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Robirobi
  16.01.2009 | 19:08
Ken Follett e il sesso
 

Ken Follet, MONDO SENZA FINE se avete già letto tutto, ma proprio tutto.

Lui, Ken, in foto assomiglia un po’ al direttore di un’azienda prossima alla chiusura, più che a uno scrittore.

Il dubbio mi è venuto quando alla seconda pagina compare frate Goldwin, descritto come "giovane e bello". Cioè, Ken, potevi metterci tutti gli aggettivi che volevi, ce ne sono tanti al mondo, e poi, metterli insieme è come scrivere "ho l’amore nel cuore": sta malissimo.

Apro una pagina a caso.


Lui le carezzò i capelli e rimase in silenzio.

Dopo un po’ [dopo un po’ quanto? Cosa significa dopo un po’?] cominciarono a baciarsi. Caris provò un desiderio più forte quel giorno [perché tutti i giorni provava un desiderio]: voleva le sue mani su di sé, la sua lingue nella bocca, le sue dita dentro di lei. Voleva Merthin, e lo voleva in modo diverso [uh, quante cose che vuoi!].

"Spogliamoci" disse. Non erano mai stati nudi insieme [solo separantemente, nelle rispettive dimore, oppure uno nudo e uno vestito, chi lo sa].

Merthin sorrise felice [idiota!]. "Ma se arriva qualcuno?" [doppio idiota!].

"Il banchetto durerà ore. E poi possiamo andare di sopra".

Lo condusse in camera da letto e si tolse le scarpe. Di colpo, era intimidita: che cosa avrebbe pensato Merthin, vedendola nuda per la prima volta? [eh, già, perché nudi, insieme, non ci erano mai stati]. Sapeva di piacergli, sapeva che amava il suo seno, le sue gambe, il suo collo e il suo sesso: glielo diceva sempre quando l’accarezzava [logorroico!]. Adesso, però, avrebbe notato che aveva i fianchi troppo larghi, le gambe un po’ corte, il seno piuttosto piccolo… [no comment].

Merthin non sembrava avere le stesse inibizioni. Si tolse la camicia, si calò le brache e le si mise di fronte disinvolto. Era magro ma forte e sembrava pieno di energia e vigore, come un giovane cervo [!!!]. Caris notò che aveva i peli pubici del colore delle foglie in autunno [qui mi sono fermato dieci minuti, piangevo come un vitello, ma dal ridere. Per la conaca, ho controllato i miei peli pubici, sono del colore della strada sterrata che fiancheggia casa mia, diciamo a fine settebre quando è un po’ che non piove].

(…)

"Sei bellissima" sussurrò Merthin.

"Anche tu" [cosa doveva rispondere? Invece tu mi fai schifo? Ormai, giunti a quel punto, anche se invece che un giovane cervo fosse apparso un vecchio muflone…].

(…)

"Voglio fare l’amore" sussurrò.

"Vuoi dire…sino in fondo?".

Le venne in mente che sarebbe potuta rimanere incinta [accidenti, si stava scordando che a fare l’amore fino in fondo può succedere proprio così] ma scacciò quel pensiero. Era troppo eccitata per pensare alle conseguenze. "Sì" bisbigliò.

"Lo voglio anch’io".

(…)

"Scusami" sussurrò lui.

"Aspetta solo un momento".

(…)

A un certo punto [bisogna sempre specificare che è dopo un po’, o a un certo punto, altrimenti il lettore non capisce bene quanto tempo è passato] le disse, ansimando [pensa, aveva il fiatone]: "Non riesco più a fermarmi".

"Non ti fermare, non ti fermare".

(…)

"Allora è questo ciò di cui si fa tanto parlare" disse dopo un po’ [giustamente deve aspettare un po’ e dirlo a un certo punto].



Altra pagina a caso, ormai avete capito il gioco, è inutile che commenti.

"Mi si spezza il cuore, Merthin. Ma mi sentirei una donnaccia se facessi l’amore con te sapendo che tornerò da Ralph. E non perché siete fratelli, anche se questo peggiora le cose".


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Era alta e fatta come sua madre, prosperosa e tonda sui fianchi. "Sembri più grande" osservò guardandole il seno.

Voleva farle un complimento, sapendo che in generale i giovani ambivano a sembrare più adulti, ma la ragazza arrossì e si voltò dall’altra parte.

Ralph guardò il pane che usava come piatto, poi infilzò un pezzo di maiale con lo zenzero. Masticò perplesso: evidentemente non era molto bravo a corteggiare le donne.



