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Robirobi
  09.11.2008 | 19:28
Titic
 

Anche un alieno ha bisogno dell'ufficio anagrafe, se vuole lavorare.

 

 

Tic tiritic tiritìc. Provai a dire qualcosa, ma le mie parole si perdevano nella nenia finto metallo.

Il rumore del computer era cosa piccola, ma l’impiegato, con aria soddisfatta, sottolineava la battitura urlando: "Tic, titìc!". Difficile farsi sentire. "Titic!" esclamai. L’impiegato fece un salto sulla sedia, rimanendo con le mani a mezz’aria, come nell’atto di appendere un indumento alla corda del bucato. "E lei da dove viene?".

"Dalla porta" indicai.

L’impiegato la guardò con aria perplessa. "Mah".

"Era aperta" dissi.

"Questo è certo. Per un ufficio aperto ci vuole una porta aperta".

"Sono d’accordo in tutto e per tutto".

L’impiegato, soddisfatto della mia risposta, sistemò i lembi del gilet e protese il collo. "Mi dica tutto".

"Ho bisogno di un certificato".

"Sono qui per questo".

Indicai l’entrata: "Eh, già, porta aperta…".

"Appunto. Nome e cognome".

"ZO555".

"Nome?".

"E’ quello il nome".

"Il cognome, allora".

"Quello è il mio nome e cognome".

"Mi sembra una targa".

"E’ il mio nome di quando sono fuori pianeta. Nel mio pianeta sono 555OZ".

"Che curioso, è al contrario - disse l’impiegato digitando – è come se io di cognome facessi Oizaro". Titìp titìp, scriveva.

"Il nome di chi è partito è il contrario del nome di chi è tornato – spiegai - come una discesa tornando diventa una salita". L’impiegato smise di digitare, tirò indietro una ciocca grigia che era caduta nella foga della battitura, ci pensò su, poi: "Ochèi, ho capito, ho capito". Si concentrò sullo schermo. "Ollallà, qui mi dice che viene dalla pancia dell’Orsa. Così lontano?".

"Ho avuto un parto travagliato".

"Travagliato, d’accordo, giusto. E d’altra parte, uno che viene da laggiù… E che uso farebbe di questo documento?".

"Un uso consentito dalla legge".

L’impiegato scosse la testa. "Non ci sta".

"Lavoro?".

"Nemmeno. Ho posto solo per quattro lettere".

"Lavo?".

D’accordo, giusto, va bene così. Perfetto. Titìc, caro il mio signore. E dove abita?".

"A bordo campo".

"Sta scherzando?".

"E proprio così – dissi – il padrone del campo non vuole che stia dentro il campo".

"E come si chiama il padrone del campo?".

"Dottor Nicobra. Si fa sempre chiamare dottore, perché quando gli ho detto signore mi ha detto dottore prego, e quando gli ho chiesto dottore questo campo è suo mi ha detto certo che è mio, non si capisce? Ma io mica lo capivo così a prima vista, e quando gli ho detto dottore che, posso rimanere a vivere sul suo campo lui mi ha detto no. Allora posso starmene ai bordi?. E lui ci pensa su si gratta il mento bello rasato e profumato, un mento da dottore, penso io, insomma di una persona importante, ci pensa un poco e mi dice a bordo campo va bene, tanto a me serve solo l’interno del campo. E così ecco fatto".

"Uh il dottor Nicobra – esclamò l’impegato facendo un profondo inchino, come se il dottore fossi io – allora non le faccio altre domande". Scrisse tutto per bene poi rilesse. "Mi corregga se è sbagliato. 555OZ ZO555, sede dentro sede fuori, nato in Pancia dell’Orsa, residente ivi, un po’ più a destra, subito emigrato per motivi di espulsione neonatale e giunto qui. Abita a bordo campo del dott. Nicobra – rifece l’inchino - Lavo è il motivo per cui ha chiesto il certificato. Una firma qui e qui, prego".

Firmai e rimasi ad aspettare.

"Finito - disse asciutto l’impiegato – può andare".

