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Robirobi
  30.10.2006 | 17:36
solo per i tuoi occhi
 

Io sto bene con i tuoi occhi.

Io con i tuoi occhi commetto adulterio.

Non provo imbarazzo nei tuoi occhi, in essi mi cullo, mi rannicchio come in un letto trapuntato di iridi celesti.

Li ho sempre trovati fermi e sinceri, erculei nel sostegno degli altri sguardi.

I tuoi occhi non fuggono mai, non si spengono mai, nemmeno senza il trucco, nemmeno nelle giornate di nebbia, nemmeno nelle stanze buie.

Io sposerei i tuoi occhi.

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  30.10.2006 | 09:48
guarda gli occhi
 

Questa mattina ho guardato negli occhi la gente, e mi sono accorto che potevo leggere nei loro cuori. E' solo una questione di esercizio.

Gli occhi parlano senza lingua.

Leggevo a chiare lettere, violavo con imbarazzo la loro intimità.

Poi l'agorafobia ha ripreso il sopravvento. Sono tornato fra le mie pareti blu.

Qui sto molto bene.

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  26.10.2006 | 20:17
sincronia delle mani - esperienzia 1, con sangiove
 

Leggendo l'esercizio quattro del metodo di piano Hanon, la sinistra corre più veloce della destra, o , il che è lo stesso, quest'ultima rimane indietro.
Autoanalisi: il soggetto,  a digiuno, durante  il mattino,  beve un mezzo bicchiere di sangiovese, a più riprese.
La quantità esatta di liquido non è stata rilevata, si accetta la definizione di comune bicchiere da tavola.
Il soggetto si posiziona al piano e affronta l'esercizio 4.  Ben presto nota che la destra corre più della sinistra, o il che è lo stesso,  quest'ultima rimane indietro.

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  26.10.2006 | 09:08
ho corso poco
 

Ho corso poco e lo sai perché

Mi sono perso nei pensieri e

Giorno dopo giorno non sono più un ragazzo ma

Sono rimasto un po’ di lui.

Ho corso poco, e quando ho corso

Inseguendo una palla un’idea, un amore

Il tendine è saltato e mi ha gettato a terra

Con la semplicità di uno sgambetto.

Camminare a ottobre quando vedi che

C’è qualcuno che va via, il sole il corpo, il desiderio,

Quando la solitudine entra fra le lenzuola

Camminare è un’ascesi mistica e solenne.

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  14.10.2006 | 21:42
la sera precede il mattino?
 

Si accende la sera

Una macchina arriva di coda

L’uomo che attraversa la strada

Cammina a ritroso.

Fine dalla partendo comincia tavola a famiglia la e

Tempo un battito torna

Il defunto mattino

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  13.10.2006 | 20:36
reticenza
 

Ecco, sta uscendo

mio malgrado

Viene di sera, quando la testa gira

dentro le nuvole asessuate

Mi sta venendo fuori

quella che dicono poesia

È niente, è un a capo

È un cenno di stanchezza, un fiato mozzo

una sincope del respiro

Non pensare che non riesca a dire qualcosa lungo una riga senza fermarmi ma sono le nove passate

è ottobre, mi tocca andare, andare a capo

mi tocca per resa, per noia, per viltà

per reticenza.

E poi la chiamano poesia.

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  08.10.2006 | 21:14
quando piove
 

E’ ora di smetterla. Tutti maledicono la pioggia, è ora che la pioggia maledica noi.

Che non ci venga incontro con la riverenza di un ospite riguardoso, che non si annunci nemmeno.

Che cada a cielo sereno, inondandoci mentre meno ce lo aspettiamo, non così da ucciderci, ma da entrarci in bocca mentre discutiamo di cose futili, da entrarci nelle scarpe mentre invece di camminare verso casa andiamo incontro a strani destini.

Basta lamentarsi, scrittori di rete e dintorni: oggi che giornata uggiosa, oggi che pioggia triste, oggi l’acqua rigava i vetri della mia stanzetta.

Vieni, o pioggia, nostro sangue quotidiano, riempici d’acqua le volute cerebrali, asporta le scorie sillabiche come fanno i fiumi con i tronchi malfermi delle rive. Pioggia, sei un amore. Riga, ti prego, i vetri appena puliti, annaffia le mie piante zuppe, scendi odorosa di carogna ad annunciare che anche nell’autunno qualcosa si muove.

Perché in autunno la più grande delusione è vedere il sole malato e senza speranza.

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  07.10.2006 | 17:03
i buoni riti del mattino
 


Il mattino è una cosa odiosa, che ti capita come un calcio nelle reni, ma del mattino non si può fare a meno, ed è per questo che talvolta spero di morire durante la notte.

Una volta che il mattino è lì nel mio letto, una volta che apro gli occhi e la sua luce mi uccide ancora, dico: ecco, ci sono, e mi viene da vomitare.

