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Robirobi
  24.05.2008 | 12:38
assolo e fuga
 

Lorena ha spalancato gli occhi - eravamo all’osteria del fico - e ho letto nella sua mente: "Cosa stai dicendo!". Poi ha bevuto acqua tonica, ma secondo me le avrebbe fatto bene un cordiale.

Per spiegare in due parole la genesi di "inno alla luna" (STAR, 2007), avevo parlato in quella sede di taglia incolla: in effetti avevo infilato le parole in un contenitore di DVD, le avevo centrifugate, le avevo ripescate e scritte nell’ordine. Forse sarebbe stato meglio dire che avevo passato notti insonni sotto una manto di stelle e a un certo punto, il punto del non ritorno, un’ispirazione mi aveva trapassato. E trascinatomi moribondo fino alla tastiera, sotto l’influsso di una tempesta cosmica, la mia mano aveva iniziato a digitare. La mia mano sapeva, io non ancora.

Non so, mille modi sono possibili per spiegare l’"inno alla luna", il fatto è che è andata così, ed io che a detta di molti sono naif non mi sono nascosto dietro improbabili esperienze mistico-poetiche. E’ vero, poi è venuto il tempo del raziocinio. Avevo fra le mani una cosa che aveva un suo senso, ma ignoto agli umani, me stesso compreso, e dovevo ricrearla, partorirla, educarla. Quelle parole dovevano diventare un inno ed erano un’accozzaglia di lettere. Non che i discorsi di tutti i giorni al lavoro o nei mass media o nei nostri rapporti sociali non siano un’accozzaglia, ma insomma è inutile addentrarci per sentieri impervi. Dovevo fare in modo che chi leggesse pensasse a una poesia, non al frastuono di un mercato. Ho fatto un discreto labor limae, ecco tutto.

Ma il punto non è questo. La poesia è taglincollata da un racconto finora inedito, che pubblico sotto. E per la gioia di Ufj descriverò la sua genesi, che può dare una vaga idea del mio livello di salute mentale.

Di tanto in tanto mi veniva in mente Armstrong, il jazzista, ma non lo vedevo in qualche locale, lo vedevo sulla luna. Lo vedevo con la sua tromba, ma non era sceso da un’astronave, perché sono figlio del mio tempo e per me Armstrong era anche il campione di ciclismo. Così il musicista era arrivato sulla luna in bicicletta.

Cosa ci faceva un musicista nero sulla luna bianca, con un mezzo di trasporto che di solito ti porta a malapena poco oltre la città?


 

Armstrong toccò il suolo della luna, soffice come un lievito.

Si guardò intorno. Non c’era una gran varietà, non una pianta, non un insetto, non una voce.

Però si stupì di vedere la luna illuminata dal sole.

"E qui, come sarà pedalare su queste strade?" si chiese.

Strade? Strade era una parola da pianeta terra, e anche pedalare. Navigare a mezz’aria, se mai, a cavallo di una bicicletta, senza salite né discese, soffiando in una tromba l’inno dei bersaglieri. Soffiare in una tromba muta, senza la propagazione del suono nell’aria, senza mai sbagliare un nota. Come era diversa la vita sulla luna.

E come era diversa la luna dalla vita, con quelle assenze, quel ronzio sommesso, simile a una stazione radio muta da tempo, dismessa, se non per il contatto. La palla lattiginosa che si vedeva da terra era una distesa piana, infinita, uguale.

"What a wonderful world" pensò Armstrong, e una lacrima uscita dall’occhio sinistro invece di cadere schizzò verso l’alto e scomparve nel blu.

Era un blu che nemmeno Giotto avrebbe immaginato, era un colore nuovo, sconosciuto alla terra, una tenebra luminosa, positiva e vigorosa.

La tromba fra le sue mani mandava segnali di luce, quello era il nuovo suono, la migliore scala cromatica. Si perdevano nell’universo come messaggi di una nave in balia del mare agitato.

Perché tutta quella quiete, quel silenzio, quell’assenza di tutto, cosa era, se non un’agitazione perenne? Un temporale atomico, ecco cos’era, se ne percepivano le vibrazioni.

