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Robirobi
  12.05.2011 | 22:49
elastici e no
 

 

Sei elastico!”.

Io, ancora appeso al quadro svedese, guardai il mio professore di educazione fisica, pensando che scherzasse. Era molto serio. Volle sapere dove avevo fatto ginnastica prima di allora, e chi mi insegnava.

Più tardi cercai di ricordare qualche episodio della mia infanzia che mi aveva rivelato quella predisposizione. Facevo le capriole sul letto matrimoniale con mio fratello, ma questo penso lo facciano tutti i bambini. Facevo anche la verticale, nulla di eclatante. Salvavo le mie amichette di cortile dai cattivi, e come Zorro mi arrampicavo sui muri perimetrali del condominio. Forse non tutti facevano anche questo.

Incredibile a dirsi, ma anche a farsi, afferravo la ringhiera delle scale con la mano sinistra e con un balzo divoravo dieci gradini, una rampa intera. Sono sicuro che questo non lo faceva nessuno. E se qualcuno l’avesse fatto, per piacere mi contatti al più presto, voglio vederlo in faccia, questo individuo esentato dal buon senso. Sarebbe stato sufficiente un minimo errore di calcolo, una lieve imprecisione, un tentennamento, un ripensamento appena abbozzato, per distruggere caviglie, piedi, talloni, ginocchia. Ma c’era l’incoscienza sposata alla giovane età, che insieme sanno fare grandi cose.

Prendevo il piede e lo portavo dietro il collo. Sapevo anche muovere le orecchie, come Dumbo, ma non riuscivo a volare. Non dispero – anch’esso ha iniziato dal nulla - ma non ho ancora trovato un corvo disposto a insegnarmi.

Ci sono anche cose che ho sognato di fare, come saltare dal quarto piano verso la cima ondeggiante di un alto ginepro, e farmi accompagnare dolcemente a terra dai rami progressivamente flessi sotto il mio peso, ma l’ho riservato per i casi più drammatici e inverosimili, come un incendio, o un tentativo di cattura ed esecuzione capitale da parte dei soldati di un dittatore. Niente incendi e niente dittatori, in apparenza.

Erano le gesta dei tempi eroici, quando ero piccolo e non sapevo ciò che facevo, e tuttavia lo sapevo fare.

Poi sono diventato grande, ho smesso i panni dell’eroe. Ho una cantina, nel mio cervello, piena di costumi da scena, in special modo di pirati. Il problema di quando si diventa grandi è che per lo più si sa ciò che si fa, ma non si è capaci di farlo.

E’ così che ho cominciato a infortunarmi, e così continuerò, perché sono come un’automobile che lasci al parcheggio e ritrovi ammaccata, o una casa che si scrosta, o una trave che al sole si scolora. Con il passare del tempo aumentano le cicatrici, e non c’è verso che accada il contrario.

Con il tempo aumentano anche le cicatrici dell’anima, o di quella che chiamiamo anima, ma deve essere da qualche parte del pensiero che noi abbiamo i marchi pirateschi, le ferite secche, ma slabbrate, le ulcere inveterate che col cambiare del tempo si fanno sentire camuffandosi da mal di capo o dolori artritici. Sono sogni perpetui ormai in disuso, speranze non più belle e forse più nemmeno vive, immagini di un immaginario annegato nel tempo logorante. Sono le macerie del proprio credo ancora fumanti, e le promesse avvizzite come un frutto che si conserva sempre per il giorno a venire, per tanto di quel tempo che poi ci si scorda.

Seguire una dieta rigorosa non basta, non giova riparare la pelle dal sole, o le ossa dall’umidità, non è sufficiente staccarsi dal mondo o lottare fino allo stremo. Ogni giorno che passa, ogni parola che si dice o si tace, ogni persona che si cerca o si evita, rendono comunque sempre un po’ più incapaci e inadeguati.

Mi dispiace, professore, non sono più elastico come un tempo.

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  29.08.2010 | 23:04
domenica e'
 


domenica è svegliarsi alle sette con le urla della vicina di casa che minaccia di uccidere il marito. Al lunedì lui minaccia di strangolarla. Al martedì lei minaccia di minacciarlo. Al mercoledì lui vuole chiamare i carabinieri. Il giovedì il dirimpettaio vuole chiamare i carabinieri. Il venerdì i carabinieri vogliono chiamare i carabinieri. Il sabato lei urla meno male che domani te ne vai, ma la domenica scopre che non se ne è andato e minaccia di ucciderlo. E tutto questo sempre alle sette


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  17.07.2009 | 13:04
cose mai viste
 

Questa mi sembrava una mattina diversa, tenevo la moto sotto i settanta, cose mai viste.

