosce e caviglie e tatuaggi e parti alte di perizomi. Sembrava di stare al centro di un assedio di carne femminile.
Occhi bassi, camminavo di passo lesto alla volta del Dulcamara. Sudavo per la temperatura e per il nervosismo.
Incrociai Fabio. Mi disse: “Facciamo un libro”.
Gli passai di fianco senza guardarlo in faccia. “Aspetta qui”.
Pochi minuti più tardi gli misi in mano una pinta e feci una lunga sorsata dalla mia. “Dicevi?”
“Facciamo un libro di racconti, ti andrebbe di partecipare?”
Ero lusingato. “Sarebbe la prima volta che un mio racconto compare…”
Mi interruppe: “Veramente non intendevo come autore”.
“Ma chi lo farebbe questo libro?”
“Tapirulan. Cioè, io e te”.
Lo guardai stranito. “Io non ho mai fatto un libro”.
“Be’, nemmeno io”.
“Non saprei neanche da dove cominciare”.
“Oh, questo è semplice: si comincia sempre dall’inizio”.
Ho sempre invidiato a Fabio questa sua intraprendenza.

Tre anni più tardi, sempre al Dulcamara, era in corso una discussione piuttosto simile.
Si doveva partire col terzo libro. Fabio insisteva per trasformare l’antologia in un vero e proprio premio letterario, con una giuria, un presidente, una quota di iscrizione, un premio in denaro e tutto il resto.
Oppostamente, io volevo fare una semplice selezione come gli anni precedenti.
“Dài facciamo il concorso”.
“No”.
“Dài facciamo il concorso”.
“No”.
“Dài facciamo il concorso”.
“No-oo”.
Due giorni più tardi ci incontrammo di nuovo.
“Dài facciamo il concorso”.
“No”.
“Dài facciamo il concorso”.
“No”.
“Dài facciamo il concorso”.
“No”.
“Dài facciamo il concorso”.
“OK”.
“Vedi? Ero sicuro che ti convincevo”.
In realtà io dicevo di no per un motivo tanto semplice quanto difficile da confessare. Me la facevo sotto. Perché un conto è trovarti con quattro amici a selezionare una manciata di racconti che ti piacciono, e chiusa lì. Ben diverso  è venire pagato per farlo. No, non che io abbia intascato qualcosa, ci mancherebbe. Però sentivo una responsabilità nei confronti di coloro che, pagando la quota di iscrizione, mi conferivano fiducia a priori, confidando nella mia (fattivamente mai dimostrata) competenza come redattore ed editor.
Sarei stato all’altezza?
Be’, ora che Souvlaki è realtà è giunto il momento di tirare le somme.
Allora devo ringraziare i miei compagni di viaggio – l’ho già fatto personalmente, ma desidero farlo anche qui, pubblicamente. In particolare devo ringraziare Marco, il presidente di giuria, per averci imposto (uh, volevo dire “proposto”) dei criteri che stimolassero un giudizio per quanto possibile oggettivo. Grazie a lui, oggi, in coscienza, mi sento molto più capace di prima nel giudicare un testo.
Ringrazio Enrico e Robi per le stimolanti chiacchierate in cui sono sempre sfociate le nostre frequenti divergenze. Grazie anche a Carlotta per aver accettato l’incarico con tanto entusiasmo. E’ un vero peccato che abbia dovuto lasciare in corsa. Si sarebbe divertita un sacco, ne sono certo.
Il risultato è che oggi mi sento capace di organizzare un concorso letterario. Non avrei il minimo timore a farlo. E di questo devo ringraziare soprattutto (anzi, esclusivamente) Fabio.
E’ tutto. Perdonate il post melenso, ma mi pareva doveroso.

Di seguito, l’unico testo mio presente su Souvlaki: l’introduzione. L’immagine sopra è la copertina del libro. Che dite, vi piace?
Chi desidera leggere il "backstage" scritto da Robirobi può cliccare qui e qui. Qui, invece, un originale racconto ispirato alla serata di premiazione, scritto nientemeno che dal vincitore del concorso.

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Cyclette, la prima antologia di Tapirulan, vide la luce nella primavera del 2007: dodici racconti illustrati da altrettanti artisti selezionati tra coloro che popolano la vetrina virtuale del sito dell’Associazione. Il riscontro fu incoraggiante, così che l’anno successivo, con analoga formula, nacque il secondogenito, Bufanda.
Nel 2009 l’Associazione bandisce il primo concorso letterario in prosa, sulla falsariga dei più consolidati bandi relativi a illustrazione e poesia. Partecipano circa centottanta autori con quasi quattrocento racconti. L’arduo compito della giuria è stato selezionare i “magnifici quattordici” da inserire in Souvlaki, il terzogenito. Ma non è tutto. A ciascun racconto la Redazione abbina un illustratore scelto tra una rosa di candidati proposta dall’autore stesso. L’illustratore interpreta il racconto, talvolta reinventandolo.
Ecco, dunque, nelle vostre mani Souvlaki, la terza antologia di racconti illustrati di Tapirulan o, se preferite, il terzo catalogo di illustrazioni raccontate di Tapirulan. Leggetelo, sfogliatelo, guardatelo, annusatelo, gustatelo. Porta con sé l’odore pungente della carne abbrustolita e l’aroma salmastro del mare. Riuscite a sentire lo sciabordio delle onde in lontananza?
Provate ad accostate Souvlaki all’orecchio...

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  06.04.2010 | 19:08
leonardo sciascia - candido
 
 

Qui la mia recensione del libro per gli amici di Maidireblog

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  22.03.2010 | 12:40
jean-patrick manchette - piccolo blues
 
 

Davvero molto cinematografico, questo piccolo noir.
Scene nitide davanti agli occhi. Sagome scure, squarci di luce, pozzanghere. Le volute di nebbia davanti ai lampioni.
Stridere di copertoni, pallottole che esplodono, la benzina che arde. E il commento sonoro cresce, cresce fino a diventare assordante negli istanti di massima violenza.
Due sicari violenti, un malavitoso paranoico, un fuggiasco braccato. O due sicari sfortunati, un malavitoso sconfitto, un uomo in crisi d’identità. O due sicari pasticcioni, un malavitoso in crisi d’identità, un uomo violento e vendicativo. O…
I personaggi si affannano all’interno di questo piccolo mondo buio, di questo piccolo mondo blues. Si inseguono, si odiano, si finiscono. I loro volti sono ombre, così pure le loro anime. Perché anche noi siamo ombre, siamo sfuggenti ombre prive di anima. Perché anche noi siamo vigliacchi e fieri, saggi, falsi, sinceri.
Coglioni.
Sentite come comincia il romanzo. Sentite come introduce Gerfaut, il protagonista. Sentite che roba.

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A volte succedeva quello che succede adesso: Georges Gerfaut sta guidando sulla circonvallazione esterna. E’ entrato dalla porta di Ivry. Sono le due e mezzo o forse le tre e un quarto del mattino. Un tratto della circonvallazione interna è chiuso per la pulizia della strada e sul resto del tragitto la circolazione è quasi inesistente. Sulla circonvallazione esterna ci sono due, tre, al massimo quattro veicoli per chilometro. Alcuni sono camion, spesso molto lenti. Gli altri veicoli sono auto private che viaggiano tutte a gran velocità, ben oltre i limiti consentiti. Tanti autisti sono ubriachi. Come Georges Gerfaut. Ha bevuto cinque bicchieri di Four Roses. E circa tre ore fa ha mandato giù anche due compresse di un barbiturico potente. Il miscuglio non gli ha fatto venire sonno, ma un’euforia inquieta che minaccia in ogni momento di trasformarsi in collera o anche in una specie di malinconia vagamente cecoviana e comunque amara, vale a dire un sentimento non molto valoroso né interessante. Georges Gerfaut viaggia a 145 km/h.
Georges Gerfaut è un uomo che ha meno di quarant’anni. La sua auto è una Mercedes grigio acciaio. La pelle dei sedili è color mogano , così come l’insieme dei rivestimenti interni della macchina. L’interno di Georges Gerfaut è ombroso e confuso. Vi si distinguono approssimativamente idee di sinistra. Sul cruscotto dell’auto, sopra i quadranti, c’è una targhetta metallica opaca con su inciso il nome di Georges, il suo indirizzo, il gruppo sanguigno e un’immagine merdosa di San Cristoforo. Tramite due altoparlanti – uno sotto il cruscotto, uno dietro al sedile posteriore – un mangiacassette spande a basso volume del jazz stile west coast. Gerry Mulligan, Jimmy Giuffre, Bud Shank, Chico Hamilton. So per esempio che fra un attimo partirà Truckin’, di Rude Broom e Ted Koeler, eseguita dal quintetto di Bob Brookmeyer.
Il motivo per il quale Georges corre così sulla circonvallazione, con i riflessi allentati e ascoltando quella musica, va soprattutto cercato nel ruolo di Georges all’interno dei rapporti di produzione. Il fatto che Georges ha ucciso almeno due persone nel corso dell’anno non va tenuto in conto. Quello che succede adesso succedeva a volte anche prima.

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  15.03.2010 | 18:06
anton cechov - racconti
 
 

Robi ha ragione. Cechov è fichissimo.
Prendi una situazione e immergici un protagonista. Ipotizza che per qualche ragione quella situazione sia significativa per lui, per il protagonista. Inventati qualcosa, insomma. E ora siediti con me nell’angolo a guardare che succede. Shhht, sta’ buono. Il tizio ci parlerà un po’ di sé, fumerà la pipa, riderà, avrà fortuna, soffrirà, diventerà pazzo, s’innamorerà di una cugina. C’intratterrà un po’.
Ma ora che succede? Da qui si vede molto bene.
Avviciniamoci, quindi. Ancora. Siamo a pochi metri da lui. Le case intorno sono sparite, e la piazza, e con essa le strade, e pure il cielo lassù. E’ rimasto lui, l’uomo. Figura intera. Piano americano. Avviciniamoci ancora. Primo piano. Primissimo piano. Dettaglio: l’occhio dell’uomo. Vicinissimo. Fino a cascarci dentro, all’uomo, attraverso la pupilla sgranata.
Perché sbattersi così?
Perché, come spesso accade nei racconti di Cechov, il nostro protagonista finirà coll’andarsene. Sì. Ma non prima di avere colto per sé, per un brevissimo, estremo istante, il senso della vita. La sua, naturalmente. Di aver lanciato un’occhiata al di là dell’abisso.
Hai sbirciato? Eccitante, vero? Ma ora ripigliati e domandati: che accidente ci fai intrappolato all’interno di un cadavere putrescente, egli pure intrappolato nel finale di racconto peraltro già terminato? C’è pieno di vermi, qui, li vedi? Sono i tuoi pensieri. Fuggi, animo! Non startene lì impalato. Vattene prima che sia troppo tardi.
Non leggerlo troppo, Cechov, dammi retta. Una volta o l’altra potresti non farcela, a uscire per tempo. Te lo dico io.

Robi ha ragione, Cechov è uno dei più grandi narratori americani del Novecento. Sorpreso? Ma no. Basta togliere le cugine e metterci al loro posto delle prostitute, sostituire la tisi con l’alcol. Ebbene? Signori, ecco a voi Sua Maestà Raymond Carver.
Carver è morto alcolizzato, Cechov, di tisi. Curioso, no?
Due aforismi a caso, da Internet: “L’arte non tollera la menzogna”; “L’uomo diventerà migliore soltanto quando gli avremo mostrato com’è”. No, dico, tu ci usciresti a farti una birra con un tipo del genere?
Invece Cechov sapeva essere anche un umorista sopraffino. Cinico, implacabile, spietato. Leggi, leggi: la descrizione del professore di liceo Belikov, qui sotto, è impareggiabile.
Di’ la verità: quanti ne conosci, di personaggi del genere? Conta pure, ti dò cinque minuti.
Come dici? Massì, certo, te compreso.

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Senza andar lontano, circa due mesi fa è morto nella nostra città un certo Belikov, insegnante di greco, mio collega. Ne ha senz’altro sentito parlare. Era famoso perché, anche col bel tempo, usciva sempre con l’ombrello, le galosce e un soprabito con imbottitura. L’ombrello aveva una fodera, il suo orologio da tasca aveva una fodera di pelle grigia, il temperino per far la punta alle matite aveva una fodera: pareva che anche il suo viso avesse una fodera, perché lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali scuri, un gilet di lana, metteva cotone nelle orecchie e, quando andava in carrozza, faceva tirar su il soffietto. Insomma, c’era in lui un irresistibile desiderio di rannicchiarsi il più possibile in un guscio, di infliarsi in una fodera che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo irritava, lo spaventava, lo angosciava costantemente; e, forse per giustificare il suo rifiuto della realta, esaltava sempre il passato, lodava ciò che non era mai esistito. Le lingue antiche, che insegnava, erano per lui come le galosce o l’ombrello, una difesa contro la vita reale.
“Oh, com’è melodiosa, com’è bella la lingua greca!”, diceva, intenerendosi, e, quasi a riprova della sua affermazione, diceva, chiudendo un occhio e alzando un dito: “Anthropos!”.
Anche i suoi pensieri cercava di avvolgerli in una fodera. Per lui erano chiare solo le circolari e gli articoli di giornale in cui si vietava qualcosa. Se una circolare vietava agli alunni di uscire per strada dopo le nove di sera, o un articolo condannava l’amore fisico, per lui era chiaro, indiscutibile: è proibito e basta. Invece nei permessi, nelle licenze, per lui c’era qualche cosa di sospetto, approssimato, incompleto. Quando in città veniva autorizzata l’apertura di una società filodrammatica, un circolo di lettura o una sala da tè, Belikov scuoteva il capo e diceva a bassa voce: “Certo, va bene, benissimo, purché poi non succeda qualcosa!”.
Le infrazioni di qualsiasi tipo, le violazioni delle regole lo gettavano nello sconforto, anche quando non lo riguardavano affatto. Se uno dei suoi colleghi arrivava in ritardo a una funzione religiosa, se gli giungeva voce di uno scherzo organizzato dai ginnasiali, se qualcuno vedeva una sorvegliante della scuola in giro la sera con un ufficiale, si agitava moltissimo e ripeteva: “purché poi non succeda qualcosa”. Alle nostre riunioni di scrutinio ci esasperava tutti con la sua circospezione, la sua diffidenza, le sue considerazioni da uomo nella fodera sulla cattiva condotta della gioventù nei ginnasi maschili e femminili. Sul chiasso che facevano in classe. “Purché non lo vengano a sapere i superiori! Purché non succeda qualcosa!”, e sosteneva che sarebbe stato un bellissimo esempio se avessimo escluso, per esempio, dalla seconda Perov e dalla quarta Egorov. Vuole che le dica la verità? Coi suoi sospiri, coi suoi mugugni e con i suoi occhiali scuri sulla faccia pallida, così simile al muso di una puzzola, Belikov ci stremava tutti e finivamo col cedere: a Petrov ed Egorov prima davamo un cattivo voto in condotta, poi li punivamo e come conclusione li espellevamo dal ginnasio. Veniva ogni tanto a farci visita, ma aveva un comportamento un po’ strano: arrivava, si sedeva e taceva, guardandosi in giro. Rimaneva così, seduto in silenzio, per un’ora o due, poi se ne andava. Queste visite servivano, secondo lui, “per mantenere buoni rapporti con i colleghi”: erano penose anche per lui ma insisteva nel farle perché le riteneva un doveroso obbligo tra colleghi. Noi colleghi avevamo paura di lui. Perfino il preside.

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  22.02.2010 | 18:01
daniel pennac - signor malaussene
 
 

Per lo scrittore non esiste sensazione più intensa, più appagante del sapere di essere bravo. Avere la certezza di essere bravo. Una sensazione di eccitazione direi quasi sessuale. Giusto, certo. Ma che ne so io? Io parolaio men che dilettante, io che una sensazione del genere posso soltanto figurarmela, masturbarmela nel letto, solo, col buio, nel silenzio, prima di chiudere mestamente gli occhi a una notte ahimé inoltrata.
Io no, certo, ma Daniel Pennac deve saperne qualcosa di questa sensazione. So com’è andata: prima sua moglie, poi i parenti, infine gli amici. Poi gli editori, poi la critica, e poi gliel’ha detto la gente. Ultimo ma non ultimo, gliel’ha confermato il commercialista.
Ecco, della critica personalmente ho l’opinione come di omuncoli riottosi e bisbetici, ex teenager brufolosi di quelli che giocavano in porta perché erano i peggiori in campo, gente atavicamente rosa dall’invidia, dotati di un talento artistico pari più o meno al mio, ma corredati di una innata predisposizione alla bercia.
Della gente invece ho un certo rispetto. E’ per questo che m’incazzo così tanto quando si fanno pigliare per il culo da Moccia, da un trailer o da una pila di copie alla cassa dell’autogrill. Sì be’ ma questo c’entra poco. O no? Lasciamo stare, comunque.
Della gente ho rispetto, dicevo, e rispetto i molti che considerano Pennac un grande scrittore. Lo capisco, e li capisco. Personalmente, oltre al resto, a Pennac riconosco una subliminale capacità di toccare i nervi della gente, di tirare fili che la gente non sa di possedere. Di stimolarli. Di farli commuovere, ridere, eccitare. Di imbrogliarli per bene.
Eh, dopotutto cos’altro è, un romanzo, se non un (lungo) imbroglio di carta?
Diciamocelo: se c’è una cosa, una sola, più eccitante del sapere di essere bravi è sapere di essere bravi a imbrogliare. E più imbrogli più ti dicono che sei bravo.
Fico no?
Ma ecco, laggiù, guarda. Guarda quei nuvoloni. Li vedi? Sai cosa sono? No? Sono il peggior nemico dello scrittore fico. No, non si tratta della sindrome del foglio bianco, no. Peggio. Si chiama sindrome del foglio troppo pieno.
Del foglio troppo pieno di sé, della pagina che sprigiona autoindulgenza. Pennac, lei è una delle più autorevoli voci letterarie del XX secolo. Come  no. Ed ecco “Signor Malaussène”, l’attesissimo, l’ultimo e più ambizioso capitolo della tetralogia omonima. La buona scrittura c’è: spumeggiante, arguta, dissacratoria. Come e più di prima. Ci sono le situazioni, tante, troppe, ci sono i personaggi, tutti quanti, i vivi e i morti. C’è tutto, insomma. Tranne la storia. quella non avanza, s’impaluda, s’inceppa, s’infratta, s’incasina. Tonkbonktatonk. Troppe pagine senza trama (si dà gas attorno a pagina duecento), troppi paradossi che si ripetono, troppa indulgenza e autoindulgenza freak nei confronti dei buoni, naturalmente i Malaussène e combriccola. Troppo cattivi i cattivi, troppa necessità di redenzione per chi si redime. Troppo politicalicorret il finale (confesso che ho preferito quello alternativo a metà romanzo). Troppo tatlac, obliterato.
Esattamente il libro che l’editore voleva pubblicare.
Esattamente il libro che il critico desidera recensire.
Non esattamente il libro che il lettore vorrebbe leggere.
Qui sotto uno dei (numerosi) estratti capace di tirare i fili del cervello. Perlomeno del mio. L’ho mutilato, sì, ma solo per non rivelare momenti essenziali della trama.

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Rabdomant ha risposto soltanto: “Strana concezione della felicità...”. Poi ha puntato il dito verso il centro della Senna e ha detto: “La tre, Benjamin, stia attento a quello che fa!”
Ho rivolto lo sguardo alla terza canna da pesca. Di sicuro, qualcosa aveva abboccato. Il galleggiante sobbalzava. Qualcosa, sul fondo del fiume, si lasciava tentare.
“Cosa faccio?”
Rabdomant mi si è avvicinato e continuando a tenere d’occhi oi suoi galleggianti mi ha detto: “Non si faccia prendere dal panico. Aspetti che il pesce confermi prima di uncinarlo. Un bel tuffo del galleggiante e, hop, un bel colpo secco del polso. Mi raccomando, niente gesti teatrali: romperebbe il filo. Adesso! Beeeeeene”.
In effetti, ho sentito che l’avevo preso all’amo. In fondo alla mia lenza c’era della vita furente.
“Non tiri. Rispetti il suo malumeore, ma senza lasciarlo fare di testa sua. Lo accompagni, per così dire. Se quello vuole del filo, gli dia del filo, ma senza allentare. E’ la tecnica del pedinamento, insomma”.
Il mulinello mulinava rabbiosamente.
“Alt! Non dia troppo filo. Lo costringa a barcamenarsi facendo gli addominali, che non vada a nascondersi dietro un relitto. Tenga sempre presente che lui è il muscolo e lei è il cervello. Quando lui sarà stanco, sarà contento di venire da lei, come un colpevole sollevato all’idea di farsi prendere. Quello è L* e lei è S*...”
Dopo qualche tempo ho visto emergere la spina dorsale di quel L* acquatico. Pura bellezza! Una vela di sampan sotto il nostro cielo primaverile. Ha fatto un balzo... Affusolato dorato, obliquo e bello come un raggio di vita.
“Un lucioperca”, ha detto Rabdomant. “Otto o dieci libbre. Complimenti. Cucinato al burro bianco e con un buon Chablis, non le dico altro... Lo tiri su, adesso. Dov’è la sua reticella? Dev’essere sempre a portata di mano, la reticella! Il pescatore ha il dovere dell’ottimismo. Come lo sbirro!”
Ho tirato su piano e alla fine, estenuato dalla sua stessa resistenza, il pesce si è lasciato andare alla fatalità. E’ solo questa la ragione per cui si muore.
“Stia attento, quando lo tira fuori, ha una dentatura da luccio...”
Ma non ero in grado di tirarlo fuori.
“Dia qua”.
Due secondi dopo il lucioperca aveva abbandonato il suo elemento naturale. Rabdomant l’ha staccato con un sorriso da buongustaio. “Carino, il ragazzo, eh?”
E l’ha ributtato in acqua.
Il lucioperca, che tra le sue dita era come morto, è esploso di vita a contatto della Senna. “Solo per fargli sapere che Dio esiste”, ha spiegato Rabdomant, “ e che non bisogna abboccare al suo amo”.
Ho indicato le lasche, i ghiozzi, i pagelli, tutti i bianchetti del nostro cesto, i due persici e il pesce gatto e ho domandato: “Perché lui sì e loro no?”
“E’ proprio il genere di interrogativo che Dio non si pone”.

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  15.02.2010 | 10:20
ifigonia in culide
 
 

da catullo al vernacoliere, dall’aretino a frank zappa, la scatologia attraversa la storia della letteratura (o dovrei dire dell’arte tutta) simile a una millenaria scorreggia.
masini ottiene quel successo nazionale che il destino (le mani ben strette attorno agli onnipotenti maroni) ha sempre cercato di negargli, e lo fa con una canzone intitolata ‘vaffanculo’. saltando di palo in frasca non esiste concerto di guccini in cui, prima o poi, il pubblico non richieda a gran voce ‘l’avvelenata’. roberto benigni scrive una pagina di storia della televisione correndo dietro la carrà gridandole ‘fammi vedere la patata!’ e, di quella stessa pagina, scrive pure il retro con un monologo di cinque minuti in cui elenca tutti gli appellativi - più o meno noti - del membro maschile (ricordo bene che ‘sventrapapere’ fu il mio preferito).
trafficando con internet mi imbatto in un sito amatoriale che contiene un poemetto goliardico. ho cominciato perplesso, ma sono arrivato in fondo piegato sul tavolo. qui sotto il primo atto, il testo completo qui.
la foto è stata scattata dal sottoscritto nei pressi di marienplatz, a monaco di baviera, giusto un annetto fa.

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Ifigonia in culide
Tragedia classica di autore ignoto Corinto 69 d.C.

Personaggi: Il Re di Corinto, Ifigonia, sua figlia, Allah Ben Dur, primo pretendente Don Peder Asta, secondo pretendente, Uccellone, Conte di Belmanico, terzo pretendente, Spiro Kito Samurai, quarto pretendente, Enter O'Clisma, Gran Sacerdote, In Man Lah, Gran Cerimoniere, Bel Pistolino, Elefante sacro, Coro di Nobili, Vergini e Popolo.
Il dramma si svolge in Corinto nell'anno 69 d.C..

ATTO PRIMO Scena: sala del trono. Le porte sono aperte per dare accesso al popolo. Entra il Gran Cerimoniere.

Gran Cerimoniere: O popolo bruto, su, snuda il banano, non vedi che giunge l'amato sovrano? E' il sir di Corinto dal nobile augello qual mai fu veduto piu' duro e piu' bello; e' il sir di Corinto dall'agile pene terrore e ruina del fragile imene; e' il sir di Corinto dal cazzo peloso, del cul rubicondo ognora goloso.
Popolo: Noi siamo felici, noi siamo contenti, le chiappe ed il culo porgiam riverenti. Al nostro gentile ed amato sovrano sia dono gradito il buco dell'ano.

(Entra il re seguito dalla corte.)

Re: La gioia che mi doni, o popolo, e' si' grande che piu' l'uccello regio non sta nelle mutande! Per mio regal decreto sara' da domattina distribuita ai poveri, gratis, la vaselina! Voglio sian compensati i sudditi fedeli: il cul pigliate pure, ma state attenti ai peli!

(Segni di manifesta gioia.)

Gran Cerimoniere: Ed ora fuori tutti dai coglioni per lasciar posto a principi e baroni.

(Il popolo fa largo ed entrano i nobili che si dispongono ai lati del trono. Ifigonia entra seguita dalle vergini e si getta piangente ai piedi del trono)

Coro delle Vergini: Noi siamo le vergini dai candidi manti: siam rotte didietro ma sane davanti, i nostri ditini son tutti escoriati a furia dei cazzi che abbiamo menati. Nell'arte sovrana di fare i pompini battiamo le troie di tutti i casini; la lingua sapiente e l'agile mano dan gioia e delizia al duro banano!

Ifigonia: Padre mio, padre mio! Presa sono dal desio; ho gia' un dito che fa male per l'abuso del ditale; ho la fica che mi tira come corda di una lira; sto soffrendo atroci pene pel prurito dell'imene; nella fica ho appena messo la manopola del cesso; mi ficcai nella vagina la piu' grossa colubrina; mi son messa dentro al buso sino il cero di Caruso. Padre mio si' forte e bello, ho bisogno di un uccello d'un uccel di nobil schiatta che mi sballi la ciabatta di una fava grossa e dura che mi spelli la natura.

Re: Giuste son le tue brame, o figlia beneamata! Se padre non ti fossi, o gia' t'avrei chiavata! Alla regal consorte, tua madre, la regina, ne ho fatte diciassette, soltanto stamattina, e debbo, alle mie brame, io stesso porre un freno, se no, ogni tre minuti, il bandolo mi meno. Or sento gia' un prurito nel fondo dei coglioni vedendo tanti culi di principi e baroni.

Popolo: Noi siamo felici, noi siamo contenti, si rizzino i cazzi tutt'ora pendenti: Madonna Ifigonia, soave e pudica, gia' sente prurito nell'inclita fica. Che Giove possente, che Venere bella le facciano dono di tanta cappella che il culo le rompa, le rompa l'imene e infine la tolga da tutte le pene. Sia pago il desio della vergine cara: Meniamoci il cazzo in nobile gara!

