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Robirobi
  22.10.2008 | 21:52
condizionamento
 

"L'è un scandalo", come diceva il mio ex direttore finito in gattabuia per mazzette, presto liberato e promosso sul campo.
Uno scandalo perché è da fine giugno che non pubblico una riga sul blog, spero che non mi venga la polizia in casa.

Va bene, per farmi perdonare metto in rete una nuova fatica. Non ricordavo di averla scritta, l'ho letta come se fosse la prima volta e ancora adesso nutro seri dubbi sull'autore. LA fatica si chiama "Condizionamento" e giusto sotto ve la presento. 
 

"Permesso, possiamo entrare?".

Erano un paio di tette enormi schiacciate nella porta.

"Non potete passare, scoppierete, rimanete lì fuori, vi raggiungo". E invece un calcio di Guenda impedì per sempre a Gionni di ricongiungersi a esse. "Che fai?".

"Che caldo, che caldo!" borbottò Guenda.

"Ci risiamo, togli quell’affare che hai indosso".

"Ma scusa, è il mio baby doll di satin con i bordi in pelliccia di lapin, è così trendy, me l’hai regalato tu. Non ti piace più?".

Le orecchie di Gionni fischiavano, gli occhi vedevano lampi di sonno nel buio della stanza. "Sarebbe per un inverno sexy e adesso siamo a fine estate".

Guenda rimase zitta, forse meditava sul suo baby doll. Mezzanotte e quarantacinque di un settembre stanco.

"Ma che caldo, che caldo!".

Gionni riemerse dall’oblio. "Cosa?".

"Caldo, caldo" ripeteva Guenda e intanto si apriva a croce.

"Tornatene dalla tua parte . Non fa per niente caldo, sarà la menopausa".

"Ho ventotto anni!".

"E allora? Succede".

"Ma tu non senti la cappa, la cappa di calore?".

"In viaggio di nozze, a giugno, alle Canarie, ti coprivi con il lenzuolo perché sentivi freddo. Sei un bel tipo".

"Che c’entra, là c’era la brezza mediterranea".

"Che cosa?".

"La brezza. Entrava dalla finestra e mi avvolgeva tutta e dopo un po’ sentivo dei brividi. Si sa che la brezza marina elimina la cappa di caldo. Invece qui, senti che cappa. Il pane non lievita, lo yogurt non riesce bene. E’ colpa della cappa".

"Non riesci proprio a prendere sonno?".

No, finchè c’è la cappa. Accendi il condizionatore".

"Mi verrà il mal di pancia".

"Tutta una scusa. Tutti hanno ancora il condizionatore accceso".

"Tutti chi?".

"Proprio tutti".

"E lo vengono a dire a te".

"Al lavoro è sempre acceso. Marta oggi al club mi diceva che lei lo tiene acceso giorno e notte, va be’ che la Marta è peggio di un coniglio".

"Le piacciono le carote?".

"Che dici? Non passa sera che sì, insomma, con suo marito…".

"E lo viene a dire a te?".

"Sono la sua migliore amica".

Silenzio. "E se anche noi…".

"Lo escludo. E’ l’una passata".

Gionni cominciò a contare le pecore, poi i buoi, poi gli animali dell’arca, che non finivano mai. E finalmen te, anche quando l’ultimo verme, dopo un lentissimo tortuoso tragitto, ebbe raggiunto limbarcazione, Noè salpò e con esso anche Gionni.

"Fa un freddo cane" disse Gionni.

"E’ previsto un diluvio" disse Noè.

Gli animali si godevano la gita, Gionni stava male come un cane. "Dov’è il bagno?" chiese.

"Qui" disse Noè indicando con il bastone le terre che di lì a poco sarebbero rimaste sommerse.

Gionni spalancò gli occhi e gli parve di vedere passare i pinguini. Non sapeva se fosse ancora il sogno, infilò le ciabatte, affrontò i venti impetuosi del condizionatore acceso e spalancò la porta del bagno. La tenue luce lunare illuminava il water.