Sarà che sto rileggendo “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.

Sarà che – suggestionato dalla lettura – ho tirato la catena della moto.

Sarà che sto rileggendo Platone.

Sarà che ieri sera ho visto il telegiornale – una delle rarissime volte – e mi sembrava di guardare una fiaba dei fratelli Grimm.

Sarà che quesa sera c’è la pizza e sono eccitato come un baldo giovane che ha un appuntamento galante.

Certo, i miei desideri ormai non vanno oltre la pizza, mi sembra un buon traguardo.

Sto cominciando a smontare le scaffalature in rimessa come se dovessi lasciare in ordine per chi verrà.

Gli spiriti mi hanno raccontato che quando ti comporti così o è perchè stai cambiando pelle o perchè ti senti alla fine.

Anche il mattino fresco, fra i campi di grano, sembrava un autunno clandestino.

Ho smesso di assaggiare i superalcolici, sarà per questo? Che quando il corpo si disintossica vedi cose nuove e nude, le ossa, le armature in ferro, i globuli, la malta, i sali minerali?

Aspetto di vedere me stesso di fronte a me, il mio corpo e la mia ombra che si staccano e decidono in autonomia.

E io, finalmente, consapevole come una luna o una margherita socchiusa.           

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  11.07.2009 | 11:41
piccola storia di piccolo paese
 

Alle ultime elezioni quelli hanno sostituito questi.
Come primo atto di buona volontà e di impegno per il bene comune hanno cambiato tutte le serrature degli uffici comunali. Il sindaco è un agricoltore, ma si sa molti sindaci d’oggi hanno i fili appesi alle maniche. Il vero capo è un palazzinaro, il quale riveste la carica di assessore ai lavori pubblici.
Questa mattina, in comune, l’ex sindaco, che ora guida la minoranza, ritira le fotocopie di pubblici atti. “Vado di là” dice. Di là, immagino, ci sarà una stanza, un tavolo, un po’ di quiete.
L’impiegato, desolato: “Mi hanno detto che di là non può più andare”. E già immaginavo una stanza piena di bottoni preziosi per i destini del mondo.
L’ex sindaco fa una quasi impercettibile smorfia di sorpresa e disappunto. “Va bene” dice e manovra per un po’ questi atti pubblici che deve infilare in una busta troppo piccola, su un ripiano di formica largo come un perizoma, fra cittadini che vanno e vengono per carte di identità e stati di famiglia.
Il nostro vorrebbe tacere, ma dopo un po’ riprova: “Datemi almeno un tavolo”.
“L’impiegato, impietosito:  “Vediamo cosa si può fare”.
Di là, fra i corridoi misteriosi - accessi a sagrestie o stanze ovali? - transitavano poliziotti e manganelli.
Sono uscito di lì con la paura addosso.

A proposito, il palazzinaro a gennaio mi aveva chiesto di entrare in lista. “E ora di cambiare – mi confidò – l’altro giorno abbiamo scoperto che gli amministratori che ci sono adesso rubano”. Ah, ecco spiegato il discorso delle serrature.

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  10.06.2009 | 13:21
punti metallici
 

Mi fanno una rabbia, i punti metallici.

Nel momento più delicato, nel lavoro più impegnativo, quando meno te l’aspetti, senza preavviso, la cucitrice emette un suono vuoto. L’avevi caricata e poi non ci avevi più pensato, come se potesse durare per sempre.

E il bello è che non ti avvisa mai prima, non puoi sapere quando finiranno i punti, non ci sono led o avvisi acustici, semplicemente ti lascia in panne e provi rabbia, amarezza, delusione.

Che sciocco non avere pensato di ricaricare, adesso dovrò tornare alla scrivania, frugare nel cassetto, fra liquirizie, fazzolettini di carta, permessi di lavoro, oggetti semisconosciuti lasciati dal precedente collega e talismani che vi ho rinchiuso perchè mi aiutino a trovare la strada.

