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Robirobi
  20.02.2010 | 18:29
pizze
 


Vado a prendere due pizze alle cipolle perché la mia donna mi ha lasciato a secco. Mi ha telefonato all'ora di cena e mi ha detto che non tornerà.
"Fatti una minestrina" mi ha detto.
Rispondo sì sì sì come quando nel confessionale la voce dice di non peccare più.
"Laura! Dobbiamo accontentarci di una minestrina".
"Pizza o morte!" ringhia mia figlia.
Prendo la moto ed esco, fuori è quasi zero ma io con la moto vado anche sotto zero, perché d'estate con la macchina si va anche con quaranta gradi, no?
Eppure l'aria non è così cattiva, io sono ben tappato e impavido e alle otto parcheggio davanti alla scritta "locanda di mezzanotte",  dove sotto dice: "Pizze anche da asporto"
Un ragazzo con i capelli in piedi, appoggiato al muro, aspetta che mi tolga il casco e mi dice: "Freddo!".
"Eh, sì".
"Bella. Cilindrata?".
"Cinquecento".
"Bella". Tira nella sigaretta e più che un tiro sembra un bacio. Anche il ragazzo assomiglia a una sigaretta.
Entro e mi annuncio con il dlindlon della porta. Odio questi muri stuccati verde pisello, ma alla reception riceve una ragazza mora carina. Mi vede e se ne va. Arriva il barista. "E' servito, caro?".
"Vorrei due pizze alle cipolle anche da asporto".
Mi sorride, l'orecchino gli brilla. "Questa sera c'è il mondo, dovrà aspettare qualche minuto".
Ripassa la ragazza mora. Mi sembra che la sua pancia sia cresciuta. Mi guarda come per redarguirmi che non è vero.
La sigaretta, fuori, stretta nel suo chiodo di pelle, gira  intorno alla mia moto. Magari mi vuole tagliare il tubo dell'antigelo. Mi avvicino alla porta, che mi legge e fa dlindlon.
Quelli che entrano mi guardano come si guarda un motocicilsta in pizzeria La ragazza passa e ripassa dal bar alla sala e mi guarda come si guarda un posacenere in pizzeria.
Il barista si gode la vista della ragazza e ogni volta le dice che un giorno o l'altro per lei farà una pazzia. "Sei troppo bella" le dice.
"Ma va' - si schermisce la ragazza - e poi ho una faccia così stanca stasera".
"Stanca? Bellissima, ti dico. Una di queste sere scappo con te".
La ragazza mi passa vicino, io assumo un'aria da posacenere e d'altra parte non saprei che consigli darle. Però sono d'accordo con il barista, Magari si scappa in tre.
Do un'occhiata fuori, la moto c'è , Sigaretta no.
Quelli che entrano e fanno dlindlon mi vedono come un posacenere vestito da motociclista. Uno arriva ad avvicinare la cicca al mio viso e penso adesso me la spegnerà addosso, invece la agita e dice: "Le dà fastidio?".
Io gli indico il cartello VIETATO FUMARE.
"Lo so - mi dice - volevo solo sapere se a lei dà fastidio".
Prima che possa rispondergli, arriva la ragazza bruna. "Ecco due alla cipolla". Esco, il ragazzo non si vede. Il fumo della pizza fuoriesce dalle narici dei cartoni. Le carico sulla moto, infilo il casco e accendo.
E mentre sto indietreggiando, lo vedo, Sigaretta, rinchiuso in una familiare, che mi fa ciao con l'aria triste, come se stesse per andare in prigione o fosse stato abbandonato.
"Avrei preferito far colpo su una ragazza" dico a mia figlia con un'impennata di autostima. Laura non mi smonta. "Devi andarci col cane".
Giusto, il giorno dopo vado a prendere la pizza con Margherita, il mio golden retriever. Anche se mia moglie non voleva. "L'abbiamo appena presa ieri, la pizza".
"Io, non tu".
"Ma io non la voglio".
"Cambierai idea, non te la senti già sotto i denti?".
Ma lei è ancora nauseata della torta al cioccolato che ha mangiato alle cinque al compleanno del nipote.
