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Robirobi
  20.02.2011 | 11:52
evasi
 

Il poeta Joseph Brodsky, o, nella dizione russa, Iosif Brodskij, scrive su Montale che “anzichè imitare la vita, l'arte imita la morte, imita quel regno sul quale la vita non offre alcuna nozione”.

 

Chi come me condivide la sua affermazione, sostiene nel contempo che non possiamo fare a meno dell'arte, perché l'arte non è evasione. Se mai, fu il giorno del nostro concepimento o della nostra nascita a segnare il nostro esilio, la perdita di un'identità universale a favore di quella anagrafica. Quello della vita non è il nostro terreno, ma l'arte ci aiuta a ritrovare la nostra dimensione extra-corporea.

 

 

 

Scrive Brodskij della farfalla:

 

 

 

Sei migliore del Nulla.

 

O meglio: sei più prossima,

 

sei più visibile.

 

Di dentro, ad esso

 

del tutto simile.

 

Nel volo tuo

 

il Nulla acquista carne;

 

nel quotidiano strepito

 

ecco perché

 

uno sguardo tu meriti:

 

sei la barriera lieve

 

fra il Nulla e me.

 

 

 

Nella scrittura ritroviamo l'universo da cui siamo evasi, che abitavamo cento anni fa e che abiteremo fra cento anni. Uno scrittore lo lascia intuire, ma un poeta ha il potere sovrumano di mostrarlo fra le nebbie della vita.

 

 

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  07.11.2010 | 11:12
il mio amico water
 

Eccovi un estratto di quello che ho letto al cesso.
Ricordate sempre di portarvi appresso un buon libro, anche quando andate in bagno.

"La cosa migliore sarebbe sposarla poi prendersi subito una malattia. Purchè non fosse la sifilide. Colera, diciamo, oppure febbre gialla. In modo che, se succedesse il miracolo e ti fosse risparmiata la vita,, tu rimarresti storpiato per il resto dei tuoi giorni. Così non dovresti più preoccuparti di doverla scopare, e nemmeno avresti da preoccuparti della pigione. Lei ti comprerebbe una bella sedia a rotelle con le gomme, e un sacco di manubri e roba del genere. Magari potresti anche adoperare le mani; voglio dire, quanto basta per scrivere. O potresti anche prendere una segretaria. Anzi, ecco la soluzione migliore per uno scrittore. Cosa se ne fa uno delle braccia e delle gambe? Non gli servono le braccia e le gambe per scrivere. Ha bisogno di sicurezza, di pace… di protezione. Tutti questi eroi che sfilano in parata sulla sedia a rotelle, peccato che non siano scrittori. Purchè si fosse sicuri, andando in guerra, di rimetterci soltanto le braccia e le gambe… purchè si fosse sicuri di questo, io direi, facciamo la guerra anche domani. Me ne strafotterei delle medaglie, se le tengano le medaglie. Io vorrei soltanto una bella sedia a rotelle e tre pasti al giorno. Poi gli darei io qualcosa da leggere, a quei cazzoni!"

Henry Miller, TROPICO DEL CANCRO

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  09.09.2010 | 11:19
Bukowski Charles - Pulp
 

"Ti ho mai detto che sei meno di una scoreggia in una chiesa vuota?".

Da Nick Belane posso aspettarmi questo e altro. Cerco di fargli levare i piedi dal mio tavolino, ma dice che è abituato così e che anzi dorme così anche di notte.

"Era meglio se rimanevi dov’eri, Nick".

"A Los Angeles?".

"No. Nella mente di Charles".

"Non avrei mai avuto modo di diventare l’investigatore più dritto di L.A.".

"Non fa niente, Nick, il mondo sarebbe andato avanti ugualmente, con puttane, gorilla, assassini, cornuti e tutto il resto".

"Quella è la porta, infilala come un razzo in culo al mondo, prima che di faccia conoscere l’ebbrezza di un sorriso gengivale".

Io non mi scompongo, sono talmente malleabile che i duri come lui li assorbo senza traumi. "Abbiamo un problema, Nick".

"Quale?".

"Che qui siamo a casa mia, nel mio studiolo. Se c’è uno che deve infilare la porta, quello sei tu".

Nick sembra riflettere, si gratta la pancia gonfia. "Non è che hai della vodka?".

"Hai sbagliato città, hai sbagliato mondo, hai sbagliato esistenza".