(Tutti eseguono)

Ifigonia: Quanta fava, quanta fava! Ma perche' nessun mi chiava! Su, ficcatemi l'uccello nella fica o nel budello; nella fica o nel sedere, ve lo chiedo per piacere! Deh! Non fatemi soffrire! Ve la cedo per tre lire!

Re: Udendo queste ataviche, oneste aspirazioni, d'orgoglio mi ribolle lo sperma nei coglioni: con animo commosso vedo dai bianchi veli spuntare lunghe e nere le punte dei tuoi peli. Il sacerdote venga, si appresti al sacrificio, Enter O'Clisma tosto ne tragga lieto auspicio!

Gran Cerimoniere: S'avanzi Enter O'Clisma, il sacerdote dal culo piu' vezzoso delle gote!

(Entra il sacerdote)

Gran Sacerdote: Al sire di Corinto, signore degli Achei auguro cazzi in culo almeno centosei.

Re: Al grande sacerdote, d'ogni rispetto degno, si doni come omaggio un gran cazzo di legno.

Gran Sacerdote: L'omaggio tuo, mio sire, ni rende il cuore gaio, pero' l'avrei piu' caro di ben temperato acciaio.

Popolo: Noi siamo felici, noi siamo contenti,prendiamo l'uccello ben stretto tra i denti; al gran sacerdote quel cazzo d'acciaio il culo riduca si' come mortaio.

Gran Sacerdote: Son corso immantinente alla regal chiamata lasciando nel bel mezzo la settima chiavata sono percio' sicuro, se il ciel non me lo nega, che mi compenserete con una bella sega. Esprimi i tuoi voleri, o sire venerando, in fretta, te ne prego, non vedi come bando?

Re: Alla mia figlia amata, la pallida Ifigonia, da qualche tempo prude la lucida begonia: tu sacerdote eccelso, chiuditi in sagrestia, prendi l'uccello in mano e tranne profezia.

Gran Sacerdote: Immantinente eseguo i tuoi voleri, o re! Nel regal culo t'auguro cazzi duecentotre!

Ifigonia: Santo Dio, Santo Dio, questa volta l'avro' anch'io! Sospirando quel bellino, voglio farmi un ditalino; ve lo chiedo con permesso, vo' a tirarmelo nel cesso!

(fa per avviarsi)

Re (trattenendola): Rimani, o sconsigliata! Il padre tuo diletto innanzi al popol tutto ti grattera' il grilletto mentre il cerimoniere, memore del mio pegno, t'inculera' dal dietro, col cazzo suo di legno. Se con le bianche mani mi tieni su i coglioni vedrai nella mezz'ora quante polluzioni!

Popolo: Noi siamo felici, noi siamo contenti, il re ce l'ha duro in tutti i momenti, seguiamo l'esempio del caro sovrano, facciamoci forza, pigliamolo in mano!

Gran Sacerdote: Nel filtro del futuro apersi uno spiraglio (entrando) mettendomi nel culo un mezzo spicchio d'aglio!

Re: I detti tuoi sapienti son rapidi e fatali come fuori dell'ano i nodi emorroidali.

Gran Sacerdote: Seguendo il tuo consiglio, o re buono e sapiente, misi l'uccello duro sopra un bicchiere ardente; lessai il coglion sinistro, ne bevvi poscia il brodo, grande e divino auspicio traendone in tal modo tra i principi del sangue dal ben tornito augello bandito sia il concorso con un indovinello: che' in fica di Ifigonia, la bella non si vada se pria non verra' sciolta almeno una sciarada.

(cala rapida la tela sul primo atto)

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  05.02.2010 | 12:14
italo calvino - la giornata d'uno scrutatore
 
 

Ho modo di incontrare Robirobi troppo di rado.
In verità ci vediamo piuttosto spesso, ma il più delle volte c’è tempo soltanto per un saluto.
Quando si riesce a fare due chiacchiere prima o poi si finisce col parlare di libri.
Quando parliamo di libri prima o poi si finisce col parlare di Calvino.
A quel punto, io mi dileguo in fretta adducendo scuse del tipo “Ora vado a prendere una birra” o, se la birra ce l’ho già “Ora vado a pisciare”.
Il fatto è che Calvino, io, non l’ho mai letto. E non so come dirglielo. Mi vergogno troppo.
Veramente, a pensarci bene qualcosa forse emerge dalla nebbia dei ricordi. Sì. Avevamo letto qualcosa alle medie, sì. Degli estratti da “Il barone rampante”, mi pare, o forse da “Il visconte dimezzato”. Ma onestamente non ricordo un singolo rigo.
Ora ci ho messo una pezza, e non vedo l’ora di dirlo a Robirobi.
In realtà “La giornata d’uno scrutatore” non ha la forma del romanzo né la pretesa di raccontare una storia. Si tratta di una serie di riflessioni, sovente amare, sull’italietta spensierata degli anni sessanta e sui suoi discutibili costumi.
Di Calvino avevo l’opinione (riportata) come di un narratore dalla prosa semplice eppure straordinariamente evocativa. Uno scrittore estremamente profondo eppure capace di farsi capire, appunto, anche da un ragazzino delle medie.
Però non credo che alle medie qualcuno farà mai leggere “La giornata d’uno scrutatore”. Ma non per i contenuti, no. La frase qui sotto, per esempio. Io stesso l’ho dovuta leggere quattro o cinque volte. E non sono mica sicuro d’avere afferrato il concetto.
Sì, ho detto la frase. E’ una sola. Già.

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Anche nel suo dirsi “comunista” (e nel percorso che, per designazione del suo partito, egli compiva in quest’alba umida come una spugna) non si distingueva fin dove arrivasse un dovere tramandato di generazione in generazione (tra i muri di quegli edifici ecclesiastici Amerigo si vedeva – un po’ ironicamente e un po’ sul serio – dalla parte d’un ultimo anonimo erede del razionalismo settecentesco – sia pur solo pep un esiguo resto di quell’eredità mai saputa far fruttare – nella città che tenne Giannone in ceppi) e fin dove lo sbocco in un’altra storia, vecchia appena d’un secolo ma già irta d’ostacoli e passi obbligati, l’avanzata del proletariato socialista (allora era attraverso le “contraddizioni interne della borghesia” o l’“autocoscienza della classe in crisi” che la lotta di classe era arrivata a smuovere anche l’ex borghese Amerigo), o meglio la più recente – d’una quarantina d’anni soltanto – incarnazione di quella lotta di classe, dacché il comunismo era diventato potenza internazionale e la rivoluzione s’era fatta disciplina, preparazione a dirigere, trattativa da potenza a potenza anche dove non si aveva il potere (attraeva dunque anche Amerigo questo gioco di cui molte regole parevano fissate e imperscrutabili e oscure ma molte si aveva il senso di partecipare a stabilirle), oppure, all’interno di questa partecipazione al comunismo, era una sfumatura di riserva sulle questioni generali, che spingeva Amerigo a scegliere i compiti di partito più limitati e modesti come riconoscendo in essi i più sicuramente utili, e anche in questi andando sempre preparato al peggio, cercando di serbarsi sereno pur nel suo (altro termine generico) pessimismo (in parte ereditario anche quello, la sospirosa aria di famiglia che contraddistingue gli italiani della minoranza laica, che ogni volta che vince s’accorge d’aver perso), ma sempre in linea subordinata a un ottimismo altrettanto e più forte, l’ottimismo senza il quale non sarebbe stato comunista (allora bisognava dire, prima: un ottimismo ereditario, della minoranza italiana che crede di aver vinto ogni volta che perde; cioè l’ottimismo e il pessimismo erano, se non la stessa cosa, le due facce della stessa foglia di carciofo), e, nello stesso tempo, al suo opposto, il vecchio scetticismo italiano, il senso del relativo, la facoltà di adattamento e attesa (cioè il nemico secolare di quella minoranza: e allora tutte le carte tornavano a imbrogliarsi perché chi parte in guerra contro lo scetticismo non può essere scettico sulla sua vittoria, non può rassegnarsi a perdere, altrimenti si identifica col suo nemico), e sopra tutto l’aver capito finalmente quel che non ci voleva poi tanto a capire: che questo è solo un angolo dell’immenso mondo e che le cose si decidono, non diciamo altrove perché altrove è dappertutto, ma su una scala più vasta (e anche in questo c’erano ragioni di pessimismo e ragioni di ottimismo, ma le prime venivano nella mente più spontanee).

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  11.01.2010 | 16:22
junichiro tanizaki - gli insetti... + la chiave
 
 

Junichiro Tanizaki – Gli insetti preferiscono le ortiche + La chiave

Qualche considerazione personale sui due libri in oggetto qui, nel blog degli amici del C56. Che approfitto per salutare.

Autore: ufj | Commenti 0 | Scrivi un commento

  12.10.2009 | 16:34
follia
 
 

Sì, certo, io sono uno scrittore eccellente. Non esistono dubbi a riguardo. Ma come lettore non valgo un granché. Sono, come si dice, un lettore della domenica. Un lettore da salmo responsoriale.
E così, quando ricevetti la telefonata di Andrea che mi chiedeva di intervenire al reading organizzato dalla Luna di Traverso a Reggio Emilia, lo scorso 17 settembre, andai subito in agitazione.
Il racconto che dovevo leggere era il mio e quindi ero abbastanza agevolato. Conoscevo l’argomento, per così dire. Ma ero ugualmente agitato. Mi stampai una copia a caratteri belli grandi e mi esercitai a leggerla. La lessi dieci, venti volte, trenta. In bagno, sull’autobus, al tavolino del Dulcamara mentre aspettavo che arrivasse la birra. Ogni volta che potevo, insomma.
Quel giorno in via Emilia c’era un traffico dell’accidente. Arrivai in sala trafelato, all’ultimo momento. Avevo attraversato di corsa il centro di Reggio ripassando mentalmente i passaggi più complicati. Ero madido di sudore.
All’incontro partecipava anche Robirobi. Lui era già arrivato da un po’ e non sudava affatto. Anche lui era lì per leggere il suo racconto.
Mi propose di scambiarceli.
“Ma… ma… io mi sono esercitato per…” farfugliai. Intanto continuavo a sudare.
“Non fa niente, non ti preoccupare” conciliò.
Ma era una buona idea, non c’era dubbio.
Alla fine accettai lo scambio.
Quando toccò a me ero molto nervoso. Lessi come potevo, come ero capace. A metà feci persino cascare la rivista dal leggio. Nonostate tutto, al termine Robirobi mi fece i complimenti. Fu la soddisfazione migliore.
A posteriori, sono molto contento di avere fatto cambio.

Il tema del bando era ‘follia’. Entrambi i nostri racconti sono stati scelti per la pubblicazione.
Qui sotto, due estratti. Il primo dal mio racconto, il secondo dal suo. Due teste, due modi così diversi di pensare la follia.
Mi auguro che vi facciano venire la voglia di leggervi il resto.

Prima di chiudere, i doverosi ringraziamenti ai ragazzi della Luna per avermi invitato nonché sopportato e a Robirobi per aver letto impeccabilmente il mio racconto. E a Sara, naturalmente, per tutto il resto.

Le foto sono di Enrico

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Dal mio Nell’erba alta.

“Sai, credo che mi farò un mesetto di mare”, dissi a un certo punto. “Per via del tremore, capisci? Sono convinto che mi aiuterà a ritornare in forma”. Esitai alcuni istanti, quindi aggiunsi: “Mi piacerebbe che venissi con me. Vuoi?”
Sara guardò in basso, i ricci che cadevano indomiti sulla fronte e lungo le tempie diedero forma alla sua perplessità. Nell’istante in cui aprì la bocca per rispondermi, Axel cominciò ad abbaiare.
Fu allora che notammo il pescatore.
Indossava grandi stivali in gomma alti fino al sedere, verdi, con le bretelle, una camicia a quadretti e un cappello da pescatore anch’esso verde. Teneva tesa davanti a sé una lunga canna da pesca. Faceva il gesto di lanciare, poi recuperava la lenza e infine lanciava di nuovo. Fischiettava. Di tanto in tanto apriva un barattolo bucherellato e vi immergeva la mano. Poi faceva un ampio gesto con la mano aperta, come se stesse spargendo semi invisibili. Pochi metri più in là c’era una sedia da giardino. Davanti a lui l’erba alta si stendeva uniforme per un centinaio di metri fino al boschetto di cipressi.
“Andiamo via”, disse Sara strattonandomi.
In quell’istante l’uomo alzò la mano e mi fece un cenno. “Salve!”, disse.


Da Sabato, di Robirobi

Emi sparò una nuvola di insetticida e presto tutti, compresi pesci e tartarughe, non si sentirono più molto bene. Eppure, nella nebbia chimica, qualcosa apparve fuori posto. Emi puntò il dito e Uovo eseguì l’ordine. Strisciò nell’erba, estrasse il coltello militare, affrontò la margheritina ribelle adagiata su un filo di gramigna. Entrambi gli steli caddero con un fragore così assordante che le tortore, atterrite, si allontanarono, ma con un battito d’ali stanco e rassegnato, come se quello fosse per tutti, uomini e bestie, l’ultimo volo.

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  05.10.2009 | 12:30
emidio clementi – matilde e i suoi tre padri
 
 

Stavo chattando col Maffo. A un certo punto mi chiese quando cazzo mi decidevo a scrivere un romanzo. Al Maffo piacciono i miei racconti e ciò mi fa doppiamente piacere. Primo perché il Maffo è un amico e secondo perché è un lettore difficile da fottere.
 “Che genere di romanzo?” domandai.
“Mmmh, un romanzo di genere, appunto. Oppure quello che vuoi. Basta che non ti metti a scrivere un romanzo di formazione”.
“Un romanzo di che?”
“Di formazione”.
“Che significa?” domandai. Giuro, non lo sapevo.
“Romanzo di formazione. Definizione: piccolo stronzo nasce in campagna, va in città, lavora, migliora, crepa”.
“Capisco”.
Questi sono i momenti in cui il Maffo mi manca.
Il romanzo di formazione è quel romanzo con un protagonista generalmente un po’ sfigato al quale capitano un sacco di cose, alcune belle, molte di più brutte. E tu leggi, leggi, giri le pagine, finisci i capitoli e fisso in testa c’hai un solo pensiero. Che a te, di quel sacco di cose lì che gli capitano a quel tizio, non te frega un benemerito cazzo. Niente di niente. Così dimentichi i nomi dei comprimari, ti scordi dov’è ambientato, perdi il filo cronologico degli eventi. Insomma, ti distrai.
Un libro dove ti distrai non è che carta da riciclare.
E’ il caso, ahimè, di ‘Matilde e i suoi tre padri’.
Emidio Clementi è da quindici anni il cantante nonché paroliere dei Massimo volume. Ha scritto testi da brivido come per esempio ‘Fuoco fatuo’ o ‘Il primo Dio’. Per questo la delusione è stata così cocente.
Fanno cornice numerose imprecisioni lessicali (una su tutte: si usa scaldare l’hashish non per scioglierlo ma per sbriciolarlo); errori grossolani come introdurre un personaggio del calibro del padre della protagonista (Laura) con uno sbrigativo inciso tra parentesi a inizio capitolo (pag. 14). E poi accelerazioni improvvise alternate a momenti di bonaccia narrativa. A pagina 158, per esempio, accade un buon 30% dell’intera storia. Riporto sotto (eh ma sono stato cattivello: nel romanzo c’è anche qualche pagina migliore di questa).
Ho sempre diffidato di cantanti che fanno i registi, di soubrettes che incidono album folk, di comici che scrivono romanzi, di premi nobel che vanno a Sanremo. Non so in cosa sia impegnato attualmente Emidio Clementi. Ma mi auguro con il cuore che si tratti di un nuovo album dei Massimo volume.

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Passò un’altra estate. Davide stavolta tornò da Rimini con il fermo proposito di mettersi d’impegno e terminare entro l’anno l’università, Matilde cominciò la scuola, mentre Laura – nell’attesa che Margutta sfoderasse un’altra collezione delle sue – accettò di dare una mano a riordinare l’archivio del padre.
Stava riponendo in una cartella 50x70 una serie di acquarelli dipinti da Amilcare ancora prima che lei nascesse, quando si rese conto di essere in ritardo un giorno con le mestruazioni. Lì per lì non diede troppo peso alla circostanza. Ma uscita da casa dei suoi, passando di fronte alla farmacia all’angolo con via Guerrazzi, si decise a entrare e, quasi per sfida, acquistò uno di quei test di gravidanza dal nome eloquente: Predictor. Il giorno dopo, bagnandolo con il primo goccio di urina del mattino, vide il cerchietto opaco al centro della barretta di plastica farsi a poco a poco di un rosso intenso e scoprì di essere di nuovo incinta.
La gioia durò solo qualche settimana. Alla prima ecografia, infatti, Mainelli non riuscì a visualizzare sul monitor le pulsazioni del cuore e dichiarò che il feto era morto.

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  14.09.2009 | 15:06
charles bukowski - pulp + il capitano...
 
 


Mi centellino Bukowski come mi centellino Ballard. Un libro all’anno. Massimo due. Ma stavolta ho fatto un’eccezione. Ne ho letti due di fila. Uno dopo l’altro. Sì. Crepi l’avarizia.
Entrambi scritti da un Bukowski ormai ultrasettantenne, sono l'uno il dietro le quinte dell’altro. Eccolo lì, il vecchio stronzo che non molla, patetico no? Eccolo lì, seduto in fondo ai piedi del letto che si allaccia a fatica le scarpe da ginnastica, poi si guarda intorno e mormora sconsolato: “Bene. E adesso?”
Troverete le stesse parole nella bocca del detective pasticcione Belane.
Più che chiunque altro Bukowski ha saputo rendere sublime la propria autoreferenzialità narrativa. Oltre al resto, questi due libri permettono di capire come. Scusate se è poco.
E se, come qualcuno sostiene, “Pulp” è il testamento spirituale del grande scrittore, allora “Il capitano è fuori a pranzo” rappresenta l’ultimo atto di quella sconsolata, cinica, bizzarra, sconvolta, disperata commedia umana che Bukowski ha saputo mettere in scena attorno a se stesso.
O viceversa?

Sotto, un estratto da 'Pulp'. Da scompisciarsi. Lo so, è lungo. Leggetelo tutto lo stesso, datemi retta.

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Alzai il ricevitore.
“Agenzia investigativa Belane…”
“Mi chiamo Grovers, Hal Grovers. Ho bisogno del suo aiuto. La polizia mi ride dietro.”
“Di che cosa si tratta, signor Grovers?”
“Un alieno mi perseguita.”
“Ah, ah, ah, via, signor Grovers…”
“Vede, mi ridono dietro tutti!”
“Scusi, Grovers, ma prima che continui a parlare devo comunicarle la mia tariffa.”
“Qual è?”
6 dollari l’ora.”
“Non mi sembra un problema.”
“Niente assegni scoperti o dovrà portarsi dietro le noccioline in un sacchetto, capito?”
“I soldi non sono un problema per me,” disse. “Il problema è quella donna.”
“Quale donna, Grovers?”
“Diavolo, quella di cui stiamo parlando, quell’alieno.”
“L’alieno è una donna?”
“Sì, sì…”
“Come fa a saperlo?”
“Me l’ha detto lei.”
“E le crede?”
“Certo, l’ho vista fare certe cose.”
“Per esempio?”
“Beh, salire attraverso il soffitto, cose simili…”
“Beve, Grovers?”
“Certo. E lei?”
“Non riuscirei a farne senza… Senta, Grovers, prima che io proceda con questa faccenda deve venire qui di persona. Sono al terzo piano dell’Ajax Building. Bussi, prima di entrare.”
“Una bussata speciale?”
“Sì. Barba-e-capelli, 75 centesimi, e capirò che è lei…”
“Va bene, signor Belane…”

Mentre aspettavo ammazzai quattro mosche. Accidenti, la morte era dappertutto. Uomini, uccelli, belve, rettili, roditori, insetti, pesci, nessuno aveva la minima probabilità di sfuggirle. Li sistemava tutti. Non sapevo che cosa fare, al riguardo. Mi venne la depressione. Sapete, vedo un fattorino al supermercato, sta mettendo in un cartone la mia spesa. Poi lo vedo infilarsi nella propria tomba insieme alla carta igienica, alla birra e ai petti di pollo.
Poi udii la bussata segreta e dissi: “Entri, signor Grovers.”
Lui entrò. Niente di speciale. Uno e quarantadue, 71 chili, 38 anni, occhi grigioverdi con un tic al sinistro, baffetti gialli, orrendi, lo stesso colore dei capelli piuttosto radi sulla cima della testa troppo tonda. Avanzò con le dita dei piedi in fuori, si sedette.
Ci guardammo. Per cinque minuti non facemmo altro. Poi mi incazzai.
“Grovers, perché non dice qualcosa?”
“Aspettavo che parlasse lei per primo.”
“Perché?”
“Non lo so.”
Mi appoggiai allo schienale della poltrona, accesi un sigaro, misi i piedi sulla scrivania, aspirai, espirai e produssi un anello di fumo perfetto.
“Grovers, questa donna, questa… aliena… mi dica qualcosa di lei…”
“Dice di chiamarsi Jeannie Nitro…”
“Mi dica qualcos’altro, signor Grovers.”
“Non riderà di me come ha fatto la polizia?”
“Nessuno ride come la polizia, signor Grovers.”
“Be’… è una magnifica ragazza che viene dallo spazio.”
“E perché vuole liberarsi di una ragazza così?”
“Ho paura di lei. Mi controlla la mente.”
“In che modo?”
“Tutto quello che dice sono costretto a farlo.”
“Supponga che le dica di mangiarsi la propria cacca, lo farebbe?”
“Credo di sì…”
“Grovers, lei è semplicemente dominato dall’amichetta. A moltissimi uomini piace.”
“No, sono i trucchi che fa, mettono paura.”
“Ho visto tutti i trucchi, Grovers, e alcuni…”
“Non l’ha vista comparire dal nulla. Non l’ha vista scomparire attraverso il soffitto.”
“Mi sta annoiando, Grovers, sono tutte balle.”
“Non è vero, signor Belane.”
“Ah non è vero? Da dove diavolo viene, signor Grovers? Parla come un cavernicolo.”
“E lei non sembra un investigatore, signor Belane.”
“Eh? Cosa? E allora a chi assomiglio?”
“Be’ vediamo, mi lasci pensare…”
“Non ci metta troppo, cazzo. Le costa 6 dollari l’ora.”
“Be’ sembra… un idraulico.”
“Un idraulico? Bene, un idraulico. Che cosa farebbe senza gli idraulici? Riesce a pensare a qualcuno più importante di un idraulico?”
“Il presidente.”
“Il presidente? Ecco, sbagliato! Sbagliato di nuovo! Tutte le volte che apre bocca dice qualcosa di sbagliato!”
“Non è vero!”
“Ecco, un’altra volta!”
Spensi il sigaro e accesi una sigaretta. Quel tipo era un vero stronzo. Ma era un cliente. Lo guardai a lungo. Era un compito duro, guardarlo. Smisi. Guardai sopra il suo orecchio sinistro.
“Bene, cosa vuole che faccia con questa aliena? Questa Jeannie Nitro?”
“Mi liberi di lei.”
“Non sono un killer, Grovers.”
“La allontani dalla mia vita in un modo o nell’altro.”
“Ha scopato?”
“Vuol dire oggi?”
“Voglio dire con lei.”
“No.”
“Sa dove abita questa donna? Numero di telefono? Professione? Tatuaggi? Hobby? Abitudini particolari?”
“Solo queste ultime…”
“Per esempio?”
“Sale attraverso il soffitto e cose del genere.”
“Grovers, lei è matto. Non ha bisogno di me, ma di uno strizzacervelli.”
“Ci sono stato.”
“E cos’hanno detto?”
“Niente. Solo la loro tariffa è più di 6 dollari l’ora.”
“Quanto prendono?”
“175 dollari l’ora.”
“Questo prova che lei è matto.”
“Perché?”
“Perché chiunque paghi una cifra simile deve esserlo.”
Poi restammo lì seduti a guardarci. Sembrava una cosa piuttosto sciocca. Cercavo di pensare. Mi dolevano le meningi.
Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline. Ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l’argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù, labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi e i loro lunghi capelli incendiano l’aria. Troppo di tutto, accidenti.
Grovers si alzò.
“Jeannie!”
Avanzò nella stanza come una spogliarellista sui pattini a rotelle. Si fermò dinanzi a noi mentre le pareti tremavano. Guardò Grovers.
“Hal, che cosa stai facendo con questo investigatore da strapazzo?”
“Ehi, un momento, strega,” esclamai.
“Be’, Jeannie, ho un problemino e ho pensato di cercare un po’ d’aiuto.”
“Aiuto? Da parte di chi?”
“Non so. Il gatto mi ha mangiato la lingua.”
“Hal, finché ci sono io non hai nessun problema. Riesco a fare qualsiasi cosa meglio di questo investigatore da strapazzo.”
Mi alzai. Stavo sollevandomi comunque.
“Ah sì, sgualdrina? Vediamo come prendi un’erezione di 18 centimetri.”
“Porco maschilista!”
“Vedi, te l’ho fatta, te l’ho fatta!”
Jeannie andò su e giù per un po’, facendoci impazzire entrambi. Poi si voltò. Guardò Grovers.
“Vieni qui, cagnolino! Vieni da me strisciando sul pavimento! Subito!”
“Non farlo Hal!” urlai.
“Eh?”
Stava andando da Jeannie strisciando sul pavimento. Si avvicinò a lei sempre di più. Strisciò fino ai suoi piedi, poi si fermò.
“Adesso,” ordinò lei, “leccami la punta delle scarpe!”
Grovers obbedì. Cominciò a leccare e continuò. Jeannie mi guardò con un sorrisetto. Un sorrisetto davvero compiaciuto. Non riuscii a sopportarlo.
Balzai in piedi.
“PUTTANA FOTTUTA!” gridai.
Mi slaccia la cintura, la sfilai dai pantaloni, girai intorno alla scrivania tenendola in mano, piegata in due.
“Puttana fottuta,” ripetei, “TI INCHIODERÒ IL CULO!”
Corsi verso di lei. Ciò che rimaneva della mia anima palpitò per la gioiosa eccitazione. Le sue fantastiche chiappe mi risplendettero nella mente. Il paradiso si capovolse e palpitò.
“Butta quella cintura, idiota,” ordinò facendo schioccare le dita.
La cintura mi cadde di mano. Io restai immobile.
Lei parlò a Grovers.
“Su, sciocco, alzati. Ce ne andiamo da questo stupido posto.”
“Sì, cara.”
Grovers si alzò e la seguì fino alla porta, che si aprì e si richiuse. Se ne erano andati. Ancora non riuscivo a muovermi. Quella strega doveva avermi colpito con una rivoltella a raggi. Ed ero ancora come pietrificato. Avevo forse scelto il mestiere sbagliato? Dopo venti minuti circa cominciai a sentire un formicolio per tutto il corpo. Poi scoprii che riuscivo a muovere le sopracciglia. Poi la bocca.
“Accidenti,” esclamai.
Poi, gradatamente, cominciarono a sciogliersi le altre parti del corpo. Infine feci un passo. Due passi. Poi altri passi, verso la scrivania. Le girai intorno. Aprii un cassetto. Presi la pinta di vodka. Levai il tappo. Bevvi una bella sorsata. Decisi di staccare e di ricominciare tutto l’indomani.