Nemmeno Margherita sembra molto contento, cammina svogliato e sembra foglia farmi un piacere. "Vedrai che è bello" gli dico. Ci portiamo a casa le pizze, vuoi anche tu una pizza? C'è una morettina e si sa alle donne piacciono gli animali".
Margherita mi guarda e so che vorrebbe dirmi che allora bastavo io, ma alle donne piacciono proprio quelli che camminano a quattro zampe e fanno bau e non vanno mai allo stadio.
Davanti alla pizzeria c'è Sigaretta. In piedi, con i capelli in piedi.
"Freddo!" mi fa.
"Eh, sì".
"Bello. Nome?".
"Margherita".
"Quanto?".
"Cinque anni".
Lo lascio fuori legato al palo della luce.
Dlindlon. "Desidera, caro?".
"Due pizze da asporto".
"Spiacente caro, il mercoledì è aperto solo l'hotel, niente pizza" dice, porgendomi i bigliettini da visita. "Telefoni, telefoni pure, prenoti per telefono, la prossima volta".
Guardo fuori. Sigaretta gira intorno al cane, lo osserva. Magari vuole tagliuzzarlo. "Non c'è la signorina?".
Mi fa gli occhioni, si volta verso il bar. "Jasmine!".
Jasmine arriva. Mi sembra che le sia cresciuta la pancia. "Salve" dico.
"Mi dispiace, la pizzeria è chiusa".
"Lo so - dico - volevo solo farle vedere il mio cane. Le piace il mio cane?".
Jasmine fa una faccia mica tanto contenta. "Mi piacciono i gatti".
"Anche quello è un animale" dico.
"Lo vedo".
"E' di razza".
"Non distinguo le razze".
"E' giovane, consuma un sacco. Gli piace molto la pizza".
"Domani può passare a prendere la pizza per il cane".
"Io pensavo che alle ragazze piacessero  i cani".
"Lei non conosce le ragazze".
Ci pensai su un po'. "Vero" convenni.
"Posso andare?"
"Certo, come no?".
Il cane mi sorrise. Lo giuro, un sorriso malefico.
Il ragazzo non era più nei paraggi, guardai dentro le macchine e non c'era traccia.
Liberai Margherita e mi feci trascinare verso casa. "Tu non piaci mica alle ragazze" gli dissi.
"Fece finta di niente, annusava il terreno ghiacciato e poi guardava in alto.
"Che fai, guardi le stelle?" gli dissi. Margherita alzò una gamba, pisciò contro un fico, poi prosegui per la sua strada, come se non volesse più avere niente a che fare con me.

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  19.02.2010 | 23:50
di magro
 



Non sapevamo cosa fare, pioveva, ma non avevamo voglia di rimanere a casa.
"Portami a cena fuori, dài. Sono tre anni e sette giorni che non usciamo a cena".
Controllai nell'archivio delle agende. Tengo in archivio gli ultimi dieci anni, tanto per avere un alibi se mi chiedessero: dov'era lei il tre maggio di quattro anni fa alle ore 18?
Aveva ragione mia moglie. Lei non aveva bisogno di agende, ricordava ancora ogni giorno fin dalla sua infanzia.
Porscia voleva un locale alla moda, così la portai all' "Inedia". Me ne avevano parlato bene, il posto era molto pulito, il servizio impeccabile e non era necessaria la prenotazione.
"Buonasera, signora e signore" disse un damerino nero che attendeva dietro la porta, in penombra. Feci un piccolo salto. Il damerino sorrise e mi invitò a seguirlo con la mano guantata.
Feci accomodare Porscia. Si guardò intorno, sembrava apprensiva. "Che brutti quadri, fanno passare la fame". Aveva ragione, agonie e penitenze non erano le benvenute in un posto di piaceri fisici.
Non passò un minuto, credo. Un damerino bianco comparve da sotto il tavolo, non so, ad un tratto era lì e basta. "Il menù, signori".
Avevo visto tanti menù in vita mia, eccetto gli ultimi tre anni e sette giorni, s'intende: poesie sui tovaglioli, scritte cinesi, numeri al posto di parole: mi dia un quattro e un contorno di due. Piatti in latino, non ancora.