"Non l’ho mica voluta io, la mia esistenza, però ormai esisto, non ci posso fare niente".

"D’accordo, Nick. Allora ti offro di lavorare a un caso. La tua tariffa è sempre sei dollari l’ora?".

"Penso che sia un prezzo ragionevole".

"Trovami Charles".

"Charles mio padre?".

"L’hai detto".

"Non sono abituato a fare il prezioso, però dovresti anticipami un mesetto, perché saranno molte le ore che impiego per attraversare i sistemi solari. Charles a quest’ora è già molto lontano".

"Hai paura di non farcela?".

Nick sorride, il suo primo sorriso da sei anni a questa parte. "Sono o no l’investigatore più dritto di L.A.?".

"E’ per questo che ti ho ingaggiato. Trovalo e digli che alla fine, salvo poche zampate da vecchio leone, le pagine di "Pulp" sono tristi come un tramonto dietro case vecchie di periferia. E sono morte. Non c’è più vita di quanta ce ne sia dentro le tue mutande".

"Ho avuto anch’io le mie erezioni".

"Ci sei mai andato con una donna del libro?".

Nick si illumina. "La signora Morte, che culo da favola".

"E Jeanne Nitro?".

"Chi si scorda i suoi occhi?".

"Tutto qui?".

Nick sospira. "Non le ho toccate. Ho un’etica professionale".

"Sei un uomo finito. Fin dalla prima pagina. I tuoi clienti non sanno nemmeno quello che dicono, tu stesso non sai quello che dici, le tue osservazioni fanno acqua da tutte le parti".

"Non puoi pretendere che Charles sia sempre Charles".

"Allora vai e ricordaglielo, per favore".

Nick finalmente sposta le scarpe dal mio tavolino di palissandro. Non ha lasciato segni.

"Ancora una cosa, Nick".

"Sì?".

"Di’ a Charles che rimane un grande, nel caso non l’abbia capito".

"Spediscimi l’anticipo sulla cintura di Orione" mi ricorda, poi scende le scale con il passo pesante di chi è già troppo stanco anche solo per partire.

 

 

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  28.08.2010 | 22:12
NON TOCCARMI L’ELEFANTE
 

 

Io lo so che sei un fenomeno. Quando qualcuno dice che legge dieci pagine di pesca o di caccia come le scrivi tu e si annoia mi arrabbio, sul serio, perchè mi intrighi anche solo con l’odore del pesce.

Stai buono e lascia stare il mio elefante, Hem, quello non è per la caccia grossa, il mio studiolo non è l’Africa e tu non ti divertiresti, nemmeno se nascondessi l’elefante dietro una pianta di pomodori del mio orticello.

Volevo solo dirti che Francis Macomber è così reale che mi sembra di averlo avuto ieri a cena. Anzi sono quasi sicuro che ci fosse anche lui, a raccontarmi di come ha ucciso la paura, la sua fiera più grande e pericolosa.

Non toccarmi l’elefante, lo uso come fermalibri e lascio il suo posteriore sul balcone, così mi concima i bonsai. Io sono biologico e vegetariano. No, non sono astemio. E’ vero che bevi Chianti alle cinque del mattino? Mi viene il voltastomaco.

Francis era a cena da me, dicevo, e in fondo l’ammiro perchè la sua paura e il suo riscatto sono quelli di ciascuno di noi.

Però io tengo all’animale, sai, quel leone che sente il proiettile entrargli il corpo e la morte coglierlo piano, crudele, quasi una corrida nella savana. Sai che vogliono eliminare le corride? Di cosa scriveresti, ora?

Quella pallottola si conficca nel corpo del leone con un rumore sordo ed io me la sento dentro come se anch’io stessi morendo con lentezza, logorato dalla vita.

Vorrei essere Francis fino in fondo, avere un giorno da leone, un leone che non abbia pallottole in corpo e che faccia perdere definitivamente le sue tracce. Vorrei che tu non sparassi più ai leoni, Hem.

E non stuzzicare l’elefante, qui non c’è spazio per fare tanto chiasso.