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  02.09.2009 | 18:40
philip k. dick - la svastica sul sole
 
 

(...)

Poi ho attaccato ‘La svastica sul sole’ (ma che titolo orrendo: molto meglio l’originale ‘The man in the high castle’).
La seconda guerra mondiale è terminata nel 1947 con la vittoria dell’asse Germania-(Italia)-Giappone. Il mondo è ora diviso in due aree di influenza: una giapponese, l’altra tedesca. Gli Stati Uniti d’America non esistono più (orrore!), se non sotto forma di protettorati. I gerarchi nazisti, pluridecorati eroi di guerra velocemente mutati in demagoghi e politicanti, si contendono il mondo a suon di oscuri (e spietati) giochi di potere.
Nelle premesse Dick gioca abilmente coi nervi scoperti del lettore (americano). Il meccanismo è di esemplare semplicità: il Male, alla fine, ce l’ha fatta. Il Male ha vinto. Ma, tranquilli, si tratta soltanto di un romanzetto di fantascienza.
Eppure…
Eppure che dire, per esempio, del mite (e colto) Tagomi, epigono di una dominazione giapponese, sì, militare, ma nei fatti educata e rispettosa dei diritti del popolo dominato? Che dire invece del filo-nazista Childan, perfetto esempio di patriota yankee, la cui ribellione personale nei confronti dell’oppressore giapponese palesa tinte razziste? Dei camionisti italiani, fascisti ma comunque perseguitati per il colore scuro della loro pelle? Di un intero continente, l’Africa, decimata da una non ben definita ‘soluzione finale’?
L’universo parallelo fantasticato ne ‘La svastica sul sole’ è un mondo permeato di razzismo, di violenza, di imperialismo (militare). Niente di differente rispetto a ciò che accadeva nel mondo reale, sotto gli occhi sdegnati di un giovane Philip Dick, in quegli stessi anni di guerra fredda nei quali lo scrittore pensava e scriveva il romanzo.
E allora domandiamoci: alla fine dei conti sarebbe stata poi così Male una vittoria dell’Asse ai danni degli Alleati? Dick elude magistralmente la domanda, ma a guisa di risposta introduce nella storia un ulteriore (geniale) elemento di riflessione. Questo: un talentuoso scrittore raggiunge la notorietà mondiale scrivendo un controverso romanzo di fantascienza nel quale egli si immagina un mondo alternativo in cui la seconda guerra mondiale è stata vinta dagli Alleati…
‘La svastica sul sole’ è un romanzo dotato di una straordinaria forza evocativa, anche se la fascinazione personale di Dick nei confronti delle culture orientali si concretizza in momenti di perdita di compattezza contenutistica e linguistica. Personalmente non ho apprezzato i ripetuti riferimenti all’I-Ching (giustificati in parte dal sorprendente finale) né certi passaggi un po’ troppo ‘pling-pling’ per i miei gusti.
In questo estratto Tagomi ha tra le mani un prezioso manufatto americano – un gioiello – ciò che lo spinge a una (maldestra) riflessione sul senso dell’arte come rappresentazione e, in quanto tale, come metafora dell’esistenza medesima. Dick si dilunga e talvolta dà la sgradevole impressione di non essere sempre perfettamente consapevole di ciò che scrive. No?

----------------------

(…)
Devo essere scientifico. Esaurire con l’analisi logica ogni ipotesi. Sistematicamente, secondo il classico metodo aristotelico da laboratorio.
Si tappò l’orecchio destro con un dito, per escludere il traffico e ogni altro rumore che potesse disturbarlo. Poi premette forte contro l’orecchio sinistro il triangolo d’argento a forma di conchiglia.
Nessun suono. Nessuno sciabordio di oceano simulato, in realtà il suono del movimento interiore del sangue… nemmeno quello.
Allora quale altro senso poteva percepire il mistero? L’udito era inutile, evidentemente. Il signor Tagomi chiuse gli occhi e cominciò a tastare con un dito ogni punto della superficie dell’oggetto. Nemmeno il tatto; le sue dita non gli dicevano niente. L’odorato. Avvicinò il gioiello d’argento al naso e inspirò. Un debole odore metallico, ma privo di qualsiasi significato. Il gusto. Aprì la bocca, vi infilò il triangolo argentato, lo degustò per un attimo come se fosse un cracker, ma naturalmente senza masticarlo. Nessun significato, solo una cosa dura, fredda, amara.
Le tenne di nuovo nel palmo della mano.
Alla fine tornò a guardarlo. La vista è il più nobile dei sensi, secondo la scala di priorità dei greci antichi. Girò e rigirò il triangolo d’argento in tutti i modi possibili; lo osservò da ogni punto di vista extra rem.
Che cosa vedo? Si chiese. Dopo tutto questo lungo, estenuante studio. Qual è la chiave di verità che mi lega a questo oggetto?
Arrenditi, disse al triangolo d’argento. Sputa fuori il tuo arcano segreto.
Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pungo, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegrato, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.
Eppure, alla luce del sole, il triangolo d’argento scintillava. Rifletteva la luce. Fuoco, pensò il signor Tagomi. Non è per niente un oggetto umido o buio. Non è pesante, fiacco, ma pulsa di vita. Il regno superiore, l’aspetto dello yang: empireo, etereo. Come si addice a un’opera d’arte. Sì, questo è il compito dell’artista: prende la roccia minerale dalla terra buia e silenziosa e, la muta in una forma risplendente, che riflette la luce dal cielo.
Ha riportato i morti alla vita. Un cadavere trasformato in un oggetto fiammeggiante; il passato si è arreso al futuro.
Che cosa sei? Domandò al ghirigoro d’argento. Uno yin, buio e morto, o uno yang, brillante e vivo? Nel suo palmo il gioiello danzò, abbagliandolo; lui chiuse gli occhi, vedendo soltanto il guizzare del fuoco.
Corpo di yin, anima di yang. Metallo e fuoco uniti insieme. L’esterno e l’interno; il microcosmo nella mia mano.
Qual è lo spazio di cui parla? Ascesa verticale. Verso il paradiso. Del tempo? Nel mondo di luce del mutevole. Sì, questa cosa ha liberato il suo spirito: la luce. E la mia attenzione è catturata: non posso guardare altrove. Un incantesimo emana dalla superficie scintillante, ipnotica, e io non sono più in grado di controllarlo. Non sono più libero di sottrarmi.
Adesso parlami, gli disse. Adesso che mi hai preso al laccio. Voglio sentire la tua voce che esce dalla luce bianca, abbagliante, come ci si aspetta di vedere solo nell’esperienza del Bardo Thödol, dopo la vita terrena. Ma io non devo attendere la morte, la decomposizione del mio spirito mentre si aggira in cerca di un nuovo grembo. Tutte le divinità, terrificanti e benevole, noi le aggireremo, e così anche le luci velate di fumo. E le coppie nel coito. Tutto tranne questa luce. Sono pronto ad affrontare ogni cosa, senza terrore. Guarda, non impallidisco nemmeno.
Sento i venti caldi del karma che mi guidano. Però rimango qui. Il mio addestramento era corretto; io non devo rifuggire dalla luce bianca, perché se lo faccio rientrerò di nuovo nel ciclo della nascita e della morte, senza mai conoscere la libertà, senza mai avere un po’ di sollievo. Il velo di Maya cadrà ancora una volta e io…
La luce scomparve.
Aveva in mano solamente un triangolo d’argento opaco. Un’ombra aveva coperto il sole; il signor Tagomi alzò gli occhi. Un poliziotto alto, con la divisa azzurra, in piedi accanto alla panchina, sorrideva.
“Eh, cosa?” disse il signor Tagomi trasalendo.
“Stavo solo guardando come risolveva quel rompicapo”. Il poliziotto proseguì lungo il vialetto.
“Rompicapo” ripetè il signor Tagomi. “Non è un rompicapo”.
“Non è uno di quei piccoli giochi di pazienza che bisogna smontare? Mio figlio ne ha un sacco. Alcuni sono complicati”. Il poliziotto se ne andò.
Persa per sempre, pensò il signor Tagomi. La mia occasione di raggiungere il nirvana. Interrotta da quel bianco yank, quel barbaro di Neanderthal. Quel subumano pensava che mi stessi divertendo con un giochino per bambini.
(…)

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  01.09.2009 | 18:38
philip k. dick - noi marziani
 
 

Ai tempi del liceo leggevo pochissimo. Ne avevo abbastanza dei libri di testo. Quel poco constava soprattutto di libri di fantascienza: Asimov, Urania, vecchie antologie di racconti. Quello che trovavo in giro per casa, insomma.
Asimov era forse il mio prediletto: facile da leggere e dotato di una fantasia pressoché illimitata. E poi c’era Theodore Sturgeon, che non mancava di corredare i suoi romanzi con belle ragazze procaci. O Bradbury: il suo ‘Fahrenheit 451’ mi lasciò di stucco. Una fantascienza che parlava di un presente alternativo invece che di un futuro remoto. Ma com’era possibile? Gesta di uomini che si ribellano a un potere tirannico e ottuso invece che astronavi che scoprono/sconfiggono razze aliene. Una fantascienza che non era per niente fantascienza. Grandioso. E poi Arthur Clarke, col suo corredo di archetipi fantascientifici che non mancava di esplorare con scrupolo, attenzione e rigore. Infine c’era Philip Dick. Leggevo i suoi libri e non li capivo. Ogni volta mi pareva di aver afferrato ma poi, no, mi rendevo conto che m’era sfuggito qualcosa. Lo abbandonai in fretta.
A distanza di una ventina d’anni ho ripreso in mano alcuni di quei romanzi. Ripresi in mano e addirittura riletti.
Ecco: ‘Fahrenheit 451’ ha rappresentato la delusione più cocente. Un romanzo scritto male, invecchiato male, pervaso di ideologie elementari raccontate con un lirismo spesso fastidioso (ma avevo tra le mani una traduzione raccapricciante: un tizio capace di tradurre con ‘avere una doccia’ ciò che in originale immagino suonasse come ‘have a shower’!). ‘1984’ di Orwell è tutt'altra storia. Su Sturgeon bene o male confermo la mia impressione adolescenziale: una manciata di racconti piacevolmente bizzarri e originali, fatta eccezione per le (non ricordavo così) frequenti virate fantasy. Clarke è noioso oltrechè fastidiosamente didascalico. Faccio un esempio: supponiamo che a un’astronave si spezzi un’ala. Succede spesso qualcosa del genere, nella fantascienza. Clarke impiegherà mezzo capitolo a spiegarci per bene che a quella velocità, in presenza di quel tipo di corpi celesti il campo elettrostaminchia diventa talmente intenso che, signori, l’ala non poteva fare altro che rompersi esattamente nel modo in cui è successo. Niente pathos. Nessun colpo di scena. Niente che suoni come: “Ci fu un esplosione fragorosa. Chakotay si precipitò sul ponte 14. Chakotay correva e il cuore palpitava ma egli già conosceva le dimensioni della tragedia. Al di là del campo di contenimento c’erano una dozzina di corpi inermi che fluttuavano simili a bottiglie nel mare. Tra essi, scorse la sagoma familiare di Aileen. D’improvviso, nulla ebbe più senso per lui”.
E poi Dick. Dick lo strano.
Di Dick mi sono letto due romanzi scritti grosso modo nello stesso periodo: ‘Noi marziani’, del 1964, e ‘La svastica sul sole’, del 1961.

Nel primo le premesse apparivano più che buone: le avventure di un manipolo di coloni spediti su Marte con grandi promesse e poi velocemente dimenticati dalla madrepatria, i quali cercano di tirare avanti lottando contro mille avversità. La ricerca spaziale si è rivelata un fallimento e le colonie sugli altri pianeti sono diventate una sorta di far west del terzo millennio. Un’intuizione non da poco, considerando che negli anni sessanta era in atto un vero e proprio assalto allo spazio.
Avanzando nella lettura, però, mi accorgevo che qualcosa non quadrava. I personaggi compivano gesti sempre più bizzarri. Di primo acchito pensai che fosse per via del fatto che tutto il romanzo è costruito attorno al tema della follia – o meglio, della schizofrenia (sic). Poi c’erano questi incontri/scontri accidentali tra i vari comprimari, che assumevano un ruolo sempre più rilevante nell’intreccio. Alla fine realizzai che ogni rigo del romanzo asseconda una sorta disegno divino. Quello nella testa di Dick. In ‘Noi marziani’ tutto è sforzato, ferraginoso, fasullo. Gli episodi si susseguono fluenti come bubboni.
Un romanzo che non vedevo l’ora di terminare. Sì. Ma per sbarazzarmene.

(... continua)

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  14.08.2009 | 10:56
stieg larsson - la ragazza... + la regina...
 
 

Stieg Larsson - La ragazza che giocava con il fuoco + La regina dei castelli di carta

Non è l’indolenza estiva – perlomeno non soltanto quella – a farmi scrivere una sola recensione per due libri. Il fatto è che i due tomi sono in realtà un unico interminabile polpettone da milleseicento e passa pagine. Ricordo che al termine de La ragazza che giocava con il fuoco pensai “Embè? Sarà mica un finale, questo?” e buttai un occhio che per caso non m’avessero rifilato una copia difettosa. Con quello che costano. Poi cominciai La regina dei castelli di carta (che titoli scemi, nevvero?) e pensai “Ah, ecco”.
Il terzo romanzo della trilogia comincia esattamente dove (non) finisce il secondo.
E se Uomini che odiano le donne ha la classica struttura circolare del giallo, quel delitto + enigma tanto amato da Doyle o Christie, per dirne un paio, o da Hitchcock, l’intreccio (non troppo intrecciato, in verità) de La ragazza che giocava con i castelli di carta si sviluppa invece in linea retta, nei modi, per esempio, di uno sceneggiato americano. Poliziesco, prima, poi spy-story, infine legal thriller. Il tutto condito con una spruzzatina di hard-boiled che non stenterei a definire disneyana (chi si sbronza poi si ravvede subito; chi fuma sta cercando di smettere; i poliziotti corrotti ci sono, sì, ma agiscono al di fuori dell’Integerrima Istituzione).
Chi si aspettava una scialba scopiazzatura del primo volume, magari con un castello al posto dell’isola, un ponte levatoio invece del viadotto, che so, un fantasma che agita le catene, resterà (piacevolmente?) sorpreso. Ciò che qui resta (invero amplificato) è quel senso incombente (e alla lunga nauseante) di trionfo annunciato del bene che, a confronto, farebbe apparire problematica una puntata di Star trek. I buoni, qui, sono dappertutto (dal medico del pronto soccorso, ai poliziotti, su, su fino al primo ministro) e hanno le tasche piene di prove schiaccianti. Chi fa il doppio gioco viene subito beccato e cacciato fuori dal romanzo a calci in culo (perché rivelare subito al lettore il doppio gioco del tizio della Milton che lavora con la polizia?). I cattivoni moriranno, sì, ma non prima di aver sofferto un casino. Di aver pagato per per ogni malefatta, per ogni singola scoreggina puzzolente prodotta furtivamente nell’ascensore.
Alcune radure narrative e qualche leggerezza. Un esempio: per l’intero sviluppo di La ragazza che giocava con il fuoco la polizia non riesce a rintracciare la pluriomicida Lisbeth. Niente da fare. Inafferrabile. Dove sarà finita? Beh, ve lo dico io. Lisbeth abita a Stoccolma nel suo nuovo appartamento di quattrocento metri quadri appena acquistato (Lisbeth ha comperato anche un’automobile, di cui la polizia è a conoscenza. E non ha certo pagato in contanti. Perché nessuno indaga in questo senso?), se ne va in giro placida per la città, fa la spesa nel supermercato lì vicino con una vistosa parrucca bionda calcata sulla testa e due belle tette nuove. Già, le tette. Quale sarà la funzione narrativa di questo strano episodio, in realtà così in contrasto con la personalità della ragazza? Me lo sono domandato a lungo, sì. Per tutto lo sviluppo del bi-romanzo.
E che c’entrano, si può sapere?, quelle cento pagine iniziali sull’uragano ai Caraibi?
Lisbeth, la protagonista femminile, in realtà non è niente di nuovo ma risulta comunque un personaggio intrigante. E poi Mikael, il protagonista maschile. Il buono, il bello, il simpaticone, l’intelligentone. Va d’accordo con chiunque e finisce per scoparsi tutte le donne che gli passano sotto il naso. Tut-te. Detestabile.
I dialoghi sono spesso convincenti. Fanno eccezione quelli a sfondo sentimentale. L’estratto (impietoso) qui sotto proviene in realtà da Uomini che odiano le donne, pag. 580. Un gioco carino potrebbe consistere nel cercare di contare le tutte banalità che contiene.

----------------------

(...)
“Lisbeth, mi puoi dare una definizione della parola ‘amicizia’?”
“Che qualcuno ci piace.”
“Certo, ma che cos’è che fa sì che qualcuno ci piaccia?”
Lei alzò le spalle.
“L’amicizia – definizione mia – si fonda su due cose” disse lui d’improvviso. “Rispetto e fiducia. Entrambi i fattori devono essere presenti. E deve esserci reciprocità. Si può avere rispetto per qualcuno, ma se non c’è la fiducia, la confidenza, l’amicizia si guasta.”
Lei continuava a tacere.
“Ho capito che non vuoi parlarmi di te. Ma un giorno o l’altro dovrai decidere se ti fidi di me oppure no. Io voglio che siamo amici, ma non posso esserlo in maniera unilaterale.”
“A me piace fare sesso con te.”
“Il sesso non ha niente a che fare con l’amicizia. E’ vero che gli amici possono fare sesso, ma Lisbeth, se devo scegliere fra sesso e amicizia quando si tratta di te, non ho dubbi su cosa sceglierei.”
“Non capisco. Vuoi fare sesso con me oppure no?”
Mikael si morse il labbro. Alla fine sospirò.
“Non si dovrebbe fare sesso con gente con cui si lavora” borbottò. “Porta solo complicazioni.”
“Mi sono persa qualcosa o tu ed Erika Berger finite a letto non appena ne avete l’occasione? E lei inoltre è sposata.”
Mikael rimase un momento in silenzio.
“Io ed Erika... abbiamo una storia iniziata molto tempo prima che cominciassimo a lavorare insieme. Il fatto che sia sposata non ti riguarda”
“Ah, ecco. Tutto d’un tratto sei tu che non vuoi parlare di te. L’amicizia non era una questione di fiducia e confidenza?”
“Sì, ma ciò che voglio dire è che non discuto di una persona amica alle sue spalle. Perché allora tradirei la sua fiducia. Non discuterei nemmeno di te con Erika alle sue spalle.” Lisbeth Salander riflettè sulle sue parole. Era diventata una conversazione un po’ complicata. E a lei le conversazioni complicate non piacevano.
“A me piace fare sesso con te”, ripetè.
“Come a me con te... ma sono comunque abbastanza vecchio da essere tuo padre.”
“Me ne infischio della tua età.”
“Non puoi infischiartene della nostra differenza di età. Non è una buona premessa per un rapporto duraturo.”
“E chi ha parlato di durata?” disse Libeth. “Abbiamo appena portato a termine un caso dove uomini dalla sessualità orrendamente perversa hanno giocato un ruolo primario. Se dipendesse da me, uomini del genere andrebbero sterminati, tutti quanti.”
“In ogni caso non scendi a compromessi.”
“No”, disse lei, producendosi nel suo non-sorriso storto. “Ma tu in effetti non sei uno di loro”.
Si alzò.
“Ora vado a farmi una doccia e poi ho intenzione di stendermi nuda nel tuo letto. Se pensi di essere troppo vecchio puoi andare a coricarti nella branda da campeggio.”
(...)

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  07.08.2009 | 13:06
stieg larsson - uomini che odiano le donne
 
 

Essendo che non ho mai letto nulla di Crichton Brown Follett Grisham e compagnia bella non ho termini di paragone per quanto riguarda il genere poliziesco-avvincente-da-autogrill.
Sta di fatto che ‘Uomini che odiano le donne’ l’ho davvero comperato in autogrill e, sì, è un giallo indubbiamente avvincente.
E’ dato di fatto che questo romanzo sia stato letto praticamente da chiunque. Quei pochi che fanno eccezione farebbero bene ad astenersi dal prosieguo di questa chiacchierata poiché rivelerò alcuni passaggi-chiave della storia, finale compreso.

‘Uomini che odiano le donne’ è il classico intrigo – parole dello autore stesso – da stanza chiusa a chiave: un’isola, un ponte d’accesso interrotto, una giovane che scompare e un certo numero di sospettati.
Nonostante alcune evidenti facilonerie (vedi sotto), la trama si sviluppa in modo ingegnoso e al contempo facile per il lettore. Mica come quel canchero di Ellroy che ogni volta dovevo andare indietro di tre capitoli, accidenti a lui. L’escamotage narrativo per, diciamo, venire incontro al lettore, è semplice ed efficace: il protagonista, Mikael, deve periodicamente rendicontare a un certo numero di committenti sullo stato dell’indagine. Essendo che i committenti sono un pochetto anziani, Mikael deve scandire bene, parlare lentamente, e a voce alta.
Ma l’aspetto che più di altri contribuisce a rendere accattivante questo romanzo-da-autogrill è la plateale suddivisione in buoni e cattivi, anzi, in buonissimi e cattivissimi, accompagnata da questo senso incombente di ‘arrivano i nostri’ che ti fa voltare pagina ancora prima di aver finito di leggerla; e che si chiude in un finale non lieto ma trionfante: chi era infamato si riscatta, chi era povero diventa ricco, chi era malato guarisce, chi aveva voglia di figa scopa, chi era morto ritorna vivo. Allez allez!

Ma c’è qualcosa non mi torna. Qualche esempio:
- C’è una ragazza (invero molto sveglia) dichiarata incapace di intendere dal fottuto governo svedese. Il suo tutore è un brillante avvocato ricco e perbene, il quale però la costringe a umilianti prestazioni sessuali in cambio di favori. Ebbene, al secondo incontro la ragazza inchioda il brillante avvocato con una banale telecamera piazzata nel suo zainetto. Un po’ disattento, il ragazzo. O forse era semplicemente troppo ingrifato?
- C’è un serial killer talmente astuto che per oltre trentacinque anni ha seviziato e ucciso decine di donne in una stanza insonorizzata all’interno della propria villa, in fondo a una strada abitata. Come adescava le sue vittime? Come si liberava dei cadaveri? Il serial killer è talmente astuto che i vicini non si erano mai accorti di nulla e la polizia non ha mai neanche sospettato che gli omicidi fossero opera, appunto, di un serial killer. Questi viene naturalmente scoperto da Mikael. A questo punto decide di torturare e uccidere Mikael in quella medesima stanza. Beh, che avreste fatto voi? Ma c’è un ma: l’astutissimo serial killer è in realtà un po’ sbadato e stavolta si scorda, pensa, di chiudere la porta della stanza degli orrori, cosicché la ragazzina sveglia di cui sopra arriva proprio al momento giusto e gli spacca una mazza da golf sulla testa. Chissà come, mi sovviene un certo Masellus Wallace e un certo Butch con una mazza da baseball...
- C’è un tostissimo e fetentissimo mafioso internazionale (droga, armi, riciclaggio) che tutti – polizia, governo, giornalisti – vorrebbero inchiodare al muro da anni. Niente da fare. Inafferrabile. Ci riesce naturalmente la ragazzina sveglia. Come? Si intrufola nel PC del fetentissimo e in pochi minuti si copia tutto quello che c’è dentro. A questo punto l’autore usa una tecnica narrativa ben nota che prende il nome di ‘digestivo per stronzate’. Gioca d’anticipo. Ti scrive in qualche modo qualcosa che suona come “Caro lettore, ti avviso: stai per berti una colossale stronzata. Ma non ci crederai: nella storia che ti sto raccontando le cose andarono esattamente così”. Nella fattispecie, pag. 611, il giornalista dice: “Non capisco come [il fetentissimo] possa essere così idiota da radunare tutto il materiale circa i suoi affari sporchi su un hard disk”! Là, questione risolta in due righe due.

Sulla copertina del sequel, intitolato ‘La ragazza che giocava con il fuoco’, sta scritto: “Entrate nel mondo di Stieg Larsson e non vorrete più uscirne!”. Vero. Sono già a metà del secondo volume. Anzi, sapete che faccio? Ora torno di là e leggo un altro po’.

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  29.06.2009 | 12:35
jonathan lethem – testadipazzo
 
 

“Tra l’hard-boiled e il gioco letterario”, recita la quarta di copertina. Valà. Sarebbe qualcosa a metà strada tra il romanzo di genere e l’esercizio di stile, quindi. Ossantocielo, pensai. E ancora una volta mi figuravo uno di quei narratori superegotici, strabordanti sapienza; una scrittura alluvionale alla Wallace, tanto per dirne uno recente. “Ffffff, sarà dura”, pensavo.
E invece no. Niente di tutto ciò. Il gioco letterario si limita a un io narrante tourettico che indugia meticolosamente (e ripetitivamente) nella descrizione dei suoi (appunto) ripetitivi tic. Un’idea originale, non c’è che dire. Ma non venitemi a raccontare la faccenda dell’autore che definisce gli stilemi di un nuovo ‘linguaggio tourettico’. Se così è, spiacente, non c’è riuscito. Una scrittura, tra l’altro, tutt’altro che monolitica. Sono anzi numerose (e apprezzabili) le virate nella commedia, nell’agrodolce, nello humour nero, grigione o grigiochiaro. Il divertente estratto qui sotto è un chiaro esempio.
Tra le pagine di ‘Testadipazzo’, in realtà, si trova esattamente ciò che un lettore senza eccessive pretese desidera trovare: un romanzo senza eccessive pretese. Ben impostato, ben scritto, provvisto di una trama (forse un po’ troppo) semplice e (abbastanza) delineata. Potete anche leggervelo in treno a spizzichi che non vi sarà comunque facile riuscire a perdervi qualcosa. E chiamalo hard-boiled!
Tutto il primo capitolo si legge d’un fiato e lascia intuire grandi cose; oppostamente, il finale è a mio avviso un poco affrettato. Probabilmente paga la foschia narrativa in cui i comprimari galleggiano per l’intero romanzo.
Nel sito dell’editore Marco Tropea il libro non è in catalogo, anzi, non esiste proprio, pertanto chi desiderasse leggerselo dovrà chiederlo al Maffo oppure al sottoscritto prima che glielo restituisca.

Testadipazzo, il protagonista, è lo scagnozzo di un gangster di quartiere da tre soldi. A un certo punto si ficca in un pasticcio che non stenterei a definire alquanto ‘anomalo’.