<<<<<<<

Merthin la allontanò con forza, tanto che Caris rischiò di perdere l’equilibrio. "Non fare così!" le urlò.

Per Caris fu come se lei l’avesse schiaffeggiata. "Che cosa ti prende?".

"Smettila di toccarmi!".

"Volevo solo…".

"Non mi toccare e basta! Mi hai lasciato nove mesi fa. Ti avevo avvertito che non ci sarebbe stato più niente fra noi".

Caris non capiva perché fosse tanto in collera. "Ti ho solo abbracciato…".

"Non lo fare, per piacere. Non sono più il tuo amante. Non ne hai alcun diritto".

"Non ho il diritto di toccarti?".

"No".

"Non credevo di avere il bisogno del permesso".

"Sì, invece. Tu non ti lasci toccare".

"Da te, sì".

Ken Follet, MONDO SENZA FINE



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  10.01.2009 | 22:09
l'attesa delle foglie
 



Ines, con il suo sacchetto di carne fresca, stava tornando dal supermercato verso mezzogiorno. Le gambe sottili, piene di sole, avanzavano piano, quasi che non conoscessero la strada.

A cinquanta metri dalla pineta, dove il padre si era stabilito dopo ore di inutili perlustrazioni nel circondario, un vecchio seduto sulla panchina, con la sua canna da pesca fra le gambe, guardava sotto la chioma di un pino marittimo.

Ines, senza nemmeno accorgersene, si fermò a sua volta a guardare.

"E’ quasi ora" disse il vecchio, che sembrava parlare da solo.

"Ora di cosa, se la domanda è lecita" disse Ines incrociando le gambe.

"A casa tua quando cadono le foglie?" domandò il vecchio.

"A ottobre o giù di lì" disse Ines dopo una breve riflessione.

"Ecco, ancora un mesetto" disse il vecchio scrutando fra i rami.

"Questa pianta?" chiese Ines.

"Proprio lei".

"Ma è un pino marittimo! I pini non lasciano cadere le foglie".

Il vecchio si alzò, si allontanò di qualche passo, rimirò la pianta in lungo e in largo, poi guardò Ines dritto negli occhi. "Non si sa mai" disse, poi tornò a sedersi con il naso all’insù.

1998

Autore: robirobi | Commenti 0 | Scrivi un commento

  10.01.2009 | 10:47
succede poche volte
 

ancora di Paola Vezzoni. Rinnovo i complimenti.




Quando senti l’anima che si contorce,

tenta di liberarsi da un corpo che sente,

la sta strozzando. In quegli interminabili

istanti in cui senti lo stridore del tuo fiato

che si ribella ad una insufficiente aria, che

libera com’è non si cura della tua pena.

 

Quando avverti che il tuo cuore è il solo,

nel tuo petto, che rintocca con una rara precisione

la sofferenza che non da pace ai tuoi pensieri.

Rimani incatenato nell’attesa. Un’attesa di cento coltelli

Che trafiggono ogni singolo pensiero e lo fissano

In una memoria che non ti da tregua.

 

E poi vedi l’alba. Dove tutto sorge, un’altra volta.

E non ti curi del tramonto. Dove tutto è pronto a tramontare.

Ma per quanto ancora?

Autore: robirobi | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.01.2009 | 22:03
liberta' di parole
 

Lo scorso giugno, in occasione del festival del racconto di Cremona, che pare quest'annno si terrà ad aprile, venne indetto un concorso: "Libertà di parole". Ho gratuggiato un terzo posto, ma non è del mio pezzo che voglio parlare.
Non autorizzato dall'autrice che ha vinto, affascinato dal suo racconto, consapevole dei rischi che corro, pubblico qui, sotto la mia responsabilità, nel pieno possesso delle mie facoltà, il brano medaglia d'oro, si fa per dire, perchè dei medaglie non ce n'erano, se mai abat-jour, trattandosi di un concorso promosso da Enel, in collaborazione con comune di Cremona, Provincia di Cremona, Regione Lombardia, ministero per i beni e le attività culturali, Rizzoli.
Se L'autrice, che ho conosciuto di persona e che stimo, fosse contraria, mi potrà scrivere, perseguire o perseguitare fino al mio sacrificio supremo. Io denuncio pubblicamente il mio amore per il suo brano e qui lo riporto integralmente. Mr. Knife vi rapirà dalle prime righe, e la signorina che si racconta vi affascinerà fino a cercarla - invano - persino su Fèisbuc.
La lampada che ho vinto non ha un interruttore, si accende e si spegne con un'oscillazione, ricorda il ritmo dei petali strappati a una margherita. Mi ama, non mi ama.

