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Robirobi
  14.09.2014 | 22:51
la consapevolezza del carciofo
 

Dovette essere per un eccesso di vitamine, o per il cambio di marca del concime che il nuovo agente aveva rifilato con uno sconto del cinquanta per cento, che nella carciofaia dei fratelli Savioli il terzultimo carciofo della penultima fila acquistò una consapevolezza tale da fargli capire che l'appiattimento della linea dell'orizzonte terrestre era proporzionale alle dimensioni della sfera. Non che proprio avesse espresso il concetto in questi termini, ma gli bastò guardare una goccia brillante di rugiada che correndo sopra la sua corazza a scaglie, simile a una gonna vedovile, era andata a perdersi fra le crepe del terriccio.

Gli altri carciofi, terrei e mesti, si stavano nutrendo e crescevano per diventare cibo. “Questo no!” protestò il carciofo, ma i fratelli Savioli vedevano in quel fazzoletto popolato di cappelli puntuti la prossima rata da pagare alla banca.

Sono buoni da tirare su” disse il grasso Savioli, asciugandosi le gocce di caffè sul pizzo bianco.

Ma come lo prendi il caffè, tu, al volo?” disse il magro Savioli, asciugando un'altra goccia sul sopracciglio del fratello. Poi, dopo una pausa trascorsa a osservare le unghie: “Sai, ho fatto un sogno”.

Che sogno hai fatto?” disse il grasso, avvicinando il bisturi alla vita del primo carciofo.

Ho sognato che volevo scopare tua moglie”.

Il grasso Savioli avvicinò il bisturi al collo del fratello, che lo prese come un gioco. “Mica c'è stata, lei, mi ha detto che ero troppo brutto, e così mi sono svegliato”.

I sogni sono desideri, dicono”.

Io non desidero tua moglie, non è colpa mia se la sogno, se mai è colpa sua, che mi viene in sogno”.

Le dirò di stare più attenta” disse Savioli grasso, perpetrando il genocidio.

Il magro si avvicinò al carciofo consapevole. L'aveva appena sfiorato col guanto, che lanciò un urlo. “Che hai?” disse il fratello. Il magro si coprì il volto e corse in bagno. Il grasso, contrariato, sospese la decapitazione e raggiunse il fratello. “Che ti prende?”.

Savioli magro gemendo si scoprì il volto. Le foglie puntute, conficcate nella pelle, gli avevano creato una barba curiosa, verde e folta come un cespuglio. Il fratello non poté fare a meno di ridacchiare.

Non c'è niente da ridere, lo so che adesso ti diverti, ma un sogno è un sogno”.

Lo so che sei un brav'uomo”, disse Savioli grasso, che al contrario del fratello con la cognata non si era solo limitato alle visite in sogno. “Aspetta che ti aiuto a levare questa roba”. Ma il ferito già correva alla penultima fila a esigere la testa del terzultimo carciofo. Di esso però, nessuna traccia, solo un piccolo cratere e impronte di radici che si allontanavano verso una direzione indefinita.

Il carciofo vide che il mondo, fuori dalla carciofaia, era vario, meno geometrico, forse più imprevedibile. La città aveva un ritmo in cui morte e vita non erano più così definiti. Il carciofo si guardò nella vetrina e fece schifo a se stesso, era come quegli ortaggi inerti che giacevano nelle bare di legno scoperchiate davanti agli ingressi dei fruttivendoli.

I manichini delle vetrine d'abbigliamento ammiccavano, e il carciofo capì che la prima cosa da fare per stare al mondo era un vestito. “Ho visto il sole, ho visto l'erba” disse al commesso di una boutique. “E' così che voglio vestire”.

Un vestito che le faccia risaltare le spalle” disse il commesso, con un dito poggiato al labbro. “Cravatta verde come l'erba, vestito giallo canarino. Solo così sarà carino, un buon esempio di cittadino”.

Il carciofo pagò con la carta di credito presa in prestito senza permesso ai fratelli Savioli. Era il minimo che potessero fare per lui.

Quando uscì dal negozio tutti si giravano a guardarlo. “Che fico, il carciofo”, dicevano.

Il carciofo si trovava a proprio agio nel mondo, solo aveva un po' sete. Entrò in un posto dove vedeva gente alle prese con liquidi colorati, e ordinò acqua con molto azoto e doppio potassio. Guardò compiaciuto il barman e disse: “Lo so che sei un brav'uomo”.

Offre la casa” disse il barman e lo guardò uscire, con il passo incerto di chi non sa che strada prendere. Il carciofo vide degli strani cartelloni, giganteschi, riempiti di facce sorridenti, una di fianco all'altra, che promettevano un mondo migliore. “Forse è quello che voglio” disse fa sé. Un taxi si fermò di fianco a lui. “Ha bisogno, dottore?”.

Voglio un mondo migliore” disse il carciofo, indicando una delle facce, che aveva uno sguardo estatico, quasi che il mondo migliore non fosse sulla terra.

L'ho capito subito, che lei è un onorevole, disse l'autista, destreggiandosi nel traffico. “Con quella cravatta, con quel vestito”.

Giallo come il sole, verde come l'erba” sottolineò il carciofo.

I colori della libertà” disse il tassista inspirando forte, come se potesse inalarli. “A che ora prende la parola?”.

Cos'è l'ora? E soprattutto, cos'è davvero un mondo migliore?”.

L'autista sorrise, guardandolo nello specchietto. “Ci siamo” disse, inchiodando. “In bocca al lupo. Questa corsa la offro io”.

La piazza era gremita, le bandiere infilavano il vento come serpenti, bisbigliando di speranza. Gli aliti e il sudore non erano più così cattivi e le pelli appiccicose si toccavano e si cercavano come se copulando in modo epidermico potesse nascere un nuovo soggetto, diverso da quello universalmente riconosciuto dall'analisi logica. Acqua e birra scorrevano a fiumi e quando l'onorevole Armando Sissi si avvicinò al microfono, con il suo vestito dozzinale seppure firmato, il carciofo pensò che si apprestasse a sgozzare il popolo. E invece Sissi fece un mestiere sopraffino, li uccise tutti senza sangue e anzi la folla applaudiva e ringraziava. “Sarebbe un passo avanti per l'umanità se anche gli ortaggi fossero pronti ad immolarsi con un grazie - pensò – e io posso essere il portavoce. Uomini, bestie, insalate e larve fino ai sistemi di vita più elementari. Cosa c'è di meglio che morire ringraziando?”.

Così, prima che i funzionari delle segreterie di partito se ne rendessero conto, al termine del primo intervento, quando gli applausi erano ancora caldi, il carciofo balzò davanti al microfono, che un tecnico inconsapevole e premuroso si premurò di abbassare al suo livello.

Sulla folla scese il silenzio. Il carciofo si rese conto dell'effetto che aveva procurato la sua apparizione e si godette quella manciata di secondi sospesi, molto più confortanti delle urla silenziose dei suoi fratelli trucidati nella carciofaia.

Ho fatto un sogno” esordì. I politici navigati saltarono sulle sedie. “Chi vuole imitare, Elvis Presley?” sussurravano. “Il mago Houdini?”.

Il carciofo puntò una foglia su uno di loro in prima fila. “Ho sognato che volevo scopare tua moglie”.

Un boato di ilarità si sollevò nella piazza, fece tremare i vetri del municipio, fece vibrare di fremente attesa i pesci rossi nella fontana del prozio di Nettuno. Un bimbo scoppiò inseme a un palloncino e la madre fece gonfiare di elio un nuovo bambino, senza staccare gli occhi dall'oratore.

Ma lei mi rispondeva che ero troppo brutto” proseguì il carciofo, con aria desolata, sotto uno scroscio di risa, mentre il tipo in questione, politico sulla cesta dell'onda da un trentennio, riprese il suo colorito ed anzi batté le mani come un bambino. “Bravo!” gli scappò da dire.

Lo so che sei un brav'uomo - disse carciofo - e tu e tu” puntando gli aculei a caso sulla folla. “Bravi uomini con le mogli perse nei sogni e le idee dimenticate negli ideali della giovinezza. Siete mai stati irrigati nella vostra infanzia? Concimati, accuditi, per poi morire?”. La folla, invasa dalla nube nera evocata dalle parole, si fece triste e mugolò di disappunto. Il carciofo levò un aculeo per chiedere più silenzio. Pensò a qualche parola illuminante dei fratelli Savioli. “Ma come lo prendi il caffè, uomo della folla, al volo? Conosco le tue mattine veloci, occorre che dopo il caffè ti dia la sveglia uno come me, che non pensa solo al tuo mattino, ma al tuo domani”.

E questo da dove esce?” chiese l'onorevole Sissi, ma ormai bastava una parola qualsiasi, come pioggia, eiaculazione, tiritera, abbecedario, passami uno stuzzicadenti, per fare del carciofo un profeta del Nuovo Domani, nuovo con la maiuscola per distinguerlo dal vecchio, domani con la maiuscola per distinguerlo da quello uguale all'oggi.

Tutti si spellarono le mani dagli applausi e quando salì sul palco il terzo oratore la folla sazia si disperse per tornare a casa. “Anch'io avevo in serbo un domani migliore” si disperò quegli, guardando un vecchio che si stava tagliano le unghie dei piedi in prima fila.

Il domani è quel carciofo, pare” commentò il vecchio.

Colpi bassi” disse l'oratore. “Io non ho mai utilizzato i cavoli del mio orto per la mia campagna politica”.

Il mondo cambia in fretta, signore” disse il vecchio, infilò in tasca il tronchesino e fece un cenno di saluto al carciofo che si godeva la piazza deserta e le sedie vuote.

Sei un brav'uomo, ho sognato che volevo scopare tua moglie” disse la pianta, a corto di idee e di sali minerali.

Troppo vecchia per entrambi” replicò il vecchio. Accese una sigaretta, si fermò davanti a un bar, fece ancora un tiro, buttò il mozzicone e sparì dentro.

 

 

 

 


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  10.09.2014 | 22:06
non spegnere
 

 

 

   Un cane abbaiava sotto il grande albero nei pressi del cancello, poi guardingo si spostava sul retro. E così minuto dopo minuto.

Nel letto una donna fumava una sigaretta e piangeva, ma in modo sommesso, a intervalli, non un pianto di disperazione, ma un valvola di sfogo quando la pressione interna era troppo alta.

Te l'ho già detto, che mi dispiace?” disse l'uomo.

Ti credo” disse lei e guardò fuori, nel giardino bianco, dove il cane correva avanti e indietro, dal cancello alla porta, uggiolando.

Mi fai fare un tiro?”

Lo sai che non puoi.”

Sì che posso.”

Non ci riuscirai” disse la donna e gli infilò la sigaretta fra le labbra.

L'uomo aspirò e gli vennero le convulsioni. La donna gli carezzava la guancia, senza scomporsi. Una vecchia in uniforme bianca spalancò la porta e osservò il fumo nell'aria, come se guardasse una giornata nebbiosa sulla porta di casa. Poi, ignorando la donna, fissò l'uomo in un letto troppo piccolo e fece un sorriso di circostanza. Tutto bene, Elio?”

Il respiro dell'uomo tornò regolare. Guardò la vecchia e gli venne da alzare la mano, ma si accorse che non poteva muoverla. “Benone.”

La vecchia bianca scomparve. Elio cercò con la lingua i residui del fumo. La donna gli prese la mano e giocò con il suo anello, ma Elio sentiva solo un formicolio diffuso, che saliva fino all'ascella.

Hai già prenotato per le vacanze?”

La donna accese una seconda sigaretta per non rispondere e si impegnò nell'osservazione del fumo. La stanza era un porto nella nebbia. L'uomo pensò di farle un'altra domanda, ma si accorse che cercava e cercava, e non ne veniva nemmeno una. Allora provò a dire qualcosa, ma anche le cose da dire non erano poi molte. “Vai a casa, ci vediamo domani.” Gli sembrò una buona frase, anche se la ripeteva tutte le notti.

La donna schiacciò la sigaretta nel posacenere e gli disse che forse l'indomani avrebbe tardato.

Non fa niente, ho la vecchia” disse Elio, poi guardò la donna perché gli piacevano i suoi sorrisi e sperava che sorridesse almeno un po'. Invece lei non sorrise e lui dovette chiederglielo, anche se sapeva che non era bello chiedere un sorriso.

Magari domani mi verrà” disse lei. “Tu spara una battuta quando arriverò, sei un maestro.”

Me lo dici in senso ironico?” chiese l'uomo.

Ironico? Far ridere è il tuo mestiere.”

Elio sentiva che non avrebbe retto per molto la conversazione, non solo perché stava diventando noiosa, ma perché era meglio dormire, prima che arrivasse il fantasma. Si mostrava intorno alle due e mezza, tre di notte, prima della medicina, e voleva portarlo via. La sola cosa da fare era prenderlo in giro o raccontargli qualche barzelletta sporca, così se ne andava. Succedeva intorno alle quattro. Poi arrivava un breve sonno e poi la luce del giorno dentro la luce delle lampade. Ma l'alba era un corpo estraneo.

Non faccio più tanto ridere. Quando faccio una battuta la vecchia mi guarda con lo stessa faccia di quando è entrata qui poco fa.”

Questa volta lei sorrise ed Elio, che non ci sperava più, si illuse che quella notte i fantasmi non sarebbero andati a trovarlo.

Quando Carla se ne andò Elio le chiese di non spegnere la luce, perché voleva la stanza ben illuminata. Chiuse subito gli occhi, per ripassare il suo sorriso e per portarlo con sé tutta la notte. Ma poi sentì il cane guaire, come se fosse stato picchiato. A Carla non piacevano i cani. Nemmeno gli umani, ma i cani ancora di più. Sicuramente gli aveva rifilato un calcio, al suo Flok. Si chiamava Flok? Forse sì, forse no. Ma Flik, l'altro cane, era morto, più sì che no. Era rimasto Flok e adesso guaiva di dolore. Al proposito aveva un po' di confusione, perché sapeva che Flok era un vero bastardo, capace di fingere per attirarsi la comprensione del padrone. Senonché Flok, il cane infingardo, fingeva solo nei varietà del sabato sera, lo ricordava bene, Flok il cane infingardo. Ora però non poteva fingere, non era il mondo dei comici. O forse quello non era un guaito, perché Carla non era capace di picchiare, nemmeno per rabbia o per disperazione. Era un bel mistero. Elio tentò di alzarsi, ma non mosse un muscolo. Così chiamò: “Flòk! Floòk!” e il cane rispose e questa cosa lo rassicurò.

Almeno fino all'arrivo del fantasma, che non ispirava fiducia, perché era del genere più insidioso, che muta forma e aspetto a seconda dell'ora. Era un perdono mai chiesto, un'occasione mancata, una coscienza incosciente e irrispettosa che lo derideva. Era il fantasma del tormento, che lo indispettiva con i ricordi e minacciava di portarlo via. Quella volta lo spettro fu più benevolo, semplicemente lo vegliò fino alle prime luci del giorno e allora il cane prese a ululare in modo strano, un cane da cartoni animati e dal portamento anomalo e quasi umano, che cercava di stanare il padrone con sotterfugi e guardava la finestra della sua stanza, sperando che si aprisse.

 

 

 

 

 


 

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  02.11.2012 | 22:17
autunno bestiale - il Barbagianni
 

Viaggio a una velocità minore del suono, perché ho paura di fare rumore e i bambini sono ancora a letto.
Così mi sorpassa un Barbagianni su una Volvo. Penso che sia un'allucinazione, perché porta un berretto con una piuma verde acido che svolazza dentro l'abitacolo.
Non guarda la strada, guarda me. Adesso si schianta, penso, sta andando dritto incontro a un tir.
Invece il Barbagianni rientra in corsia come se niente fosse.
Nonostante la mia velocità sia inferiore alla media che tengo di solito, sono a destinazione con largo anticipo.
Entro in un bar. I bar del mattino sono belli, perché la luce è forte come il caffè e gli occhi sono mezzi chiusi per il sonno.
Dentro ci trovo il Barbagianni. Ha appoggiato il cappello su una sedia e sembra non riconoscermi.
Se è un'allucinazione, è ben riuscita.
Ordino un caffè e mi siedo accanto a lui, presso il bancone. Impassibile, centellina il suo frullato di insetti di stagione.
“Sta cominciando a piovere” dico, così per dire, allora il Barbagianni, scocciato, prende e vola via.
Il conto alla cassa mi sembra un po' salato. “Ho preso solo il caffè” protesto.
“E la colazione del suo amico volatile, chi la paga?” dice il barman.
Vorrei avere un paio di ali anch'io.

