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Robirobi
  25.12.2009 | 22:24
venticinque
 

La neve stava prendendo il colore sporco della strada, la natura tratteneva il respiro.
Ago indicò la strada con la tazza piena di vermouth. "La notte scorsa non hanno pulito. Per cosa li paghiamo, questi qui?".
Liliana sistemò la pentola nella credenza. "Non fare così, tutti quanti sono a fare compere, c'è aria di festa".
"Non mi interessa l'aria di festa, il comune deve pulire. Se io esco e cado e mi si rompe qualcosa, festa o non festa finisco in ospedale".
Lili gli si avvicinò, lo abbracciò da dietro, gli carezzò il petto, appoggiando la guancia alla sua schiena. "Ricordati, amore, peace&love".
"Un corno" muggì Ago e si versò del vermouth. Fine della bottiglia.
"Smetti di tracannare quella roba, questa sera berremo un sacco di schifezze, non è il caso".
"Megera!".
"Carino, da parte tua. Carino, la vigilia di Natale".
Ago sollevò la tazza. "Dico a lei".
Lili guardò fuori. "Oh, quella! Si direbbe quasi che sia un odio amore".
"Non è odio e amore, è merda e merda!" perché adesso lo sai cosa farà quella? Fermerà il cane davanti al numero venticinque, cioè casa nostra, perché per loro il venticinque è un cesso. Questo è il loro messaggio. Lo sai, vero, cosa pensa di noi?".
La donna, centoventi chili che avanzavano a fatica, sembrava tuttavia trascinata a forza da un cane piccolo e peloso, grigiastro, che tirava il guinzaglio come un dannato.
"Hai visto? Non vede l'ora di fermarsi al venticinque. Gli scappa, non ce la fa più, ma piuttosto che fermarsi prima muore".
Lili si staccò da lui. "Io non capisco perché devi rovinarti anche le feste. Vai da lei e parlale".
"Agli animali non si parla. Dovrebbe capirlo da sola, la megera, ma in fondo anche lei è un animale".
Lili scrollò il capo, guardò la bottiglia vuota e la portò in cantina.
Ago si infilò il cappotto ed uscì sul vialetto, dove era parcheggiata la macchina.
"Dove vai?" chiese Lili dalla cantina.
"A comperare il vermouth" mormorò Ago, tra sé.
La donna e il cane si fermarono al venticinque. Lei sollevò appena lo sguardo e vide Liliana scomparire dietro la tendina. "Stronzi!" mormorò. Il cane, come se avesse ricevuto un preciso comando, piegò le zampe tremanti, avvicinò il posteriore al terreno  e lasciò il suo commento.
Ago controllò la macchina. Un lembo di parafango si stava staccando, c'era una nuova ammaccatura sullo spigolo. Grugnì, si infilò nell'auto, innestò la retro e uscì in strada. Guardò dal finestrino. Davanti a casa due palline marroni fumavano nella neve. "Merda!" esclamò. Si guardò intorno e partì. Avanzò piano, controllando i marciapiedi e le vie laterali. La megera sembrava essersi dissolta.
Ago fermò la macchina davanti alla drogheria. Un bigliettino diceva che si chiudeva alle quattro. Entrò. "Faccio ancora in tempo?".
"Per te c'è ancora tempo, tesoro" disse Vanna. Stava tagliando sottili fette di prosciutto, le levava con la pinzetta, le controllava ad una ad una. Il cliente del prosciutto, le mani affondate nelle tasche, guardava alternativamente Vanna e Ago, aspettava uno scambio di battute.
"Un etto, ha detto?".
Il cliente sobbalzò come se qualcosa di molesto l'avesse risvegliato. Chiese due etti. Gli occhi sotto la coppola si vedevano appena.
Ago studiò i liquori sullo scaffale. Prese una bottiglia di grappa e una di vermouth. Il cliente del prosciutto ebbe uno spasimo di impazienza. Ora cercava di leggere le etichette dei liquori.
"Fanno otto euro" disse Vanna al cliente. Il cliente sorrise, pagò, di nuovo tornò a guardare ora Vanna ora Ago, poi le bottiglie. Visto che non accadeva nulla, uscì.
Ago appoggiò le bottiglie sul banco. "Cosa fai di bello?".
Vanna levò gli occhi al cielo. "Cena con mio padre, niente di che. e Tu?".
"Cena con mia moglie. Niente di che".
"Prima però mi tolgo l'ossigenatura dai capelli. Ti piacciono i capelli neri?".
"I miei preferiti".