Vai.


Vita nel circo delle parole

di

Anna Martinenghi


Dalla “Gazzetta di Nezville” del 1° giugno 1908:
“NEZVILLE - Grave incidente occorso domenica
pomeriggio presso il famoso ‘CIRCO DELLE PAROLE’
giunto in città la scorsa settimana. Durante il gremitissimo
spettacolo delle 16.30, la folla ha assistito attonita al
clamoroso errore del lanciatore Mr. David Knife, che ha
gravemente ferito la sua assistente Miss Lavinia Ashford
centrandola in pieno petto con uno dei suoi affilati
strumenti. Le condizioni della donna sono subito apparse
gravissime. Soccorsa da un medico presente allo
spettacolo Miss Ashford è stata prontamente ricoverata
presso il locale ospedale di Nezville e sottoposta a delicato
intervento chirurgico dal Dottor Arthur Bridge.
Nonostante la grave emorragia e la profonda ferita, le
possibilità di salvezza di Ms. Ashford sono buone. Mr.
Knife, ancora sotto choc è stato interrogato presso la
locale stazione di polizia, incapace di dare per il momento
risposte esaurienti al suo malaugurato gesto. La polizia sta
indagando sull’eventuale movente del lanciatore di coltelli
più famoso e fino a pochi giorni fa più preciso del mondo.
Il direttore del Circo delle Parole, Salomon Liubè si è
detto profondamente dispiaciuto dell’accaduto e
dell’inevitabile pubblicità negativa al suo circo: “E’ la
prima volta in tanti anni che un incidente funesta lo
spettacolo più bello del mondo” ha aggiunto sconsolato.
Conservo ancora il ritaglio di giornale con l’articolo
dell’incidente. Anche se è passato molto tempo, rileggerlo
mi dà ogni volta un brivido freddo lungo la schiena. E’
strano quanto i fatti appaiano diversi, raccontati da un altro
punto di vista. E’ sempre una questione di prospettiva e
soprattutto di parole. E noi di parole ce ne intendevamo al
Circo.
La selezione per entrare a far parte dello “Spettacolo
più bello del mondo” era stata durissima; nonostante
provenissi da una delle scuole circensi più note, durante i
provini avevo dovuto dar prova di conoscere e saper usare
le parole con grande abilità poichè Mr. Liubè la
considerava condizione essenziale per lavorare con lui:
“Le parole” diceva “sono la vera meraviglia. Con le parole
si può incantare qualsiasi mente”.
La mia memoria fotografica mi aveva aiutato a
snocciolare pagine e pagine di romanzi, poesie e racconti
e Mr. Liubè era rimasto colpito dalle mie ricche citazioni,
frutto ahimè di un semplice riflesso meccanico della
mente. Ma tanto bastò e venni presa e visto che in quel
periodo l’assistente del lanciatore di coltelli era fuggita in
Argentina con un falsario di parole, divenni la nuova
assistente di Mr. Knife.
Mr. Knife era un uomo introverso e misterioso, non
privo di un certo fascino. Il nostro primo incontro fu
veramente imbarazzante. Non disse una parola per oltre
un’ora, continuando insolentemente a fissarmi. Occhi
negli occhi. Avrei voluto dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma
rimasi ammaliata dallo sguardo magnetico di quell’uomo
alto quasi due metri. Dopo un tempo che mi parve
interminabile Mr Knife disse:
“Molto bene. Dovrai solo restare ferma e non smettere
MAI di guardarmi negli occhi. A tutto il resto penserò io”.
Poi dopo un’altra lunghissima pausa di silenzio aggiunse:
“Torna fra una settimana, a questa stessa ora.”
Rimasi sconvolta da quell’incontro e dal fare oscuro
di quell’uomo massiccio, ma siccome la paga era buona, il
Circo famosissimo e il lavoro poco impegnativo, decisi
che ci avrei almeno provato. Mi allontanai tentando di
scacciare il pensiero di Mr. Knife.
Mi rimaneva una settimana di tempo libero e
siccome il Circo offriva vitto e alloggio iniziai a
girovagare per l’enorme tendone. Dovevo avere un aspetto
assai buffo, sempre con la bocca spalancata dinanzi a tutte
quelle meraviglie. Il Circo delle Parole era un luogo
straordinario. Vi si esibivano solo le migliori parole del
mondo: LE PAROLE AMMAESTRATE, che ubbidivano
alla lunga frusta della loro domatrice; I GIOCHI DI