Che banale distrazione, che contrattempo inatteso e mai evitabile. Che rumore assurdo, quella corsa a vuoto che evita di bucare i fogli lasciandoli liberi al loro destino. Che silenzio inspiegabile, quella tenaglia immobile senza più nulla dentro di sè.

La cucitrice grigia che porta a pennarello un nome che non ho, mi ricorda tanto la vita.

 

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  03.05.2009 | 08:37
Geronimo!
 

L'altro giorno pioveva che dio la mandava e le piante facevano la ola. Di me erano rimasti asciutti solo i pensieri e un angolo di cuore, quello rimasto sensibile alla vita. Ma il vespista è un coraggioso per definizione, sfidavo gli elementi con l'entusiasmo di un adolescente e i timori di un anziano.
Dentro il casco, nel tepore dei pensieri, assistevo alla farsa del mio corpo immaturo che gridava "Geronimoooo!" sfidando le raffiche che rischiavano di catapultarlo giù dal cavalcavia.
Dentro il casco caldo come un gatto sul davanzale  - sopra il calorifero della cucina - compativo il mio corpo e provavo pietà per i corpi degli altri, con quell'angolo di cuore che ancora reggeva agli impatti delle disillusioni.
Ai lati della mia velocità di crociera sfrecciavano - se così si può dire di un'andatura ai sessanta - le storie parallele di colleghi e amici che si erano fermati, sai, come quando sei richiamato in panchina durante una partita, come quando ti licenziano o chiudono la fabbrica.
Come quando arrivi davanti al banco dei gelati e chiedi un gusto zabaione e la ragazza - carina, per carità, così carina che la mangeresti al posto del gelato - agita il cucchiaio di metallo come a cacciare lo sciame dei tuoi desideri, e recita, con aria contrita: "Mi dispiace, non c'è più zabaione". E a me è capitato innumerevoli volte.
Storie di amici.
Di uno di loro che conosco da vent'anni e che adesso scruta le piante che fanno la ola dalla finestra di una casa che ha comperato con un mutuo e con la speranza di avere un futuro.
Il suo corpo è al riparo dal vento, il suo corpo è asciutto e così maturo che cadrà da un giorno all'altro.
I suoi pensieri sono generosi come quelli di un antico eroe, ma in questo mondo non servono a nulla, non serve a nulla il suo cuore grande. Non quella porzione stantia che mi ritrovo io,  ma un cuore intero e incorrotto, il suo, dentro un corpo ormai alieno.
Lui vede nella pioggia di sbieco un diluvio senza fine, giovedì è previsto il sole e per lui continuerà a diluviare, sommergendo anche le colombe della pace.
La mia vespa, mistero della meccanica, funziona solo con il rubinetto in riserva di carburante. E' vecchia e sciocca come me, non ama la normalità. Mi porta sulle tangenziali ingorde, fra campi verdi come gli elisi, coltri, coltri, coltri innumerevoli.
I ceppi di gelso sono capi reclinati sui cuscini, in fila nei letti di corsia, ed io come un giovane medico ci passo in mezzo e non so offrire che sciocche pastiglie di consolazione.
Ci passo con la grazia di uno sterminatore, con l'adrenalina di un sopravvissuto, e tuttavia i pensieri ancora asciutti, l'angolo di cuore rimasto integro che ancora sussulta sincopato rispetto alle buche dell'asfalto ricolme di melma, mi dicono che non è mai stato tempo di pensare alla vita, che l'insensato grido di "Geronimooo!" nella tempesta è l'invocazione di aiuto di chi sta annaspando.
Mi dicono che l'accettazione del nulla è un modo di accogliere la vita, di guardare le curve della ragazza dei gelati senza serbarle rancore per le parole incolpevoli che ha pronunciato: "Mi dispiace".

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  04.02.2009 | 21:48
rivoluzioni
 

"Si introducevano nei negozi calandosi dai tetti con le funi, ed erano abili nell'arrampicarsi usando elementi di fortuna, come le grondaie e i davanzali".

"Sgominata banda di funamboli" titola un quotidiano nazionale.

Io prima di arrestarli li premierei, e titolerei "Premiata banda di funamboli (prima dell’arresto)".

Perché è bello sapere che in un mondo così fiacco, così adiposo, privo di scintille di vita e di sussulti cerebrali, piatto come un encefalogramma, fascinoso come una minestra riscaldata, qualcuno ancora ha la forza di amare la matura, di rispettarla e dedicarle le proprie gesta, riconoscente per i doni che essa ha sparso un po’ qui un po’ là, a casaccio.