"A me avevano detto che era una cosa complicata, che insomma era un documento molto difficile da ottenere".

"Per niente. Solo dal settimo sistema solare abbiamo problemi di comunicazione".

"Ma lei crede agli extraterrestri?".

"Per forza, sono un impiegato comunale. Ho qui il mio computer e i dati anagrafici di mezza galassia".

"Il presidente di questa nazione non ci crede".

"Se è per questo nemmeno il mio capo".

"E da dove pensa vengano i dati?".

"Pensa che sia una congiura".

"Ma lei, a me, ci crede?".

"Io non so se lei sia il frutto di una congiura, non so nemmeno se esista veramente. A me basta che i dati coincidano, caro signor ZO555".

"Mi chiami pure al contrario, mi farebbe sentire più casa".

"Allora lei mi chiami Oizaro. Non che questo cambi le cose, ma mi darà l’impressione di cominciare una nuova vita. Se a lei proponessero una vita nuova, sarebbe disposto a morire?".

"Se è per questo, io muoio ogni giorno".

"Ah" rispose l’impiegato, come se avesse fatto una domanda impertinente ai parenti di un defunto. "Mi dispiace davvero".

"Ero vecchio e malato ieri, e domani saprò che oggi lo ero già di nuovo".

"Ah" ripetè l’impiegato, non aggiunse commenti e ricominciò con la bocca: "Titìc, titìc!".

Allungai il collo. Lo schermo era bianco, tuttavia Oizaro pestava la tastiera con foga: "Titititìc!". Poi diede un’alzata di spalle e tirò fuori una merendina dal cassetto. "Non ci faccia caso – disse - il mio capo mi ha detto che dobbiamo abituarci ai comandi vocali. Se parliamo al computer, un giorno il computer imparerà e potrà risponderci ed anzi – si levò in piedi guardandosi intorno con aria furtiva e si avvicinò al mio orecchio – si dice che qualche computer qui dentro abbia già attaccato bottone con un paio delle nostre impiegate".

"E il suo?".

Mi guardò rassegnato, negando col capo. "Secondo me…".

"Non sia pessimista. Tutto quello che si pensa debba accadere accadrà".

"Cosa è, un indovino?".

"Un operaio".

"Allora le auguro buon lavoro" disse turbato Oizaro, e per lui la faccenda era chiusa.

Piegai il mio documento e lo riposi con cura fra le mie carte. Ora anch’io, su questa terra, ero qualcuno, anche se abitavo al bordo di un campo. Potevo cercare lavoro e se mi avessero chiesto qualcosa avrei mostrato il mio documento, perché lo scritto era quello che valeva, almeno finchè i computer non si fossero persi in chiacchiere.

Sulla strada, frammista ai miei passi, mi inseguiva dalla finestra aperta la voce di Oizaro che pestava sulla tastriera. Titìc, titìc. Senza mai un’esitazione, una risata, un anelito di vita.

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  27.06.2008 | 17:20
nonostante
 

un po' perchè la soglia di attenzione è sempre più ridotta, un po' perchè ho inviato questo racconto inedito ad altra destinazione, specificando che era inedito, invece ora sarà edito (è crollata l'attenzione, mi pare di percepire) l'ho riscritto dimagrendolo del venti per cento. Chiaramente anche al prezzo gratuito dovrò togliere la stessa percentuale.
Che fate, dormite?
Ho anche l'extended version, come il lato b di certi 45 giri. Chi desidera leggerla mi scriva, gliela spedirò al prezzo di un gratis intero. 

Penso seriamente di dedicarmi a racconti haiku, perchè siamo tutti navigatori, da buoni italiani, ma superficiali.
Volete la versione haiku di questo racconto?

Basta scatole,
il capo mi promise
divertimento.

Questa stesura vi risparmia la fatica di leggere il racconto. Chi volesse proseguire non sarà osteggiato. 

Il capo reparto giunse con il temporale, ma senza tuonare. Mi disse con un filo di voce:

"Oggi è l’ultimo giorno".