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  18.09.2012 | 21:59
controsole
 

 

Camminare è bello. Anche camminare in direzione sbagliata. Camminare in ombra camminare in sole. Verso o contro. Grandi palazzi sopra di noi, noi sempre nascosti ai raggi, in ultima parte di passeggiata che porta a casa. Poi, proprio mentre sole esco per ultimo momento, signor Cordi vede moglie con cane e capisco perché lui sempre vita con sole di spalle.

Mirella, Mirella! Mirella non giro indietro. Fernando! Un fischio e io penso che cane è Fernando, ma Fernando non giro indietro. Mirella, Fernando! Ma loro cammino contro sole come due figurine di carta. Signor Cordi cammino veloce e io un po' fatico, e alla fine vicini a Mirella e Fernando, la donna sente chiamare e curiosa si gira e anche cane si gira e guardano la faccia di signor Cordi che non chiama più. Signor Cordi è con un braccio un po' sollevato e una gamba dietro, come passo di danza, e lì rimane e io sto zitta perché se parlo lui cattivo con me.

Davanti a casa signor Cordi indeciso, io no, tiro dritto senza voltarmi e lui chiamo me: Ros, dove vai? Io mi fermo, qui colpo al cuore, penso, perché mio marito mi chiamava Ros e lui non posso sapere questo nome. Rosaria, corto più facile Rosa. Mi volto e gli indico un cancello in lontananza. Sua moglie là, gli dico, poi cammino di nuovo, anche se sto male.

Torna indietro!” mi dice, ma io nemmeno ascolto. Vado avanti e non mi volto. Dopo un po' sento i suoi passi e io di nuovo punto il dito: Là, sua moglie. Mi aspetto che da un momento all'altro mi strattona e cado, come ieri, con le radici di pino. Sicuro che cado e forse sono picchiata, ma io porto lui da moglie una buona volta. E invece ecco che lui cammina di fianco a me e fa stesso passo mio, stessa lunghezza, se io rallento lui rallento, se io forte lui forte, per lui ora è importante che qualcuno dice che so dov'è sua moglie. Se un passante dico ecco sua moglie lui seguo passante, se un canarino dice so dov'è Mirella seguo canarino, perché lui contro sole sbaglio e lei non torna né ieri, né mai.

Cancello, aperto. Mi fermo. Lui guardo viale di ghiaia, sembra contare sassolini, tempo che passa già arrivo a migliaia, poi guardo me con odio, come quando rovescio latte. “Bugiarda!” urla, così forte che sua saliva in faccia. Ma io sorda macino ghiaia con passi sicuri, di nuovo, e passi signor Cordi di nuovo in rumore con me. Quando io appoggio piede, lui appoggio piede, come se su strada persona sola. Perché di camminare lì non è idea sua e lui lì non voglio esserci.

Tutti quelli che incontro mi guardano perché anche loro cerco ed è un posto che chi cerco trovo. Come un grande mercato dove sicuro trovo lenzuolo, forbice, criceto, panna, insalata e anche sedia dondolo per tuo riposo, anche se finora non è altro posto dove vedo sedia dondolo. Grande mercato, ricerca sicura.

E qui trovo sedia dondolo dove signor Cordi siedo, perché trovo. Siedo e riposo. Vero, signor Cordi?

Signor Cordi, fermo accanto a me, impara di nuovo lettura. Sfiora nome con dito, come cieco. Mirella, sussurra. Sfiora fotografia con dito. Mirella, sussurra. Sfiora sua bocca che dice Mirella per essere sicuro che lì lui e lei insieme. Lei ora davvero tornata, sole cade su spalle curve e lui ora ombra come lei, che si corica su suo marmo. Riposano insieme, come tanto tempo prima, a casa, monti, mare, veliero, hotel missione segreta. Aereo, nuvole. Riposano insieme.

 

 

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  17.11.2011 | 18:51
denti
 

 

L'Omino Stanco arricchisce il gusto! Hai mangiato letteratura pesante? Gli sfiziosi raccontini, con la loro leggerezza sono l'ideale per il tuo cervello intasato. Provali! Dante e Manzoni saranno solo un ricordo senza parole, anche durante un'interrogazione!

 

 

 

Gabo chiuse il suo occhio a mandorla per pensare. L'altro era bendato, si diceva nascondesse un terribile segreto. Curvo, lento come la nonna della vecchiaia, Gabo si recò dal dentista e per l'ultima volta con tutta la sua fila di denti sorrise all'infermiera. L'infermiera gli regalò il molare che si era fatta estrarre il giorno precedente.

Gabo si accomodò in poltrona. Il dentista, per mostrare che era un bravo dentista, aveva un paio di denti bianchi e sanissimi anche dentro le narici.“Le devo togliere il 26” disse.

“Me li tolga tutti”.

Il dentista gli fece un preventivo e Gabo, con un gesto della mano che evidenziava tutto il suo disinteresse, gli fece cenno di proseguire. Alla fine si fece mettere i denti in una borsina e li portò a casa.

“Fammi un brodino” disse alla moglie. Lei gli mise davanti la solita costata di manzo e lui fece un gran sorriso sdentato. Così la moglie, per la prima volta nella vita, gli dovette preparare un brodino. Gabo ci strizzò l'occhio scostando la benda. Se l'aveste visto, era una cosa da far paura, ma in apparenza non c'erano segreti terribili, solo un'orbita vuota.

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  12.11.2011 | 20:04
corsia 3
 

 

Fabio si tuffò nella corsia 3, dentro l'utero di sua madre, e la percorse a bracciate vigorose, come uno spermatozoo adulto. Fra gli umori clorati che lambivano il corpo, cosa sua e non sua, le bolle rilasciate dai polmoni parlavano di suoni ancestrali sopra l'intreccio di mattonelle azzurre.

Il corpo. Quasi si era dimenticato di averne uno, chiuso tutti i giorni dentro un ufficio buio, privo di finestre, esposto a ovest. Fabio guardava sulle croste del muro e ci leggeva soli mobili che avanzavano oltre la parete, declinavano nei cieli uterini, tornavano uova insieme agli altri pianeti.

“Questa schiena reclama nuoto, tu sei capace di nuotare?” gli aveva chiesto il suo medico, battendogli una mano fra le scapole.

“Nuotavo da piccolo”.

“E poi?”.

E poi basta, stupido medico, il nuoto gli faceva paura come una domanda troppo ben riposta, era la morte mobile e anaerobica dei mari planetari dentro il mare della vita. Piatto, limpido, uguale a se stesso nei giorni e nelle notti di ogni respiro.

Un respiro, un giorno. Un respiro, una notte. L'aria urtava i denti e il palato e si insediava negli alveoli. Una bracciata, l'altra lesta a rincorrere la prima, il fiato usciva morto e inutile e pieno dei pensieri di quel corpo estraneo nell'utero materno nella corsia 3.

Madre, che hai fatto?

Madre, perché mi hai fatto?

Le madri erano dee senza un perché. Mettevano al mondo i morti viventi, ne cannibalizzavano i ricordi, li abbandonavano nelle piazze e negli uffici senza finestre.

“Fai un po' di piscina, un paio di volte alla settimana” gli aveva detto lo stupido medico carezzandogli la spina dorsale. Fabio cercò di non pensare ai mari assassini, solo al suo mare, respiro di luce respiro d'ombra. La corsia densa come cemento fresco si seccava accogliendo le impronte dei suoi pensieri, ecco, le leggeva sul fondo, ventidue come gli anni, impronte di orso nel guado di un ruscello.

Fabio sorrise suo malgrado e un sorso d'acqua gli mozzò il respiro e per un attimo i mari assassini lo avvolsero e presero il sopravvento, la corsia diventò un molle antro privo di luce e di risoluzione.

Eppure il ragazzo era riuscito da subito a imbrigliare le sue paure, aveva comperato la cuffia e gli occhialini e si era lanciato deciso. “Questi hanno il nasello regolabile, li metta così... no, l'elastico più in alto, sopra la nuca, altrimenti l'acqua rischia di entrare, venga qui, faccia vedere” gli aveva detto la commessa. Glie li aveva sfilati, regolati e rimessi, facendogli piegare il capo come un atleta medagliato sul podio.

La piscina evocava tutto meno che acqua, era un liquido amniotico dove il corpo a bracciate possenti cavalcava il tempo al ritmo dei respiri. Luci, ombre. Era una serie parallela di spine dorsali galleggianti e colorate - carezzate da stupidi medici - che accompagnavano la sua, carica di organi e di muscoli temporanei, ormai pesante sotto il peso del tempo trascorso dalla prima immersione e del moto di conquista e ripiegamento sulle orme ormai disseccate dell'orso.

Fabio ne aveva le movenze e la corporatura, la faccia mite, la rabbia pronta. In debito d'ossigeno ingoiava acqua e aria e spiava l'assistente bagnino che si grattava un'ascella. Quella domenica, il giorno più tranquillo per un nuotatore, Fabio era lì solo per sua madre, per averla intorno, con le acque e le ossa e il suo tempo che si allargava in brevi onde inghiottite dalle griglie dei bordi.

“Non andare, oggi” l'aveva ammonito il padre ed era rimasto con sua moglie, nel posto più asciutto del mondo, silenzioso come una piscina festiva.

Devo perché sono un orso, devo perché la schiena, perché lo stupido dottore, devo per lei, perché mia madre ora è la piscina e io le corro dentro come se non fossi più nato.

Emerse dalla vasca, sedette sul bordo e si guardò intorno. Un nuotatore in corsia 1, uno in corsia 6.

Alle cinque si chiude. Chiudere mia madre, chiuderla qui dentro fino a domani, lasciarla sola sotto il sole cadente di primavera che attraversa la vetrata gigantesca fino a tornare uovo, sotto terra.

Negli spogliatoi i soli rumori erano una goccia nel lavandino e il bisbiglio dello sciacquone rotto.

Fabio entrò rabbrividendo nella doccia e chiuse gli occhi. L'acqua calda gli disse che era solo e vivo ed era di nuovo nel mondo senza finestre.

Lo specchio gli rimandò le grosse zampe e le fauci gialle e il pene intirizzito e inutile. Si odiò un'altra volta, cinse la vita con l'asciugamano e lasciò correre sui capelli il getto d'aria calda, le braccia stese lungo i fianchi, fino a sentire le orecchie incandescenti.

Giunsero voci di bambini, là fuori, che stavano pattinando sulla pista, e insieme lo squillo del cellulare. Il suono era una campana dai rintocchi lenti e cadenzati e quando Fabio rispose seguì un silenzio sospeso del mondo, poi un respiro d'ombra. “Vieni subito, se ne sta andando”.

Il ragazzo guardò il telefonino come se fosse un oggetto sconosciuto.

“Tra dieci minuti si chiude” disse una voce. Era il vecchio segretario, che gli faceva segno con la mano, avanzando a passi sbilenchi.

L'asciugamano cadde sul pavimento bagnato.

“Ehi – disse il segretario – non ha visto l'avviso? Vietato girare nudi per gli spogliatoi. Vietato! Ehi, lei, mi ha sentito? Dico a lei, sa? Cosa le prende, è sordo?”.

 

 

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  23.06.2010 | 22:14
nata per salvare il mondo
 


Una ragazza mi ha mandato questo racconto, che volentieri pubblico, come si suol dire, un po' perchè avrei voluto scrivere io così a sedici anni, un po' perchè credo veramente nelle sue doti salvifiche. Si chiama Alessia



Correvo, il cuore mi batteva forte. La vidi, vidi la porta che mi avevano tanto descritto, entrai senza fare rumore. Ero talmente agitata, che per un momento non ricordavo nemmeno il motivo per cui ero lì... Certo era qualcosa di molto importante. Misi a soqquadro l'intera stanza, ma nulla da fare, perché era tutto così in regola!

Tornata a casa mi sdraiai sul divano con la testa che mi scoppiava. Una miriade di pensieri girovagavano nella mia mente senza alcuna destinazione. Il mio compito era difficile, ma io ero nata per superarlo al meglio.

Incominciò tutto da una semplice lettera che mi aveva spedito il Ministero della Sapienza. In quel momento mi pentivo di averla letta, in alto a caratteri cubitali c'era scritto: "PER COLEI CHE SOLA PUO’ SALVARE IL MONDO". La mia prima reazione: scoppiai a ridere come una pazza, la mia seconda: una lacrima d'ansia mista a stupore mi rigò la guancia sinistra. La lettera mi rivelava che io avevo dei poteri soprannaturali e che ero la loro unica speranza di vita. Diceva inoltre che al mondo esistevano solo dieci maghi, due di loro erano già morti, mentre sette avevano formato il Consiglio della Magia Nera contro il quale si opponeva il Ministero della Sapienza, entrambe associazioni segrete. Il Ministero da poco aveva scoperto che l'ultima strega era nata esattamente quindici anni fa: quella strega ero proprio io! L'avevano capito attraverso indagini riguardanti i miei genitori naturali, poiché ero stata adottata. Io non sapevo quasi niente di loro, ogni volta che chiedevo ai miei genitori adottivi qualcosa sui miei genitori naturali, diventavano nervosi e, in un modo o nell'altro, tendevano sempre a cambiare argomento. Ed ecco che, all’improvviso, ero venuta a sapere tramite degli sconosciuti, che non solo avevo dei poteri, ma anche una missione segreta da compiere dove potevo rischiare la vita. Era troppo! Basta! Ripensai a come ero felice e spensierata prima di ricevere quella stramaledetta lettera, invece in quel momento mi sentivo un minuscolo pallino nell'universo, che poteva distruggere quest'ultimo da un momento all'altro. Alla fine della lettera, scritta in grassetto, c'era la missione che dovevo compiere: uccidere le sette streghe che componevano il Consiglio della Magia Nera. Queste, da quanto avevo capito, stavano cercando il metodo per eliminare l'intera umanità, diventando così padrone del mondo, ed io, io, ragazza di quindici anni dovevo ammazzarle tutte! Al sol pensiero mi venivano i brividi! Ma non era finita qui...le streghe mi stavano dando la caccia per uccidermi! Per paura che potessi farlo io prima di loro...

Troppe notizie scioccanti tutte in una volta! Non le reggevo!

Quella mattina mi aveva chiamata il Ministero per compiere il mio primo passo: intrufolarmi nella sala riunioni della residenza delle streghe e cercare qualche agenda, qualche foglio sul quale potevano avere annotato qualche loro mossa imminente, ma c'erano solo tanti libri riguardanti un antico potere. Avevo incominciato bene la mia missione!

Erano le cinque del pomeriggio, mi trovavo in cucina e stavo preparando una tisana rilassante, in attesa che i membri del Ministero mi chiamassero per aggiornarmi sul da farsi. Non facevo altro che pensare a quello che mi era accaduto nelle ultime quarantotto ore. Mi davo pizzicotti, speranzosa che fosse solo un incubo, ma più passava il tempo e più mi rendevo conto che non era così. Le parole di Linda Watton, numero uno del Ministero della Speranza, mi rimbombavano nella testa: "Alessia, tu hai dei poteri, non te ne sei mai accorta perché non hai ancora avuto l'occasione di usarli, vedrai che quando ti serviranno nasceranno dentro di te come una fiamma indomabile".

In fondo, un po', l'idea dell'eroina magica mi affascinava, ma molto in fondo!

