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Robirobi
  25.12.2008 | 23:16
uccellini
 

Sette uccellini all’una in punto si fermarono nell’orto a mangiare briciole di pane raffermo. Giusti ne ammazzò quattro con una lanciarazzi, poi li spennò e li gettò in padella con il rosmarino.

Si grattò il capo giallo e lucido. Le carcasse dopo la cottura non erano invitanti, emanavano una fluorescenza bluastra e di tanto in tanto sembravano guardarlo.

Il suo gatto, Giusti II, salì sul fornello e prese a leccarli, levando di tanto in tanto la testa per controllare l’ambiente. Giusti provò a cucinare il cane del suo vicino, impallinato poco prima. Aveva ancora il collare giallo con la scritta MIKI. Lo infilò nel forno e non vide alcuna fluorescenza. Sorrise, sputò il molare che era rimasto fino ad allora attaccato per un’inezia e carezzò il gatto. Giusti II balzò giù dal fornello, fece un lento giro intorno al dente, si leccò le labbra con la lingua bluastra e disse "mao".

"Mao cosa?" disse Giusti. "Non hai mai visto un dente?".

"Mao".

"Vorrei vedere te, la vigilia di natale con il frigo vuoto e quattro denti buoni, quattro soli maledetti denti che presto se ne verranno via".

Il gatto, annoiato, gli mostrò la coda e si strusciò contro il vetro caldo del forno.

Suonarono alla porta. Giusti scostò le tendine, spense il forno e andò ad aprire. Le manette gli bloccarono i polsi. "Io volevo solo beccare il cane. Il mio vicino era sulla traiettoria, non lo volevo centrare". E mentre veniva trascinato fuori: "Era un brav’uomo, non lo volevo beccare, davvero, qualche volta giocavamo anche a carte. Era il suo cane che volevo centrare, solo il suo cane".

Giusti II guardò attravarso il vetro del forno. MIKI fissava la parete metallica con i suoi occhi gelatinosi. Quando il forno si raffreddò Giusti II balzò sul davanzale della finestra socchiusa e guadagnò la strada. Gli uccellini in padella, bruciati e maleodoranti, si levarono in piedi a fatica, sguazzarono nell’olio di oliva e si lanciarono in un volo di creta, tracciando lunghe scie bluastre simili alla coda di una cometa.

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  18.12.2008 | 23:45
lattuga (racconto di Natale)
 

Alla tele non davano nulla di bello e avevo preso a leggere una relazione scientifica sulla ritenzione idrica nei tori da monta, quando bussarono alla porta. Era Bunz, mi tese la sua tazzina da latte con inciso in oro zecchino il canino dell’orso Yoghi e mi chiese se non avessi una paio di mutande, possibilmente nere.

"Ehi, sono le nove di sera" gli dissi, sfilandomi lo spazzolino da denti, che ero solito tenere in bocca fino all’ora della nanna per non dimenticarmi di lavarmi i denti. Però a volte mi dimenticavo ugualmente e mi svegliavo con lo spazzolino in bocca e allora mi mettevo davanti allo specchio e assumevo la posa dell’agente 007 e poi facevo bang con lo spazzolino verso lo specchio.

"Hai ragione, hai proprio ragione" disse.

"E allora perché non alzi i tacchi?".

"Vedi, domani mattina ho deciso di piantare la lattuga nell’orto e mi occorre una protezione".

"Difficile, a fine dicembre sotto la neve".

Bunz mi si avvicinò con il sorriso di chi la sa lunga. "Appunto per questo. Pianto un seme di lattuga e lo copro con le mutande. E’ un esperimento…".

"Suffragato da dati scientifici".

"E tu come lo sai?".

Copione già visto. Cercai un paio di mutande e le infilai nella sua tazza, poi gliela consegnai. "Penso che non funzionerà" dissi.

Fece un’aria fra lo stupito e l’offeso. "Come? E i miei dati scientifici?".