"Mi faccio tutta nera. Immagino mio padre, quando mi vedrà, mi dirà hai cambiato di nuovo? Non ha tutti i torti, in un mese è la terza volta che cambio. Ma qui ho la ricrescita grigia, vedi. Fanno dodici euro".
Ago pagò. "E adesso puoi chiudere - disse - Buon Natale".
"Lo spero" disse Vanna.
Ago pestò la neve sporca, salì in macchina e sistemò per bene le bottiglie sul sedile del passeggero. Guidò piano guardando gli alberi addobbati nei giardini. I cani correvano ai cancelli, sembrava che le palle luminose latrassero.
"Maledetti" disse. Si fermò, svitò il tappo del vermouth, mandò giù un sorso. "Maledetti" ripetè. Ripartì, le ruote slittarono sulla neve, la macchina non teneva bene la strada, seguiva il flusso di onde ghiacciate, se ne andava alla deriva.
"Maledetto paese" pensò. "Maledetto Natale, maledetta vita, maledetti tutti". Ricordò sua madre, che viveva in paese, che gli faceva ancora trovare un pasto caldo. "No, lei maledetta no". Maledetti il parroco, il sindaco, le case mai finite e mai cominciate di quel paese fantasma, i negozi che aprivano e chiudevano perché non c'erano clienti, ma bestie. "Maledetti i barboncini, i guaiti, gli stronzi gialli che guarnivano le strade come festoni odorosi.
Ricominciò a piovere, gocce pesanti e rumorose. Ago posizionò il riscaldamento al massimo, si fermò con il motore acceso, chiuse gli occhi, immaginò paesi tropicali, gente nuova, straniera, dalla lingua incomprensibile e dal pronto sorriso. Mandò giù un altro sorso di vermouth e il caldo che sentì nello stomaco pensò fosse un sole di spiaggia.
Riaprì gli occhi. La megera, a cinquanta metri da lui, stava tirando il cane per il guinzaglio. Il cane voleva fermarsi ad annusare, forse a lasciare qualche goccia odorosa, ma lei lo tirava via per portarlo al numero 25, ne era sicuro, dove avrebbe scaricato vermi, tossine, saliva, tutti gli odori di una vita non ancora sperimentati.
"Maledetta" grugnì. Innestò la marcia e avanzò piano. La megera fece attraversare il cane, scomparve nella via laterale.
Ago si fermò. Svitò la bottiglia, bevve un lungo sorso. Era bello sentire il liquido correre giù a scaldare le parti fredde e incerte del cuore.
Svoltò a passo d'uomo. Ecco la megera. Sembrava una massa tumorale, quella schiena tonda e nera che si ingrandiva di giorno in giorno.
Una volta Ago aveva tirato la macchina su un rettilineo, faceva gli ottanta in seconda, uno scatto non male.
"Riproviamo" si disse. Fece ruggire il motore e puntò sulla donna. Non aveva molto tempo, però riuscì a immaginare la nera massa carnosa che colpita schizzava su per il cielo per precipitare da qualche altra parte, molto molto lontano.
La megera sentì che alle spalle si approssimava una valanga, o qualcosa di simile. Si voltò e spalancò gli occhi.
Ago fu molto felice di leggervi il terrore, era il suo primo vero regalo da un sacco di tempo a questa parte. La megera era una lepre impietrita, una preda senza scampo in cerca di una via d'uscita.
A pochi metri dall'impatto, sopra un dosso d'asfalto, il muso della macchina si mise curiosamente a dondolare, come la testa di Lili. No, no, non è così che si fa, è la vigilia, peace&love. Ago era sicuro di riuscire a raddrizzarla, riuscì persino ad appoggiare una mano sulle bottiglie per evitare che cadessero sul tappetino. Ma l'auto prese una strada solo a lei conosciuta, uscì dall'alone luminoso del lampione, si sollevò lievemente da terra come se volesse imparare a volare, poi precipitò verticale nel fosso e Ago fu tremendamente deluso nel constatare che la tumorale massa nera passava indenne al suo fianco e che il fosso non era così basso come ricordava, ma profondo e infinito, lucente come un pericardio infiammato, doloroso come una vita, incompatibile con la vita.
La megera stropicciò gli occhi. Estrasse il fazzoletto e si asciugò il collo. "Oh Signore" mormorò. Camminò fino al venticinque, si fermò e incitò il cane: "Forza bello, la tua ultima occasione, oggi. Poi si rientra". 