A prendere il sopravvento erano la paura e l'ansia che, pian piano, mi divoravano come predatori affamati. Le lacrime calde scorrevano lungo il viso come un fiume in piena, il suono del microonde mi ricordò che una tazza di tè bollente mi aspettava... magari mi avrebbe tirato un po' su di morale. Sorseggiavo soddisfatta la bevanda bollente sentendomi rinascere.

Guardai fuori dalla finestra e vidi due macchine parcheggiate davanti a casa mia, una nera dietro ad un'altra grigia. Strano, una mi sembrava la macchina della mia nonna paterna, ma l'altra... l'altra non la collegavo a nessuno che conoscevo. Sentii uno sparo, quindi mi fiondai fuori di corsa a vedere cos'era successo. Un urlo stridulo, un groppo in gola, il cuore a mille, gli occhi sbarrati, corsi in casa, mi chiusi a chiave, salii le scale e sprofondai nel mio letto. Dentro di me c'era una voce che urlava disperata, stavo per esplodere! L'immagine di mia nonna morta, con la testa che giaceva inerme sul volante ricoperto di sangue, mi aveva pietrificata. Udii il motore dell'auto scoppiettare e allontanarsi. La rabbia in quel momento superava la paura. Non so come, nè per quale strana magia, il mio corpo si trovava sollevato da terra, fluttuavo leggiadra nel silenzio. Mi vennero subito in mente le parole di Linda e, compiaciuta, volai alla caccia dell'assassino. Vidi la macchina grigia ribaltarsi in un fosso e la raggiunsi. L'assassino uscì dalla vettura impolverato, mi lanciò uno sguardo di sfida, poi incominciò a correre lungo le distese di campi coltivati. Atterrai pesantemente sul terreno, non sapevo bene nemmeno io ciò che dovevo fare, mi lasciai trasportare dall'onda di potere che mi avvolgeva. Provai una sensazione piacevolissima, mi sentivo bene e carica di energia. Strappai senza fatica il metallo che avvolgeva la parte anteriore della macchina grigia e mi volsi nella direzione del malavitoso. Senza pensarci, colpii la sua testa con l'aggeggio più e più volte, ma quegli non cedeva. Rimaneva immobile a guardarmi, come se fosse immune ai colpi, eppure il pezzo di metallo aveva ormai preso la forma della sua testa!

Vidi in lontananza un'immagine sfocata: era il fantasma di mia nonna! Scoppiai a piangere disperata e imploravo chissà quale divinità di lasciarmi stare. Urlavo, rossa in faccia e l'adrenalina scorreva veloce nel mio corpo. La sagoma si avvicinava sempre di più, finché non mi raggiunse. Lo spirito di mia nonna disse con voce fioca: "Ciao nani! Non piangere tesoro! Sono qui per darti dei consigli su come dovrai affrontare la vita... vedo che non te la stai cavando molto bene. Innanzitutto devi sapere che agli spiriti buoni è concesso di salutare una persona a loro scelta, prima di raggiungere l'aldilà. Beh... come vedi io ho scelto te, perché ti voglio bene e ti voglio aiutare. Ah già dimenticavo... non noti qualcosa di strano nel mio look, giuggiola?"

Seguirono alcuni secondi di pausa durante i quali riuscii a calmarmi e a ragionare. Ero affascinata dall'humour di mia nonna, nonostante fosse morta... non lo aveva nemmeno da viva! Feci un respiro profondo, poi risposi: "Ha! No nonna, che hai fatto?". Ella mi rispose con un sorrisino sotto i baffi: "Ma come, non l'hai notato? Sono andata dalla parrucchiera e mi sono fatta mora!". "Beh... sai com'è... ero troppo impegnata a guardare uno spirito che mi parlava!" le risposi sgarbatamente. Mi guardò dispiaciuta dicendomi: "Oh già, scusa!", tornò seria in volto, poi riprese: "C'è una cosa che non ti ho mai detto, beh... Alessia cara, io so tutto su di te, so tutto sui tuoi poteri, sulla tua magia. Ero stata informata dal Ministero della Sapienza in quanto tua unica parente in vita. Mi avevano ordinato di starti alla larga, per evitare di coinvolgermi nella tua missione pericolosa, ma non c'è l'ho fatta. Volevo venire a trovarti per vedere come stavi, tutte queste novità dovranno averti sconvolta parecchio!". "NO! NO! Non dovevi!" la sgridai. "Sì che dovevo! Non potevo rimanere con le mani in mano, sapendo che la mia nipotina si trovava in pericolo!" sospirò. Continuò: "Ti vedo troppo triste! Mia cara, non vegetare! Vivi la vita! Anche io ero sempre triste, ansiosa e preoccupata, ma ora mi sto pentendo! Ascolta il mio consiglio, affronta la vita con un bel po' di humour e vedrai che ti sentirai meglio". Dette queste parole, mi sfiorò il viso e scomparve nel nulla. Mi ricordai che avevo qualcosina in sospeso, mi voltai, ma non vidi più nessuno. Quel mascalzone mi era sfuggito! Doveva essere stato mandato dal Consiglio per uccidermi, ma visto che non voleva lasciare testimoni, aveva fatto fuori prima la mia povera nonnina!

Tornai a casa, la vecchia Alessia si sarebbe abbandonata sul divano a deprimersi, ma in quel momento accesi la radio e mi lasciai cullare dal mondo incantato della musica. Feci uscire gli influssi negativi dal mio corpo e scaricai tutta l'ansia accumulata. Il suono stridulo del campanello stonò con le note melodiose della canzone che stavo ascoltando. Guardai chi era dal videocitofono: un ragazzo aspettava ansioso che qualcuno aprisse. Era alto, magro, indossava dei jeans alla moda e un maglione lungo, portava inoltre un paio di occhialetti da intelligentone. Notai che aveva con sé una valigia. Mi affacciai alla porta e urlai: "Mi dispiace, ma non voglio comprare niente da te!" e gli sbattei la porta in faccia. Suonò di nuovo il campanello, farfugliando qualcosa che centrava con il Ministero della Sapienza. Aprii il cancello e il ragazzo mi sorrise, ringraziandomi con un forte accento inglese. Il silenzio fu interrotto dalle sue parole, mi disse: "Ciao Alessia! Piacere, John! Mi ha mandato il Ministero della Sapienza per aiutarti nella missione KGF segreta. Mi hanno detto che sei in casa da sola questi giorni, così sono venuto a farti compagnia e la tua casa sarà anche la mia!" "Che razza di maleducato!" pensai. In quel momento avrei tanto voluto strangolare lui e tutti i membri del Ministero. Come si erano permessi di mandarmi uno sconosciuto senza la mia autorizzazione! Ricordai le parole di mia nonna, quindi risposi con un sorriso, che anche i ciechi avrebbero visto che era finto: "Ciao! Piacere! Che bella sorpresa! Entra pure! Stavo giusto preparando una tazza di tè...". "Oh grazie mille, gentilissima!". Lo feci accomodare sul divano e dissi: "Quanto pensi di restare qui?". "Beh per il fine settimana, fino a che non arrivano i tuoi genitori". "Ah... e tu ti sei portato una valigia così grande per due giorni?". "He He! Infatti questa valigia non contiene solo i miei vestiti. Beh, vedi... io sono uno scienziato, hai presente Einstein?". "Modesto il ragazzo! E cos'hai nella borsa, la macchina del tempo?". "Spiritosa! Ho inventato uno strumento che, unito alla tua magia, riuscirà a distruggere le sette streghe, non è una ciuttata?". La sua notizia aveva ridestato in me i sentimenti della vecchia Alessia, deglutii cercando di ricacciare indietro le lacrime. Feci un respiro profondo, poi ripresi dicendo: "Fantastico! E quando si dovrebbe fare?". "Anche subito, dato che terranno una riunione importante tra un'oretta, il tempo di spiegarti il piano e andiamo!". "Mma...ma non sono pronta!". "Si che lo sei! Basta crederci!". "Ok...dimmi cosa devo fare". "Dopo complicate ricerche, ho scoperto come risucchiare i poteri alle streghe. Il tuo incarico è quello di piazzare il dispositivo che ho creato, nella sala dove tengono le riunioni e di attivarlo una volta che tutti i membri del Consiglio saranno presenti. Nel momento in cui cominceranno a stare male, dovrai evocare un'Onda Celeste che li ucciderà tutti... sei capace di evocarla, vero?". "Sì, mi ha insegnato Linda, mi aveva già accennato quello che dovevo fare, ma... non credo di esserne capace; voglio dire, ho appena scoperto di essere una strega e non ho mai fatto nessun incantesimo...". "Non ti preoccupare, vedrai che ce la farai, io ti starò vicino". "Grazie John!". "Ora andiamo, prima che sia troppo tardi". Feci un cenno affermativo col capo. Prendemmo i cappotti e ci imbacuccammo per bene, poiché fuori c'erano dieci gradi sotto lo zero. John trascinava rumorosamente la sua valigetta sull'asfalto ghiacciato. In quel momento tutto sembrava immobile, come se fosse appeso all'estremità di un burrone e come se quel tutto dipendesse da me. Salimmo sulla macchina verde smeraldo di John, durante tutto il viaggio regnò il silenzio. Guardavo fuori dal finestrino, i campi congelati, gli alberi spogli, le case buie, i camini spenti; questo era il tutto a cui mi riferivo. Chiusi gli occhi per concentrare il respiro e rilassai i muscoli pensando ad un luogo positivo. Subito apparì l'immagine di mia nonna con i suoi capelli neri appena tinti, le sue parole rimbombavano nella mia testa. Questa volta le seppi collocare al posto giusto: nel mio cuore. Riaprii gli occhi sospirando e vidi che eravamo arrivati. Scendemmo dalla macchina e attraversammo lentamente il viottolo che conduceva alla residenza del Consiglio della Magia Nera. Rimanemmo a fissare l'enorme portone della casa come se, al di là di quello, finisse l'universo. Solo dopo qualche minuto mi resi conto di un problema e dissi: "Scusa John, ma come facciamo ad entrare senza essere visti?". "Beh... io sto aspettando te!". "Me? E cosa dovrei fare?". Mi risposi da sola, dovevo far scaturire il mio antico potere! Chiusi gli occhi, mi concentrai al massimo focalizzando il mio pensiero su quello che volevo. Quando gli riaprii, John era scomparso nel nulla. "John!... John! Dove ti sei cacciato?" urlai. Una voce mi rispose: "Alessia, sta tranquilla, sono qui, accanto a te. Stavi desiderando di entrare qui dentro senza essere vista, ed eccoti accontentata! Ci hai fatto diventare invisibili... ah, una cosa, sappi che ora possiamo oltrepassare i muri della casa senza bisogno di una porta...". I miei poteri non finivano mai di sorprendermi! Chiusi gli occhi e afferrai la mano di John. Quando gli riaprii, apparve davanti a me un enorme salone buio. Avevo paura, continuavo a ripetermi che ero forte e che ce la potevo fare. John mi sussurrò: "Io mi fermo qui, ora tocca a te. Alessia, se hai bisogno di aiuto, premi il pulsante posto sotto l'apparecchio, farà illuminare il mio orologio e saprò che sei in pericolo". "OK, grazie John! Allora vado, ma... sei sicuro che questo aggeggio funzionerà?". "Sicuro come sono sicuro di essere uno scienziato superrr!". "Beh... allora posso stare tranquilla" pensai ironicamente; quando faceva queste uscite non lo sopportavo proprio. Presi la valigetta e mi allontanai dal salone. Conoscevo bene la stanza delle riunioni, poiché già quella mattina le avevo fatto una visitina.

La vidi, vidi la porta che mi avevano tanto descritto, quindi entrai attraverso il muro senza fare rumore. Il cuore mi batteva forte, notai che c'erano solo quattro streghe incappucciate che indossavano una lunga veste viola. Mi sdrai in un angolino della stanza in attesa che arrivassero tutti. Il tempo trascorreva, l'adrenalina aumentava, mi apparvero le immagini delle persone a cui volevo bene, come se dovessi provare questo sentimento per l'ultima volta. A distrarmi da questo stato di trance fu la voce profonda di una delle sette streghe che stabilì l'inizio della riunione. Scattai in piedi e cautamente tirai fuori dalla valigia il dispositivo. La mano mi tremava, così come ogni singola cellula del mio corpo. Sfiorai il pulsante "on", poi una seconda volta un po' più forte e infine mi decisi a premerlo con maggior sicurezza. Una luce accecante, una polvere argentata e tante scintille di mille colori. Rimasi pietrificata nel vedere quello che stava accadendo: le streghe si accasciavano a terra, in una reazione a catena, contorcendosi dal dolore. Non dovevo perdere tempo! Mi concentrai, controllando i respiri e i battiti del cuore. Pensai intensamente a quello che volevo. Una scena orribile apparì ai miei occhi: schizzava sangue da tutte le parti, le streghe, una dopo l'altra, si stavano sciogliendo, trasformandosi in tante gocce d'acqua. Scoppiai a piangere, interrompendo così l'incantesimo. Le due streghe rimaste si voltarono verso di me, si presero per mano e incominciarono a borbottare qualcosa in una lingua sconosciuta. Caddi pesantemente sul pavimento freddo con un forte dolore alla testa, ormai era la fine, avevo fallito anche questa volta. Improvvisamente apparve ancora una volta l'immagine di mia nonna, sorrideva, non mi disse nulla, si limitò a mandarmi un bacio con la mano, poi svanì da dove era apparsa. No! non potevo morire! Non ora! Dovevo vendicarmi della morte di mia nonna! Le lacrime pulivano il mio viso impolverato. Raccolsi tutta la forza che mi era rimasta e mi rimisi in piedi. Chiusi gli occhi per concentrarmi e continuai l'incantesimo. Una volta terminato, gli riaprii lentamente. Le due streghe, che un momento prima mi stavano lanciando un incantesimo per uccidermi, ora non c'erano più. Vidi in lontananza qualcosa che si stava avvicinando con una rapidità incredibile: L'ONDA CELESTE! Ora era veramente la fine! Mi accasciai a terra svenuta.

Aprii prima un occhio, poi l'altro, vedevo tutto sfocato. Poco dopo riuscii a distinguere la figura di John che mi stava sorridendo. Sussurrò: "Ti senti meglio?". Risposi con un verso che faceva intendere di sì. Solo allora capii che mi trovavo seduta sul soffice divano di casa mia, dissi: "Ma cos'è successo? E le streghe? Come faccio ad essere viva?". John mi rispose con voce ferma: "Rilassati, è tutto a posto. Meno male che mi sono preoccupato di andare a vedere cosa stava succedendo, non arrivavi più! Sono giunto giusto in tempo per evitare che l'Onda Celeste ti sommergesse, l'ho bloccata con il mio dispositivo multiuso! A proposito, come mai non hai schiacciato il pulsante? Sarei corso ad aiutarti...". "Non ne avevo le forze... è stato orribile!". "Lo so, e ti faccio i miei complimenti, anche il Ministero della Sapienza te li fa e ti ringrazia di cuore". "Sono nata per salvare il mondo, si o no?" e scoppiamo a ridere fragorosamente.

La sera, mostrai a John il mio giardino, dove solitamente mi ritiravo per meditare. Ci sedemmo su una panchina ad ammirare le stelle che quella sera luccicavano particolarmente. "Sai John... non avrei mai pensato che saremmo diventati amici... voglio dire tu ed io... io e tu... cioè... va beh, lasciamo perdere". "Sì, ho capito cosa volevi dire. Sai, all'inizio ti trovavo davvero insopportabile, ma da quando ti ho conosciuta meglio, credo che dentro di te ci sia una luce grandissima...". Rimanemmo in silenzio ad assaporare il nostro momento di gloria.

Una stella spiccava nel cielo scuro, infinito; emanava un fiotto di luce dorata, e mi fece l’occhiolino. "Grazie di tutto, nonna! – pensai - ti voglio bene".