Gli sorrisi e annuii.

Il capo deglutì. Le macchine ronzavano. "Da lunedì stai a casa".

Mollai la scatola. "Sto lavorando da un mese. Io sono un vero incapace, e so fare le scatole come mi è stato chiesto. Io non ho mai preteso nulla, io faccio bene le scatole e basta.".

"La macchina si vuota" mi disse il capo, ma senza il solito rancore.

"’Arda che bella scatola, il suo fondo ben incastrato, il suo bigliettino di controllo. Eh? Che te ne pare?".

"Non è questo - disse - è che non sappiamo chi sei, non ci hai portato i certificati. Ti abbiamo fatto un favore, nel caso non l’avessi capito".

A me il favore sembrava di averlo fatto a loro. "Vado in comune a fare il certificato, allora. Dico che abito nei campi e loro scrivono che abito nei campi e voi potrete leggere che abito nei campi".

Il capo si mise le mani nei capelli. "Santo Dio, ma tu da dove sbuchi? Vai in comune a dire che abiti nei campi. Ma qui hai chiuso".

"Hai visto, capo? Tutto risolto. ‘Arda qui, che bella scatola".

Mi sospinse con dolcezza. "Guarda la macchina, che si vuota. C’è un altro problema. E’ arrivata una macchina nuova. Fa le scatole da sola, capisci?".

"E io come farò?".

"Non hai soldi da parte?".

"Nel mio paese non esistono i soldi".

Scoppiò a ridere e si rivolse agli altri. "Sentitelo, dice che nel suo paese i soldi non esistono". I colleghi esalarono un residuo di respiro producendo una risata gengivale.

Indicai in alto, verso il soffitto. "E poi nella pancia dell’Orsa non posso tornare. Non finché non vengono a prendermi".

Il tuono strapazzò i finestroni. Pensai che sarebbero crollati.

"Forse sono venuti a prenderti" fece il capo, con un debole sorriso.

"La nostra civiltà non conosce il doppio senso di circolazione".

Il capo intercettò il direttore del personale con la coda dell’occhio. "Non mi interessa se vieni dall’Orsa. Con oggi hai finito" disse e si allontanò, grattandosi la nuca con una chiave del ventiquattro.

Guardai le scatole. A me sembravano ben fatte. Quando il capo ripassò gli feci cenno di avvicinarsi. "Quante scatole fa al minuto la macchina?".

"Fino a dieci".

"Dieci! Indicai i miei compagni. "Allora, lui, e lui, un giorno potrebbero essere rimpiazzati da una macchina. Finirà così, non è vero?".

"Un giorno, forse, ma non vedrò quel giorno. Poi ci vuole sempre qualcuno in carne e ossa per controllare. Guarda le scatole, fai la scorta".

Il capo vide che ero abbattuto. "Allora, ascoltami bene. Domenica, per cominciare, ti prendi una bella sbronza".

"Sbronza? Cos’è una sbronza?".

Si rivolse agli altri. "Non sa cosa è una sbronza". Quelli provarono a sorridere. "Entri in un bar, almeno quello sai cos’è, no? Entri e chiedi qualcosa di forte. Poi ne chiedi ancora. Dopo un po’ ti gira la testa. Quella è una sbronza".

"E a cosa serve?".

"Per essere contenti. Io il fine settimana ho bisogno di essere contento. Se vuoi usciamo insieme".

"D’accordo".

"Guarda le scatole. Poi per essere più contento ancora vai a cercare una donna. Quando cerchi una donna ci sono due modi. Uno è chiederle se viene con te, non devi pagarla, però devi portarla a mangiare fuori, come minimo, ma non è così semplice. Non vengono automaticamente a letto con te solo perché le fai mangiare".

"E poi ho un letto d’erba e le formiche mordono".

"Allora devi cercare un alberghetto, capito? Sai cosa è un alberghetto? Senti, è venerdì e io non ho voglia di spiegarti cosa è un alberghetto, sono già abbastanza stanco. Fai così, chiedi in giro. Poi c’è l’altro sistema, che è più semplice, ma occorre la grana. Non è necessario portare la donna a mangiare fuori, però per il resto si deve pagare".