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Erano in quattro e indossavano identici abiti azzurri con una banda nera lungo la gamba, e identici occhiali scuri. Sembravano una di quelle orchestre che suonano ai matrimoni. Quattro tizi bianchi, tutti più o meno tozzi con le facce tese, foruncolose e anonime. La macchina era di quelle a noleggio. Tozzo era ad aspettare sul sedile posteriore, e quando i due che mi avevano preso mi spinsero dietro accanto a lui, mi mise immediatamente un braccio attorno al collo, in una specie di fraterno nodo scorsoio. I due che mi avevano tirato su dalla strada, Foruncolo e Anonimo, salirono e si schiacciarono al mio fianco, il che portò a quattro il numero dei passeggeri sul sedile posteriore. Stavamo un po’ stretti.
“Va’ davanti” disse Tozzo, quello che mi teneva per il collo.
“Io?” chiesi.
“Chiudi il becco. Larry, scendi. Siamo in troppi. Passa davanti”.
“Okay, okay” rispose quello in fondo alla fila, Anonimo o Larry. Scese e si sistemò sul sedile davanti e il tizio al volante – Facciatesa – mise in moto. Quando ci trovammo in mezzo al traffico della Seconda Avenue, Tozzo mi mollò il collo, ma tenne il braccio drappeggiato attorno alle mie spalle.
“Prendi il Drive” disse.
“Come?”
“Prendi l’East Side Drive”.
“Dove andiamo?”
“Sulla superstrada”.
“Perché non giriamo in circolo?”
“Ho la macchina posteggiata da quelle parti” esclamò. “Potete lasciarmi là”.
“Sta’ zitto. Perché non possiamo girare in circolo?”
“Sta’ zitto anche tu. Deve sembrare che andiamo da qualche parte, stupido. Come vuoi che lo spaventiamo girando in circolo?”
“Ovunque mi portiate, lo sento quello che state dicendo” intervenni. E poi, per tirarli su di morale: “Voi siete in quattro, io in uno”.
“Non ci basta che senti” disse Tozzo. “Vogliamo spaventarti”.
Ma non ero spaventato. Erano le otto e mezzo di mattina, e battagliavamo con il traffico della Seconda Avenue. Non c’erano circoli da fare, ma solo strombazzanti camion delle consegne bloccati dai pedoni. E più guardavo quei tizi, meno ne ero impressionato. Tanto per cominciare, la mano di Tozzo sul mio collo era molle, con la pelle morbida, e la stretta era quasi tenera. E sì che lui era il più aggressivo del gruppo. Non erano calmi, non erano capaci di fare quello che facevano, e non erano duri.
E un’altra cosa: tutti e quattro i loro occhiali da sole portavano ancora i cartellini del prezzo, un ciondolante ovale di un arancione fluorescente con la scritta “$ 6.99”!
(...)

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  10.06.2009 | 18:42
matteo fontana - il gioko
 
 

Un gruppo di liceali alle soglie della maturità si riunisce settimanalmente per condividere il ‘gioco’. Un gioco senza nome e senza un ‘significato’ che consiste nell’eseguire in presenza dei compagni un certo numero di pratiche sessuali estratte a sorte da un database. Una specie di gioco della bottiglia, ma un po’ più interessante, per così dire. Poi, a un certo punto, succede il 'casino'.
Facile cascare nella stigmatizzazione becera e aprioristica, facile cavarsela rifilando la colpa, come sempre, alla stronzissima ‘società’. O, peggio, rovinare nel voyeurismo da romanzetto soft-porno. Ma Matteo non sbaglia. Scrive il romanzo in prima persona, ci racconta il gioco semplicemente per quello che è: una sequenza di gesti meccanici; un modo come un altro per trascorrere il pomeriggio. Un concetto talmente semplice da sconcertare, da risultare inaccettabile da parte di chi del gioco non fa parte. La stronzissima società, per dirne una.
Matteo mescola bene gli ingredienti e delinea una storia convincente e avvincente, forse un po’ affrettata nel finale. Per esempio, avrei analizzato più a fondo il rapporto coi compagni dopo il ‘casino’. Lo slang giovanilistico è efficace e spesso divertente, anche se io avrei calcato un po’ di più la mano.
In due parole: un libro che si legge tutto d’un fiato. Cos’altro chiedere a una storia, dopotutto, se non di lasciarsi raccontare?
Peccato per la pessima copertina che secondo me non invita all’acquisto: l’allusione al gioco è fin troppo facile. Al limite avrei messo i ragazzi di schiena, nudi. E perché decapitare la rossa in alto con quel rigo nero? Poveretta. Scellerata l’introduzione che rivela, tra le righe, tutta la trama, finale compreso.
L’Autore mi ha personalmente autorizzato a pubblicare un estratto del suo romanzo. Ho scelto questo.

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(...)

Scoppio di grida, le ragazze si danno il «cinque». È uscita una delle minchiate sadomaso di recente introduzione. Spero di non essere coinvolto, visto che qui non ci sarà da usare l’uccello può anche darsi che mi richiamino dentro. No, esce Tommaso. Porca puttana. Non poteva esserci coppia peggiore, Maresa e Tommaso, si sono già scazzati prima, adesso la vedo male. Tommaso infatti non è per niente contento.
«Dai, porca troia, devo proprio fare ’sta minchiata? È una rottura di coglioni e basta!».
Le ragazze insorgono. Il succo delle proteste è: avete accettato di mettere le cose sado-maso? Adesso dovete smazzarvele! Hanno ragione. Micol torna dal cesso con la faccia pulita e dà manforte alle sue compagne, anche senza aver capito un cazzo della questione. Del resto, fa sempre cosí Micol. Difenderebbe Hitler pur di partecipare a una discussione. Fabio ha le palle girate, oggi non ne va una liscia. Chiede silenzio.
«Tommy, dai, lo devi fare, sono le regole. Magari la prossima volta glielo metti in culo a ’sta puttana».
E Maresa stizzita:
«Oh, puttana ce lo dici a tua madre, hai capito?».
Fabio la tira per i capelli (dev’essere lo sport del giorno tirare Maresa per i capelli) e le dice di stare zitta se no glielo mette in bocca e la strozza. Maresa non ci sta, lo manda affanculo, Fabio la spinge via. «Cosí noi non ci stiamo piú» è il succo dei pensieri (pensieri?) delle ragazze in questo momento. Qualcuna fa per andarsene, Serena sembra una crocerossina accanto a Maresa.
«Dai, va bene, finitela, lo faccio» chiude Tommaso.
Si spoglia in fretta, si mette in bocca quella cazzo di pallina rosa che hanno comprato, il bavaglio, o morso, non so come cazzo si chiama, e Maresa glielo lega dietro la nuca. Poi lo fa mettere ginocchioni e gli sale sulla schiena, tra le urla divertite delle ragazze. Tommaso deve farle fare un giro per tutta la taverna.
Comincia. Lei lo tratta da cavalluccio, ha ritrovato il buonumore. Tutto il gruppo lo segue nel giro, per sfotterlo e deriderlo. Fabio batte le mani con un sorriso poco convinto. Mi guarda come per dire: «Possibile divertirsi cosí?». A me per la verità la cosa in sé non dispiace, in fondo, se la prendi dal lato giusto, fa ridere. Certo piú che sborrare in faccia a Micol. Il problema è che Tommaso è uno che le cose non le prende mai per il verso giusto. E Micol è una stronza che non sa mai quando tenere la bocca chiusa, stavolta letteralmente. Che bella pensata ha la nostra Micol? A metà del tragitto, dopo averlo deriso, dopo avergli dato del «frocione» e altre cose simili, a Tommaso gli piazza un bello sputo in piena faccia. E quello non ci ha visto piú. Muggendo come un toro a Pamplona, si alza di scatto facendo fare a Maresa un capitombolo mica da ridere e si scaglia su Micol, sempre col morso in bocca.
«Mmmh!» le grida contro, pensando di dire chissà quale parola. La prende con una mano al collo e la sbatte contro la parete, tenendola sollevata da terra di parecchi centimetri. Le piazza due ceffoni da paura, e se Misha e Fabio non lo fermavano faceva anche di peggio. Tommaso è alto uno e novanta e gioca a pallanuoto.
Micol si mette a piangere con la faccia tutta rossa per gli schiaffi, a Maresa fa male il culo per la caduta secca sul pavimento, Serena si mette a piangere per simpatia, come un diapason, Nicoletta
grida: «Ma andate affanculo tutti!» e se ne va. Sabrina è mezza sconvolta in un angolo, col terrore che un ceffone nel parapiglia arrivi anche a lei. Io non ho mosso un dito. Che mi frega? Pestatevi pure.
Fabio e Misha spingono Tommaso contro il tavolo delle bevande, rovesciano un sacco di roba e spargono i pop corn su tutto il pavimento. Alla fine lo calmano, gli levano il bavaglio, e lui: «Avete visto quella stronza! In faccia mi ha sputato! Diocaro io ti faccio fuori, scrofa di merda! Hai capito?».
C’è voluto un quarto d’ora perché Fabio riportasse la calma.

(...)

Autore: ufj | Commenti 1 | Scrivi un commento

  07.05.2009 | 17:20
jean-claude izzo - solea
 
 

Recentemente ho conosciuto non una ma ben due persone, tra l’altro di sesso opposto, entrambe convinte che ‘Solea’ sia il più bel romanzo che abbiano mai letto.
La cosa mi ha incuriosito.
“Izzo è un bravissimo scrittore”, ha aggiunto Sara, “ma non devi essere troppo depresso quando lo leggi, mi spiego?”
Mi sono pure ricordato di una tizia che ci aveva scritto su un racconto. Una certa Monique Pistolato, se non ricordo male.
Sembrava davvero che tutto il mondo avesse letto questo straordinario romanzo, al di fuori del sottoscritto.
Potete immaginare la sorpresa di scoprire che ‘Solea’ faceva parte della catasta di libri che mi aveva prestato il Maffo.
Lo cominciai subito.
E subito capii.
‘Solea’ è un gialletto semplice e ingenuotto, la cui trama è tenuta insieme quasi esclusivamente dalla benevolenza del lettore. Un esempio tra i tanti. Una giornalista ha fatto una scoperta sconvolgente e ora è braccata dalla cupola della mafia mondiale. Si è rifugiata a casa di un amico, in un posto sicuro, sui monti, tra le capre. Il protagonista del romanzo, un suo ex-amante anch’egli tenuto d’occhio dalla mafia e dalla polizia, a un certo punto decide di contattarla. Ebbene: si procura il numero di telefono in due – dico esattamente due – righe di romanzo.
‘Solea’, nelle intenzioni dell’autore, è anche una sorta di manifesto ideologico, irto com’è di ramanzine. Tirate sulla cattiveria dell’uomo, sulla malvagità dei mafiosi e sulla fascisteria del Fronte Nazionale che hanno lo spessore narrativo di paternali per bambini disubbidienti e la pertinenza di uno stronzo dentro a un minestrone.
Ma la scrittura di Izzo riesce in qualche modo a essere viscerale, a emozionare. Sara si sbagliava. Al contrario: bisogna essere un tantinello depressi per apprezzare al meglio il romanzo in questione. Ma compresi comunque: ‘Solea’, voleva dirmi, è un eccellente esaltatore di sapidità emotiva.
C’è la figura di questo lupacchiotto solitario mezzo alcolizzato, ma dal cuore grande così, costretto a portare dentro il dolore di una ferita che mai si rimarginerà, questo anti-anti-eroe capace di buttare per aria una vita intera (di fallimenti?) soltanto per inseguire il palpito di un singolo istante; ecco, spetta proprio a lui il (relativamente) facile compito di traghettare dalla sua parte del fiume l’animo sbatacchiato di qualunque lettore si sia sentito, una volta nella vita oppure spesso, artefice o prigioniero di una analoga situazione.
Vita e morte, pesi opposti di una medesima leva, insomma, e il destino a fare da fulcro. Niente di esageratamente originale, dopotutto. E poi, parliamoci chiaro. A chi in realtà non è mai capitato? Chi di noi non ha mai afferrato i lembi della tovaglia coi pugni così stretti da fare bianche le nocche, strizzato i denti e il buco del culo e desiderato con tutto se stesso di dare quello stramaledetto strattone e fare volare tutto per aria? Chi?
E allora, a mio modo di vedere, Fabio Montale, il protagonista di ‘Solea’, non è che un altro mezzo fighetto ruffiano e qualunquisticamente sinistrorso, capace di apprezzare le cose piccole della vita e al contempo di magnificare l’eccellenza del Lagavulin per via di “quel leggero aroma di torba”. Uno di quei personaggi da aperitivo simpatici, che raccontano sempre le stesse storie strambe, che saluti volentieri, con i quali scambi anche quattro chiacchiere mentre sei lì al bancone del Dulcamara. Mentre aspetti che ti arrivi la birra che hai ordinato; mentre attendi l’arrivo della tua fidanzata per dirle che l’ami; mentre soppesi i pro e i contro di una decisione importante che devi prendere. Negli iati tra un momento di vita vera e il successivo.
Ma, d’altronde, un romanzo non è niente di più, niente di meno di questo.

Chi mi conosce sa che passaggi come questo qui sotto non m’impressionano più di tanto. E chi conosce il Lagavulin sa che il Lagavulin, al limite, è torba con un leggero aroma di whisky.

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Non avevo sputato sulle stelle. Non avevo potuto.
Al largo delle isole Riou avevo spento il motore e lasciato vagare la barca. Più o meno nel posto dove mio padre, tenendomi sotto le ascelle, mi aveva per la prima volta immerso nel mare. Avevo otto anni. L’età di Enzo.”Non avere paura”, diceva. “Non avere paura”. Non avevo avuto altri battesimi. E quando la vita mi faceva male era sempre in questo luogo che tornavo. Come per tentare, lì, tra il mare e il cielo, di riconciliarmi con il resto del mondo.
C’ero venuto anche dopo la partenza di Lole. Fino a qui. per un’intera notte.
Un’intera notte trascorsa a elencare tutto ciò che mi rimproveravo. Perché dovevo dirlo. Almeno una volta. Anche al nulla. Era il 16 dicembre. Il freddo mi congelava le ossa. Malgrado il Lagavulin che mandavo giù piangendo. Tornando, all’alba, avevo avuto la sensazione di tornare dal paese dei morti.
Solo. E nel silenzio. Ero avvolto da ghirlande di stelle. Dalla volta che disegnavano nel cielo nero. E dal riflesso sul mare. Unico movimento, quello della mia barca che galleggiava sull’acqua.
Restai così senza muovermi, Con gli occhi chiusi. Fino a quando, finalmente, sentii sciogliersi quel groppo di disgusto e tristezza che mi opprimeva. Qui, l’aria fresca restituiva al mio respiro il suo ritmo umano. Libero dalla sua lunga angoscia di vivere e di morire.

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  14.04.2009 | 16:53
raymond carver - cattedrale
 
 

‘Cattedrale’, la terza antologia di racconti di Carver esce nel 1983, due anni dopo ‘Di cosa parliamo quando parliamo d’amore’. Io l’ho letta soltanto 15 giorni dopo.
Quella prosa così ispida, qui si addolcisce e lascia il posto a un narrare più tondo, addomesticato forse, magari a tratti meno efficace (mi posso permettere un'eresia di tale entità?). Un esempio: ‘Una cosa piccola ma buona’, inclusa in ‘Cattedrale’, è la riscrittura de ‘Il bagno’ in ‘Di cosa parliamo…’. Carver scrive due volte lo stesso passaggio: una madre è in ospedale ad accudire il figlio ricoverato in fin di vita. Attraverso la finestra vede un’altra donna uscire dall’ospedale e per un istante si immagina di essere lei. La prima stesura è semplicemente da brivido, l’altra, a mio avviso, indugia troppo sull’immedesimazione lettore-madre. Elemento soltanto appena suggerito – magistralmente – nella prima versione. Riporto entrambi i brani qui sotto.
Per contro, le storie in ‘Cattedrale’ diventano ancora più scarne, essenziali, in un certo senso ancora più epiche. C’è un tizio che vegeta da settimane sul divano, affranto per il fatto di aver perso il posto di lavoro. C’è una moglie che torna a casa e si accorge che il frigo è rotto. Il marito va di là e guarda il frigo. Alla fine conclude che non è in grado di ripararlo. Ecco, tutto qui. Ebbene: in quella decina di pagine, credetemi, non c’è l’ennecentesimo banale episodio di vita coniugale. Ci sono due vite intere. Ce li avete lì davanti, quei due, fino alla vecchiaia. Basta vedere i loro sguardi per sapere che di lì a poco si lasceranno e lui berrà sempre di più mentre lei cambierà città e…

Quando leggo le storie di Carver sento il cervello che sfrigola. Mi viene voglia di scrivere qualcosa subito. Ma nello stesso tempo sento lo sconforto dato dalla certezza di quanto egli sia inarrivabile. L’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta è semplicemente una delle cose più sconvolgenti che ho letto nella mai (ormai non più tanto) breve carriera di indolente lettore.

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da ‘Il bagno’

(…)
Rimasero lì in attesa tutto il giorno. Il bambino non si svegliò. Il dottore era tornato e aveva visitato di nuovo il bambino, poi se n’era andato dicendo le stesse cose. Ogni tanto arrivavano delle infermiere, altri medici. Poi un tecnico che prelevò del sangue dal bambino.
“Non capisco”, la madre disse al tecnico.
“L’ha ordinato il dottore”, rispose il tecnico.
La madre si avvicinò alla finestra e guardò giù nel parcheggio. C’erano macchine che entravano e uscivano dal parcheggio con i fari accesi. Rimase alla finestra con le mani che stringevano il davanzale. Tra sé e sé disse: ormai siamo dentro a qualcosa, qualcosa di estremamente difficile.
Aveva paura.
Vide una macchina fermarsi e una donna con un lungo cappello vi salì. Finse di essere quella donna. Finse di allontanarsi da lì in macchina e andare altrove.
(…)


da ‘Una cosa piccola ma buona’

(…)
Rimasero lì in attesa tutto il giorno, ma il bambino ancora non si svegliava. Ogni tanto, uno di loro usciva dalla stanza e scendeva giù al bar a prendere un caffè ma poi, come se all’improvviso si ricordasse e si sentisse in colpa, si alzava subito e tornava di corsa di sopra. Il dottor Francis era tornato nel pomeriggio e aveva visitato di nuovo il bambino, poi se ne era andato dicendogli che andava tutto bene e che si sarebbe potuto svegliare da un momento all’altro. Ogni tanto arrivavano delle infermiere, diverse da quelle del giorno prima. Poi una ragazza dal laboratorio analisi bussò alla porta ed entrò nella stanza. Indossava pantaloni e camicetta bianca e portava un vassoietto pieno di cose che appoggiò sul comodino accanto al letto. Senza dire loro una parola, prelevò del sangue dal bambino. Howard chiuse gli occhi quando la ragazza, dopo aver trovato il punto giusto nel braccio di Scotty, vi infilò l’ago.
“Non capisco perché”, Ann disse alla ragazza.
“L’ha ordinato il dottore”, rispose la ragazza. “Io faccio quello che mi dicono di fare. Mi dicono fai un prelievo a quello e io lo faccio. Che gli è successo?”, disse. “E’ tanto carino”.
“E’ stato investito da una macchina”, rispose Howard. “Un pirata della strada, che poi è scappato”.
La ragazza scosse la testa e guardò di nuovo il bambino. Poi raccolse il suo vassoio e se ne andò.
“Ma perché non si sveglia?”, disse Ann. “Howard? Voglio che questi mi diano una risposta”.
Howard non disse niente. Si sedette di nuovo e accavallò le gambe. Si passò una mano sulla faccia. Guardò suo figlio, si sistemò sulla sedia, chiuse gli occhi e si addormentò.
Ann si avvicinò alla finestra e guardò giù nel parcheggio. Era già buio e le macchine entravano e uscivano dal parcheggio coi fari accesi. Rimase alla finestra con le mani che stringevano il davanzale e sentì in cuor suo che ormai erano dentro a qualcosa, qualcosa di estremamente difficile. Aveva paura e cominciò a battere i denti, cosicché fu costretta a serrare le mascelle. Vide una grossa macchina che si fermava davanti all’ospedale e una persona, una donna col cappotto lungo, che vi saliva. Desiderò di essere quella donna e che qualcuno, chiunque fosse, la portasse via da lì, da qualche parte, un posto dove avrebbe trovato Scotty ad aspettare che lei scendesse dalla macchina, pronto a chiamarla ‘mamma’ e a farsi stringere tra le sue braccia.

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  23.03.2009 | 20:56
autori vari – schegge di mondi incantati
 
 

Un annetto addietro decisi di partecipare alla XIV edizione del trofeo RiLL (Riflessi di Luce Lunare - www.rill.it) con un racconto intitolato ‘Soltanto parole’. Il racconto, che io continuo a considerare gradevolmente originale, era già stato scartato a suo tempo dagli amici de ‘La luna di traverso’ e proprio in questi giorni l’ho riproposto a un terzo concorso. Dovesse restare fuori pure stavolta mi dovrò rassegnare al fatto che, verosimilmente, ‘Soltanto parole’ fa soltanto cagare.
Il Trofeo RiLL è uno dei più autorevoli premi letterari di letteratura fantastica. Molti dei giurati sono scrittori professionisti di un certo rilievo al punto che io stesso – poco avvezzo al fantastico, eccezion fatta per la SF, e lettore di certo non accanito – io stesso ne avevo letti un paio. Faccio anche i nomi: Evangelisti e Mongai.
La redazione prometteva a tutti i partecipanti una copia omaggio dell’antologia dell’edizione precedente del concorso (la XIII). L’ho ricevuta con grande piacere e l’ho letta con altrettanta curiosità. Mi intriga leggere il lavoro di chi è stato, alla fine dei conti, più bravo di me. E’ una buona opportunità di confronto, no?
L’antologia, edita da Nexus games s’intitola ‘Schegge di mondi incantati – Racconti fantastici dal Trofeo RiLL e dintorni’.
Dintorni?
Dintorni di cosa?
Scopro così che la redazione concede, su 160 complessive, soltanto 33 pagine ai racconti selezionati del premio. I primi quattro classificati. La maggior parte dell’antologia consiste in racconti scritti dai giurati stessi. Rileggendo il regolamento mi accorgo che in effetti non è specificato da nessuna parte che cosa conterrà l’antologia del concorso.
Beninteso: non mi permetto di criticare la professionalità di una giuria che ha senz’altro premiato ottimi racconti, né il lavoro operato della redazione sia in termini di prodotto che di promozione. Ci mancherebbe. Solo mi domando: perché inserire racconti di scrittori già affermati che hanno pubblicato con Mursia, Delos, Longanesi, Mondadori e non dare più spazio agli esordienti – quasi duecento i partecipanti alla XIII edizione – ciò che dovrebbe essere il senso primigenio di un premio letterario?
Sa di occasione sprecata.

Aggiungo che, secondo la mia umilissima e discutibilissima opinione, i racconti più interessanti erano proprio i selezionati del Trofeo RiLL. Tra questi, il secondo classificato s’intitola ‘I miracoli di Porta Metronia’ e narra la storia di un poster di Totti che inizia miracolosamente a sudare. Il linguaggio, scanzonato e ‘popolare’, è efficacissimo nel dirimere la storia verso un finale comicamente irresistibile. Un estratto.

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(…)
Intanto i miracoli continuavano. Doni, portiere della Roma, aveva segnato tre volte, di cui una respingendo un tiro dalla sua tre quarti. Nel calcio era cresciuto un alone di misticismo e mistero. Un commentatore televisivo dotato di un’improbabile chioma rosso arancio, che si esprimeva notoriamente in un italiano approssimativo per sintassi, dizione e fonetica, durante un collegamento con l’Olimpico, dopo l’ennesima incredibile vittoria della Roma, aveva detto: “Qualora si pongano le premesse perché la squadra possa eccellere ulteriorimente”, sfoggiando un impressionante accento fiorentino, e da allora gli erano venuti i capelli bianchi e non aveva più sbagliato un congiuntivo. Un noto e raffinato commentatore sportivo, tifoso juventino, era fuggito in Brasile con una giovane promessa del Torino. Molti arbitri avevano confessato corruzioni e malversazioni e si erano ritirati in modesti eremi in remote zone della Valsugana.
Un giorno di aprile, finalmente, Francesco Totti e sua moglie Ilary erano stati in visita al poster miracoloso, seguiti da un codazzo di giornalisti. All’uscita pare che il Pupone, così chiamato affettuosamente dai tifosi giallorossi, avesse detto alla consorte:
“Amo’, ma davvero puzzo cosi?”
Lei aveva sorriso.
(…)

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  09.03.2009 | 20:54
raymond carver – di cosa parliamo...
 
 

Raymond Carver – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

Terminata la lettura del primo racconto di Carver rimasi sbalordito. Nella testa, deambulavano un certo numero di interrogativi, un paio dei quali di una certa entità. Per esempio non riuscivo a capire bene che cosa avessi appena letto. Ma soprattutto non capivo la ragione per cui mi fosse piaciuto così tanto.
Lo rilessi.
Capii che quel racconto non era per niente un racconto.
Quel racconto era come prendere un foglio, ritagliare un rettangolino, guardarci attraverso e vedere esattamente ciò che ci si aspettava di vedere, ma con gli occhi di un altro. In un modo talmente intenso, vivido, da stordire.
Non ha importanza che sia grande città o provincia rurale Americana, upper-class oppure operai mezzi scemi, tragedie familiari o piccoli incontri casuali. In altre parole, non ha alcuna importanza che cosa c’era disegnato sul foglio. E’ il rettangolino che conta.
Il fatto è che Carver, semplicemente, non narra. Trasmette.
Divorai gli altri sedici brevi racconti dell’antologia in una sera. Già. Nella stessa sera ero diventato diciassette persone differenti. Diciotto compreso me. Ero talmente sovraccarico che i capelli mi stavano diritti sulla testa. Dormii male.
Il mattino successivo non dovevo andare in ufficio per via del piede che mi ero rotto giorni addietro. Rimasi sotto le coperte a crogiolarmi quasi tutta la mattina. Provavo una indefinita sensazione di paura e sembrava che starmene lì sotto servisse a rinfrancarmi.
Poi andai a pranzo e tutto svanì.
Sinceramente, non so proprio dire in che misura tutto ciò sia collegato alla lettura di Carver.

Qui sotto riporto integralmente uno dei racconti più corti, invero uno dei più intensi. S’intitola ‘Mirino’.

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Un tizio senza mani si è presentato alla porta per vendermi una foto della mia casa. Se non era per gli uncini cromati, sembrava un uomo sulla cinquantina come ce ne sono tanti.
“Come ha fatto a perdere le mani?”, gli ho chiesto dopo che mi ha detto che cosa voleva.
“Quella è un’altra storia”, ha detto lui. “La vuole questa foto o no?”
“Si accomodi”, ho detto io. “Ho appena fatto il caffè”.
Avevo appena preparato anche della gelatina di frutta. Ma quello non gliel’ho detto.
“Magari se posso usare il bagno”, ha detto il tizio senza mani.
Volevo vedere come avrebbe fatto a reggere la tazzina.
Avevo già capito come faceva a reggere la macchina fotografica. Era una vecchia Polaroid, grossa e nera. L’aveva assicurata a cinghie di cuoio che gli giravano attorno alle spalle per incrociarsi sulla schiena e così gliela tenevano ferma sul petto. Si piazzava sul marciapiedi davanti alla casa, l’inquadrava nel mirino, premeva il pulsante con un uncino e la foto saltava fuori dalla macchina.
E’ che l’avevo osservato dalla finestra, capite?