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  20.12.2009 | 17:47
trattoria con vista sul Sahara
 

Mi trovavo in Africa, poco tempo fa, con il compito di visionare quattro cammelli da comperare per una gioielleria di Milano. Le gobbe dovevano essere imponenti e regali, perché i cammelli dovevano stare in vetrina zeppi di diademi, ma questa è un'altra storia.
Dopo aver girovagato in cerca di un posto dove mangiare un boccone, con la cocciutaggine di un italiano convinto di trovare pizzerie ad ogni angolo, mi fermai da Mohammed Gennaro, specialità cuscus napoletano. Meglio di niente.
Il locale non era male, il soffitto era a pois verdi e il pizzaiolo aveva il suo fez in testa e portava i guanti di pelle scamosciata per impastare certe palle verdi che poi sarebbero diventate pizze. Aveva un suo modo eccentrico di lavorare, le lanciava in alto, quelle più di una volta si attaccavano al soffitto e rimanevano lì, e poi quando erano pronte cadevano sul banco con un tonfo e la forma era fatta.
"Ciao  - mi disse - siediti dove vuoi".
Mi sedetti dove volevo, cioè vicino al pizzaiolo, perché mi incuriosiva, ma un omone nero che sembrava sbucato da un fumetto degli anni venti mi sollevò con la sedia e tutto e mi portò presso la finestra. "Cuoco praivasi, cuoco praivasi" disse abbagliandomi con i denti perfetti, dove ce li aveva.
L'angolino che dava sul retro non era male, vedevo il Sahara, un paio di rocce nude, dalle forme quasi umane, sembravano messe apposta, e poi le dune e poi il cielo e nient'altro, come se quello fosse il confine del mondo.
Ordinai una bevanda all'aglio olio e peperoncino e una coscia di struzzo aglio olio e peperoncino e una specie di polenta rossa aglio olio e peperoncino. Il deserto mi sembrava una distesa di peperoncino, il cielo un olio extravergine, le rocce tocchetti di aglio lasciati friggere sotto il sole. Chiesi una bevanda più blanda, tipo vino all'amatriciana.
Quando mi alzai per pagare sentii un brontolio all'intestino. Piccoli dolori sparsi affioravano dall'addome. Chiesi del bagno.
"Fuori avanti cinquanta metri, a sinistra" disse il pizzaiolo sorridendo, e lanciò in aria una palla di pasta.
Aprii la porta. Meraviglia. Avevo davanti a me la distesa desertica, e se il bisogno non me lo avesse impedito mi sarei seduto lì e lì sarei rimasto.
Camminavo e pensavo:  certo che potrebbero metterlo più vicino. Non ha senso, un cesso nel deserto.
Mi affiancò un tipo, che mi offriva l'attivazione di una linea telefonica senza canone, zero spese e zero telefonate. Era un tipo vestito all'occidentale, camminava a piedi nudi e mi rincorreva con penna e prestampato. "Riempia i puntini, riempia i puntini, metta il suo codice fiscale" diceva.
Io, piegandomi per la diffusa motilità intestinale, lo spinsi via con la mano. Il cesso era la cosa più importante della vita, le dune erano colline di escrementi, il cielo uno sciacquone universale, il mondo un'immensa latrina. Il cesso era più importante della moglie, della prole, del lavoro, dei cammelli, della gioielleria. Avrei dato un impero per un cesso, per un cesso sarei passato dalla cruna di un ago, a costo di lasciare la pelle dall'altra parte.
E la latrina non si vedeva, altro che cinquanta metri.
