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Robirobi
  28.11.2008 | 17:56
neve e sangue
 

Eccomi, ci sono.
Come, chi se ne frega?
Ve be', credevo...
Comunque pensavo di andare in moto a donare il sangue.
Nevicava, così mi sono detto: "Se esco in moto, invece di donare il sangue dovrò riceverlo. Corretto. Così alle 6,36 ho suonato a quella santa donna di mia madre. "Mi presti la macchina?". Le macchine sono aborti della società moderna, ma che ci volete fare, la neve appena svegli può essere un dolce sogno o un pugno nello stomaco. Non che non abbia mai affrontato la neve a due ruote, eh. Sia bici che vespa. Percorsi epici, ricordo un giorno di S. Lucia con un vento bestiale, tolsi i piedi dai pedali della bici e arrivai a casa ugualmente, come se avessi innalzato una vela sul manubrio.
La prima persona che questa mattina ho incontrato in auto era un motociclista che avanzava sulle uova. Senso di colpa. Ecco, anche tu avresti potuto, ad avere corraggio. Vero, ma questa mattina mi sono alzato privo di coraggio. Uno dei rari giorni della mia vita.
Ho donato il sangue, davanti al manifesto di Igor Cassina che diceva: "Campioni anche nella vita". C'era un infermiera che quando alla fine mi ha dovuto togliere l'ago chiedeva alla collega:
"E adesso cosa devo fare?"
"Pigia lo stop". Quello della basculante che sorreggeva la sacca del sangue.

"E adesso?". Aveva dei fili rossi in mano. Immaginavo che se l’infermierina avesse troncato uno di quei fili il mio sangue sarebbe completamente defluito come da un tetrabrik di succo di frutta succhiato da un bambino assetato. Ma c’era Igor che mi diceva: "Tramquillo, non sei un campione nella vita?".

Guardavo la sacca del mio sangue. Era color vino. Restava da stabilire il vitigno. Voglio dire, chi mi dice che fosse veramente sangue?

Un frate donava il sangue. Era la prima volta che lo vedevo. Un suo confratello aveva finito, si era rivestito con il saio, stringeva il crocifisso di legno e lo guardava mentre quegli, bianco e grassottello, gli dava uno sguardo dispiaciuto: "Non ce la faccio"… La basculante si lamentava con i bip del rimprovero. Il sangue non voleva sapere di defluire dalla vena. Così il fraticello pallido, dopo la levataccia e una donazione mancata, si è infilato il suo saio. "Mi dispiace" diceva all’infermiera. Quella, pur di consolarlo, se lo sarebbe portato a letto. Gli ha fatto un gran sorriso. "C’è tanto sangue, qui, sarà per la prossima volta".

Sangue o vino?

Sono tornato a casa sotto la neve. Ho acceso il camino, ho bevuto un caffè e ho guardato fuori dalla finestra. Ho scoperto che la neve mentre cade, se la guardi contro il cielo grigio è nera. Solo una volta a terra è bianca.

E’ nera o bianca? E il sangue, è veramente sangue? Misteri di un inverno arrivato troppo presto.

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  09.11.2008 | 19:28
Titic
 

Anche un alieno ha bisogno dell'ufficio anagrafe, se vuole lavorare.

 

 

Tic tiritic tiritìc. Provai a dire qualcosa, ma le mie parole si perdevano nella nenia finto metallo.

Il rumore del computer era cosa piccola, ma l’impiegato, con aria soddisfatta, sottolineava la battitura urlando: "Tic, titìc!". Difficile farsi sentire. "Titic!" esclamai. L’impiegato fece un salto sulla sedia, rimanendo con le mani a mezz’aria, come nell’atto di appendere un indumento alla corda del bucato. "E lei da dove viene?".

"Dalla porta" indicai.

L’impiegato la guardò con aria perplessa. "Mah".

"Era aperta" dissi.

"Questo è certo. Per un ufficio aperto ci vuole una porta aperta".

"Sono d’accordo in tutto e per tutto".

L’impiegato, soddisfatto della mia risposta, sistemò i lembi del gilet e protese il collo. "Mi dica tutto".

"Ho bisogno di un certificato".

"Sono qui per questo".

Indicai l’entrata: "Eh, già, porta aperta…".

"Appunto. Nome e cognome".

"ZO555".

"Nome?".

"E’ quello il nome".

"Il cognome, allora".

"Quello è il mio nome e cognome".

"Mi sembra una targa".

"E’ il mio nome di quando sono fuori pianeta. Nel mio pianeta sono 555OZ".

"Che curioso, è al contrario - disse l’impiegato digitando – è come se io di cognome facessi Oizaro". Titìp titìp, scriveva.

"Il nome di chi è partito è il contrario del nome di chi è tornato – spiegai - come una discesa tornando diventa una salita". L’impiegato smise di digitare, tirò indietro una ciocca grigia che era caduta nella foga della battitura, ci pensò su, poi: "Ochèi, ho capito, ho capito". Si concentrò sullo schermo. "Ollallà, qui mi dice che viene dalla pancia dell’Orsa. Così lontano?".