"E tu ci vai con le donne?".

Il capo si avvicinò al mio orecchio. "All’occasione".

"D’accordo. E poi?".

"Poi vai negli uffici comunali, ti metti in regola. E’ meglio se prima ti trovi un lavoro, è più semplice, capito? Altrimenti magari ti rispediscono via".

"Impossibile. Ci vorrebbe un risucchio uterino".

Il capo si accorse della presenza del direttore. "Guarda le scatole – disse brusco – muoviti". Quando l’aria tornò pulita si avvicinò con un bigliettino. C’era il suo indirizzo. "Domani sera alle nove precise" mi disse, e mi strizzò l’occhio.

"Precise" ripetei. Solo non avevo capito bene questa faccenda della contentezza. E non avevo capito cosa avrebbero fatto tutti, quando le macchine avessero preso il posto degli uomini"

Pioveva a dirotto, eppure gli altri si fermarono a salutarmi, mi davano pacche sulle spalle, mi sorridevano. Dovevano aver saputo che l’indomani sarei andato alla ricerca della felicità.

 

 

 


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  16.06.2008 | 18:55
patatine e cretini
 

"Il segnale è stato inviato a 42 anni luce di distanza dalla Terra, in direzione dell'Orsa Maggiore", spiega Tony van Eyken, direttore dell'Eiscat. La scelta della costellazione non è casuale: "Nell'Orsa Maggiore - continua Van Eyken - c'è una stella simile al Sole, che potrebbe avere dei pianeti con caratteristiche simili alla Terra".

Si tratta di uno spot delle patatine. Quando arriverà nella pancia dell’Orsa, cosa dirà la mia gente?

Qui sulla Terra non hanno ancora capito che forse è facile cercare altri mondi, ma è difficile trovare altri cretini.

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  13.05.2008 | 22:56
permesso di soggiorno
 

Qualcuno stava palleggiando con il mio gluteo floscio. Ho pensato che fosse la sveglia. Dalle mie parti le sveglie sono delle persone che ti tirano giù dal letto: "In piedi!" urlano. Poi finisce che una volta in piedi ci si guarda intorno per vedere se ci sia qualcosa da fare, ma di solito è tutto tranquillo, allora ci si corica a meditare e comincia la giornata.

Qui nel mondo di adesso ho visto campanili chiamare per i morti e gli sposi e le preghiere, annunci radiofonici di chiusura dei supermercati, campanelle di scuola, sirene di fabbrica, allarmi antifurto. Ho visto uccellini di legno che uscivano dall’orologio all’ora esatta, allora pensavo che la sveglia che avevo comperato, e che avevo sistemato alle mie spalle sopra uno spuntone di roccia, utilizzasse uno scarpone e contavo i calci per capire che ora fosse. Al ventesimo colpo sono stato assalito dai dubbi. Forse era un animale feroce. Da noi gli animali feroci si svegliano, fanno un giro per vedere se ci sia qualcosa da fare, poi tornano a dormire. Qui ho sentito di certi cani amici dell’uomo che di tanto in tanto sbranano qualche amico dell’uomo, allora, sapete, mi sono girato un po’ titubante, direi che ho imparato a conoscere la paura. Mi aspettavo di vedere zanne rilucenti sotto la luna, non un piede. Il piede non usciva dalla sveglia, ma era attaccato a quella cosa che tutti universalmente chiamano gamba, e così via, alla gamba era attaccato qualcos’altro e insomma per farla breve si trattava di un uomo. Di due, anzi. Avevo sentito di uomini che sbranano uomini, quindi non ero molto più tranquillo.