Come un rettile stremato scendo le scale e mi incuneo in cucina, guardo gli altri fare colazione, e quella è la mia colazione. Il mio stomaco rifiuta il cibo, anche lui vorrebbe morire di notte.

Fisso la moka, e lei rimane lì, sul fornello spento. Mi avvicino, le apro la capocchia, non c’è caffè. Indietreggio, senza staccarle gli occhi di dosso. Lei rimane lì, a fuoco spento. Fra noi non succede nulla. Lascio perdere.

Il bagno è un luogo mistico. Minuscolo, senza finestre, invita alla meditazione. Di solito è lì che mi vengono le idee sulla vita, del tipo chi siamo e dove andiamo.

Prendo il regolabarba e lo metto alla bocca a mo’ di microfono e mi canto il dies irae, che dissolverà il nostro tempo umano e cavolo, dissolvesse subito anche il mattino. Lo canto come se fossi su un palco metal, scusi, Verdi.

Poi utilizzo la macchinetta per il suo scopo, e cioè me la passo in modo indistinto dalla testa al mento, lasciando i peli sempre uguali, un millimetro circa, in modo che capovolgendo la mia testa il capo sembri una barba e la barba una nuca, non so se mi spiego. Non mi faccio quasi mai la barba per intero, perché secondo mi quelli che si fanno la barba sono ghèi. Me la faccio solo quando è estremamente necessario, cioè quando mi sento ghèi.

Il water è il mio Tibet, e il box doccia la sua anticamera, oh, mistiche vette. Allora comprendo ancora una volta il senso della vita, e ancora una volta vorrei uccidere il mattino, o esserne ucciso.

Torno in cucina a guardare la moka, lei è sempre lì, non parla e non si muove. Non è mai stata in Tibet, lei. La ingravido con semi di caffè e aspetto. Emettendo un gorgolìo soffocato partorisce un bel liquido nero. Lo chiamerò caffè.

Guardo fuori dalla finestra le mie piante assetate, divorate dalle lumache, bruciate dal sole, provate dall’escursione termica. Cosa pretendete dalla vita? Pensate che io devo anche alzarmi tutti i giorni, tutti i giorni affrontare i miei mattini come mulini a vento.

Vado in rete a leggere le brutte dal mondo e mi passano via come acqua sulla pelle, la rete porta tutto e subito e tutto diventa ovvio come una favola e lontano come una galassia. Niente più misteri sulle catastrofi nell’altra parte del mondo, niente più mostri che incombono sulle coscienze. Sarà il cinismo di mezza età, sarà la rete. Ho scoperto un assioma: le situazioni sono inversamente proporzionali alla vicinanza e all’evidenza. Se sono vicine sono irraggiungibili, se sono evidenti sono incomprensibili. Davvero.

Mi bevo un altro figlio di moka e il mattino assume contorni più accettabili per una creatura umana. Rinuncio a me stesso e passo il tempo con il tempo. Mi dimentico di me e bevo un caffè all’ora e arrivo a un punto che il caffè mi prende e mi beve, e anch’esso comincia ad accettare la vita così come viene.

Però il mattino ha un suo lato bello: la sera. Di sera io sono un uomo perso che tenta di ritrovare se stesso. Sono un uomo triste per la sua giornata buttata via, sono un uomo triste e consapevole che torna a illudersi che le mattine siano finite per sempre e che nel crepuscolo siano rinchiuse le poche verità di cui al mattino si vaneggia.

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  02.10.2006 | 18:07
fratello randello
 

Quando sotto gli occhi mi esplose un lampo mi ero appena addormentato. Un vetro rotto, un botto, che so. Tastai sotto il letto. Eccolo, fratello randello. Mi sentii subito forte, mi tremavano le gambe ma ero forte. Scesi le scale nere, tenendo il fiato fino a far scoppiare i polmoni e all’ultimo gradino lo vidi, in fondo all’atrio, il topone di monolocale. Mi buttai a terra supino, pronto a parare il colpo, le gambe all'aria come un insetto rovesciato. Cosa sperasse di trovare non so. Di sicuro se ne sarebbe andato con una legnata in mezzo alle scapole.

Il colpo non arrivò. Mi rialzai. Fatti forza, sei un lottatore di sumo, sei un samurai, il tuo bastone è un’arma mortale. Quando colpirai lo aprirai in due, sei un’arma di carne. La cosa mi fece ridere dentro. Arma di carne.

Avanzai così piano che nemmeno io mi sentivo. Mi chiesi se c’ero. Sì. Mi chiesi se era tutto vero. Sì. Tornai alle scale dopo un metro di eternità, ed eccolo di nuovo, il topone, pronto a colpire. Illuminato dalla luce di strada che passava il vetro della porta, era il mostro, l’alieno, il babau di tutte le nostre notti. Era armato e pericoloso.

Proteggimi, fratello randello. Avanzai con un urlo e calai il colpo. Un botto e un turbinio di schegge, e lui non c’era più.

Accesi la luce. Avevo distrutto lo specchio, ma lui non c’era più.

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