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  10.12.2009 | 22:09
Aldo Nove: si parla troppo di silenzio
 

Questa sera a Cremona Aldo Nove presentava il suo ultimo libro, "Si parla troppo di silenzio".
Nel libro fa incontrare lo scrittore Carver e il pittore Hopper.
Carver l'ho sul comodino, sto leggendo tutti i suoi racconti in un unico volume. Hopper l'ho cercato sulle mie pareti, ma non l'ho trovato. 
La sala sarebbe stata gremita, come nelle migliori occasioni. Nove più brillante che mai, al fianco di un tavolino ricolmo di copie pronte per l'autografo.
Avrei fatto così, ne avrei acquistata una, avrei trovato il modo di avvicinarlo, gli avrei aperto la prima pagina bianca e gli avrei detto: "Mi scriva questa dedica: provaci ancora, Robirobi".
Ho finito di lavorare alle sette, non ci sono andato. Il libro è rimasto sul tavolino, la dedica è rimasta nelle intenzioni, però sono riuscito ugualmente a scrivere la mia recensione.  

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  06.10.2009 | 13:05
woolworth's, 1954
 

Avevo il file di questo racconto in forma di poesia e non ricordavo chi l'aveva scritto.
Poi ho letto, nelle prime righe, di un pensiero venuto a galla. Il modo in cui è scritto mi diceva che è lui. E' lui? Rapida ricerca sulla rete per conferma. Naturalmente è Raymond Carver.     

Com’è venuto a galla o perché,
non lo so. Ma ci sto pensando
da quando Robert mi ha chiamato
e mi ha detto che sarà qui tra poco
per andare a raccogliere le vongole.
Era il mio primo lavoro
agli ordini di un certo Sol.
Era sulla cinquantina, ma
faceva il magazziniere, come me.
Aveva fatto carriera fino
a diventare nessuno. Ma era contento
di lavorare. Come me, del resto.
Sapeva tutto quel che c’era
da sapere sulle merci di quel piccolo
grande magazzino ed era disposto
a insegnarmelo. Avevo sedici anni
e prendevo un dollaro e mezzo l’ora. Mi piaceva,
non c’è dubbio. Sol m’ha insegnato
tutto quel che sapeva. La pazienza non gli mancava,
ma per fortuna io imparavo presto.
Il ricordo più importante
di quel periodo: l’apertura
delle scatole di biancheria per donna.
Mutandine e altre cose morbide
e appiccicose del genere. Le tiravo fuori
dalle scatole a piene mani. C’era qualcosa
di misteriosamente dolce in quelle
cose, anche allora. Sol le chiamava
“Leggerì”. “Leggerì?”
Che ne potevo sapere io? Per un po’
l’ho chiamata anch’io “Leggerì”.
Poi sono cresciuto. Ho smesso di fare
il magazziniere. Ho cominciato a pronunciare
quella parola franciosa come si deve.
Ormai sapevo di cosa parlavo!
Avevo cominciato a uscire con le ragazze
con la speranza di toccare quella morbidezza,
di tirarle giù, le mutandine.
E a volte capitava. Dio,
mi lasciavano fare! Ed era proprio vero:
le mutandine erano “Leggerì”.
Tendevano a sfilarsi con leggerezza,
a volte, giù dal ventre,
restando un po’ appiccicate
alla pelle bianca e calda.
Scivolavano lente giù sui fianchi, le natiche
e lungo le bellissime cosce, accelerando
finché arrivavano alle ginocchia,
ai polpacci! Arrivavano poi alle caviglie,
unite per l’occasione,
per essere finalmente scalciate via
sul fondo della macchina e lì
dimenticate. Fino al momento
in cui bisognava ritrovarle.
“Leggerì”.
Quelle ragazze erano così dolci!
“Indugia leggera ancora un poco, sei così bella!”
Ora lo so chi l’ha detta: è una bella frase
e l’userò. Robert e i suoi figli
con me sulla spiaggia
armati di secchi e palette.
Ai ragazzini le vongole non piacciono
e non smettono un attimo di esclamare “Uh!
e “Che schifo!” quando le tiriamo
fuori dalla sabbia con le palette
e le gettiamo nei secchi.
E intanto io ripenso sempre
a quando ero ragazzo a Yakima.
Alle mutandine lisce come la seta.
Come quelle leggerissime che portava Jeanne
e Rita, Muriel, Sue e la sorella
Cora Mae. Tutte quelle ragazze.
Invecchiate ormai. O peggio.
Diciamolo pure: morte. 