"Ave!" ho esclamato. Il latino è una lingua galattica, non è per niente morta, nella quarta galassia a sinistra è la lingua di gran lunga più diffusa, per esempio. Questi non sapevo da quale galassia arrivassero, ma erano ben strani. Avevano una paletta infilata negli stivaloni neri, che forse serviva per grattarsi le caviglie o per scacciare gli insetti. Erano vestiti uguali, come gemelli in crisi di identità, un berretto con visiera e gli occhi nascosti sotto, però erano diversissimi, uno era smilzo e l’altro ancora più smilzo, un filo di lama, quasi.

"Che minchia stai dicendo?" mi ha detto lo smilzo.

"E’ il saluto romano" ha suggerito il sottosmilzo.

"Te saluto" ho aggiunto.

"Parla pure romano".

"Siete di queste parti?".

Lo smilzo e il sottosmilzo si sono guardati. "Tu, piuttosto".

"Eh" ho fatto io indicando la pancia dell’orsa maggiore.

"Extracee, immagino".

"Ex coelis, per l’appunto".

Il sottosmilzo si è chinato. Si confondeva fra i fili d’erba nell’alba incipiente. "Permesso di soggiorno? Contratto di affitto?". Aveva dei baffetti neri, sottili, diritti, che incrociavano la linea del corpo.

Permesso? Contratto? Soggiorno? Affitto? Ho mostrato la tessera del panettiere, che ti dà diritto a un panino in regalo ogni cinquecento chili acquistati.

Lo smilzo mi guardava con aria compassionevole e scuoteva la testa. "Di chi è questo campo?".

Da noi, dentro la pancia dell’orsa maggiore, uno spazio è tuo quando lo occupi. Non puoi dire che è tua quella montagna là o quella camera lì, non perché sia proibito, ma perché non ha senso. Uno è padrone dello spazio che occupa per una pura legge fisica. Io possiedo lo spazio che il mio corpo riempie, dicevo ai due sonnambuli. Il campo non è mio, dicevo, ma è mio il volume che occupo sul campo.

Il sottosmilzo si è girato verso il compare. Sbatacchiava la mia tessera PANEM - 1 X 500! Sul palmo della mano e faceva dei cenni del capo.

"Alzati" ha detto lo smilzo, mi ha messo le mani addosso, mi faceva ridere, non sopporto il solletico.

"Buono" mi ha detto il sottosmilzo, evanescente davanti alla luce che preannunciava il sole. Ha gettato nell’erba la mia tessera ed è andato a controllare sotto il tetto. "Sembrano fori di proiettili".

"Mi hanno sparato".

"Come mai?".

"Penso mi abbiano scambiato per un lupo".

"E non per un ladro?".

Ho riso di nuovo, lo smilzo mi solleticava dappertutto. "Io non ho l’ombra del ladro. Del lupo o dell’orso, magari, ma non del ladro".

Lo smilzo si è impadronito del mio portafogli. Ci ha guardato dentro. "Guarda guarda" dice al sottosmilzo, quasi dissolto dai primi raggi.

"E’ il mio stipendio" dico.

"Vedobèn" dice lo smilzo. Ha tirato fuori una banconota da cento. "Questi sono nostri".

"Impossibile, sono nel mio portafoglio".

"Erano" dice lo smilzo, e guarda quella crocetta corpo e baffi che è il suo compare. Il quale ride di gusto, eppure non lo vedo più.

"Non capisco" dico.

"Per l’affitto, il permesso, il soggiorno, il contratto". Me li sventola sotto il naso. "Capito?".

Se ne sono andati verso la strada. Dopo un po’ ho sentito il rumore lontano di un motore affievolirsi nel silenzio della campagna.

Ho raccolto la tessera del pane. Il disco nel cielo era bianco e freddo, come una nuova luna. Continuavo a non capire. Ho cercato consolazione nella pancia dell’orsa, e anche se le stelle erano scomparse io sapevo che là dove stavo guardando c’era il mio mondo che mi aveva perso e che forse non mi cercava nemmeno, perché là sono altre le cose che si cercano.

"Buongiorno, paese del sole!".

Mi sono guardato intorno. Gli alberi mi circondavano con indifferenza.

"Avete passato una notte tranquilla, al caldo sotto le coperte? Sveglia, pigroni, è ora di andare al lavoro!".