Dove ha detto che sta il bagno?”
“Laggiù, alla sua destra”.
Curvandosi e stringendo le spalle, si liberò delle cinghie. Appoggiò la macchina sul divano e si rassettò la giacca”.
“Mentre sono di là, può dare un’occhiata a questa”.
Ho preso la foto che mi porgeva.
C’era un rettangolino di prato, il vialetto, il garage, i gradini d’ingresso, la finestra panoramica e quella più piccola, della cucina, da dove lo stavo osservando.
Che cosa ci dovevo fare con una foto della tragedia?
L’ho esaminata un po’ più da vicino e ho visto una testa, la mia testa, che s’intravedeva all’interno della finestra della cucina.
Mi ha fatto riflettere, vedermi lì così. Ve lo dico io, è una cosa che fa riflettere.
Ho sentito l’acqua scrosciare. Lui è arrivato dal corridoio, rassettandosi con un sorriso, con un uncino si reggeva la cintola e con l’altro si sistemava la camicia.
“Be’, che ne pensa?”, ha detto. “Va bene? Personalmente credo sia venuta bene. So quello che faccio, no? Bisogna ammetterlo, ci vuole un professionista”.
Si è sistemato la patta dei pantaloni.
“Ecco il caffè”, gli ho detto.
E lui: “Lei è solo, vero?”
Si è guardato intorno nel soggiorno, poi ha scosso la testa.
“L’è dura, l’è dura”, ha detto.
Si è seduto accanto alla macchina fotografica, si è appoggiato allo schienale con un sospiro e mi ha sorriso come se sapesse qualcosa che non mi avrebbe rivelato.
“Prenda il caffè”, gli ho detto.

Stavo cercando di pensare a qualcosa da dire.
“Sono venuti tre ragazzini che volevano dipingere il mio indirizzo sul marciapiedi. Volevano un dollaro. Non è che ne sa qualcosa?”
L’avevo buttata lì a casaccio. Ma l’ho osservato bene lo stesso.
Lui si è chinato in avanti serio, con la tazza in equilibrio tra gli uncini. L’ha posata sul tavolinetto.
“Io lavoro da solo”, ha detto. “L’ho sempre fatto, sempre lo farò. Che vorrebbe dire?”, ha chiesto.
“Cercavo solo di fare un collegamento”, ho risposto.
Avevo un gran mal di testa. Lo so che il caffè non aiuta, ma certe volte la gelatina funziona. Ho ripreso in mano la foto.
“Stavo in cucina”, ho detto. “Di solito sto sul retro”.
“Succede sempre così”, ha detto lui. “E così hanno preso e l’hanno piantata, vero? Per esempio, prenda me. Lavoro da solo. Allora, che ha deciso? La vuole questa foto?”
“La compro”, ho detto.
Mi sono alzato e ho raccolto le tazzine.
“Certo che la compra”, ha detto. “Quanto a me, ho una stanza in città. Niente di speciale, prendo l’autobus verso la periferia e dopo aver fatto il giro dei quartieri, vado in un’altra città. Capisce che cosa voglio dire? Anch’io avevo dei figli una volta. Proprio come lei”, ha detto.
Sono rimasto lì con le tazze in mano a osservarlo mentre cercava di rilazarsi dal divano.
Ha detto: “Sono loro che mi hanno rdotto così”.
Ho guardato bene quegli uncini.
“Grazie per il caffè e per l’uso del bagno. La capisco, sa?”
Ha mosso gli uncini su e giù
“Me lo dimostri”, ho detto. “Mi dimostri quanto. Faccia altre foto a me e alla casa”.
“Non funzionerà”, ha detto il tizio. “Non torneranno mica”.
Comunque l’ho aiutato a rimettersi le cinghie.
“Le posso fare un prezzo speciale”, ha detto lui. “Tre scatti per un dollaro”. Poi ha aggiunto: “Se le faccio di meno, ci rimetto”.

Siamo usciti. Lui ha regolato l’otturatore. Mi ha detto dove piazzarmi e ci siamo messi al lavoro.
Abbiamo fatto il giro della casa. Sistematicamente. A volte guardavo da un’altra parte. Altre, fissavo l’obiettivo.
“Bene”, diceva. “Così va bene”, diceva, finché non abbiamo fatto tutto il giro della casa e siamo tornati sul davanti. “Sono venti, adesso. Basta così”.
“No”, ho detto io. “Anche sul tetto”, ho aggiunto.
“Gesù!”, ha esclamato. Poi ha dato un’occhiata su e giù per la strada. “Come no?” ha detto. “Adesso sì che fa sul serio”.
Gli ho detto: “Tutto quanto, baracca e burattini. Se la sono squagliata alla grande”.
“Guardi un po’ qui!”, ha detto il tizio e di nuovo mi ha mostrato gli uncini.

Sono rientrato a prendere una sedia. L’ho sistemata vicino al garage. Ma non era abbastanza alta. Allora ho preso una cassetta e ho messo la cassetta sulla sedia.
Si stava bene lì, sul tetto.
Mi sono messo in piedi e mi sono dato un’occhiata intorno. L’ho salutato con una mano e il tizio senza mani mi ha risalutato con gli uncini.
E’ stato allora che li ho visti, i sassi. C’era una specie di nido di sassi sulla grata che copre il buco del comignolo. Sapete come sono i ragazzini. Li tirano lassù, sperando di farne cadere qualcuno giù per il camino.
“Pronti?”, gli ho gridato, poi ho raccolto un sasso e ho aspettato che mi inquadrasse nel mirino.
“Va bene!”, ha risposto.
Ho tirato indietro il braccio e ho gridato: “Ora!”. Ho tirato quel figlio di puttana il più lontano possibile.
“Non lo so mica”, l'ho sentito gridare. “Di solito non faccio foto d’azione”.
“Ancora!”, ho urlato, e ho raccolto un altro sasso.

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  23.02.2009 | 18:07
david foster wallace - infinite jest
 
 

la recensione sarebbe stata destinata a questo blog, ma i ragazzi di maidireblog desiderano pubblicare soltanto materiale inedito. e sia. li accontento volentieri: mi torna comodo. questo post era davvero troppo polposo. la recensione, a chi dovesse interessare, si trova qui.

l’episodio dell’agonia di povero tony è sfortunatamente troppo lungo per essere riportato integralmente. è un vero peccato, potete credermi.

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La malattia di Povero Tony peggiorava con l’Astinenza. I sintomi stessi sviluppavano sintomi, noduli e avvallamenti che palpava con delicata attenzione nel cassonetto, con addosso le bretelle e l’orribile berretto di tweed, stringendo a sé una borsa della spesa con dentro la parrucca, la giacca e tutte le cose belle che non poteva né mettersi né dare in pegno. Il cassonetto vuoto della Empire co. nel quale si nascondeva era nuovo, verde mela fuori e nudo ferro increspato dentro, e restava nuovo e inutilizzato perché la gente si rifiutava di avvicinarsi abbastanza da adoperarlo. Povero Tony ci mise un po’ per capire il perché; per un breve tempo aveva pensato a un caso, al pallido sorriso della fortuna. Furono gli spazzini di un camion-chiatta della E.W.D. a chiarirgli la cosa con un linguaggio che lasciava molto a desiderare in quanto a tatto, a suo modo di vedere. Quando pioveva, dal coperchio di ferro verde filtrava l’acqua e su un lato del cassonetto c’era una colonia di formiche, e Povero Tony temeva e detestava particolarmente le formiche sin dai tempi di un’infanzia nevrastenica; e alla luce del sole quel rifugio diventava un ambiente di vita infernale, dal quale anche le formiche sembravano allontanarsi.
A ogni passo nel corridoio nero della vera Astinenza, Povero Tony Krause si impuntava e semplicemente rifiutava di credere che le cose potessero andare peggio. Poi smise di capire in anticipo quando era il momento di andare alla toilette, diciamo così. L’orrore dell’incontinenza non può essere descritto in modo appropriato. Fluidi di varia consistenza cominciano a scorrere da diversi orifizi. Poi, naturalmente, restavano là, i fluidi, sul fondo di ferro del cassonetto. Là stavano, non se ne andavano. Lui non poteva pulire e non poteva farsi di eroina. Il completo insieme delle sue relazioni interpersonali consisteva di persone a cui non importava niente di lui e di persone che volevano il suo male. Nell’anno del Whopper il suo defunto padre ostetrico si era stracciato i vestiti in segno di simbolico ‘shiva’ nella cucina di casa Krause, 412 Mount Auburn street, nell’orribile centro di Watertown. Fu l’incontinenza più la prospettiva degli assegni mensili dell’Assistenza Sociale a stanare Povero Tony e costringerlo a una folle corsa traballante per trasferirsi nel bagno maschile dell’oscura Biblioteca della Armenian Foundation a Watertown, di cui provò a rendere più confortevole uno degli scanni con fotografie di riviste patinate, qualche amato soprammobile e carta igienica disposta tutto intorno al sedile del gabinetto; poi tirò ripetutamente lo sciacquone e fece il possibile per contrastare la vera Crisi d’Astinenza a forza di bottiglie intere di Codinex Plus. Una minuscola percentuale di codeina viene metabolizzata in sana vecchia morfina C17, e concede un agonizzante accenno di quel che può essere un vero Sollievo dalla Scimmia. In altre parole, lo sciroppo per la tosse non fece altro che allungare il processo, estendere il corridoio – lo sciroppo rallentò il tempo.
Povero Tony Krause restava giorno e notte nel suo scanno domestico, seduto sul water rivestito di isolante, alternativamente emettendo fiotti e tirando lo sciacquone. Alle 1900h sollevava i tacchi a spillo quando il personale della biblioteca guardava sotto la porta degli scanni e spegneva le luci lasciando Povero Tony in un’oscurità dentro l’oscurità che era così assoluta da non riuscire più a sapere dov’erano le sue stesse membra, se c’erano ancora. Lasciava lo scanno forse ogni due giorni e, riparandosi nelle ombre, zampettava come un pazzo fin da Brooks con indosso una specie di patetico mantello o scialle fatto di fazzoletti di carta marrone presi dal bagno degli uomini.
Con il progredire dell’Astinenza, il tempo cominciò ad assumere per lui degli aspetti nuovi. Il tempo cominciò a passare come se avesse dei bordi affilati. Quello che passava nello scanno buio o semibuio sembrava trasportato da una processione di formiche, una luccicante colonna marziale di quelle rosse formiche militariste del sud degli U.S.A. che costruiscono cumuli altissimi, pullulanti e disgustosi; e ogni schifosa formica luccicante voleva una minuscola porzione della carne di Povero Tony in ricompensa per aver fatto avanzare lentamente il tempo lungo il corridoio della vera Astinenza. Alla seconda settimana nello scanno, il tempo stesso sembrava essersi trasformato nel corridoio, buio davanti e buio dietro. Qualche giorno ancora e il tempo cessò di passare, o di essere trasportato, o persino di essere qualcosa connesso a qualsiasi movimento, e assunse una forma superiore e distinta, quella di un enorme uccello senza ali, con le piume flosce e gli occhi arancioni, incontinente, appollaiato in cima allo scanno, che sembrava osservare Povero Tony Krause senza alcun interesse per lui come persona, né sembrava augurargli del bene. Anzi. Dalla sua postazione in cima allo scanno gli diceva sempre le stesse cose, incessantemente. Cose irripetibili. Neppure nella misera esperienza di vita di Povero Tony poteva esserci qualcosa capace di prepararlo all’idea che il tempo avesse una forma e un odore, e stesse accucciato davanti a lui; e i sintomi fisici sempre più gravi erano come una giornata passata a fare shopping da Bonwit, a confronto con il tempo che gli diceva che quei sintomi non erano che pallidi accenni, dei segnali stradali che indicavano un insieme più vasto e infinitamente più terribile di fenomeni connessi all’Astinenza che erano sopra la sua testa appesi a una cordicella che si sfilacciava inesorabilmente col passare del tempo. Che non si fermava né finiva; cambiava solo forma e odore. Entrava e usciva da lui come il più terribile dei detenuti che lo avevano assalito nelle docce. Una volta Povero Tony aveva avuto l’hubris di pensare di avere già avuto sul serio il tremito, in passato. E invece non aveva mai davvero tremato fino a quando le cadenze del tempo – taglienti e fredde e stranamente odorose di deodorante – non avevano cominciato a entrargli nel corpo da diversi orifizi – fredde come solo il freddo umido sa essere – la frase di cui pensava di conoscere il significato era ‘il freddo fin dentro le ossa’ – colonne di freddo rivestite di schegge gli entravano in corpo e gli riempivano le ossa di polvere di vetro e sentiva le sue giunture scricchiolare come vetro frantumato ogni volta che si muoveva dalla sua posizione rannicchiata, il tempo era nell’ambiente e nell’aria ed entrava e usciva da lui quando voleva, gelido; e il dolore del fiato contro i denti. Il tempo lo assaliva nel nero corvino delle notti della biblioteca, con una cresta arancione alla moicana, un bustino di paillettes senza spalline, volgari scarpe Amalfo e nient’altro. Il tempo lo spalmava e gli entrava dentro con brutalità e faceva quello che voleva e lo lasciava nella forma di un infinito fiotto di merda liquida che nessuno sciacquone riusciva a mandar via. Passò un sacco di tempo morboso a cercare di capire da dove venisse tutta quella merda se non beveva che Codinex Plus. Poi a un certo punto capì: il tempo era diventato la merda stessa; Povero Tony si era trasformato in una clessidra; ora il tempo passava attraverso di lui; Povero Tony aveva cessato di esistere se non nel suo flusso dai bordi taglienti. Ora pesava 45 kg circa. Aveva le gambe delle dimensioni delle sue braccia di prima dell’Astinenza. Era perseguitato dalla parola ‘Zuckung’, un termine straniero e forse Yiddish che non ricordava di avere mai sentito prima. Quella parola continuava a ritornargli in testa con una cadenza da passo di marcia, e non significava nulla. Ingenuamente aveva creduto che quando si impazziva non ci si accorgesse di impazzire; ingenuamente si era immaginato che i pazzi ridessero sempre. Continuava a rivedere suo padre senza figli maschi – mentre gli smontava le ruotine della bicicletta, controllava il beeper, si metteva camice verde e maschera, versava tè freddo in un bicchiere zigrinato, si strappava la camicia sportiva dal dolore di avere lui come figlio, mentre gli afferrava la spalla, crollava in ginocchio. Lo vedeva da lontano attraverso vetri fumé, mentre veniva calato sottoterra nel cimitero di Mount Auburn, e nevicava. “Raggelato fino alle Zuckung”. Poi, quando finirono anche i fondi per lo sciroppo alla codeina, Povero Tony rimase seduto sul gabinetto dello scanno sul retro nei bagni della biblioteca della A.F. circondato dai suoi vestiti che prima lo avevano tanto confortato e dalle fotografie prese dalle riviste di moda che aveva attaccato al muro con del nastro adesivo cinquinato al banco Informazioni quando entrava; rimase lì seduto per un’altra notte e un altro giorno intero, perché sapeva di non poter arginare il flusso della diarrea abbastanza a lungo per riuscire a raggiungere un altro posto – se ci fosse stato un altro posto dove andare – nel suo unico paio di pantaloni maschili. Durante le ore di apertura a luce accesa, il bagno degli uomini era pieno di vecchi che portavano tutti gli stessi identici mocassini e parlavano Slavo e mitragliavano flatulenze che puzzavano di cavolo.
(...)

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  10.02.2009 | 12:33
clara gallini - intervista a maria
 
 

“Leggere queste pagine senza essere accompagnati dal suono della voce di Maria è una grossa privazione. Dobbiamo immaginarcela seduta vicino al camino, su una di quelle seggioline basse che consentono di stare quasi accoccolati al suolo, in una piccola cucina lei cui finestre aprono sui tetti del rione e le montagne più distanti”.
Maria è nata il sei settembre del 1910 a Tonara, piccolo borgo dell’entroterra sardo dove ha trascorso l’intera sua vita, eccezion fatta per qualche occasionale viaggio ‘in città’. Maria non ha terminato la terza elementare; alla madre dice: “Stai tranquilla, stai contenta. Se tu mi avessi studiato forse può darsi che ti avrei abbandonata e sarebbe stato un male maggiore”.
Un’intervista nella quale Maria si racconta con franchezza ma discretamente, sempre attenta a ricordare il bene ricevuto dai genitori, dai nonni, dagli amici più cari. Sfoggiando un’indipendenza di pensiero invero straordinaria, ci racconta le mutazioni del ruolo della donna all’interno della società patriarcale rurale sarda nel periodo che va dalla sua prima infanzia fino a oggi (il 1979, anno in cui l’intervista ha avuto luogo).
L’autrice dell’intervista, insegnante di etnologia ed esperta di cultura sarda, apre la lunga (e sovente ridondante) postfazione con le vibranti parole che aprono questo articolo. E che mentre leggevo, ricordo, condivisi in pieno.

Saranno stati ormai due anni pieni che continuavo a ripetere “Sì, Michi, dài, stavolta vedrai che vengo davvero”.
E poi non ci andavo mai.
Aveva ormai smesso di invitarmi, tant’è vero che l’avevo scoperto per caso da un’amica comune.
Ero scettico, eh.
Però fanculo, ho pensato. Stavolta raccatto macchina e fidanzata e mi invento un weekend a Firenze per assistere a ‘Intervista a Maria’, lo spettacolo teatrale interpretato da Gianna Deidda e Michela Benelli.
In scena c’è un cerchio di pietre, il mondo di Maria, pochi utensili e un paio di sedie, una collocata al centro del cerchio e un’altra sul limitare, quella di Michela, l’intervistatrice, spalle al pubblico tutto il tempo.
Gianna è Maria. Parla lentamente e compie pochi gesti semplici con pari lentezza. Gianna/Maria racconta la sua infanzia trascorsa in un mondo che non esiste più, il tempo del ventennio e poi della guerra, parla di politica, di religione, della vita dura di tutti i giorni. Parla di come vive la vecchiaia, racconta di cosa si attende dalla morte.
Ero scettico, sì.
Ma alla fine dello spettacolo avevo gli occhi lucidi.

Il passo che segue è chiara testimonianza dell’arguzia sottile e a tratti impertinente di Maria.

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D: Erano ‘rosse’ anche le donne?

R: Un pochettino tiravano. Però qualcuno diceva: “Io faccio quello che voglio!”, rispondeva al marito. “Faccio quello che voglio!” e ascoltava i sacerdoti. A quel tempo parlavano molto male. Io mi sono bisticciata nell’Azione Cattolica. Vede come sono? Quando ci penso mi dico: “Perché l’avrò fatto questo?”. Alle prime elezioni aveva vinto il sindaco: in questo rione il sindaco aveva messo lo stemma, il marteddu, il martello, falce e martello, ma le donne che non capivano dicevano su marteddu e basta, con questo marteddu non la finivano mai! Andiamo alla riunione dell’Azione Cattolica e c’era la presidente. Suo marito è rosso, ma un po’ mandrone [pigro], non lavorava molto, era buono il marito, di grande importanza. Questa signora, quando siamo arrivate tutte quelle del mio rione, cominciava: “Passate voi al martello? Passate voi al martello?”. Io alla fine mi sono stancata. Mi sono alzata e le ho detto: “Ascolti signora Lia, si dovrebbe vergognare di nominare il martello. Ci ha un marito che non lo sa prendere, il martello, e gli fa bisogno! C’è tanta miseria per non sapere prendere il martello!” Pam! E sono uscita fuori! Io quando mi ricordo di questa frase… Eh, c’è passato tanto tempo senza ritornare… mamma mia!… Ma abbiamo discusso anche col parroco, quando c’è stata la promozione di scuola, sempre quest’anno che sto dicendole. Ero disposta di affrontare anche lui, perché è un uomo forte di carattere, che non vuol sentire. Eravamo parlando della scuola, non era ancora finito l’esame della maturità di Pietro e la sorella del parroco: “Cosa state a dire?”, ha detto.
“Stiamo parlando della promozione perché Maria è preoccupata per Pietro”.
“Eh, adesso già promuovono tutti! Promuovono anche i banchi!”.
“E perché – le ho detto – e perché allora Silvana non è stata promossa?”.
“Perché adesso promuovono solo i comunisti, e gli altri li lasciano perdere”.
“E lei perché l’ha bocciato, a Pietro? Comunista era Pietro? Un bambino che non capiva niente, era sotto i suoi piedi?”. Ha chiuso la porta e se ne è entrata dentro. Era disposta a tutto, e se ne è entrata subito perché ha capito. Lei sa che se lo dico, lo dico e basta, anche se mi danno degli schiaffi: li prendo, ma lo dico lo stesso.
Io questo non lo accetto, di parlare di partiti né in chiesa né fuori. I comunisti non devono condannare i democratici, i democratici non devono fare un disprezzo così ai comunisti, specialmente quando si tratta di una persona particolare. Invece (lo vede?) queste cose possono inasprire. Io per me non faccio conto né da una parte né dall’altra, sono come l’organetto, tiro ad ogni parte.

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  20.01.2009 | 12:35
daniel pennac – la fata carabina
 
 

Se faccio mente locale, mi viene da pensare che forse il secondo è un giallo un po’ più strutturato del primo della serie, dove l’inghippo altro non era che un mero pretesto per permettere all’azione di turbinare attorno al protagonista. E se questo indulgeva nel grottesco da un punto di vista linguistico, al punto che talvolta era persino difficile capire cosa stesse accadendo, quello, al contrario, ha la tendenza a eccedere nelle situazioni. Un linguaggio quindi, quello del secondo romanzo, più misurato, più aderente alla situazione. Più maturo, se vogliamo.
Ah, scusate. Sto tentando di confrontare ‘Il paradiso degli orchi’ e ‘La fata Carabina’, rispettivamente primo e secondo romanzo della strafamosa saga di Benjamin Malaussène, scritta da Daniel Pennac.
I romanzi vanno giù come pinte di Pils nella burella dell’inferno, uno in treno mentre attendevo di raggiungere il Conero per le ‘Cantine aperte’, l’altro a letto col piede per aria, mentre attendevo che venisse sera. Di Pennac non posso che apprezzare uno stile spumeggiante nonché una invidiabile capacità di confezionare un’ottima torta a partire da pochi consunti ingredienti. L’humour nerissimo, unitamente a certi momenti davvero irresistibili ne fanno una di quelle letture dalle quali è davvero difficile staccare il naso prima di avere terminato.
Un’eccellente lettura da ombrellone, insomma.

Siamo a Belleville, sobborgo di Parigi. Fa un freddo cane ma l’atmosfera è molto calda per causa di una inspiegabile e ferocissima sequenza di delitti. Questo è l’inizio del primo esplosivo capitolo del romanzo.

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Era inverno a Belleville e c’erano cinque personaggi. Sei, contando la lastra di ghiaccio. Sette, anzi, con il cane che aveva accompagnato il Piccolo dal panettiere. Un cane epilettico, con la lingua che gli penzolava da un lato.
La lastra di ghiaccio somigliava a una cartina dell’Africa e copriva l’intera superficie dell’incrocio che la vecchia signora si accingeva ad attraversare. Sì, sulla lastra di ghiaccio c’era una donna, molto vecchia, malferma sulle gambe, che trascinava con millimetrica prudenza una pantofola davanti all’altra. Reggeva una sporta dai cui spuntava un porro d’occasione, portava un vecchio scialle sulle spalle e un apparecchio acustico nella piega dell’orecchio. Con il loro avanzare strisciante, le pantofole l’avevano condotta, diciamo, fino al centro del Sahara, sulla lastra a forma di Africa. Doveva ancora farsi tutto il sud, i paesi dell’apartheid e via dicendo. A meno che non tagliasse per l’Eritrea o la Somalia, ma nel canaletto di scolo il mar Rosso era terribilmente gelato. Queste considerazioni zampettavano sotto i capelli a spazzola del biondino dal loden verde che osservava la vecchia dal marciapiede e trovava, il biondino, di avere una gran fantasia, per l’occasione. D’un tratto, lo scialle della vecchia si piegò come l’ala di un pipistrello e tutto si immobilizzò. La donna era stata quasi sul punto di perdere l’equilibrio. Il biondino, deluso, bestemmiò fra i denti. Aveva sempre trovato divertente vedere qualcuno rompersi il cranio. Faceva parte del disordine della sua testa bionda. Peraltro impeccabile, vista da fuori, la testolina. Non un capello più alto dell’altro, sulla superficie ispida e folta del taglio a spazzola. Ma non gli piacevano tanto i vecchi. Li trovava vagamente sporchi. Li immaginava ‘da sotto’, se così si può dire. Stava dunque chiedendosi si la vecchia sarebbe ruzzolata oppure no sulla banchisa africana quando scorse altri due personaggi sul marciapiede di fronte, peraltro non senza rapporti con l’Africa: degli arabi. Due. Nordafricani, insomma, o maghrebini, dipende. Il biondino si domandava sempre come chiamarli per non passare per razzista. Con opinioni come le sue, era molto importante non passare per razzista. Lui era Frontalmente Nazionale e non lo nascondeva. Ma appunto per questo non voleva sentirsi dire che lo era perché era razzista. No, no. Come aveva imparato molto tempo fa in grammatica, non si trattava di un rapporto di causa, ma di conseguenza. Era Frontalmente Nazionale, il biondino, cosicché aveva avuto modo di riflettere oggettivamente sui pericoli dell’immigrazione selvaggia ed era giunto alla ragionevole conclusione che bisognava sbatterli fuori subito, quei selvaggi, primo per la purezza della razza francese, secondo per la disoccupazione, e poi per il discorso della pubblica sicurezza. Quando si hanno tante buone ragioni per avere un’opinione giusta, non bisogna lasciarsela  macchiare da accuse di razzismo.
(…)

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  13.01.2009 | 12:36
geoff dyer – paris trance
 
 

La cosa che più di tutte mi infastidisce in un film sono le scene amici-a-cena-tipo-film-di-woody-allen dove gli attori blaterano tutti assieme in una conversazione che deve apparire al contempo brillante e spontanea, ma che finisce coll’essere né l’una né l’altra. Dove i protagonisti hanno lo stesso gradiente intellettual-mondano, sono dotati dello stesso senso dell’umorismo, fanno lo stesso tipo di battute e hanno letto esattamente gli stessi romanzi. Quelli, appunto, che ha letto l’autore della sceneggiatura. E i comprimari invece sono rigorosamente una delle seguenti tre: 1) ragazzina stupidotta ma molto-molto-fica che finisce per farsi fottere dall’intellettualino magrolino e simpatico epperò dotato di un enorme uccello 2) marito palestrato e/o in carriera che finisce per farsi fottere la moglie dall’intellettualino magrolino e simpatico epperò dotato di un enorme uccello 3) intellettuale umbratile e autolesionista che si sbronza in silenzio finché non è talmente cotto che confessa alla tavolata che il suo più grande desiderio sarebbe quello di fottersi l’intellettualino magrolino e simpatico epperò dotato di un enorme uccello.
La cosa che più di tutte mi infastidisce in un libro sono le scene di sesso. Vi sorprende? Nel 99% dei libri (e io non arrivo ad averne letti un centinaio) le scene di sesso appaiono statiche, legnose, ridicole. Cose tipo “Amore permettimi di suggere il nettare del tuo Segreto” al posto di un più verosimile “Voglio leccarti la figa immediatamente”. Rendo l’idea? Quel geniaccio di Bukowski, per dirne una, non ha mai descritto una scena di sesso. Controllate. Tutta la sua letteratura è intrisa di sesso, ma nessuna descrizione. Si limitava a cose del tipo: “A un certo punto glielo misi dentro e dopo un po’ sborrai”. Mi spiegate che altro c’è da raccontare in una scena di sesso?

