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Robirobi
  08.10.2009 | 22:28
RAPINE
 

Oltre a insegnare filosofia prelevo indebitamente dalle banche denaro contante, perché sarà vero che non di solo pane vive l’uomo, ma quando la pancia del filosofo brontola, il rumore più triste di questa terra sotterra ogni alto pensiero.
Ho scelto la banca del mio paese, dove l’impiegato è solo uno, e per giunta storpio, tanto per andare sul sicuro. Controindicazioni: la banca è di fronte alla scuola materna, e a quell’ora è un viavai di mamme e bambini. Fare attenzione. Camuffamenti: occhiali da sole fichi, trench. Molto anonimo, non mi riconoscerebbe nemmeno mia moglie.
Una mano si abbatte sulle spalle scaricando un peso di duecento chili. Non può essere che Cater, anche se lì per lì penso a un poliziotto, o un vigile, o il giustiziere mascherato. La prima regola di un buona rapinatore è non temere le conseguenze, ma faccio molta fatica a rispettarla.
“Ciao, Boris. Cosa fai qui, rapini banche?”. Vorrei sprofondare. Nessuno mi chiama più Robi, da quando uso il colbacco di pelo per nascondere la calvizie.
Gli mostro un sacchetto di carta, contiene un libro da restituire alla biblioteca. Si tratta de “La quadruplice radice del principio di ragione sufficiente” ed è difettato, mi addormento sempre a pagina ventidue. “Devo renderlo alla biblioteca”. 
“Oh, il nostro professore! Hai trovato da insegnare?”.
“Non ancora”.
“Tempi difficili, Boris. Buona fortuna”. Vuole stringermi la mano, ma lo evito con cura. Mi servirà integra per impugnare l’arma. 
Sono nervoso. Inganno l’attesa guardando le mamme che accompagnano i bambini, e sono tutte molto carine. Ma esse mi guardano con un cipiglio che nemmeno Giovanna d’Arco quando le fiamme le lambivano il culetto. E allora capisco. Se uno ha una ventiquattr’ore, o una sacca sportiva, va tutto bene, ma chi si porta appresso una borsina di carta o di plastica non è mai visto di buon occhio. E consideriamo che indosso un impermeabile e che sono fermo davanti alle scuole a fare ciao ciao ai bambini. Porto la firma in fronte.
Ma ecco giungere il bancario, vistosamente claudicante, basso, lindo, con la sua borsa di pelle. Lui sì, uno a modo. Lo saluto con tutta l’affabile leggera noncuranza di cui sono capace.
“Scusi il ritardo” si giustifica con affanno. E’ in anticipo di un minuto sull’apertura. “Oh sì – insiste – però di solito sono in anticipo di tre minuti”.
Dò un’occhiata furtiva. Le mamme stanno dando un’occhiata furtiva a me. Noto con una lieve inquietudine che siamo tutti furtivi, a quest’ora, da queste parti.
In banca non ci sono rilevatori di metalli, né vetri antiproiettile. Entro felice come un bambino in un negozio di cioccolatini e quando l’impiegato ha appeso il cappotto, si è sistemato, ha acceso il computer, ha disposto le sue carte sul banco, acceso la radio bassa bassa, gli intimo di allungare i soldi.
E’ più divertito che spaventato. “E’ la sua prima rapina? Ho poca roba in cassa”.
“Quello che c’è va bene. Possibilmente in piccolo taglio”.
L’impiegato mi sembra titubante, non è un buon segno. “Mi mostri qualcosa, un’arma”.
Frugo nelle tasche, c’è di tutto ma non sento la forma familiare e il freddo metallo.
“Mi dispiace – ammetto – l’ho lasciata a casa”. Non mi perdo d’animo, non è la prima volta che mi succede un intoppo, ma una delle regole del buon rapinatore è non lasciarsi mai prendere dal panico. Gli propongo di lasciar perdere, amici come prima. Allora l’impiegato tira fuori un’arma e me la punta contro, intimandomi di allungargli i soldi, possibilmente in piccolo taglio.
“Non è così che funziona”  - protesto – non è leale. E’ la sua prima rapina? Perché io alle otto e mezzo non ho soldi in tasca. Devo ancora rapinare”. Gli propongo di darmi quello che ha in cassa. Una cosa alla volta. L’impiegato depone l’arma, tira fuori i soldi, li depone sul banco. Piccolo taglio.
Li raccolgo e faccio per andarmene, ma afferra l’arma e me la punta addosso. “Ora tocca a me”.
Faccio le mie rimostranze. Non ha senso. Dove si è vista un roba simile? Ma quando arma la canna mi accorgo che ha perfettamente ragione.
“Sa – mi dice – sono un moderno Robin Hood. Rubo ai ricchi per dare ai poveri”.
“Ma io non sono ricco”.
“Sono pochi quelli che vanno in giro con un malloppo come il suo” obietta. Prende i soldi, lasciandomi la moneta sonante, e li infila nella sua borsa.
“Adesso sono tornato povero” mi lamento.
L’impiegato mi allunga un biglietto da dieci. “Sparisca”.
Prima di uscire lancio un’occhiata fuori. “Ne riparliamo” minaccio, puntandogli addosso il dito tremante, poi mi precipito all’aperto.
L’aria è buona, i bambini sono a scuola, le mamme sono sparite, sembra che nulla sia mai successo. Quasi ci riprovo, ma poi ricordo a me stesso che una delle regole del bravo rapinatore è non tentare mai due volte. L’importante è venire dimenticato al più presto.
L’indomani compro il giornale. MISTERIOSO PEDOFILO ASSALTA BANCA, è scritto in prima pagina. L’impiegato terrorizzato ha consegnato il denaro a un uomo che molestava mamme e bambini. Tutti hanno visto il malvivente, ma nessuno lo riconoscerebbe. A parte Cater, che però è uno che non fa molti collegamenti, per lui gli avvenimenti hanno un inizio e una fine e basta.
Per mia fortuna sono uno di cui non ci si ricorda mai. Una volta avevo una ragazza, e dopo un anno che ci frequentavamo, un bel giorno mi dice: “Sai, non mi ricordo di te”.
 Quella volta lo considerai un affronto, ma ora penso che forse è un bene, e testimonia che non è detto che esistiamo veramente, per lo meno non tutti i giorni.