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  12.06.2010 | 09:13
la tortora
 

Mi sedetti sulla panchina di plastica, con cautela, per evitare gli escrementi di uccello disseminati dappertutto. "Chi non ha consapevolezza vola, e chi ce l’ha non può volare" dissi.

La tortora sul ramo del pesco secco mi guardò pietosa, poi le sue ali sbatterono con una violenza da strappare le tegole e la portarono via.

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  20.02.2010 | 18:29
pizze
 


Vado a prendere due pizze alle cipolle perché la mia donna mi ha lasciato a secco. Mi ha telefonato all'ora di cena e mi ha detto che non tornerà.
"Fatti una minestrina" mi ha detto.
Rispondo sì sì sì come quando nel confessionale la voce dice di non peccare più.
"Laura! Dobbiamo accontentarci di una minestrina".
"Pizza o morte!" ringhia mia figlia.
Prendo la moto ed esco, fuori è quasi zero ma io con la moto vado anche sotto zero, perché d'estate con la macchina si va anche con quaranta gradi, no?
Eppure l'aria non è così cattiva, io sono ben tappato e impavido e alle otto parcheggio davanti alla scritta "locanda di mezzanotte",  dove sotto dice: "Pizze anche da asporto"
Un ragazzo con i capelli in piedi, appoggiato al muro, aspetta che mi tolga il casco e mi dice: "Freddo!".
"Eh, sì".
"Bella. Cilindrata?".
"Cinquecento".
"Bella". Tira nella sigaretta e più che un tiro sembra un bacio. Anche il ragazzo assomiglia a una sigaretta.
Entro e mi annuncio con il dlindlon della porta. Odio questi muri stuccati verde pisello, ma alla reception riceve una ragazza mora carina. Mi vede e se ne va. Arriva il barista. "E' servito, caro?".
"Vorrei due pizze alle cipolle anche da asporto".
Mi sorride, l'orecchino gli brilla. "Questa sera c'è il mondo, dovrà aspettare qualche minuto".
Ripassa la ragazza mora. Mi sembra che la sua pancia sia cresciuta. Mi guarda come per redarguirmi che non è vero.
La sigaretta, fuori, stretta nel suo chiodo di pelle, gira  intorno alla mia moto. Magari mi vuole tagliare il tubo dell'antigelo. Mi avvicino alla porta, che mi legge e fa dlindlon.
Quelli che entrano mi guardano come si guarda un motocicilsta in pizzeria La ragazza passa e ripassa dal bar alla sala e mi guarda come si guarda un posacenere in pizzeria.
Il barista si gode la vista della ragazza e ogni volta le dice che un giorno o l'altro per lei farà una pazzia. "Sei troppo bella" le dice.
"Ma va' - si schermisce la ragazza - e poi ho una faccia così stanca stasera".
"Stanca? Bellissima, ti dico. Una di queste sere scappo con te".
La ragazza mi passa vicino, io assumo un'aria da posacenere e d'altra parte non saprei che consigli darle. Però sono d'accordo con il barista, Magari si scappa in tre.
Do un'occhiata fuori, la moto c'è , Sigaretta no.
Quelli che entrano e fanno dlindlon mi vedono come un posacenere vestito da motociclista. Uno arriva ad avvicinare la cicca al mio viso e penso adesso me la spegnerà addosso, invece la agita e dice: "Le dà fastidio?".
Io gli indico il cartello VIETATO FUMARE.
"Lo so - mi dice - volevo solo sapere se a lei dà fastidio".
Prima che possa rispondergli, arriva la ragazza bruna. "Ecco due alla cipolla". Esco, il ragazzo non si vede. Il fumo della pizza fuoriesce dalle narici dei cartoni. Le carico sulla moto, infilo il casco e accendo.
E mentre sto indietreggiando, lo vedo, Sigaretta, rinchiuso in una familiare, che mi fa ciao con l'aria triste, come se stesse per andare in prigione o fosse stato abbandonato.
"Avrei preferito far colpo su una ragazza" dico a mia figlia con un'impennata di autostima. Laura non mi smonta. "Devi andarci col cane".
Giusto, il giorno dopo vado a prendere la pizza con Margherita, il mio golden retriever. Anche se mia moglie non voleva. "L'abbiamo appena presa ieri, la pizza".
"Io, non tu".
"Ma io non la voglio".
"Cambierai idea, non te la senti già sotto i denti?".
Ma lei è ancora nauseata della torta al cioccolato che ha mangiato alle cinque al compleanno del nipote.
Nemmeno Margherita sembra molto contento, cammina svogliato e sembra foglia farmi un piacere. "Vedrai che è bello" gli dico. Ci portiamo a casa le pizze, vuoi anche tu una pizza? C'è una morettina e si sa alle donne piacciono gli animali".
Margherita mi guarda e so che vorrebbe dirmi che allora bastavo io, ma alle donne piacciono proprio quelli che camminano a quattro zampe e fanno bau e non vanno mai allo stadio.
Davanti alla pizzeria c'è Sigaretta. In piedi, con i capelli in piedi.
"Freddo!" mi fa.
"Eh, sì".
"Bello. Nome?".
"Margherita".
"Quanto?".
"Cinque anni".
Lo lascio fuori legato al palo della luce.
Dlindlon. "Desidera, caro?".
"Due pizze da asporto".
"Spiacente caro, il mercoledì è aperto solo l'hotel, niente pizza" dice, porgendomi i bigliettini da visita. "Telefoni, telefoni pure, prenoti per telefono, la prossima volta".
Guardo fuori. Sigaretta gira intorno al cane, lo osserva. Magari vuole tagliuzzarlo. "Non c'è la signorina?".
Mi fa gli occhioni, si volta verso il bar. "Jasmine!".
Jasmine arriva. Mi sembra che le sia cresciuta la pancia. "Salve" dico.
"Mi dispiace, la pizzeria è chiusa".
"Lo so - dico - volevo solo farle vedere il mio cane. Le piace il mio cane?".
Jasmine fa una faccia mica tanto contenta. "Mi piacciono i gatti".
"Anche quello è un animale" dico.
"Lo vedo".
"E' di razza".
"Non distinguo le razze".
"E' giovane, consuma un sacco. Gli piace molto la pizza".
"Domani può passare a prendere la pizza per il cane".
"Io pensavo che alle ragazze piacessero  i cani".
"Lei non conosce le ragazze".
Ci pensai su un po'. "Vero" convenni.
"Posso andare?"
"Certo, come no?".
Il cane mi sorrise. Lo giuro, un sorriso malefico.
Il ragazzo non era più nei paraggi, guardai dentro le macchine e non c'era traccia.
Liberai Margherita e mi feci trascinare verso casa. "Tu non piaci mica alle ragazze" gli dissi.
"Fece finta di niente, annusava il terreno ghiacciato e poi guardava in alto.
"Che fai, guardi le stelle?" gli dissi. Margherita alzò una gamba, pisciò contro un fico, poi prosegui per la sua strada, come se non volesse più avere niente a che fare con me.

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  25.12.2009 | 22:24
venticinque
 

La neve stava prendendo il colore sporco della strada, la natura tratteneva il respiro.
Ago indicò la strada con la tazza piena di vermouth. "La notte scorsa non hanno pulito. Per cosa li paghiamo, questi qui?".
Liliana sistemò la pentola nella credenza. "Non fare così, tutti quanti sono a fare compere, c'è aria di festa".
"Non mi interessa l'aria di festa, il comune deve pulire. Se io esco e cado e mi si rompe qualcosa, festa o non festa finisco in ospedale".
Lili gli si avvicinò, lo abbracciò da dietro, gli carezzò il petto, appoggiando la guancia alla sua schiena. "Ricordati, amore, peace&love".
"Un corno" muggì Ago e si versò del vermouth. Fine della bottiglia.
"Smetti di tracannare quella roba, questa sera berremo un sacco di schifezze, non è il caso".
"Megera!".
"Carino, da parte tua. Carino, la vigilia di Natale".
Ago sollevò la tazza. "Dico a lei".
Lili guardò fuori. "Oh, quella! Si direbbe quasi che sia un odio amore".
"Non è odio e amore, è merda e merda!" perché adesso lo sai cosa farà quella? Fermerà il cane davanti al numero venticinque, cioè casa nostra, perché per loro il venticinque è un cesso. Questo è il loro messaggio. Lo sai, vero, cosa pensa di noi?".
La donna, centoventi chili che avanzavano a fatica, sembrava tuttavia trascinata a forza da un cane piccolo e peloso, grigiastro, che tirava il guinzaglio come un dannato.
"Hai visto? Non vede l'ora di fermarsi al venticinque. Gli scappa, non ce la fa più, ma piuttosto che fermarsi prima muore".
Lili si staccò da lui. "Io non capisco perché devi rovinarti anche le feste. Vai da lei e parlale".
"Agli animali non si parla. Dovrebbe capirlo da sola, la megera, ma in fondo anche lei è un animale".
Lili scrollò il capo, guardò la bottiglia vuota e la portò in cantina.
Ago si infilò il cappotto ed uscì sul vialetto, dove era parcheggiata la macchina.
"Dove vai?" chiese Lili dalla cantina.
"A comperare il vermouth" mormorò Ago, tra sé.
La donna e il cane si fermarono al venticinque. Lei sollevò appena lo sguardo e vide Liliana scomparire dietro la tendina. "Stronzi!" mormorò. Il cane, come se avesse ricevuto un preciso comando, piegò le zampe tremanti, avvicinò il posteriore al terreno  e lasciò il suo commento.
Ago controllò la macchina. Un lembo di parafango si stava staccando, c'era una nuova ammaccatura sullo spigolo. Grugnì, si infilò nell'auto, innestò la retro e uscì in strada. Guardò dal finestrino. Davanti a casa due palline marroni fumavano nella neve. "Merda!" esclamò. Si guardò intorno e partì. Avanzò piano, controllando i marciapiedi e le vie laterali. La megera sembrava essersi dissolta.
Ago fermò la macchina davanti alla drogheria. Un bigliettino diceva che si chiudeva alle quattro. Entrò. "Faccio ancora in tempo?".
"Per te c'è ancora tempo, tesoro" disse Vanna. Stava tagliando sottili fette di prosciutto, le levava con la pinzetta, le controllava ad una ad una. Il cliente del prosciutto, le mani affondate nelle tasche, guardava alternativamente Vanna e Ago, aspettava uno scambio di battute.
"Un etto, ha detto?".
Il cliente sobbalzò come se qualcosa di molesto l'avesse risvegliato. Chiese due etti. Gli occhi sotto la coppola si vedevano appena.
Ago studiò i liquori sullo scaffale. Prese una bottiglia di grappa e una di vermouth. Il cliente del prosciutto ebbe uno spasimo di impazienza. Ora cercava di leggere le etichette dei liquori.
"Fanno otto euro" disse Vanna al cliente. Il cliente sorrise, pagò, di nuovo tornò a guardare ora Vanna ora Ago, poi le bottiglie. Visto che non accadeva nulla, uscì.
Ago appoggiò le bottiglie sul banco. "Cosa fai di bello?".
Vanna levò gli occhi al cielo. "Cena con mio padre, niente di che. e Tu?".
"Cena con mia moglie. Niente di che".
"Prima però mi tolgo l'ossigenatura dai capelli. Ti piacciono i capelli neri?".
"I miei preferiti".
"Mi faccio tutta nera. Immagino mio padre, quando mi vedrà, mi dirà hai cambiato di nuovo? Non ha tutti i torti, in un mese è la terza volta che cambio. Ma qui ho la ricrescita grigia, vedi. Fanno dodici euro".
Ago pagò. "E adesso puoi chiudere - disse - Buon Natale".
"Lo spero" disse Vanna.
Ago pestò la neve sporca, salì in macchina e sistemò per bene le bottiglie sul sedile del passeggero. Guidò piano guardando gli alberi addobbati nei giardini. I cani correvano ai cancelli, sembrava che le palle luminose latrassero.
"Maledetti" disse. Si fermò, svitò il tappo del vermouth, mandò giù un sorso. "Maledetti" ripetè. Ripartì, le ruote slittarono sulla neve, la macchina non teneva bene la strada, seguiva il flusso di onde ghiacciate, se ne andava alla deriva.
"Maledetto paese" pensò. "Maledetto Natale, maledetta vita, maledetti tutti". Ricordò sua madre, che viveva in paese, che gli faceva ancora trovare un pasto caldo. "No, lei maledetta no". Maledetti il parroco, il sindaco, le case mai finite e mai cominciate di quel paese fantasma, i negozi che aprivano e chiudevano perché non c'erano clienti, ma bestie. "Maledetti i barboncini, i guaiti, gli stronzi gialli che guarnivano le strade come festoni odorosi.
Ricominciò a piovere, gocce pesanti e rumorose. Ago posizionò il riscaldamento al massimo, si fermò con il motore acceso, chiuse gli occhi, immaginò paesi tropicali, gente nuova, straniera, dalla lingua incomprensibile e dal pronto sorriso. Mandò giù un altro sorso di vermouth e il caldo che sentì nello stomaco pensò fosse un sole di spiaggia.
Riaprì gli occhi. La megera, a cinquanta metri da lui, stava tirando il cane per il guinzaglio. Il cane voleva fermarsi ad annusare, forse a lasciare qualche goccia odorosa, ma lei lo tirava via per portarlo al numero 25, ne era sicuro, dove avrebbe scaricato vermi, tossine, saliva, tutti gli odori di una vita non ancora sperimentati.
"Maledetta" grugnì. Innestò la marcia e avanzò piano. La megera fece attraversare il cane, scomparve nella via laterale.
Ago si fermò. Svitò la bottiglia, bevve un lungo sorso. Era bello sentire il liquido correre giù a scaldare le parti fredde e incerte del cuore.
Svoltò a passo d'uomo. Ecco la megera. Sembrava una massa tumorale, quella schiena tonda e nera che si ingrandiva di giorno in giorno.
Una volta Ago aveva tirato la macchina su un rettilineo, faceva gli ottanta in seconda, uno scatto non male.
"Riproviamo" si disse. Fece ruggire il motore e puntò sulla donna. Non aveva molto tempo, però riuscì a immaginare la nera massa carnosa che colpita schizzava su per il cielo per precipitare da qualche altra parte, molto molto lontano.
La megera sentì che alle spalle si approssimava una valanga, o qualcosa di simile. Si voltò e spalancò gli occhi.
Ago fu molto felice di leggervi il terrore, era il suo primo vero regalo da un sacco di tempo a questa parte. La megera era una lepre impietrita, una preda senza scampo in cerca di una via d'uscita.
A pochi metri dall'impatto, sopra un dosso d'asfalto, il muso della macchina si mise curiosamente a dondolare, come la testa di Lili. No, no, non è così che si fa, è la vigilia, peace&love. Ago era sicuro di riuscire a raddrizzarla, riuscì persino ad appoggiare una mano sulle bottiglie per evitare che cadessero sul tappetino. Ma l'auto prese una strada solo a lei conosciuta, uscì dall'alone luminoso del lampione, si sollevò lievemente da terra come se volesse imparare a volare, poi precipitò verticale nel fosso e Ago fu tremendamente deluso nel constatare che la tumorale massa nera passava indenne al suo fianco e che il fosso non era così basso come ricordava, ma profondo e infinito, lucente come un pericardio infiammato, doloroso come una vita, incompatibile con la vita.
La megera stropicciò gli occhi. Estrasse il fazzoletto e si asciugò il collo. "Oh Signore" mormorò. Camminò fino al venticinque, si fermò e incitò il cane: "Forza bello, la tua ultima occasione, oggi. Poi si rientra". 

