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Robirobi
  30.09.2006 | 17:06
farina del mio sacco
 

La prima volta che sentii questa frase rivolta a me facevo le elementari, mi pare. Poi la risentii a sedici anni, quando mi segnalavano ai concorsi letterari. "E’ veramente notevole, se l’hai scritto tu". A parte che rileggendo adesso le mie cose di allora non mi sembrano per nulla notevoli, la frase mi faceva piacere. Pensavo: ho sedici anni, posso capire le titubanze.

Con il tempo mi accorsi, con disagio crescente, che allo stupore subentrava il dubbio. Avevano forti sospetti sulle mie capacità. Consultavo spesso lo specchio, non quello delle brame, ma un tradizionale specchio scrostato del bagno, per individuare i segni della demenza, ammesso che la demenza presenti dei segni. Era demoralizzante, perché il viso lo studiavo bene, ma metti che i segni della demenza si vedano chiari sulle natiche o sul modo di camminare. E poi, un demente, come fa a cercare i segni della demenza?

Il mio docente di filosofia morale un giorno mi disse: "E’ farina del tuo sacco?". Eccoci di nuovo. Mi sentivo un ladro. Avevo osato parlare dell’elevazione del male alla potenza e mi sentivo un ladro. Se robirobi fa robialquadrato, ed è solo un nome, il male si sa comportare molto meglio. Avrò riportato una considerazione dell’autore, mi giustificai. E lui a giurarmi che non c’era scritto da nessuna parte, che quella era davvero roba mia. Accidenti. Tornai a casa rasentando i muri, evitando accuratamente il sole, mentre mi coprivo il viso ora con la cartella, ora con un vecchio giornale che tenevo appresso per ripararmi dalla pioggia. Perché non usi l’ombrello, mi chiederete. Beh, perché l’ombrello non si può leggere.

Sul posto di lavoro la musica non è cambiata. Giro col mio sacco in spalla e ho paura di trovare un bel giorno, sulla mia scrivania, un campanellino d’oro, e una lettera del direttore che mi invita a metterlo al collo, sempre, durante il lavoro, così che tutti sentano in anticipo il mio arrivo e si regolino di conseguenza.

Sono giunto al punto di percepire uno stipendio senza mansione. Non si sa mai, questo qui, a farlo lavorare come si deve, potrebbe tirar fuori cose che di sicuro non sono farina del suo sacco.

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  28.09.2006 | 09:30
poliestere
 

"Totina!" gridò un bambino
nella tromba delle scale ed io
stanco del viaggio
buttai per terra la mia roba
ed entrai con i piedi nella valigia.
La pelle dell'alluce si impigliò nella cerniera
Feci una doccia e il sangue colava nello scarico
Mi lavai i denti nudo sul bidet
E senza volerlo pensai alla vita.
La guardai come un peccato
Mentre le calze di poliestere
Gocciolavano sul collo.
Mancavano le nuvole
Eppure ero certo di averle viste
Una volta.
Correvano,
con la fretta del ritardo.
Guardai il mio letto intatto
Mi vestii.
Pensai di andare a bere qualcosa fuori.
I lampioni accesi si frantumavano nel vento,
cadevano i vetri in pioggia dolorosa.
Non ho portato l'ombrello, pensai,
e mentre mi toglievo i vetri dalla giacca
ordinai un whisky.
Il barista mi guardò e sorrise.
Che acqua viene giù, disse.
Sentivo i piedi umidi
E la testa calda come un caminetto acceso.
Non ricordavo più cosa avrei dovuto fare l'indomani
Era la prima bella notizia del giorno alla fine.

Autore: robirobi | Commenti 0 | Scrivi un commento

  27.09.2006 | 08:01
bloguli rossi
 

L'eccesso di bloguli rossi è la causa principale dell'apertura del presente blog.
Come tutti sanno il blog è una terapia. Il blog è una sostanza psicotropa e antidolorifica, anche se per ora con un blog nessuno è finito dietro le sbarre.
Così il mio medico mi ha consigliato un post dopo cena, a stomaco pieno, perché l'eccesso di bloguli porta troppo ossigeno, e troppo ossigeno troppi pensieri, e troppi pensieri troppa coscienza, e troppa coscienza troppa infelicità. E invece come il blog mi scarico, proprio come se fosse un buon lassativo.
"Ma il blog, me lo passa il servizio sanitario nazionale?".
Il dottore, brav'uomo e sant'uomo, mi ha mollato un paterno buffetto sulla guancia, anche se nessuno mi leverà dalla testa che volesse stendermi con un gancio. "Dove sei vissuto, amico mio?".
Ho guardato il mio casco rivestito di pelo di coniglio e provvisto di orecchie di coniglio. L'ho guardato con tristezza, perché non si fanno certe domande. Perché non è importante il dove, ma il come.
Se uno vive sul water, a stretto contatto con lo sciacquone, e si becca i reumatismi, è un dove o un come?
Il dilemma origina sempre dall'eccesso di bloguli. Ti fanno vedere cose, troppe cose in ogni dove e in ogni come, ma di risposte nemmeno una traccia.
Il prossimo anno i miei bloguli ed io abbiamo intenzione di passare le vacanze al mare. Ma al mare ci vado da semplice marinaio, non da uomo di terra, perché il mio cervello è un posto di mare, non un posto di terra. Prova a tirare una riga nel mare, se ci riesci. Prova a segnare un inizio o una fine, come fai sulla sabbia, che notoriamente appartiene alle cose di terra. Prova a giocare a tennis nell'acqua, e a gridare all'avversario: "era sulla riga!".
Nel mare non ci sono i presupposti e le conseguenze, né doppi sensi, né segnali di precedenza. E' l'omogeneità che detta legge, non ti puoi sbagliare.
Amo e odio il mare, so anche il perché. Lo odio perché ho passato un'infanzia eritematica.
Lo amo perché mette in discussione i principi. Lo amo perché i miei bloguli vanno a sguazzare nell'acqua ed io rimango solo sotto l'ombrellone, con parrucca e tricorno, intabarrato come un africano sull'Everest, ed eleggo microcosmo dei miei istanti decenti l'ombra limitata e mobile.
E' lì che i pensieri se ne vanno, e se ci sono rimangono sotto il brusio della risacca, o sotto le palpebre pesanti, al giro di boa di una ventilata giornata agostana.

Autore: robirobi | Commenti 5 | Scrivi un commento

   
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