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Robirobi
  09.11.2012 | 11:34
perche' un lilla' fiorisce a novembre?
 

Le mille pagine mediocri che osiamo scrivere preparano il terreno al capolavoro.
Sette giorni di pioggia preparano il terreno a una breve primavera. Il mio lillà oggi sta fiorendo.
Dal grado di applicazione con cui si affrontano i giorni della vita consegue una morte diversa, anche se è difficile immaginare gradi di completezza della morte.
Per questo dobbiamo impegnarci durante i giorni di pioggia, durante la stesura di pagine che, abbiamo capito fin da subito, saranno cestinate, durante i giorni della nostra vita, perché ogni intervallo affrontato con impegno prelude a una consolazione, a una pienezza, a una precaria eccellenza, al dipanarsi perpetuo di un'assenza giustificata e appagante.
Questo giorno di sole, oggi, è frutto del mio impegno personale.  

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  28.11.2008 | 17:56
neve e sangue
 

Eccomi, ci sono.
Come, chi se ne frega?
Ve be', credevo...
Comunque pensavo di andare in moto a donare il sangue.
Nevicava, così mi sono detto: "Se esco in moto, invece di donare il sangue dovrò riceverlo. Corretto. Così alle 6,36 ho suonato a quella santa donna di mia madre. "Mi presti la macchina?". Le macchine sono aborti della società moderna, ma che ci volete fare, la neve appena svegli può essere un dolce sogno o un pugno nello stomaco. Non che non abbia mai affrontato la neve a due ruote, eh. Sia bici che vespa. Percorsi epici, ricordo un giorno di S. Lucia con un vento bestiale, tolsi i piedi dai pedali della bici e arrivai a casa ugualmente, come se avessi innalzato una vela sul manubrio.
La prima persona che questa mattina ho incontrato in auto era un motociclista che avanzava sulle uova. Senso di colpa. Ecco, anche tu avresti potuto, ad avere corraggio. Vero, ma questa mattina mi sono alzato privo di coraggio. Uno dei rari giorni della mia vita.
Ho donato il sangue, davanti al manifesto di Igor Cassina che diceva: "Campioni anche nella vita". C'era un infermiera che quando alla fine mi ha dovuto togliere l'ago chiedeva alla collega:
"E adesso cosa devo fare?"
"Pigia lo stop". Quello della basculante che sorreggeva la sacca del sangue.

"E adesso?". Aveva dei fili rossi in mano. Immaginavo che se l’infermierina avesse troncato uno di quei fili il mio sangue sarebbe completamente defluito come da un tetrabrik di succo di frutta succhiato da un bambino assetato. Ma c’era Igor che mi diceva: "Tramquillo, non sei un campione nella vita?".

Guardavo la sacca del mio sangue. Era color vino. Restava da stabilire il vitigno. Voglio dire, chi mi dice che fosse veramente sangue?

Un frate donava il sangue. Era la prima volta che lo vedevo. Un suo confratello aveva finito, si era rivestito con il saio, stringeva il crocifisso di legno e lo guardava mentre quegli, bianco e grassottello, gli dava uno sguardo dispiaciuto: "Non ce la faccio"… La basculante si lamentava con i bip del rimprovero. Il sangue non voleva sapere di defluire dalla vena. Così il fraticello pallido, dopo la levataccia e una donazione mancata, si è infilato il suo saio. "Mi dispiace" diceva all’infermiera. Quella, pur di consolarlo, se lo sarebbe portato a letto. Gli ha fatto un gran sorriso. "C’è tanto sangue, qui, sarà per la prossima volta".

Sangue o vino?

Sono tornato a casa sotto la neve. Ho acceso il camino, ho bevuto un caffè e ho guardato fuori dalla finestra. Ho scoperto che la neve mentre cade, se la guardi contro il cielo grigio è nera. Solo una volta a terra è bianca.

E’ nera o bianca? E il sangue, è veramente sangue? Misteri di un inverno arrivato troppo presto.