In assenza di gravità le emozioni assumevano una strana dimensione, nascevano a grappoli, lievitavano, salivano come bolle di sapone, oscillando incerte sulla corrente da cavalcare, si disperdevano e scoppiavano e il botto era altrettanto fragoroso del silenzio.

"Terra, mi sentite? Sono arrivato".

"Contatto stabilito" disse Terra.

Armstrong aveva pensato di emozionarsi per quelle parole lontane e amiche, invece nulla.

Inforcò la bicicletta e fece un po’ di strada, veleggiando, con quelle ruote che giravano e non andavano da nessuna parte. E d’altra parte, anche a percorrere un po’ di strada, nulla sarebbe cambiato. Come ogni giorno sulla terra era ogni minuto sulla luna, uguale, senza promesse, ma in più senza l’illusione dell’aria, con la quale si immaginavano, laggiù, tante cose, il movimento, l’azione, la stessa vita.

"A1, noi ti vediamo. Parlaci della superficie lunare". La voce era carica di emozione, gioiosa come quella di un bambino nel pieno del gioco.

"Nulla, non c’è nulla".

Dall’altra parte, una rabbiosa scarica elettrica. Silenzio, simile a quello lunare.

"Come, nulla?".

"Nulla che vi possa interessare".

"Ripeti, A1".

Lo chiamavano A1, come un’autostrada, o la coordinata di una battaglia navale. Lo evocavano alla maniera dei terrestri, con un certo gusto per la selezione, la ghettizzazione, il simbolismo, l’iperbole e la parabola. Se suo figlio fosse arrivato un giorno da qualche parte nell’universo, avrebbero commentato che era davvero in gamba quell’A2, proprio come il padre: a cavallo di una bicicletta era capace di arrampicarsi in cielo. E di quelle persone al mondo ce n’erano quattro, forse cinque.

"Nulla di interessante per il nostro pianeta" ribattè Armstrong. Era bastata un’occhiata per capire come la filosofia lunare non avrebbe fatto breccia nei cuori. Ma i frastornanti silenzi, l’immobilità vertiginosa, le sfumature impossibili, nulla potevano contro la petulanza di quella voce che si disperava via radio: mandaci delle foto, le vediamo, alle tue spalle, le pianure sterminate, le città che nemmeno sogniamo, i nuovi cieli, le fonti aliene. Mandaci delle foto, così che tutto il mondo possa vedere: ecco la nostra nuova terra promessa, cento volte più bella di quella biblica, mille volte più forte di ogni nostra speranza.

A1 tirò fuori la tromba e non ne uscirono note vere e proprie, ma vortici e lamenti siderali, singhiozzi, echi di cose mai nate. Che performance, pensò A1 con gioia e stupore e un po’ di dispiacere, perché non c’era nessuno ad ascoltare. Però forse, laggiù sulla Terra... "Avete sentito?" chiese.

E invece no. Sentivano la sua voce, seguita da rabbiose scariche elettriche e silenzi carichi di malinconia.

Armstrong depose la tromba nella custodia, la caricò a tracolla, pedalò un poco a ridosso della superficie, galleggiando. Da terra ammiravano il metodo scientifico e innovatore e si chiedevano quali reperti stesse raccogliendo e smaniavano per avere prove di civiltà evolute, brandelli di lingue nuove, forse qualche volto difforme dai canoni, un segno, perché la luna era piena di quelle cose, o almeno così pareva dagli schermi. Ombre di palazzi quadrimensionali, ennaedri galleggianti, forme che passavano come foglie d’autunno trascinate nell’agonia. Solo segni e impronte, certo, ma di qualcosa di vero. Eppure quelle foto, eppure quelle descrizioni. E A1, così restio.

Armstrong si impennò su una sola ruota e ricordò quando bambino si era schiantato contro un muro spaccando la forcella della bici e forse un polso e aveva pensato fra le lacrime: da grande farò l’astronauta. Quello che uno è da grande non è un colpo di genio, non un colpo di fortuna. E’ un trauma, un folle evento, pensò A1. Un cancro nei tessuti del divenire, un parassitismo involontario, un dispetto alla natura. Lo schianto e il dolore avevano creato l’astronauta.