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  07.08.2009 | 12:18
Cechov e Morissette
 

Se Cechov può essere pericoloso - può indurre alla depressione - Alanis Morissette può essere mortale.
Per questo chiedo caldamente a tutte le sedi Avis che durante le donazioni si eviti di mandare la cantante in filodiffusione, altrimenti invece che di un giorno di riposo ho bisogno di due giorni, salvo complicazioni. 
Cosa c'entra Cechov? Niente, non avevo voglia di aprire due post.
Cechov dunque, oltre che a essere più adatto quando doni il sangue è uno scrittore fichissimo. Basta sostituire alla tisi l'aids e John a Nicolaj, e diventa un grande autore americano del novecento, nè più nè meno. E' imperdibile, correte in libreria a chiedere i suoi racconti. Siate costretti ad ascoltare la Morissette per un giorno se non lo fate.

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  24.06.2009 | 21:17
L'ostia
 

http://www.gcwriter.com/l_ostia.htm

E' un signor racconto. Quante volte l'ho letto? Ho perso il conto. In rete trovi autori che danno la paga ad alcuni scrittori blasonati.
Sentite l'incipit:"Dio si ruppe che avevo dieci anni. Il prete mi disse semplicemente che non esisteva perdono per chi non lo sapesse chiedere e mi gettò fuori dal confessionale. Nonna Assunta mi aspettava con il rosario tra le mani e quando mi chiese della penitenza lì per lì non ebbi il coraggio di dire niente".
Ho stampato questo racconto il 18/02/08 alle 15.57, si nasconde fra il mare di carte sulla mia scrivania e di tanto in tanto riemerge, come il legno di un veliero in fondo al mare carico di tesori e non ancora individuato.
Lui è Giancarlo Tommasone.

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  16.01.2009 | 19:08
Ken Follett e il sesso
 

Ken Follet, MONDO SENZA FINE se avete già letto tutto, ma proprio tutto.

Lui, Ken, in foto assomiglia un po’ al direttore di un’azienda prossima alla chiusura, più che a uno scrittore.

Il dubbio mi è venuto quando alla seconda pagina compare frate Goldwin, descritto come "giovane e bello". Cioè, Ken, potevi metterci tutti gli aggettivi che volevi, ce ne sono tanti al mondo, e poi, metterli insieme è come scrivere "ho l’amore nel cuore": sta malissimo.

Apro una pagina a caso.


Lui le carezzò i capelli e rimase in silenzio.

Dopo un po’ [dopo un po’ quanto? Cosa significa dopo un po’?] cominciarono a baciarsi. Caris provò un desiderio più forte quel giorno [perché tutti i giorni provava un desiderio]: voleva le sue mani su di sé, la sua lingue nella bocca, le sue dita dentro di lei. Voleva Merthin, e lo voleva in modo diverso [uh, quante cose che vuoi!].

"Spogliamoci" disse. Non erano mai stati nudi insieme [solo separantemente, nelle rispettive dimore, oppure uno nudo e uno vestito, chi lo sa].

Merthin sorrise felice [idiota!]. "Ma se arriva qualcuno?" [doppio idiota!].

"Il banchetto durerà ore. E poi possiamo andare di sopra".

Lo condusse in camera da letto e si tolse le scarpe. Di colpo, era intimidita: che cosa avrebbe pensato Merthin, vedendola nuda per la prima volta? [eh, già, perché nudi, insieme, non ci erano mai stati]. Sapeva di piacergli, sapeva che amava il suo seno, le sue gambe, il suo collo e il suo sesso: glielo diceva sempre quando l’accarezzava [logorroico!]. Adesso, però, avrebbe notato che aveva i fianchi troppo larghi, le gambe un po’ corte, il seno piuttosto piccolo… [no comment].

Merthin non sembrava avere le stesse inibizioni. Si tolse la camicia, si calò le brache e le si mise di fronte disinvolto. Era magro ma forte e sembrava pieno di energia e vigore, come un giovane cervo [!!!]. Caris notò che aveva i peli pubici del colore delle foglie in autunno [qui mi sono fermato dieci minuti, piangevo come un vitello, ma dal ridere. Per la conaca, ho controllato i miei peli pubici, sono del colore della strada sterrata che fiancheggia casa mia, diciamo a fine settebre quando è un po’ che non piove].

(…)

"Sei bellissima" sussurrò Merthin.

"Anche tu" [cosa doveva rispondere? Invece tu mi fai schifo? Ormai, giunti a quel punto, anche se invece che un giovane cervo fosse apparso un vecchio muflone…].