Ebbene, all’interno di questo romanzo fastidiosamente infarcito di citazioni cinematografiche (e ancor più fastidiosamente imbottito di note esplicative ad opera dello sciagurato traduttore, un essere capace di tradurre con ‘ristorante cinese a portar via’ un’espressione che suppongo suonasse ‘chinese takeaway restaurant’ in lingua originale) c’è poco altro: brillanti chiacchierate tra amici a cena o a delle feste e qualche scopatina dei due protagonisti. Vi prego di osservare che le scene di sesso, quattro in tutto se non ricordo male, sono canoniche persino nella sequenza: prima volta figa, seconda volta bocca, terza volta culo, quarta volta sado-maso. A essere precisi, la scena sado-maso non viene descritta ma soltanto lasciata intuire. Posso immaginarmi il motivo.
Sarei disonesto se non ammettessi che il libro è tutto sommato carino, avvincente e si legge in una sera (se hai un piede rotto e fuori nevica). Detesto i confronti ma… tanto per collocare: diciamo un Nick Hornby poco ispirato – ciò che peraltro accade piuttosto spesso anche allo stesso Nick Hornby.

Un estratto, tanto per dare un’idea. Concorderete che la comicità involontaria è giusto dietro l’angolo.
Ai fini della comprensione può essere utile sapere che i due tengono in camera un vecchio specchio che talvolta riflette le immagini con qualche secondo di ritardo. Ah, aggiungo che solo un inglese può davvero pensare di pisciare nel lavandino e farla franca quando la sua donna capita di essere nei paraggi.

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(…)
Luke si mosse verso di lei, cominciando a spingere delicatamente. Nello specchio lei gli stava ancora spalmando la crema. Il pene scivolò tra le natiche. Lei allungò una mano dietro di sé per guidarlo. Lui spinse. Lei ansimò.
- Fa male?
- Sì.
- Scusa, vuoi che smetta?
- No, continua.
Si aprì le natiche. Luke vedeva il buco, scuro, imbrattato di crema bianca. Lei si piegò in avanti, spinse.
- Sì, così… no, così, sì.
Sentì che le entrava dentro.
- Ah, fai piano. Aspetta, aspetta.
Ora l’uccello era dentro di lei.
- Così!
Lui spinse un altro po’, sentiva la punta dentro di lei, stretta in una morsa. Nello specchio Nicole lo vide che spingeva, non ancora dentro di lei.
- Sì.
- Ti piace?
- Sì, sì. Spingi più forte, di più – disse lei toccandosi.
- Sto per venire.
- Aspetta – gemette lei – aspetta!
- Vengo, vengo, ecco.
- Sì, adesso, sì.
Luke le franò addosso. Nello specchio erano ancora allacciati, irrigiditi sull’orlo dell’orgasmo. Rimasero stesi così, senza parlare, poi Luke si girò su un fianco.
- E’… è pulito? – domandò Nicole. Luke si guardò il pene.
- Sì.
- Meno male.
- Se era sporco non importava – rispose Luke – ma vado a lavarmi lo stesso.
Luke si sciacquò e pisciò nel lavandino mentre Nicole si sedeva sulla tazza. Le accarezzò la testa e uscì dal bagno. Diluviava. Luke aprì la porta finestra, impressionato dallo scroscio. Si misero a letto ad ascoltare la pioggia, a guardarla riversarsi, scivolare e schizzare via dal pavimento del balcone. Le luci sul lato opposto della strada erano sfocate e striate.
- Ti è piaciuto?
- Cosa?
- Che ti entrassi nel culo?
- Sì. Sei così dolce, Lukey. Eri nel mio nucleo. E’ così che si dice?
- Sì
- Era… non so, primitivo.
- Lo avevi già fatto?
- Perché?
- Così.
- Sì l’avevo fatto, e tu? No, non dirmelo. Se l’hai fatto non voglio saperlo.
(…)

Autore: ufj | Commenti 11 | Scrivi un commento

  04.01.2009 | 12:04
una replica ai lettori della 'lanterna'
 

C’è la neve, fuori, e le nuvole sono talmente basse che sembrano volersi rifugiare dentro ai tombini. Avanzo faticosamente all’interno di questa giornata viscosa nel modo di un dito in un panetto di burro.
Basta.
Chiudo la finestrella di autlùc e do un tirone al telefono. Sposto l’interruttore del cervello dalla modalità ‘fai’ alla modalità ‘pensa’. Gniiiiiiieschh. Orpo. E’ venuto decisamente il momento di dare un’oliatina.
Ho promesso una replica a quel tizio de ‘La lanterna di Born’.
Vediamo.
Vediamo se riesco a tirare fuori qualcosa che abbia la parvenza di un significato.
Sai che... devo riconoscerlo: sono lusingato.
Lusingato, sì.
Lusingato che i miei pastrocchi mentali abbiano saputo suscitare sensazioni contrastanti in un pubblico lontano.
Ché la scrittura non è altro che questo. Movimentare neuroni altrui. Sensazioni.
Un pubblico?
Wow, sono famoso.
Sono lusingato.

A quanto pare ‘Il colpo’ ha fatto colpo. Ma qualcuno ha inteso la scena finale come l’ennesima rappresentazione di quel topos sfruttanto allo sfinimento che contrappone Eros e Thanatos. Qualcun altro invece lo trova discontinuo nel linguaggio, sottolienando il contrasto – poco significativo in termini narrativi, a detta sua – tra l’eccessivo lirismo di certi passaggi e la crudezza posticcia di certi altri.
Ebbene, io volevo restare lontano da quel ‘pulp’ in cui evidentemente sono invece precipitato a capofitto. Ma – credetemi – non c’è autocompiacimento, né voglia di stupire. Nessuna ‘provocazione’, perlomeno intenzionale.
C’era soltanto la volontà di scrivere una storia. Una storia che funzionasse. Il lettore se li doveva vedere davanti, quei due, lì davanti ai suoi occhi, nel suo tinello, sul suo letto, attorno al suo tavolo a fare quelle cose, ed egli lì, basta, fermatevi!, ma no, nente da fare, la storia continua, si sviluppa parola dopo parola, disgustosa eppure ridicola, forse, come la vita stessa.
Per finire, una storia che non virgolette affronta il tema della necrofilia chiuse virgolette nel modo in cui, che so, ‘Dead man walking’ affronta il tema della pena di morte. Una storia che semplicemente finisce con una scena di sesso con due uomini e una donna morta. E Voi, sì, Voi, onnipotenti lettori, Voi conoscete il loro destino, ora, di questi piccoli schifosi vermi umani. Siete Voi il loro Dio. Sta a Voi giudicarli. E se ritenete che valga la pena di farlo, ebbene, molto umilmente io ho raggiunto il mio scopo.

Pure ‘Come ti senti, Amico Fragile?’ ha suscitato perplessità a livello sia narrativo che di linguaggio. Due differenti lettori ravvisano entrambi incongruenze nel finale. Uno si attendeva un finale meno vivido, che ‘lasciasse all’immaginazione del lettore’ di chiudere la storia. L’altra, al contrario, attendeva un ‘botto’ che – a detta sua – non c’è stato. Che dire? Forse hanno ragione entrambi. Mi limito a osservare che il finale è intenzionalmente 'in rilievo'. Al punto che l'io narrante, nel pre-finale, dice esplicitamente 'sono sempre stato uno di quelli che devono per forza scrivere un finale in tutte le storie'. Ecco, questo racconto gioca sul contrasto tra la verosimiglianza – un paio di lettori non resistono alla tentazione di domandarmi che cosa c’è di vero – e la ‘rotondità’ della storia – il finale, appunto, ma anche il dialogo virtuale De-André-esco, smaccatamente sopra le righe.
Oppostamente, proprio a proposito di verosimiglianza, la lettrice pone un’obiezione che riassumo in questi temini: pare impossibile che un estimatore di De André possa essere così cretino da sorbirsi una scarrozzata in piena notte per l'illusione di una botta e via. E’ verosimile? Da donna, ella ritiene che sarebbe stato invece normale che costui analizzasse con un amico la conversazione punto per punto al fine di capirne il vero senso. Ebbene: la lettrice scrive giustamente ‘da donna’. Ma il soggetto in questione è un uomo, e neanche tanto furbo – ma questo è un dettaglio. De André, è stata – anzi, è – la sua grandezza: sapeva far camminare mano nella mano, nello stesso vicolo sudicio, l’angelo e il diavolo, l’intellettuale e la puttana, la destra più becera per mano alla sinistra chic-illuminata. Potrei aggiungere che io stesso, dall’alto della mia infinita autoproclamata scaltrezza, per una botta e via ho fatto ben di peggio. Sapete che vi dico? Che un giorno o l’altro ve lo racconto pure...

‘La rosa nera’ rappresenta per me un viaggio in territori alieni, in termini di linguaggio. Che ha generato invero più perplessità che consensi. Anche qui prendo atto e ringrazio. Sapete, là fuori c’è un’umanità di insignificanti insetti scorrazzanti sul fondo di una vasca da bagno, inconsapevoli che qualcuno sta per aprire il rubinetto (l’immagine è di Emidio Clementi, cui va la mia gratitudine per aver riformato i ‘Massimo volume’). Ma forse c’è qualcosa che trascende. Che so: l’amore, l’arte, vattelapesca. O forse la mera semplicità dei gesti quotidiani. Una sorta di eroica affermazione di se stessi attraverso la propria ordinaria semplicità. Esagero? ‘Ogni piccola candela illumina un angolo di oscurità’ canta Roger Waters. E, chissà, forse c’entra un pochino con ciò che intendevo dire.

Di nuovo ringrazio i lettori che sono dati la pena di trasmettermi le loro sensazioni e anche coloro che mi hanno dedicato qualche minuto soltanto leggendomi. E di nuovo ringrazio il tizio de ‘La lanterna di Born’ al pari dell’intera redazione per la succulenta opportunità.
Arrivederci a presto.
Sì, è una minaccia.

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  28.12.2008 | 20:47
andrea ferretti – il sorriso maldestro...
 
 

Squillò il cellulare.
Era il Ferro.
Gli chiesi come andava, se c’erano novità.
“Ho scritto un romanzo”, rispose.
Un romanzo? Rimasi perplesso. Cioè, ero felice per lui, beninteso. Felicissimo. Ma mi rimaneva un dubbio di fondo. Voglio dire: il Ferro lo conosco da tanti anni e in questo tempo l’ho visto mettere insieme una bella casa grande, un splendida moglie, due bimbe altrettanto splendide, tre lauree, un lavoro impegnativo e, a tempo perso, si occupa di teatro recitando in una compagnia locale. Con tutte queste cose in ballo, pensavo, il romanzo non sarà mica venuto un gran che. L’avrà scritto un pochino di fretta, pensavo.
Lo lessi.
Mi sbagliavo. Il romanzo mi piacque tantissimo. L’idea era originale e sviluppata con grande padronanza. Impossibile scollare il naso dal libro fino alla fine. Un finale superlativo.
Una storia divertente, delicata, naïf, romantica, scritta in punta di penna con talento e sensibilità.
Quando mi chiese di fargli da relatore per la presentazione a Parma, accettai immediatamente.
Libreria Centro Torri, inizio novembre. C’era un pubblico tutto sommato nutrito per eventi del genere. Diciamo almeno trenta persone. In mezzo a loro c’erano tanti nostri amici.
Ero nervoso.
Esordii il mio discorso più o meno con le stesse parole con cui ho cominciato questo articolo. In maggioranza, il pubblico conosceva bene il Ferro. Sorrise e annuì. Avevo rotto il ghiaccio, diciamo. Da lì in poi, la nostra performance decollò.
Niente autoincensazioni sullo stile narrativo né dotte dissertazioni su modelli e riferimenti. Al contrario, s’è cercato di fare in modo che il nostro piccolo pubblico ‘assaggiasse’ il libro nel modo in cui si degusta un buon vino. Guardare il colore, leggere l’etichetta, farlo roteare nel bicchiere, sorseggiarlo, rigirarselo in bocca così da intenderne tutti i sapori più nascosti.
Senza paroloni, senza puzza sotto il naso.
Senza fretta.
Quasi tutti sono andati a casa con una copia del libro.
Solo gli amici?
Beh, potete immaginare che piacere è stato per noi scoprire questo post nella rete [link].

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“Ho pensato di lasciare l’ospedale e di aprire uno studio mio. Uno studio medico, s’intende”.
Senza sollevare il capo, reclinato su un succulento piatto di spaghetti, Alfredo alzò gli occhi, mi guardò stupefatto e mi rispose: “Mei memimemme?”.
Alfredo parlava spesso con la bocca piena, ma non perché fosse maleducato, anzi, era sempre stato un gentiluomo, con la mania delle buone maniere, a volte anche in modo esagerato. Però quando doveva dire una cosa, Alfredo, e magari gli sembrava una cosa intelligente, o una battuta divertente, o un commento indispensabile, non riusciva mai a trattenersi. Lo capivi subito, se lo conoscevi, che avrebbe parlato con la bocca piena, perché appena gli veniva in mente qualcosa da dire strabuzzava gli occhi, masticava più velocemente e ingoiava, ingoiava, ingoiava che sembrava si affogasse. L’intenzione c’era, voleva parlare una volta terminato il boccone, ma non ce la faceva, e allora iniziava a parlare ancora masticando. Faceva piuttosto schifo, soprattutto quando rideva, mentre parlava, e tante volte sputacchiava e ti macchiava la camicia di sugo e di pesto. E tu magari non te ne accorgevi e ti trovavi a una riunione con una macchia di pesto sulla cravatta e non capivi perché, visto che avevi mangiato l’insalatona. Dopo però ti veniva in mente che Alfredo aveva mangiato il pesto, allora smadonnavi in religioso silenzio e spostavi un po’ la cravatta, che almeno la macchia non si vedesse, perché avevi un bel da spiegarlo, agli altri, che era stato Alfredo.
Tante volte, poi, si sforzava per niente, perché alla fine la sua bocca era talmente impastata che non si capiva una parola. Io lo capivo sempre, perché ero abituato, e lo capii anche quella volta. Mi aveva detto: “Sei deficiente?”.

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  19.09.2008 | 18:17
tommaso labranca - 78.08
 
 

per il protagonista antonio maniero, la quasi omonimia con il tony manero de ‘la febbre del sabato sera’ costituisce l’opportunità per una serie di considerazioni dall’aroma marcatamente generazionale. l’esile trama altro non è che una traballante quinta nelle mani dell’autore per introdurci in un microcosmo grottesco costituito da una umanità tanto stereotipale quanto, ahimè, reale e contingente. il protagonista si confronta ripetutamente con un mondo, il 2008, talmente diverso dal 1978 dei suoi vent’anni da suggerire, in numerosi momenti, sinistre analogie.
una prosa fresca e frizzante punteggiata da un gradevole humour nero. un libro che si legge con un certo piacere e tutto d’un fiato.
peccato per quel reiterato senso di superiorità ostentato dal protagonista, che ce lo rende ben presto antipatico. possibile che nelle quasi trecento pagine del romanzo egli non impari nulla di nulla? e l’autore, così determinato e puntiglioso nel demolire questo arido e vuoto 2008, possibile, dico, che non sia in grado di proporci qualcosa di alternativo, di costruire per noi un piccolo castello di sabbia, conchiglie e stecchini di ghiacciolo?
la descrizione del ‘barracuda’, uno dei comprimari della storia, è esemplificativa di tutti i pregi e dei molti limiti del nostro.

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(...)

Mi è piombato in casa con un trolley. La visione congiunta Barracuda + trolley mi ha quasi procurato le convulsioni.
“Ti ho aspettato per un’ora alla stazione di Rogoredo! Al cellulare non rispondevi!” ha urlato mentre ancora era in ascensore.

(...)

Il Barracuda è figlio della recente immigrazione interna di lusso. Nel .78 ogni immigrato interno era ancora un kinema tratto da Rocco e i suoi fratelli. Timidi lucani, disposti a fare qualsiasi lavoro pur di cercare una vita con meno miseria al Nord. Nello .08 gli immigrati interni sono spocchiosi figli di possidenti veneti, siciliani, molisani che vengono a Milano a giocare alle studente bohemien, prima della laurea, e al Piccolo Piersilvio, dopo la laurea.
Il Barracuda è l’incarnazione perfetta di tutto ciò. Ventotto anni, calabrese di Locri. Si è laureato in Economia alla SDA Bocconi, probabilmente con una raccomandazione pontificia. E quindi ora è in fase Piersilvio. Non trova alcun lavoro nel suo ramo, data la plateale incapacità. Passa un terzo delle giornate chiamando gli amici della Locride ai quali racconta come ha passato il secondo terzo della giornata, ovvero presentandosi con un abito blu stazzonato, accoppiato a una cravatta con Speedy Gonzales, a colloqui di lavoro presso multinazionali. Colloqui che vanno sempre male. In alcuni casi lo bloccano già alla reception.

(...)

Stoltamente dissi: “Se ti va, vieni a dormire da me. Abito a cinque chilometri dall’aeroporto e non dovrai alzarti alle 4 del mattino e buttare via 50 Euro di taxi...”.
Una persona normale avrebbe detto ‘non voglio disturbare’ oppure ‘be’ grazie’. Il Barracuda no.
“OK, passami a prendere a Rogoredo alle sette stasera”.
Da quella volta, la cosa si è ripetuta almeno otto volte. Il Barracuda torna alla casa paterna a caccia di soldi troppo spesso e per farlo vola irrazionalmente fino a Brindisi. Da lì a Locri usa poi una complessa rete di passaggi in auto e in moto, sfruttando antiche conoscenze, amicizie non corrisposte, lontane parentele. Pare che in questo modo riesca a risparmiare circa 15 Euro. D’altronde, quando si è in possesso di una laurea in economia targata SDA Bocconi...
La realtà è che il Barracuda non sa stare solo. Deve muoversi in banchi numerosi, proprio come il pesce cui mi sono ispirato per ribattezzarlo. L’idea di prendere un taxi antelucano, con il tassista assonnato che apre bocca solo per domandare la destinazione, di volare a fianco di un altezzoso uomo d’affari, di aspettare da solo in aeroporto cinque ore prima che qualcuno abbia il tempo e la voglia di venirlo a prendere da Locri a Lamezia Terme sono tutte cose che lo riempiono di angoscia. Con quell’assurdo giro jonico di oltre seicento chilometri riesce a praticare il suo hobby: dar fastidio al prossimo credendosi espansivo e simpatico.

(...)

La realtà è che quando è a Milano, il Barracuda non ha molto tempo a disposizione. Soffre infatti della stessa smania riscontrata in Stephanie Mangano o nella Donna Due. Come se la sola presenza fosse sufficiente ad acquisire per osmosi la conoscenza. Gente che non riesce a stare a casa nemmeno una sera, che odia farlo, perché forse ha case così brutte che preferisce non vederle. Forse ha esistenze così brutte che preferisce non pensarci.

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  04.08.2008 | 09:44
tom robbins - le anatre selvatiche volano...
 
 

tom robbins appartiene senz’ombra di dubbio a quella (nutrita?) schiera di narratori che scrivono in primo luogo per la pecunia e, immediatamente a ruota, per dimostrare a se stessi quanto sono bravi e fichi e tostissimi. pardon, per dimostrare al foltissimo pubblico adorante quanto sono b.f.t.: loro, di se stessi, sono piucchecertissimi. non è così per quel blobboso yogurt di carne da imbarattolare e etichettare che prende il nome di foltissimo pubblico adorante, in costante necessità di confermare a se medesimo quanto tom robbins sia b.f.t..
occhei, questo non è un romanzo ma bensì un cumulo di ritagli di giornale, aforismi, poesie (poesie?) e financo pensierini scritti sul retro del conto del risorante superficotostissimo nell’attesa che quella zoccoletta finisca di incipriarsi il grazioso nasino nel cesso nero-marmoreo in cui è rinchiusa da ormai venti tostissimi minuti. e, gioite, imberbi lattobacilli, persino un paio di filastrocche ideate dal nostro per intrattenere il figlioletto e convincerlo una buona volta a ingurgitare la pappa. pensate forse che stia scherzando? in appendice, ma ahimè soltanto nell’edizione americana, una tostissima strisciata di carta da culo di tom robbins stesso – badate bene – in odorama.
in uno dei numerosi tributi presenti nel libro egli dice di thomas pynchon: ‘anche i suoi verbi, i suoi avverbi, i suoi aggettivi sono affascinanti, ma pynchon è davvero inarrivabile  quando rovista in un vasto bidone di linguaggio in turbolanza e, chissà come, estrae un sostantivo fresco e inatteso, eppure perfettamente appropriato’. una frase costruita in maniera eccellente. anche tu, tom, tranquillo. anche tu scegli per noi dei tostissimi sostantivi, da quello scrittore b.f.t. che da sempre sei. ti vogliamo bene. ma ora che finalmente stringi in mano il supersostantivoipertostissimo, che ne diresti una volta tanto di trovare una straccio di storia da metterci dietro?
eppure, in certune situazioni narrative la prosa di robbins sembra essere esattamente quel che ci voleva. in uno dei suoi resoconti robbins convince la fidanzata a seguirlo in un avventuroso viaggio da qualche parte in africa. l’estratto qui sotto – esilarante, secondo me – rappresenta un chiaro esempio di prosa robbinsiana: alla povertà descrittiva della prima parte fa contro – bang – una inattesa, efficacissima esplosione di tostissima comicità.

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Frattanto, il sole è scivolato sotto l’orizzonte frangiato di palme e la temperatura cala talmente in fretta che pensate che sia precipitata da una rupe. Si fa sempre più tardi, sempre più buio, sempre più freddo, sempre più solitario e la via è sempre più tortuosa, i banchi di papiri sono sempre più fitti e la vostra ragazza ha una voglia così atroce di fare pipì che deve mordere la tracolla della macchina fotografica per non gridare.
D’altro canto, le stelle che appaiono sono sfolgoranti, le voci degli uccelli cristalline, il cra-cra delle rane ipnotico, e la situazione non è poi così orrenda, visto e considerato quanto sembrate persi.
Poi andate a sbattere contro IL MURO DI MOSCERINI!
Lo definite muro anziché nube perché solitamente le nubi non rifilano frustate. Ora invece si parla della forza di miliardi di minuscoli moscerini per metro cubo, guancia di moscerino contro mento di moscerino, e voi state inghiottendo moscerini e inalando moscerini mentre davanti agli occhi accecati dai moscerini vi danza il titolone del ‘National enquirer’. COPPIA ANNEGATA IN TSUNAMI DI MOSCERINI. Nel buco che scavate, un metro dopo l’altro, dentro il MURO VIVENTE!, di certo vi trovate a un pelo di moscerino dall’asfissia, finché a un tratto quel muro non si sgretola senza un perché, come si era materializzato, e adocchiate da lungi un palpitio di luce di apparente origine umana.

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  23.06.2008 | 12:45
star whores
 
 

prendo in prestito il nome di un famoso lungometraggio dei gem boy per intitolare questo post nonché il raccontino qui sotto, originariamente scritto da kiesa per tapirelax.
la scelta redazionale di non parlare di politica all'interno della rubrica ne ha causato lo scarto.
lo recupero in questa sede in modo che, chi ritiene, possa esprimere la sua opinione sul racconto in primo luogo, e sulla linea editoriale di tapirulan in secondo.
l'illustrazione, che c'entra col racconto più o meno quanto una scorreggia in chiesa, proviene dal sito www.cazzate.it. oh, già, c'è scritto...

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Accedeva tanti anni fa, in un pianeta lontano lontano...
Sul pianeta ormai pesava una cappa di terrore e di violenza. Le forze dell'Impero avevano sgominato le resistenze della Repubblica e avevano cacciato gli jedi. Maestro Fausto Yoda si era ritirato in un eremo lontano, la sua genìa jedi era stata la più colpita dopo il colpo di stato del 15 aprile; la sua stirpe era ormai prossima all'estinzione. L'Impero dominava col capo supremo Nano Palpatine e con i suoi scagnozzi che alla sola vista incutevano una paura agghiacciante. Ospizio, StracciaMaroni, Porcellum, Finocchio, padre Boldi, La Rutta, Scalogna, Zerbini e Riportino erano i suoi più stretti collaboratori che si sollazzavano con la Zoccoletta di regime, la favorita del capo, assurta alle più alte cariche dopo il passato di modesta ballerina e valletta muta. Anche le forze del culto, critiche e severe ai tempi della Repubblica, si erano ammutolite davanti al profondo silenzio del loro capo spirituale Benny Hill XVI. Qualche jedi era rimasto come strenuo oppositore del Regime, ma non aveva vita facile. Obi Uan Ke Pietro cercava con la legalità e la giustizia di riportare le forze repubblicane, ma legalità e giustizia erano ormai termini ignoti sotto il dominio di Nano Palpatine. L'unico jedi che aveva un certo seguito era uno strano predicatore dall'accento genovese che cercava la verità con gran fatica e con grande Travaglio. L'Opposizione repubblicana, ormai allo sbando, aveva perduto la Forza, l'Impero manipolava le menti delle giovani generazioni. I pochi oppositori rimasti si erano coagulati attorno a un personaggio cresciuto nella scuola jedi. Era diventato lui, in breve tempo, il più forte e il più bravo; in lui scorreva potente la Forza, ma subiva anche il Lato Oscuro. Nelle prossime puntate scopriremo se avrà prevalso il Lato Oscuro, trasformando il capo jedi in Darth Walter.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  26.05.2008 | 10:27
james g. ballard - il condominio
 
 

un elegante grattacielo di quaranta piani con negozi, piscine, asili, bar e ristoranti diventa il naturale scenario per l’ultima delle rivoluzioni borghesi: quella contro se stessi. epigoni rampanti di una borghesia in espansione, sicuri di sé, ricchi, affascinanti, i duemila inquilini del condominio si ribellano – a vari livelli – ai costumi imposti dalle loro stesse consuetudini fino alle estreme conseguenze, alla ricerca di una violenza istintiva, necessaria, vitale.

nella recente tetralogia formata da ‘cocaine nights’, ‘super-cannes’, ‘millennium people’ e ‘regno a venire’, ballard investiga – con pachidermica lentezza – questa tematica fino a lacerarne ogni paradosso giungendo – spesso – a conclusioni tanto semplici quanto radicali. partendo dal primo e più ‘convenzionale’, cioè ‘cocaine nights’ – convenzionale nella sua struttura di romanzo-con-indagine-sul crimine – ballard dimostra, nei tre romanzi successivi, un’attenzione crescente nei confronti del movente a discapito del crimine medesimo. al punto che in ‘millennium people’, il ‘crimine’ – l’omicidio iniziale (accidentale?) – altro non è che un mero pretesto narrativo per presentare il protagonista e catapultarlo all’interno della scena (qui come altrove sempre una sorta di ‘forestiero nel villaggio dei dannati’).
la borghesia stanca che attraversa i quattro romanzi, anestetizzata dagli schermi televisivi, dai campi da tennis, dai successi professionali, è una borghesia malata, fatiscente ma – eccoci pervenuti a una delle più sconcertanti conclusioni del nostro – al contempo immagine sempre più nitida e vitale della società occidentale di fine millennio. mi spiego: se le perversioni nella mega-villa di ‘cocaine nights’ possono essere visti come i giochetti pesanti di un piccolo manipolo di ricconi annoiati e/o sovraeccitati, così non può essere per le violenze notturne operate dalla comunità alto-borghese del centro residenziale ‘super-cannes’, né della middle-class di ‘millennium people’ né tantomeno della piccola borghesia dei quartieri popolari lungo la m25 di ‘regno a venire’. come dire: guardatevi alle spalle, miei cari, il virus si diffonde – e in fretta. In questo senso, forse più che in altri, ballard scrive ancora fantascienza: nel raccontarci asetticamente ciò che accadrà lunedì prossimo, con la precisione chirurgica di un telegiornale per qualche inspiegabile ragione ricevuto prima ancora di essere trasmesso.

di questa tetralogia, che ballard scrive in circa un decennio, ‘il condominio’ [online qui] – antecedente di 20 anni – è il padre putativo. più estremo (al confine con – anzi, oltre – l’horror) nello sviluppo ma più misurato (forse superficiale?) nell’analisi sociologica, costituisce probabilmente l’approccio più immediato a quest’ultima grande tematica ballardiana.
il primo da leggere, insomma, e il più appagante (anche voi farete le tre perché non riuscite a appoggiare il maledetto libro e dormire). e, datemi retta, una volta divorato il romanzo, se avete ancora un occhio aperto, rileggetevi la prima pagina. ne vale davvero la pena!

a tratti la prosa ballardiana ricorda lo stile monolitico dell’ultimo orwell. ma a differenza di quest’ultimo, il nostro talvolta si diverte a confondere il lettore. come nell’estratto qui sotto.