Così riconoscente da utilizzarli di notte per svaligiare negozi.

E’ l’ora di riesumare il gesto fisico, di rinnegare chi va a messa con il bmw familiare, risparmiando ben trentacinque metri di cammino.

E’ l’ora di osannare chi sfida il gelo con la moto, di santificare il pedone di medio e lungo raggio.

Fratelli, è l’ora del riciclo. Buttate le vecchie idee, i logori mezzi di locomozione, lussuosi quanto preistorici, usate il corpo per le sfide della natura, nuotate a pelle nuda nella nebbia gelida come antidoto ai vaccini malefici, nel bene e nel male, che siate topi di appartamento o rispettabili capo tribù con attico in pieno centro, imparate il valore delle cose e del corpo che con esse si sposa.

E’ così che cominciano le vere rivoluzioni. E senza una goccia di sangue.

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  04.06.2008 | 22:08
Vladimir Highway
 

Mitilene mi chiede chi sia Vladimirka. Vladimirka è la mia vicina di casa.

Più precisamente la vicina dei miei vicini.

Chiaramente non si chiama Vladimirka, le ho messo un nome a caso, duro e tagliente come lei, poi ho scoperto che esiste davvero ed è l’appellativo familiare della Vladimir Highway che collega Mosca a Vladimir.

E’ uno scandalo, non fai in tempo a inventare qualcosa, che scopri che l’ha già inventato qualcun altro.

Retrotatto. E’ una parola che ho inventato adesso, a differenza del retrogusto con il retrotatto ti sembra di toccare una cosa rotonda, perché il tuo cervello la percepisce così, invece magari è una vasca di gelato variegata alla frutta.

A differenza del retrogusto, il retrotatto richiede una maggior partecipazione dell’inconscio alla produzione del sapere. E mo vediamo chi mi frega l’idea.

Vladimirka, dicevo, è più pericolosa di una centrale atomica - e anche un po’ più grande -è subdola come Alì Barabba, è il suono sgraziato del mio declino. Ha ragione Mitilene. Non "Chi è", ma "cosa è".

Ucciderla o venirne uccisi, questo è il dilemma.

La prima soluzione implica una serie di problemi, fra i quali lo smaltimento. Quindi, in attesa che mi venga installato nel giardino di casa uno scudo spaziale – dove per spaziale si intende lo spazio fra me e lei – costringo la mia psiche a una catarsi quotidiana, accogliendola nelle mie giornate.

Una volta ho scritto che me ne ero innamorato, un’altra che ella aveva scoperto l’esistenza di due Biancaneve nello stesso giardino, e altre cose scriverò fino allo sfinimento, per evitare che Vladimirka mi scaraventi nell’oblio della demenza.

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  27.04.2008 | 22:12
rientrare
 

 

Ricordo bene gli anni dell’asilo, perché all’asilo ho raggiunto la mia completezza e maturità di uomo.

Ricordo la cuoca, i girotondi, il ritratto fotografico davanti al disegno murale del lupo cattivo.

Ricordo la cascina, la mia vicina che faceva il bagno nella tinozza, nel bel mezzo del cortile, e si vergognava, ma a me quel nudo non diceva proprio niente.

Ricordo che parlavo davanti a una botte arrugginita e le dicevo: "gli attributi e i contributi" e ascoltavo il suono di parole troppo difficili.

Ricordo i gradini stretti che portavano nelle stanze piene di santini, e i mattoni rossi che si accendevano al sole della sera. Ricordo il grande noce dietro casa.

Ricordo la mia prima ferita, un badile che avevo astutamente pestato e che mi si era rivoltato contro, tagliandomi la gamba sinistra. Ricordo il pianto come se fosse ora. Ero seduto e guardavo il mio taglio nuovo, e fu lì che capii che la vita sarebbe stata più o meno un fiotto di sangue.

Ricordo il pollice steccato in seguito a una caduta correndo fra i banchi dell’aula, nomi di bambini e di bambine, le cerbottane e le partite di pallone.