"Ho avuto un parto travagliato".

"Travagliato, d’accordo, giusto. E d’altra parte, uno che viene da laggiù… E che uso farebbe di questo documento?".

"Un uso consentito dalla legge".

L’impiegato scosse la testa. "Non ci sta".

"Lavoro?".

"Nemmeno. Ho posto solo per quattro lettere".

"Lavo?".

D’accordo, giusto, va bene così. Perfetto. Titìc, caro il mio signore. E dove abita?".

"A bordo campo".

"Sta scherzando?".

"E proprio così – dissi – il padrone del campo non vuole che stia dentro il campo".

"E come si chiama il padrone del campo?".

"Dottor Nicobra. Si fa sempre chiamare dottore, perché quando gli ho detto signore mi ha detto dottore prego, e quando gli ho chiesto dottore questo campo è suo mi ha detto certo che è mio, non si capisce? Ma io mica lo capivo così a prima vista, e quando gli ho detto dottore che, posso rimanere a vivere sul suo campo lui mi ha detto no. Allora posso starmene ai bordi?. E lui ci pensa su si gratta il mento bello rasato e profumato, un mento da dottore, penso io, insomma di una persona importante, ci pensa un poco e mi dice a bordo campo va bene, tanto a me serve solo l’interno del campo. E così ecco fatto".

"Uh il dottor Nicobra – esclamò l’impegato facendo un profondo inchino, come se il dottore fossi io – allora non le faccio altre domande". Scrisse tutto per bene poi rilesse. "Mi corregga se è sbagliato. 555OZ ZO555, sede dentro sede fuori, nato in Pancia dell’Orsa, residente ivi, un po’ più a destra, subito emigrato per motivi di espulsione neonatale e giunto qui. Abita a bordo campo del dott. Nicobra – rifece l’inchino - Lavo è il motivo per cui ha chiesto il certificato. Una firma qui e qui, prego".

Firmai e rimasi ad aspettare.

"Finito - disse asciutto l’impiegato – può andare".

"A me avevano detto che era una cosa complicata, che insomma era un documento molto difficile da ottenere".

"Per niente. Solo dal settimo sistema solare abbiamo problemi di comunicazione".

"Ma lei crede agli extraterrestri?".

"Per forza, sono un impiegato comunale. Ho qui il mio computer e i dati anagrafici di mezza galassia".

"Il presidente di questa nazione non ci crede".

"Se è per questo nemmeno il mio capo".

"E da dove pensa vengano i dati?".

"Pensa che sia una congiura".

"Ma lei, a me, ci crede?".

"Io non so se lei sia il frutto di una congiura, non so nemmeno se esista veramente. A me basta che i dati coincidano, caro signor ZO555".

"Mi chiami pure al contrario, mi farebbe sentire più casa".

"Allora lei mi chiami Oizaro. Non che questo cambi le cose, ma mi darà l’impressione di cominciare una nuova vita. Se a lei proponessero una vita nuova, sarebbe disposto a morire?".

"Se è per questo, io muoio ogni giorno".

"Ah" rispose l’impiegato, come se avesse fatto una domanda impertinente ai parenti di un defunto. "Mi dispiace davvero".

"Ero vecchio e malato ieri, e domani saprò che oggi lo ero già di nuovo".

"Ah" ripetè l’impiegato, non aggiunse commenti e ricominciò con la bocca: "Titìc, titìc!".

Allungai il collo. Lo schermo era bianco, tuttavia Oizaro pestava la tastiera con foga: "Titititìc!". Poi diede un’alzata di spalle e tirò fuori una merendina dal cassetto. "Non ci faccia caso – disse - il mio capo mi ha detto che dobbiamo abituarci ai comandi vocali. Se parliamo al computer, un giorno il computer imparerà e potrà risponderci ed anzi – si levò in piedi guardandosi intorno con aria furtiva e si avvicinò al mio orecchio – si dice che qualche computer qui dentro abbia già attaccato bottone con un paio delle nostre impiegate".

"E il suo?".

Mi guardò rassegnato, negando col capo. "Secondo me…".

"Non sia pessimista. Tutto quello che si pensa debba accadere accadrà".

"Cosa è, un indovino?".

"Un operaio".

"Allora le auguro buon lavoro" disse turbato Oizaro, e per lui la faccenda era chiusa.

Piegai il mio documento e lo riposi con cura fra le mie carte. Ora anch’io, su questa terra, ero qualcuno, anche se abitavo al bordo di un campo. Potevo cercare lavoro e se mi avessero chiesto qualcosa avrei mostrato il mio documento, perché lo scritto era quello che valeva, almeno finchè i computer non si fossero persi in chiacchiere.

Sulla strada, frammista ai miei passi, mi inseguiva dalla finestra aperta la voce di Oizaro che pestava sulla tastriera. Titìc, titìc. Senza mai un’esitazione, una risata, un anelito di vita.

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