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Ma quello che faceva arrabbiare Wilder, della vita nel suo condominio, era il modo in cui un insieme apparentemente omogeneo di professionisti ad alto reddito si era strutturato in tre campi disuniti e ostili. Le vecchie suddivisioni sociali, basate su potere, capitale ed egoismo, si erano riaffermate anche lì come in qualsiasi altro posto.
Di fatto, il grattacielo si era già diviso nei tre gruppi sociali classici, la classe inferiore, la classe media, la classe superiore. Il centro commerciale del decimo piano costituiva un chiaro confine fra i nove piani più bassi, con il loro proletariato di tecnici cinematografici, hostess e gente simile, e il settore mediano del grattacielo, che andava dal decimo piano alla piscina e alla terrazza-ristorante del trentacinquesimo. I due terzi centrali del condominio formavano la sua borghesia, costituita da membri delle professioni, egocentrici ma sostanzialmente docili: medici e avvocati, contabili e fiscalisti che lavoravano non per conto proprio ma per istituzioni sanitarie e grandi società. Puritani in grado di disciplinarsi da sé, avevano l’alto grado di coesione di coloro che desiderano ardentemente piazzarsi secondi.
Sopra di loro, ai cinque ultimi piani del grattacileo, c’era la classe superiore, la prudente oligarchia di piccoli magnati e imprenditori, attrici televisive e accademici arrivisti, con i loro ascensori ad alta velocità e servizi di qualità superiore, con la passatoia sulle scale. Erano loro che stabilivano il ritmo dell’edificio. Erano i loro reclami a venire accolti per primi ed erano sempre loro che, sottilmente, dominavano la vita del grattacielo: stabilivano quando i bambini potevano usare le piscine e il giardino pensile: fissavano il menù del ristorante e i conti salati che tenevano lontani quasi tutti tranne loro. Ma, soprattutto, erano loro a gestire il delicato rapporto di patronato che teneva in riga il livello medio, con la carota perennemente penzolante dell’amicizia e dell’approvazione.

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  18.02.2008 | 09:20
andrea camilleri - la mossa del cavallo
 
 

una giovane vedova bella e oltremodo devota, un prete strozzino e... naturalista, un integerrimo ispettore dei mulini di origine siciliana ma cresciuto a genova, costretto dagli eventi a riappropriarsi rocambolescamente della sua sicilianità in un gioco che si sviluppa su diversi piani narrativi (e pure linguistici). una terra popolata da una moltitudine di piccoli signorotti, burocrati, questurini, picciotti, ignavi mugnai dal capo perennemente chino. licenziare la mossa del cavallo come romanzo storico sarebbe riduttivo, e certamente fuorviante. perché la storia non è, qui, quella consueta successione meccanicistica di eventi all’interno della quale generalmente si animano i personaggi del romanzo storico classico; una quinta di lusso, insomma. ne la mossa del cavallo la storia è fatta dagli uomini, è gli uomini che la scrivono. non una, ma molteplici, infinite: una vorticosa girandola di contrapposte verità. ciò che la storia, quella con la s maiuscola, a ben guardare, effettivamente è.
qui sotto la scena dell’incontro tra il parroco del paese e la molto devota vedova tisìna. un po' lunghetto, ma davvero irresistibile.

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Padre Artemio Carnazza era un omo che stava a mezzo fra la quarantina e la cinquantina, rosciano, stacciùto, amava mangiari e bìviri. Con animo cristiano era sempre pronto a prestare dinaro ai bisognevoli e doppo, con animo pagano si faceva tornare narrè il doppio e macari il triplo di quello che aveva sborsato. Soprattutto, padre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi, delle picorelle, degli àrboli, delle albe e dei tramonti, anzi, di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva.
Quella che a lui lo faceva nascìri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Crìatore: ora nìvura come l’inca, ora rossa come il foco, ora bionda come la spica del frumento, ma sempre con sfumature di colore diverse, con l’erbuzza una volta alta che sontuosamente oscillava al soffio del suo fiato, un’altra volta corta corta come appena falciata, un’altra volta ancora fitta e intrecciata come un cespuglio spinoso e sarvaggio. Sempre si maravigliava quanno che ne vedeva una nova, perché nova novissima era veramente con tutto il suo particulare da scoprire, da percorrere centilimetro appresso centilimetro fino alla grotticella càvuda e ùmita dintra alla quale trasìre a lento a lento, adascio, che dopo era la grotticella istessa ad afferrarti stretto, a inserrarti le sue pareti intorno, a portarti fino al fondo più fondo in dove che stimpagna l’acqua di vita.
Donna Trisìna acchianò la scala di legno un piede leva e l’altro metti, attenta a non fare rumorata perché il legno, di gradino in gradino, aumentava di scrùscio, faceva come un lamento.
“Meglio accussì” le aveva spiegato il parrino “pirchì si qualchiduno mi viene a cercare, io lo sento che sta arrivando.”
Intanto che donna Trisìna acchianava, padre Carnazza si era levato la tonaca e sopra la maglia e le mutanne aveva la vistaglia che gli era stata rigalata da una delle sue parrocciane, di seta rossa e arriccamata d’oro che manco il vìscovo.
Visto che il parrino non stava nella càmmara di mangiare, donna Trisìna si accostò alla porta della càmmara di letto e taliò dintra, sporgendo appena la testa. Le persiane erano accostate, ma trapelava la luce di una giornata che avrebbe portato calura. Non vide a nisciuno manco lì. Si fece pirsuasa che patre Artemio era stato nicissitato a chiudersi nel càmmarino di còmmodo per dare soddisfazione a un bisogno naturale. Avanzò d’un passo. E il parrino, che stava riparato darrè la porta tenendo il respiro, niscì di colpo, l’abbrancò per di dietro, la spingì contro il letto, l’obbligò a mettersi affacciabocconi. Donna Trisìna rinscì a non fare voci per lo scanto che si era pigliata, ma quanno sentì la mano libera di padre Artemio (l’altra gliela teneva premuta sulla schiena per mantenerla ferma nella posizione) decisamente infilarsi sotto la gonna, la controgonna e la fodetta per calarle le mutanne, reagì gridando un “no!” secco come una scopettata. Il parrino parse non averla sentita, respirava accussì forte che pareva gli dovesse venire un sintòmo da un momento all’altro. Donna Trisìna capì che la posizione nella quale il parrino la teneva era assai perigliosa, isò un piede e sparò un càvucio all’urbigna. Pigliato in pieno nei cabasisi, padre Artemio lassò la presa e si piegò in due, la bocca spalancata a cercare aria.
Trisìna ne approfittò per susìrisi dal letto e riaggiustarsi il vestimento.
“Ci dissi di no!” fece arraggiata. “Ci dissi che l’atto intero non lo voglio fare! Ancora càvudo nella tomba è il pòviro marituzzo mio!”
Patre Carnazza era ancora intordonuto per il dolore, ma alle parole di donna Trisìna si sentì acchianare il sangue alla testa.
“Ma che minchiate mi veni a contare! Macari Lazzaro doppo due jorna di tomba feteva! Che mi vieni a dire di càvudo e càvudo doppo che quel grandissimo cornuto di to’ marito è morto da tre anni!”
Senza degnarlo di una parola di risposta, la fìmmina tornò nella càmmara di mangiari, pigliò una seggia, s’assittò. Il parrino, dopo tanticchia, fece l’istesso: se Trisìna non se n’era andata sdignata, veniva a dire che le trattative potevano continuare.
Quella storia durava da una decina di jorna. Trisìna, dopo la messa, s’appresentava nel suo quartino, ma appena che lui ci metteva una mano sopra quella s’arrivoltava come la vipera che era. Quant’era beddra, però, la pìpera! Non ci sapeva resistere. Si fece persuaso che ancora una volta, per ottenere qualche cosuzza da lei, doveva pagare.
Fino a quel momento, la talìata di una minna nuda gli era costata cento grammi di cafè bono; la taliàta di tutt’e due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasata senza lingua, mezzo chilo di farina; una vasata con la lingua, un chilo di pasta fina di Napoli: una vasata con la lingua e due minne nude, tre tazzine di porcellana e relative sottotazze; una passata di mano a lèggio a lèggio sopra le minne nude, un cucchiaino di vero argento; una vasata per ogni capezzolo, un rotolo di tela matapollo finissima per face camicie. Trisìna era fìmmina di agevole stato, il marito le aveva lasciato case e terreni, ma aveva, in primisi, un istinto di gazza ladra e, in secùndisi, una testa da vera buttana alla quale piaceva farsi pagare.
“Quella troia mi sta spogliando la casa” pinsò amaramente il parrino “e mi permette di traffichiare solo nei suoi piani alti!”
E fu allora che gli venne l’idea di come alloggiare meglio in quei piani alti.

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  07.01.2008 | 11:36
bloguli rossi
 

conobbi robirobi meno di un anno fa. l’occasione era la presentazione di cyclette (oh, non vi ho mai parlato di cyclette?). robirobi era uno degli autori pubblicati nel libro. arrivò prima di tutti gli altri, quando ancora fervevano i preparativi, e diede una mano. robirobi ama la conversazione, ma usa poche parole quando parla. ti guarda con occhi lontani, diversi. occhi che non propriamente osservano il mondo, più precisamente lo leggono. e sognano.
presentazione di star (oh, non vi ho mai parlato di star?), aula di filosofi, università degli studi di parma, metà dicembre. un freddo della malora. robirobi è tra gli autori segnalati dalla giuria. il prof. briganti ha da poco terminato di leggere il suo componimento. stiamo intirizzendo nel vicolo, ora. io fumo, robirobi ha autografato una copia di star per sara, la mia fidanzata. lo sto canzonando, gli sto dicendo che grazie a lui diventeremo ricchi perché conserveremo quella copia e la rivenderemo fra dieci anni, quando lui sarà diventato il più importante scrittore del pianeta e sfornerà un polpettone da millequattrocento pagine ogni sei mesi, proprio come ken follet oggigiorno. ma sappiamo entrambi che non sarà così. perché robirobi non intreccia storie per professione, per diletto, o per qualsivoglia altra ragione. robirobi ci illustra il mondo che gli gocciola dentro. deve farlo: si tratta della sua terapia, perché ‘la coscienza genera infelicità’.
“allora, a quando il tuo primo romanzo?” insisto. robirobi accenna un sorriso e risponde che se bukowski ha esordito a quarantanove anni, beh, allora…
repentinamente smette di parlare. gli occhi s’accendono come fanali. dimentica bukowski, la nostra conversazione, la nostra stessa esistenza nel mondo di adesso. mi fissa come se semplicemente non fossi più lì. mi giro a guardare. alle mie spalle una vecchia signora intabarrata incede lentamente, ricurva, come una parentesi controvento. in mano ha un guinzaglio, all’altro capo c’è un cagnetto non più grande di un ratto da chiavica. attaccato al culo del cagnetto c’è un enorme pannolone bianco uguale quello dei neonati. robirobi lo osserva rapito per qualche secondo, dopodiché riprende a parlare come se niente fosse.
robirobi parla poco di sé, e soltanto per caso ho scoperto che ha un suo blog (qui). si chiama bloguli rossi. il testo qui sotto proviene da lì. vi raccomando di farci un giro, nel blog, se avete un minuto. mi ringrazierete. di tanto in tanto ci faccio un salto pure io. per estraniarmi dal mondo di adesso; per scoprire, un giorno o quell’altro, che ne sarà, nel mondo di robirobi, del cagnetto col pannolone.

robirobi è articolista di tapirelax, inoltre è presente nelle sezioni racconti e poesia, oltre che su entrambe le nostre pubblicazioni cartacee 'cyclette' e 'star'.

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L'eccesso di bloguli rossi è la causa principale dell'apertura del presente blog.
Come tutti sanno il blog è una terapia. Il blog è una sostanza psicotropa e antidolorifica, anche se per ora con un blog nessuno è finito dietro le sbarre.
Così il mio medico mi ha consigliato un post dopo cena, a stomaco pieno, perché l'eccesso di bloguli porta troppo ossigeno, e troppo ossigeno troppi pensieri, e troppi pensieri troppa coscienza, e troppa coscienza troppa infelicità. E invece come il blog mi scarico, proprio come se fosse un buon lassativo.
"Ma il blog, me lo passa il servizio sanitario nazionale?".
Il dottore, brav'uomo e sant'uomo, mi ha mollato un paterno buffetto sulla guancia, anche se nessuno mi leverà dalla testa che volesse stendermi con un gancio. "Dove sei vissuto, amico mio?".
Ho guardato il mio casco rivestito di pelo di coniglio e provvisto di orecchie di coniglio. L'ho guardato con tristezza, perché non si fanno certe domande. Perché non è importante il dove, ma il come.
Se uno vive sul water, a stretto contatto con lo sciacquone, e si becca i reumatismi, è un dove o un come?
Il dilemma origina sempre dall'eccesso di bloguli. Ti fanno vedere cose, troppe cose in ogni dove e in ogni come, ma di risposte nemmeno una traccia.
Il prossimo anno i miei bloguli ed io abbiamo intenzione di passare le vacanze al mare. Ma al mare ci vado da semplice marinaio, non da uomo di terra, perché il mio cervello è un posto di mare, non un posto di terra. Prova a tirare una riga nel mare, se ci riesci. Prova a segnare un inizio o una fine, come fai sulla sabbia, che notoriamente appartiene alle cose di terra. Prova a giocare a tennis nell'acqua, e a gridare all'avversario: "era sulla riga!".
Nel mare non ci sono i presupposti e le conseguenze, né doppi sensi, né segnali di precedenza. E' l'omogeneità che detta legge, non ti puoi sbagliare.
Amo e odio il mare, so anche il perché. Lo odio perché ho passato un'infanzia eritematica.
Lo amo perché mette in discussione i principi. Lo amo perché i miei bloguli vanno a sguazzare nell'acqua ed io rimango solo sotto l'ombrellone, con parrucca e tricorno, intabarrato come un africano sull'Everest, ed eleggo microcosmo dei miei istanti decenti l'ombra limitata e mobile.
E' lì che i pensieri se ne vanno, e se ci sono rimangono sotto il brusio della risacca, o sotto le palpebre pesanti, al giro di boa di una ventilata giornata agostana.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  25.12.2007 | 20:38
luminarie
 

fanno la loro comparsa silenziosamente, vetrina dopo vetrina, ogni anno un paio di giorni in anticipo rispetto al precedente. l’atmosfera natalizia ricreata dalle luminarie dei negozi e lungo le strade del centro m’inducono un’afosa sensazione di festosità posticcia, come annunci di saldi, no, meglio, come quei compleanni cui vai un po’ per forza un po’ perché sennò stasera che cazzo fai?, in cui il festeggiato è l’amico antipatico, quello che vedi il meno possibile, in cui tutti hanno una trombetta in bocca e un cappello colorato a forma di cono ma nessuno pare realmente divertirsi.
il natale delle luminarie significa regali, cenoni, pranzoni, colazioni, ritrovare i parenti, contare chi è venuto e com’è vestito, chi arriva tardi, e quella chi è, manca quello e quellaltro e, soprattutto, perché. sentirsi più buoni, ma soprattutto più autoindulgenti. il natale luccica lungo le strade, sui balconi e nei centri commerciali, bagliori intermittenti di quella luce che per tutto l’anno non abbiamo avuto il tempo di cercare dentro di noi.
e poi tavole imbandite, un baule ricolmo di ponderosi pacchetti infiocchettati: per molti il natale è una presenza quasi fisica. ma per qualcuno invece il natale veicola un’assenza che proviene da ricordi lontani.
l’autrice del pensiero qui sotto è l’’amica di porthos’.

buon natale a tutti.

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E finalmente sola nel silenzio di questo ufficio prefabbricato, con il nero della notte che mi guarda dalla finestra. Là fuori intravedo le flebili luminarie di Eurovie. Soltanto un pallido eco di quello che veramente erano quando sono state comprate, ormai 8 anni fa. Oggi, più che stelle luminose sembrano righe tratteggiate senza un senso apparente, ce ne vogliono cinque per farne una come prima, forse neanche…
Ma nel duemilacinque, quando avremmo dovuto finire, qui, almeno l'ottanta per cento delle lucine ancora funzionava. Ora sono soltanto ridicole. Faremmo meglio a lasciarle spente, faremmo più bella figura....
Ho decorato personalmente la reception; ora non c'è più nessuno ad accogliere chi entra, ma ho voluto lo stesso addobbare il bancone con il festone finto pino, attaccarci qualche pallina natalizia, un paio di stelle di Natale di plastica che proprio schifo schifo non fanno, ho tirato fuori anche due piccoli alberelli, di quelli squallidi che il 7 gennaio metti via con un sospiro di sollievo.
Oggi anche le lucine dell'alberello sul bancone si sono spente, persino queste erano destinate a durare meno di noi…
Natale: mi piace preparare i regali, incartarli, addobbare, fare i bigliettini, girovagare col naso per aria guardando le luminarie, gli alberi addobbati nei cortili delle case, quegli stessi alberi che durante l'anno nemmeno noto. Mi sento più buona, più ben disposta e spero sempre che nevichi. Ma allo stesso tempo lo odio. La malinconia della vigilia: va sempre a finire che piango come una fontana; il giorno di Natale sempre lunghissimo e stonato, e mai che arrivi sera, e poi un altro giorno di festa, un altro giorno in cui ogni singolo secondo scandito dall'orologio sembra eterno.
Guardo il piccolo alberello portatile che ho sulla scrivania. Mi ha seguito anche qui come in ogni altro ufficio in cui ho lavorato. E’ piccolo, ormai bruttarello, qualche pallina rossa s’è staccata, come decorazioni le immagini di alcuni personaggi Disney. E' un alberello per bambini, lo so, me lo ricordano tutti quelli che entrano. Ma per me è un caro ricordo, il ricordo di qualcosa che non c'è più, il ricordo denso e struggente di qualcosa che in questo periodo dell’anno a volte sembra quasi tornare…

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  13.12.2007 | 19:19
ultimo appello per tapirulan
 
 

qualche settimana addietro siamo stati intervistati da una redattrice di ‘ultimo appello’.
tanto per cambiare io, di ‘ultimo appello’, non conoscevo neppure l’esistenza. per non fare cattiva figura mi procurai subito un copia. non fu difficile dal momento che il giornale è reperibile nella maggior parte dei locali che frequento. nei giorni successivi me lo sono letto tutto. un bimestrale free press indirizzato prevalentemente a un pubblico di studenti: quindi informazioni utili, interviste ai professori e qualche approfondimento sull’università, ma anche rubriche di musica, sport, teatro, arte in generale e una certa attenzione agli eventi ‘giovani’ della città.
e, questo bimestre, noi di tapirulan.
niente domande e risposte, ma una chiacchierata a tutto tondo sulle attività dell’associazione. francesca si presenta con un’agendina minuscola e ricolma di scritte, ma non ci scrive dentro praticamente nulla, ad eccezione di qualche breve appunto di tanto in tanto. arrivano le birre e comincia l’intervista. passa qualche minuto e già la tavolata si divide: da un lato del tavolo le tapirugirls lalla e roberta che chiacchierano di shopping, dall’altro io e french che spariamo numeri, date, eventi come fossero palle da tennis. nel mezzo francesca, disorientata, divisa a metà tra la curiosità di vedere cos’hanno comperato quelle due, e la necessità autoimposta di ascoltare le elucubrazioni di questi due rompimaroni che paiono trovarsi d’accordo solamente sul fatto di voler fare il possibile per confonderle le idee.
missione fallita, a conti fatti: l’articolo su di noi è preciso, completo e riesce nella difficile impresa di raccontarci esattamente per ciò che siamo.
brava francesca.
e grazie, a nome mio e di tutta l’associazione.

qui sotto l'articolo di francesca laureri

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TAPIRUCAN + TAPIRUSAN + TAPIRURAN = TAPIRULAN

Accadde un giorno che…
Un gruppetto di ragazzi cremonesi con dei nomi un po’ strani (French, Zino, Topus, giusto per fare qualche esempio) ai tempi del liceo crea un giornalino scolastico. Una rivista umoristica con un nome simpatico: TAPIRULAN, scritto così come si pronuncia. Passano una decina di anni, internet si impone e sempre gli stessi ragazzi decidono di convertire il cartaceo in virtuale: Tapirulan diventa sito internet perdendo piano piano l’aspetto puramente umoristico ma diventando una grande vetrina virtuale per gli artisti. Non si tratta però solo di una bacheca espositiva, ma di un covo di idee e persone che si impegnano quotidianamente per far crescere Tapirulan.
Dei ragazzi con i nomi strani ne sono rimasti alcuni, altri hanno abbandonato, ma altrettante persone sono entrate strada facendo e adesso ognuno ha un ruolo, soprattutto grazie alla “riorganizzazione” dell’Associazione che prevede anche un restyling del sito.

Internet, concorsi, e…
www.tapirulan.it per ora è una paginona colorata in cui è possibile individuare diverse sezioni: Racconti, Poesia, Musica, Fumetti, Fotografia  Arte e Spettacolo, e per ogni sezione, una lista di artisti. Pubblicare le proprie opere non è complicato: basta contattare i responsabili, inviare il proprio materiale e avere un poco di pazienza; per il momento la lista di attesa è piuttosto lunga, ma gli addetti ai lavori promettono – scusandosi - che nel nuovo sito (on line tra non molto) i tempi di attesa saranno minori.
Tapirulan, ultimamente, vuol dire soprattutto concorsi, pubblicazioni e un progetto editoriale ben preciso. Nel 2007 nasce la Edizioni Tapirulan, in occasione dell’uscita di Cyclette: raccolta di racconti illustrati che ha visto esaurite la copie della prima pubblicazione. Inoltre il prossimo 15 dicembre nell’Aula de Filosofi dell’Università di Parma verrà presentato il secondogenito di quest’annata: il libro di poesie frutto di un concorso con ben 264 partecipanti, di cui 50 pubblicati. All’ evento saranno presenti la giuria del concorso e alcuni rappresentanti dell’Associazione; in più Paolo Briganti, docente presso il nostro Ateneo, nonché Presidente di giuria, leggerà alcune delle poesie presenti nel libro. Inoltre è scaduto il 30 novembre il concorso per aspiranti scrittori: nella primavera 2008 verrà pubblicato infatti il secondo libro di racconti illustrati.
Non finisce qui, a breve sarà possibile acquistare il Calendario 2008 di Tapirulan. Di cosa si tratta? Di un concorso per illustratori che ha raggiunto quest’anno la sua terza edizione. Giudice è Mino Manara, mito del mondo del fumetto. Tra tutti i partecipanti verranno scelti 12 artisti le cui opere animeranno il nuovo calendario; ci sarà inoltre un vincitore “ufficiale”, eletto dalla giuria, e un vincitore votato dagli utenti del sito.
Insomma, mille iniziative che, per ora solo a Cremona – purtroppo -, si sono tradotte anche in incontri, reading, mostre ed esposizioni pubbliche e completamente free… i sostentamenti arrivano infatti dai soci sostenitori ( 10 euri di quota associativa), dalla vendita dei prodotti (da quelli editoriali al merchandising di magliette, borse, spillette, ecc…), dagli sponsor e, last but not least, dai contributi dell’Università.

Ricapitolando…
Un’ Associazione giovane e piena di idee, 223 artisti pubblicati (per ora) e il principio di non essere un’azienda ma una strada semplice e diretta per chiunque voglia esprimersi con qualsiasi forma d’arte.

Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  03.12.2007 | 12:39
china mieville - perdido street station
 
 

il maffo mi mise in mano il tomone. lessi il titolo: “‘perdido street station’. uhmmm… – e iniziai a sfogliarlo – di che si tratta?”
“è un… una specie di fantasy”.
“fantasy? allora riprenditi subito ‘sta porcheria” e glielo restituii.
io odio il fantasy e il maffo lo sa bene. sa che mi sono iniettato la versione lunga della trilogia de ‘il signore degli anelli’ per mera devozione nei confronti di peter jackson. sa che sono probabilmente l’unico essere umano della mia generazione a detestare la trilogia ‘guerre stellari’. d’altronde, e siate sinceri, com’è possibile che una combriccola di orsacchiotti possa sconfiggere da sola l’impero di darth fener, e che l’essere più saggio dell’universo sia un nanetto verde provvisto di orecchie più lunghe di quelle di spock che parla esattamente come un sardo? suvvia. quest’estate pensavo di farmi una settimana di vacanza su yavin 4. tornerò a casa con addosso uno splendido pellicciotto di ewok nuovo fiammante. invidiosi, nevvero?
“no, dammi retta, leggilo” insisté il maffo e me lo porse di nuovo.
gli diedi retta: lo lessi.

nonostante il mio personale ostracismo e i numerosi difetti intrinseci, ‘perdido street station’ mi ha affascinato immediatamente. niente foreste incantate, verdi prati, castelli arroccati, spadoni, anelli, forzieri ma bensì una realtà urbana fatiscente, claustrofobica, inquinata, malata, popolata da una moltitudine di esseri bestiali dalle consuetudini a dir poco agghiaccianti. niente orsacchiotti parlanti, alberelli intelligenti, maghi, elfi, nanetti, giovani principessine sessualmente inattive, quindi. a new crobuzon coesistono una comunità di blatte-artiste dal corpo di donna e dalla testa di scarafaggio all’interno della quale l’eterosessualità è vissuta come elemento di emarginazione; uomini-cactus dai muscoli irti di aculei il cui ghetto incappucciato è chiara metafora di un ottuso machismo comunitario auto-segregazionista; uccellacci umanoidi fieri, individualisti, eppure regolati di un codice etico rigidissimo; lucertolone-donna dal corpo ripugnante ma dal cuore d’oro, inconsapevoli custodi di un’arte misteriosa e affascinante; miserabili entità deformi né biologiche né meccaniche che prendono il nome di ‘rifatti’; e poi ancora immensi aracnidi onnipotenti che vanno in visibilio ogniqualvolta gli capiti a tiro un paio di forbici, maghi, taumaturghi, scienziati, mani intelligenti tipo famiglia addams e persino un imprevedibile deus-ex-machina dall’estetica smaccatamente cyberpunk…

da non trascurare infine i numerosi elementi d’anticipazione tipici del romanzo distopico, in linea con la posizione politica sinistrorsa di china mieville. una collocazione che emerge tanto nei romanzi quanto nelle esternazioni, spesso critiche nei confronti degli scrittori fantasy suoi colleghi, a partire da quel j.r.r. tolkien che mieville liquida semplicemente come ‘reazionario’. ma mieville ha fatto persino di più: chi ha un po' di tempo da spendere può dare un’occhiata a questo sito (qui). in disaccordo con il nostro, io dubito che il fantasy possa mai ambire ad essere più politicizzato, ad esempio, di un festival di sanremo, ciò che di primo acchito mi porta a pensare che molto probabilmente mieville è un discreto coglione. ma scrive decisamente bene.
l’estratto qui sotto rappresenta un momento cruciale del romanzo. mi sono permesso un leggero ritocco in modo da non rovinare eventualmente la sorpresa.