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  20.12.2009 | 17:47
trattoria con vista sul Sahara
 

Mi trovavo in Africa, poco tempo fa, con il compito di visionare quattro cammelli da comperare per una gioielleria di Milano. Le gobbe dovevano essere imponenti e regali, perché i cammelli dovevano stare in vetrina zeppi di diademi, ma questa è un'altra storia.
Dopo aver girovagato in cerca di un posto dove mangiare un boccone, con la cocciutaggine di un italiano convinto di trovare pizzerie ad ogni angolo, mi fermai da Mohammed Gennaro, specialità cuscus napoletano. Meglio di niente.
Il locale non era male, il soffitto era a pois verdi e il pizzaiolo aveva il suo fez in testa e portava i guanti di pelle scamosciata per impastare certe palle verdi che poi sarebbero diventate pizze. Aveva un suo modo eccentrico di lavorare, le lanciava in alto, quelle più di una volta si attaccavano al soffitto e rimanevano lì, e poi quando erano pronte cadevano sul banco con un tonfo e la forma era fatta.
"Ciao  - mi disse - siediti dove vuoi".
Mi sedetti dove volevo, cioè vicino al pizzaiolo, perché mi incuriosiva, ma un omone nero che sembrava sbucato da un fumetto degli anni venti mi sollevò con la sedia e tutto e mi portò presso la finestra. "Cuoco praivasi, cuoco praivasi" disse abbagliandomi con i denti perfetti, dove ce li aveva.
L'angolino che dava sul retro non era male, vedevo il Sahara, un paio di rocce nude, dalle forme quasi umane, sembravano messe apposta, e poi le dune e poi il cielo e nient'altro, come se quello fosse il confine del mondo.
Ordinai una bevanda all'aglio olio e peperoncino e una coscia di struzzo aglio olio e peperoncino e una specie di polenta rossa aglio olio e peperoncino. Il deserto mi sembrava una distesa di peperoncino, il cielo un olio extravergine, le rocce tocchetti di aglio lasciati friggere sotto il sole. Chiesi una bevanda più blanda, tipo vino all'amatriciana.
Quando mi alzai per pagare sentii un brontolio all'intestino. Piccoli dolori sparsi affioravano dall'addome. Chiesi del bagno.
"Fuori avanti cinquanta metri, a sinistra" disse il pizzaiolo sorridendo, e lanciò in aria una palla di pasta.
Aprii la porta. Meraviglia. Avevo davanti a me la distesa desertica, e se il bisogno non me lo avesse impedito mi sarei seduto lì e lì sarei rimasto.
Camminavo e pensavo:  certo che potrebbero metterlo più vicino. Non ha senso, un cesso nel deserto.
Mi affiancò un tipo, che mi offriva l'attivazione di una linea telefonica senza canone, zero spese e zero telefonate. Era un tipo vestito all'occidentale, camminava a piedi nudi e mi rincorreva con penna e prestampato. "Riempia i puntini, riempia i puntini, metta il suo codice fiscale" diceva.
Io, piegandomi per la diffusa motilità intestinale, lo spinsi via con la mano. Il cesso era la cosa più importante della vita, le dune erano colline di escrementi, il cielo uno sciacquone universale, il mondo un'immensa latrina. Il cesso era più importante della moglie, della prole, del lavoro, dei cammelli, della gioielleria. Avrei dato un impero per un cesso, per un cesso sarei passato dalla cruna di un ago, a costo di lasciare la pelle dall'altra parte.
E la latrina non si vedeva, altro che cinquanta metri.
"Buon uomo, buon uomo!". Era un vecchio con un dente solo, i vestiti slavati, il cranio cotto dal sole. Sono un povero naufrago, riportami a terra, ti prego, diceva. E io a spiegargli che a terra c'eravamo già, e lui a indicarmi le dune: "Guarda il mare come è arrabbiato". Mi misi carponi e lui anche e per un po' mi seguì, poi ci rinunciò. "Non so nuotare, non ci vengo con te, mi  porti dove non si tocca".
In fila indiana la bevanda al peperoncino, la coscia di struzzo, la polenta rossa e il vino all'amatriciana si divertivano nel colon, come sulle montagne russe, e io mi misi supino e strisciai.
"Non è così, non è così che si puliscono i pavimenti" mi disse un piazzista sbucando da un cactus con un aspirapolvere in mano. Il deserto non era così deserto come si voleva far credere. Questi disperati stavano battendo zone incontaminate.
"Guardi qui" mi disse, e aspirò una duna intera, con una gran sorriso stampato sul volto, come si conviene ad ogni venditore. "Visto quanta sabbia? E scommetto che lei la spinge sotto il tappeto".
Toilette, toilette, poi ne riparliamo, tagliai corto.
Era la fine, la fine del mondo, non ce l'avrei mai fatta. Sentivo la pancia tesa come un tamburo, pronta a scoppiare, le gambe tremavano senza controllo.
Una bella roccia abbrustolita come l'aglio mi chiamò: vieni, uomo con la cravatta, vieni a confidarti con me.
Mi precipitai dietro, dove non c'erano piazzisti e naufraghi e compagnie telefoniche in agguato. Quello era proprio un bel posto.
Mi slacciai la cintura con lentezza, fra gli spasmi delle coliche, per gioire al massimo stadio della meta prescelta, e quando mi scaricai ero felice ed avevo donato un nuovo senso alla vita.
Il cielo era tornato cielo, il masso masso, le dune erano dolci curve femminee.
Mi giunse il rumore di uno sciacquone. A pochi passi da me, in una conca di rena, vidi il piazzista che ridendo usciva dalla toilette. "Ragazzi, sono davvero organizzati. Fantastico, in pieno deserto".
"Mi dia l'aspirapolvere" dissi. Prima che esultasse lo aspirai, poi tornai dal naufrago carponi e lo aspirai, poi tornai dal tipo della società dei telefoni e l'aspirai, poi rientrai in trattoria.
Il cuoco mi guardò con aria scema, e con le mani guantate si aggiustò il fez. "Fatto?" disse.
Puntai l'aspirapolvere e lo aspirai.
Dal soffitto, con un tonfo sordo, cadde una palla verde sul banco. La fantastica pizza aglio olio e peperoncino era pronta da infornare. 
  

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  05.10.2009 | 23:56
Mao
 

Un rumore di cocci ruppe il sonno.
Fabrizio era troppo stanco anche per bestemmiare. Si trascinò alla finestra e vide la bottiglia di birra vuota in frantumi sul selciato.
Mao, il gatto dal pelo rosso, lo guardava con aria di sfida.
"Hai visto cosa hai fatto?".
Mao levò il muso, come se quel rimprovero avesse un odore, poi se ne andò tranquillo.
"Io non raccolgo!" esclamò Fabrizio.
"E' colpa mia" disse una voce. "Ho bussato alla finestra e non hai sentito".
"Dove sei?".
"Qui sotto" disse Franco. Sedeva contro il tronco del ciliegio.
Fabrizio prese le birre in frigo e andò a sedere sotto l'albero. "Tieni".
Franco si attaccò alla bottiglia.
"Io qualche volta Mao lo ammazzo. Tienitelo in casa, vuoi?" disse Fabrizio.
"Non può, è un gatto selvatico, è uno di noi".
"Io non sono selvatico, sono sempre in casa".
Franco tolse la schiuma dai baffi e se ne servì per pulire le unghie. "Comunque la pensi, tu sei uno selvatico".
"E comunque qualche volta lo ammazzo".
"Te li raccolgo io, i vetri".
"Mi dà fastidio, e anche tu mi dai fastidio quando scavalchi".
"Non te la mangio mica, la proprietà".
"Con il pelo ci farò un tappetino per il bagno".
Franco scattò in piedi, le sue labbra tremavano. "Ehi, comincio a pensare che dici sul serio".
Fabrizio sorrise e grattò il petto nudo. Una ciliegia cadde e lo sfiorò.
"Dici sul serio?" incalzò Franco. 
"Hai i calzoni sporchi di ciliegia".
Franco li esaminò, ad un tratto sembrava un bambino impaurito. "Chissà cosa dirà Laura".
"Come sta Laura?".
"Ha di nuovo minacciato di andarsene. Ormai ci ho fatto il callo".
"Dovresti essere meno selvatico".
Franco sorrise. Aveva dimenticato la faccenda del gatto. "A lei piacciono i selvatici".
"Lo so bene".
Bisognava stare attenti quando si parlava del suo gatto e della sua donna. "Cosa significa che lo sai bene?".
"Perché sta con te, ecco perché. Io non sono selvatico come te, non sono il suo tipo".
"Tu non ti conosci abbastanza, tu sei selvatico, ti ripeto. Qualche volta ti spiego perchè".
Rimasero un po' in silenzio a guardare le fronde del ciliegio, poi Franco disse: "E' ora che vada". Raccolse i cocci, li depositò sul davanzale, raggiunse il muretto e lo scavalcò.
Fabrizio pensò come far fuori il gatto, ma non gli veniva in mente nulla. Una volta gli aveva tirato una scarpa, e poi un sasso. Una tazzina da caffè, anche. E ogni volta Mao, dopo uno scatto repentino, si era girato a guardarlo con aria di sufficienza.
Un urlo strozzato rovinò l'oasi di quiete. "Lauraaa!".
Fabrizio odiava le urla. Si chiuse in casa. "Lauraaa!". La voce passava attraverso le finestre chiuse.
"Speriamo che abbia portato via anche il gatto" pensò Fabrizio. Lo avvolse un benessere che non provava da tempo.  
 
   


    

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  07.01.2009 | 22:03
liberta' di parole
 

Lo scorso giugno, in occasione del festival del racconto di Cremona, che pare quest'annno si terrà ad aprile, venne indetto un concorso: "Libertà di parole". Ho gratuggiato un terzo posto, ma non è del mio pezzo che voglio parlare.
Non autorizzato dall'autrice che ha vinto, affascinato dal suo racconto, consapevole dei rischi che corro, pubblico qui, sotto la mia responsabilità, nel pieno possesso delle mie facoltà, il brano medaglia d'oro, si fa per dire, perchè dei medaglie non ce n'erano, se mai abat-jour, trattandosi di un concorso promosso da Enel, in collaborazione con comune di Cremona, Provincia di Cremona, Regione Lombardia, ministero per i beni e le attività culturali, Rizzoli.
Se L'autrice, che ho conosciuto di persona e che stimo, fosse contraria, mi potrà scrivere, perseguire o perseguitare fino al mio sacrificio supremo. Io denuncio pubblicamente il mio amore per il suo brano e qui lo riporto integralmente. Mr. Knife vi rapirà dalle prime righe, e la signorina che si racconta vi affascinerà fino a cercarla - invano - persino su Fèisbuc.
La lampada che ho vinto non ha un interruttore, si accende e si spegne con un'oscillazione, ricorda il ritmo dei petali strappati a una margherita. Mi ama, non mi ama.

Vai.


