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Robirobi
  21.05.2007 | 16:42
ho fatto un sogno
 

Ho fatto un sogno.

Non ho semplicemente sognato, ho fatto e costruito come un abile e paziente muratore.

Io ho ideato un sogno, sono l’artefice di un mondo parallelo.

Ho fatto un sogno dove tutte le persone erano uguali.

Non solo, ma avevano lo stesso nome. Tutti si chiamavano Giovanni.

E quando arrivava la moglie di Giovanni, sai il casino!

Erano dei bravi bastardi, questi Giovanni. Uno solo era il marito, ma se la facevano tutti, e lei non poteva farci niente.

Erano tutti abili e pazienti muratori.

Il mondo era pieno di case, ma questi Giovanni avevano scarsa inventiva.

La moglie di Giovanni era una sola. Era una donna piena di inventiva.

Sono uscito da questo sogno alle due e trentacinque, tornando dentro a un mondo diverso, dove non trovavi due Giovanni nemmeno a morire.

Di mogli però ne trovavi a iosa, e una di queste mi dormiva accanto.

E’ stata lei a svegliarmi.

Avevo creato il mio sogno più completo, il sogno perfetto che se lo mandi avanti ancora un minuto o due quando ti svegli rimani di là, tutti sono Giovanni e hanno una donna sola, e tu prosegui il resto della vita accanto a loro.

Non solo non sono riuscito a darle un nome, ma non l’ho nemmeno condivisa.

I Giovanni, almeno loro l’avevano a portata di mano, anche se non erano dei latin lovers.

E purtuttavia erano degli abili muratori, ed erano pazienti, anche.

E il più paziente era il solo vero marito di questa donna in comune, che chiamerò semplicemente la moglie di Giovanni.

Non saprei come altro chiamarla.

Mia moglie si chiama Rebecca, e quando mi ha svegliato le ho chiesto: "Cosa c’è, Rebecca?".

Mi aveva svegliato con un urlo, la mia Rebecca. Di notte fa sempre così. Urla fra le due e mezza e le tre. Io le chiedo: "Cosa c’è, Rebecca?". Talvolta non mi risponde.

Le case dei Giovanni non erano granché, erano un po’ come la mia, con un tetto rosso e un balconcino senza fiori.

Le costruivano senza fiori, andavano ad abitarci dentro e le lasciavano senza fiori.

La moglie di Giovanni andava in giro con l’annaffiatoio colmo ma non innaffiava niente.

Se vedevi l’annaffiatoio fuori dalla porta significava che la moglie di Giovanni giaceva con un Giovanni.

A volte un Giovanni rubava l’annaffiatoio e se lo metteva davanti alla porta, per far crepare di invidia il Giovanni vicino.

La moglie di Giovanni aveva qualche problema con la lista della spesa.

Il vero e unico marito la vedeva poco.

La moglie di Giovanni aveva una rubrica telefonica gigantesca.

Anche mia moglie ha una rubrica telefonica gigantesca, ma ha segnato solo un nome alla lettera G.

"Cosa te ne fai di una rubrica così grossa", le dico.

"Io vado pazza per rubriche gigantesche", si giustifica. Secondo me è per far vedere agli altri che lei è piena di conoscenze, e invece non conosce nessuno. Non ha altri che me.

E così alle due di notte non chiama altri che me. Mi dice che ha freddo, che ha sete, o ha fame. La copro, le porto un tè freddo, o un panino con prosciutto crudo, mozzarella e una fogliolina di insalata. Ma so che fa dei brutti sogni. Se li tiene per sé e fa uno spuntino. E’ così tutte le notti, ormai alla sera preparo un panino. Di notte scendo in cucina e lo prendo dal frigo. E’ così che succede, la sento gemere, un po’ per affanno, un po’ per piacere, non capisco, poi mi chiama per nome. Mi chiama, mi chiama, e ancora, e ancora. Io le rispondo, e lei sorride e per un po’ si calma. E poi urla e si sveglia e io scendo in cucina.

Non ho visto in faccia la moglie dei Giovanni. Era tutta indaffarata, io le andavo dietro come un cagnolino e lei mi gettava dei biscottini poi, il primo che la chiamava, eccola accorrere, con l’affanno nel cuore, e poi Giovanni la baciava sul collo. A lei piaceva molto. Capitava che un Giovanni o due passassero di lì e le baciassero le parti del collo rimaste libere. A volte c’era un po’ di ressa e comunque a lei piaceva e rideva forte.

Non distingueva uno dall’altro, e ogni volta che li incontrava diceva ciao, come va, anche se li aveva visti un minuto prima.

Quando mi passava vicino non mi salutava e sì che doveva risultarle più facile, e sì che ero diverso dagli altri.

Forse le piaceva una vita così.

Rebecca si è svegliata alle due e trentacinque, con un gemito lungo. L’ho sentito crescere e le ho dato di gomito e Rebecca ha aperto gli occhi. "Ho fame".

Sono sceso in cucina, ho preso il panino dal frigo e sono salito e lei dormiva già. Il panino ed io ci siamo guardati per un po’, poi l’ho mangiato. E’ legge del più forte. E poi non ho più dormito, e il mio stomaco mi ha fatto capire che il più forte era proprio il panino.

Mi sono alzato che ero già in piedi, rintronato come una campana.

Dovevo coprire il divano con le fodere pulite, andare dal dentista e fare la spesa.

Rebecca ha aperto un occhio. "Ciao".

L’ho guardata con un occhio. Con l’altro cercavo di dormire. "Ciao".

"Compera una bella pianta fiorita, ti prego".

Ho guardato il balcone vuoto. Era bello pulito. Da quando ho costruito la nostra casetta non ne abbiamo mai messa una. Chissà perché.

Sono un abile e paziente muratore, ma i balconi li lascio sempre nudi.

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  14.05.2007 | 17:57
numeri di maggio
 

Ho una temperatura corporea di trentasei e otto, e scrivo condizionato a ventitrè gradi e cinquanta per cento di umidità. Mi va la pressione a centocinquanta quando vedo una bella ragazza, e ho un lieve male di addome senza numero.
Metto giù due righe perchè il mio collega mi ha suggerito così.
Il mio collega è uno che la sa lunga, ma uno non è un numero, è uno indeterminato.
I miei colleghi in realtà sono molti e determinati, ma senza numero, come il mio lieve male di addome.

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