Ricordo quando diventai pirata sul balcone di casa e la condanna a morte che ancora adesso mi insegue. Ricordo le lune di tutte le sere calde e il disegno di un cratere che somigliava alla gamba di un’amica di mia nonna. Ricordo che cominciai a scrivere su un quaderno a quadretti, e che inventavo con i miei amici scene di paura e le recitavo sotto un grande cedro, nelle grigie giornate dove non c’era altro da fare.

Ancora ricordo una ragazza dai capelli lunghi e tenevo d’occhio alla finestra quando lei usciva e poi la seguivo poco distante e ancora adesso la ricordo e sono innamorato di quell’icona e a pensarci bene, anche se ero sicuro di no, lei si doveva essere accorta di quel passo incerto che la pedinava.

Ricordo con quello stesso passo evitare le righe del marciapiede e il numero quattro che elessi a numero sfortunato da quando diedi in sogno due schiaffi per parte sulle guance di mia nonna ed ella si trasformò in un teschio di gallina.

Ricordo l’eremitaggio dell’adolescenza, la scelta di avvolgermi nel mistero con il mutismo, davanti alla ragazza che mi piaceva, e lei alla fine scelse un altro. Decisi di parlare e di farmi avanti con una seconda ragazza, abbandonando il mistero e mettendo a nudo i miei sentimenti, e anche quella scelse un altro.

Ricordo che studiavo sempre, ma ora non ricordo cosa diceva il libro di storia a pagina trenta.

Ricordo che facevo sempre le cose senza esigere compensi, ma altri riuscivano a farsi pagare. Era la seconda cosa che capivo della mia vita.

Ricordo la fistola sacro coccigea, la rottura del tendine, dei legamenti del pollice, la scheggia di legno nel piede sinistro, il taglio sulla nuca contro il letto quando giocando a carte mi ero lasciato cadere indietro pensando - questo prima del dolore - "Ho vinto, sono fuori".

Ricordo di non essere più rientrato, da allora. E cercavo in ogni dove, guardavo le nuvole, bramando un appiglio che mi desse un buon motivo per tornare in me, ma né il colore dei cumulonembi né il soffio degli alisei si davano molto da fare per elogiare i vantaggi della salute.

Ricordo che volevo scrivere qualcosa per cui farmi perdonare, qualcosa per poter rientrare, ma non mi veniva nulla che non fosse il semplice ritratto del mondo. E allora mi sforzavo di scrivere ciò che la descrizione non presentava, violavo i sensi per portare alla luce rovine che nessuno vedeva, e anch’io facevo parte di quelle rovine.

E allora mi chiesi a cosa serviva scrivere, e me lo chiedo ancora adesso, e non descrivo nulla e non scavo negli strati della terra e non studio la dendrocronologia e aspetto che le parole vengano da sole come quando arriva la febbre o un conato di vomito.

Non posso far nulla per non ascoltarle, non posso lasciarle morire.

Salvo le parole, se questo è un mestiere. E’ un modo per rientrare, o forse per rimanere fuori per sempre.

Autore: robirobi | Commenti 3 | Scrivi un commento

  21.04.2008 | 09:45
ciao, europoligrafico
 

Voglio salutare pubblicamente l’azienda EUROPOLIGRAFICO, ora che ci siamo lasciati come due vecchi fidanzati che un giorno litigano di brutto e mandano tutto a monte, la casa appena comperata, la mobilia, l’amore.

Saluto i passi nel cortile ancora buio, le voci assonnate, le facce inguardabili di chi è stato buttato giù dal letto da una forza troppo grande e ancora si chiede cosa ci stia a fare lì. I chiacchieroni che dopo cinque minuti ti raccontavano la loro giornata minuto per minuto e quelli che dopo otto ore ancora non avevano detto quasi nulla e si erano limitati a sorridere.

Saluto le voci dei macchinari, sibili di aria compressa minacciosi come quelli di un serpente, gli equipaggi che andavano in postazione, mai pronti a una lotta impari. Le teste di minchia e i bravi ragazzi.

Saluto il distributore del caffè che mi ha avvelenato per sempre, e davanti al quale ho trovato le parole più profonde e le costruzioni più metafisiche.

Saluto anche gli amici che negli anni non mi hanno mai tradito e che hanno tenuto sotto flebo il profilo quasi estinto di un ideale socialista che vede nella fabbrica un luogo per crescere anche politicamente e culturalmente.