Vita nel circo delle parole

di

Anna Martinenghi


Dalla “Gazzetta di Nezville” del 1° giugno 1908:
“NEZVILLE - Grave incidente occorso domenica
pomeriggio presso il famoso ‘CIRCO DELLE PAROLE’
giunto in città la scorsa settimana. Durante il gremitissimo
spettacolo delle 16.30, la folla ha assistito attonita al
clamoroso errore del lanciatore Mr. David Knife, che ha
gravemente ferito la sua assistente Miss Lavinia Ashford
centrandola in pieno petto con uno dei suoi affilati
strumenti. Le condizioni della donna sono subito apparse
gravissime. Soccorsa da un medico presente allo
spettacolo Miss Ashford è stata prontamente ricoverata
presso il locale ospedale di Nezville e sottoposta a delicato
intervento chirurgico dal Dottor Arthur Bridge.
Nonostante la grave emorragia e la profonda ferita, le
possibilità di salvezza di Ms. Ashford sono buone. Mr.
Knife, ancora sotto choc è stato interrogato presso la
locale stazione di polizia, incapace di dare per il momento
risposte esaurienti al suo malaugurato gesto. La polizia sta
indagando sull’eventuale movente del lanciatore di coltelli
più famoso e fino a pochi giorni fa più preciso del mondo.
Il direttore del Circo delle Parole, Salomon Liubè si è
detto profondamente dispiaciuto dell’accaduto e
dell’inevitabile pubblicità negativa al suo circo: “E’ la
prima volta in tanti anni che un incidente funesta lo
spettacolo più bello del mondo” ha aggiunto sconsolato.
Conservo ancora il ritaglio di giornale con l’articolo
dell’incidente. Anche se è passato molto tempo, rileggerlo
mi dà ogni volta un brivido freddo lungo la schiena. E’
strano quanto i fatti appaiano diversi, raccontati da un altro
punto di vista. E’ sempre una questione di prospettiva e
soprattutto di parole. E noi di parole ce ne intendevamo al
Circo.
La selezione per entrare a far parte dello “Spettacolo
più bello del mondo” era stata durissima; nonostante
provenissi da una delle scuole circensi più note, durante i
provini avevo dovuto dar prova di conoscere e saper usare
le parole con grande abilità poichè Mr. Liubè la
considerava condizione essenziale per lavorare con lui:
“Le parole” diceva “sono la vera meraviglia. Con le parole
si può incantare qualsiasi mente”.
La mia memoria fotografica mi aveva aiutato a
snocciolare pagine e pagine di romanzi, poesie e racconti
e Mr. Liubè era rimasto colpito dalle mie ricche citazioni,
frutto ahimè di un semplice riflesso meccanico della
mente. Ma tanto bastò e venni presa e visto che in quel
periodo l’assistente del lanciatore di coltelli era fuggita in
Argentina con un falsario di parole, divenni la nuova
assistente di Mr. Knife.
Mr. Knife era un uomo introverso e misterioso, non
privo di un certo fascino. Il nostro primo incontro fu
veramente imbarazzante. Non disse una parola per oltre
un’ora, continuando insolentemente a fissarmi. Occhi
negli occhi. Avrei voluto dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma
rimasi ammaliata dallo sguardo magnetico di quell’uomo
alto quasi due metri. Dopo un tempo che mi parve
interminabile Mr Knife disse:
“Molto bene. Dovrai solo restare ferma e non smettere
MAI di guardarmi negli occhi. A tutto il resto penserò io”.
Poi dopo un’altra lunghissima pausa di silenzio aggiunse:
“Torna fra una settimana, a questa stessa ora.”
Rimasi sconvolta da quell’incontro e dal fare oscuro
di quell’uomo massiccio, ma siccome la paga era buona, il
Circo famosissimo e il lavoro poco impegnativo, decisi
che ci avrei almeno provato. Mi allontanai tentando di
scacciare il pensiero di Mr. Knife.
Mi rimaneva una settimana di tempo libero e
siccome il Circo offriva vitto e alloggio iniziai a
girovagare per l’enorme tendone. Dovevo avere un aspetto
assai buffo, sempre con la bocca spalancata dinanzi a tutte
quelle meraviglie. Il Circo delle Parole era un luogo
straordinario. Vi si esibivano solo le migliori parole del
mondo: LE PAROLE AMMAESTRATE, che ubbidivano
alla lunga frusta della loro domatrice; I GIOCHI DI
PAROLE dai nasi paonazzi e la battuta pronta; LE
PAROLE PRECISE sempre in bilico sulla corda tesa; LE
PAROLE BALLERINE che leggere e divertite aprivano lo
spettacolo cavalcando il dorso di PAROLE A BRIGLIA
SCIOLTA; c’erano PAROLE CONTORTE capace di
ripiegarsi in una busta strettissima e la famosa PAROLA
CANNONE, ambigua e temutissima, ma sempre piena di
fascino. In ogni angolo si allenavano GIOCOLIERI DI
PAROLE lanciando per aria PAROLE DI PROMESSA
che rapidi tentavano di mantenere. Gli sputafuoco
soffiavano dalla loro gola PAROLE ARDENTI e i fachiri
ingoiavano PAROLE TAGLIENTI. Solo le PAROLE
D’ONORE rimanevano uguali a se stesse nello spettacolo
del mimo. Era un mondo incredibile e non era difficile
ritrovarsi a parlare con buffe PAROLE minuscole, che
facevano piroette accanto a più incravattate e formali
PAROLE MAIUSCOLE. Solo le PAROLE IN GABBIA
mi mettevano una grande tristezza, chiuse nella loro
voliera di ottone, belle, ma pur sempre prigioniere.
I giorni passavano e avevo conosciuto gran parte
degli artisti del Circo, che mi trattavano con gentilezza e
simpatia, facendosi solo un pò scuri in volto quando
rivelavo che avrei lavorato come aiuto di Mr. Knife. Quasi
tutti abbassavano gli occhi farfugliando evasivamente che
Mr. Knife era un personaggio un po’ burbero, il che faceva
accrescere la mia apprensione per il nostro imminente
incontro.
Trascorsa una settimana, mi trovai di nuovo al suo
cospetto. Anche questa volta Mr. Knife restò a lungo in
silenzio, guardandomi dritto negli occhi, con
un’espressione sfrontata in cui non potei fare a meno di
notare un’insolita luce. Anche stavolta sostenni il suo
sguardo, rispondendo con tutta la sfacciataggine di cui mi
sentivo capace. In realtà mi tremavano le gambe, ma
questi sono dettagli.
Mr. Knife, come aveva fatto nel nostro primo
incontro, disse nuovamente:
“Molto bene”.
Poi sorrise. Era la prima volta che lo faceva. Aveva
un bel sorriso. Mi fece accomodare contro la parete di
legno su cui era disegnata una sagoma umana più o meno
delle mie stesse dimensioni e finalmente mi spiegò quello
che avrei dovuto fare:
“Come ho già avuto modo di dire, l’unica cosa che
devi fare è rimanere ferma e non smettere MAI di
guardarmi. Se ti fiderai di me, nessuna parola ti ferirà”.
Già, perchè nel Circo delle Parole Mr. Knife
lanciava parole affilate, anzi affilatissime. “Hai mai
sentito dire” proseguì “che ferisce più la penna della
spada?”
Annuii.
“E’ una grande verità, ma se ti fiderai di me e delle
mie parole, nessuna di queste potrà mai colpirti
veramente. Ora proviamo”.
Mr. Knife premette le sue grandi mani contro le mie
clavicole, facendo aderire perfettamente la mia schiena
contro la parete di legno. Per un attimo percepii il suo
respiro calmo e cadenzato sul mio viso; poi si allontanò di
qualche metro avvicinandosi ad un grosso baule. Lo aprì
in silenzio, spalancandone il coperchio ed estraendone
degli involti di panno verde, che svolse meticolosamente
nell’interno del coperchio. Un clangore metallico risuonò
sinistro nell’aria; il leggero tremore che la presenza di Mr.
Knife provocava in me si tramutò in un incontrollabile
spasimo e per la prima volta ebbi coscienza di ciò che
stava per accadere.
“Sai” disse Mr. Knife forse indovinando i miei
pensieri “non sono le parole ad essere cattive, ma l’uso che
se ne fa. Proprio come un coltello le parole possono essere
di grande utilità. Possono salvare una vita, o distruggerla.
Non dimenticarlo! Le parole, come le persone sono nate
per essere libere”.
Le mie gambe non sembravano sentir ragione e
continuavano a tremare, come immerse in una coltre di
neve ghiacciata.
“Concentrati su questo pensiero: immagina di
compiere un viaggio e giungendo ad un bivio di non
sapere quale strada imboccare per raggiungere la tua meta.
In prossimità del bivio ci sono due persone, una delle due
dice sempre la verità, mentre l’altra è immancabilmente
bugiarda. Tu non sai quale delle due dice la verità e quale
mente. Puoi formulare una sola domanda. Quale domanda
faresti?”
Mr. Knife estrasse il primo coltello dal panno verde
e il mio cuore smise improvvisamente di battere.
“Non saprei...” balbettai miseramente in preda al
panico “sono confusa”.
Mr. Knife sorrise di nuovo:
“Ricorda” continuò “non smettere di guardarmi”.
Un sibilo improvviso accompagnò le sue ultime parole e
un lungo coltello si conficcò nella parete di legno accanto
alla mia spalla destra, potevo percepire il metallo freddo
sulla pelle, tanto era vicino. Pensai di svenire. Mr. Knife
non aveva smesso di fissarmi. Soffocai un conato di
vomito.
“Questo primo coltello era la fiducia” riprese Mr.
Knife senza abbassare lo sguardo “L’unica domanda da
porre ad una delle persone al bivio è quale strada
indicherebbe l’altra e prendere la direzione opposta. La
risposta sarà in ogni caso una bugia, anche quella della
persona sincera costretta a riportare la menzogna
dell’altro. Persone e parole spesso sono una trappola, la
vita è una questione di fiducia, di sapersi affidare. Ora tu
ti sei fidata di me, sapevi che non ti avrei colpita”.
Annuiì, con la gola e la testa in fiamme:
“Si..”
Iniziai in questo modo a lavorare con lui. Non era un
lavoro, era una specie di incanto. Non appena Mr. Knife
estraeva i suoi coltelli dagli involti di panno verde,
diventava un’altra persona; da introverso e silenzioso si
faceva espansivo e loquace. Con i suoi coltelli lanciava
tutta la conoscenza del mondo, mi spiegava la ragione
delle parole e i meccanismi segreti della vita umana.
Imparai il significato profondo di parole come
COSCIENZA, GIUDIZIO, MORALE, TOLLERANZA,
LIBERTA’, PAZIENZA e di parole terribili come
DOLORE, MORTE, PERSECUZIONE.
I coltelli non mi facevano più paura, sapevo che
erano solo messaggeri di significati più profondi,
strumenti di un sapere universale. Sapevo che potevo
fidarmi di quel colosso dal polso fermo, ritrovavo la
sicurezza nel suo sguardo e anche le gambe smisero di
tremarmi. Il cuore invece non smise mai di battere
all’impazzata, specie quando Mr. Knife mi fissava occhi
negli occhi, ma non era paura quella e lo sapevo bene.
Dopo qualche mese di costante allenamento,
iniziarono le prime esibizioni nel grande spettacolo del
CIRCO. Il nostro numero era uno dei più attesi ed
apprezzati. La folla si faceva incredibilmente silenziosa
quando Mr. Knife tendeva il braccio destro in aria facendo
forza sull’avambraccio e affondando di scatto il proprio
peso sulla coscia sinistra nell’atto del lancio.
I coltelli saettavano scandendo nell’aria la parola
che Mr. Knife aveva voluto lanciare. Spesso le parole
affilate erano serie e compunte come Storia - Lavoro -
Denaro. Altre volte Mr. Knife si abbandonava al suo
pungente sense of humor scagliando parole come Zitella-
Fondoschiena-Grillotalpa-Loffia, riscuotendo applausi
divertiti del pubblico. Altre volte ancora diventava quasi
poetico lanciando parole come Carezza-Farfalla-Rugiada
che facevano risuonare sospiri leggeri dalla folla.
Mr. Knife non smetteva mai di fissarmi, nemmeno
per un solo secondo sia durante le prove che negli
spettacoli. Il suo sguardo limpido, profondo mi
attraversava completamente, tanto che cominciai ad avere
l’impressione di leggere nei suoi pensieri. Cominciai a
prevedere le parole che avrebbe scelto per il lancio,
indovinandole ogni volta con mio enorme stupore.
Fu così che vidi quella parola uscire dai suoi
pensieri durante lo spettacolo a Nezville il 1° giugno 1908.
Inequivocabile, sincera. Vidi il coltello staccarsi dalla
mano di Mr. Knife e la lama fendere l’aria, squarciandone
la pelle trasparente. Sapevo che quella parola era per me.
L’avevo tanto desiderata. Ricordai che parole e persone
sono nate per essere libere.
E scelsi di essere una persona libera. Così mentre il
sibilo del coltello scandiva quelle cinque lettere tanto
attese abbassai lo sguardo e offrii il mio cuore alla parola
AMORE.

Autore: robirobi | Commenti 5 | Scrivi un commento

  25.12.2008 | 23:16
uccellini
 

Sette uccellini all’una in punto si fermarono nell’orto a mangiare briciole di pane raffermo. Giusti ne ammazzò quattro con una lanciarazzi, poi li spennò e li gettò in padella con il rosmarino.

Si grattò il capo giallo e lucido. Le carcasse dopo la cottura non erano invitanti, emanavano una fluorescenza bluastra e di tanto in tanto sembravano guardarlo.

Il suo gatto, Giusti II, salì sul fornello e prese a leccarli, levando di tanto in tanto la testa per controllare l’ambiente. Giusti provò a cucinare il cane del suo vicino, impallinato poco prima. Aveva ancora il collare giallo con la scritta MIKI. Lo infilò nel forno e non vide alcuna fluorescenza. Sorrise, sputò il molare che era rimasto fino ad allora attaccato per un’inezia e carezzò il gatto. Giusti II balzò giù dal fornello, fece un lento giro intorno al dente, si leccò le labbra con la lingua bluastra e disse "mao".

"Mao cosa?" disse Giusti. "Non hai mai visto un dente?".

"Mao".

"Vorrei vedere te, la vigilia di natale con il frigo vuoto e quattro denti buoni, quattro soli maledetti denti che presto se ne verranno via".

Il gatto, annoiato, gli mostrò la coda e si strusciò contro il vetro caldo del forno.

Suonarono alla porta. Giusti scostò le tendine, spense il forno e andò ad aprire. Le manette gli bloccarono i polsi. "Io volevo solo beccare il cane. Il mio vicino era sulla traiettoria, non lo volevo centrare". E mentre veniva trascinato fuori: "Era un brav’uomo, non lo volevo beccare, davvero, qualche volta giocavamo anche a carte. Era il suo cane che volevo centrare, solo il suo cane".

Giusti II guardò attravarso il vetro del forno. MIKI fissava la parete metallica con i suoi occhi gelatinosi. Quando il forno si raffreddò Giusti II balzò sul davanzale della finestra socchiusa e guadagnò la strada. Gli uccellini in padella, bruciati e maleodoranti, si levarono in piedi a fatica, sguazzarono nell’olio di oliva e si lanciarono in un volo di creta, tracciando lunghe scie bluastre simili alla coda di una cometa.

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  18.12.2008 | 23:45
lattuga (racconto di Natale)
 

Alla tele non davano nulla di bello e avevo preso a leggere una relazione scientifica sulla ritenzione idrica nei tori da monta, quando bussarono alla porta. Era Bunz, mi tese la sua tazzina da latte con inciso in oro zecchino il canino dell’orso Yoghi e mi chiese se non avessi una paio di mutande, possibilmente nere.

"Ehi, sono le nove di sera" gli dissi, sfilandomi lo spazzolino da denti, che ero solito tenere in bocca fino all’ora della nanna per non dimenticarmi di lavarmi i denti. Però a volte mi dimenticavo ugualmente e mi svegliavo con lo spazzolino in bocca e allora mi mettevo davanti allo specchio e assumevo la posa dell’agente 007 e poi facevo bang con lo spazzolino verso lo specchio.

"Hai ragione, hai proprio ragione" disse.

"E allora perché non alzi i tacchi?".

"Vedi, domani mattina ho deciso di piantare la lattuga nell’orto e mi occorre una protezione".

"Difficile, a fine dicembre sotto la neve".

Bunz mi si avvicinò con il sorriso di chi la sa lunga. "Appunto per questo. Pianto un seme di lattuga e lo copro con le mutande. E’ un esperimento…".

"Suffragato da dati scientifici".

"E tu come lo sai?".

Copione già visto. Cercai un paio di mutande e le infilai nella sua tazza, poi gliela consegnai. "Penso che non funzionerà" dissi.

Fece un’aria fra lo stupito e l’offeso. "Come? E i miei dati scientifici?".

"Io ho usato quelle mutande in moto, la settimana scorsa, c’erano due gradi o giù di lì e i miei spermatozoi battevano i denti".

Bunz osservò le mutande con la bocca aperta. Poi disse "oh".

"Eh, già" sottolineai.

Rimase lì un po’. Rimasi davanti a lui con le braccia incrociate. "Senti un po’" gli dissi.

"Cosa?" mi disse.

"Sotto la neve non è bello pensare. Torniamo dentro".

Si piantò a gambe larghe in mezzo alla stanza. Non la smetteva di fissare le mutande. "Puoi farmi un piacere?" mi disse.

"Se posso".

"Ho deciso di variare l’esperimento. E’ una cosa un po’ azzardata, ma insomma".

"Vieni al dunque".

"Riprenditi indietro le tue mutande, se gli spermatozoi battono i denti, come farà un seme di lattuga a germogliare?".

"D’accordo" dissi, presi la tazza e andai a depositare le mutande.

"La tazza".

"Che sbadato" dissi, la recuperai e gliela portai.

"Senti una cosa, mi faresti un altro piacere?".

"Se posso".

"Visto che ho la tazza, non mi verseresti un po’ di caffè?".

Lo portai in cucina, gli versai il caffè e gli offrii qualche biscotto.

"E cosa hai fatto?" mi chiese.

"Fatto cosa?".

"Quando gli spermatozoi battevano i denti".

"Ho bevuto un caffè e mi sono rimesso in sesto".

Bunz non parlò più, intingeva i biscotti nel caffè e guardava alla finestra i grossi fiocchi bianchi dentro il cielo nero.

"Ti ringrazio – disse - le tue colazioni serali sono davvero leggendarie. Posso chiederti un altro favore?".

"Se posso".

"Versa in tazza ancora un po’ di caffè. Lo uso domani nell’orto per innaffiare il seme di lattuga".

"E’ decaffeinato, fa lo stesso?".

"Non fa niente" disse e levando una mano in segno di saluto e di ringraziamento tornò sotto la neve. Si voltò. "Vero che non fa niente?".

Le falde giganti cadevano tutte quante nella tazza e sparivano per incantesimo.

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  22.10.2008 | 21:52
condizionamento
 

"L'è un scandalo", come diceva il mio ex direttore finito in gattabuia per mazzette, presto liberato e promosso sul campo.
Uno scandalo perché è da fine giugno che non pubblico una riga sul blog, spero che non mi venga la polizia in casa.

Va bene, per farmi perdonare metto in rete una nuova fatica. Non ricordavo di averla scritta, l'ho letta come se fosse la prima volta e ancora adesso nutro seri dubbi sull'autore. LA fatica si chiama "Condizionamento" e giusto sotto ve la presento. 
 

"Permesso, possiamo entrare?".

Erano un paio di tette enormi schiacciate nella porta.

"Non potete passare, scoppierete, rimanete lì fuori, vi raggiungo". E invece un calcio di Guenda impedì per sempre a Gionni di ricongiungersi a esse. "Che fai?".

"Che caldo, che caldo!" borbottò Guenda.

"Ci risiamo, togli quell’affare che hai indosso".

"Ma scusa, è il mio baby doll di satin con i bordi in pelliccia di lapin, è così trendy, me l’hai regalato tu. Non ti piace più?".

Le orecchie di Gionni fischiavano, gli occhi vedevano lampi di sonno nel buio della stanza. "Sarebbe per un inverno sexy e adesso siamo a fine estate".

Guenda rimase zitta, forse meditava sul suo baby doll. Mezzanotte e quarantacinque di un settembre stanco.

"Ma che caldo, che caldo!".

Gionni riemerse dall’oblio. "Cosa?".

"Caldo, caldo" ripeteva Guenda e intanto si apriva a croce.

"Tornatene dalla tua parte . Non fa per niente caldo, sarà la menopausa".

"Ho ventotto anni!".

"E allora? Succede".

"Ma tu non senti la cappa, la cappa di calore?".

"In viaggio di nozze, a giugno, alle Canarie, ti coprivi con il lenzuolo perché sentivi freddo. Sei un bel tipo".

"Che c’entra, là c’era la brezza mediterranea".

"Che cosa?".

"La brezza. Entrava dalla finestra e mi avvolgeva tutta e dopo un po’ sentivo dei brividi. Si sa che la brezza marina elimina la cappa di caldo. Invece qui, senti che cappa. Il pane non lievita, lo yogurt non riesce bene. E’ colpa della cappa".

"Non riesci proprio a prendere sonno?".