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  06.10.2009 | 13:05
woolworth's, 1954
 

Avevo il file di questo racconto in forma di poesia e non ricordavo chi l'aveva scritto.
Poi ho letto, nelle prime righe, di un pensiero venuto a galla. Il modo in cui è scritto mi diceva che è lui. E' lui? Rapida ricerca sulla rete per conferma. Naturalmente è Raymond Carver.     

Com’è venuto a galla o perché,
non lo so. Ma ci sto pensando
da quando Robert mi ha chiamato
e mi ha detto che sarà qui tra poco
per andare a raccogliere le vongole.
Era il mio primo lavoro
agli ordini di un certo Sol.
Era sulla cinquantina, ma
faceva il magazziniere, come me.
Aveva fatto carriera fino
a diventare nessuno. Ma era contento
di lavorare. Come me, del resto.
Sapeva tutto quel che c’era
da sapere sulle merci di quel piccolo
grande magazzino ed era disposto
a insegnarmelo. Avevo sedici anni
e prendevo un dollaro e mezzo l’ora. Mi piaceva,
non c’è dubbio. Sol m’ha insegnato
tutto quel che sapeva. La pazienza non gli mancava,
ma per fortuna io imparavo presto.
Il ricordo più importante
di quel periodo: l’apertura
delle scatole di biancheria per donna.
Mutandine e altre cose morbide
e appiccicose del genere. Le tiravo fuori
dalle scatole a piene mani. C’era qualcosa
di misteriosamente dolce in quelle
cose, anche allora. Sol le chiamava
“Leggerì”. “Leggerì?”
Che ne potevo sapere io? Per un po’
l’ho chiamata anch’io “Leggerì”.
Poi sono cresciuto. Ho smesso di fare
il magazziniere. Ho cominciato a pronunciare
quella parola franciosa come si deve.
Ormai sapevo di cosa parlavo!
Avevo cominciato a uscire con le ragazze
con la speranza di toccare quella morbidezza,
di tirarle giù, le mutandine.
E a volte capitava. Dio,
mi lasciavano fare! Ed era proprio vero:
le mutandine erano “Leggerì”.
Tendevano a sfilarsi con leggerezza,
a volte, giù dal ventre,
restando un po’ appiccicate
alla pelle bianca e calda.
Scivolavano lente giù sui fianchi, le natiche
e lungo le bellissime cosce, accelerando
finché arrivavano alle ginocchia,
ai polpacci! Arrivavano poi alle caviglie,
unite per l’occasione,
per essere finalmente scalciate via
sul fondo della macchina e lì
dimenticate. Fino al momento
in cui bisognava ritrovarle.
“Leggerì”.
Quelle ragazze erano così dolci!
“Indugia leggera ancora un poco, sei così bella!”
Ora lo so chi l’ha detta: è una bella frase
e l’userò. Robert e i suoi figli
con me sulla spiaggia
armati di secchi e palette.
Ai ragazzini le vongole non piacciono
e non smettono un attimo di esclamare “Uh!
e “Che schifo!” quando le tiriamo
fuori dalla sabbia con le palette
e le gettiamo nei secchi.
E intanto io ripenso sempre
a quando ero ragazzo a Yakima.
Alle mutandine lisce come la seta.
Come quelle leggerissime che portava Jeanne
e Rita, Muriel, Sue e la sorella
Cora Mae. Tutte quelle ragazze.