"A te non do nemmeno un soldo" ho detto alla voce che usciva dalla sveglia. L’ho zittita schiacciando un bottone, e mi sono sentito un dio.




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  19.02.2008 | 14:48
le radici fondamentali
 

Con il mio primo stipendio ho comperato pane e insalata.

Dopo tre giorni di pane e insalata il mio primo stipendio era terminato.

Sono andato dal direttore e gli ho detto: “Ho comperato pane e insalata per tre giorni e il mio stipendio è terminato”.

“Ma va’, impossibile. Io non conosco il tuo stipendio - lo devi trattare con il direttore del personale - però la cosa francamente mi sembra un tantino esagerata”.

“Francamente ho comperato un tantino di pane e insalata, e non ho più soldi”.

“Niente donne?”.

“Non conosco donna”.

“Niente gioco?”.

“Cosa è il gioco?”.

Il direttore si è fatto serio. Magari nel mondo di adesso chi non gioca si fa una cattiva reputazione.

“Ti hanno rubato i soldi?”.

“Li tengo sempre nelle mutande, perché mi hanno detto che ci sono delle persone che come lavoro prelevano i soldi degli altri”.

“E che pane hai comperato, vivaddio, si può sapere?”.

“Ciabatta francese”.

“Aahh! Eehh! Oohh!“ fa il direttore allargando le braccia come se volesse stringermi a sè. “Ciabatta francese, si capisce. Vive la France, la grandeur, ti tratti bene, caro mio”.

“Ma la ciabatta non è una cosa preziosa, si mette ai piedi prima di andare a letto”.

“Quella italiana, magari. Ma la francese, vivaddio, la francese! E dimmi: l’insalata?”.

“Radicchio trevigiano”.

Il direttore spalanca la bocca, rilucente di denti preziosi. “Ma no! Epperforza! Ci credo, io, che uno stipendio non basta. Stai parlando di un’insalata famosa nel mondo, mica l’indivia, che cresce anche lungo i fossi. Il radicchio trevigiano viaggia in aereo in prima classe ed entra nei migliori ristoranti di New York. Hai capito? I migliori!”.

“Ma io pensavo che il radicchio avesse il valore di una radice”.

“E un albero senza radici che fa? La radice è fon-da-men-ta-le!”.

“Ho capito” dico infilando la porta. “Fondamentale”.

Ho passato il resto del mese a cercare negli orti altrui radici fondamentali, e i proprietari degli orti a cercare le radici fondamentali che avevano perduto.

In quanto al pane francese, posso fare a meno della grandeur, io. Anche se non so cosa sia, è pur sempre un elemento aggiuntivo. La prossima volta chiederò un pane senza grandeur, con poco sale.  

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  24.01.2008 | 14:47
incapace
 

Mi sono seduto al tavolo, in una stanza nuda decorata con un dipinto di nudo.

E’ arrivato, mi ha stretto la mano fredda e umida. Era appeso a una cravatta annerita e il suo alito sapeva di fogna alla menta.

"Lei vuole un lavoro. Perché?".

"Arrivo da molto lontano, ho bisogno di mangiare".

Sulle sue labbra è affiorato un sorriso e lì è rimasto, come una farfalla morta. "Cosa sa fare?".

"Nulla".

"E come mai è venuto qui?".

"Ne ho sentito parlare".

"In che termini?".

"Come di un’azienda che assume".

"E lei pensa che il nostro lavoro sia interessante?".

"Io non posso permettermi di pensare. Devo mangiare".

"Lei pensa spesso al cibo. Le manca l’affetto?".

"Mi mancano le forze. Non mangio da due giorni".

"Noi cerchiamo gente incapace. Se lei fosse capace non sarebbe qui".

"Appunto".

"Però la sua incapacità ci deve portare frutto, il segreto sta nell’esatta collocazione all’interno di una strategia che vede il lavoro di team come condizione imprescindibile".

"Ne sono convinto".