"Buon uomo, buon uomo!". Era un vecchio con un dente solo, i vestiti slavati, il cranio cotto dal sole. Sono un povero naufrago, riportami a terra, ti prego, diceva. E io a spiegargli che a terra c'eravamo già, e lui a indicarmi le dune: "Guarda il mare come è arrabbiato". Mi misi carponi e lui anche e per un po' mi seguì, poi ci rinunciò. "Non so nuotare, non ci vengo con te, mi  porti dove non si tocca".
In fila indiana la bevanda al peperoncino, la coscia di struzzo, la polenta rossa e il vino all'amatriciana si divertivano nel colon, come sulle montagne russe, e io mi misi supino e strisciai.
"Non è così, non è così che si puliscono i pavimenti" mi disse un piazzista sbucando da un cactus con un aspirapolvere in mano. Il deserto non era così deserto come si voleva far credere. Questi disperati stavano battendo zone incontaminate.
"Guardi qui" mi disse, e aspirò una duna intera, con una gran sorriso stampato sul volto, come si conviene ad ogni venditore. "Visto quanta sabbia? E scommetto che lei la spinge sotto il tappeto".
Toilette, toilette, poi ne riparliamo, tagliai corto.
Era la fine, la fine del mondo, non ce l'avrei mai fatta. Sentivo la pancia tesa come un tamburo, pronta a scoppiare, le gambe tremavano senza controllo.
Una bella roccia abbrustolita come l'aglio mi chiamò: vieni, uomo con la cravatta, vieni a confidarti con me.
Mi precipitai dietro, dove non c'erano piazzisti e naufraghi e compagnie telefoniche in agguato. Quello era proprio un bel posto.
Mi slacciai la cintura con lentezza, fra gli spasmi delle coliche, per gioire al massimo stadio della meta prescelta, e quando mi scaricai ero felice ed avevo donato un nuovo senso alla vita.
Il cielo era tornato cielo, il masso masso, le dune erano dolci curve femminee.
Mi giunse il rumore di uno sciacquone. A pochi passi da me, in una conca di rena, vidi il piazzista che ridendo usciva dalla toilette. "Ragazzi, sono davvero organizzati. Fantastico, in pieno deserto".
"Mi dia l'aspirapolvere" dissi. Prima che esultasse lo aspirai, poi tornai dal naufrago carponi e lo aspirai, poi tornai dal tipo della società dei telefoni e l'aspirai, poi rientrai in trattoria.
Il cuoco mi guardò con aria scema, e con le mani guantate si aggiustò il fez. "Fatto?" disse.
Puntai l'aspirapolvere e lo aspirai.
Dal soffitto, con un tonfo sordo, cadde una palla verde sul banco. La fantastica pizza aglio olio e peperoncino era pronta da infornare. 
  

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  10.12.2009 | 22:09
Aldo Nove: si parla troppo di silenzio
 

Questa sera a Cremona Aldo Nove presentava il suo ultimo libro, "Si parla troppo di silenzio".
Nel libro fa incontrare lo scrittore Carver e il pittore Hopper.
Carver l'ho sul comodino, sto leggendo tutti i suoi racconti in un unico volume. Hopper l'ho cercato sulle mie pareti, ma non l'ho trovato. 
La sala sarebbe stata gremita, come nelle migliori occasioni. Nove più brillante che mai, al fianco di un tavolino ricolmo di copie pronte per l'autografo.
Avrei fatto così, ne avrei acquistata una, avrei trovato il modo di avvicinarlo, gli avrei aperto la prima pagina bianca e gli avrei detto: "Mi scriva questa dedica: provaci ancora, Robirobi".
Ho finito di lavorare alle sette, non ci sono andato. Il libro è rimasto sul tavolino, la dedica è rimasta nelle intenzioni, però sono riuscito ugualmente a scrivere la mia recensione.  

Autore: robirobi | Commenti 1 | Scrivi un commento

  08.12.2009 | 22:06
e' nota la fine del pianista
 
 

Autore: robirobi | Commenti 1 | Scrivi un commento

   
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