Saluto anche gli additivi tossici, le polveri sottili che si accumulavano per assenza di impianti di aspirazione, i maniglioni antipanico che portavano il panico perché si rompevano sempre, le benefiche inalazioni di acido delle batterie, il rumore sopra i novanta decibel e tutte quelle mansioni a cui si poteva dedicare in tutta tranquillità chi aspirava ad essere il fortunato proprietario di un’ernia lombare o cervicale.

Saluto tutti gli stati di alienzione che ho accumulato con il susseguirsi delle mansioni. Quando cominciavo a cavarmela bene mi facevano fuori, così niente biscotto-biscotto, medaglia medaglia.

Rimangono i dirigenti, gli pseudo dirigenti, i direttori, i vicedirettori, i sostituti dei vice e gli aiutanti e i portaborse dei sostituti. Sovente restavamo orfani privi di plant manager per interi mesi, ma l’azienda si riempiva di vice direttori, tante piccole metastasi. A occhio e croce direi che erano il dieci per cento delle forza lavoro.

Giro a costoro le parole di Oriana Fallaci, perché non ho né l’intenzione né la voglia di parlare in prima persona. Mi ero ripromesso, nell’estate del 2007, di spedire - una volta spacciato - il testo sotto riportato a tutti gli utilizzatori di posta elettronica aziendale, ma la volontà dei potenti è così letale che devono aver captato le mie intenzioni, e con la forza del pensiero hanno fatto fuori il computer del mio ufficio una settimana prima che ci ritrovassimo in strada senza preavviso.

Spedisco le stesse parole ai condomini del 56, ai compagni di viaggio della compa, ai corridori del tapirulan, a coloro che solitamente mi leggono, perché tengano sempre alta la guardia.


"Un partito non ha bisogno di individui con personalità, creatività, fantasia, dignità: ha bisogno di burocrati, di funzionari, di servi. Un partito funziona come un’azienda, un’industria dove il direttore generale (il leader) e il consiglio di amministrazione (il comitato centrale) detengono un potere irraggiungibile e indivisibile.

Per detenerlo assumono solo manager ubbidienti, impiegati servili, yes-men, cioè gli uomini che non sono uomini, gli automi che dicono sempre sì. In un’azienda, un’industria, il direttore generale e il consiglio di amministrazione non sanno cosa farsene delle persone intelligenti e fornite di iniziativa, degli uomini e delle donne che dicono no, e questo per un motivo che supera perfino la loro arroganza: pensando e agendo gli uomini e le donne che dicono no costituiscono un elemento di disturbo e di sabotaggio, mettono rena negli ingranaggi della macchina, diventano sassi che rompono le uova nel paniere. L’ossatura di un partito e di un’azienda, insomma, è quella di un esercito dove il solato ubbidisce al caporale che a sua volta ubbidisce al sergente che a sua volta ubbidisce al tenente che a sua volta ubbidisce al capitano che a sua volta ubbidisce al colonnello che a sua volta ubbidisce al generale che a sua volta ubbidisce allo Stato maggiore che a sua volta ubbidisce al ministro della Difesa: preti, monsignori, vescovi, arcivescovi, cardinali, Curia, Papa. Guai all’illuso che crede di portare un contributo-personale-con-la-discussione-e-lo-scambio-di-vedute: finisce espulso o degradato o lapidato, come si conviene a chi non è in grado di capire o finge di non capire che in un partito, un’azienda, si consente solo di discutere su ordini già dati, scelte già fatte. Purchè, è sottinteso, la discussione non prescinda dai due sacri principi: obbedienza e fedeltà".

(O. FALLACI, Un uomo)

Autore: robirobi | Commenti 0 | Scrivi un commento

  12.04.2008 | 23:09
due vecchie righe, due nuove righe
 

Il mio nome è Stradiotti Roberto, sono maschio, calvo e bipede.
Mi sono laureato in filosofia dopo una vita, e per otto ore al giorno occupo un poltroncina girevole in un'azienda cartotecnica di Cremona.
Sono attirato da ogni forma espressiva, e in particolare dalla letteratura.
Vorrei vivere una vita dove l'arte mi impegni dal mattino alla sera - fatta salva la pausa della merenda - e fare un'oretta di lavoro per la pagnotta prima di andare a letto.
Soprattutto vorrei che quest'ora quotidiana mi permettesse di vivere decentemente, ma non ho ancora scoperto il trucco.