PAROLE dai nasi paonazzi e la battuta pronta; LE
PAROLE PRECISE sempre in bilico sulla corda tesa; LE
PAROLE BALLERINE che leggere e divertite aprivano lo
spettacolo cavalcando il dorso di PAROLE A BRIGLIA
SCIOLTA; c’erano PAROLE CONTORTE capace di
ripiegarsi in una busta strettissima e la famosa PAROLA
CANNONE, ambigua e temutissima, ma sempre piena di
fascino. In ogni angolo si allenavano GIOCOLIERI DI
PAROLE lanciando per aria PAROLE DI PROMESSA
che rapidi tentavano di mantenere. Gli sputafuoco
soffiavano dalla loro gola PAROLE ARDENTI e i fachiri
ingoiavano PAROLE TAGLIENTI. Solo le PAROLE
D’ONORE rimanevano uguali a se stesse nello spettacolo
del mimo. Era un mondo incredibile e non era difficile
ritrovarsi a parlare con buffe PAROLE minuscole, che
facevano piroette accanto a più incravattate e formali
PAROLE MAIUSCOLE. Solo le PAROLE IN GABBIA
mi mettevano una grande tristezza, chiuse nella loro
voliera di ottone, belle, ma pur sempre prigioniere.
I giorni passavano e avevo conosciuto gran parte
degli artisti del Circo, che mi trattavano con gentilezza e
simpatia, facendosi solo un pò scuri in volto quando
rivelavo che avrei lavorato come aiuto di Mr. Knife. Quasi
tutti abbassavano gli occhi farfugliando evasivamente che
Mr. Knife era un personaggio un po’ burbero, il che faceva
accrescere la mia apprensione per il nostro imminente
incontro.
Trascorsa una settimana, mi trovai di nuovo al suo
cospetto. Anche questa volta Mr. Knife restò a lungo in
silenzio, guardandomi dritto negli occhi, con
un’espressione sfrontata in cui non potei fare a meno di
notare un’insolita luce. Anche stavolta sostenni il suo
sguardo, rispondendo con tutta la sfacciataggine di cui mi
sentivo capace. In realtà mi tremavano le gambe, ma
questi sono dettagli.
Mr. Knife, come aveva fatto nel nostro primo
incontro, disse nuovamente:
“Molto bene”.
Poi sorrise. Era la prima volta che lo faceva. Aveva
un bel sorriso. Mi fece accomodare contro la parete di
legno su cui era disegnata una sagoma umana più o meno
delle mie stesse dimensioni e finalmente mi spiegò quello
che avrei dovuto fare:
“Come ho già avuto modo di dire, l’unica cosa che
devi fare è rimanere ferma e non smettere MAI di
guardarmi. Se ti fiderai di me, nessuna parola ti ferirà”.
Già, perchè nel Circo delle Parole Mr. Knife
lanciava parole affilate, anzi affilatissime. “Hai mai
sentito dire” proseguì “che ferisce più la penna della
spada?”
Annuii.
“E’ una grande verità, ma se ti fiderai di me e delle
mie parole, nessuna di queste potrà mai colpirti
veramente. Ora proviamo”.
Mr. Knife premette le sue grandi mani contro le mie
clavicole, facendo aderire perfettamente la mia schiena
contro la parete di legno. Per un attimo percepii il suo
respiro calmo e cadenzato sul mio viso; poi si allontanò di
qualche metro avvicinandosi ad un grosso baule. Lo aprì
in silenzio, spalancandone il coperchio ed estraendone
degli involti di panno verde, che svolse meticolosamente
nell’interno del coperchio. Un clangore metallico risuonò
sinistro nell’aria; il leggero tremore che la presenza di Mr.
Knife provocava in me si tramutò in un incontrollabile
spasimo e per la prima volta ebbi coscienza di ciò che
stava per accadere.
“Sai” disse Mr. Knife forse indovinando i miei
pensieri “non sono le parole ad essere cattive, ma l’uso che
se ne fa. Proprio come un coltello le parole possono essere
di grande utilità. Possono salvare una vita, o distruggerla.
Non dimenticarlo! Le parole, come le persone sono nate
per essere libere”.
Le mie gambe non sembravano sentir ragione e
continuavano a tremare, come immerse in una coltre di
neve ghiacciata.
“Concentrati su questo pensiero: immagina di
compiere un viaggio e giungendo ad un bivio di non
sapere quale strada imboccare per raggiungere la tua meta.
In prossimità del bivio ci sono due persone, una delle due
dice sempre la verità, mentre l’altra è immancabilmente
bugiarda. Tu non sai quale delle due dice la verità e quale