La bicicletta si avvitò su se stessa e portò Armstrong giù per un nulla di brevi curve, disseminate di rottami spaziali, poi ci fu una strada sdrucciolevole di frammenti di meteoriti, e poi una discesa infinita di tornanti di ghiaccio e di nubi e poi un’aria da far volar via le guance e A1 non poteva fare a meno di gridare, ma non era paura, non era dolore, e nemmeno felicità, Era il suono di chi da un’altra dimensione ritorna al mondo.

Alla base, un gran movimento. Tutti in pista, pompieri, ambulanze, quartier generale. Tutti ai lati del tracciato ad accogliere A1. Barcollante, bianco, lento sul pedale, solitario fra le ali di una folla impazzita, A1 vedeva solo la linea del traguardo. Lì finiva la sua missione, lì cominciavano le difficoltà.

Come far comprendere che la luna non poteva essere nulla, se non un posto di sognatori? Che non c’erano né grattacieli, né ombre di grattacieli, né fonti della giovinezza, né pietre preziose, né oasi incontaminate? C’era qualcosa di simile a un’anima, al suo moto interiore, alle sensazioni mai eclatanti, alle impercettibili malinconie di un’assenza, o di una lontananza, o di un’occasione mancata.

Non c’era davvero nulla per gli uomini, nulla di ciò che potesse interessare a tutti loro. Non erano pionieri, non erano conquistatori, indossavano camici da scienziato, ma la scienza non arrivava fino lassù. Lassù era un’altra cosa, simile al sogno, che parlava con la voce della solitudine, talvolta suadente come quella di una sirena.

Ma non c’era rimedio. Gli uomini dopo la delusione avrebbero lanciato un nuovo eroe, una lettera e un numero, da qualche parte dell’universo, e una buona volta l’eroe avrebbe ceduto alla lusinga della bugia e tutti si sarebbero placati e avrebbero brindato e sarebbero stati invasi dal benessere di chi scopre cose nuove e si sarebbero sentiti felici e appagati come dopo una notte d’amore, con la trepidazione di una speranza rinata. Per poco, ma felici.

 


Autore: robirobi | Commenti 4 | Scrivi un commento

  13.05.2008 | 22:56
permesso di soggiorno
 

Qualcuno stava palleggiando con il mio gluteo floscio. Ho pensato che fosse la sveglia. Dalle mie parti le sveglie sono delle persone che ti tirano giù dal letto: "In piedi!" urlano. Poi finisce che una volta in piedi ci si guarda intorno per vedere se ci sia qualcosa da fare, ma di solito è tutto tranquillo, allora ci si corica a meditare e comincia la giornata.

Qui nel mondo di adesso ho visto campanili chiamare per i morti e gli sposi e le preghiere, annunci radiofonici di chiusura dei supermercati, campanelle di scuola, sirene di fabbrica, allarmi antifurto. Ho visto uccellini di legno che uscivano dall’orologio all’ora esatta, allora pensavo che la sveglia che avevo comperato, e che avevo sistemato alle mie spalle sopra uno spuntone di roccia, utilizzasse uno scarpone e contavo i calci per capire che ora fosse. Al ventesimo colpo sono stato assalito dai dubbi. Forse era un animale feroce. Da noi gli animali feroci si svegliano, fanno un giro per vedere se ci sia qualcosa da fare, poi tornano a dormire. Qui ho sentito di certi cani amici dell’uomo che di tanto in tanto sbranano qualche amico dell’uomo, allora, sapete, mi sono girato un po’ titubante, direi che ho imparato a conoscere la paura. Mi aspettavo di vedere zanne rilucenti sotto la luna, non un piede. Il piede non usciva dalla sveglia, ma era attaccato a quella cosa che tutti universalmente chiamano gamba, e così via, alla gamba era attaccato qualcos’altro e insomma per farla breve si trattava di un uomo. Di due, anzi. Avevo sentito di uomini che sbranano uomini, quindi non ero molto più tranquillo.

"Ave!" ho esclamato. Il latino è una lingua galattica, non è per niente morta, nella quarta galassia a sinistra è la lingua di gran lunga più diffusa, per esempio. Questi non sapevo da quale galassia arrivassero, ma erano ben strani. Avevano una paletta infilata negli stivaloni neri, che forse serviva per grattarsi le caviglie o per scacciare gli insetti. Erano vestiti uguali, come gemelli in crisi di identità, un berretto con visiera e gli occhi nascosti sotto, però erano diversissimi, uno era smilzo e l’altro ancora più smilzo, un filo di lama, quasi.