"C’è da formare delle scatole di cartone, che in un secondo tempo riempiremo con i nostri prodotti. Si sente così incapace da riuscire a fare le scatole per otto ore?".

"Lei ci riuscirebbe?".

"Io no. Non sono un incapace".

"Per me non è un problema".

"Allora si presenti domani. Con dieci minuti di anticipo, magari".

Beh, ero incapace, ma nel mondo di adesso tutti hanno una sveglia, o anche due. Persino un incapace riesce ad alzarsi in tempo, con una sveglia.

Il problema era che io non avevo una sveglia e non avevo soldi per comperarla. Così ho rubato un gallo, perché nei pollai non si trovano sveglie.

La luna era piena, passava attraverso i fori nel tetto, come le luci le carte bucate dei cieli sui presepi. Dormire con un chiarore così, per un incapace come me non costituiva un problema.

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  12.01.2008 | 14:46
l'anno nuovo, dicono
 

Dicono, qui, che per mangiare si deve trovare un lavoro.

A me la cosa sembra strana: come dire che per leggere si deve trovare un uovo. Da noi le uova e la lettura sono molto diffuse, ma non hanno alcun nesso. Se mai tornassi un giorno dalla mia gente avrei tante cose da raccontare.

Come mi è stato suggerito, con l’anno nuovo ho cercato un lavoro. Come è fatto un lavoro? A cosa somiglia? L’ho cercato dappertutto, nei cassetti, sotto i tavoli, E' un attrezzo per raccogliere cibo? Un indicatore di direzione?

Ho cercato nelle piazze, sotto le panche delle chiese, nei vicoli odorosi. Era come una caccia al tesoro senza tesoro.

Ho chiesto a un vecchio, perché i vecchi sanno proprio tutto, e infatti egli aveva la risposta. "Vieni qui in piazza domani mattina presto, troverai lavoro". Fumava un sigaro e aveva la pelle secca e arrotolata come una foglia di tabacco bianco. Sorrideva senza davvero sorridere, non so come facesse.

Dicono che sono finite le feste, ed è iniziato un nuovo anno. Io lo inizio pensando a domani mattina, però le feste mi piacevano e mi spaventavano, perché servono a fermare per un po’ il corso del tempo, a rivangare giorni che non torneranno, a riesumare le spoglie di eventi lontani, come se ci si potesse fermare, o tornare indietro.

Se funzionasse davvero, per ritornare nel mio mondo prenderei il giorno del mio arrivo nel mondo di adesso, e ne farei una festa, ma giorno e festa penso siano come l’uovo e la lettura: sono molto comuni, ma non hanno alcun nesso.

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  11.12.2007 | 14:45
fame di Natale
 

Nel Mondo di Adesso si dorme bene.

Al risveglio avevo fame, ho camminato fin dove le case si facevano più vicine, fino ad abbracciarsi una all’altra. Dentro queste case, a volte alte fino alla volta del cielo, c’erano dei vetri, che mostravano ai passanti cose da mangiare.

Sono entrato e una signorina vestita di bianco, un angelo di quelli che da noi non sono così infrequenti, mi ha preparato un sacchetto. Questo, e questo, e quello, dicevo, indicando le forme o le sostanze che più attiravano la mia immaginazione. I bambini uscivano felici con la bocca piena.

Al momento di andarmene mi hanno fermato. Deve pagare, diceva l’angelo.

"Pagare? Come si fa a pagare".

"Per pagare bisogna avere i soldi, per avere i soldi bisogna lavorare" dice l’angelo, e mi porta via il sacchetto.

I bambini mi guardavano e sorridevano masticando.

Ho cominciato a fermare la gente per strada, suonavo campanelli, gridavo nelle piazze. "Devo lavorare. Devo lavorare!".

Uno con la barba bianca e il vestito rosso e un cappello pieno di lampadine a intermittenza mi si è avvicinato. "Non devi importunare i passanti".

"Ma io devo lavorare! Mi serve lavorare per pagare quello che porto via dalle vetrine".