 

Questi blog, ti giri un attimo e te li trovi da un’altra parte. Non ci sono più i blog di una volta, che li mettevi la sera sopra il comodino e il giorno dopo al risveglio te li trovavi nello stesso posto.

Vogliono essere indipendenti già a tre anni, i blog di oggi. Sbattono la porta e se ne vanno. A volte si trasferiscono in punta di piedi perché – dicono – nel tal sito si sta meglio, è più confortevole e colorato.

Ora, dentro l’home page di TAPIRULAN, il blog di Robirobi se ne sta stravaccato ne più né meno che Titiro sotto il faggio, mentre l’autore lotta con il motore del tappeto che pretende ritmo, intensità, pancia in dentro e petto in fuori, tutte cose che mi danno qualche problema, quasi irrilevante, ma problema. Perché sul tapirulan chi si ferma è perduto, minimo sbatte il mento.

Corro e ringrazio il presente sito per avermi offerto un net-tetto. Ringrazio e corro.

Prima di proseguire dovrò riprendere i concetti espressi, a vantaggio di chi sia stato assente per malattia, disinteresse, noia. Io stesso sono stato spesso assente da me stesso, mi ritrovavo dove non dovevo essere, ero sempre in disordine, come se avessi appoggiato la mia anima in un angolino remoto e privo di significato, fin quasi a dimenticarmene.

E poiché mi accorgo a questo punto di essere davvero noioso, partirò senza indugio a riassumere in breve chi sono, perché ci sono, quali sono le mie intenzioni, come se fossi a una cena con amici. Quando aprirete il mio blog, mano alle posate, tovagliolo nel colletto e via.

Potrei fermarmi e chiedermi perché alle cinque e mezza pièm del sabato sia qui di sopra a scrivere, ma penso mi impantanerei in un sistema in cui io stesso mi perderei, magari in un angolino remoto e privo di significato e allora chi mi troverebbe più e bla bla.

 

Il mio nome è sempre Stradiotti Roberto, come potete vedere nelle due righe di presentazione del sito, le vecchie due righe. Stradiotti Roberto o Roberto Stradiotti, perché cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia, sono sempre io, insomma. Per amore della precisione, però, lo pseudonimo Robirobi dà come risultato Robi al quadrato, è quindi improprio chiamarmi robi per due, perché ho la presunzione di elevarmi alla potenza.

Sono sempre maschio, non lo reputo né una fortuna né una disgrazia, e penso che ormai non cambierò fino alla fine dei miei giorni, di cui ad ora non vedo nemmeno l’inizio.

Ehilà, sono le sei, i cani abbaiano. Dovrei chiedermi perché sono qui, un sabato qualunque, ancora dopo mezz’ora a parlare di me e null’altro che di me e bla bla, ma insomma di me non parlo mai, ecco perché sono qui seduto. Cioè di me non parlo mai nemmeno con me e scrivendo ho la possibilità di conoscermi meglio, no? Sempre che sia sincero.

Sono sempre calvo, però i miei capelli hanno ormai raggiunto la ragguardevole altezza di mezzo centimetro, il che mi alza di altrettanto la statura, comunque lascerò invariata la carta di identità, i piccoli gesti di umiltà fanno solamente bene.

Sono sempre bipede, ma non posso essere certo di mantenere fino alla morte questa situazione prettamente umana, e tralascerò il discorso sugli studi, che è diventato ormai stucchevole e farebbe apparire la mia presentazione – l’ennesima, penso – un curriculum deficientis.

Va bene, ma se le due vecchie righe e le due nuove righe sono identiche, a che scopo parlarne? La cose ripetute non fanno male, non ho mai sentito nessuno lamentarsi per la stessa canzone sentita due volte. E poi a noi umani le ripetizioni piacciono assai.

Una novità a dire il vero ci sarebbe. Non occupo più una poltroncina girevole in un’azienda catotecnica di Cremona. Non perché mi abbiano portato via la poltroncina. Beh, è successo più di una volta, ma sono sempre andato a recuperarmela, con le buone o con le cattive.

E’ accaduto che cinque mesi fa avevo sognato che il 31 marzo la mia azienda avrebbe chiuso i battenti, e così è stato. Esattamente il 31 marzo. E ora penso che sia solo colpa mia.

Le modalità sono state degne dei più avanzati sistemi capitalistici, in America certe cose ancora se le sognano.