"Maledetta" mormorò, mentre abbassavava le mutande, avanzando a piccoli passi.

"Gionniii! Dove vai a quest’ora?".

"Al mercato del bestiame".

Nessuna replica. Maledetta ancora.

Sul water Gionni guardò la luna, che sembrava responsabile delle mareee nella sua pancia, anche con quell’aria innocente e distaccata. Tornò a letto con i suoi dolori.

"Gionni?".

"Che c’è?".

"Senti come si sta bene. Sembra la brezza delle Canarie".

"Quella che ti faceva rabbrividire?".

"Uguale, solo un po’ più calda".

Gionni provò le quattro posizioni: prono, supino, fianco destro e sinistro. Il dolore rimaneva ancorato lì, doveva essere così che le femmine sentivano il parto imminente. Prese il cuscino e passò al piano di sotto. Sentì il russare di Guenda affievolirsi poco a poco, poi sparire.

Ah, un altro mondo. Come penso capiti a chi si separa dalla moglie, pensò Gionni. O a chi non riesce a portarsi a letto una donna. Cacciato sul divano, il posto più desolato e umiliante. Si ricordò di suo padre. Gli ultimi tempi della malattia dormiva sul divano per non disturbare. Un distacco precoce dal mondo.

Eppure come era bello, quel divano con un posto solo per lui, con la stoffa di tiepido velluto, né Polo né Canarie. Un bel posticino nell’angolo della sala, un posticino da ospite.

Si coricò, incrociò le mani sul petto e finse di essere già morto. Nulla.

Andò in cucina, preparò una tisana, guardò la fiamma blu del gas e desiderò di zittire il dolore buttandocisi dentro. Tornò sul divano, chiuse gli occhi come se quello che gli era accaduto non lo interessasse nemmeno un po’. Provò a ripensare alle tette enormi che non potevano entrare dalla porta, ma gli comparvero davanti agli occhi palloncini colorati che volavano nel cielo. "Sono le anime dei peccatori" disse Noè.

"E come mai vanno verso il cielo?".

"Sono piene di elio" disse Noè.

"E quello strano pallone di salsicciotti colorati? Che è?".

"E’ il tuo dolore che vola via".

"Anche lui è pieno di elio?".

"E’ solo pieno di dolore".

"E’ vero, non sento più dolore" disse Gionni, ma Noè era sparito in sala macchine.

Il divano andò alla deriva. Un tenue lama di luce entrava dalle persiane socchise. Il pendolo faceva le sei e dieci, ma era fermo da tre mesi. Gionni Guardò l’orologio digitale e faceva le sei e dieci. Cercò un significato, senza trovarlo.

In cucina un altro giorno si era affacciato alla finestra. L’aprì e lo lasciò entrare. Tutti i freddi umidi del mondo lo investirono senza conseguenze Preparò il caffè.

Guenda entrò in cucina. Aveva tolto il baby doll in favore di un pigiamino di flanella. Si strofinava le braccia. "Comincia a essere freddino il mattino" disse.

"Cosa dici?".

"Eh, l’autunno avanza a grandi passi. Eppure, questo odore di caffè, mi ricorda le Canarie, quando ci alzavamo e scendevamo a fare la colazione. Andavamo a letto alle tre e al momento del risveglio andavamo a sbattere contro i muri e tu l’ultimo giorno sei rotolato giù dalle scale e sei finito vicino a una che stava mangiando e che ti ha detto: con me non attacca. Che romantica la nostra luna di miele. Sarà sempre così, vero?".

Gionni versò il caffè in due tazze. "Cosa?".

Guenda sorrise. "Fra noi due, dico, sarà sempre una luna di miele, vero? Fino a quando avremo novanta o più anni, fino a quando la carne cadrà a pezzi. Noi ci ameremo ancora, non è vero?".

Gionni disperse con un soffio il fumo della tazza. "Ci puoi scommettere".

Autore: robirobi | Commenti 1 | Scrivi un commento

   
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