No, finchè c’è la cappa. Accendi il condizionatore".

"Mi verrà il mal di pancia".

"Tutta una scusa. Tutti hanno ancora il condizionatore accceso".

"Tutti chi?".

"Proprio tutti".

"E lo vengono a dire a te".

"Al lavoro è sempre acceso. Marta oggi al club mi diceva che lei lo tiene acceso giorno e notte, va be’ che la Marta è peggio di un coniglio".

"Le piacciono le carote?".

"Che dici? Non passa sera che sì, insomma, con suo marito…".

"E lo viene a dire a te?".

"Sono la sua migliore amica".

Silenzio. "E se anche noi…".

"Lo escludo. E’ l’una passata".

Gionni cominciò a contare le pecore, poi i buoi, poi gli animali dell’arca, che non finivano mai. E finalmen te, anche quando l’ultimo verme, dopo un lentissimo tortuoso tragitto, ebbe raggiunto limbarcazione, Noè salpò e con esso anche Gionni.

"Fa un freddo cane" disse Gionni.

"E’ previsto un diluvio" disse Noè.

Gli animali si godevano la gita, Gionni stava male come un cane. "Dov’è il bagno?" chiese.

"Qui" disse Noè indicando con il bastone le terre che di lì a poco sarebbero rimaste sommerse.

Gionni spalancò gli occhi e gli parve di vedere passare i pinguini. Non sapeva se fosse ancora il sogno, infilò le ciabatte, affrontò i venti impetuosi del condizionatore acceso e spalancò la porta del bagno. La tenue luce lunare illuminava il water.

"Maledetta" mormorò, mentre abbassavava le mutande, avanzando a piccoli passi.

"Gionniii! Dove vai a quest’ora?".

"Al mercato del bestiame".

Nessuna replica. Maledetta ancora.

Sul water Gionni guardò la luna, che sembrava responsabile delle mareee nella sua pancia, anche con quell’aria innocente e distaccata. Tornò a letto con i suoi dolori.

"Gionni?".

"Che c’è?".

"Senti come si sta bene. Sembra la brezza delle Canarie".

"Quella che ti faceva rabbrividire?".

"Uguale, solo un po’ più calda".

Gionni provò le quattro posizioni: prono, supino, fianco destro e sinistro. Il dolore rimaneva ancorato lì, doveva essere così che le femmine sentivano il parto imminente. Prese il cuscino e passò al piano di sotto. Sentì il russare di Guenda affievolirsi poco a poco, poi sparire.

Ah, un altro mondo. Come penso capiti a chi si separa dalla moglie, pensò Gionni. O a chi non riesce a portarsi a letto una donna. Cacciato sul divano, il posto più desolato e umiliante. Si ricordò di suo padre. Gli ultimi tempi della malattia dormiva sul divano per non disturbare. Un distacco precoce dal mondo.

Eppure come era bello, quel divano con un posto solo per lui, con la stoffa di tiepido velluto, né Polo né Canarie. Un bel posticino nell’angolo della sala, un posticino da ospite.

Si coricò, incrociò le mani sul petto e finse di essere già morto. Nulla.

Andò in cucina, preparò una tisana, guardò la fiamma blu del gas e desiderò di zittire il dolore buttandocisi dentro. Tornò sul divano, chiuse gli occhi come se quello che gli era accaduto non lo interessasse nemmeno un po’. Provò a ripensare alle tette enormi che non potevano entrare dalla porta, ma gli comparvero davanti agli occhi palloncini colorati che volavano nel cielo. "Sono le anime dei peccatori" disse Noè.

"E come mai vanno verso il cielo?".

"Sono piene di elio" disse Noè.

"E quello strano pallone di salsicciotti colorati? Che è?".

"E’ il tuo dolore che vola via".

"Anche lui è pieno di elio?".

"E’ solo pieno di dolore".

"E’ vero, non sento più dolore" disse Gionni, ma Noè era sparito in sala macchine.

Il divano andò alla deriva. Un tenue lama di luce entrava dalle persiane socchise. Il pendolo faceva le sei e dieci, ma era fermo da tre mesi. Gionni Guardò l’orologio digitale e faceva le sei e dieci. Cercò un significato, senza trovarlo.

In cucina un altro giorno si era affacciato alla finestra. L’aprì e lo lasciò entrare. Tutti i freddi umidi del mondo lo investirono senza conseguenze Preparò il caffè.

Guenda entrò in cucina. Aveva tolto il baby doll in favore di un pigiamino di flanella. Si strofinava le braccia. "Comincia a essere freddino il mattino" disse.

"Cosa dici?".

"Eh, l’autunno avanza a grandi passi. Eppure, questo odore di caffè, mi ricorda le Canarie, quando ci alzavamo e scendevamo a fare la colazione. Andavamo a letto alle tre e al momento del risveglio andavamo a sbattere contro i muri e tu l’ultimo giorno sei rotolato giù dalle scale e sei finito vicino a una che stava mangiando e che ti ha detto: con me non attacca. Che romantica la nostra luna di miele. Sarà sempre così, vero?".

Gionni versò il caffè in due tazze. "Cosa?".

Guenda sorrise. "Fra noi due, dico, sarà sempre una luna di miele, vero? Fino a quando avremo novanta o più anni, fino a quando la carne cadrà a pezzi. Noi ci ameremo ancora, non è vero?".

Gionni disperse con un soffio il fumo della tazza. "Ci puoi scommettere".

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  14.06.2008 | 17:30
ho visto cose
 

Buzzati è uno scrittore che ho sempre amato fin da giovane. E' uno dei miei idoli. Riporto qui una cronaca del giro d'Italia del 1949, che lo porta a fare una delle sue volate letterarie. Elegante come sempre.
Tenevo qusto brano appeso in ufficio, alle mie spalle, e di tanto in tanto lo rileggevo, fin quasi a impararne parti a memoria.
Ricorda il famoso monologo finale di Blade Runner, che però è del 1982.
Recitava il replicante alla fine: 

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire...


e Buzzati:

"Parecchie cose, non moltissime, chi scrive ha visto correre, in un modo o nell’altro sopra la superficie del mare e della terra; mai però i grandi ciclisti in gara sotto il sole, con il numero attaccato alla schiena, i tubolari a tracolla e la faccia ingessata di polvere. Ha visto, per esempio, correre i bambini in ritardo verso la scuola, le saette del temporale attraverso il cielo, la gente in direzione dei rifugi antiaerei quando ululavano le sirene. Anche un ladro una volta ho visto correre, volava addirittura perché lo inseguivano, in via Andrea Del Sarto a Milano; e poi lo raggiunsero e lo pestarono, ma non potrei garantirlo perché tutto successe in fondo alla strada e c’era una grande confusione. Ho visto correre gli struzzi come schioppettate nel deserto d’Africa; correre attraverso la notte con molli e affascinanti curve i proiettili delle navi nemiche col loro luminoso rosso e qualcuno propriamente rimbalzava sull’acqua come un piattello, schizzando via impazzito. Ho visto correre i celeri treni all’approssimarsi del crepuscolo, coi loro finestrini già illuminati e i sogni e le fantasie pertinenti attraverso la campagna solitaria; ed erano bellissimi.

Ho visto correre sulla via Aurelia, tanti anni fa, un ciclista in maglietta che si allenava e uno disse che era Girardengo, ma io credo di no, perché non gli assomigliava. Ho visto anche la staffetta di Carlo il Temerario correre ventre a terra per le selve, portando all’ultimo momento la grazia al suo fedele scudiero creduto per calunnia traditore e a cui il boia stava per spiccare la bionda testa; ma tutto questo succedeva al cinematografo e forse non era tutto vero. Ho visto coi miei occhi correre poco prima dell’alba sopra i tetti di Milano, un paio di dischi volanti; i quali erano di color rosso e amabili all’aspetto; tuttavia nessuno mi ha voluto credere. Ho visto correre il tempo, ahimè, quanti anni e mesi e giorni, in mezzo a noi uomini, cambiandoci la faccia a poco a poco; e la sua velocità spaventosa, benché non cronometrata, presumo sia molto più alta di qualsiasi media totalizzata da qualsiasi corridore in bicicletta, in auto o in aeroplano-razzo da che mondo è mondo."

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  03.06.2008 | 22:45
Vladimirka di sera
 

Vladimirka ride, l’ombelico fra i flutti di carne si agita come un vortice che tutto inghiotte.

Bri’ la guarda, perché non capisce cosa ci sia da ridere. La guarda e guaisce.

Vlad si sente osservata. "Cosa c’è, Bri’, cosa c’è?".

"Che cane vuoi?" pensa il quadrup.

"Chè c’è, lo dici alla zia?" insiste Vlad facendo la voce da bambina, anche se il risultato è un ruggito da orco.

C’è che Vlad sta acoltando le risate e i commenti di Paperissima, ma seduta sulla seggiola dell’orto guarda immobile il muro bianco. Non è normale. Anche un cane se ne accorgerebbe.

Vlad sorride e le finestre nere fra i denti si accendono nella sera, come una bocca di Halloween.

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  24.05.2008 | 12:38
assolo e fuga
 

Lorena ha spalancato gli occhi - eravamo all’osteria del fico - e ho letto nella sua mente: "Cosa stai dicendo!". Poi ha bevuto acqua tonica, ma secondo me le avrebbe fatto bene un cordiale.

Per spiegare in due parole la genesi di "inno alla luna" (STAR, 2007), avevo parlato in quella sede di taglia incolla: in effetti avevo infilato le parole in un contenitore di DVD, le avevo centrifugate, le avevo ripescate e scritte nell’ordine. Forse sarebbe stato meglio dire che avevo passato notti insonni sotto una manto di stelle e a un certo punto, il punto del non ritorno, un’ispirazione mi aveva trapassato. E trascinatomi moribondo fino alla tastiera, sotto l’influsso di una tempesta cosmica, la mia mano aveva iniziato a digitare. La mia mano sapeva, io non ancora.

Non so, mille modi sono possibili per spiegare l’"inno alla luna", il fatto è che è andata così, ed io che a detta di molti sono naif non mi sono nascosto dietro improbabili esperienze mistico-poetiche. E’ vero, poi è venuto il tempo del raziocinio. Avevo fra le mani una cosa che aveva un suo senso, ma ignoto agli umani, me stesso compreso, e dovevo ricrearla, partorirla, educarla. Quelle parole dovevano diventare un inno ed erano un’accozzaglia di lettere. Non che i discorsi di tutti i giorni al lavoro o nei mass media o nei nostri rapporti sociali non siano un’accozzaglia, ma insomma è inutile addentrarci per sentieri impervi. Dovevo fare in modo che chi leggesse pensasse a una poesia, non al frastuono di un mercato. Ho fatto un discreto labor limae, ecco tutto.

Ma il punto non è questo. La poesia è taglincollata da un racconto finora inedito, che pubblico sotto. E per la gioia di Ufj descriverò la sua genesi, che può dare una vaga idea del mio livello di salute mentale.

Di tanto in tanto mi veniva in mente Armstrong, il jazzista, ma non lo vedevo in qualche locale, lo vedevo sulla luna. Lo vedevo con la sua tromba, ma non era sceso da un’astronave, perché sono figlio del mio tempo e per me Armstrong era anche il campione di ciclismo. Così il musicista era arrivato sulla luna in bicicletta.

Cosa ci faceva un musicista nero sulla luna bianca, con un mezzo di trasporto che di solito ti porta a malapena poco oltre la città?


 

Armstrong toccò il suolo della luna, soffice come un lievito.

Si guardò intorno. Non c’era una gran varietà, non una pianta, non un insetto, non una voce.

Però si stupì di vedere la luna illuminata dal sole.

"E qui, come sarà pedalare su queste strade?" si chiese.

Strade? Strade era una parola da pianeta terra, e anche pedalare. Navigare a mezz’aria, se mai, a cavallo di una bicicletta, senza salite né discese, soffiando in una tromba l’inno dei bersaglieri. Soffiare in una tromba muta, senza la propagazione del suono nell’aria, senza mai sbagliare un nota. Come era diversa la vita sulla luna.

E come era diversa la luna dalla vita, con quelle assenze, quel ronzio sommesso, simile a una stazione radio muta da tempo, dismessa, se non per il contatto. La palla lattiginosa che si vedeva da terra era una distesa piana, infinita, uguale.

"What a wonderful world" pensò Armstrong, e una lacrima uscita dall’occhio sinistro invece di cadere schizzò verso l’alto e scomparve nel blu.

Era un blu che nemmeno Giotto avrebbe immaginato, era un colore nuovo, sconosciuto alla terra, una tenebra luminosa, positiva e vigorosa.

La tromba fra le sue mani mandava segnali di luce, quello era il nuovo suono, la migliore scala cromatica. Si perdevano nell’universo come messaggi di una nave in balia del mare agitato.

Perché tutta quella quiete, quel silenzio, quell’assenza di tutto, cosa era, se non un’agitazione perenne? Un temporale atomico, ecco cos’era, se ne percepivano le vibrazioni.

In assenza di gravità le emozioni assumevano una strana dimensione, nascevano a grappoli, lievitavano, salivano come bolle di sapone, oscillando incerte sulla corrente da cavalcare, si disperdevano e scoppiavano e il botto era altrettanto fragoroso del silenzio.

"Terra, mi sentite? Sono arrivato".

"Contatto stabilito" disse Terra.

Armstrong aveva pensato di emozionarsi per quelle parole lontane e amiche, invece nulla.

Inforcò la bicicletta e fece un po’ di strada, veleggiando, con quelle ruote che giravano e non andavano da nessuna parte. E d’altra parte, anche a percorrere un po’ di strada, nulla sarebbe cambiato. Come ogni giorno sulla terra era ogni minuto sulla luna, uguale, senza promesse, ma in più senza l’illusione dell’aria, con la quale si immaginavano, laggiù, tante cose, il movimento, l’azione, la stessa vita.

"A1, noi ti vediamo. Parlaci della superficie lunare". La voce era carica di emozione, gioiosa come quella di un bambino nel pieno del gioco.

"Nulla, non c’è nulla".

Dall’altra parte, una rabbiosa scarica elettrica. Silenzio, simile a quello lunare.

"Come, nulla?".

"Nulla che vi possa interessare".

"Ripeti, A1".

Lo chiamavano A1, come un’autostrada, o la coordinata di una battaglia navale. Lo evocavano alla maniera dei terrestri, con un certo gusto per la selezione, la ghettizzazione, il simbolismo, l’iperbole e la parabola. Se suo figlio fosse arrivato un giorno da qualche parte nell’universo, avrebbero commentato che era davvero in gamba quell’A2, proprio come il padre: a cavallo di una bicicletta era capace di arrampicarsi in cielo. E di quelle persone al mondo ce n’erano quattro, forse cinque.

"Nulla di interessante per il nostro pianeta" ribattè Armstrong. Era bastata un’occhiata per capire come la filosofia lunare non avrebbe fatto breccia nei cuori. Ma i frastornanti silenzi, l’immobilità vertiginosa, le sfumature impossibili, nulla potevano contro la petulanza di quella voce che si disperava via radio: mandaci delle foto, le vediamo, alle tue spalle, le pianure sterminate, le città che nemmeno sogniamo, i nuovi cieli, le fonti aliene. Mandaci delle foto, così che tutto il mondo possa vedere: ecco la nostra nuova terra promessa, cento volte più bella di quella biblica, mille volte più forte di ogni nostra speranza.

A1 tirò fuori la tromba e non ne uscirono note vere e proprie, ma vortici e lamenti siderali, singhiozzi, echi di cose mai nate. Che performance, pensò A1 con gioia e stupore e un po’ di dispiacere, perché non c’era nessuno ad ascoltare. Però forse, laggiù sulla Terra... "Avete sentito?" chiese.

E invece no. Sentivano la sua voce, seguita da rabbiose scariche elettriche e silenzi carichi di malinconia.