"Che minchia stai dicendo?" mi ha detto lo smilzo.

"E’ il saluto romano" ha suggerito il sottosmilzo.

"Te saluto" ho aggiunto.

"Parla pure romano".

"Siete di queste parti?".

Lo smilzo e il sottosmilzo si sono guardati. "Tu, piuttosto".

"Eh" ho fatto io indicando la pancia dell’orsa maggiore.

"Extracee, immagino".

"Ex coelis, per l’appunto".

Il sottosmilzo si è chinato. Si confondeva fra i fili d’erba nell’alba incipiente. "Permesso di soggiorno? Contratto di affitto?". Aveva dei baffetti neri, sottili, diritti, che incrociavano la linea del corpo.

Permesso? Contratto? Soggiorno? Affitto? Ho mostrato la tessera del panettiere, che ti dà diritto a un panino in regalo ogni cinquecento chili acquistati.

Lo smilzo mi guardava con aria compassionevole e scuoteva la testa. "Di chi è questo campo?".

Da noi, dentro la pancia dell’orsa maggiore, uno spazio è tuo quando lo occupi. Non puoi dire che è tua quella montagna là o quella camera lì, non perché sia proibito, ma perché non ha senso. Uno è padrone dello spazio che occupa per una pura legge fisica. Io possiedo lo spazio che il mio corpo riempie, dicevo ai due sonnambuli. Il campo non è mio, dicevo, ma è mio il volume che occupo sul campo.

Il sottosmilzo si è girato verso il compare. Sbatacchiava la mia tessera PANEM - 1 X 500! Sul palmo della mano e faceva dei cenni del capo.

"Alzati" ha detto lo smilzo, mi ha messo le mani addosso, mi faceva ridere, non sopporto il solletico.

"Buono" mi ha detto il sottosmilzo, evanescente davanti alla luce che preannunciava il sole. Ha gettato nell’erba la mia tessera ed è andato a controllare sotto il tetto. "Sembrano fori di proiettili".

"Mi hanno sparato".

"Come mai?".

"Penso mi abbiano scambiato per un lupo".

"E non per un ladro?".

Ho riso di nuovo, lo smilzo mi solleticava dappertutto. "Io non ho l’ombra del ladro. Del lupo o dell’orso, magari, ma non del ladro".

Lo smilzo si è impadronito del mio portafogli. Ci ha guardato dentro. "Guarda guarda" dice al sottosmilzo, quasi dissolto dai primi raggi.

"E’ il mio stipendio" dico.

"Vedobèn" dice lo smilzo. Ha tirato fuori una banconota da cento. "Questi sono nostri".

"Impossibile, sono nel mio portafoglio".

"Erano" dice lo smilzo, e guarda quella crocetta corpo e baffi che è il suo compare. Il quale ride di gusto, eppure non lo vedo più.

"Non capisco" dico.

"Per l’affitto, il permesso, il soggiorno, il contratto". Me li sventola sotto il naso. "Capito?".

Se ne sono andati verso la strada. Dopo un po’ ho sentito il rumore lontano di un motore affievolirsi nel silenzio della campagna.

Ho raccolto la tessera del pane. Il disco nel cielo era bianco e freddo, come una nuova luna. Continuavo a non capire. Ho cercato consolazione nella pancia dell’orsa, e anche se le stelle erano scomparse io sapevo che là dove stavo guardando c’era il mio mondo che mi aveva perso e che forse non mi cercava nemmeno, perché là sono altre le cose che si cercano.

"Buongiorno, paese del sole!".

Mi sono guardato intorno. Gli alberi mi circondavano con indifferenza.

"Avete passato una notte tranquilla, al caldo sotto le coperte? Sveglia, pigroni, è ora di andare al lavoro!".

"A te non do nemmeno un soldo" ho detto alla voce che usciva dalla sveglia. L’ho zittita schiacciando un bottone, e mi sono sentito un dio.




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