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Robirobi
  12.05.2011 | 22:49
elastici e no
 

 

Sei elastico!”.

Io, ancora appeso al quadro svedese, guardai il mio professore di educazione fisica, pensando che scherzasse. Era molto serio. Volle sapere dove avevo fatto ginnastica prima di allora, e chi mi insegnava.

Più tardi cercai di ricordare qualche episodio della mia infanzia che mi aveva rivelato quella predisposizione. Facevo le capriole sul letto matrimoniale con mio fratello, ma questo penso lo facciano tutti i bambini. Facevo anche la verticale, nulla di eclatante. Salvavo le mie amichette di cortile dai cattivi, e come Zorro mi arrampicavo sui muri perimetrali del condominio. Forse non tutti facevano anche questo.

Incredibile a dirsi, ma anche a farsi, afferravo la ringhiera delle scale con la mano sinistra e con un balzo divoravo dieci gradini, una rampa intera. Sono sicuro che questo non lo faceva nessuno. E se qualcuno l’avesse fatto, per piacere mi contatti al più presto, voglio vederlo in faccia, questo individuo esentato dal buon senso. Sarebbe stato sufficiente un minimo errore di calcolo, una lieve imprecisione, un tentennamento, un ripensamento appena abbozzato, per distruggere caviglie, piedi, talloni, ginocchia. Ma c’era l’incoscienza sposata alla giovane età, che insieme sanno fare grandi cose.

Prendevo il piede e lo portavo dietro il collo. Sapevo anche muovere le orecchie, come Dumbo, ma non riuscivo a volare. Non dispero – anch’esso ha iniziato dal nulla - ma non ho ancora trovato un corvo disposto a insegnarmi.

Ci sono anche cose che ho sognato di fare, come saltare dal quarto piano verso la cima ondeggiante di un alto ginepro, e farmi accompagnare dolcemente a terra dai rami progressivamente flessi sotto il mio peso, ma l’ho riservato per i casi più drammatici e inverosimili, come un incendio, o un tentativo di cattura ed esecuzione capitale da parte dei soldati di un dittatore. Niente incendi e niente dittatori, in apparenza.

Erano le gesta dei tempi eroici, quando ero piccolo e non sapevo ciò che facevo, e tuttavia lo sapevo fare.

Poi sono diventato grande, ho smesso i panni dell’eroe. Ho una cantina, nel mio cervello, piena di costumi da scena, in special modo di pirati. Il problema di quando si diventa grandi è che per lo più si sa ciò che si fa, ma non si è capaci di farlo.

E’ così che ho cominciato a infortunarmi, e così continuerò, perché sono come un’automobile che lasci al parcheggio e ritrovi ammaccata, o una casa che si scrosta, o una trave che al sole si scolora. Con il passare del tempo aumentano le cicatrici, e non c’è verso che accada il contrario.

Con il tempo aumentano anche le cicatrici dell’anima, o di quella che chiamiamo anima, ma deve essere da qualche parte del pensiero che noi abbiamo i marchi pirateschi, le ferite secche, ma slabbrate, le ulcere inveterate che col cambiare del tempo si fanno sentire camuffandosi da mal di capo o dolori artritici. Sono sogni perpetui ormai in disuso, speranze non più belle e forse più nemmeno vive, immagini di un immaginario annegato nel tempo logorante. Sono le macerie del proprio credo ancora fumanti, e le promesse avvizzite come un frutto che si conserva sempre per il giorno a venire, per tanto di quel tempo che poi ci si scorda.

Seguire una dieta rigorosa non basta, non giova riparare la pelle dal sole, o le ossa dall’umidità, non è sufficiente staccarsi dal mondo o lottare fino allo stremo. Ogni giorno che passa, ogni parola che si dice o si tace, ogni persona che si cerca o si evita, rendono comunque sempre un po’ più incapaci e inadeguati.

Mi dispiace, professore, non sono più elastico come un tempo.

Autore: robirobi | Commenti 0 | Scrivi un commento

   
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