(…)

"Voglio fare l’amore" sussurrò.

"Vuoi dire…sino in fondo?".

Le venne in mente che sarebbe potuta rimanere incinta [accidenti, si stava scordando che a fare l’amore fino in fondo può succedere proprio così] ma scacciò quel pensiero. Era troppo eccitata per pensare alle conseguenze. "Sì" bisbigliò.

"Lo voglio anch’io".

(…)

"Scusami" sussurrò lui.

"Aspetta solo un momento".

(…)

A un certo punto [bisogna sempre specificare che è dopo un po’, o a un certo punto, altrimenti il lettore non capisce bene quanto tempo è passato] le disse, ansimando [pensa, aveva il fiatone]: "Non riesco più a fermarmi".

"Non ti fermare, non ti fermare".

(…)

"Allora è questo ciò di cui si fa tanto parlare" disse dopo un po’ [giustamente deve aspettare un po’ e dirlo a un certo punto].



Altra pagina a caso, ormai avete capito il gioco, è inutile che commenti.

"Mi si spezza il cuore, Merthin. Ma mi sentirei una donnaccia se facessi l’amore con te sapendo che tornerò da Ralph. E non perché siete fratelli, anche se questo peggiora le cose".


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Era alta e fatta come sua madre, prosperosa e tonda sui fianchi. "Sembri più grande" osservò guardandole il seno.

Voleva farle un complimento, sapendo che in generale i giovani ambivano a sembrare più adulti, ma la ragazza arrossì e si voltò dall’altra parte.

Ralph guardò il pane che usava come piatto, poi infilzò un pezzo di maiale con lo zenzero. Masticò perplesso: evidentemente non era molto bravo a corteggiare le donne.



<<<<<<<

Merthin la allontanò con forza, tanto che Caris rischiò di perdere l’equilibrio. "Non fare così!" le urlò.

Per Caris fu come se lei l’avesse schiaffeggiata. "Che cosa ti prende?".

"Smettila di toccarmi!".

"Volevo solo…".

"Non mi toccare e basta! Mi hai lasciato nove mesi fa. Ti avevo avvertito che non ci sarebbe stato più niente fra noi".

Caris non capiva perché fosse tanto in collera. "Ti ho solo abbracciato…".

"Non lo fare, per piacere. Non sono più il tuo amante. Non ne hai alcun diritto".

"Non ho il diritto di toccarti?".

"No".

"Non credevo di avere il bisogno del permesso".

"Sì, invece. Tu non ti lasci toccare".

"Da te, sì".

Ken Follet, MONDO SENZA FINE



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  14.12.2008 | 09:30
scala colore
 

Parliamo un po’ di me. Con la pubblicazione di una poesia su RES, quattro libri editi da Tapirulan, quattro pubblicazioni.

"Hai fatto poker!" mi hanno detto ieri French e Lorena.

"E c’è ancora la scala reale" dico.

"Non puoi" risponde French, giustamente.

Continuo la mano: "Allora scala colore".

Un giocatore accanito come me non poteva che rilanciare. Abbandonare la partita non è decoroso, è triste infilare le proprie carte nel mazzo e aspettare che gli altri se la giochino.

E’ vero, non posso fare scala reale perché non potrò partecipare alla quinta pubblicazione, infatti leggerò con avidità – non vedo l’ora – i racconti candidati al prossimo concorso di Tapirulan. Darò un giudizio insieme ad altri compagni e compagne d’avventura anche se rimanendo fuori andrò contro corrente, evitando il conflitto di interesse tanto apprezzato in questi tempi.

Però, French, lasciamelo di nuovo dire, io posso fare una scala colore, perché sarò in ciascuno dei racconti scelti per la pubblicazione e in ciascuno di quelli che dovremo accantonare, con le emozioni e le trepidazioni della lettura e dell’onere del giudizio. In ciascuno dei pubblicati ci sarà un po’ di me, del mio modo di vedere il mondo, della musicalità che mi solletica, dei paradossi di una vita a testa in giù, ma anche in quelli che non vedranno la luce si trova molto di più che l’onore della partecipazione: c’è sangue pulsante, vita, voglia di dare un senso con le parole all’insensatezza dei giorni, e questo accade con il titanico gesto della scrittura.

French, non me la concedi, dunque, una scala colore? Nel prossimo libro di racconti, non visibile, ci sarà un po di me.

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