"Io ho usato quelle mutande in moto, la settimana scorsa, c’erano due gradi o giù di lì e i miei spermatozoi battevano i denti".

Bunz osservò le mutande con la bocca aperta. Poi disse "oh".

"Eh, già" sottolineai.

Rimase lì un po’. Rimasi davanti a lui con le braccia incrociate. "Senti un po’" gli dissi.

"Cosa?" mi disse.

"Sotto la neve non è bello pensare. Torniamo dentro".

Si piantò a gambe larghe in mezzo alla stanza. Non la smetteva di fissare le mutande. "Puoi farmi un piacere?" mi disse.

"Se posso".

"Ho deciso di variare l’esperimento. E’ una cosa un po’ azzardata, ma insomma".

"Vieni al dunque".

"Riprenditi indietro le tue mutande, se gli spermatozoi battono i denti, come farà un seme di lattuga a germogliare?".

"D’accordo" dissi, presi la tazza e andai a depositare le mutande.

"La tazza".

"Che sbadato" dissi, la recuperai e gliela portai.

"Senti una cosa, mi faresti un altro piacere?".

"Se posso".

"Visto che ho la tazza, non mi verseresti un po’ di caffè?".

Lo portai in cucina, gli versai il caffè e gli offrii qualche biscotto.

"E cosa hai fatto?" mi chiese.

"Fatto cosa?".

"Quando gli spermatozoi battevano i denti".

"Ho bevuto un caffè e mi sono rimesso in sesto".

Bunz non parlò più, intingeva i biscotti nel caffè e guardava alla finestra i grossi fiocchi bianchi dentro il cielo nero.

"Ti ringrazio – disse - le tue colazioni serali sono davvero leggendarie. Posso chiederti un altro favore?".

"Se posso".

"Versa in tazza ancora un po’ di caffè. Lo uso domani nell’orto per innaffiare il seme di lattuga".

"E’ decaffeinato, fa lo stesso?".

"Non fa niente" disse e levando una mano in segno di saluto e di ringraziamento tornò sotto la neve. Si voltò. "Vero che non fa niente?".

Le falde giganti cadevano tutte quante nella tazza e sparivano per incantesimo.

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  14.12.2008 | 09:30
scala colore
 

Parliamo un po’ di me. Con la pubblicazione di una poesia su RES, quattro libri editi da Tapirulan, quattro pubblicazioni.

"Hai fatto poker!" mi hanno detto ieri French e Lorena.

"E c’è ancora la scala reale" dico.

"Non puoi" risponde French, giustamente.

Continuo la mano: "Allora scala colore".

Un giocatore accanito come me non poteva che rilanciare. Abbandonare la partita non è decoroso, è triste infilare le proprie carte nel mazzo e aspettare che gli altri se la giochino.

E’ vero, non posso fare scala reale perché non potrò partecipare alla quinta pubblicazione, infatti leggerò con avidità – non vedo l’ora – i racconti candidati al prossimo concorso di Tapirulan. Darò un giudizio insieme ad altri compagni e compagne d’avventura anche se rimanendo fuori andrò contro corrente, evitando il conflitto di interesse tanto apprezzato in questi tempi.

Però, French, lasciamelo di nuovo dire, io posso fare una scala colore, perché sarò in ciascuno dei racconti scelti per la pubblicazione e in ciascuno di quelli che dovremo accantonare, con le emozioni e le trepidazioni della lettura e dell’onere del giudizio. In ciascuno dei pubblicati ci sarà un po’ di me, del mio modo di vedere il mondo, della musicalità che mi solletica, dei paradossi di una vita a testa in giù, ma anche in quelli che non vedranno la luce si trova molto di più che l’onore della partecipazione: c’è sangue pulsante, vita, voglia di dare un senso con le parole all’insensatezza dei giorni, e questo accade con il titanico gesto della scrittura.

French, non me la concedi, dunque, una scala colore? Nel prossimo libro di racconti, non visibile, ci sarà un po di me.

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