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(…)

Il tramonto sanguinava sui canali e sui fiumi confluenti di New Crobuzon. Scorrevano densi e arrossati di luce. Turni cambiavano e giornate di lavoro finivano. Cortei di operai e impiegati delle fonderie, funzionari e panettieri e scaricatori di carbone, esausti, arrancavano dalle fabbriche e dagli uffici fino alle stazioni. Le banchine erano piene di discussioni stanche e turbolente, di cigarillos e alcolici. Le gru di Kelltree lavoravano tutta la notte, spostando carichi esotici da navi straniere. Dal fiume e dai grandi moli, stivatori vodyanoi in sciopero gridavano insulti alle squadre umane al lavoro. Il cielo sopra la città era imbrattato di nubi. L’aria era calda e l’odore alternativamente voluttuoso e nauseabondo, quando gli alberi fiorivano e gli scarichi delle fabbriche si coagulavano in flussi sempre più densi.
Teafortwo fuggì come una cannonata. Schizzò nel cielo attraverso la finestra rotta lasciando una scia di sangue e lacrime, piagnucolando e tirando su col naso come un bambino, sfrecciando in modo irregolare verso Pincod e Parco Abrogato.
Trascorsero parecchi minuti prima che un’altra forma più scura lo seguisse nell’aria.
La complessa creatura appena nata si piegò per oltrepassare una finestra al piano superiore e si lanciò nell’imbrunire. I movimenti al suolo erano titubanti, ogni passo pareva un tentativo, ma in aria veleggiava. Non c’era esitazione, solo il compiacimento del gesto.
Le ali irregolari sbattevano le une contro le altre e si spingevano via in possenti e silenziose folate che spostavano grandi masse d’aria. L’essere compì una sorta di avvitamento, battendo languidamente le ali, il corpo che sfrecciava nel cielo con la caotica e sgraziata rapidità di una farfalla. Nella sua scia, mulinelli di vento, sudore ed essudazioni afisiche.
La creatura si stava ancora asciugando.
Si innalzava. Leccava l’aria che si andava rinfrescando.
La città sottostante imputridiva come pacciame. Un palinsesto di impressioni sensoriali scorreva sull’animale in volo. Suoni e odori e luci che filtravano nella sua mente oscura in uno sciabordio sinestesico, una percezione aliena.
New Crobuzon esalava il ricco sapore-profumo della preda.
L’essere si era nutrito, era sazio, ma la sovrabbondanza di cibo lo confondeva, piacevolmente, perciò sbavava e digrignava gli enormi denti per la frenesia.

(…)

Autore: ufj | Commenti 2 | Scrivi un commento

  19.10.2007 | 15:34
post orgasmic chill
 
 

sull’orgasmo maschile (e femminile) e sulle implicazioni emotive e psicologiche indotte nel partner è stata imbrattata tanta carta da abbattere un’intera amazzonia. lungi dal ritenermi nella posizione di avere qualcosa di nuovo da aggiungere, mi limito a segnalare un sito che (coraggiosamente, direi), s’attenta a far luce sull’annosa questione uomo/donna (qui).
in tema, il testo qui sotto proviene dalla rubrica ‘questioni di cuore’ del ‘venerdì di repubblica’ edito il 28 settembre scorso. riguardo questo tipo di rubriche mi considero un lettore meno che occasionale, ciononostante suppongo sia abbastanza raro incappare in missive scritte con altrettanta efficacia.
l’autore firma l’articolo con il criptico pseudonimo ‘abt abt’.

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Ero da un paio d’anni l’amante di una donna sposata e ogni tanto (venti volte) ci è capitato di fare l’amore (la contabilità non l’ho tenuta io). L’ultima volta ho commesso l’errore di manifestarle il desiderio di rimanere abbracciato a lei per diluire in tenerezza quell’ineffabile malinconia che a volte coglie gli amanti nel dopo amore. Con mia grande sorpresa però ho incontrato un perentorio e umilianrte rifiuto. Lei aveva messo ben in chiaro fin da subito che il suo matrimonio non sarebbe mai stato messo in discussione e io avevo accettato di buon grado quanto lei aveva detto. A lei non piaceva stare in mia compagnia, forse è stato uno sbaglio accedere ai rispettivi corpi, ma tra adulti “ormonodotati” si tratta di un approccio difficile da circumnavigare. Prima di allora credevo che fossero I maschi a tagliar corto dopo il rapporto sessuale, girandosi dall’altra parte per entrare in una sorta di narcosi affettiva, e che la rivendicazione di tenerezza postcoitale fosse una prerogativa del genere femminile. Quando mi sono trovato a mendicare invano due coccole a piè di pagina di un rapporto sessuale mi sono sentito violato e spaesato come non mai.
Io al posto suo, pur controvoglia, non mi sarei negato con tanta drasticità, per arginare innocenti carezze: a gentile richiesta avrei finto un po’ di trasporto, se non altro per educazione e per evitare la tragedia che ne è saltata fuori. Io, infatti, sono un uomo amabile ma vendicativo, e ho visto in quel no qualcosa che andava oltre l’episodica, legittima indisponibilità a concedermi un viatico. L’ho vissuto come un vero e proprio affronto e il mio serbatoio di ironia è andato a farsi friggere. La storia con lei è fnita in quell’istante e purtroppo non so se sarò più capace di recuperarne le fila.
Esprimo la mia solidarietà alle migliaia di donne cui viene quotidianamente negata la consolazione di due amorevoli blandizie postginniche.

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  07.09.2007 | 10:44
breece d'j pancake - trilobiti
 
 

nessuno uscirà vivo dal west virginia. non ne uscirà vivo breece d’j pancake, morto suicida ventiseienne nella capitale. non ne uscirà vivo alcuno dei personaggi di ‘trilobiti’, imprigionati all’interno di se stessi, legati a una terra che tutto prende e nulla concede. unica eccezione quel chester protagonista de ‘la mia salvezza’ il cui ritorno in città rappresenta nient’altro che una crocifissione collettiva per gli indolenti abitanti della cittadina di rock camp.

‘trilobiti’, antologia di dodici brevi storie, rappresenta l’opera omnia di bdjp. storie scritte con una prosa asciutta, perfetta. le parole si susseguono una dopo l’altra come tasselli di un puzzle verbale, ciascuna collocata esattamente al proprio posto. lo sguardo di bdjp è nelle pietre, negli alberi, nei cani, nel whisky; è ancora lì, come le tazze in fila appese ai ganci, a significare che le persone, sì, cadono simili a foglie d’autunno, ma gli sguardi e le tazze oh no, quelli rimangono lì, appesi ai ganci del tempo, ora e per sempre.

kurt vonnegut lo definì “il migliore scrittore che abbia mai letto, il più sincero. ma non c’è nessun divertimento a essere così bravo, deve essergli costato troppo, deve avergli dato troppo dolore”. altri lo paragonano a hemingway o faulkner, paragone che, personalmente, non gradisco. in primo luogo perché non mi piacciono i paragoni. in secondo, perché non ho mai letto né hemingway né faulkner.

un estratto da ‘una stanza per sempre’

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(…)

Giro sulla Prima Strada, passo lentamente davanti alle bettole affollate una in fila all’altra, guardo dietro ai vetri tutte quelle persone fortunate che fanno festa per l’ultimo dell’anno. Poi la vedo seduta a un tavolo vicino alla porta di servizio. Entro, prendo uno sgabello al bancone, ordino un whisky, liscio. La nuvola di fumo è densa, ma vedo il suo riflesso nello specchio dietro il bancone. Dal modo in cui le cade la bocca vedo che è abbastanza ubriaca. Non credo che sappia che non sarà certo una sbornia a tirarla fuori di lì.
Mi guardo attorno. Tutte queste persone sono uscite dalle loro tane perché per loro non ci sono feste a cui andare. Sono sconosciuti che giocano a biliardo o a flipper, mentre si fanno un goccetto. Tutto l’anno stringono i denti, pompano petrolio e servono ai tavoli e scopano puttane o provocano i gay e non gli piace niente di tutto questo ma sanno che la loro fortuna è averlo.

(…)

Cammino per la strada pensando che la merda va sempre a fondo e che queste città scaricano la loro merda nel fiume per spingerla verso il delta. Poi penso a quella ragazza seduta nel vicolo, seduta nella sua stessa pozza, e scuoto la testa. Non sono arrivato così in basso.
Mi fermo davanti alla stazione dei pullman, guardo dentro le persone che aspettano e penso a tutti i posti in cui stanno per andare. Ma so che non riusciranno a scappare e che non sarà una sbornia che li tirerà fuori di lì, o che non sarà la morte a liberarli da tutto. E’ sempre lì, basta che guardi qualcuno e ti danno un’occhiata come se fossero l’ira di Dio.

(…)

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  23.08.2007 | 11:55
buon compleanno, nadia (conc. 'le parole per te')
 

qualche tempo fa mi misi in testa di partecipare al premio letterario “città di caivano – le parole per te” viii edizione.
e allora così, un po’ per curiosità e un po’ per spirito di competizione, sono andato nel sito a sbirciare vincitori e piazzati degli anni scorsi. ho finito per leggermeli tutti. lungi dal voler emettere giudizi di sorta sulle storie premiate, mi limito a segnalare un paio di racconti che mi hanno colpito. si tratta del delicato “lucertole” di giacomo marchi (2° classificato nel 2005) ma soprattutto di “buon compleanno, nadia” di mattia mazzali (3° classificato nel 2005), una rutilante corsa tra la vita e la morte, tra la speranza e la disperazione, tra il caso e il destino. a tratti leggermente pastosa, forse, ma con un finale letteralmente mozzafiato. leggetela!
le due storie sono online qui e qui.
qui sotto un breve estratto da “buon compleanno, nadia”. una corsa in ambulanza: tre volontari, una giovane madre, nadia, e la figlioletta di lei, alice, in fin di vita.

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(…)
«Di nuovo al tre. Uno-due-TRE».
Alice viene sollevata dai tre volontari, coadiuvati da una Nadia generosissima. La ragazza è stata immobilizzata ed ora galleggia nel freddo, sospesa da otto mani tenaci e sospinta da un cuore di madre che le viaggia accanto. Il freddo si mischia al sudore, la notte ora è una luce azzurra lampeggiante, la paura si scioglie nella fatica.
Giungono all’ambulanza, caricano l’asse spinale sulla barella.
«Salta su, Nadia».
Stefano parte a razzo verso il Pronto Soccorso di Novara, la sirena esplode dopo pochi metri.
Tornerà il freddo, e il silenzio, e la notte. C’è una macchina lì in mezzo al prato.
Rosso-Uno-Sierra. Nadia ora sa cosa si prova a stare dall’altra parte.
Giada inizia a medicare Nadia, ma Alice conferma subito il suo presunto trauma cranico attaccando a vomitare a getto. Carlo e Giada inclinano perpendicolarmente l’asse spinale, Alice vomita di traverso, Nadia scoppia in lacrime.
«NON MI CROLLARE PROPRIO ADESSO, NADIA» grida Carlo imbrattato di fango e vomito.
«E’ stata tutta colpa mia».
«Non è vero, e lo sai».
Stefano sterza, frena, lì dietro si fanno i numeri, Nadia singhiozza dentro rimorsi che le allagano il cuore. «Avrei dovuto essere più prudente».
«E’ stata una disgrazia».
«Avrei dovuto tirare dritto. Fottuto di un cane».
Nadia è in lacrime, Carlo prova a rincuorarla.
«Andrà tutto bene, ok?».
Lei ha la testa tra le mani, non sa darsi pace.
«Mi hai sentito? Andrà tutto bene».
«Ok».
«Forza, ripetilo con me. Andrà tutto bene».
Nadia solleva il capo. «Andrà tutto bene».
«Brava, così. E poi oggi non è mica il tuo compleanno?».
Tra un singhiozzo e l’altro Nadia balbetta un «Sì».
«E allora hai un desiderio da esprimere. So che lo userai bene».
Carlo prova a sorridere, anche se è difficile.
Un desiderio da esprimere.
Nadia ha una visione nostalgica dei suoi antichi compleanni, quelli in cui chiudeva gli occhi ed esprimeva un desiderio, quelli in cui l’innocenza era ancora abbastanza da farle credere nella vita, e non maledire come farebbe oggi. A quei tempi gonfiava i polmoni, spazzava via la luce delle candele e nell’applauso generale di mamma papà e nonna il suo corpo si riempiva di gioia.
Alice ha un nuovo getto, Nadia torna nell’ambulanza. E con una cattiveria simile a una resa dice:
«Non vedo candeline, Carlo. E i desideri non funzionano senza di loro».
(…)


Autore: ufj | Commenti 3 | Scrivi un commento

  06.08.2007 | 09:31
universo femminile
 
 

trovo carina l’idea che in questo blog scrivano anche altre persone oltre al sottoscritto. ho ospitato con piacere la recensione de ‘l’amica di porthos’, la mini-parabola del maffo e il resoconto enogastrocalcistico di silvio72. oggi, se non vi scoccia, metto online questa storiella di 'fruttolo'. lo so, lo so: è lui che insiste per firmarsi così.

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Metà luglio, l'afa di queste notti non mi lascia dormire: sto facendo zapping tra i pochi canali a disposizione, la televisione mi vomita di tutto e troppo spesso interrompe la pubblicità con i film.
La scena di un ragazzino che spia le zie mentre si lavano cattura la mia attenzione. E' un film ambientato all'inizio della prima guerra mondiale, tra le attrici riconosco (facile indovinare come) Serena Grandi. Le scene, sempre più piccanti, non mi lasciano indifferente; di lì a poco, come nella celebre canzone di Dalla, 'parte la mia mano'.
Improvvisamente suona il cellulare. E' un messaggio, dice: 'Ciao sono Silvia sono sotto casa tua disturbo se salgo?'
Il mio cervello è diviso a metà tra:
'Che cazzo vuole 'sta rompicoglioni?'
e
'Vuoi vedere che questa mi vuole trombare?'
Mi ricompongo e le scrivo di salire, dandomi subito dopo del pirla per avere sprecato 0,01 Euro per inviare un SMS a una persona davanti alla porta di casa.
Sale, è vestita in maniera molto provocante: jeans corti molto aderenti, un top che lascia intravedere l'assenza di reggiseno e due tette che mi fanno uscire gli occhi dalle orbite.
'Ciao Silvia, ma che ci fai da queste parti?'
'Beh… sai, ho portato a casa un'amica e… fa troppo caldo per tornare a casa. Inoltre volevo vederti.'
'Entra, dài. Bevi qualcosa?'
'Una birra, grazie.'
Mentre mi avvio verso il frigo mille pensieri mi avvolgono, ma tutti fanno riferimento a una sola idea: TROMBARLA. Nella televisione le scene di sesso scorrono senza sosta. Silvia pare non farci caso. Cominciamo a chiacchierare, le sue labbra vomitano parole a ripetizione come una mitragliatrice ma io non ascolto nulla: sono perso a sbirciarle il seno. Alla terza frase che le chiedo di ripetere si accorge che sono distratto dal suo davanzale e sbraita 'Siete tutti uguali voi uomini!' Comincia a piangere e scopro finalmente il motivo della sua visita: il tradimento del suo oramai ex-ragazzo.
Mi rendo conto di essere nella merda: mi aspettano almeno due ore di lagna. Dopo 69 minuti i coglioni sono talmente gonfi che se potessero uscirebbero dal buco del culo. Cerco di farla smettere carezzandole la nuca e di riflesso si appoggia con la testa sulle mie gambe. Non smette di singhiozzare. Il calore del suo corpo m'induce una certa reazione, non so come trattenermi. Silvia se ne accorge e invece di scandalizzarsi inizia a graffiarmi l'interno coscia.
Le due ore successive sono di fuoco.
Oramai esausto sul letto sembro la brutta copia di uno straccio. Decido di farmi una doccia. Quando ritorno in camera lei è stesa sul letto che fissa il soffitto. Fuori, un pallido sole timidamente sorge e gli uccelli, ignari, ci danno la sveglia. Non so bene che cosa aspettarmi, ma non devo attendere molto: non ho neanche il tempo di finire di asciugarmi che dice: 'Davide, è stato bellissimo, ma in questo momento sono troppo debole e confusa. Tu hai approfittato un po' di me. Ho bisogno di stare sola. Mi capisci?'
Rispondo che OK, rispetto la sua volontà. La sua reazione: 'Sei uno stronzo come tutti gli altri!' poi si alza, si veste e se ne va in tutta fretta. Il sole è già alto, di dormire non se ne parla. Decido di andare a pescare, chissà che il fiume non mi porti consiglio e non mi aiuti a capire un po' di più l'universo femminile.
Due sere più tardi suona di nuovo il campanello. E' Silvia. Che fare? Apro? Non apro? Mi guardo in giro pensieroso. Trovo il telecomando, accendo il televisore, mi corico sul divano e infilo una mano nei pantaloni. Chissà che facendo zapping non m’imbatta in un film con la Fenech, penso.
Un paio di minuti e il telefono suona. E' un messaggio di Silvia, tutto in maiuscolo. Dice 'SEI UNO STRONZO'. Che abbia ragione?

Autore: ufj | Commenti 4 | Scrivi un commento

  20.07.2007 | 14:46
mark z. danielewski - casa di foglie
 
 

“Non farti ingannare, quelli che scrivono libri lunghi non hanno niente da dire. Naturalmente, quelli che scrivono libri brevi hanno ancor meno da dire”.
Il senso di ‘Casa di foglie’ di Mark Z. Danielewski, delle sue ottocento e passa pagine, sta in questa come in qualunque altra frase di questo stupefacente romanzo. Ecco come. La scoperta che casa propria è (per pochi centimetri) più grande all’interno che all’esterno diventa il movente, da parte del protagonista, per dare luogo (nonché vita, è il caso di dirlo) ad un’agghiacciante esplorazione dello spazio fisico, di quello interiore ed infine - soprattutto - di quello narrato (ricorrendo, se necessario, anche a qualche effettaccio da Z-movie Ed-Wood-iani). Horror travolgente, rutilante, stucchevole, a tratti estenuante, prodigo tanto di virtuosismi quanto di lungaggini – tanto più insulse quanto intenzionali; affascinante però e, a lettura terminata, appagante.
Impossibile fugare il sospetto di avere di fronte l’ennesimo ‘romanzo che parla di tutto’. E allora, per una volta, così sia, laddove il ‘tutto’ diventi, qui spesso e argutamente, gioco autoreferenziale: non svelo nulla dicendo che il protagonista, nella fase finale della sua… chiamiamola ‘catarsi’, trascorre il proprio tempo leggendo un libro di 816 pagine intitolato proprio ‘Casa di foglie’.
Nella scena qui sotto – che non rende giustizia alle peraltro notevoli doti tecniche dell’autore – uno dei protagonisti è solo, al buio, sperduto in uno spazio tanto immenso quanto impossibile. Tutt’attorno un ringhio feroce, palpabile testimonianza della presenza della ‘cosa’. A proteggerlo soltanto il sottile telo della tenda, e una incrollabile fiducia nella ragione umana. Accende la videocamera e si registra per alcuni minuti. In questo punto, il romanzo trascrive il suo monologo.

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Questa la chiamo ‘favoletta della buonanotte per Tom’.
Tanto tempo fa c’era un capitano che navigava per mare quando ad un certo punto uno dei suoi marinai avvistò all’orizzonte una nave pirata. Subito prima dell’inizio della battaglia il capitano gridò: “Portatemi la mia camicia rossa!”. Fu una lunga battaglia, ma alla fine lui e il suo equipaggio ebbero la meglio. Il giorno dopo apparvero tre navi pirata. Di nuovo il capitano diede quell’ordine: “Portatemi la mia camicia rossa!” e di nuovo sconfisse i pirati insieme ai suoi uomini. Quella sera sedevano tutti in cerchio, per riposare e curarsi le ferite, quando un guardiamarina chiese al capitano perché indossasse sempre quella camicia rossa prima delle battaglie. Lui spiegò con voce calma: “Porto quella camicia perché se anche venissi ferito nessuno noterebbe il sangue. E i miei uomini continuerebbero a combattere senza paura”. Tutti i membri dell’equipaggio furono commossi da quella straordinaria dismostrazione di valore.
Ebbene, il giorno successivo furono avvistate dieci navi pirata. Gli uomini si voltarono verso il loro capitano, in attesa dell’ormai consueto ordine. Calmo come sempre, lui gridò: “Portatemi i calzoni marroni”.

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  05.07.2007 | 13:01
sampdoriani?
 

se tra coloro che sbirciano questo blog vi sono dei sampdoriani probabilmente farà loro piacere leggere il resoconto che linko qui. il senso di questo post è anche - e soprattutto - quello di porgere un affettuoso saluto all'autore, silvio72... da sempre e per sempre lontano dall'amata genova, suo malgrado.
il franco dell'articolo è gianfranco bellotto, ex giocatore ed allenatore sampdoriano. forse silvio72 spiegherà proprio in questo blog l'origine e le ragioni di cotale frequentazione.
un estratto.

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In auto tutti e tre in centro a Vicenza, sono già le 19:30 passate e dovremo essere a Camposampiero alle 20:00.
I saluti ai ragazzi del bar devono essere per forza assai rapidi, perché tra un quarto d’ora Leone comincerà a telefonarci e a domandarci a che punto siamo e non potremo certo dirgli che dobbiamo ancora partire.
Il primo dubbio: andiamo per Padova o per Piazzola sul Brenta?
A fianco a me c’è Renzo, vicentino che abita da sempre a Vi, io alla guida sono qui da quasi sette anni e dietro si trova Renato, che ci sta da quasi tre anni ma siccome conosce bene il mercato degli antiquari di Piazzola è lui ad indicare la via.
Se ci fossimo mossi per Genova prima o dopo avremmo visto dal finestrino il mare, qui invece la successione è la seguente: rotatoria, mais, capannone, frumento, mais, capannone, rotatoria, mais, rotatoria, capannone, capannone, mais.
Il cielo ha il colore della confezione del fluimucil, che mi davano da piccolo per la tosse, e c’è anche il sole arancione dietro all’albero / bronco rovesciato, solo che l’albero qui ha le foglie.
Insomma il tipico cielo di metà giugno alle 20 tra Vi e Padova.
Ad un bivio di fronte a noi tre frecce stradali: la prima in alto segna Padova a destra, la prima in basso segna San Giorgio delle Pertiche a sinistra e quella in mezzo segna a sinistra ma è un pezzo di lamiera blu senza scritte.
Nuovo dubbio: “e adesso dove devo andare?”.
Me lo chiedo spontaneamente ad alta voce, ma nessuna risposta mi solleva, fino a che non arrivo allo stop, dove ci accorgiamo che sulla freccia in mezzo, in rilievo, ormai blu su blu, si legge la parola “Camposampiero”, lavata via dai decenni.
A questo punto è chiaro che il fatto di aver raggiunto Camposampiero per le 20:20 ha del miracoloso.
(...)

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  24.06.2007 | 18:58
meno di cento metri
 

il maffo, oltre che uno degli amici più cari e di più lunga data, è anche il mio spacciatore ufficiale di letteratura. questo è il suo sito:
http://www.maffini.eu/maffini.eu.html.
sono mesi che gli dico che deve alleggerirlo. ho ragione, vero? non mi ascolta.
sotto, una storiella sua.
il maffo parte e se ne va a vivere in inghilterra. questo è il mio saluto e il mio 'in the mouth of the wolf'.

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un bambino di 8 anni, una gara di atletica, 100 metri (o meglio 40 perchè sono bambini).
il bambino è il più veloce della sua squadra, prima batteria, si guarda attorno: questa si vince facile! si parte… a metà gara gli altri sembrano fermi e lui sta correndo verso la vittoria inevitabile.
ma poi improvvisamente… due adulti ai lati della pista tirano su un filo e lo tendono all’altezza del suo collo, ma sono scemi? vogliono tagliargli la gola? un attimo di esitazione e si ferma. un bambino di un’altra squadra gli passa di fianco, lui prova a riprenderlo ma… troppo tardi… quel bambino intanto raccoglie con il petto una sottile striscia di carta e vince.
dov’è andato a finire il filo luccicante che rasoiava il traguardo? l’ha solo immaginato? chi lo sapeva che lo avrebbero abbandonato sul petto del vincitore?
l’allenatore si avvicina. tutto bene? perchè ti sei fermato?
niente risponde il bambino, niente.
da quel momento solo campestri, roba di fatica, dura arrivare in fondo, nessun nastro teso… e addosso solo sudore e la sensazione di aver perso qualcosa di più di una gara per bambini.

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  29.03.2007 | 11:28
disamori
 

navigando in rete mi sono imbattuto per caso in questo blog
mi è piaciuto, tutto qui

questo è il link
http://disamori.blogspot.com/

e questo è un estratto
* Certo ricevere "auguri di cuore" a capodanno è un segno inconfondibile di fine della faccenda.
* Dobbiamo ancora occuparcene?
* E' il tuo cuore che ne viene ciclicamente occupato.
* Sì e nemmeno riesce a far capire ai newcomer che cosa significa avere a che fare con il dolore precedente. Quelli si nascondono dietro la volontà, dico la volontà? Ma siano tornati al cineforum del 1969?
* Quando non c'era l'aborto e le donne compravano la pillola di nascosto, quella che c'era, con finte prescrizioni per malattie inesistenti.
* E tu ti senti parlare della volontà.
* Il cattocomunismo gayo....
* Una piaga.
* Tornerei un attimo al punto.
* Non voglio tornarci: in quella stanza c'e' solo dolore.
* E allora cosa racconti qui?
* Perché, c'è solo il dolore da raccontare?
* Non mi diventerai ottimista e di sinistra anche tu?
* Piuttosto morto

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