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  18.12.2006 | 09:30
escrementi
 

L’escremento abbandonato nel parcheggio di mamma azienda penso abbia visto le guerre di indipendenza. E’ un senzatetto, sopravvive agli eventi, sembra quasi mutato in roccia.

Quell’angolo vicino all’uscita non è mai occupato, quindi mi ci metto io.

Ogni volta che mi tocca lavorare arrivo di buon’ora, parcheggio la vespa, do un occhiata per terra. Esso è sempre lì, immobile come si conviene alla sua natura. Più che immobile, ripeto, immutabile. E’ entrato nella mia vita, lo vedo quasi tutti i giorni, è un buon custode, lì nessuno ci mette piede.

Aspetto che la neve se lo porti via, anche se qualche dubbio mi rimane.

Quando fra poco staccheranno la spina di mamma azienda, nel nome di un’eutanasia che poi non è che la morte di chi ci lavora, quando le strapperanno le canne, le fibre, gli organi vitali, quando anche l’ultimo mattone sarà crollato sotto la spinta delle pale meccaniche, io penso che l’escremento rimarrà dove si trova, buono buono, e guarderà crescere nuovi quartieri e nuove famiglie.

Al posto del parcheggio aziendale troveremo una cancellata, un muretto, un cespuglio di ribes – cosa improbabile, quest’ultima – e un bambino compirà un bel mattino di sole, inseguendo la palla, il mitico gesto: non farà in tempo a scorgere il vetusto prodotto canino che già l’avrà pestato, ma per allora, penso, non sarà che polvere.

E a noi, morti e resuscitati da qualche altra parte, rimarranno altri parcheggi, altri escrementi.

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  30.09.2006 | 17:06
farina del mio sacco
 

La prima volta che sentii questa frase rivolta a me facevo le elementari, mi pare. Poi la risentii a sedici anni, quando mi segnalavano ai concorsi letterari. "E’ veramente notevole, se l’hai scritto tu". A parte che rileggendo adesso le mie cose di allora non mi sembrano per nulla notevoli, la frase mi faceva piacere. Pensavo: ho sedici anni, posso capire le titubanze.

Con il tempo mi accorsi, con disagio crescente, che allo stupore subentrava il dubbio. Avevano forti sospetti sulle mie capacità. Consultavo spesso lo specchio, non quello delle brame, ma un tradizionale specchio scrostato del bagno, per individuare i segni della demenza, ammesso che la demenza presenti dei segni. Era demoralizzante, perché il viso lo studiavo bene, ma metti che i segni della demenza si vedano chiari sulle natiche o sul modo di camminare. E poi, un demente, come fa a cercare i segni della demenza?

Il mio docente di filosofia morale un giorno mi disse: "E’ farina del tuo sacco?". Eccoci di nuovo. Mi sentivo un ladro. Avevo osato parlare dell’elevazione del male alla potenza e mi sentivo un ladro. Se robirobi fa robialquadrato, ed è solo un nome, il male si sa comportare molto meglio. Avrò riportato una considerazione dell’autore, mi giustificai. E lui a giurarmi che non c’era scritto da nessuna parte, che quella era davvero roba mia. Accidenti. Tornai a casa rasentando i muri, evitando accuratamente il sole, mentre mi coprivo il viso ora con la cartella, ora con un vecchio giornale che tenevo appresso per ripararmi dalla pioggia. Perché non usi l’ombrello, mi chiederete. Beh, perché l’ombrello non si può leggere.

Sul posto di lavoro la musica non è cambiata. Giro col mio sacco in spalla e ho paura di trovare un bel giorno, sulla mia scrivania, un campanellino d’oro, e una lettera del direttore che mi invita a metterlo al collo, sempre, durante il lavoro, così che tutti sentano in anticipo il mio arrivo e si regolino di conseguenza.

Sono giunto al punto di percepire uno stipendio senza mansione. Non si sa mai, questo qui, a farlo lavorare come si deve, potrebbe tirar fuori cose che di sicuro non sono farina del suo sacco.

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