Volevo ordinare anche per lei, come avevo visto talvolta nei film. Mi sembrava una decisione da uomo, violenta, ma da uomo. Però ero disorientato, e chiesi informazioni su piatti quali "parva cum laude" e "ventus bucolicus". Il damerino bianco fece una smorfia fra l'imbarazzato e l'offeso. "Non è nostro costume parlare al cliente delle nostre portate, ma vi assicuro che nessuno si è mai lamentato né del troppo sale, né del troppo zucchero, né del troppo cotto, né del troppo crudo, né del troppo, né del poco" (vero, ne avevano parlato sempre bene gli amici, sorridendo maliziosi).
Ordinammo due "virtus in medio" di primo. Porscia voleva ordinare anche il secondo, ma le consigliai di andarci piano.
Non passò un minuto, che un damerino in completo rosso ci portò due piatti decorati in oro zecchino. Vuoti.
Lo guardai. Il damerino si scusò, e tornò con due cucchiai capienti e tozzi. Lo guardai di nuovo, con apprensione.
"Dipende dal piatto, signore. Per esempio lo "stultus" si assapora con i bastoncini cinesi". Con passo clownesco, a metà fra una danza e un capitombolo, si allontanò veloce verso la cucina, se esisteva una cucina.
Porscia era imbarazzata. "E se lo mangio con le dita?".
Le diedi un'occhiataccia che la fece arrossire. Preso quel cucchiaio che sembrava una pala, si mise a frugare nel piatto, quasi vangando, e di tanto in tanto sollevava dalla ricerca gli occhi affaticati per contemplare sul muro alle mie spalle Marat che moriva nella vasca.
Nella sala erano presenti poche persone, tutte concentrate sul loro piatto. Una signora molto distinta, accanto a me,  prese a contorcersi sulla sedia, in preda a una furia orgasmica, o a un attacco epilettico, o forse era posseduta dal demonio. Il cameriere accorse con un bicchiere vuoto, lei bevve e si tranquillizzò.
La signora mi guardò con gli occhi rossi, spalancati, tenendo premuta una mano sul petto. "Santo cielo, quando va un boccone di traverso sembra di morire".
Quando ripassò il cameriere rosso gli chiesi lumi sul modo di affrontare un cibo così esotico.
"Con il pensiero, signore".
Per secondo chiedemmo qualcosa di meno sofisticato.
"La casa le consiglia una "confessio". E' un piatto audace, e offre notevoli spunti di discussione".
Ordinai per due. Ancora.
Mia moglie giocò a indovinare. Non si trattava di selvaggina, non di verdura, era qualcosa in grado di purificare l'organismo e di gratificarlo per un certo tempo.
Arrivò il cameriere. "Hai visto giusto" le dissi.
Ci mise sotto il naso due piatti blu, lucidi e vuoti come il nostro stomaco, ma riscaldati. Usammo un mestolino di rame, che dava alla pietanza un sapore vagamente acido.
Alzai lo sguardo. Alle spalle di Porscia, Gesù, su una tela gigantesca, mi guardava porgendomi il calice. Avrei giurato che era vuoto.
"Ordino del vino?".
Uscimmo per strada, non c'era nessuno. Nemmeno le ombre e le coppie, che di solito si attardano. Non c'erano che lampioni fiochi, non c'era che nebbia sospesa e incerta. Quel biancore mi ricordò la consistenza dei cibi nei piatti decorati d'oro.
Aspettavo che lei mi dicesse qualcosa, ma era rimasta vuota. Ero vuoto anch'io, la testa non conteneva più niente. Forse era questo il pregio del ristorante, ristorare lo spirito così da provare distacco una volta tornati nel mondo.
"Ho fame" disse Porscia.
Entrammo in un posto buio, con i lampadari bassi e la gente svogliata seduta di traverso sugli sgabelli.
Ordinammo un pezzo di pizza e della birra scura.
"Abbiamo la pizza "sancti spiriti", al salamino, o la pizza "maxima culpa".
Prendemmo due maxima culpa: una montagna di verdure sovrastate da cipolla croccante.
"Avremmo potuto ordinare entrambe" osservai.
"Oggi è il giorno delle ceneri, amore, dimentichi che si mangia di magro".
Impossibile dimenticarlo.

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