Armstrong depose la tromba nella custodia, la caricò a tracolla, pedalò un poco a ridosso della superficie, galleggiando. Da terra ammiravano il metodo scientifico e innovatore e si chiedevano quali reperti stesse raccogliendo e smaniavano per avere prove di civiltà evolute, brandelli di lingue nuove, forse qualche volto difforme dai canoni, un segno, perché la luna era piena di quelle cose, o almeno così pareva dagli schermi. Ombre di palazzi quadrimensionali, ennaedri galleggianti, forme che passavano come foglie d’autunno trascinate nell’agonia. Solo segni e impronte, certo, ma di qualcosa di vero. Eppure quelle foto, eppure quelle descrizioni. E A1, così restio.

Armstrong si impennò su una sola ruota e ricordò quando bambino si era schiantato contro un muro spaccando la forcella della bici e forse un polso e aveva pensato fra le lacrime: da grande farò l’astronauta. Quello che uno è da grande non è un colpo di genio, non un colpo di fortuna. E’ un trauma, un folle evento, pensò A1. Un cancro nei tessuti del divenire, un parassitismo involontario, un dispetto alla natura. Lo schianto e il dolore avevano creato l’astronauta.

La bicicletta si avvitò su se stessa e portò Armstrong giù per un nulla di brevi curve, disseminate di rottami spaziali, poi ci fu una strada sdrucciolevole di frammenti di meteoriti, e poi una discesa infinita di tornanti di ghiaccio e di nubi e poi un’aria da far volar via le guance e A1 non poteva fare a meno di gridare, ma non era paura, non era dolore, e nemmeno felicità, Era il suono di chi da un’altra dimensione ritorna al mondo.

Alla base, un gran movimento. Tutti in pista, pompieri, ambulanze, quartier generale. Tutti ai lati del tracciato ad accogliere A1. Barcollante, bianco, lento sul pedale, solitario fra le ali di una folla impazzita, A1 vedeva solo la linea del traguardo. Lì finiva la sua missione, lì cominciavano le difficoltà.

Come far comprendere che la luna non poteva essere nulla, se non un posto di sognatori? Che non c’erano né grattacieli, né ombre di grattacieli, né fonti della giovinezza, né pietre preziose, né oasi incontaminate? C’era qualcosa di simile a un’anima, al suo moto interiore, alle sensazioni mai eclatanti, alle impercettibili malinconie di un’assenza, o di una lontananza, o di un’occasione mancata.

Non c’era davvero nulla per gli uomini, nulla di ciò che potesse interessare a tutti loro. Non erano pionieri, non erano conquistatori, indossavano camici da scienziato, ma la scienza non arrivava fino lassù. Lassù era un’altra cosa, simile al sogno, che parlava con la voce della solitudine, talvolta suadente come quella di una sirena.

Ma non c’era rimedio. Gli uomini dopo la delusione avrebbero lanciato un nuovo eroe, una lettera e un numero, da qualche parte dell’universo, e una buona volta l’eroe avrebbe ceduto alla lusinga della bugia e tutti si sarebbero placati e avrebbero brindato e sarebbero stati invasi dal benessere di chi scopre cose nuove e si sarebbero sentiti felici e appagati come dopo una notte d’amore, con la trepidazione di una speranza rinata. Per poco, ma felici.

 


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  21.05.2007 | 16:42
ho fatto un sogno
 

Ho fatto un sogno.

Non ho semplicemente sognato, ho fatto e costruito come un abile e paziente muratore.

Io ho ideato un sogno, sono l’artefice di un mondo parallelo.

Ho fatto un sogno dove tutte le persone erano uguali.

Non solo, ma avevano lo stesso nome. Tutti si chiamavano Giovanni.

E quando arrivava la moglie di Giovanni, sai il casino!

Erano dei bravi bastardi, questi Giovanni. Uno solo era il marito, ma se la facevano tutti, e lei non poteva farci niente.

Erano tutti abili e pazienti muratori.

Il mondo era pieno di case, ma questi Giovanni avevano scarsa inventiva.

La moglie di Giovanni era una sola. Era una donna piena di inventiva.

Sono uscito da questo sogno alle due e trentacinque, tornando dentro a un mondo diverso, dove non trovavi due Giovanni nemmeno a morire.

Di mogli però ne trovavi a iosa, e una di queste mi dormiva accanto.

E’ stata lei a svegliarmi.

Avevo creato il mio sogno più completo, il sogno perfetto che se lo mandi avanti ancora un minuto o due quando ti svegli rimani di là, tutti sono Giovanni e hanno una donna sola, e tu prosegui il resto della vita accanto a loro.

Non solo non sono riuscito a darle un nome, ma non l’ho nemmeno condivisa.

I Giovanni, almeno loro l’avevano a portata di mano, anche se non erano dei latin lovers.

E purtuttavia erano degli abili muratori, ed erano pazienti, anche.

E il più paziente era il solo vero marito di questa donna in comune, che chiamerò semplicemente la moglie di Giovanni.

Non saprei come altro chiamarla.

Mia moglie si chiama Rebecca, e quando mi ha svegliato le ho chiesto: "Cosa c’è, Rebecca?".

Mi aveva svegliato con un urlo, la mia Rebecca. Di notte fa sempre così. Urla fra le due e mezza e le tre. Io le chiedo: "Cosa c’è, Rebecca?". Talvolta non mi risponde.

Le case dei Giovanni non erano granché, erano un po’ come la mia, con un tetto rosso e un balconcino senza fiori.

Le costruivano senza fiori, andavano ad abitarci dentro e le lasciavano senza fiori.

La moglie di Giovanni andava in giro con l’annaffiatoio colmo ma non innaffiava niente.

Se vedevi l’annaffiatoio fuori dalla porta significava che la moglie di Giovanni giaceva con un Giovanni.

A volte un Giovanni rubava l’annaffiatoio e se lo metteva davanti alla porta, per far crepare di invidia il Giovanni vicino.

La moglie di Giovanni aveva qualche problema con la lista della spesa.

Il vero e unico marito la vedeva poco.

La moglie di Giovanni aveva una rubrica telefonica gigantesca.

Anche mia moglie ha una rubrica telefonica gigantesca, ma ha segnato solo un nome alla lettera G.

"Cosa te ne fai di una rubrica così grossa", le dico.

"Io vado pazza per rubriche gigantesche", si giustifica. Secondo me è per far vedere agli altri che lei è piena di conoscenze, e invece non conosce nessuno. Non ha altri che me.

E così alle due di notte non chiama altri che me. Mi dice che ha freddo, che ha sete, o ha fame. La copro, le porto un tè freddo, o un panino con prosciutto crudo, mozzarella e una fogliolina di insalata. Ma so che fa dei brutti sogni. Se li tiene per sé e fa uno spuntino. E’ così tutte le notti, ormai alla sera preparo un panino. Di notte scendo in cucina e lo prendo dal frigo. E’ così che succede, la sento gemere, un po’ per affanno, un po’ per piacere, non capisco, poi mi chiama per nome. Mi chiama, mi chiama, e ancora, e ancora. Io le rispondo, e lei sorride e per un po’ si calma. E poi urla e si sveglia e io scendo in cucina.

Non ho visto in faccia la moglie dei Giovanni. Era tutta indaffarata, io le andavo dietro come un cagnolino e lei mi gettava dei biscottini poi, il primo che la chiamava, eccola accorrere, con l’affanno nel cuore, e poi Giovanni la baciava sul collo. A lei piaceva molto. Capitava che un Giovanni o due passassero di lì e le baciassero le parti del collo rimaste libere. A volte c’era un po’ di ressa e comunque a lei piaceva e rideva forte.

Non distingueva uno dall’altro, e ogni volta che li incontrava diceva ciao, come va, anche se li aveva visti un minuto prima.

Quando mi passava vicino non mi salutava e sì che doveva risultarle più facile, e sì che ero diverso dagli altri.

Forse le piaceva una vita così.

Rebecca si è svegliata alle due e trentacinque, con un gemito lungo. L’ho sentito crescere e le ho dato di gomito e Rebecca ha aperto gli occhi. "Ho fame".

Sono sceso in cucina, ho preso il panino dal frigo e sono salito e lei dormiva già. Il panino ed io ci siamo guardati per un po’, poi l’ho mangiato. E’ legge del più forte. E poi non ho più dormito, e il mio stomaco mi ha fatto capire che il più forte era proprio il panino.

Mi sono alzato che ero già in piedi, rintronato come una campana.

Dovevo coprire il divano con le fodere pulite, andare dal dentista e fare la spesa.

Rebecca ha aperto un occhio. "Ciao".

L’ho guardata con un occhio. Con l’altro cercavo di dormire. "Ciao".

"Compera una bella pianta fiorita, ti prego".

Ho guardato il balcone vuoto. Era bello pulito. Da quando ho costruito la nostra casetta non ne abbiamo mai messa una. Chissà perché.

Sono un abile e paziente muratore, ma i balconi li lascio sempre nudi.

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  04.11.2006 | 17:46
accidenti, la vita
 


Sono nuda sotto l’albero, nuda come un cane. Si dice, nuda come un cane?

Io amo i cani. Quando mi danno della cagna mi sento lusingata.

E invece i vermi no, nuda come un verme proprio non mi va.

I vermi sono piccoli, viscidi e molli come tutte le cose insulse della vita.

Non è colpa mia se sono nuda, c’era scritto questo nella letterina.

E’ un tipo strano, chi scrive. Lui è pieno di soldi e io costo molto.

Di preciso non so quanto costo, ma sono viva, e quindi ho un bel costo, credetemi.

Ho un fiocco che mi gira tutto intorno e mi passa in mezzo ai denti, sotto le ascelle, insomma, dove può passare passa. E’ il committente che ha voluto così. "Voglio una donna nuda ben infiocchettata. Rimanderò al mittente una donna in involucro di qualsivoglia natura".

E senza scatola costo di più.

Lo so, non seguo le regole del mercato.

Lui i mercati li conosce molto bene, sa che sono antieconomica. Ma: "Si vive una volta sola" ha scritto alla fine.

Con tutto quello che può permettersi, ha il coraggio di scrivere una frase da poverelli.

Quando un poverello compra un vino costoso, quando un poverello fa una gita fuori porta di giorni due, allora esclama: si vive una volta sola! Così, tanto per giustificarsi. Ma sì, se ho sbagliato, ma sì se ho scialacquato, ma sì, se mi sono comportato come un bambino, ma sì, si vive una volta sola.

Il mio cliente no. Vedeste i regali che ho intorno, con regali così avrebbe potuto fare a meno di finire la lettera con quelle stupide parole.

E poi, cavolo, sapevo di avere un lavoro precario, ma non pensavo di finire nuda sotto un albero fino all’epifania.

Queste agenzie interinali ti occupano sempre, è vero, e infatti occupo un appartamento e non so nemmeno se mi daranno da mangiare. Avete mai sentito qualcuno dare da mangiare a un regalo? Sì, se è un criceto o un gatto o un altro animale domestico. Ma io sono un passatempo temporaneo, un tamagotchi di carne.

Accidenti che crudezza la vita.

Me lo diceva mia madre, tieniti stretto il lavoro che hai, sei ben pagata (mica vero) hai un posto sicuro, non importa se il tuo capo ti palpa il culo di tanto in tanto. Mia madre quando parla va al sodo, nella fattispecie il mio.

Accidenti, la vita.

Ho le amiche che la scalano, questa vita. Non lo so che intrallazzi hanno, un anno vendono patatine fritte e l’anno dopo sono dirigenti d’impresa.

E io in questi giorni mi mimetizzo dentro le righe di un muro di mattoni, mi spalmo in ombra, quando le incontro. Come faccio a raccontare che sono un cadeau temporaneo?

E più loro mi raccontano dei loro uffici spaziosi, dei lauti stipendi, dei viaggi premio, più mi deprimo.

E quando mi chiedono: "E tu, gioia, cosa fai di bello?" io dico la free lance, che vuol dire tutto e niente. Chiunque al mattino può svegliarsi free lance. Ma qui sotto l’albero è un po’ più dura, siamo scarsi di scoop.

Ci sarebbe questo qui, che ha scritto la letterina, ma lui non è uno scoop, la sua vita nemmeno, altrimenti non sarei qui, a coprirgli i vuoti fra le palle e le fronde.

Glielo dico la prossima volta, all’agenzia: qualcosa di più stimolante, accompagnatrice vestita a qualche serata benefica. E invece sono qui e il regalo non me lo fa nessuno, non si fa un regalo a un regalo, o almeno penso.

E poi non mi hanno lasciato detto niente. E cioè, se a un regalo scappa la pipì, è permesso abbandonare la postazione di lavoro? E poi c’è la sete, la fame, la noia, tutte cose di cui i regali di solito non soffrono, ma io sì.

E mi è andata ancora bene, volevano farmi fare la lavandaia nel presepe vivente allestito dal comune, quasi un mese con le mani a mollo. Ho chiesto di fare la Vergine, ma non avevo i requisiti. E poi è uscita questa occasione, così l’ha chiamata l’agenzia. "Lei è di bella presenza, signorina, un bel fiocco intorno le starà bene. Passerà il Natale al caldo, in mezzo all’allegria e alla gioia".

Ebbene qui non si è visto un cane e il riscaldamento è spento, ci saranno quindici gradi e fuori sta facendo buio.

E’ in questi casi che tracci i bilanci della vita. Quando ti fermi e ferma stai, molto in alto o molto in basso. Quando ti fermi e puoi pensare. Se non avessi preso a pugni la vicepreside della scuola elementare, se non avessi dato fuoco alla scuola medesima l’anno successivo, se uno dei miei matrimoni fosse durato almeno quattro giorni, se insomma avessi provato a fare come fanno tutti, a vivere e a lasciar vivere, non è vero che le cose sarebbero andate diversamente? Non è vero che anch’io adesso sarei una donna in carriera?

Perché io credo in me. Credo che potrei fare molto. So cuocere le torte e so tenere i bambini in modo che non provino dolore. So anche aggiustare le moto. Importerà, a un uomo? Importerà, al mio destinatario?

Eccolo che arriva, è il rumore dell’ascensore che si è fermato a questo piano. E il rumore delle chiavi nella toppa, e il rumore del mio cuore in gola.

Professionale, bella mia, sii allegra ma distaccata. I regali non hanno cuore, non devono nemmeno sentirlo battere.

Autore: robirobi | Commenti 0 | Scrivi un commento

  02.10.2006 | 18:07
fratello randello
 

Quando sotto gli occhi mi esplose un lampo mi ero appena addormentato. Un vetro rotto, un botto, che so. Tastai sotto il letto. Eccolo, fratello randello. Mi sentii subito forte, mi tremavano le gambe ma ero forte. Scesi le scale nere, tenendo il fiato fino a far scoppiare i polmoni e all’ultimo gradino lo vidi, in fondo all’atrio, il topone di monolocale. Mi buttai a terra supino, pronto a parare il colpo, le gambe all'aria come un insetto rovesciato. Cosa sperasse di trovare non so. Di sicuro se ne sarebbe andato con una legnata in mezzo alle scapole.

Il colpo non arrivò. Mi rialzai. Fatti forza, sei un lottatore di sumo, sei un samurai, il tuo bastone è un’arma mortale. Quando colpirai lo aprirai in due, sei un’arma di carne. La cosa mi fece ridere dentro. Arma di carne.

Avanzai così piano che nemmeno io mi sentivo. Mi chiesi se c’ero. Sì. Mi chiesi se era tutto vero. Sì. Tornai alle scale dopo un metro di eternità, ed eccolo di nuovo, il topone, pronto a colpire. Illuminato dalla luce di strada che passava il vetro della porta, era il mostro, l’alieno, il babau di tutte le nostre notti. Era armato e pericoloso.

Proteggimi, fratello randello. Avanzai con un urlo e calai il colpo. Un botto e un turbinio di schegge, e lui non c’era più.

Accesi la luce. Avevo distrutto lo specchio, ma lui non c’era più.

Autore: robirobi | Commenti 1 | Scrivi un commento

   
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