Il presidente, socio unico - il che la dice lunga - ha osservato quattro mesi di silenzio assoluto. Forse ha fatto un voto, avevamo pensato. Quante volte l’abbiamo invitato a incontrarsi con noi, ad aprire il suo cuore e forse se Tapirulan gli avesse promesso il timbrino di Bufanda sulla fronte, non si sarebbe lasciato sfuggire la ghiotta occasione. Ma cinquanta persone possono aspettare.

Descriverò l’ultimo giorno di attività dei dipendenti della storica azienda grafica situata in via Flaminia 5/7 a Cremona, della quale per motivi di privacy non dirò il nome.

Quel famoso 31 marzo, orfani di direttore da ormai cinque mesi, ci trovammo dentro e ci chiedemmo: "E adesso cosa facciamo?". Giuro che è tutto vero, non ho inventato nulla, lo so che leggendo gli articolini di robirobi potreste pensare che mi sto prendendo gioco di voi (e comunque quegli articolini hanno una fondatezza quasi scientifica).

Qualcuno venne sfiorato dall’idea di fare pulizia. Portammo via questi diligenti estremisti per sottrarli a linciaggio certo.

In seguito, dopo avere adeguatamente stazionato presso la macchinetta del caffè a compiangerci come vecchie zitelle, passammo ad occupazioni più goderecce, come le partite di briscola a coppie, e il mini torneo di calcetto, con pallone improvvisato come si fa ancora oggi nelle favelas.

Da parte mia, rimasi al computer per un po’, e tanto per non perdere il vizio scrissi le ultime pagine di una cosa lungalungalunga che forse, con un po’ di vanità, si potrebbe chiamare romanzo. Alla mia età devo avere il coraggio di chiamare romanzo qualcosa che ho scritto e che supera di gran lunga le cento pagine.

E così con marzo si sono chiuse tante cose.

Il presidente socio unico, rompendo il silenzio stampa, l’altro giorno si è incontrato con le parti.

"Perché non avete risposto alle nostre ripetute richieste di incontro?" abbiamo detto. Cioè, se telefoni a uno e quello non ti risponde, quando lo vedi minimo gli dici: dove ti eri ficcato?

"Se l’azienda non ha risposto, avreste dovuto immaginare le sue intenzioni". Questa la immaginifica risposta di un pioniere dell’era post-industriale e post-moderna, una velata presa per il post-eriore.

Io mi sono fatto un’idea. Non è nemmeno mancata la forma, alla fine. Il presidente mi aveva già avvisato per via onirica qualche mese fa, nel sogno è stato sincero. Se mai ho dormito troppo io, avrei dovuto predicare ai colleghi, dire loro qualcosa come:

"Il conte mi è apparso in sogno su una nube dorata e mi ha detto che siamo i prescelti, il 31 marzo partiremo per la terra promessa, comunque fuori dai confini aziendali. Su di me è disceso uno spirito per profetizzare, eppure non mi sembrava di avere bevuto così tanto la sera. Lo spirito puro a novantacinque gradi mi ha detto, parla alle genti e muoviti, che il tempo stringe". E così tutti sarebbero stati al corrente delle decisioni della proprietà. Sarebbe stato perfetto. E invece ora mi sento in colpa.

Ho già sparso voce di aver sognato mercoledì l’esito delle elezioni di domani, e che se indovinerò aprirò un ufficio in città. Farò il mago di Cremona, però dovrete lasciarmi dormire molto eh, se volete qualcosa di certo sul vostro futuro.

 

Sono sempre attirato da ogni forma espressiva, e in particolare dalla letteratura. Confermo, aggiungerei la forma muliebre, che è ugualmente espressiva, anche se appaga maggiormente l’estetica che l’etica.

Vorrei che l’arte permeasse le mie giornate, per il momento sto ciacolando e sono quasi le undici pièm, ed è sempre sabato e ormai non mi chiedo nemmeno più cosa ci stia a fare qui seduto, tanto alla mia età tutte le occupazioni hanno un che di fissazione senile.


Domani in paese c’è la pesca delle trote, le mettono digiune in una piscinetta dieci per cinque e vedono se riescono ad abboccare. Non parteciperò, anche se devo convincermi una volta per tutte che è così che funziona il mondo di adesso: ti prendono per fame.

Autore: robirobi | Commenti 4 | Scrivi un commento

   
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