"Ormai siamo sotto Natale – ha detto l’uomo rosso – aspetta che passino le feste" e mi ha allungato della carta. "Con questi puoi mangiare – ha detto – ma non importunare i passanti".

E così con la carta sono andato a ritirare il mio sacchetto in cui avevo fatto mettere e questo e questo e quello e anch’io sono uscito con la bocca piena e sorridevo come un bambino.

Solo, non ho capito cosa sia il Natale nel Mondo di Adesso, e quale sia la sua utilità.

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  23.11.2007 | 14:44
periferia
 

La seconda cosa da fare nel Mondo di Adesso era cercarsi un tetto.

Ne ho trovato uno in buono stato, usato, ci ha piovuto su solo diciotto volte.

Sotto i ponti, nei vicoli maleodoranti di periferia, nei giardini pubblici, i senzatetto mi cacciavano via. "Cosa fai, qui in mezzo a noi? Vai via, vai con gli altri". Pronunciavano "altri" con una vena di ostilità.

Mi sono trovato una via tranquilla, mi sono piazzato dopo l'ultima casa, appena prima dei campi.

La gente mi tirava le verdure e io le raccoglievo. Hanno cominciato a tirarmi i piatti, ed io li prendevo al volo. Hanno iniziato a spararmi. Anche le pallottole si possono prendere, ma non servono a molto.

Così, con il mio tetto impallinato, mi sono trasferito in una zona franca, priva di case, di ponti, di gente.

Ho deposto la verdura ai piedi di un albero, ho stivato i piatti in fila per terra, come in una credenza.

Meglio dormire presto.  Le giornate diventano lunghe, quando si va a cercare quello che qui chiamano lavoro. Pare sia molto importante.

Spari lontani. Forse contro un altro che non può stare nè di qui, nè di là. Chissa se l'hanno beccato.

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  22.11.2007 | 18:38
quattro pizze facili
 

La prima cosa che ho provato nel Mondo di Adesso non era paura, non era impotenza.

Era una smisurata, incontenibile fame.

Sono entrato in pizzeria e ho chiesto quattro pizze:

una con patatine fritte e mozzarella;

una con patatine fritte e poca mozzarella;

una con patatine fritte, senza mozzarella;

una alle verdure.

"Quella diversa è del capofamiglia?" dice il ragazzo.

"Sono tutte per me" dico.

"Tre sono un solo gusto" obietta.

"Anche la vita è una sola, ma bisogna prenderla per gradi".

"E la pizza alle verdure? Cosa c'entra?".

"Questa è un'altra storia".

Sono uscito con le mie quattro scatole fumanti. Ho mangiato sul pendio di un cavalcavia autostradale. Guardavo passare i fari in velocità.

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  21.11.2007 | 18:35
il mondo di adesso
 

Nato dopo soli quarant'anni di gestazione, espulso dall'utero come un corpo estraneo, lanciato a folle velocità attraverso i cieli e forse l'Ade, sono caduto su un pianeta che si chiama Mondo di Adesso.

Nel Mondo di Adesso i bambini nascono dopo pochi mesi, è naturale che non capiscano nulla. Quando arrivano quarant'anni continuano a non capire nulla, perchè sono sempre vissuti fuori. Da noi invece fino a cinquanta uno vive nel grembo materno, ma quando esce si sa cambiare da solo. Volendo può fare la spesa in modo completamente autonomo. Capisce che i calzoni a quadretti sono inopportuni, capisce, sebbene in modo grossolano, la differenza fra bene e male, è docile verso se stesso e verso le specie.

Ecco perchè, dopo la mia eiaculazione forzata, è stato come avere pochi mesi. Non capire nulla dei comportamenti, delle azioni, dei progetti, dei programmi, dei calcoli di quella gente.

Il Mondo di Adesso è simile a quella che noi chiamiamo dannazione eterna, solo che ci si danna per lo spazio di una vita umana. Cadendo nel Mondo di Adesso pensavo di essere morto, invece era iniziata la mia vita da esiliato.

Autore: robirobi | Commenti 0 | Scrivi un commento

   
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