mente. Puoi formulare una sola domanda. Quale domanda
faresti?”
Mr. Knife estrasse il primo coltello dal panno verde
e il mio cuore smise improvvisamente di battere.
“Non saprei...” balbettai miseramente in preda al
panico “sono confusa”.
Mr. Knife sorrise di nuovo:
“Ricorda” continuò “non smettere di guardarmi”.
Un sibilo improvviso accompagnò le sue ultime parole e
un lungo coltello si conficcò nella parete di legno accanto
alla mia spalla destra, potevo percepire il metallo freddo
sulla pelle, tanto era vicino. Pensai di svenire. Mr. Knife
non aveva smesso di fissarmi. Soffocai un conato di
vomito.
“Questo primo coltello era la fiducia” riprese Mr.
Knife senza abbassare lo sguardo “L’unica domanda da
porre ad una delle persone al bivio è quale strada
indicherebbe l’altra e prendere la direzione opposta. La
risposta sarà in ogni caso una bugia, anche quella della
persona sincera costretta a riportare la menzogna
dell’altro. Persone e parole spesso sono una trappola, la
vita è una questione di fiducia, di sapersi affidare. Ora tu
ti sei fidata di me, sapevi che non ti avrei colpita”.
Annuiì, con la gola e la testa in fiamme:
“Si..”
Iniziai in questo modo a lavorare con lui. Non era un
lavoro, era una specie di incanto. Non appena Mr. Knife
estraeva i suoi coltelli dagli involti di panno verde,
diventava un’altra persona; da introverso e silenzioso si
faceva espansivo e loquace. Con i suoi coltelli lanciava
tutta la conoscenza del mondo, mi spiegava la ragione
delle parole e i meccanismi segreti della vita umana.
Imparai il significato profondo di parole come
COSCIENZA, GIUDIZIO, MORALE, TOLLERANZA,
LIBERTA’, PAZIENZA e di parole terribili come
DOLORE, MORTE, PERSECUZIONE.
I coltelli non mi facevano più paura, sapevo che
erano solo messaggeri di significati più profondi,
strumenti di un sapere universale. Sapevo che potevo
fidarmi di quel colosso dal polso fermo, ritrovavo la
sicurezza nel suo sguardo e anche le gambe smisero di
tremarmi. Il cuore invece non smise mai di battere
all’impazzata, specie quando Mr. Knife mi fissava occhi
negli occhi, ma non era paura quella e lo sapevo bene.
Dopo qualche mese di costante allenamento,
iniziarono le prime esibizioni nel grande spettacolo del
CIRCO. Il nostro numero era uno dei più attesi ed
apprezzati. La folla si faceva incredibilmente silenziosa
quando Mr. Knife tendeva il braccio destro in aria facendo
forza sull’avambraccio e affondando di scatto il proprio
peso sulla coscia sinistra nell’atto del lancio.
I coltelli saettavano scandendo nell’aria la parola
che Mr. Knife aveva voluto lanciare. Spesso le parole
affilate erano serie e compunte come Storia - Lavoro -
Denaro. Altre volte Mr. Knife si abbandonava al suo
pungente sense of humor scagliando parole come Zitella-
Fondoschiena-Grillotalpa-Loffia, riscuotendo applausi
divertiti del pubblico. Altre volte ancora diventava quasi
poetico lanciando parole come Carezza-Farfalla-Rugiada
che facevano risuonare sospiri leggeri dalla folla.
Mr. Knife non smetteva mai di fissarmi, nemmeno
per un solo secondo sia durante le prove che negli
spettacoli. Il suo sguardo limpido, profondo mi
attraversava completamente, tanto che cominciai ad avere
l’impressione di leggere nei suoi pensieri. Cominciai a
prevedere le parole che avrebbe scelto per il lancio,
indovinandole ogni volta con mio enorme stupore.
Fu così che vidi quella parola uscire dai suoi
pensieri durante lo spettacolo a Nezville il 1° giugno 1908.
Inequivocabile, sincera. Vidi il coltello staccarsi dalla
mano di Mr. Knife e la lama fendere l’aria, squarciandone
la pelle trasparente. Sapevo che quella parola era per me.
L’avevo tanto desiderata. Ricordai che parole e persone
sono nate per essere libere.
E scelsi di essere una persona libera. Così mentre il
sibilo del coltello scandiva quelle cinque lettere tanto
attese abbassai lo sguardo e offrii il mio cuore alla parola
AMORE.

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