Invecchiate ormai. O peggio.
Diciamolo pure: morte. 

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  05.10.2009 | 23:56
Mao
 

Un rumore di cocci ruppe il sonno.
Fabrizio era troppo stanco anche per bestemmiare. Si trascinò alla finestra e vide la bottiglia di birra vuota in frantumi sul selciato.
Mao, il gatto dal pelo rosso, lo guardava con aria di sfida.
"Hai visto cosa hai fatto?".
Mao levò il muso, come se quel rimprovero avesse un odore, poi se ne andò tranquillo.
"Io non raccolgo!" esclamò Fabrizio.
"E' colpa mia" disse una voce. "Ho bussato alla finestra e non hai sentito".
"Dove sei?".
"Qui sotto" disse Franco. Sedeva contro il tronco del ciliegio.
Fabrizio prese le birre in frigo e andò a sedere sotto l'albero. "Tieni".
Franco si attaccò alla bottiglia.
"Io qualche volta Mao lo ammazzo. Tienitelo in casa, vuoi?" disse Fabrizio.
"Non può, è un gatto selvatico, è uno di noi".
"Io non sono selvatico, sono sempre in casa".
Franco tolse la schiuma dai baffi e se ne servì per pulire le unghie. "Comunque la pensi, tu sei uno selvatico".
"E comunque qualche volta lo ammazzo".
"Te li raccolgo io, i vetri".
"Mi dà fastidio, e anche tu mi dai fastidio quando scavalchi".
"Non te la mangio mica, la proprietà".
"Con il pelo ci farò un tappetino per il bagno".
Franco scattò in piedi, le sue labbra tremavano. "Ehi, comincio a pensare che dici sul serio".
Fabrizio sorrise e grattò il petto nudo. Una ciliegia cadde e lo sfiorò.
"Dici sul serio?" incalzò Franco. 
"Hai i calzoni sporchi di ciliegia".
Franco li esaminò, ad un tratto sembrava un bambino impaurito. "Chissà cosa dirà Laura".
"Come sta Laura?".
"Ha di nuovo minacciato di andarsene. Ormai ci ho fatto il callo".
"Dovresti essere meno selvatico".
Franco sorrise. Aveva dimenticato la faccenda del gatto. "A lei piacciono i selvatici".
"Lo so bene".
Bisognava stare attenti quando si parlava del suo gatto e della sua donna. "Cosa significa che lo sai bene?".
"Perché sta con te, ecco perché. Io non sono selvatico come te, non sono il suo tipo".
"Tu non ti conosci abbastanza, tu sei selvatico, ti ripeto. Qualche volta ti spiego perchè".
Rimasero un po' in silenzio a guardare le fronde del ciliegio, poi Franco disse: "E' ora che vada". Raccolse i cocci, li depositò sul davanzale, raggiunse il muretto e lo scavalcò.
Fabrizio pensò come far fuori il gatto, ma non gli veniva in mente nulla. Una volta gli aveva tirato una scarpa, e poi un sasso. Una tazzina da caffè, anche. E ogni volta Mao, dopo uno scatto repentino, si era girato a guardarlo con aria di sufficienza.
Un urlo strozzato rovinò l'oasi di quiete. "Lauraaa!".
Fabrizio odiava le urla. Si chiuse in casa. "Lauraaa!". La voce passava attraverso le finestre chiuse.
"Speriamo che abbia portato via anche il gatto" pensò Fabrizio. Lo avvolse un benessere che non provava da tempo.  
 
   


    

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  02.10.2009 | 13:21
crash
 

Ah, la pausa.
Quasimodo in pausa scriveva. Io mangio.
Per primo un bel vaccino antinfluenzale, una primizia, in farmacia. Non carne vaccina, vaccino proprio. Sono più che vegetariano, più che vegano. Sono un vaccinofilo crudista. 
Cosa abbiamo di secondo? Il vaccino H1N1. L'ho reperito al mercato nero, perchè è un vaccino in via di estinzione.
Sto iniettando piccole dosi di virus anche al computer, così quando arriverà l'influenza lui avrà solo qualche lieve sovraccarico al processore, invece che un crash fatale.
Di dessert vorrei farmi di vaccino contro il papilloma virus, ma a tutt'oggi non ho l'utero.
I virus in piccole dosi sono molto buoni, almeno come i vermi nel formaggio.
Come dice la mia mamma, è più importante la qualità che la quantità, io con questi virus dentro di me mi sento un po' madre. Quasi quasi mi vaccino contro il papilloma.
Adotta anche tu un virus.
Il cane del mio vicino si chiama Virus, ho paura che mi infetti con lo sguardo.
Vacciniamoci dagli sguardi, torniamo nelle fogne.
Le fogne in passato erano un eden, c'erano grandi distese di prati e i topi eravamo noi, ma con la camicia a quadretti. Non c'erano virus in giro, nemmeno cani con quel nome. Tutti i cani si chiamavano Fido e basta, con un numero progressivo, Fido1 Fido2 e così via. Poi uno prese un virus al posto del cane e morì dopo tre giorni. Allora tutti presero i virus e cominciarono a chiamarli virus 1 virus 2, virus H1N1. Questi virus non abbaiano mai, ma non sono molto fedeli. 
Quasimodo, lui sì era fortunato. In pausa scriveva perchè non aveva paura dei virus.
Io in pausa devo farmi di virus, perche così il mio corpo si abituerà a loro e quando arriveranno virus ostili da altre terre o da altri pianeti, assetati di morte e di conquista, io avrò uno scudo virale e potrò importare virus amici dall'estero pagando solo il cinque per cento.
Chi prende un virus a volte paga con la morte, ma solo se non è preparato. Io mi sono preparato oggi. Questa sera uscirò e sarò un uomo nuovo, farò strage di insetti e di germi, perchè sono invulnerabile e forse lievemente radioattivo. Ormai respiro asbesto e polvere di amianto come se fosse aria di montagna, ma i miei virus, i miei amati virus, sono con me e mi seguiranno per sempre fino all'ora della vittoria.
Andiamo, dunque.   

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